Come una volta, ma fino a quando?

Devo ancora completare il racconto delle mie giornate (ed incontri) nel Nord Piemonte. Prima di rientrare a casa, ero passata da una delle tante piccole aziende tradizionali che ci sono a Trasquera. Gli animali sono lì, appena sopra alla strada, poi esce Marina.

Ha un sacco con del pane e la prima ad accorrere è una coppia di pecore vallesane. Il villaggio è praticamente deserto, ma si vedono e sentono animali al pascolo un po’ ovunque.

Dopo arrivano le capre, che stavano brucando un po’ più in alto. Ci sono delle Vallesane e delle Sempione, queste ultime (bianche a pelo lungo) molto rare, si tratta di una razza quasi estinta. “Qui capre ce ne sono sempre state, prima di me le aveva mia mamma, mia nonna, abbiamo sempre avuto le vallesane. Il nonno, il bisnonno, tutti avevano capre. Lavorando, per me è un hobby. Vado a lavorare in Svizzera, il confine è poco lontano, qui tanti vanno a lavorare fuori. Qui c’è solo un’azienda che ne ha più di cento (non vallesane), loro lo fanno per mestiere, tutti gli altri invece fanno altri lavori. Si tengono più che altro per passione.

Adesso le metto in stalla di sera, perché stanno per partorire, altrimenti le tengo dentro solo se nevica, al massimo stanno in stalla due mesi. In estate le tengo giù fino ad agosto, perché le mungo, poi le metto su in alto, ma vado una volta alla settimana a vederle, altrimenti vengono troppo selvatiche. Aumentasse la presenza del lupo… come si fa? Non si può pascolarle con le reti, d’estate fossero giù come adesso che girano tra le case, la gente si lamenterebbe, ma comunque il lupo, se c’è, arriva anche qui, non è che non viene perché ci sono le case.

Marina mi spiega che la frazione è abitata da 11 persone, sono tre famiglie, tutti parenti, nessuno si lamenta per gli animali che girano tra le case. Una gestione diversa sarebbe impensabile: così tutto funziona, sia per il tempo da dedicare agli animali, sia per il loro benessere. La presenza stabile del lupo farebbe scomparire interamente questa realtà. “I giovani non hanno più tanto la passione, i più giovani sono quelli della mia età, i giovanissimi no, perché non è un mestiere redditizio. Forse se lo fai con tante, ma devi proprio avere l’azienda, attrezzarti, fare spese. Siamo duecento persone in tutto il comune. L’Associazione degli allevatori ha 15 aziende, ci sono anche allevatori di Varzo, l’abbiamo fatta per gestire i soldi che il Comune ci da per organizzare la festa che facciamo ad ottobre.

Prima di lasciare Trasquera, incontro ancora altri animali che si spostano liberi tra le case. Sembra che ogni gregge abbia un suo territorio e non vada a mescolarsi con gli altri. Si sentono campanelle un po’ ovunque.

Nei prati (allora ancora senza neve), c’è qualcuno che sta rastrellando foglie. E’ Simona, anche lei alleva capre, ma le sue non sono nè quelle che ho incontrato sulla strada, nè quelle che si vedono più a valle. Il paesaggio, grazie alla presenza di tutti questi appassionati allevatori, è bello, pulito, curato. Prati sfalciati, poi pascolati, concimati. Foglie raccolte, portate via per essere utilizzate come lettiera in stalla.

Nel “centro” del paese, l’unica bottega, poco sopra, in pascoli ancora al sole, trova di che sfamarsi un gregge di pecore. Non si vede molta gente in giro, anche i turisti sono pochi, forse la maggior parte è nell’altro vallone, a San Domenico. Qui si può approfittare delle giornate insolitamente miti e della scarsa neve per fare escursionismo lungo i percorsi segnalati.

Poco più in là, ecco altre capre. Che silenzio ci sarebbe, senza tutti questi animali, che senso di vuoto. Non potessero essere lasciati liberi, a questa stagione sarebbero in stalla, dato che non c’è abbastanza da mangiare per tirare delle reti entro cui metterli al pascolo. Girando a piacimento invece si sfamano, un po’ nei boschi, un po’ nei prati.

