Manca la pioggia

Dove non ha piovuto la situazione si sta facendo davvero critica e, probabilmente, ci saranno allevatori costretti a scendere dall’alpeggio con qualche settimana di anticipo. Dove ha fatto qualche temporale va già subito meglio, ma… in generale la situazione è critica.

Facciamo una carrellata tra le valli. Qui siamo in Val Germanasca (TO) ai Tredici Laghi. I pochi bovini presenti, lasciati liberi di spostarsi a piacimento, vanno dove l’erba è ancora un po’ più verde e fresca.

Ma sui costoni, tutto dove le rocce sono più superficiali, dove manca quel po’ di umidità dei laghi (anch’essi molto bassi di livello), l’erba è gialla, rossa, completamente secca. Il sole splende implacabile, caldo, ogni tanto si unisce il vento ad asciugare ancora di più il terreno.

Gli effetti della siccità sono ancora più visibili in basso, in alcuni prati che, non so per quale motivo, non sono nemmeno stati pascolati. Gialle distese che paiono campi di grano… e siamo solo a fine agosto, non ad ottobre! Un tempo da queste parti si vedevano più animali, invece oggi gli alpeggi paiono sotto utilizzati, con il bosco che avanza.

Cambiamo vallate: Vallone dell’Arma in Valle Stura (CN), zone già normalmente più aride e meno piovose. La mandria è sparpagliata sul ripido pendio, a pulire tutto quello che resta.

Anche più in alto ci sono altre mandrie, laddove ormai quasi tutto è stato pascolato. E’ normale, a questa stagione. Si finiscono i pascoli alti, poi si scende. Il problema è che, più in basso, le alte temperature e la siccità non hanno fatto ricrescere l’erba già pascolata ad inizio stagione, o hanno fatto seccare quella che c’era.

Se solo avesse piovuto almeno un po’… Qui siamo ai Tornetti in Val di Viù (TO), dove invece ci sono stati dei temporali, alcuni anche violenti e con grandine. Mi dicevano che la grandine ha addirittura schiacciato l’erba. Però almeno qui di erba verde ne ho vista, i colori erano quelli giusti per la stagione, per l’inizio di settembre a questa quota.

Val d’Aosta, Vallone di Saint Barthelemy, Tsa de Fontaney. Non c’è più niente, l’erba è stata totalmente pascolata, nei prati sottostanti è stato già sparso il liquame, ma la terra è dura, non vede pioggia da settimane.

La mandria sta pascolando molto più in alto, quasi sotto al colle, accanto un laghetto, dove ancora c’è un po’ di verde. Lungo il ruscello, salendo quassù, era l’unica zona dove si vedeva quel colore. Non ha ancora fatto molto freddo, anzi… le temperature sono spesso ben superiori, il suolo è ancora caldo, con la pioggia l’erba ci sarebbe ancora.

Su di un altro versante, in un vallone laterale, le vacche sono puntini scuri sparsi in una zona più verde… ma vengono i brividi a vedere la pendenza di quel pascolo, forse più adatto a pecore e capre. Probabilmente, in un’annata normale, non sarebbero state mandate a pascolare lassù, ma per prolungare la stagione, si coglie tutto quello che c’è, dove c’è.

Altro alpeggio, anche qui pare che non ci sia più da mangiare per molti giorni. La desarpa sarà anticipata per molti, quando non c’è più niente, le bestie torneranno giù.

Più in basso c’è un pastore con il suo gregge, per pecore e capre si trova ancora sempre qualcosa in più, dato che si pascola ovunque sui pendii, sotto agli alberi, tra i cespugli. Il gregge poi è piccolo, sono animali affidati al pastore solo per la stagione estiva.

Il recinto è nella versione “massima sicurezza”, più alto della media e con un giro di reti “normali” intorno. Qui i lupi ci sono, sono già stati visti e fotografati quando ancora c’era la neve. “Di solito dormo qui nella roulotte, ma se capita di scendere la sera, voglio essere tranquillo!

Il pastore si chiama Remo, ci conoscevamo a vicenda, ma solo di nome… Sapevo che era stato a lungo nel Nord Est a fare il pastore da quelle parti, ma adesso è tornato nella sua regione d’origine dopo aver venduto il gregge che conduceva al pascolo da quelle parti.

Mi piacerebbe riuscire a fare un gregge solo di pecore Rosset, in alpeggio. Qui adesso ci sono delle Biellesi e delle Rosset. Oppure mi piacerebbe prendere delle pecore Lacone, farle partorire in primavera, salire e mungere, fare formaggio di pecora.

Anche se in Val d’Aosta soffia il vento, oltre a non piovere, la fortuna è avere almeno tutto un valido sistema di irrigazione a mezza quota e in bassa valle. Dove sono stati tagliati i fieni, poi si bagna e, quando scenderanno gli animali, potranno esser messi al pascolo. Ma, dove l’acqua non c’è, qualcuno ha già addirittura problemi a far bere mandrie e greggi, su negli alpeggi.

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Una fiera proprio “di paese”

Già lo scorso anno avevo raccontato di quanto mi fosse piaciuta la fiera di Pomaretto e quest’anno non posso che confermare le sensazioni e le impressioni.

Era una limpida giornata di metà novembre con il vento che soffiava forte sulle montagne. Quest’anno la fiera l’ho vissuta partecipando alla discesa di uno degli allevatori locali. Infatti il Comune invita alla rassegna tutta una serie di persone o residenti, o altri comunque della valle, così da avere un bel numero di allevatori e animali. Dopo un’abbondante colazione (non sia mai che si parta a stomaco vuoto!) si attaccano i rudun e poi si parte.

Luciano si cambia prima di incamminarsi davanti alle sue bestie. Quanta passione, quanto orgoglio, quanta dedizione e ambizione nel tenere bene gli animali! Nel vedere certi gesti, certe piccole attenzioni, è chiaro come questo non sia semplicemente un lavoro, ma una ragione di vita.

