Otto montagne

C’è un libro che dovete leggere, se non l’avete ancora fatto. La maggior parte dei libri che ho letto nella mia vita, li ho presi in biblioteca, perché se avessi dovuto acquistarli a questo punto avrei una casa con i muri fatti di volumi, talmente tanti sono i titoli che ho “divorato”. Raramente cerco un libro sulla base di recensioni, di solito mi affido al caso. Vado allo scaffale dei nuovi arrivi e mi lascio ispirare da qualcosa, una frase nella quarta di copertina, un titolo, la copertina stessa. Con “Le otto montagne” di Paolo Cognetti pensavo di leggere un romanzo “di montagna”.

Non pensavo però di trovare la “montagna” nell’accezione di chi vi sale in alpeggio con il bestiame. Montagna intesa come alpeggio, “lui la chiama così“, dice uno dei protagonisti. Ho letto le recensioni solo una volta terminata la lettura di questo meraviglioso libro, scritto con uno stile scorrevole, in grado di far rivivere (specialmente a chi la montagna la conosce bene) sensazioni, paesaggi, suoni, rumori e persino odori. Ero lì durante la mungitura, vedevo i momenti della lavorazione del latte, guardavo con tristezza l’alpeggio vuoto e abbandonato, le baite crollate, sentivo i campanacci.

Le recensioni sono tutte positive e al suo Autore, quasi mio coscritto, hanno portato un meritato successo. I posti di cui parla mi sono meno famigliari di altri, ma mi sembrava comunque di conoscerli. Ho poi cercato on-line i riferimenti ed ho scoperto di essere stata in alcuni di quei luighi, ma ho solo sfiorato il vallone in cui è ambientato il cuore del romanzo. Però non è quello il punto: in questa o in quella valle, io mi ci ritrovavo a camminare per quel sentiero. Vivevo il cambiamento delle stagioni, la transumanza verso l’alpeggio, i pascoli che via via vengono mangiati, l’ora speciale della sera, la mia preferita quando ero lassù, quella in cui il tempo si dilata, i suoni sono più profondi, c’è una pace che non ho mai ritrovato altrove.

Anche i protagonisti mi pareva già di averli incontrati, per lo meno quelli della montagna. Prevedevo le loro risposte, i loro comportamenti, il loro attaccamento a quelle baite, agli animali, al lavoro, ai luoghi di origine. Chi scrive le recensioni parla del rapporto padre-figlio, parla della montagna intesa come territorio, come scuola di vita, come luogo in cui ci si confronta con sé stessi meglio che non altrove. Tutto vero, e l’Autore è molto bravo a tratteggiare i suoi personaggi, il loro carattere, i conflitti interiori, la trama del romanzo.

Ma io mi sono soprattutto lasciata trasportare lassù (il lago non è questo, ma è poco lontano…) nelle quattro stagioni, specialmente quella estiva e quella autunnale, la salita in alpeggio quando ormai è tutto pascolato, bruciato dal gelo, con le fiamme dorate dei larici. L’aria che cambia dopo quel certo temporale, i raggi che si fanno obliqui… Certe descrizioni sono identiche nei miei occhi, nei miei ricordi, forse le ho già riportate da qualche parte anche nei miei libri o su queste pagine virtuali. Chi ha scritto “Le otto montagne”, la montagna la conosce bene, l’ha vissuta. Non è solo opera di fantasia, questo romanzo, ma… anche senza conoscere l’Autore, posso immaginare che nelle pagine della sua opera ci siano tante ore spese lassù, nella montagna dei pascoli, in quella del bosco e pure in quella più altra, delle pietraie e dei nevai.

Molte volte i libri “di montagna” hanno come protagonisti quelli che “vanno” in montagna. Qui invece c’è chi la abita chi la vive, chi cerca di resistere, chi vuole riportare in vita l’alpeggio abbandonato, sfalciare e pascolare i prati che altrimenti verrebbero invasi di cespugli e alberi.

Eccolo il torrente lungo cui giocavano i protagonisti, da bambini, torrente che cambierà, che si ingrosserà con le alluvioni, che verrà sfruttato dall’uomo per produrre energia. Ma che, in alto, continuerà a scorrere in mezzo a pascoli e rocce. Anche nel libro c’è qualche capra, che pascola incustodita alle alte quote… C’è la vita dell’alpe ritratta nella sua cruda realtà, senza eccessi di poesia. C’è il margaro che nasce con quella “malattia” e non potrà mai lasciare quel suo mondo, la sua montagna.

Leggete “Le otto montagne”, non rimarrete delusi. Scorre fluido come il torrente lungo il quale salirete e ridiscenderete molte volte con i protagonisti. E’ una bella storia, dura e spigolosa come i montanari, una storia che emoziona più volte, dall’inizio alla fine. Una storia che mi ha fatto riflettere anche su vicende personali. Una storia di territorio e radici, ma anche di valori antichi.  A me ha lasciato dentro un senso di malinconico struggimento, ma anche una gran voglia di andare a vedere quel vallone. Non chiedetemi dov’è… leggete il libro e provate anche voi a scoprirlo!

Meglio di così non si poteva dire

Una lettrice di questo blog (grazie!!!!!!) mi aveva consigliato un libro. Non poteva farmi regalo più grande… perchè questo libro l’ho divorato, mi sono emozionata, ho vissuto le scene, le situazioni, i vari momenti che vengono raccontati. Così, per tutti gli appassionati di pastorizia, suggerisco un bel regalo di Natale. “La vita del pastore. Storia di un uomo e del suo cane, di un territorio e di un gregge” di James Rebanks, edizioni Mondadori. Anzi, fate una bella accoppiata, insieme alle mie “Storie di pascolo vagante”.