Le giornate sono corte, la valle è stretta, il sole tramonta presto. E’ raro ormai trovare ancora realtà del genere, dove sopravvivono forme di gestione che altrove sono impossibili da attuare a causa dei predatori. Solo la presenza di queste piccole greggi libere al pascolo può garantire un paesaggio tanto pulito e curato, a questa stagione.

Continuando a scendere, prima di lasciare Trasquera, faccio ancora altri incontri. Un piccolo gregge mi attraversa la strada con tutta calma, un altro è fermo a ruminare nei prati ormai all’ombra.

Anche prima di arrivare a Varzo ci sono altri piccoli gruppi di pecore e di capre. Una volta era così un po’ dappertutto, ma ormai nella maggior parte delle valli non è più possibile tenere così gli animali. Visto che sono solo tutti allevamenti di appassionati, se dovessero aumentare le spese e il tempo da dedicarvici per cercare di difenderli dai predatori, probabilmente la gran parte di queste greggi verrebbe venduta.

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Non ci ripagheremo mai le spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi

In mezzo alla sempre maggiore spazzatura e disinformazione, resta una grande utilità dei social network quando ti permette di “incontrare” certe realtà. Poi sta a noi concretizzare il contatto e andare sul posto.

Sono arrivata a Bugliaga dentro a notte fonda, per fortuna Massimo, il marito di Licia, è venuto a prendermi con il mezzo adatto, perchè già raggiungere Trasquera era stato un po’ avventuroso. Imboccata la strada che sale a San Domenico, avevo visto allontanarsi quelle che, ad occhio, potevano essere le luci del villaggio. Salivo, salivo, il navigatore a casaccio diceva di girare a destra, quando sopra e sotto di me c’erano solo ripidi boschi e oscurità. Quando ormai pensavo di essermi persa il bivio, ecco la freccia. La strada si fa più stretta, sale, scende, passa in una forra su di un ponte che immagino molto alto. Poi però attraverso le frazioni sparse di Trasquera e, in una piazzetta davanti alla chiesa, aspetto Massimo. Il fuoristrada avanza senza problemi anche sul ghiaccio e mi deposita in un luogo da fiaba, che apprezzerò meglio all’alba del mattino dopo.

Siamo a Bugliaga dentro, a poca distanza dal confine svizzero, raggiungibile a piedi proseguendo lungo i sentieri. La vallata è quella del Sempione. Qui si sono trasferiti Licia e Massimo, hanno letteralmente cambiato vita e, dallo scorso mese di maggio, hanno anche aperto un agriturismo. “Siamo due medici di Bareggio (MI), zona a vocazione agricola, mio nonno aveva il caseificio e faceva il taleggio, mia zia aveva la latteria, mi ricordo che da bambina andavamo con il calesse a ritirare il latte.  Avevamo già l’idea di trasferirci in montagna, prima cercavamo qualcosa in Trentino, poi degli amici ci hanno detto di venire a vedere qui e ci siamo innamorati del posto. L’abbiamo preso nel 1999, siamo gli unici che ci vivono davvero. Quando nevica tanto si viene con le ciaspole o con gli sci. Subito non avevamo animali, però avevo chiesto ad amici di conoscere la gente degli alpeggi. Ho conosciuto Gemma, all’inizio non parlava, aveva vergogna, paura di esprimersi davanti a due medici. Ho girato per dieci giorni con lo zaino spostandomi tra gli alpeggi e ho iniziato a stare con gli allevatori. Pian piano ho imparato anche a fare il formaggio. Massimo nel 2000 ha smesso di fare il medico e si è messo a fare il falegname, lui si occupa soprattutto di ristrutturazioni, la parte artistica del legno. Abbiamo preso una stalla, Gemma ci ha intestato le capre, anche se di fatto continuava ad occuparsene principalmente lei. Poi abbiamo rilevato una delle greggi più “antiche” che c’erano qui. Adesso abbiamo 19 capre ed è il primo anno che ce ne occupiamo davvero noi in prima persona.