Si scende verso il fondovalle, la casa di Luciano è piazzata su, in una frazione ben esposta al sole. Ci sono anche altri gruppi di animali che attendono di essere condotti alla fiera, mentre altri ancora sono già passati. Tutto questo da un senso di vita alla montagna, a questo paese, Pomaretto, posto all’imbocco della Val Germanasca, uno di quei luoghi dove si passa in auto e raramente ci si ferma.

Ma quel giorno sulla strada altri hanno la precedenza: fiera in corso, recita il cartello. Ed infatti è tutto un allegro risuonare di campane, gli animali sembrano arrivare da ogni parte in mezzo ai palazzi ed alle case. A questa stagione, nonostante la bella giornata e le temperature comunque non rigide, c’è meno gente dei mesi precedenti, da queste parti. Dalle auto di passaggio si guardano gli animali con una certa sorpresa, magari qualcuno si fermerà alla fiera al ritorno.

Le vacche di Luciano sono nel loro recinto, subito dopo arriva un’altra mandria, pian piano tutti i recinti si riempiono e la fiera si anima. Molti sono allevatori, gli amici che sono venuti a fare una mano, allevatori da vallate vicine, poi pian piano arrivano anche i curiosi, quelli che alla fiera vengono per fare acquisti tra le bancarelle.

Anche qui non mancano i giovani: solo il tempo dirà se ci sarà posto anche per loro in questo settore, se la passione si manterrà con gli anni, ma al momento sembra davvero di vedere tanto interesse e determinazione.

Certo, è un momento di divertimento, è anche un gioco, ma da affrontare con uno spirito che ha sia qualcosa dell’età adulta, sia di quella anagrafica di questi ragazzini. Vedere questo gruppetto fa pensare che, per la rinata fiera, ci possa essere un futuro anche per gli anni a venire.

Più che una fiera, per quello che riguarda gli animali, si tratta di una mostra, cioè gli allevatori hanno condotto il loro bestiame. Ma ci sono anche alcuni commercianti con un certo numero di capi, nel caso in cui qualcuno volesse fare acquisti. Non sono tempi facili, ma si vedono però contrattazioni in corso e, alla fine, vengono segnate sulla schiena quelle che sono state vendute.

In uno degli spazi, ci cono tutti i box per gli altri animali diversi dalle vacche. Vi sono numerosi gruppi di pecore, biellesi, bergamasche, roaschine, meticce e alcune pecore nane, più una moda che una forma di allevamento, c’è chi le sceglie come animali per tenere puliti spazi verdi.

Poi vi sono le capre, valdostane, alpine comuni, vallesane. C’è una rappresentanza di tutto ciò che viene allevato o sale sugli alpeggi della valle. Vi sono anche cavalli, per i bambini è una gioia poter fare un giro in sella ad un pony.

Manca poco a Natale, ma quel giorno vedere due renne faceva comunque un certo effetto. Accanto agli asini, ai lama a cui ci stiamo ormai abituando, visto che compaiono, insieme agli alpaca, nella gran parte delle fiere locali, c’erano infatti questi cervidi che non molti avevano già visto dal vivo.

Oltre agli animali, ovviamente c’era ampio spazio dedicato alle bancarelle. Attrezzature, materiale tecnico, gli immancabili campanacci che, nonostante tutto, continuano ad avere una buona richiesta. O per una ricorrenza o per un capriccio, alla fine c’è sempre chi passa ad ordinare o a ritirare un rudun nuovo.

Il vento mette a dura prova gli espositori. I miei amici con le loro spezie stanno già ritirando la merce, l’ennesima folta potrebbe mescolare tutto causando gravi danni. Non hanno problemi i venditori di tome, anche se chi ha ombrelloni e gazebo cerca di ancorarli o addirittura li chiude.

Oltre ai generi alimentari, c’è artigianato locale, i manufatti realizzati con le lane delle greggi della zona. Idee per i regali natalizi, ma purtroppo il vento sembra tenere lontani parte dei visitatori. La mia impressione infatti è stata che vi fosse meno pubblico dello scorso anno, anche se la fiera aveva lo stesso livello come partecipazione degli allevatori e bancarelle presenti.

La particolarità e la bellezza di questa fiera secondo me sta nella collocazione. Per fare tutto il giro e vedere gli animali si segue un percorso che porta a passare nel retro del paese, tra prati e alberi da frutta: un colpo d’occhio davvero particolare.

Ancora un giro tra gli animali in mostra, agghindate con i rudun migliori. Pian piano si avvicina l’ora di pranzo e il pubblico diminuisce, poi ci si riunirà di nuovo numerosi per la premiazione al pomeriggio.

Lo scorso anno ero rimasta fino alla fine, ma quel giorno dovevo rientrare a casa. Così completo l’itinerario, scattando foto un po’ a tutti i gruppi di animali presenti. Nonostante la data un po’ “tardiva”, anche quest’anno per la fiera di Pomaretto c’è stato bel tempo e un buon successo.

Lavori in alpeggio

Non vieni a trovarci?“. Ogni tanto qualcuno mi fa questa domanda. Sarebbe bello poter andare ovunque, non aver niente da fare e girare ora qui, ora là. E’ vero che, tra il 2003-2005 ho girato moltissimi alpeggi, anche 3-4 ogni giorno, ma era per lavoro ed ero pagata per farlo. Adesso ogni tanto mi concedo una gita, un giorno per andare a far visita a qualche amico. Era proprio dal 2003, quando facevo il censimento degli alpeggi, che non salivo in questo vallone.

