La Toma in fiera

L’autunno è tempo di fiere, per vendere i prodotti, per fare scorte per l’inverno. Questa almeno era la tradizione. Oggi i tempi sono cambiati e si trova di tutto nel corso dell’intera annata. Quello che non cambia però è il fatto che… I formaggi si producono nella stagione d’alpeggio e sono disponibili, in diversi gradi di stagionatura, quando si scende dai monti.

Così a Condove, in Val di Susa, nel mese di ottobre si tiene la Fiera della Toma. E’ una bella manifestazione che attira nel paese migliaia di persone nelle giornate del sabato e della domenica. Quest’anno poi il sole ha aiutato a far sì che l’affluenza fosse ancora maggiore.

Certo, è una fiera, si va per acquistare i prodotti, ma anche per assistere alle manifestazioni correlate. Per esempio, c’è chi intaglia il legno “a tema”, ma c’è anche chi intaglia le tome e le trasforma in opere d’arte più ancora di quello che già sono.

Alle varie bancarelle era possibile anche fare degli assaggi, per conoscere meglio i prodotti e procedere successivamente all’acquisto. Lungo le vie di accesso alla piazza principale, si trovavano bancarelle di tipo diverso. Formaggi, certo, ma non solo.

Era possibile acquistare e degustare molti dei prodotti tipici locali, come i canestrelli. Ma anche birre artigianali, pane, cioccolatini, oltre a prodotti provenienti da altre regioni d’Italia. Tutto questo mentre si arrivava al cuore di Condove…

Lì allora, in un percorso tra le bancarelle, si faceva il giro degli alpeggi della Val di Susa e vallate confinanti. Infatti questo spazio era dedicato ai vari margari, ciascuno con i propri prodotti. Le classiche “tome” nelle diverse varianti legate alla lavorazione, al latte, all’alimentazione degli animali, alla mano del casaro.

In questi ultimi anni si sta procedendo con diverse iniziative di valorizzazione del prodotto: caratterizzazione della tipicità, ma anche apposite marchiature, come possiamo vedere in questo caso le vere e certificate “tome di Condove”.

Ovviamente non si trovavano solo formaggi stagionati, ma burro, ricotta, tomini e ogni tipo di latticino che viene prodotto nelle aziende agricole. Come si fa a non rimanere affascinati da tutta questa varietà?

C’è la tradizione, come detto, ma anche tanta innovazione. Il consumatore medio è cambiato nelle esigenze e nei gusti. Troviamo allora molti più formaggi freschi, magari aromatizzati alle erbe, al peperoncino. Troviamo formaggi stagionati, affinati nelle vinacce, nelle spezie. D’altra parte, se tutte queste bancarelle vendessero solo tome, tutte simili, gli acquirenti sarebbero meno stimolati all’acquisto.

Un’intera via era dedicata ai prodotti ortofrutticoli e in questo caso le tradizioni più antiche premiano maggiormente delle innovazioni: le mele delle varietà “di una volta” vengono riscoperte e apprezzate con gioia e con gusto. Oltre all’agro-alimentare si poteva poi trovare parecchio artigianato e hobbistica. Insomma, anche se Condove non è una metropoli, per girare con attenzione tutta la fiera e le manifestazioni collaterali, c’era da dedicarci almeno un paio d’ore ben spese.

Già solo a fine mattinata la dimensione delle forme si era ridotta e la gente ritornava ai parcheggi, affollatissimi, carica di borse e sacchetti. Una manifestazione ben organizzata, con espositori di qualità e prodotti… beh, quelli avreste dovuto assaggiarli! A questo punto cercate di non mancare il prossimo anno, se ve la siete persa!

In alta Val di Susa

Tutti gli anni cerco di andare almeno una volta a trovare la mia amica che pascola in alta val di Susa. Sappiamo che il mestiere dell’allevatore coinvolge uomini, donne, famiglie, giovani, anziani, ma la mia stima per una donna che, da sola, gestisce un gregge di queste dimensioni è davvero grande. Come mi aveva detto quando ci eravamo conosciute…: “E’ una droga!“.

Uno dei maremmani, a guardia delle pecore degli agnelli nel recinto accanto alla baita, fa il suo lavoro abbaiando furiosamente. Non è tanto la mia presenza a turbarlo, ma quella di un cane estraneo, il mio. Adesso non è ancora stagione turistica, quindi non c’è ancora tanto movimento in zona. Lupi però ce ne sono e la pastora ne ha già avvistati. Mi raccomando cani… Fate il vostro dovere!!

Il gregge è ancora sull’altro versante, sta finendo di pascolare i prati da quelle parti, prima di spostarsi, salire sul colle e arrivare alla sede di alpeggio principale. Arriviamo al recinto, c’è il sole, ma è una giornata fresca, ventilata. Una volta aperte, le pecore pigramente si portano verso i pascoli, nonostante non sia prestissimo. Ci siamo concesse un po’ di chiacchiere tra amiche da tranquille, ma ogni tanto ci vuole anche quello e poi la giornata è lunga.

L’erba è dura, l’erba è alta. Anche questo gregge ha tardato a salire per problemi di vario tipo. Quest’anno poi tutti si stanno lamentando per la qualità dell’erba, cresciuta in fretta quando ha fatto caldo in anticipo, poi “invecchiata” precocemente. Il gregge bruca ancora qualcosa dov’è già passato, poi scenderà per “pulire” un pezzo vicino alla strada statale, i proprietari hanno chiesto alla pastora di pascolarlo per evitare di dover tagliare l’erba.

Finita la pulizia del prato, si torna verso l’alto, verso erba un po’ più fresca, un po’ più tenera. Il gregge avanza quasi in formazione compatta, mentre il cielo si copre e l’aria diventa umida. Valutiamo lo spostamento delle nuvole, qua e là si intuisce già la pioggia, ma forse non dovrebbe arrivare fin da noi.

Ci manca solo la pioggia, che già le pecore pascolano male e non stanno ferme! E invece la pioggia arriva proprio, con una serie di scrosci intermittenti, nuvole portate dal vento come spesso accade quassù. Riusciamo a pranzare anche noi, sotto l’ombrello, ma il gregge non sta fermo a lungo e bisogna spostarsi, correre dietro alle pecore, intuire dove andranno.

Nel giro di un’ora il tempo cambia almeno tre volte. Pioggia, vento, sole, pioggia. Ormai qui l’erba è quasi finita, la pastora spera che il meteo aiuti almeno un po’ (ma non sarà così!!) per terminare di pascolare quel che resta e spostarsi più su. Uno i progetti li fa, prova ad organizzarsi in un certo modo, ma poi di imprevisti ce ne sono sempre.

Continuiamo a chiacchierare, sta venendo sera, volevo fermarmi ancora per godermi la compagnia, il gregge e le ore più belle della giornata, ma dalle vallate di fronte arriva una nuova ondata di pioggia. Provo a scendere velocemente per raggiungere la macchina, ma mi tocca aprire ancora una volta l’ombrello e scendere guidando per la strada che, rapidamente, si è trasformata in un piccolo torrente. Chissà come sarà l’estate, chissà se farà tribolare i pastori come l’anno scorso??

Una zona ricca di alpeggi

Salendo lungo la Val di Susa uno non si immaginerebbe che esistano certi posti. Invece basta inoltrarsi lungo qualche strada che ne risale i fianchi per trovarsi in realtà particolari, di grande fascino e “preziose” per quello che riguarda il mondo degli alpeggi. Le montagne di Condove sono una di queste.

Non molti giorni dopo la nevicata che ha ancora una volta imbiancato le vallate fino a quote anche abbastanza basse, ho fatto una gita da quelle parti. Gli itinerari presenti sono numerosi, ma purtroppo i sentieri sono in parte invasi dalla vegetazione e non tutti sembrano facilmente percorribili, così ho optato per la pista sterrata che sale collegando la maggior parte dei numerosi alpeggi.