La loro non è una di quelle storie di romanticismo privo di senso pratico e concretezza, anzi! Hanno lavorato e stanno lavorando duramente per ridare vita a questo posto. “Le capre sono una parte del discorso nel recupero del luogo: i pascoli, il fieno, le strutture. Quando è il periodo del fieno, vedi tutti nei prati, così come quando si sparge il letame. Quando siamo arrivati qui 15 anni fa era tutto abbandonato e le ginestre erano più alte delle case. La gente dice “che bello qui”, ma è così perché c’è gente che ci vive, ci lavora e, soprattutto, ha gli animali, altrimenti non sarebbe così bello. Qui una volta era abitato tutto l’anno. Per vivere a 360 gradi la montagna devi avere gli animali, altrimenti fai solo il turista, il villeggiante, non hai il vero senso della vita in montagna.  Gli “ambientalisti” questo non lo capiscono, la necessità dell’allevamento per far vivere la montagna. Allevare significa necessariamente mungere e macellare. L’animale immagazzina l’energia dell’estate e te la ridà in inverno quando non c’è niente di fresco da mangiare: macellare è un dispiacere, ma è una necessità.

L’agriturismo non è pubblicizzato, non ha un sito, c’è solo su google.maps e sulla pagina facebook di Licia. Eppure il passaparola e la collocazione sugli itinerari escursionistici fa sì che pian piano il passaparola stia portando clienti. “Non avevamo idea di fare un agriturismo all’inizio, però adesso sono felice, stiamo creando un’altra idea di turismo. La gente del posto ci ha accettato, ci hanno aiutato e insegnato. Non vogliamo portare qui “la massa”, ma turisti che capiscano, apprezzino, condividano la nostra filosofia. La nostra attività non è un vero reddito, ma è indispensabile per recuperare e dare un senso a questo recupero. I formaggi e la carne li usiamo nell’agriturismo. Contiamo sulla qualità e non sui grandi numeri, anche sul “fare cultura” di un certo tipo. L’80% della clientela sono Svizzeri. Una cosa così se non hai soldi tuoi non la puoi fare, le “persone normali” non ci riescono. Noi tutti i nostri soldi li abbiamo messi qui, tanto non abbiamo figli.

Proprio quel giorno, le capre non si fanno vedere. Licia mi spiega che hanno un loro territorio, che sono sempre libere, venivano a farsi mungere mattino e sera, ma adesso sono gli ultimi giorni all’aperto prima di essere portate in stalla. C’è una piccola stalletta dove dovrebbe esserci il gregge, ma quando arriviamo noi ci sono solo le tracce del passaggio del gregge. Nel pomeriggio, quando sarò quasi a casa, mi arriverà un messaggio e delle foto da parte di Licia… ovviamente le capre c’erano, sono solo io che non ho avuto fortuna. Licia e Massimo temono un ritorno stabile del lupo, che manderebbe in crisi tutto questo secolare sistema di gestione della montagna, soprattutto oggi che non è più redditizio come un tempo.

(foto L.Rotondi)

(foto L.Rotondi)

Le capre di Licia sono Vallesane, autoctone di queste terre. Eccole nei giorni scorsi all’arrivo a Bugliaga dentro, per essere condotte in stalla. “Non hanno tantissimo latte, ma producono anche oltre le mie aspettative, poi è molto concentrato. D’autunno diminuisce la quantità, ma faccio quasi la stessa quantità di formaggio.” Un posto da fiaba, ma non sempre le cose sono facili in un luogo che può anche essere isolato in caso di maltempo. Poi una volta qui c’era tanta gente a tener viva e pulita la montagna, mentre oggi Licia e Massimo sono gli unici abitanti. “Sei sperso, lontano da tutti, ma fari certi incontri! Sta diventando un punto di aggregazione. Non ci ripagheremo mai delle spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi.

Due facce della stessa passione

La tappa successiva l’ho fatta a Pieve Vergonte, dove sapevo già che avrei incontrato degli amici. Non sapevo che, a loro volta, mi avrebbero portata da altri allevatori. Razze diverse e forme di allevamento diverso, stessa passione di fondo.