Vedete, anche le capre sono interessate a questo libro! Scherzi a parte, quando l’ho iniziato, non mi aspettavo proprio un libro così. Rebanks racconta la sua vita di ragazzo, di uomo, ma soprattutto di pastore. Un pastore molto particolare, un pastore speciale, che nasce nella realtà rurale del Lake District, ma poi va molto oltre il suo mondo, fino a Oxford all’università. Grazie alla lettura di molti, moltissimi libri (e dire che, da bambino, ha abbandonato la scuola appena possibile per lavorare in fattoria!), capisce meglio quanto è prezioso quello che ha intorno a sé, ma soprattutto impara ad esprimere nel migliore dei modi i suoi sentimenti per ciò che lo circonda. E così ecco un meraviglioso libro sulla pastorizia, con tanti spunti di riflessione, cruda realtà, splendidi panorami, passione per gli animali e per un mestiere che è una scelta di vita.

(foto J.Rebanks)

I panorami dobbiamo immaginarli, nel testo c’è solo un paio di foto in bianco e nero, ma poi io ho cercato su Facebook ed ho trovato il profilo di James, così ho preso in prestito un po’ di immagini. Mi è venuta anche voglia di andare da quelle parti, con un pizzico di paura nell’incontrare James e fotografarlo… potrei essere scambiata per una turista, come quella che aveva immortalato suo nonno mentre sistemava i muretti. “(…) il nonno si voltò dall’altra parte e si allontanò. “Andate al diavolo” mormorò sottovoce. Considerava i turisti che arrivavano a frotte nelle belle giornate di sole come delle scocciature, come delle formiche: venivano a rompere le scatole e avevano delle idee strane, ma bastava un po’ di cattivo tempo che sparivano di nuovo, lasciandoci continuare ciò che contava davvero. Il “tempo libero” per lui era un concetto strano, moderno e preoccupante; l’idea che una persona potesse salire su di una montagna solo per il gusto di farlo era poco più che una follia. (…) Non credo capisse che queste persone avevano un altro modo di intendere il “possesso” del Lake District. L’avrebbe trovato strano come entrare in un giardino della periferia di Londra e dire che era “un po’ anche suo” perchè gli piacevano i fiori.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Sono molte le considerazioni di James sul territorio, sul diverso modo di intenderlo, tra chi ci è nato e ci lavora da generazioni… e chi invece arriva da fuori e dice di volerlo tutelare. Ma chi lo tutela più di tutti è chi ci lavora: “E’ la voce che c’è nelle nostre teste a tenere in vita il Lake District, a riparare i muretti, a bonificare i campi e mantenere le pecore ben curate e nutrite. Molte di queste cose sfidano le leggi dell’economia. Alcuni nostri amici trascorrono anche cinquanta e più giorni all’anno a ricostruire i muretti delle loro fattorie, quando la soluzione moderna sarebbe di lasciarli cadere e rivendere le pietre. Lo fanno perchè va fatto.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Ma soprattutto ci sono le pecore: agnelli, agnelloni, montoni… Tutto il rito delle fiere, l’orgoglio di avere animali belli e invidiati. “L’autunno rappresenta il culmine di tutto ciò che fa di noi quelli che siamo. (…) In questo periodo la campagna dell’Inghilterra del Nord pullula letteralmente di centinaia di aste e fiere diverse.” “Saper riconoscere tra centinaia di esemplari disponibili quello più adatto al tuo gregge richiede un certo talento. E’ una cosa della massimo importanza. Il valore e la reputazione delle tue pecore possono aumentare o diminuire rapidamente in base a queste decisioni. Un buon gregge possiede uno stile e una natura particolari che riflettono centinaia di scelte fatte a monte, a volte nell’arco di diversi decenni o addirittura secoli.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono mai stata da quelle parti e non so come sia l’inverno… Ma Rebanks ce lo fa vivere con le sue parole, quando lo accompagniamo a cercare le pecore nei vari recinti. Non è pascolo vagante, ma sono razze nate e selezionate per vivere in questi ambienti, con questi climi. “Neve. I pastori temono e detestano la neve abbondante e le raffiche di vento. La neve uccide. Seppellisce le pecore. Ricopre l’erba e le rende ancora più dipendenti da noi per la loro sopravvivenza. Così non sopportiamo l’euforia degli altri. Palle di neve. Pupazzi di neve. Slitte. Ci fa paura. Un po’ di neve è innocua, possiamo dare il fieno alle pecore e quelle riusciranno a sopportare il freddo. Ma la combinazione di neve e vento è letale. (…) Una volta che avete visto delle pecore morte dietro ai muretti dopo che la neve si è sciolta, o degli agnelli morti là dove sono nati, non potete più amare la neve con tanta innocenza. Eppure, pur temendo e detestando i suoi effetti peggiori, ammetto che rende la valle bellissima.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è il pastore, ci sono le pecore e ci sono i suoi cani. “Un cane esperto sa portare fuori con attenzione le pecore da un dirupo, spostandosi a destra o sinistra o fermandosi di scatto al fischio del padrone. Un cane giovane o male addestrato non ce la farebbe, o peggio, rischierebbe di spaventarle e farle scappare sul ghiaione o sulle pareti rocciose.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è una pastorizia diversa da quella a cui siamo abituati e diverse sono le razze, ma leggendo è tutto chiaro, anche per noi che stiamo a migliaia di chilometri di distanza. “E poi ripetiamo questo ciclo daccapo, proprio come facevano i nostri antenati prima di noi. E’un sistema di allevamento rimasto invariato nei secoli. E’ cambiato per dimensioni (dato che le fattorie si sono annesse l’un l’altra per poter sopravvivere, quindi ora ce ne sono di meno), ma non nella sostanza. Se portaste un vichingo sulle nostre montagne, capirebbe benissimo cosa stiamo facendo e com’è organizzato il nostro anno agricolo. La tempistica di ciascuna mansione varia a seconda delle valli e delle fattorie. Le cose sono scandite dalle stagioni e dalla necessità, non dalla nostra volontà.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