Il primo che incontro non è in buone condizioni, anche se ancora utilizzato. Gli animali non sono ancora saliti, ma immagino che non tarderanno, visto che ormai di erba intorno ce n’è. Sono anni che vedo questa struttura coperta da teloni di nylon. Arriva anche l’energia elettrica, ma il tetto non è ancora stato rifatto, pur passando la strada a poche decine di metri di distanza.

Pioggia, ma soprattutto neve e grandine hanno lasciato i loro segni sull’erba. Alle quote inferiori c’è molto keirel intorno alla strada (Festuca paniculata), già molto alta, probabilmente non verrà nemmeno più pascolata dagli animali. Mi avevano raccontato che, un tempo, quest’erba dura veniva sfalciata, ma non so se questo avvenisse anche in queste zone.

Più a monte la qualità dell’erba migliora: è il periodo della fioritura, un vero spettacolo per la vista. Non credo manchi molto al momento in cui saliranno gli animali su questi pascoli. E’ vero che è caduta neve solo pochi giorni prima, ma non appena le temperature risaliranno, la vegetazione “si muoverà” e si metteranno in cammino anche le mandrie e le greggi.

Altro alpeggio lungo il percorso, anche questo in cattive condizioni. Già dieci anni fa, durante la stagione in cui i pascoli sono utilizzati, qui c’era una roulotte e non si utilizzavano le baite. Non so se si tratti di edifici di proprietà privata o pubblica, comunque è un vero peccato vederli andare in rovina così, tanto più con una strada che passa appena di fianco.

Raggiungo la quota in cui vi è ancora neve fresca. Un po’ ovunque era caduta abbondante, in certi posti mista a grandine, infatti qua e là gli accumuli sono non poca cosa. L’aria è fresca, nonostante il bel sole. Gli effetti della neve e del freddo sono evidenti specialmente sui fiori, molti dei quali hanno i petali anneriti e accartocciati. Una nevicata al mese di maggio non è troppo insolita, quello che era anomalo era il caldo dei giorni precedenti.

Si sentono delle campane e dei muggiti, ma molto più in basso. In una radura infatti sta pascolando una mandria, probabilmente una di quelle che, nel corso della stagione, utilizzeranno poi gli alpeggi alle quote maggiori.

L’alpeggio che incontro successivamente è composto da due parti, una più moderna, utilizzata, ed una più antica al fondo dei fabbricati, apparentemente non più in uso. Si leggono nomi e scritte con date della seconda metà dell’Ottocento. Chissà quante bestie salivano qui, per utilizzare tutti questi edifici!

Dall’alto, ecco parte dello sviluppo delle baite, collocate in mezzo ai pascoli. Tutti gli alpeggi alle quote maggiori hanno una struttura abitativa e lunghe stalle in grado di ospitare numerosi animali. Anche questo alpeggio, ovviamente, è ancora utilizzato.

Basta girare leggermente il versante per rendersi conto delle temperature. Vicino ad un ruscello, ecco che gli schizzi d’acqua hanno ricoperto di ghiaccio l’erba. In questa zona, meno esposta al sole, la vegetazione è ancora più indietro, anche perchè sto continuando a salire in quota.

Ancora alpeggi lungo la strada, questo con strutture moderne. Ampi pascoli e grossi alpeggi, ma a vista se ne individuano ancora altri a “breve” distanza. Non so se siano tutti utilizzati contemporaneamente o se rappresentino “tappe” negli spostamenti delle mandrie. La quota è all’incirca la stessa, quindi sembrerebbero essere alpeggi veri e propri e non tramuti.

Quest’altra realtà (la Portia) presenta un gran numero di strutture. So che, qualche anno fa, erano state danneggiate dalle valanghe, ma attualmente sono state completamente ristrutturate.

Ecco come si presentano queste baite da vicino. Quando c’ero stata 10 anni fa, ricordo in uno di questi edifici le grosse bacinelle di rame colme di latte, messo al fresco per l’affioramento della panna e per la scrematura del latte. Qui però l’erba è ancora bassa, passerà ancora qualche settimana prima della salita delle vacche.

Salgo fino al colle, mi affaccio sulle Valli di Lanzo. Sull’altro versante il paesaggio è ancora più invernale: molta più neve, i colori non hanno ancora preso le varie tonalità del verde. Montagne più aspre, più ripide, non si vedono strade, sono alpeggi più difficili da raggiungere.

Sulla via del ritorno, ancora un altro alpeggio in quota, poi i successivi, sull’altro versante, si possono raggiungere proseguendo con il sentiero, per ritrovare poi un’altra strada più a valle.

Anch’io scendo lungo un sentiero, di non facile individuazione. Tempo fa dovevano esser stati ben segnati e segnalati, ma adesso sono solo tracce evanescenti tra i pascoli. I segni sulle pietre non sempre sono evidenti e anche la restante segnaletica purtroppo è danneggiata.

Finalmente raggiungo degli animali al pascolo. A questa quota ci sono già diverse mandrie. La montagna ha un altro aspetto, cambia l’atmosfera, a sentire muggiti e campanacci. Anche questi animali, nelle settimane e nei mesi successivi, saliranno più in alto, negli alpeggi che vi ho mostrato nelle immagini precedenti.

E’ un giorno feriale, non ci sono turisti o escursionisti. A parte le vacche al pascolo, l’unica altra presenza è quella di un margaro che sta tirando i fili, mentre il cane fedele lo attende facendo la guardia alla giacca e alla cana. Scambiamo un cenno da lontano, poi io proseguo il mio cammino, lui il suo lavoro.

Ripeto quello che vi dico sempre, la montagna non sarebbe la stessa senza questi animali al pascolo. C’è anche, da parte mia, una vena di malinconia per dover scendere, tornare a valle, mettermi alla guida, immergermi nel traffico. La nostalgia di quando anch’io salivo e restavo su…

Una piccola fiera con il suo pubblico

Dovevo incontrarmi con un’amica e poi spostarmi altrove per un altro “evento zootecnico”, così ho fatto un giro anche alla fiera di Caselette (TO). Pensando a fiere storiche di una certa “dimensione” che non si tengono più per motivi di costi e di organizzazione, è stato bello invece vedere questa piccola realtà così viva e partecipata.

Eravamo già là al mattino, abbastanza presto da vedere l’arrivo di tutti gli animali. Arrivano a piedi, da allevamenti dei dintorni, dalle stalle e dai pascoli. Ci sono anche vacche tipicamente “da latte”, meno abituate a spostamenti e “transumanze”.

C’è un gregge di pecore, più abituato ad essere condotto per strade, prati, boschi. Gli animali arrivano dalla strada principale, non c’è molto traffico, la giornata è calda e soleggiata, si respira un clima festoso.

Un’altra mandria, annunciata dal suono dei campanacci. La fiera richiama tanti giovani, gli allevatori e tutti i loro amici, che in quell’occasione intervengono per dare una mano e per fare un po’ di festa insieme.

Nel prato dedicato alla fiera ci sono alcuni box con i vitelli. Questi non sono arrivati a piedi, ma sono stati portati con altri mezzi. Certo, non è una fiera enorme, ma la sensazione è quella di dare un segnale di vitalità, far vedere come il mondo agricolo sia ancora presente e orgoglioso di mostrarsi al pubblico.

Oltre all’esposizione degli animali e di qualche macchinario, nella piazza del mercato ci sono le bancarelle di generi alimentari, artigianato, abbigliamento. Formaggi, gelati, salumi, frutta e verdura, miele, di tutto un po’.

Ancora il suono dei rudun, arriva l’ultima mandria, poi il prato della fiera sarà al completo. Questi animali tra non moltissimo tempo attaccheranno di nuovo i campanacci per salire verso i pascoli degli alpeggi.