Da Rosalba e Lino (Azienda Valtoppa) ero già stata un paio di anni fa. 40 capre saanen, un punto vendita di formaggi: “Abbiamo iniziato nel 2005, prima avevamo le vacche. Ci sono stati dei dissidi con il collega della latteria turnaria, eravamo rimasti solo in due, così abbiamo cambiato, la stalla c’era. Io lavoro come operaio e il “tempo libero” è tutto dedicato alle capre. I soldi del mio lavoro servono anche per mandare avanti l’attività. Rosalba è entrata in questo mondo quando ci siamo sposati. Per non buttare via tutto, la stalla ecc, abbiamo deciso di cambiare così. Abbiamo preso le saanen perché dicevano che il latte era meno forte, il cliente non vuole il formaggio che “sappia di capra”.

La capra saanen, allevata in questo modo, ricade nella tipologia che, sui manuali, viene definito intensivo, anche se il numero di capi è ridotto. Capre sempre in stalla, mai al pascolo. “Per pascolare serve tempo… e il posto, così non le mettiamo mai al pascolo. Il fieno è tutto autoprodotto, poi diamo integrazioni. Per forza, altrimenti producono poco latte. Quest’anno il fieno di primo taglio è stato fatto con l’erba vecchia, pioveva sempre e non si riusciva a tagliare, così non lo mangiano. Se uno nasce con questa malattia… è passione! Facendo selezione, c’è stato un anno che eravamo il quinto allevamento in Italia come produzioni. A me piace far selezione, almeno quello come soddisfazione!

Poi Lino mi accompagna a piedi verso un’altra parte del paese, vuole farmi incontrare due fratelli, anche loro allevatori. Prima passiamo accanto al loro gregge, ancora all’aperto in quei giorni ancora esageratamente miti. La gran parte delle capre invece è in stalla.

Anzi, in tante piccole stallette, perchè sembra che dietro ogni porta in legno ci siano belati. Entriamo in un paio di porte e vediamo capre, capre di tutti i colori, dal pelo lungo, corto, con e senza corna.

Oppure con quattro corna, come in questo caso. I fratelli Piranda, Giuliano e Agostino, sono al lavoro per sistemare tutti gli animali e dar loro da mangiare. Sono appena scesi, o meglio, sono appena stati fatti scendere dalle ripide montagne sovrastanti, una decina di capi  è ancora “dispersa”. Non sono scesi con il grosso del gregge (una novantina di capi in totale), ma sono già stati avvistati.

Questa è la più antica e tradizionale forma di allevamento caprino, che persiste solo grazie al fatto che il lupo non si è ancora stabilizzato da queste parti. “Avevamo anche mucche, poi le abbiamo vendute, abbiamo tenuto le pecore e le capre. Le lasciamo libere in montagna, da maggio fino a fine dicembre, dipende dalla neve. Affittiamo un posto, ma poi le capre vanno dove c’è erba. Come reddito, si vende il capretto. Una volta le mungevo. Qui il lupo non c’è ancora, ci fosse non si potrebbe più fare così.

Nostro zio lo chiamavano “Giovannino del lupo”, perché è stato quello che ha ucciso l’ultimo lupo nel 1927, è stato attaccato mentre era al pascolo e gli ha sparato. Ho ancora la pagina, gli avevano dedicato la copertina su “La domenica del corriere”. Una volta ce n’erano tante capre, adesso gli anziani non ci sono più, siamo solo più pochi che le teniamo.

In casa una specie di museo, tra vecchie foto e campane, uno degli “aspetti collaterali” della passione per l’allevamento.

L’esperto di cani è Agostino, è lui che li “fa”. “Per tirarle giù da in montagna si usa il cane, adesso si fatica più di una volta, perché le lascio tanto libere. Una volta andavo a vederle spesso, adesso lavoro come manovale edile e non sempre nel fine settimana si riesce, così restano più selvatiche. Fare il cane non è semplice, dovresti sempre averlo sotto a lavorare. Deve avere l’indole, ma non basta, bisogna starci insieme per farli lavorare bene.