Nonostante sia un vallone fresco, nei versanti esposti a sud si vedono i segni della siccità e dell’andamento di questa estate. L’erba è gialla, secca, ed è stata pascolata male dagli animali, poichè è cresciuta molto ed è diventata troppo dura. Rispetto ad un tempo, mi sembra sia stata prolungata la strada che risale il vallone, poi inizia il sentiero che risale nel bosco. Si cambia versante e si incontra il primo alpeggio, adesso chiuso, nei pressi del quale vi sono alcuni asini.

Anche l’alpeggio è stato aggiustato, sono state create nuove baite e si sta ancora lavorando per finire di sistemare le altre. Qui le strutture sono private, quindi fare dei miglioramenti significa beneficiarne per tutti gli anni a venire. Al ritorno dalla gita, incontrerò anche il pastore: al mattino era andato a portare uno dei generatori a riparare, poi la sera scenderà in moto per caricarsi a spalle un boiler. Tutto quello che arriva qui è sulle spalle delle persone o della mula. Per i lavori della baita invece si è utilizzato l’elicottero, ma a quale prezzo!!

La mula adesso è in piena attività, porta terra e pietrisco dal torrente al luogo dove i muratori stanno ultimando i lavori. Sembrano scene d’altri tempi, ma laddove gli alpeggi sono ancora isolati, raggiungibili solo a piedi, questa è una realtà attuale.

Gli animali li incontriamo più a monte. Sul percorso che abbiamo scelto per la nostra gita, ci sono i pascoli dei bovini, il gregge è nell’altro vallone. Questa immagine ci mostra come i pascoli si stiano impoverendo, chiudendo per colpa dei cespugli. Credo che un tempo qui salissero più animali.

Nonostante la siccità e le alte temperature registrate nelle scorse settimane, salendo in quota si incontrano ancora queste meravigliose fioriture. Sono valloni freschi, probabilmente c’è stato anche qualche temporale, si vedono persino qua e là dei nevai in alcuni canaloni. Non che sia anomalo, a fine luglio, ma non me lo aspettavo, con il caldo che c’è stato. Quassù gli animali avranno ancora erba per pascolare in abbondanza nel mese di agosto.

Le vacche pascolano e ruminano, più tardi salirà qualcuno a prenderle per farle scendere per la mungitura. Questi sono esemplari di razza barà. Le montagne che vedete sullo sfondo, nei versanti esposti a sud, mostrano molto più evidenti i segni della siccità e della mancanza di acqua, per fortuna però nessuno (al momento) ha già dovuto abbandonare il suo alpeggio. Una frase che sento ripetere spesso è che, anche se piovesse: “…ormai per i pascoli è tardi.” Comunque, si continua ad attendere ed invocare la pioggia.

Quasi alle baite, incontriamo dei piccoli lavoratori che si sono sostituiti agli adulti nelle operazioni di trasporto. Anche il mezzo è cambiato, proporzionato alla statura degli operai. Dalla mula, si è passati al pony. Forse qualcuno avrà da obiettare a questa foto, siamo in un’epoca in cui potremmo trovare sia chi si indigna perchè si “costringe” l’animale a fare la bestia da soma… Sia perchè dei bambini stanno lavorando. Ma è questo un lavoro? O è un dare una mano, un imparare giocando, un emulare gli adulti e intanto rendersi utili?

Secondo me sono delle scene bellissime, preferisco vedere questi bambini che, con molta responsabilità e senso pratico, conducono il pony e caricano i secchi di terra, piuttosto che loro coetanei imbambolati davanti ad un apparecchio elettronico con il quale stanno “giocando”. Ovviamente questo non è sfruttamento, ma è il normale rendersi utili di tutti i membri della famiglia, così com’è sempre stato.

Due parole con il loro papà alle baite. Impossibile non notare la frase sullo schienale di una delle due panche: “L’ho messa dopo l’incidente che mi è successo qualche anno fa. Quando ti capitano certe cose, dopo rifletti sulla vita, sull’essere ancora al mondo.” E così… per tutto il resto c’è una soluzione, un qualcosa su cui tutti siamo invitati a riflettere, indipendentemente da come sia la nostra vita.

Dopo qualche anno

Qualche tempo fa un amico mi faceva notare che sarebbe interessante avere un seguito del mio libro “Di questo lavoro mi piace tutto”, uscito nel giugno 2012. Sono passati solo tre anni, ma le interviste sono state realizzate tra il 2009 e il 2011, quindi il tempo trascorso è maggiore.

Il libro raccoglieva interviste a ragazzi e ragazze tra i 15 e i 30 anni che avevano deciso di fare gli allevatori (di bovini, ovicaprini), sia per scelta, scostandosi radicalmente dall’ambiente di origine, sia come continuazione dell’attività famigliare. Per chi non lo avesse ancora letto e fosse interessato, vi ricordo che il libro è in vendita qui, ma potete reperirlo anche alle serate in cui presento le mie nuove opere. Effettivamente sarebbe curioso sapere qual è stato lo sviluppo di quelle storie, magari potrebbe interessare a qualche studente come argomento per una tesi di laurea, chissà… Alcuni di loro li frequento ancora, so che parecchie aziende continuano sulla strada intrapresa, anche con successo. Dal punto di vista umano e personale, ci sono state vicende belle e brutte, alcune coppie hanno coronato i loro sogni, sono nati dei bambini, altre coppie si sono sciolte, così come alcuni soci hanno preso strade differenti. E’ la vita, il mestiere dell’allevatore non fa sì che certe cose non capitino…

So di alcuni che hanno addirittura cessato l’attività con gli animali: forse la realtà era differente dai sogni, forse le difficoltà incontrate si sono rivelate insormontabili. In queste immagini invece troviamo la testimonianza di chi sta andando avanti sulla strada sognata. Michael e Maura erano tra i più giovani intervistati (pag. 83) e lui così raccontava: “Abbiamo le vacche, capre e pecore: quelle sono mie, sono le mie preferite. I miei primi animali sono state delle capre, me le ha date mio nonno, mentre io mi sono comprato le prime pecore a tredici anni.