Credo che sia molto importante che queste piccole fiere non vadano perse. Grazie anche alla bella giornata di sole e all’aria mite, l’affluenza di pubblico era buona, sia di addetti ai lavori, sia di appassionati, sia di curiosi. Per qualche settimana, di fiere ce ne saranno parecchie, fin quando gli allevatori non saranno poi su in montagna…

Partendo dal basso

Da quelle parti c’ero stata l’ultima volta anni fa. In una “vita precedente”, quando la montagna per me era o escursioni in MTB, o a piedi o ancora luogo di lavoro per occuparmi di pascoli, censimenti, interviste. Questa volta sono salita con altri occhi. Lungo un sentiero (la citazione è voluta!). Avrei sì avuto bisogno di una guida, un qualcuno del posto che facesse parlare le pietre.

E di pietre che potevano raccontare ce n’erano tante. Per cominciare, tutte quelle che calpestavo. Non si tratta di un semplice sentiero, ma una vera e propria mulattiera che anticamente doveva essere molto trafficata. Il colle del Colombardo infatti è un “comodo” passaggio verso la val di Viù ed un tempo questa era sicuramente una via di passaggio per le genti di montagna. Oggi la strada (sterrata) compie un ampio giro toccando molti degli alpeggi sparsi sul territorio comunale, ma la via usata anticamente era questa.

L’uomo qui aveva colonizzato tutti gli spazi. Baite isolate e gruppi di case si scorgono ancora ovunque, in questa giornata assolata di inizio autunno. Il bosco avanza, anche se nei pressi delle abitazioni si vedono alberi che avevano a che fare con la vita delle persone e degli animali. I ciliegi sono chiazze rosse, poi ci saranno gli aceri a tingersi di giallo.

Talvolta gli alberi hanno già letteralmente sommerso gli edifici, alcuni dei quali stanno iniziando a crollare. Quassù non si vive più. Poco sopra c’è ancora un nucleo di case abitate almeno temporaneamente. La sede di un alpeggio. Ma non un alpeggio moderno: non ci sono strade e le baite sono come quelle dell’immagine, prive di concessioni alla modernità. Eppure la strada passa qualche centinaio di metri più a monte…

Cosa faceva qui l’uomo quando le strade non c’erano ancora? In mezzo ai pascoli si leggono ancora numerosi segni della presenza umana di un tempo. Lavori che permettevano di gestire e curare il territorio. Oggi è quasi un “miracolo” il fatto che non sia tutto completamente all’abbandono.

Se alle quote più alte le montagne si stanno svuotando, una transumanza dopo l’altra, a questa quota intermedia c’è ancora da pascolare, sia per le vacche, sia per le capre. Solo il pascolamento può tenere indietro il bosco. Chissà, forse a queste quote una volta si viveva tutto l’anno e si saliva più in alto solo nel cuore della stagione estiva? Probabilmente si sfalciava. Sono tutte ipotesi basate su quel che conosco di altre vallate. La vita non era dissimile…

Incontro i due margari, due fratelli indaffarati a tirare il filo per “dare il pezzo” alle vacche. Scambiamo quattro chiacchiere sulle solite cose. Il maltempo dell’estate trascorsa, la speranza che almeno queste ultime settimane in alpeggio possano essere buone, con sole e clima mite, poi toccherà anche a loro scendere a valle. “Il lupo a noi fino ad ora non ha toccato nulla, ma di là – e indica gli altri valloni verso ovest – qualcosa c’è stato. Ad un certo punto sul giornale è persino uscito un articolo che diceva che c’era l’orso, ma saranno quelli dei funghi, per tener lontana la gente che viene da fuori!

Gli animali pascolano placidamente, non manca nè l’erba, nè l’acqua, nè l’ombra se facesse troppo caldo. Provate a pensare cosa sarebbe la montagna senza la presenza di questi animali e degli uomini che se ne prendono cura? La mulattiera che mi ha portata fin qui sopravviverebbe solo grazie agli amanti delle escursioni? Ma cosa vedrebbe, chi arriva fin qui a piedi? Di sicuro non un alternarsi di boschi e radure, di sicuro non gli spazi aperti dei pascoli.

Oltre alle vacche, c’è un bel gregge di capre. Riesco a raggiungerlo prima che gli animali scompaiano tra rocce e cespugli. Più tardi amici spenderanno numerose parole di elogio su queste capre e sull’ambizione dei loro padroni. Mentre lo scampanio caratteristico di disperde tra la vegetazione, ritorno sulla mulattiera e riprendo la mia salita.

Più in alto iniziano gli alpeggi “veri”. La tipologia costruttiva è abbastanza caratteristica, qui e nelle vallate limitrofe si ripete il modello abitazione-stalla adiacente, strutture in grado di ospitare numerosi animali. Alpeggi dove si è sempre munto, lavorato il latte, prodotto formaggi. Sono gli ultimi giorni prima della transumanza, i margari stanno per lasciare la montagna.

Poco sopra questo alpeggio se ne trova un altro in rovina. La distanza è davvero poca, chissà se si trattava di strutture utilizzate dalle stesse persone o se qui salivano anticamente più famiglie di allevatori, dividendosi pascoli e strutture? Anche le dimensioni di questo alpeggio erano considerevoli, la stalla in grado di ospitare un elevato numero di capi.

Ancora più a monte, poco sotto il colle, l’ultimo alpeggio, ormai vuoto. La transumanza deve essere avvenuta da poco, ma tutte le strutture sono chiuse. resta ancora l’acqua nei tubi, aprendo il rubinetto si può bere. Chissà se è stata una dimenticanza? Arriverà il freddo e gelerà tutto.

Prima di scendere, è stato fatto quello che si faceva un tempo. Sono stati ripristinati i canaletti e l’acqua è stata fatta passare nella concimaia, in modo da provvedere a quella che, tecnicamente, si chiama fertirrigazione dei pascoli. Ovviamente è impossibile farla a monte della concimaia, ma dalle tracce par di capire che si è provveduto anche in certe zone grazie ad un trattore con l’apposita botte.

Sulla via del ritorno, ancora qualche scatto alle vacche e alle capre che stanno ruminando al sole. Laggiù in basso la pianura, lo smog, il traffico. Un’altra vita. Ma questi animali tra non molto scenderanno e continueranno la loro vita per qualche mese circondate da un mondo che sa sempre meno di loro, del mestiere dell’allevatore. Pensate che si leggono addirittura articoli in cui si parla della necessità di abolire le campane, in quanto dannose per gli animali stessi!

Questi animali invece non credo che scenderanno in pianura. Nella frazione dove parte la mulattiera, c’è infatti un’azienda agricola, con tanto di stalla in mezzo alle abitazioni. Gli animali sono al pascolo, poco sotto qualcuno sta girando il fieno con il trattore. Una montagna ancora viva, fin quando ci sarà qualcuno con la passione dell’allevamento. Fin quando si riuscirà a (soprav)vivere con questa passione.

Un gregge di servizio

Oggi voglio parlarvi di una cosa nuova. Un progetto che coinvolge un parco naturale e le pecore. In Italia, non in Francia! Il progetto è questo e si chiama LIFE Xerograzing. Sul sito che vi ho indicato, trovate tante informazioni e dettagli, per chi volesse, c’è anche una pagina Facebook qui.

Adesso però passiamo ad analizzare la riunione tenutasi venerdì scorso 22 novembre a Bussoleno (TO), uno dei due comuni coinvolti direttamente nel progetto. Comuni, Università di Torino e Parco Alpi Cozie hanno presentato al pubblico il progetto nelle sue varie fasi progettuali e operative, dando poi spazio al pubblico per domande e suggerimenti. Ottenere l’approvazione di un progetto LIFE dall’Europa non è semplice, quindi c’era un certo orgoglio nell’avere avuto successo in questa sfida.