 

Bisognerebbe chiedere i danni

Ho smesso di guardare il cosiddetto “TG satirico”, Striscia la Notizia. L’altra sera però, girando tra i canali, mi sono casualmente imbattuta nel solito Edoardo Stoppa che faceva visita ad un allevatore in Ossola (VB). Si sa, quando sono posti che conosci, ti soffermi maggiormente. E così ho guardato l’intero servizio, che potete rivedere anche voi. Anche solo così, ad occhio, c’erano molte cose che stonavano e contrastavano con le parole del “giornalista”. Ma questo lo può dire chi è del mestiere o che, bene o male, se ne intende. Ovviamente il pubblico generico si beve le parole di Stoppa e si indigna. Per gli animali “maltrattati”, per il latte nei secchi della vernice, per l’impossibilità di bere, ecc ecc ecc. Ma come stanno invece le cose?

Nei giorni successivi di articoli ne sono usciti tanti. L’indignazione è stata della gente dell’Ossola, degli allevatori di tutta Italia, ma anche delle istituzioni. Innanzitutto, gli animali non erano affatto maltrattati. Godono di ottima salute, hanno acqua da bere a volontà, stanno in stalla solo nella stagione invernale, altrimenti pascolano fuori e poi vanno in alpeggio. Leggete la difesa dell’allevatore uscita su “La Stampa”. «Con la vendita del formaggio riusciamo a malapena a coprire le spese, portiamo avanti il lavoro avviato anni fa dai nostri genitori con fatica, orari pesanti e, sebbene le nostre strutture non siano perfette, abbiamo bestie sane che trascorrono otto mesi libere in alpeggio e solo quattro in stalla». È lo sfogo di Mario Borri, allevatore di Domodossola. «Innanzitutto la persona intervistata è mio fratello che lavora in cava e offre il suo aiuto solo nel tempo libero; inoltre alcune parti del servizio in cui ci siamo difesi sono state tagliate – dice Borri -. Ciò non toglie che la nostra azienda abbia qualche dettaglio da migliorare, ma le difficoltà sono tante. Esiste una legge nel nostro Comune che permette di costruire il capannone per il fieno, ma non la stalla, perciò è difficile spostarci, quasi impossibile di conseguenza ottenere finanziamenti se manca il terreno su cui costruire. Le nostre stalle sono state fabbricate tanti anni fa e successivamente la zona è diventata residenziale, abbiamo le mani legate anche per vincoli idrogeologici e centro storico».  Vecchia storia già sentita!

Le strutture non sono recenti, ma come mai una volta in montagna le stalle erano così? Adesso ci entusiasmiamo vedendo una vecchia stalla con tipologie architettoniche di pregio come questa (in Val Troncea, TO), poi ci indigniamo nel caso in cui vi siano vacche all’interno? Muri spessi, per non patire il freddo dell’inverno di montagna. Le vacche lì non le vogliamo vedere, ma magari sogniamo di riadattarle e farci una tavernetta dove incontrarci la sera con gli amici… Qui uno sfogo dell’allevatore ad un giornale locale.

Anche l’Asl ha preso le difese dell’allevatore. Ce ne sono tante di vecchie stalle ancora utilizzate in montagna, ma non è questo a definire un cattivo allevatore e delle cattive condizioni di vita per gli animali. “…Non ci siamo però sentiti di agire in modo deciso con il pugno di ferro perché, né per i consumatori né per gli animali, ci sono le condizioni che farebbero pensare a una situazione gravissima. Certamente siamo coscienti del fatto che ci siano dei margini di miglioramento ed è per questo che avevamo già intavolato un dialogo con l’allevatore che, nonostante le difficoltà in cui verte, si è detto disponibile a intervenire”. Edoardo Stoppa ha inoltre dichiarato nel servizio che le bestie “stanno al buio 24 ore su 24 per mesi e mesi”, ma l’Asl dichiara che “dalla primavera all’autunno gli animali sono condotti in un alpeggio sopra Bognanco dove vivono in libertà. Lo abbiamo visitato anche noi”. L’Asl aggiunge anche che “il comparto allevatoriale è sempre stato sviluppato nel nostro territorio e noi ci impegniamo costantemente al monitoraggio dei numerosissimi piccoli allevamenti della zona. Addirittura il numero di questi è aumentato nel corso degli ultimi anni da quando i giovani, con sacrifici e rinunce, hanno deciso di proseguire l’attività iniziata dai padri o nonni. La realtà è peraltro fatta di molteplici sfaccettature e bisogna essere in grado di valutare in modo razionale le situazioni”“. Un servizio costruito facendo vedere e sentire solo quello che voleva il “giornalista”. Una vera vergogna!!!!! Non che non esistano veri casi da denuncia, ma… sono le istituzioni a dover intervenire.