James va all’università, ma non abbandona mai la fattoria. “Quando le montagne del Lake District comparvero davanti a noi mi sentii di nuovo a casa. Mi sembrava che mi stessero abbracciando come degli amici e strinsi i pugni gridando: SONO A CASA! (…) Ero andato a Oxford per dimostrare qualcosa a me stesso e forse anche agli altri. Ma non ero molto soddisfatto. Non avevo più voglia di dimostrare nulla.” “Questa fattoria oggi è tutto il mio mondo. La mia famiglia. Le mie pecore. La mia casa. Non mi pento mai di essere qui, nemmeno nelle lunghe giornate grigie e piovose – e per fortuna, perchè ne abbiamo parecchie.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Potrei citarvi non so quanti altri passi del libro, la poesia, ma anche il crudo realismo con cui ci viene presentato questo mondo così ricco di difficoltà, fatica. La fienagione, la pioggia sul fieno che lo fa marcire, la nebbia, i ruscelli che si ingrossano, le epidemie che colpiscono le pecore. La soddisfazione per i risultati, la bellezza dei capi migliori. “A volte penso che il nostro senso di appartenenza abbia a che fare con tutto il maltempo che abbiamo sopportato, che consideriamo questa terra casa nostra perchè vento, pioggia, grandine, neve, fango e tempeste non sono riusciti a sloggiarci.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono le Alpi, ma anche qui ci sono montagne. “I giorni in cui riportiamo le pecore in montagna sono tra i miei momenti preferiti dell’anno. Niente può eguagliare la sensazione di libertà e spazio aperto che provi quando lavori con il gregge e i cani sui terreni comuni. Sfuggo al senso di assurdità che cerca di divorarmi in pianura. La mia vita ha uno scopo, un significato tangibile e sensato.” “Non c’è niente di meglio che lavorare su queste montagne, sempre che non si congeli dal freddo o ci si ritrovi inzuppati di pioggia (sebbene anche questo ti faccia sentire vivo come non capita nella vita moderna, dietro un vetro). Il senso di atemporalità che c’è quassù è emozionante.

James Rebanks dice tutto quello che c’era da dire, difficile poterlo fare meglio. Leggetelo… poi fatemi sapere se è piaciuto anche a voi!

Ascoltate l’intervista

Sicuramente il mio nuovo libro, “Storie di pascolo vagante”, porterà questo mondo, quello dei pastori, anche laddove normalmente era ignorato. Aver pubblicato come una casa editrice importante e conosciuta come Laterza fa sì che vi sia un’efficiente campagna stampa, per cui il primo contatto è stato addirittura con la RAI.

Vi siete persi la diretta ieri? Nessun problema. Potete ascoltare l’intervista QUI.

Scusate se do così tanto spazio al mio libro, tralasciando gli aggiornamenti con nuove “storie”. Questa pubblicazione è stata un traguardo dopo quasi 10 anni di post scritti solo per passione su queste pagine virtuali. Ma di sola passione non si vive… se volete continuare a leggere anche queste pagine virtuali, devo riuscire ad avere un ritorno economico dai miei libri, visto che il blog è totalmente gratuito!

Inizio anche a ricevere recensioni sul mio “lavoro”. Mi permetto di condividerne una che ho appena letto, ringraziando l’autore per le belle parole. Aspetto tutte le vostre impressioni! Grazie. Nei prossimi giorni, impegni vari permettendo, riprenderò con gli arretrati e le “storie” normali.

Un libro da leggere

Ho parecchi libri da recensire sul blog. Ogni tanto qualcuno mi scrive chiedendomi consigli o suggerimenti per leggere testi che parlino di pastorizia. Quello di cui sto per parlare è sicuramente uno che potrebbe piacere molto agli appassionati di questo sito. Temo però che sia un testo di non facile reperibilità.

Nel mio caso è stato il graditissimo dono di un amico. “La stagione dei castrati” di Luigi Marioli, Valgrigna Edizioni, 2013. Si tratta di un romanzo, una storia di fantasia, ma che, man mano che la leggiamo, possiamo immaginare reale. Come potrete intuire dal titolo e dalla copertina, si parla di pastorizia, una pastorizia dei tempi andati e che già allora necessitava di trasformazioni per adattarsi al mondo che stava rapidamente cambiando.

Un pastore particolarmente illuminato, figlio di pastori, che diventa un vero e proprio manager, pensando a quello che oggi tanto viene ripetuto sulla valorizzazione dei prodotti in tempi in cui questi concetti non erano ancora nemmeno stati inventati. “Ma la mente del tacolèr non si soffermò troppo a lungo a guardare il macello. Egli vedeva già la rivincita sull’inesorabile sconfitta del mondo pastorale.” Gli anni della prima guerra mondiale, il dopoguerra, la politica e storie d’amore sono lo sfondo di questo romanzo.