Li avevo intervistati andandoli a trovare presso la cascina dove la famiglia di Michael ha tutti gli animali, soprattutto vacche, ma già allora appunto il loro interesse si concentrava soprattutto sugli ovicaprini. Qui potete rileggere la loro storia, come l’avevo scritta per il blog ai tempi dell’intervista, nel 2011. E adesso? Cosa fanno Maura e Michael?

Non solo continuano insieme il loro cammino, ma “si sono messi in proprio”, hanno una loro zona di pascolo in montagna, una base per l’inverno, pascoli dove girare tra fondovalle, collina e pianura. Il numero di animali è aumentato, pecore e capre frutto di allevamento e di acquisti, in montagna poi prendono in guardia capi anche da altri allevatori. Insomma, una bella storia che prosegue!

Li incontro a Prali in Val Germanasca, il gregge sta per essere aperto dal recinto, pronto per la giornata al pascolo. Maura quel giorno è impegnata con il fieno, aiuta i suoi genitori, quindi scende nel fondovalle. Ogni tanto lavora anche in pizzeria, pertanto è soprattutto lui a badare al gregge. Finita la stagione d’alpeggio, anche Michael svolge altri lavori, perchè gli animali non sono ancora così tanti da consentire ad un nucleo famigliare di vivere soltanto di quello.

Difficoltà ce ne sono eccome, quelle intrinseche del mestiere, le spese, lo scarso reddito, problemi per i confini dei pascoli, il lupo, la siccità… C’è però l’entusiasmo, la passione, il legame tra questi due giovani, le famiglie alle spalle che, comunque, appoggiano le loro scelte, tutti fattori che contribuiscono a dare forza e stimoli per proseguire. Questo è quindi un bell’esempio in positivo del seguito di una delle storie contenute in “Di questo lavoro mi piace tutto”. Se qualcuno dei diretti interessati volesse raccontarci la sua… basta scrivermi, mandarmi due righe insieme a qualche foto, qui c’è sempre spazio per tutti i vostri interventi.

E bravi gli organizzatori e i partecipanti!

In quel luogo di incontro virtuale anche per allevatori (cioè facebook), qualche settimana fa aveva iniziato a circolare la locandina della fiera di Pomaretto, o meglio, la “La Fiero dà Paì dà Ramìe“. Non ne avevo mai sentito parlare, qualcuno raccontava che già lo scorso anno era stata una bella festa e, per questa edizione, si annunciava una buona presenza di partecipanti, sia nel numero di allevatori, sia in quello di animali in mostra.

E così, in un bel sabato di sole ancora caldo, ecco che al mattino, arrivando a Pomaretto, là dove le valli si dividono e si imbocca la Val Germanasca, si sentono suonare i rudun e si incontrano mandrie e greggi che si dirigono verso la fiera.

La segnaletica lungo la strada, il traffico ben regolamentato, i parcheggi già fanno intuire che è stato fatto un gran bel lavoro. Poi, seguendo il percorso, si iniziano ad incontrare gli animali, ciascuno nel proprio recinto, suddivisi per allevatori. Prima i bovini, poi capre e pecore.

Ce ne sono davvero tanti! Gli allevatori hanno risposto alla chiamata, hanno partecipato sia i residenti in zona, da Perosa, da Pomaretto e dintorni, sia pastori di greggi che ormai sono già scesi lungo la valle e pascolano in pianura. Per l’occasione, ecco i rudun più belli al collo degli animali.

Bei greggi di capre, ci sono animali per tutti i gusti. Si dice che abbiano partecipato circa 450 bovini e 350 tra ovini e caprini. Numeri importanti, per una fiera che sicuramente crescerà negli anni. Il pubblico era numeroso, ma sicuramente aumenterà nelle prossime edizioni, grazie alla buona pubblicità che i partecipanti a questa edizione faranno tra amici e conoscenti (e on-line!).

Oltre al bestiame, ci sono bancarelle e aziende agricole che partecipano mostrando il loro lavoro/facendosi pubblicità. Ho trovato molto originale l’idea delle ditte boschive che sono venute con il tamagnun carico di legna. Questa è la montagna che vive e lavora!

C’è chi la legna la taglia e chi il legno lo lavora. Oltre ai soliti banchi di generi alimentari, abbigliamento, ecc., questa volta voglio mostrarvi un giovane artigiano della valle, Simone. Oltre agli oggetti decorativi, vedete canaule, cane e decorazioni a tema zootecnico.

La fiera era dedicata al Ramìe, ma chi di voi sa di cosa si tratti? E’ un vino, un vino di montagna, prodotto di quella che viene definita “viticoltura eroica”. Sono infatti un po’ eroi, un po’ folli, quegli agricoltori che si ostinano a mantenere vivi questi vigneti abbarbicati alla montagna. Per chi volesse saperne di più, qui sul sito del Comune, qui invece un bell’itinerario da fare a piedi (vi consiglio in autunno, come periodo).

Terminata la mia escursione tra i vigneti, sono tornata alla fiera, per assistere alla premiazione degli allevatori e fare ancora un giro tra animali e bancarelle. Ecco lo stand del Ramìe (tra l’altro… un DOC).

C’erano anche “animali strani”. Se ai camelidi, tra lama ed alpaca, ormai si sta facendo l’abitudine, le vacche Highlands dal lungo pelo rosso sono già conosciute, ma gli zebù suscitavano decisamente una certa perplessità. “Che siano poi belli…“, commentava, scuotendo la testa, parecchia gente. A parte la bellezza, anche se il clima sta cambiando e si è fatto più mite, mi domando cosa ci fanno questi animali in una vallata alpina!