Il pubblico ascoltava attento, ma ancora prima della presentazione dettagliata serpeggiava un certo scetticismo e qualche malumore, alimentato anche da articoli usciti qua e là sui giornali e on-line, dove si polemizzava apertamente sulle cifre e sugli obiettivi, senza tentare di capire il significato e l’importanza di un progetto del genere. Innanzitutto, com’è stato ben spiegato, i progetti LIFE stanziano soldi per l’ambiente, quindi quel milione di euro non era comunque possibile girarlo per le industrie o per gli ospedali che chiudono. E poi, proprio oggi, con negli occhi le alluvioni che hanno flagellato alcune parti d’Italia… possibile che vediamo sempre e solo gli effetti, sordi a chi parla di prevenzione, di corretta pianificazione territoriale, ecc ecc? L’area interessata è anche spesso oggetto di incendi, quindi ripulire delle superfici abbandonate preverrà rischi di dissesto ed eviterà che si spendano soldi per dover estinguere l’ennesimo fuoco sulle montagne.

Il progetto potete leggerlo nel dettaglio sul sito, se siete interessati a conoscerne le singole parti, ma io qui cerco di farvi una rapida carrellata dei punti che maggiormente potrebbero interessare anche chi non vive da quelle parti, usando le slides dell’intervento di Giampiero Lombardi dell’Università di Torino. Siamo nella zona SIC delle Oasi Xerotermiche (qui la scheda), un’area abbastanza unica per le sue caratteristiche ambientali (e quindi per la flora, prima che per la fauna), che presenta ancora visibili segni di uso agricolo antico, ma che oggi è sempre più vittima dell’abbandono da parte dell’uomo.

Questo territorio è, tra gli appassionati, famoso per le fioriture delle orchidee selvatiche (oltre che per la presenza di numerose altre specie botaniche rare), messe a rischio dall’abbandono, perchè l’espansione della vegetazione arborea ed arbustiva riduce la biodiversità, andando ad invadere i prati e i pascoli nelle zone più impervie e gli antichi coltivi e terrazzamenti nelle aree più facilmente raggiungibili.

Già in passato qui c’era un utilizzazione da parte di greggi, con un pascolo di animali locali e, in determinate stagioni, il passaggio di greggi transumanti. Oggi anche quest’attività è scomparsa quasi del tutto. Il territorio ne sta risentendo ed è messa a rischio persino la sua stessa fruibilità, dato che anche i sentieri vengono invasi dai cespugli.

Per gli addetti ai lavori, questi sono concetti ben noti da tempo. Quante volte ve ne ho parlato anche sulle pagine di questo blog? Purtroppo mi è capitato anche di dover raccontare vicende in cui Parchi naturali accusavano le greggi di mettere a rischio la biodiversità vegetale (e animale)… Mi viene da sorridere se ripenso a quando proprio si citavano le orchidee come specie minacciate dal pascolamento. Certo, eravamo in altri territori (parchi fluviali), ma a me sembra che, se si mantiene pulita l’area di pascolo, ci sono e ci saranno sempre fioriture evidenti e varie.

Quindi? Quindi anche aree soggette a tutela (parchi, riserve, ecc) presentano determinati ambienti di pregio che non si mantengono senza intervento umano! Mi piacerebbe che questo concetto lo comprendessero anche tutti coloro che si definiscono “ambientalisti”, senza conoscere fino in fondo il significato della parola. Esistono sì le riserve naturali integrali, ma per tutto il resto del territorio, l’uomo gioca la sua parte, nel bene e nel male. Una corretta ed equilibrata presenza/utilizzazione da parte dell’uomo è FONDAMENTALE per preservare l’ambiente.

Veniamo allora al cuore del progetto, che durerà 5 anni. Come gestire quelle aree di pregio? Le colture agrarie ormai sono improponibili, bisognerebbe lavorare come 100-200 anni fa e non ci sarebbe alcun reddito (erano colture di sussistenza). Anche lo sfalcio sarebbe arduo, vista la quasi totale assenza di viabilità e le pendenze. Rimane quindi il metodo più naturale, il pascolamento degli ovini.

Così il progetto prevede di istituire un “gregge di servizio”, 150 pecore da affidare ad un pastore (ma che resteranno proprietà del parco), da utilizzare per il pascolamento delle aree individuate. Per ora si tratta di terreni di proprietà comunale, poi ci si auspica di coinvolgere anche i privati. Alcune aree verranno prima decespugliate, poi si realizzeranno recinzioni fisse per il contenimento degli animali, punti acqua e punti sale, sistemazione di sentieri, ecc ecc.

Il punto adesso è individuare il pastore, mentre si pensa a redigere il “piano di pascolo” da seguire. Vi sono terreni ad uso civico, quindi la precedenza ovviamente sarà data ad un allevatore locale. Verrà istituito un apposito bando per individuare il pastore che si occuperà della gestione, ovviamente impegnandosi a seguire le direttive dei ricercatori del progetto, al fine di poter monitorare gli effetti in campo. Cinque anni di progetto finanziato, ma il tutto dovrà essere portato avanti anche oltre, per almeno una trentina di anni, in un’ottica di continuità e reale gestione del territorio. Ci sono già state manifestazioni di interesse da parte di alcuni allevatori, ma tramite bando pubblico si sceglierà quello con le caratteristiche più idonee.

I costi del progetto hanno fatto discutere, ma a me le domande che sono venute in mente sono state di altro genere. 150 ovini sono un numero quasi da hobbista, tanto più che saranno di proprietà del Parco e l’allevatore potrà solo vendere gli agnelli. Avrà il pascolamento di quelle aree per quel certo periodo all’anno, ma dovrà mantenere i capi per tutti i restanti mesi. Quindi? Quindi ovviamente serve un’azienda già esistente sul territorio, con un numero di capi maggiore, attività integrative (es. mungitura e caseificazione). Ci sono realtà simili? Mi auguro di sì e mi auguro davvero che questa sia una buona opportunità da sfruttare anche per dare alla pastorizia il suo giusto riconoscimento. Non facciamo sempre solo polemiche, ma trasformiamo i nostri dubbi/perplessità in critiche costruttive. Ci saranno altre riunioni sul territorio, ma comunque possiamo far arrivare per via telematica i nostri suggerimenti e idee qui.

Visto in giro

Piove, giornata non facile per i pastori vaganti, nei pascoli di pianura, terreni magari fangosi, erba forse pagata a caro prezzo che viene sprecata dagli animali. Il tempo però non si comanda e allora pensiamo ad altro.

(foto M.Verona)

Torniamo indietro nel tempo, ai mesi estivi, quando chi andava in giro con la macchina fotografica scattava foto che poi mi inviava. Queste addirittura risalgono all’inizio stagione, mese di giugno, e sono state scattate da mio papà nella zona del Colombardo (Val di Susa).

(Foto M.Verona)

Ecco una Savoiarda ancora nel pascoli di bassa quota, con i boschi sullo sfondo. Ormai, a causa delle nevicate precoci di quest’anno, anche chi va ancora a fare gite in montagna difficilmente vede bestie al pascolo.

(Foto M.Verona)

Prima di cambiare soggetto ed area geografica, ecco un ultimo scatto dai pascoli, sempre sulle montagne di Condove (Val di Susa). Ma adesso spostiamoci e sentiamo cosa ci racconta un amico del blog.

Lungo i sentieri (Foto C.Borrini)

La parola a Carlo. “Questa volta niente pecore, capre o vacche ma cavalli, muli e asini con i loro someggiatori e il formaggio svizzero Sbrinz (un prodotto che comunque ha a che fare con gli alpeggi). Sto parlando dell’arrivo dei someggiatori della Sbrinz Route a Premia in Val Formazza a cui ho assistito per la prima volta; la tradizione dura da nove anni. Si tratta di una festa per il paese ed un’attrazione per i turisti: i viandanti con i loro animali carichi di merci ci riportano ad un mondo che non c’è più.