Soprattutto però c’è una profonda conoscenza del mondo della pastorizia, dall’alpe alla transumanza alla pianura del pascolo vagante, delle emozioni che si vivono quando si ha la passione, la malattia per le pecore. Ho letto il libro di un fiato, nonostante le sue oltre 300 pagine, vivendo intensamente alcuni momenti, di cui potevo riconoscere gli odori, le luci, l’umidità, il freddo, le sensazioni “…strinse con forza la capezza, guardando la luna striscia bianca del gregge che procedeva sulla strada e lo sentì come fosse suo.” Mi sono commossa, sono arrivata all’ultima pagina con un groppo in gola denso come quella nebbia, la sighéra, che avvolgeva il gregge nella pianura…

Un libro da leggere

Quando uno dei tanti amici di questo blog mi aveva segnalato questo libro, leggendone le recensioni on-line subito avevo detto: “Qualcuno mi ha già rubato l’ispirazione!“. Infatti avevo trovato alcune tematiche del mio romanzo attualmente “in cantiere”.

Ho poi conosciuto il suo autore ad Ormea, durante una giornata che ci ha visti entrambi ospiti per presentare i nostri rispettivi libri. Anche lui è un blogger ospite su questa piattaforma (Baroni Rampanti), e qui trovate la sua sintesi dell’opera. Io adesso tenterò di farvene la recensione.

Ho letto “Nel tempo dei lupi” sul treno che mi portava a Roma la settimana scorsa. Qui anche voi potete leggerne l’incipit. Ci sono tante cose in questo romanzo che si legge tutto d’un fiato. Il contrasto tra l’uomo iper moderno, guidato dal navigatore, dipendente dal palmare, dalle e-mail, dalle connessioni e chi ancora vive in luoghi isolati dalla civiltà, ancora più isolati perchè… “non c’è campo”. Guido è l’uomo moderno, Giusè il pastore/eremita, che non sa nemmeno cosa sia internet. Ci sono lingue quasi scomparse, come quella parlata a Realdo, nell’entroterra ligure. Ci sono quei posti “di confine”, dove la frontiera esiste sulla carta, ma le popolazioni (umane ed animali) si sono sempre mescolate senza curarsi troppo delle convenzioni che fanno sì che con un passo sei in Italia, con l’altro in Francia. E poi c’è il lupo. Che da quelle parti c’era, ma poi per decine e decine di anni non si era più visto.

L’Autore descrive con estremo realismo una realtà che conosce bene, quel territorio ad un passo dal mare, ciò nonostante dimenticato da tutti, sconosciuto ai più, terra dove qualcuno ancora resiste, magari un pastore o qualche bracconiere, i cavatori di pietra d’ardesia, qualche anziano. Giusè, il pastore, pare di vederlo. Ho incontrato alcuni personaggi che gli assomigliavano molto, qua e là nelle vallate, con l’unica differenza che a me li avevano descritti come scorbutici e diffidenti, ma poi ho sempre trovato un’ottima accoglienza anche da parte dei più riservati. Una sorte ben diversa da quella del primo incontro di Guido e Giusè. Se posso fare una critica al libro, che nel complesso mi è piaciuto molto, forse ho trovato un po’ eccessivi alcuni atteggiamenti estremi ed estremisti del pastore (quando “riceve” Guido nella sua casa, leggete e capirete) o nel modo di fare dei bracconieri. Mi hanno ricordato la donna che, nel film “Il vento fa il suo giro”, arrivava al punto di mozzarsi un dito della mano pur di incolpare il forestiero. Forse un’esagerazione?

Guido deve installare un’antenna; l’unico che, in mancanza del segnale GPS, può portarlo nel posto adatto a posizionarla, è il pastore, che accetta dopo qualche ritrosia iniziale. Abbandona però il suo ruolo di guida quando capisce che lì, a poca distanza del suo gregge di capre, c’è un pericolo. Un lupo, o meglio, una lupa gravida. E’ proprio vero che il lupo è tornato. Così il pastore va a mettere in salvo i suoi animali e smette di aiutare l’uomo del XXI secolo, per iniziare ad escogitare un mezzo per catturare il predatore.

Non vi racconto tutto il romanzo, lo lascio leggere a voi, per vivere pagina dopo pagina la trasformazione di Guido, il progressivo distacco dal suo tempo, la sua trasformazione in uomo che sa vivere e cavarsela nella natura più ostile e povera, lasciandosi alle spalle tutto il progresso che, all’inizio, lo rendeva incapace di gestire i propri problemi in mancanza di supporto tecnologico. Sullo sfondo si aggira sempre la lupa, astuta più di chi la vorrebbe catturare, che stabilisce con Guido una strana simbiosi. E’ una lupa per cui ci si sente di prendere le parti contro i bracconieri ostili d’oltreconfine, così arroganti e ignoranti, anche perchè è una lupa che rispetta chi ha rispetto di lei.

Leggendo “Nel tempo dei lupi” ci troveremo a riflettere sul nostro rapporto con la vita “naturale”, ma anche sulla progressiva scomparsa di quei personaggi, veri custodi di una memoria fatta di gesti, di toponimi, di conoscenze (le erbe medicinali, saper leggere i segni del territorio). Quando non ci saranno più loro, anche con tutta la tecnologia più innovativa, sarà impossibile recuperare quello che soltanto loro erano in grado di fare.