Ignare di tutto, le vacche nostrane attendono pazientemente. Sono state agghindate per la festa, ma ci sarà comunque un simbolico premio per tutti i partecipanti.

Straordinariamente, partecipano alla fiera anche alcune vecchie conoscenze che solitamente vengono avvistate solo in qualità di visitatori e non partecipanti. Fulvio me l’aveva già detto tempo fa, di questo invito. Il gregge ormai è in pianura, ma una piccola rappresentanza scelta del gregge fa bella mostra di sè nel recinto.

Per allietare il tutto, non manca nemmeno la musica. Il pubblico però sta convergendo verso l’area delle premiazioni, dove mi dirigo anch’io.

Con l’ultimo sole della giornata, le autorità iniziano i saluti di rito. Non possono che essere tutti soddisfatti per la riuscita della manifestazione.

Non viene premiato il singolo animale, ma ogni allevatore riceve un riconoscimento per aver partecipato alla fiera. Chi ha portato sia ovicaprini, sia bovini, avrà diritto ad un doppio premio.

Molto numerosi anche in questa occasione non soltanto i giovani allevatori, ma anche i giovanissimi appassionati. Si mettono in posa con gioia ed uno di loro mi grida: “Ma la metti poi sul sito, Marzia?“. Eccoti accontentato, insieme ai tuoi amici.

La fiera è finita, restano ancora le bancarelle per i turisti, ma gli allevatori si avviano verso casa. C’è chi risale la valle e chi scende. Si forma un po’ di coda per le strade, ma a questa stagione, nonostante la bella giornata di sole, non c’è tantissima gente in giro.

Seguo per qualche chilometro gli animali che raggiungono una cascina appena fuori Perosa, poi la strada torna libera e si può rientrare a casa, con la soddisfazione di aver visto una bella fiera e un bel momento di vita per la valle. Qui l’intero album delle mie foto della fiera.

E’ ora

Alla fine è ora. Un’altra stagione è passata, è scivolata via, è di nuovo arrivato il momento in cui le strade risuonano per il fragore dei rudun, sull’asfalto si vedono quelle tracce che solo il passaggio della auto a poco a poco confonde. Si incontrano camion che salgono vuoti e scendono con il loro carico. La stagione d’alpe è finita ed io non sono andata a trovare praticamente nessuno. Non arrabbiatevi con me, d’altra parte anche voi però non siete venuti a trovarmi in alpe! (Tranne poche eccezioni).

Si attaccano i rudun, poi si mangia un boccone all’alpe, poi ci si incammina. Non tutte le transumanze hanno lo stesso spirito… C’è chi parte senza sapere se il prossimo anno ritornerà (il meccanismo di affitto degli alpeggi, sapete, è un grande punto interrogativo). C’è chi parte per una nuova meta o chi aspetta a partire perchè, fino al 29 settembre, la “nuova cascina” è occupata da altri. Essere margari vuol dire spesso non avere certezze: un’incognita l’alpe, un’incognita la cascina per l’inverno. Così come c’è un valzer per gli alpeggi, la stessa cosa avviene in pianura e tizio va nella cascina dove c’era caio e caio si aggiusta dove invece era quell’altro e…

Così è questo mondo, tanto bello e romantico a vederlo dal di fuori, tanto irto di difficoltà e imprevisti a viverlo dal di dentro. Comunque, a parte tutto, per la maggior parte delle persone la transumanza è una festa ed il suono dei campanacci aiuta a comunicare a tutti che c’è una transumanza in corso. Appena si raggiungeranno le prime case, le prime borgate, la gente infatti accorrerà a salutare la mandria ed il margaro.

Si parte davvero. Gli animali vengono chiamati e poi ci si avvia, qualcuno a piedi per controllare le vacche, altri a piedi magari solo così per compagnia ed amicizia, altri ancora con le auto, sia per segnalare la transumanza quando si sarà nel traffico, sia per trasportare questo e quello. Chi parte senza certezze di ritorno, dall’alpe porta via tutto.

Una giornata non solo assolata, ma pure calda. Al mattino l’aria era fredda, specialmente per chi arrivava dal fondovalle o dalla pianura, ma poco per volta il sole scalda. Sole e vento nei giorni precedenti hanno letteralmente “bruciato” tutto, quindi a maggior ragione è ora di scendere. In alto poco per volta resteranno solo i pastori con le loro greggi.

La mandria alza nuvole di polvere sulla strada sterrata, gli animali marciano veloci, incalzano quelli che camminano davanti, mentre dietro i vitelli piccoli fanno un po’ più fatica. Non è una passeggiata riposante, si cammina veloci e spesso c’è da correre quando qualche vacca scappa o va dove non dovrebbe. In questa transumanza non vengono impiegati cani e così per gli uomini che sorvegliano gli animali c’è da faticare di più…

La fila avanza, le montagne rimpiccoliscono alle spalle. I colori, a parte quelli della siccità, non sono ancora propriamente autunnali, solo qua e là iniziano a vedersi delle foglie che cambiano colore. E’ un mondo strano, quello dell’alpe, perchè oltre alla fatica ed al lavoro che stanno dietro alle belle immagini, spesso è anche caratterizzato da gelosie, ripicche, screzi o rotture insanabili (anche all’interno delle stesse famiglie), furti (di pascoli o di materiale), pettegolezzi e voci incontrollabili che vanno di valle in valle.

Si arriva sull’asfalto, il caldo aumenta, per la strada c’è traffico e di tanto in tanto si rischiano piccoli incidenti poichè gli automobilisti non sanno come comportarsi di fronte ad una mandria. Si cerca il più possibile di far defluire il traffico, ma la strada è stretta e tortuosa, così ogni tanto tocca far aspettare qualcuno.