Sui sentieri della Sbrinz Route (Foto C.Borrini)                                                                                                                                                                                                                                        

Per tanto tempo il trasporto del formaggio d’alpe sui valichi alpini è stato coordinato da Brienz. La mulattiera che attraversa il passo del Grimsel e del Gries verso Domodossola è stata una delle rotte più battute e venne addirittura battezzata Sbrinz Route. Nel tardo medioevo, il formaggio duro «Sbrinz» è diventato un articolo di successo. Grazie a questo formaggio la mulattiera si è sviluppata attraverso il Jochpass nell’entroterra svizzero (Oberland Bernese), proseguendo attraverso i passi alpini Grimsel e Gries verso l’Italia settentrionale diventando una via commerciale. In cambio di vino, mais, riso, olio e spezie che venivano importati dal sud, sul mercato di Domodossola e quindi di Milano, giungevano soprattutto formaggio duro e bestiame da macello. In questa cornice, lo «Sbrinz» divenne un formaggio d’esportazione estremamente richiesto.

Verso Premia (Foto C.Borrini)

Oggi la via del Gries percorsa dagli ospiti elvetici è una lunga passeggiata per appassionati di trekking e paesaggi alpini. Una volta l’anno rivive il suo glorioso passato grazie a queste persone che, indossati gli abiti degli avi montanari, passo dopo passo ripercorrono questo cammino lungo una settimana. La via del Gries fu utilizzata sino al 18mo secolo, poi iniziò a perdere di importanza mentre diventarono sempre più frequentate la via del Sempione e del San Gottardo, quando merci e persone iniziarono a viaggiare su carri e diligenze.

Accolti dal Sindaco (Foto C.Borrini)

Alle 18 circa di venerdì 24 agosto i someggiatori della Sbrinz Route sono arrivati a Premia con il loro prezioso carico. Il tempo non è stato molto clemente né verso i mulattieri né verso di noi che li abbiamo aspettati lungo i sentieri (siamo stati sorpresi da un paio di acquazzoni mica da ridere). Sono stati accolti, all’ingresso del paese dal Sindaco, da un Gruppo folkloristico e dalla Banda. 

Per le vie di Premia (Foto C.Borrini)

Quindi la carovana composta da una trentina di animali e una cinquantina di personaggi ha sfilato nelle strette vie di Premia fino alla zona del Pattinaggio. Dopo i discorsi di rito e lo scambio dei doni la dimostrazione dell’arte del taglio della forma di Sbrinz, assaggi per tutti e vendita del famoso formaggio svizzero. La serata di festa e allegria si è conclusa con un meritato riposo per i someggiatori svizzeri e per gli animali, che già al sorgere del sole dovranno rimettersi in cammino per raggiungere la città di Domodossola dove si concluderà la loro marcia. Il ritorno in patria sarà meno impegnativo: trasporto in camion fino a Riale (cascate del Toce) e poi di nuovo a piedi attraverso il passo San Giacomo e quindi di nuovo in Svizzera.

Accoglienza agli amici Svizzeri (Foto C.Borrini)

Ecco un’immagine della calorosa accoglienza ai someggiatori. Qui potete vedere il sito della Sbrinz Route (in Tedesco). Qui invece qualche breve informazione sul formaggio Sbrinz, di cui nelle ultime immagini di Carlo vediamo le fasi conclusive della cerimonia, con la preparazione delle forme al taglio e la pesatura delle fette.

Si tagliano le forme (Foto C.Borrini)

Pesatura e vendita delle fette di Sbrinz (Foto C.Borrini)

 

Pastori moderni

Un nuovo appuntamento per la troupe che sta realizzando il film sui pastori in Piemonte nell’ambito del progetto Propast. Questa volta si sale in alpeggio in Val di Susa, più precisamente in Val Cenischia, nel comune di Venaus. Il posto non è sconosciuto per chi segue da anni questo blog, siamo all’alpeggio Pravaren.

Qui c’è una giovane coppia di pastori “moderni” con i loro bambini, devono essere questi ultimi gli autori delle “sculture” appese alla tettoia coperta nel cortile antistante la stalla. Modernità e tradizione, la storia di Andrea e Silvia la conosciamo già, ma in occasione delle riprese del film veniamo a sapere nuovi particolari sul cosa li ha portati qui e sui miglioramenti apportati dal 2010 ad oggi.

Sono cresciuti i bimbi, Matilde è una signorinella, anche se c’è ancora l’ultimo anno di asilo ad attenderla. A lei piace disegnare, andare a cavallo, è incerta sul suo futuro, ma fa le prove “da velina” sulla panca in cortile. Pietro invece è schivo e più silenzioso, sparisce nel bosco a caccia di insetti, un futuro entomologo?

Le prime riprese sono per Marco, uno dei pastori rumeni presenti in alpeggio. Sta partendo al pascolo con gli animali da latte, pecore e capre che sono già state munte anche quella mattina. Andrea è orgoglioso delle sue capre, specialmente quelle di razza Rove, per lui le più adatte alla montagna e dalla buona produttività. Spiega in un misto di Italiano-Rumeno a Marco dove andare, noi poi lo seguiremo. “Sono veri pastori, ho imparato tanto da loro… Hanno ambizione, non rientrano se le pecore non sono ben piene. L’unico problema è la lingua…“.

Ed il vero pastore Marco forse non ha capito, o forse l’ha fatto apposta, ma manda il gregge in un posto dove la nostra troupe non può seguirlo. Il pascolo “pulito” è troppo assolato, le bestie si ammucchierebbero senza pascolare, quindi le spinge verso il versante cespuglioso, dove tra gli ontani le bestie troveranno anche erba fresca, ma telecamera, cavalletto, microfoni ed operatori non possono addentrarsi. Film o non film, le pecore devono mangiare!

Ci raggiunge Andrea in “versione pastore” e, a telecamere spente, inizia a raccontarci un po’ di sè. Gli studi a Torino, sua città di origine (ma guai chiamarlo “il cittadino”!!!). Prima filosofia, mentre lavorava come muratore. La delusione di certi corsi che doveva seguire, ma l’interesse per materie come l’antropologia. “Allora ho lasciato ed ho fatto i test per architettura ed ingegneria, così quasi per scherzo. Li ho passati e mi sono iscritto ad ingegneria edile. Mi mancavano gli esami dell’ultimo anno per la laurea breve, 8 esami… Ma ho lasciato perdere anche lì.” Andrea però stava facendo nuove scelte, nuove idee continuavano a maturare nella sua testa ed anche oggi è un vulcano di progetti.

La tradizione è Silvia, i cui genitori già avevano una piccola azienda di vacche piemontesi. Oggi lei passa la maggior parte della giornata in caseificio, coadiuvata da Elena, la moglie di Marco. Ci sono numerose attrezzature nuove e moderne, l’azienda ha fatto grandi investimenti, dalla mia scorsa visita, e Silvia si sta specializzando in produzioni sempre nuove e sempre migliori. Adesso fanno anche parte della Cooperativa “Il Trifoglio”, una bella realtà che unisce alcune aziende in provincia di Torino e permette di espandere il mercato dei singoli soci, anche con un punto vendita a Torino città. Infatti “…in alpeggio di gente ne viene sempre meno, anche qui nei fine settimana ci tocca scendere sulla strada a mettere la bancarella, nonostante si possa arrivare fin qui con l’auto. E’ un impegno non da poco, per fortuna ci sono i nostri genitori che ci aiutano.

C’è anche un Andrea in versione casaro. Lo osserviamo nella meravigliosa cantina ricolma di formaggi dei tipi più diversi (ovino, caprino, latte misto…), finalmente adeguata alle loro esigenze. Sono stati fatti investimenti per coibentarla, attrezzarla con strumenti che garantiscano la temperatura e l’umidità giusta, oltre ad isolarla dalle mosche. Qui sta forando i Blu di pecora, ma ci racconta di essersi specializzato nelle mozzarelle, una lavorazione delicata “che ti rovina le mani” a causa della temperatura, ma dalla quale si ottiene un prodotto molto richiesto. E così alla sera, magari a tarda ora, Andrea fa anche quello.