Maria delle pecore

Un librettino che occupa poco spazio, si potrebbe dire che è l’ideale per infilare nel gilè oppure nello zaino e portarlo al pascolo. Ma oggi non è più il tempo di Maria, oggi persino pascolare le pecore è un’altra cosa, è diventato un mestiere stressante e non si riesce più a cogliere la gioia delle piccole cose, quelle che invece hanno sostenuto la vita di Maria attraverso le mille difficoltà che l’hanno contraddistinta.

Me l’ha consigliato un amico, anche lui “malato” di pastorizia. Ho dovuto ordinarlo, perchè non era presente in libreria, ma quando ho iniziato a leggerlo ho scoperto di aver ben speso i miei 10 euro. La storia è semplice (qui la trama), ma non per questo meno coinvolgente o emozionante. Maria racconta all’Autore la sua vita, da quando viene trovata in fasce da un pastore fino all’età avanzata, ormai ottantenne bloccata su di una sedia a rotelle. Nata con niente, nemmeno i genitori, la donna ha saputo gioire di tutte le piccole cose che via via la circondavano, ha dovuto sopportare la perdita di molte delle persone amate, ma ha sempre saputo affrontare il futuro. Così racconta uno dei tanti episodi che la vedono legata al suo gregge. Maria è appena tornata dall’ospedale, dov’è stata ricoverata per le conseguenze di una caduta. “Ho ritrovato la mia casa, le mie pecore, il mio luminoso altipiano un mese più tardi, ma senza poter camminare. Non li avevo mai lasciati così a lungo. Sono rimasta parecchio tempo con le mie bestie che venivano a leccarmi le mani, a morsicare il grembiule, a manifestare la loro gioia di avermi ritrovata.

Due guerre, malattie, ristrettezze, ma la gente era unita e solidale. Poi arriva il benessere e tutto cambia, la televisione tiene la gente in casa e si perde la vita del paese. Questi sono i luoghi di Maria, una realtà senza dubbio agricola, ma diversa da quella descritta nel libro. Qui un sito turistico sulla regione.

Vi invito a leggerlo per riflettere, soprattutto oggi in questi tempi di “crisi”. La forza d’animo di Maria, la sua capacità di trarre gioia dalle piccole cose quotidiane (le pietre calde su cui sdraiarsi, gli agnelli che giocano, i profumi ed i colori dell’altipiano) dovrebbero farci riflettere su cosa andiamo cercando noi oggigiorno e sui motivi della nostra insoddisfazione. Molti passaggi mi hanno profondamente emozionata. Lo consiglio a tutti gli amanti della pastorizia, della vita rurale, della semplicità… ma anche a tutti gli altri, che provino a mettere in discussione le vite di cui non sono soddisfatti. Certo, erano “altri tempi”, ma bisognerebbe lavorarci su per fare in modo da coniugare quello che di buono ci ha portato il progresso con certi importanti valori che si sono persi.

Maria delle pecore, di Christian Signol. Libreria Editrice Fiorentina

…nel Biellese

L’amica Gabriella “che cammina con l’asino” è tra coloro che mi hanno fatto degli inaspettati (e graditissimi) doni arrivati per posta. Lei è andata a cercare un vecchio libretto pubblicato dalla Comunità Montana Bassa valle Cervo e Valle Oropa, intitolato “La pecora “biellese” nel Biellese”. Testi e foto sono di due grandi che oggi non ci sono più, Gustavo Buratti e Gianfranco Bini.

Si legge di un fiato, sono “solo” 64 pagine, dense di dati, notizie e testimonianze interessanti. Pubblicato nel 1988, a quanto pare se ne trovano ancora alcune copie in CM (fin quando, ahimè, ci sarà la CM…).

Vorrei fare qualche riflessione con voi. Innanzitutto un “lamento” sul fatto che ben poco è stato fatto da allora per valorizzare e conservare la razza biellese. Ormai non si tiene nemmeno più l’annuale fiera ovina a Castellengo di Cossato, evento che richiamava un gran numero di appassionati nel mese di aprile. “…una razza ovina che ha accompagnato, fin dai tempi più lontani, la vita della nostra gente, per la quale ha rappresentato una fondamentale risorsa economica ed una componente culturale…“.

Ci sono molti spunti di riflessione leggendo i dati storici. A me ha colpito soprattutto questo: “Nel 1864 una pecora valeva 15 lire e un chilogrammo di lana 2,20 lire“.

Che dire poi sui numeri? 16.500 capi nel 1850, 5499 nel 1930, 4712 capi di Biellese nel 1952, con il minimo storico di 2334 nel 1961. E’ triste leggere che lo standard di razza venne definito con decreto Ministeriale nel 1959, quando la popolazione era così ridotta. Nel 1985 erano stimati 15.700 capi di ovini Biellesi.

Il nomadismo è il sistema adottato dagli allevatori con le greggi più grandi, i quali, pur essendo poche decine, allevano la stragrande maggioranza dei capi. Oltre all’aspetto quantitativo, bisogna osservare che essi eccellono anche dal punto di vista della qualità del bestiame; i pastori sono i veri esperti della razza e potendo contare su un elevato numero di capi, svolgono un’empirica ma efficace selezione genetica.