E poi, dopo chilometri di asfalto assolato, si attraversa il primo comune della valle. Il cammino della mandria per ora è quasi concluso, non si rientra ancora in cascina, ma per qualche tempo si pascolerà ancora all’aperto a quote intermedie, dove c’è meno rischio di nevicate improvvise e l’erba è ancora abbondante.

Un po’ di storia

Lo spunto per questo post viene da varie cose: vecchie foto che mi sono state prestate, due libri che mi sono stati regalati quest’estate, ma che finalmente solo ora riesco a leggere con calma, una lettera saltata fuori facendo ordine e pulizia.

(Foto archivio fam. Aglì)

Parliamo di alpeggi, alpeggi del passato. Guardare le vecchie foto fa riflettere e non poco. Su come è cambiato il territorio, su come fosse gestita la montagna, su come siano mutate le condizioni climatiche (a metà agosto c’era ancora la valanga che arrivava fino in fondo al vallone). Poi guardi le razze degli animali, la loro taglia (più piccoli, più adatti ai monti) ed infine guardi le persone.

(foto archivio fam. Aglì)

Ovvio che di baite ce n’erano tante dappertutto, le famiglie erano numerose. Vedi baite che oggi non ci sono più, trasformate in cumuli di macerie… Pensi a com’era la vita, senza strade, senza luce, con poco di tutto. Pensi alle parole degli anziani, che parlano di vita comunitaria, ordine e regole per tutti: “C’era uno che comandava tutti, ciascuno aveva il suo prato da tagliare e poi i pascoli, si comandava la roida… Adesso sono in due, e litigano!

Ho poi anche trovato questo, non così vecchio, perchè è solo del 2006. Sono gli aggiornamenti delle tariffe di affitto di alpeggi e fourest dal 2006 in poi, con variazione da lire ad euro. In questo caso le tariffe non sono in base agli ettari, l’alpeggio non va all’asta, ma si paga un tot ogni capo di bestiame condotto in alpe. E’ uno dei sistemi vigenti (che io sappia, ho incontrato casi del genere solo in Val Pellice, ma probabilmente accade anche altrove) per stabilire l’affitto della montagna.

Per chi ama le curiosità sulla storia locale, ecco due libri di Rinaldo Breusa, “L’uomo e la montagna” e “Sulle orme dei padri” (Alzani editore). Si parte dalla storia personale per avere uno sguardo più ampio sulla vita, la società del secolo scorso in Val Germanasca, terra di origine dell’Autore. Un capitolo de “L’uomo…” è intitolato: “La mia prima esperienza come pastore di pecore” e allora capita di emozionarsi leggendo, riconoscendo luoghi, situazioni… La foto di copertina invece fa riferimento ad un fatto narrato nel capitolo “Le mie pecore”, quando il 14 settembre 1972 (giorno della fiera di Pragelato), una fitta nevicata bloccò le pecore in alta quota. Rinaldo ci coinvolge narrandoci le fatiche del recupero, conducendoci lassù tra rocce, neve, tormenta e pericoli.

Nell’altra opera invece (“Sulle orme dei padri”) ho appreso interessanti notizie sull’alpeggio posto alla testata del Vallone di Rodoretto, l’alpe della Balma. Sembra tutto semplice… l’alpeggio! Pascoli, erba da mangiare per gli animali d’estate. Invece no, ci si addentra in un complesso sistema di proprietà, consorzi, addirittura: “…con un modello gestionale che risale al Medioevo, veniva utilizzato in forma collettiva dai proprietari i quali, con una gestione di tipo societario, possedevano delle quote che permettevano loro di introdurre nell’alpe stesso un certo numero di capi bovini e ovini a seconda delle quote possedute…“. C’era un pascolo dei bovini ed un pascolo delle pecore e c’erano delle norme che regolavano i diritti del prelievo del letame di pecora!!! Altri tempi…

Alpe di Giaveno superiore, Val Sangone

Mi piacerebbe avere libri che mi spiegano la storia di tutte le vallate, di tutti gli alpeggi (soprattutto quelli abbandonati) che incontro su per i monti. Come avveniva la gestione un tempo, chi saliva qui, chi erano i proprietari, cosa si produceva, come si pascolava. Scopri magari che su certi alpeggi piemontesi della provincia di Torino addirittura erano arrivati dei pastori bergamaschi, oppure c’era un Ruascin con le sue pecore a pascolare i perdù.

Dagli alpeggi e transumanze

Oltre ai “classici” inviati di questo blog, giorno dopo giorno aumentano gli allevatori che inviano foto dei loro animali e mi raccontano le loro storie. Su Facebook poi continuano a comparire pastori di tutte le età! Prima di iniziare con le immagini, vi ricordo ancora il convegno su “ritorno e abbandono” che si terrà domani all’università di Torino (aperto a tutti), poi passiamo ai vostri racconti.

(Foto G.Grosso)

Una transumanza in Valchiusella: “Questa è una delle due  mandrie  valchiusellesi che d’inverno svernano ancora in pianura (50 anni fa erano una ventina).

(Foto C.Borrini)

Cambiamo area del Piemonte, a fine settembre. “Sapendo delle festa della transumanza di Premia in Val Formazza del 30 settembre e sapendo che venerdì 28 settembre il gregge avrebbe sostato a Chiesa, il  mio intuito mi ha spinto ad andare incontro al gregge che presumevo si trovasse alle Cascate del Toce o al massimo a Riale. Quindi venerdì 28 settembre io e mia moglie siamo partiti, in una bella giornata di sole alla volta della Val Formazza. Infatti, appena sopra le Cascate del Toce, ecco il gregge intento a pascolare.

(Foto C.Borrini)

Questo gregge lo avevo già incontrato più volte nella pianura novarese nelle freddissime giornate di febbraio. Scambiamo alcune battute con il pastore attento alle sue pecore, che dà ordini perentori al cane appena alcune di esse si allontanano o si portano sulla  strada. Saliamo quindi a Riale dove sono state lasciate le madri con gli agnelli; queste sosteranno lì ancora per qualche giorno.