Però c’è anche un Andrea forestale… Insieme al cognato, svolgono lavori forestali, come la realizzazione ed esbosco di questa pista per le ciaspole realizzata poco più a valle, appena sopra a bar Cenisio. “Bisogna mettere insieme tutto per tirare avanti, la nostra forza è di essere una famiglia. Gli operai rumeni mi costano, ma lavorano bene. Io non sono un pastore, a me piace cambiare. Spesso mi trovo a dover fare ciò che mi piace meno, cioè il manager, vado avanti ed indietro, porto giù i prodotti, poi con il mio socio Silvano studiamo nuove idee… Bisogna inventarsi nuove cose, le spese sono sempre maggiori, per poter lavorare devi attrezzarti, adesso mi sono lanciato ed ho comprato una cascina in pianura, a Reano non ci lasciavano più lavorare. Ho trovato una banca che mi ha dato fiducia, le famiglie ci aiutano…“.

Silvia è ancora in caseificio. Ha lavorato latte di vacca e latte di capra, poi le ricotte. Lei ha poco tempo per godersi il sole di montagna… Quanta strada da quel corso a Moretta fatto “…quasi per scherzo“, come diceva prima Andrea. Qui si produce un po’ di tutto, dalla mozzarella allo yogurt (di vacca e di pecora), dalla toma dei tre latti alle cagliate lattiche da cui si ottengono tomini freschi e stagionati. Ed infatti il caseificio è in attività fino a tarda ora, a differenza di certi altri posti nei quali trovi sì una vasta gamma di prodotti, ma non noti grandi segni di attività casearia…

Al pomeriggio le vacche rientrano da sole per la mungitura, ma per avvicinarsi alla stalla bisogna superare le oche da guardia! Intanto pecore e capre sono ancora più in alto e rientreranno solo quelle da latte, le asciutte resteranno su, chiuse nelle reti di notte. Di queste ultime si occupa Cosmin, giovane pastore rumeno.

E’ un bel posto, Pravaren, le strutture sono buone, purtroppo i pascoli non sono dei migliori, un po’ per le gestioni passate, un po’ per la posizione, assolata, a rischio di siccità. Sicuramente questa coppia sta investendo tanto, ma d’altra parte il contratto di affitto prevedeva una parte in denaro, un’altra in opere di miglioramento.

Nel tardo pomeriggio Marco munge le pecore, poi con la moglie Elena mungerà anche le capre. “E’ un momento a cui tengono, quello delle capre, perchè stanno insieme, parlano…“, spiega Silvia. Purtroppo noi fatichiamo a comunicare con questi pastori, la prossima volta ricorreremo a qualcuno che funga da interprete. Marco ed Elena hanno famiglia in Romania, dei figli maggiorenni, la figlia studia all’università per diventare maestra.

In stalla Cosmin ed Elena mungono le vacche. Il lavoro è continuo, dalle 5:00 del mattino quando si inizia fino alla sera tardi, a volte non si cena prima delle 23:00. Ma “…lavoro piace, sì!“, afferma Cosmin che, candidamente con una risata dice che il motivo che l’ha portato qui sono “…soldi!!“.

Arriva qualcuno a comprare formaggio ed Andrea si occupa anche del punto vendita, incombenza divisa con Silvia. Ribadisce che, solitamente, lui non sta a casa tutto il giorno, ma appunto fa la spola con il fondovalle, aiuta il cognato, prende contatti… Certo, non un vero pastore, ma qual è il pastore del futuro? Chi saprà evolversi o chi resterà profondamente radicato solo alla tradizione?

Silvia, finalmente terminati i lavori e le pulizie in caseificio, chiama i figli per un “momento compiti”. Anche lei è multifunzione, dalla gestione della casa ad essere mamma, dal caseificio al coordinare gli aiutanti lì in alpeggio e molto altro ancora. Non è entusiasta dallo spostamento futuro verso la pianura, lei è nata e cresciuta a Reano. Più facile per l’uomo adattarsi a nuove case, nuovi posti, ma una donna (e una mamma) pensa alla nuova casa da sistemare, al cambio di scuola e di amicizie per i figli…

Ovviamente per tutti l’invito è di andare a Pravaren (trovate le frecce sulla strada prima di Bar Cenisio). I formaggi non vi deluderanno…

Sperando di poter ricominciare

Daniele Audisio è del1978, troppo “vecchio” per il libro. Ma la sua storia comunque la pubblico qui, così da condividerla con tutti voi. E’ abbastanza lunga, ma prendetevi il giusto tempo per leggerla tutta.

Vivo a Caprie, un paesino di circa 1300 abitanti in bassa Val Susa,un po’ fuori dal paese in una zona collinare dove ci sono poche case, sparse, ed i piccoli appezzamenti adibiti anni fa a prato –pascolo si stanno trasformando piano piano in “boschi”. In questi anni ne ho recuperati parecchi, per un totale di 10 giornate, ed in più ci sono quelli di proprietà che per fortuna erano già ben tenuti ed utilizzati da mio padre. Caprie fino a 15 anni fa era un paese abbastanza agricolo, c’erano una decina di famiglie che aveva 10-15 vacche e qualche capra, ed uno che aveva un centinaio di pecore. Adesso ci sono solo più 2 particolari con 3-4 vacche ed una famiglia che ha un’azienda agricola con oltre 100 capi che si accaparra tutti i prati comodi in paese e noi se vogliamo coltivare questo hobby dobbiamo far tutto il fieno a mano nei piccoli appezzamenti di 0.5 – 1 giornata perché i loro mezzi lì non ci passano.

Da 3 anni convivo e mi son spostato a Sant’Antonino di Susa, a maggio mi sposo e poi vedo come e dove andare, spero vivamente di spostarmi da questo paese, non posso fare niente qui. Fin da piccolo mi è sempre piaciuto andar in montagna e star in mezzo alla natura, a casa mio padre ha sempre avuto tanti conigli e quindi d‘estate aiutavo a far il fieno. Andavamo a vedere le transumanze dei marghè diretti sulle montagne di Condove e, questo è veramente buffo, mi ricordo varie volte che mia mamma raccontava che da piccolo, quando avevo 3 anni volevo andar a vedere i “m m” (le vacche). Visto che io lo volevo ed ai miei piaceva, mi portavano, poi quando sentivo la rudunà mi spaventavo e mi stringevo forte al collo di mia madre. Mia pro-zia d’inverno prendeva sempre 2 vacche per far mangiar il fieno, prendere il latte ed il letame per i prati, io dopo l’uscita dall’asilo, dalle elementari e medie, trascorrevo la giornata da mia nonna che abitava a fianco della pro-zia perché i miei lavoravano in fabbrica, non vedevo l’ora che andasse in stalla per vedere le vacche, se non la vedevo in giro andavo a cercarla perché volevo andar nella stalla. La sera scendevo giù e la osservavo mentre faceva tutti i lavori, e poco alla volta mentre crescevo iniziavo ad aiutarla, da lei ho imparato molte cose: passar la brusa per strigliargli il pelo, far le code, dar il fieno, togliere il letame far nascere il bucin e soprattutto mungere a mano, far burro e formaggio, son stati dei bei momenti che mi hanno formato ed accresciuto la passione.

Nel 1998 con mio fratello ed una coppia di suoi amici abbiamo aperto un allevamento di cavalli a San Giorio da salto ostacoli e dressage, abbiamo acquistato 6 fattrici e vendevamo i puledri, alcuni sono andati alle fasi finali del tour di salto in libertà dei 3 anni a Verona durante la fiera cavalli. Nel 2004 questa coppia ha divorziato e dopo pochi mesi abbiamo venduto tutto; attualmente a casa da mio papà ho ancora un cavallo che mangia a sbafo e lo impegna regolarmente per accudirlo, lo volevo vendere ma lui non vuole, lo ha sempre preferito alle pecore.