Le “animaliste” che hanno creato il caso non demordono e, nonostante tutto, continuano a sostenere le loro ragioni, negando anche l’evidenza. Molte vecchie baite di montagna vanno all’abbandono e c’è chi si indigna pure per questo, chiedendosi come mai e magari sognando di tornare ad abitarle. Vedete? Anche questo caso è significativo per aiutare a comprendere come non si possa più fare. Non tanto magari per le persone, ma perchè passa un’animalista e si preoccupa per come vivono i vostri animali nelle vecchie stalle. Delle vostre difficoltà di allevatori/montanari, dei vostri problemi con la burocrazia e con i conti da far quadrare non se ne interessa nessuno. E’ più importante la porta arrugginita dietro le quali ruminano, ben pasciute e al caldo, le vostre vacche.

Al pascolo con gli amici

Per i pastori non esistono giornate festive. Durante quelle che per molti però sono le “vacanze natalizie”, ho fatto visita ad amici in un’altra regione. Amici pastori.

Non ero mai stata da quelle parti. Siamo arrivate dal gregge partendo da casa a piedi e la mia amica via via mi mostrava tutti i prati che il gregge aveva pascolato nelle settimane, nei giorni precedenti. Praticamente prati quasi adiacenti che il pastore aveva potuto far mangiare andando di seguito, senza dover lasciare indietro nulla. Altro che in queste zone, dove un prato non lo pascoli perchè il contadino non vuole, un altro perchè passa poi un altro gregge, ecc.

Lì invece ogni pastore ha, o dovrebbe avere, una sua zona. Purtroppo ultimamente c’è chi non rispetta più queste antiche consuetudini, facendo nascere problemi sia tra pastori, sia con i contadini o comunque i residenti, che si lamentano per qualche danno, per qualche problema. Per fortuna invece, in quella mattinata del giorno di Santo Stefano, problemi non ce n’erano, la gente del paese veniva a vedere lo spettacolo e qualcuno ha anche portato un panettone o un pandoro ai pastori.

Finito di pascolare, dopo aver caricato i più piccoli tra i tantissimi agnelli, il gregge si mette in cammino verso un altro prato. Si attraversa una zona residenziale, tra muri, cancellate, siepi e strade laterali da cui può sbucare fuori un’auto. Lo spostamento è breve, ma nelle retrovie sono gli agnelli a far sudare non poco. Qualcuno si ferma, qualcun altro pensa bene di scappare all’indietro a tutta velocità e non è affatto semplice bloccarlo, catturarlo e recuperare la coda del gregge.

Nuovo prato, confinante con boschi e case ben protette da cancellate. Poi altri prati dall’altra parte del rigagnolo. E’ una zona di colline, verso il basso si intravede il blu del lago, intorno al quale il gregge è già stato. Meglio però allontanarsi dalle zone “cittadine” e soprattutto dalla popolazione cittadina, che si lamentava per escrementi delle pecore sulla pista ciclabile/pedonale che gira intorno al lago. I pastori hanno ai piedi gli scarponi, invece chi passeggia o corre, calza sgargianti scarpette multicolore che non intende assolutamente imbrattare di fango o… peggio ancora!

Non fa caldo, non fa freddo. E’ prevista neve per il giorno successivo, ma i dati sono discordanti sui centimetri che cadranno. Il gregge pascola tranquillo, anche per i pastori e i cani c’è un po’ di relax. Ognuno ha il suo metodo e i suoi orari nel gestire il gregge, per esempio in questo caso le pecore, sazie, vengono messe nel recinto prima ancora che venga notte. Il tutto ovviamente è favorito dal fatto che non si sia perso troppo tempo negli spostamenti, non c’è stato da tirare e togliere reti e i pezzi erano uno di fianco all’altro. Inoltre il pastore ha iniziato il lavoro al mattino molto presto.