(Foto C.Borrini)

Dopo qualche foto e dopo aver gustato presso il Bar Barulussa due fette di ottimo strudel, siamo ridiscesi alle Cascate per assistere alla partenza della  transumanza. Pochi istanti di attesa ed ecco arrivano gli ordini del pastore e i cani, obbedienti, in men che non si dica compattano il gregge in vista della partenza.

(Foto C.Borrini)

Decidiamo a questo punto di scendere fino a Canza anticipando il gregge dove parcheggio la mia auto, quindi lascio mia moglie, che fatica a camminare, con  la videocamera per filmare la transumanza, mentre io risalgo la strada e vado incontro alle pecore. Cammino per circa venti minuti, quindi sento l’abbaiare dei cani e vedo il gregge (circa 2500 pecore) come un fiume in piena snodarsi lungo i tornanti, guidato  in modo fiero dal pastore Ernestino.”

(Foto C.Borrini)

(Foto C.Borrini)

Dopo alcune foto di fronte, mi butto in mezzo agli animali e scendo con loro. E’ stata una sensazione bellissima camminare con gli animali: le pecore che andavano giù a testa bassa, le capre che ti venivano incontro curiose, quasi  volessero dirti qualcosa o cercarti qualche leccornia da mangiare, i cani che correvano avanti e indietro per mettere in riga qualche pecora o capra che  lasciavano la strada per andare a brucare nei prati. Un attimo di inquietudine l’ho avuta con un puledro di asino che mi si avvicinava e cercava di darmi le spalle per scalciare. Questo somarello era già stato notato anche dal pastore mentre rincorreva le pecore; la sentenza è stata: “Se non si toglie quel vizio ….”

(Foto C.Borrini)

Da Canza abbiamo poi seguito il gregge per circa un chilometro fino a un punto dove ha sostato per far defluire la breve fila di auto che si è formata alle sue  spalle“.

(Foto C.Borrini)

Dopo un saluto ai pastori e soprattutto un arrivederci nei mesi invernali nelle nostre campagne, siamo ritornati a casa. Il gregge proseguiva il giorno dopo verso Premia dove avrebbe fatto un passaggio nel centro del paese a mezzanotte e quindi si sarebbe spostato nella notte a  Crodo e all’indomani verso Domodossola per riprendere poi il suo pascolo vagante. Non abbiamo potuto seguire questa transumanza fino alla fine perché avevamo programmato di assistere a quella di Novalesa.

(Foto P.Giaime)

Queste altre foto invece ce le mandano Paola ed Ivan e riguardano la loro stagione in alpeggio in val Germanasca, più precisamente all’Alpe Lausun.

(Foto P.Giaime)

…e poi dicono che l’alta quota è sconsigliata per i bambini piccoli… Ma da sempre in alpeggio ci sono e ci sono stati bambini. Un tempo addirittura si nasceva, in alpeggio!

(Foto P.Giaime)

Ecco ancora una foto di papà Ivan al pascolo con un bell’esemplare di vacca barà.

(Foto P.Giaime)

Ultimo simpatico scatto dall’Alpe Lausun. Grazie ai margari che hanno voluto condividere con noi le (belle) immagini della loro vita in alpeggio e delle loro bimbe.

In altre stagioni

Foto, foto, foto e racconti, grazie per tutto quello che mi mandate! Nei prossimi giorni ci sarà la mia ultima assenza “lunga”, ancora qualche giorno lontano dal computer e dalla tecnologia, ma poi finirà la nostra stagione d’alpeggio e riprenderanno anche gli aggiornamenti quotidiani di queste pagine, così potrò smaltire tutto il materiale arretrato che ho ricevuto da voi.

Tanto per cominciare, un po’ di pubblicità a questo calendario realizzato dalla Libera Associazione Pastori e Malghesi del Lagorai. Costa 10,00€ più spese postali, è in vendita su richiesta scrivendo all’associazione.

E così anche noi facciamo un po’ il giro dei mesi e delle stagioni con foto non così recenti. Una transumanza in salita questa primavera, foto scattata da Mauro a Pomaretto, all’imbocco della Val Germanasca, verso i cui alpeggi erra diretto questo gregge.

Foto invernali, a ricordarci che presto arriverà anche questa stagione, la più difficile per i pastori. Sarà un inverno di neve o un bell’inverno senza problemi nel trovare pascoli? Queste foto ce le manda Alessia dal Biellese, ritraggono un gregge da quelle parti dove, si sa, la pastorizia nomade si pratica da sempre.

Queste sono immagini che piacciono sempre a chi le vede. Hanno sicuramente un sapore antico e la neve cancella molte brutture del mondo moderno. Vedere un gregge che si sposta nella neve porta indietro nei secoli, ma c’è anche chi immediatamente si agita e ritiene quegli animali “maltrattati”.

Ho paura che stiamo perdendo il contatto con la realtà… Il buon pastore sa cos’è bene per i suoi animali e, anche con la neve, riuscirà a sfamarli. Sarà più difficile, costerà caro in termini di fatica e di soldi, ma non li lascerà sicuramente morire di fame. Anche in questa foto, vedete tracce di fieno davanti agli asini.

Vedete gli animali che mangiano… Eppure questi improvvisati paladini degli animali hanno la convinzione che, in generale, l’allevatore sia uno che gli animali li maltratta, dal momento che (sempre secondo le loro parole, basta andare a cercare su certi siti e certi forum e leggerete cose che fanno drizzare i capelli in testa) li alleva non per compagnia, ma per “reddito”. Venissero loro a vedere quali sacrifici si fanno per il bene degli animali, soprattutto in questi giorni così difficili… E poi magari gli stessi paladini degli animali hanno in casa un cane che d’inverno portano a spasso con il cappottino. Oltre ad essere una cosa ridicola, dimostra come poco sanno delle esigenze degli animali, perchè altrimenti avrebbero scelto una razza più adatta a questi nostri climi.