Nell’estate del 2004 son salito spesso nei weekend da un amico che ha bovini ed ovi-caprini e stando con lui la maladia dle feie mi ha contagiato, era da un po’ che la sentivo dentro, ma in quell’estate si è manifestata, ho imparato a medicar le zoppie, girar le reti, mungerle e far poppare gli agnelli, questo mi veniva naturale. Entravo nel trup e mi diceva prendi sto agnello e mettilo sotto a quella pecora, prendi questo e mettilo sotto a quell’altra, così è semplice, ma la sera riconoscevo gli agnelli e mi ricordavo quale era la sua mamma, in un gregge di 400 pecore… Nei weekend successivi spesso capitava che, visto che son abituato ad alzarmi alle 5 da 12 anni per andar a lavorare, non riuscivo più a girarmi nel letto ed aspettare che lui si alzasse, ed allora quando ero stufo mi alzavo ed iniziavo a far un giro tra le reti a veder chi e quanti erano nati, osservavo che poppassero e che le madri li volessero, poi iniziavo a far  poppare qualche agnello, intanto il padrone si affacciava alla porta e mi urlava che il caffè era salito…dopo di che si mungevano le capre e qualche pecora ed io andavo in pastura mentre lui faceva il formaggio. Di sera dopo aver chiuso il gregge e finito tutti i lavori, salivamo all’alpeggio dove c’erano i suoi con le vacche e li aiutavamo a mungere.

Nell’inverno del 2005 visto che sentivo la mancanza di qualche animale ho avuto l’occasione di comprare 12 pecore con 6 agnelle di razza biellese. I miei non erano per niente contenti, ma come al solito una volta che erano a casa e vedevano che le accudivo bene erano più tranquilli. Mia madre era sempre agitata quando mi veniva a trovare al pascolo e le chiedevo di guardarle 2 minuti, mentre giravo le reti per la notte, si agitava perché le vedeva muovere ed aveva paura che scappassero… Devo tanto ai miei genitori perché mio padre mi aiuta a far il fieno ed a raccogliere le foglie per la lettiera e soprattutto a togliere il letame, che in una piccola stalla come la mia si toglie a mano, una vera tribolazione. Mia madre, quando abitavo ancora da loro, specialmente d’inverno ed in primavera dopo che veniva buio si preoccupava e mi telefonava spesso per sapere se era tutto a posto e se arrivavo quasi, visto che era notte e non sentiva ancora le campane, io le rispondevo sempre allo stesso modo, fin che non son quasi tutte coricate non torno a stalla perché vuol dire che mangiano bene dove si trovano (anche se poi in stalla avevano le greppie piene di fieno ).

La mia stalla è piccola e tiene solo 30 pecore quindi è il massimo che ne ho allevate.

D’estate le davo in alpeggio sulle montagne di Condove all’alpe Tomba di Matolda, nei week end e nel mese di ferie andavo su ad aiutare. Nel 2010 mia madre si è nuovamente ammalata, questa volta a distanza di 10 anni dal cancro al seno, è stata colpita nelle ossa, la mia vita ha rallentato ed ho scelto di passare molto del tempo libero con lei, quindi visto che non era abituata a star a casa voleva andar in montagna a trovare gli amici e quindi andando da Pognant e da Albino ho comprato 2+2 agnelle di questi Pastori. Purtroppo a maggio 2011 le condizioni di salute di mia mamma si stavano velocemente aggravando, io iniziai ad essere poco lucido, gli impegni erano molti (lavoro in ditta fino alle 14-gira le reti alle feie-spostale-aiuta in casa-portala in ospedale3-4 volte la settimana- dai il cambio a mio papà….) e le priorità erano una sola: star il più possibile con lei. L’erba cresceva velocemente, veniva dura, tutto non si poteva fare e le cose fatte così “alla buona” non vanno bene soprattutto se ci sono degli esseri viventi di mezzo, loro sono gli ultimi che ne devono patire, quindi andai dagli amici che mi prendevano le feie in guardia e gli chiesi se me le prendevano e quando salivano perché così non risultava più, non potevo star dietro a tutto. Purtroppo con una scusa ignobile mi dissero che non me le avrebbero prese,” troppo comodo aver bestie e poi darle in montagna ed andar a spasso mentre gli altri lavorano.” il non andar in alpeggio ad aiutare i conduttori del mio “gregge” è stato frainteso da parte loro, non sapevano che le condizioni di salute di mia mamma erano così gravi e che preferivo passar del tempo con lei. Come ho già detto in questo periodo ero poco lucido e molto arrabbiato quindi appena ho sentito queste affermazioni da uno di loro, d’impulso ho risposto male ed ho preso una soluzione, senza ragionare e spiegare perché l’estate precedente non ero presente in alpeggio. Ho voluto ascoltare il volere di mia mamma, e spero vivamente che da lassù non si rattristi a sentir ciò e che non si senta in colpa, e le ho vendute. Ho versato tante di quelle lacrime ed ancor ora mentre ti sto scrivendo mi sento un grup dentro allo stomaco che è micidiale, non dovevo venderle, ho sbagliato, anche se però in quel momento veniva difficile riuscir a far tutto e farlo bene, poi bisognava trovar qualcun altro che me le prendeva per l’estate, trovar il modo di far il fieno, o spendere dei soldi e parecchi per comprarlo e poi la cosa più difficile da gestire era questa situazione di salute di mia madre che mi preoccupava tantissimo. Avessi saputo che la sua vita stava finendo così velocemente, avrei fatto di più per tenerle, ora mi sento vuoto, senza di loro. Le pecore con un po’ di pazienza e fortuna riuscirò a riaverle, ma lei no!

Quest’autunno il ragazzo a cui ho venduto le ultime 18 me ne voleva ridare 5, le uniche che ha tenuto nel suo gregge, ma mio papà ora è stanco, stufo, abbattuto e non le vuole più a casa sua, dice che ha lavorato una vita ed ora è solo e non vuol aver altre bestie, altri impegni a casa, qui a Sant’Antonino non ho il posto perché sto in mezzo al paese e quindi devo spostarmi.

La famiglia della mia futura moglie ha una stalla dove ci starebbero parecchie vacche, attualmente in semi-disuso, a parte le 15 vacche di suo zio, solo che non ha terreno ed è circondata da pascoli di altri marghè, quindi è difficile iniziare una vera attività o di riprendere quella dell’hobbista pecoraio, bisognerebbe comprar tutto, sarebbe difficile “rubare” l’erba per il pascolo e non sarebbe conveniente.  A casa da mio padre c’è un po’ di terra sparsa e da agricoltura eroica, visto i fieni da far completamente a mano e quindi anche qui se volessi far il fieno e poi portarlo su alla sua stalla, sarebbe un casino e non conveniente, è vero che sarebbe solo un hobby però ci sarebbero più uscite che entrate e mi aumenterebbero notevolmente i km per andar al lavoro in fabbrica.

L’agricoltura, le bestie, richiedono molta passione, a me non manca, però c’è una bella differenza tra: lo faccio per hobby a casa mia, sono quasi o totalmente autosufficiente, e lo faccio lassù perché c’è la stalla, ma poi devo comprar tutto e non le posso pascolare al di fuori di piccoli e rari appezzamenti marginali. Lassù c’è la stalla e bisognerebbe riempirla, ma ora come ora ci va troppo coraggio iniziando da zero e senza pascolo.

Potessi iniziare vorrei allevare delle piemontesi con qualche barà per i formaggi, capre e pecore, quest’ultime non potrebbero mai mancare. La pianura è bella e comoda, in un attimo entri con la rotofalce e tagli giornate e giornate, se il tempo è bello ci stai poco a fare il fieno, poi bagni i prati e corri su in alpeggio e li si che è una meraviglia, l’aria pura, i colori delle fioriture, il fischio del vento, il volo dell’aquila, gli animali belli larghi… sono i momenti più felici, lavoro ce n’è, ma è diverso. La stalla si pulisce con l’acqua, si fanno le bialere per fertilizzare i pascoli e soprattutto non devi dare fieno, erba e mettere la paglia tutti i giorni alle bestie, se la brucano da soli, sposti i fili o le reti e vai al pascolo.