Si descrive la vita del pastore nomade nelle varie stagioni, le caratteristiche della razza, le attitudini produttive, per terminare con delle testimonianze molto evocative. Viene intervistato Ferruccio Ramella Paia (intervista raccolta da Buratti nel 1967-68), classe 1932: “Dorme sempre all’aperto, anche d’inverno, così come si conviene ad un buon pastore ramigher; sono gli scusciat (imboscati) che dormono in un letto a casa. (…) Se piove, la testa è riparata dall’ombrello aperto. (…) Per i pascoli invernali e o primaverili, ci si arrangia con i padroni dei fondi; nel Biellese, i padroni che non vogliono pastori sul proprio fondo mettono la cros, cioè un bacchetto piantato verticalmente, con sulla cima legata della paglia od altro; questa usanza non vi è in basso, verso il Novarese.

Piero Lanza invece torna a casa la sera e conduce il gregge da solo: “Durante i pascoli invernali e primaverili, siamo tutti dei fuorilegge, perchè ormai ovunque il pascolo è abusivo. Non comprende perchè la legislazione del pascolo abusivo sia così severa, nel senso che, anche risarciti i danni al proprietario del fondo, vi debba anche essere la condanna penale. (…) Tutti i pastori ormai sono stati condannati con la condizionale quindi rischiano la galera in quanto non vi è alcuna legale possibilità di pascolare durante l’inverno e la primavera.

Vi sono poi situazioni assurde: si pensi al pastore che deve sgomberare la strada (su intimazione della Polizia Stradale) al passaggio di corriere, funerali ecc. Ma non ha la possibilità di uscire dalla carreggiata senza incorrere nel reato di pascolo abusivo!

Passano gli anni, eppure siamo ancora qui a discutere all’incirca le stesse problematiche. Ci si auspicava la ricostituzione dell’Associazione dei pastori, a quel tempo sciolta ormai da più di dieci anni… E oggi, cosa racconterebbe un pastore biellese del 2013?

Un po’ di storia

Lo spunto per questo post viene da varie cose: vecchie foto che mi sono state prestate, due libri che mi sono stati regalati quest’estate, ma che finalmente solo ora riesco a leggere con calma, una lettera saltata fuori facendo ordine e pulizia.

(Foto archivio fam. Aglì)

Parliamo di alpeggi, alpeggi del passato. Guardare le vecchie foto fa riflettere e non poco. Su come è cambiato il territorio, su come fosse gestita la montagna, su come siano mutate le condizioni climatiche (a metà agosto c’era ancora la valanga che arrivava fino in fondo al vallone). Poi guardi le razze degli animali, la loro taglia (più piccoli, più adatti ai monti) ed infine guardi le persone.

(foto archivio fam. Aglì)

Ovvio che di baite ce n’erano tante dappertutto, le famiglie erano numerose. Vedi baite che oggi non ci sono più, trasformate in cumuli di macerie… Pensi a com’era la vita, senza strade, senza luce, con poco di tutto. Pensi alle parole degli anziani, che parlano di vita comunitaria, ordine e regole per tutti: “C’era uno che comandava tutti, ciascuno aveva il suo prato da tagliare e poi i pascoli, si comandava la roida… Adesso sono in due, e litigano!

Ho poi anche trovato questo, non così vecchio, perchè è solo del 2006. Sono gli aggiornamenti delle tariffe di affitto di alpeggi e fourest dal 2006 in poi, con variazione da lire ad euro. In questo caso le tariffe non sono in base agli ettari, l’alpeggio non va all’asta, ma si paga un tot ogni capo di bestiame condotto in alpe. E’ uno dei sistemi vigenti (che io sappia, ho incontrato casi del genere solo in Val Pellice, ma probabilmente accade anche altrove) per stabilire l’affitto della montagna.

Per chi ama le curiosità sulla storia locale, ecco due libri di Rinaldo Breusa, “L’uomo e la montagna” e “Sulle orme dei padri” (Alzani editore). Si parte dalla storia personale per avere uno sguardo più ampio sulla vita, la società del secolo scorso in Val Germanasca, terra di origine dell’Autore. Un capitolo de “L’uomo…” è intitolato: “La mia prima esperienza come pastore di pecore” e allora capita di emozionarsi leggendo, riconoscendo luoghi, situazioni… La foto di copertina invece fa riferimento ad un fatto narrato nel capitolo “Le mie pecore”, quando il 14 settembre 1972 (giorno della fiera di Pragelato), una fitta nevicata bloccò le pecore in alta quota. Rinaldo ci coinvolge narrandoci le fatiche del recupero, conducendoci lassù tra rocce, neve, tormenta e pericoli.

Nell’altra opera invece (“Sulle orme dei padri”) ho appreso interessanti notizie sull’alpeggio posto alla testata del Vallone di Rodoretto, l’alpe della Balma. Sembra tutto semplice… l’alpeggio! Pascoli, erba da mangiare per gli animali d’estate. Invece no, ci si addentra in un complesso sistema di proprietà, consorzi, addirittura: “…con un modello gestionale che risale al Medioevo, veniva utilizzato in forma collettiva dai proprietari i quali, con una gestione di tipo societario, possedevano delle quote che permettevano loro di introdurre nell’alpe stesso un certo numero di capi bovini e ovini a seconda delle quote possedute…“. C’era un pascolo dei bovini ed un pascolo delle pecore e c’erano delle norme che regolavano i diritti del prelievo del letame di pecora!!! Altri tempi…

Alpe di Giaveno superiore, Val Sangone

Mi piacerebbe avere libri che mi spiegano la storia di tutte le vallate, di tutti gli alpeggi (soprattutto quelli abbandonati) che incontro su per i monti. Come avveniva la gestione un tempo, chi saliva qui, chi erano i proprietari, cosa si produceva, come si pascolava. Scopri magari che su certi alpeggi piemontesi della provincia di Torino addirittura erano arrivati dei pastori bergamaschi, oppure c’era un Ruascin con le sue pecore a pascolare i perdù.