Grazie ad Alessia per le belle foto. Presto pubblicherò anche quelle di tutti gli altri amici. In questi giorni ricchi di fiere autunnali, avrete modo di scattarne altre, immagino… Io domenica sarò a Villar Pellice per la fiera, poi il prossimo fine settimana sarà densissimo di impegni. Vi ricordo quella dei Santi a Vinadio, quella della Calà di Bobbio Pellice (che si apre il 26 con la presentazione del mio ultimo libro, ore 21:00), il Salone del Gusto e Terra Madre a Torino…

Quando la passione fa sognare

Qualche settimana fa sono stata invitata in una piccola scuola di  montagna a parlare del mio ultimo libro sui giovani allevatori. Gli alunni delle tre classi delle medie non arrivavano a 20, è una di quelle scuole che rischiano di scomparire, in cui però studiano e crescono figli di gente che abita e lavora in montagna. Tra questi, ci sono anche piccoli allevatori del futuro. Le professoresse mi avevano avvisato che avrei anche incontrato un mio fan, Cristian. Lui frequenta la seconda media ed è un grandissimo appassionato del mondo zootecnico. Di origine Canavesana, non so per quali vicende della vita sia finito invece in Val Germanasca, dove abita con la famiglia e numerosi animali. Accanito seguace di queste pagine, dopo l’incontro a scuola mi aveva chiesto se avrebbe potuto seguire la nostra transumanza.

Ma Cristian non si è limitato a quello. Non solo ci ha fatto visita quando siamo passati vicini a casa sua, ma è anche venuto a dare una mano nel fine settimana successivo. Per lui le pecore sono la vita. A casa ne ha una settantina, poi le vacche, le capre, ma la sua passione è il gregge. Nonostante la giovanissima età sa occuparsene con un’attenzione ed un’abilità che spesso manca a pastori più vecchi di lui. Potete star sicuri che nessun agnello si attarderà o resterà impigliato in un cespuglio, se è lui a seguire le pecore durante uno spostamento.

Al mattino presto già arrivava vicino al recinto, pronto a dare una mano con qualunque cosa, dal mungere le capre a far succhiare gli agnelli, cogliere le reti o sorvegliare il gregge al pascolo. Correva avanti e indietro per i boschi, arginando le fughe delle pecore verso pascoli proibiti. Veniva ad avvisare se era successo qualche incidente, si precipitava ad inseguire animali rimasti indietro, faceva alzare gli agnelli addormentati nei prati e parlava, parlava, parlava… Raccontava, faceva domande, ma sempre con una gentilezza non comune in un ragazzino di quell’età.

Il pastore è felice di quell’incontro, perchè forse riconosce se stesso da bambino, quando erano le pecore il primo pensiero e non di certo la scuola. “Quando so leggere, scrivere e far di conto, a cos’altro mi serve la scuola?“, si domanda Cristian, i compiti ancora da fare quando ormai è domenica pomeriggio. Difficile forse dargli torto. Anche se sono sempre io la prima a dire ai ragazzi che vogliono fare il mestiere dell’allevatore di non lasciare la scuola, ascoltando Cristian con la sua saggezza senza tempo mescolata alla spensieratezza dell’età, riconosco che qui al pascolo è più al suo posto che non a scuola.

Abbiamo parlato tra di noi dopo che sei venuta, ma a qualcuno non ha fatto piacere. Ce ne sono di quelli che, anche se stanno in montagna, disprezzano chi la le bestie. Perchè i loro genitori fanno lavori più puliti… Ma i soldi che guadagna il panettiere non sono diversi da quelli del pastore, se li guadagni onestamente.” E così Cristian sogna di fare il pastore, di partire con il suo gregge, anche se gli dispiacerebbe lasciare la sua casa in valle. Ma lì l’inverno è lungo… Racconta di quando munge una capra quando è al pascolo ed ha fame, porta le sue campane affinchè suonino al collo delle pecore del nuovo amico pastore. “Quando sto bene con una persona io mi affeziono…“. Cerca di rifiutare l’agnellina che il pastore gli vuole donare come ringraziamento per le giornate trascorse insieme: “Io non sono venuto per farmi dare qualcosa, sono venuto qui perchè mi faceva piacere!“, ma il pastore insiste e gli spiega come sia stato contento di conoscerlo. Quell’agnella se l’è guadagnata con tutto ciò che ha fatto, così alla fine Cristian si allontana sorridente nella notte, con l’animale in un sacco di carta, tenuto amorevolmente, e cammina andando incontro al papà che sta venendo a prenderlo in auto.

Ed alla fine (convinta la mamma) Cristian si unisce alla transumanza, che lo porterà ad attraversare le montagne e cambiare valle al seguito del gregge, badando agli agnellini in fondo alla carovana. La sua felicità è tangibile, è dipinta sul suo volto. Chiede, si informa sui luoghi in cui sta passando, sulle persone che incontra. La sera esita ad entrare nella nuova casa che lo accoglie, chiede permesso, domanda prima di servirsi dal tavolo imbandito con cui si festeggia l’arrivo della transumanza: “Sai, quando questa mattina mi hai chiesto se avevo fatto colazione, ti ho detto sì, ma non era vero… Dovevi ritirare tutto per partire e non volevo disturbarti facendoti sporcare di nuovo le pentole.” Spero che Cristian finisca la scuola dell’obbligo, ma soprattutto gli auguro di diventare pastore, come nei suoi sogni. Pastore lo è già, ma di esserlo anche come professione per il suo futuro.