Fino a quando ho avuto le pecore mi alzavo alle 5 andavo in stalla davo il fieno e se c’erano gli agnelli guardavo che mangiassero da soli altrimenti o tenevo le feie per farli poppare o gli davo il biberon, se dovevano partorire, prima aspettavo che tutto fosse a posto e poi andavo in ditta, tanto in ditta nessuno è indispensabile e non ci sono soddisfazioni, invece in stalla sei indispensabile quando un animale deve partorire e non riesce spontaneamente, e quando poi il parto va bene li sì che ti senti SODDISFATTO. Alle 14.15 ero a casa ed andavo subito a metterle al pascolo, se era inverno le mettevo fuori dalla stalla, altrimenti aprivo le reti e mentre iniziavano a pascolare le giravo per la notte, inoltre tiravo altre reti per il mattino seguente, dove grazie all’aiuto di mio padre arrivava nei prati apriva il recinto notturno e loro passavano nel pezzo di pascolo intero e si saziavano fino al mio arrivo nel pomeriggio.

Ho studiato da perito agrario all’Itas “G. Dalmasso” di Pianezza e mi sono diplomato nel 1998, dopo un anno sabbatico trascorso nei vigneti di Alba son tornato a casa dai miei e visto che in valle sbocchi da perito non ce ne sono, i soldi per aprir un’attività non c’erano oltre ad allevare in società dei cavalli son andato a lavorare in una ditta metalmeccanica, seguendo le orme dei miei genitori.

Per me la fabbrica doveva essere l’ultima spiaggia, ma o diventavo dall’oggi al domani autosufficiente e mi mantenevo da solo in un’altra casa ( e mantenersi senza lavoro o iniziare un’attività senza soldi vien difficile ) o facevo come voleva mio padre e quindi i miei 5 anni di studio sono stati solo anni “sprecati”. In fabbrica in 12 anni di lavoro ne ho fatte di cose buone per l’azienda, io seguo la logistica, programmo il lavoro sugli impianti e per fortuna sono capace ed il lavoro funziona bene, ma mai nessuno mi ha fatto un complimento, mai una minima soddisfazione.

Nell’allevamento ci sono molte soddisfazioni, tutto inizia con la vita, col parto, la madre che lo lecca, lui che si alza e fa la prima poppata, è ancora instabile sulle zampe, cade non trova la mammella e vedi la mamma che si gira, si abbassa, gliela sporge mentre emette dei richiami per incoraggiarlo a succhiare il primo latte, questa è la soddisfazione più grande.

Di soddisfazioni ce ne sono altre ad esempio quando vedi i tuoi animali belli in carne, grasè , larghe e lo vedono pure gli altri che ti fanno i complimenti per come le hai tenute d’inverno. Un’altra soddisfazione è durante la transumanza vedere e sentire i tuoi animali come con fierezza portano i rudun , pruvensal, cioche. Io son malato anche per questi, ne compro sempre anche ora che son senza animali, li compro alle cene, alle fiere, o come per maggio, ne ho fatto montare uno in occasione del matrimonio.

Ovviamente ci sono anche dei lati negativi e la cosa più brutta è quando perdi un animale, in montagna per un morso di vipera, poverina la vedi gonfiare e non puoi far nulla in un attimo muore. Devastante la perdita per predazione, ti sale un nervoso, perché magari sei stato tutto il giorno dietro alle pecore e per colpa della nebbia spessa qualcuna non l’hai vista è rimasta fuori delle reti e la mattina dopo trovi ciuffi di lana e chiazza di sangue ovunque e da li a poco i resti dell’animale, che il più delle volte è uno dei tuoi preferiti, perché succede sempre così. La perdita di un agnello,…ogni volta che c’è la morte c’è un momento triste, ma la vita va avanti e noi dobbiamo cercar di essere forti e seguir la vita in cerca di soddisfazioni.

Nel mio caso il lavoro più duro era quello di togliere il letame, lo facevo ogni 12-13 giorni altrimenti veniva troppo calpestato e non lo toglievi più a mano, una volta mi è capitato di rompere il manico del trent, era quasi nuovo, ma ero ancora inesperto ed erano passati 22giorni e sembrava cemento. A Caprie ero veramente ben visto da tutti, appena mi hanno visto pascolare le pecore mi hanno chiesto in tanti di andargli a pulire i prati , o cosa rimaneva di loro, anche perché mi conoscevano già quasi tutti poi avendone poche riuscivo a farle mangiare un po’ ovunque.

Tempo libero per gli amici c’era la sera se non si era troppo stanchi o comunque nel fine settimana, dove lo trascorrevo specialmente in compagnia di amici allevatori, ho quasi solo amici allevatori, con gli altri ho poco da condividere e nulla da imparare, invece a altri allevatori si ha sempre qualcosa da imparare.

Mi piacerebbe molto iniziare un’attività di allevatore, ma come ho già accennato, partir da zero al giorno d’oggi ci va veramente coraggio, fino a che le cose non migliorano, i prodotti non riprendono valore e si abbassano le spese, è veramente dura, mi sa che non basta più la passione… Probabilmente io sto invecchiando troppo in fretta ed a maggior ragione ora che mi sto per sposare e creare una famiglia, ci  vogliono delle entrate sicure, per ora uno stipendio fisso ce l’ho, so di non essere per nulla soddisfatto di questo lavoro, ma un conto è iniziar da zero a 18-20 anni semi-supportato dai genitori e “mangiato io mangiato tutti” ed un conto è farlo ora a 33 anni mentre sto creando una famiglia, ci sono nuove e maggiori responsabilità. A breve decideremo se e cosa sarà, un hobby o qualcosa di diverso, anche un misto mi piacerebbe, forse sarebbe la soluzione migliore e più “ comoda” e cioè un agriturismo, massimo 50 posti aperto nel weekend su 4 servizi, visto che la mia futura moglie ha studiato da cuoca e da pasticcera, e con 4-6 vacche (2 da latte x i formaggi e 4 piemontesi) 10-12 capre per latte e carne e ovviamente una quarantina di pecore, 2-3 maiali e qualche pennuto per far contenta la mia ragazza e variare il menù.

Ai giovani allevatori voglio dire che devono organizzarsi, aprire delle nuove vie telematiche e/o far delle” cooperative” per la distribuzione e la valorizzazione dei prodotti del nostro territorio, creare un marchio, perché solo con la promozione la gente viene a conoscenza di ciò che si produce in Italia, senza dover per forza comprare tutto all’estero e noi rimetterci, per sopravvivere e guadagnar qualcosa bisogna investire in un marchio in una d.o.p. così da garantire al cliente la genuinità del prodotto e di avere maggior visibilità e  richiesta. Battetevi per eliminare i contributi, o meglio i contributi dati ai grossi allevamenti di tori della pianura, una grossa piaga sociale, questi prendono i contributi per il pascolo in montagna dove non portano ne gli animali e tanto meno le deiezioni, affittano gli alpeggi con una parte dei soldi dei contributi e li sub-affittano ai march, rovinando anche i prezzi degli alpeggi privati che vanno all’incanto, questi possono alzare i prezzo a loro piacimento tanto i soldi non li tirano fuori.

Uso internet e lo trovo molto utile e lo consiglio a tutti, perché si posso imparare molte cose, mi ricordo quando 4 anni fa i veterinari della mia a.s.l. mi avevano avvisato che sarebbero venuti in azienda per farmi il vaccino per la blue tongue, va bene; non sapevo cosa fosse, mi son collegato ad internet e mi son documentato, quando sono arrivati li ho spiazzati parlandogli della lingua blu.

Questa è la mia testimonianza da ex hobbista spero vivamente che le cose migliorino e tornino almeno come prima, anche se l’idea dell’agriturismo mi stimola molto…vedremo.