Uno dei nostri inviati

In questi anni il numero dei lettori (e degli “inviati”) del blog è aumentato. Tra gli “storici” c’è sicuramente Silvio, che in questi giorni ha fatto la sua comparsa anche su Facebook. Poco per volta ci si ritrova tutti lì a commentare foto e chiacchierare di questo e di quello, sempre restando più o meno in ambito zootecnico. Nel social network poi a quanto pare site più a vostro agio nel commentare i post, che qui spesso restano senza commenti.

Comunque, mesi fa Silvio mi aveva inviato immagini dell’ahimè innevata Fiera della Calà a Bobbio Pellice. Giornataccia… Non c’erano gli animali ed anche le bancarelle erano scarse. Quella nevicata di fine ottobre aveva rovinato diverse manifestazioni.

Silvio, eroico, aveva allestito il suo stand, ma evidentemente non molta gente aveva fatto un giro in piazza, quel giorno.

Silvio, tra una campana e l’altra, è anche convolato a nozze con Tiziana. E dove sono andati in viaggio di nozze? In Val d’Aosta a vedere se c’erano ancora bestie al pascolo, nonostante la stagione. Direi che… sì, le hanno trovate!

Ecco ancora un’altra immagine dalla Valtournanche. Viene un po’ di nostalgia in questa stagione, nel cuore dell’inverno, nel vedere le montagne! Silvio poi ci consiglia anche un libro, che a dire la verità non ho mai letto. “Ti segnalo questo libretto di 120 pagine. Una bella lettura sulla vita del giovane pastore transumante Mario Fantino girèt. Si chiama: “Ricordi di un pastorello” di Mauro Fantino editore. E’ uscito nel 2007. I lettori possono farsi un’idea  di come possa essere poco facile la vita da pastore soprattutto se non è proprio una libera scelta, oltretutto i racconti sono datati negli anni 50/60, quindi immagina che vita. Comunque molto bello e lo consiglio vivamente anche ai non lettori come me.” 

Per finire, una foto artistica, sempre di Silvio. Effetti speciali per pecore alla Vaccera, Val d’Angrogna.  Comunque… anche se adesso siete tutti su FB, non dimenticatevi del blog ed ogni tanto mandate qualcosa, se vi fa piacere!

L’ultimo pastore, bello, ma…

Finalmente anche in Italia un film sul mondo della pastorizia nomade, sul pascolo vagante! Quale strumento migliore per raggiungere il pubblico, per far conoscere questa realtà? Scrivere una recensione de “L’ultimo pastore” però non è un compito per niente facile per la sottoscritta. Da una parte la lunga attesa di quest’opera, diventata famosa ancor prima di essere terminata per “aver portato le pecore in Piazza Duomo a Milano”, fatto che è stato ripreso da tutti i TG, come compare anche nelle scene finali del film. La sua visione mi ha lasciato sentimenti contrastanti: gioia e commozione, ma anche un po’ di delusione ed amarezza. Quello che posso dire è che un film che sicuramente emozionerà e stupirà tutti coloro che mai hanno visto dal vivo un gregge vagante, che non sanno che questo mestiere viene ancora praticato, anche in periferia di una grande città come Milano.

Un appunto iniziale sul titolo. Cosa vi viene in mente? A me un senso di fine, di sconfitta, di mancanza di futuro. L’ultimo dei Mohicani… Tutte le volte che ho incontrato il compianto Gianfranco Bini, con lui ho discusso sulla sua teoria degli “ultimi”. Lassù non ci sono gli ultimi… Perchè nonostante le difficoltà, i pastori, i montanari, sanno adattarsi e resistere, magari trasformandosi, ma continuano la loro vita, il loro mestiere. Vedendo il film si capisce che questo è (forse?) l’ultimo pastore a pascolare in periferia di Milano, ma poi dalla stessa visione dell’opera si capisce che un futuro per il suo mestiere c’è. Forse non con il figlio maggiore, Gottardo, ma di sicuro con il mediano Giovanni, che ha quello sguardo del pastore che sa vedere lontano. Il mio timore è che il pubblico veda sì una favola di speranza, in cui i bambini possono ancora incontrare un mondo che non è scomparso, che continua anche tra le difficili condizioni della periferia urbana. Ma temo anche che vi legga un messaggio di un mondo che va a morire. Speriamo di no!

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Non c’è problema di svelare la trama, perchè non è un film che debba mantenere una certa suspance… Che le pecore arriveranno a Milano lo sappiamo tutti. “Non ti aspettare un documentario, perchè è una fiaba“, mi aveva detto chiaramente il regista Marco Bonfanti. E così mi sono accomodata in sala curiosa di vedere come questa fiaba avrebbe raccontato il mondo della pastorizia nomade a chi invece non lo conosce. Perdonatemi, di lavoro non faccio il critico, meno che meno il critico cinematografico, quindi quello che segue è scritto dal punto di vista di chi la pastorizia nomade l’ha prima “studiata” e poi è entrata a farne parte.

La prima parte mi è piaciuta, le immagini sono molto belle e coinvolgenti, suoni “ambientali” e musica aiutano ad entrare davvero nel film, in alpeggio, tra le pecore. In realtà fino ad un certo punto del film vedevo più il documentario/film (ben fatto, non noioso o didascalico, non soltanto tecnico) che non la fiaba, e l’equilibrio tra il mondo del pastore Renato e quello dei bambini della scuola milanese che non sanno nemmeno chi è o cosa fa il pastore funzionava bene. Dalle parole di Marco Bonfanti, il regista, temevo che la fiaba non mostrasse/nominasse i problemi che affiggono il mondo della pastorizia, quelli che lo mettono in pericolo, invece per la maggior parte emergono qua e là nell’intera opera.

Ancora di più mi è piaciuta la famiglia di Renato, la moglie Lucia, una donna forte, l’ennesima figura femminile di questo mondo dell’allevamento tradizionale, che non compare davanti al gregge come il pastore conosciuto da tutti, ma che è la base dell’azienda, oltre che della famiglia. A lei il compito, oltre che di crescere i figli e tenere la casa, di sbrigare l’imponente mole di burocrazia, tenere i contatti per le vendite di animali, ecc… Ma anche fare forza al marito quando a questo può venir voglia “di venderle tutte”. Perchè lei ha sposato l’uomo e il pastore, sono due cose indissolubili, senza le pecore non sarebbe più lui e quindi in un certo senso si romperebbe anche il loro legame. Bellissimi i figli, specialmente il mediano Giovanni, che nel film dice poche parole, ma ha sguardi e modi che parlano da soli. Mi piacerebbe incontrarlo, quel ragazzo, e chiedere a lui, più che a suo papà, cosa ne pensa del film.

Anche se non è un documentario, vengono spiegati vari aspetti del pascolo vagante, tanto che il pubblico dovrebbe farsi un’idea generale di questo mondo, e magari avere voglia di scoprirne di più. Renato parla, racconta della nascita della sua passione, del Gaì, la lingua segreta dei pastori, del rapporto con il cane, ma anche del suo sogno di portare le pecore ai bambini, a quei bambini della nostra nuova società multirazziale che sicuramente saranno felici di vedere gli animali, gli agnellini, “perchè a tutti i bambini piacciono le pecore“.

Trovo però che la seconda parte del film perda ritmo. Secondo me si insiste troppo sulla tematica del consumo di territorio, sia con le parole del pastore, sia con le immagini. Mentre tutta la prima parte era spontanea, a parte alcune belle scene volutamente surreali e fiabesche, i viaggi del pastore con il suo camion tra le vie di Milano li ho trovati eccessivi. Bellissima invece la scena del cammino delle pecore tra il cemento di un sottopasso, ma quella da sola spiegava già tutto e non era, secondo me, necessario insistere così a lungo con il pastore (senza gli animali) tra il cemento ed i grattacieli. Opinione mia, ma avrei inserito ad esempio i commenti della gente ferma in coda quando il gregge attraversa una strada, blocca il traffico.

L’arrivo a Milano ovviamente è la fiaba, non più realtà, ma mezzo per narrare questa storia poetica e strumento (molto molto efficace) per attirare l’attenzione sulla pastorizia. Speriamo che nessun Comune a questo punto osi più fare una multa ad un gregge quando attraversa un paese, una cittadina, perchè “sporca” le strade! Se capiterà, citeremo l’esempio de “L’ultimo pastore!”.

Un’altra mia critica (e non solo mia, ho assistito alla proiezione con alcuni amici in un modo o nell’altro “del mestiere”) riguarda alcuni stereotipi che ci hanno lasciato la bocca amara. Se la gente lo guarderà con mente aperta, capirà che questo è UN pastore. Ma non avendo altri esempi, e visto che per molti tutto quello che mostra lo schermo è LA verità, ho un dubbio… Renato è un pastore, uno dei tanti, nelle sue parole ho ritrovato ciò che ho tante volte ascoltato dai suoi colleghi, ma ho il dubbio che la visione del film, a parte la fiaba, vada ad alimentare certi “luoghi comuni” sulla pastorizia che sicuramente non giovano alla categoria. Oltre a Renato c’è un suo aiutante: Piero. “Personaggio” particolare, ma che troppo spesso appare come macchietta anche perchè è il suo suo datore di lavoro a dipingerlo come tale. Nel film appaiono qua e là altri suoi tratti, anche comici, ma quello che resta in mente al pubblico è il pastore senza età, trascurato, ubriacone, che addirittura parla da solo o con un cane immaginario. Quanti riusciranno davvero a capire il significato della bella scena di Renato e Piero, nuovi Don Chisciotte e Sancho Panza?

Voi l’avete visto? Cosa ne pensate? Ci terrei molto a sentire i vostri commenti, perchè tutti quelli che leggo in rete sono entusiasti e mi sento la solita pecora nera ad esprimere queste critiche.

Consiglio comunque la visione di “L’ultimo pastore”, vedere lo schermo del cinema “invaso” dalle pecore un brivido lo fa venire. Andate oltre quello che vedete, cogliete le metafore, la poesia, ma anche le difficoltà di questa vita. Mi piacerebbe che, in parallelo, nelle sale cinematografiche arrivasse anche “Hiver Nomade“, sul pascolo vagante in Svizzera. Forse più un documentario, ma  probabilmente più vicino a quello che noi allevatori/pastori/tecnici vorremmo vedere sullo schermo. Peccato poi che si sia interrotto per mancanza di finanziamenti il progetto di Lorenzo Chiabrera di realizzare un film su di un pastore nomade piemontese.