Il giorno successivo in effetti l’aria della neve c’era ed in alcune zone è caduta, ma su quel gregge si sono solo visti pochi fiocchi che si sono poi dissolti rapidamente, senza causare disagi al lavoro dei pastori.

La neve stava appena iniziando a cadere quando, in un’altra zona, abbiamo incontrato questo gregge così variegato e variopinto. Pecore e bovini, tra questi vacche di razza Galloway e addirittura alcuni yak, che sicuramente non patiscono né il freddo, né la neve.

Finalmente anche questa transumanza

Ho un dispiacere. Quello di non essere mai venuta prima a questa transumanza, così nel mio libro che sta per uscire, quello con le foto di 10 anni di pastorizia, mancherà questo gregge e questi pastori. E’ che da casa mia al luogo di partenza di questa transumanza ci sono giusti giusti 250 km! Poi le transumanze avvengono sempre nello stesso periodo e il caso ha voluto che mai fossi “libera” nel giorno in cui il gregge partiva.

Questa volta però arrivo al mattino “presto”, prima ancora del sole. Speravo di vedere il gregge ancora a Riale, invece stava appena arrivando poco sotto, nel pianoro sovrastante la cascata. Mancavano diversi lavori da terminare prima della partenza, ma le pecore potevano allargarsi a pascolare nei prati. Non c’era tantissimo, dopo la fienagione, ma lo spazio era ampio e qua e là avrebbero ancora potuto brucare.

Il gregge si sparpaglia, ci sono pecore ovunque nella piana. E’ una bellissima giornata autunnale. All’aria fredda del mattino si sostituisce un tiepido sole, qualche nuvoletta che si dissolve, mostrando la montagna nei suoi colori autunnali più belli.

Alcune capre si battono, i becchi invece continuano ad inseguire quelle in calore. Questi due esemplari sono davvero molto grossi, ma non sono gli unici maschi, nel gregge. Qui è difficile contare gli animali: sia di pecore, sia di capre, ce n’è davvero un gran numero. Il pastore in seguito già mi confermerà quello che già sapevo, cioè che un tempo erano di più, ma ne ha poi vendute parecchie tutte insieme.

Le pecore pascolano tranquille, intanto “si fa un po’ di ordine” all’accampamento. Si parte, non si tornerà più indietro fino al prossimo anno. Gregge vagante e pastori vaganti, qui la casa sono una roulotte e un fuoristrada, un trailer per trasportare gli agnelli, dietro al quale trovano posto anche le gabbiette per le galline.

Ecco i pastori, Renza ed Ernestino, una foto insieme con i cappelli di feltro che ha regalato loro un amico. La loro storia è diventata nota a molti grazie a questo video, un filmato realizzato per la televisione svizzera, uno dei migliori lavori riguardanti la pastorizia che mi sia mai capitato di vedere. Quasi un’ora per raccontare davvero la vita del pastore, senza eccedere in poesia, romanticismo, ma mostrando quella che è la realtà.

Anche se ci sono numerosi asini e cavalli, nel XXI secolo i mezzi di trasporto sono ormai altri, così le pecore continuano a pascolare mentre si inizia a portare a valle almeno una roulotte. Il sole continua a splendere. Più indietro sono rimaste le pecore con gli agnelli più piccoli, che il pastore porterà a valle in un secondo momento, per non essere troppo rallentato ed impacciato nella lunga transumanza.

Finalmente si parte. C’è anche il tempo per un saluto speciale, quello di Renza ad una delle sue caprette preferite. Mi racconta la storia di questo animale, che lei stessa ha salvato quando era appena nata ed ha rischiato di affogare in una pozza lì vicino.

La transumanza ha inizio. Questo gregge sale e scende completamente a piedi, senza utilizzare camion, poi proseguirà il cammino con il pascolo vagante in tutto il resto dell’anno. La differenza tra chi si sposta quotidianamente anche con molti animali e chi invece normalmente non percorre grandi distanze è evidente in giornate come questa. Il pastore non ha “aiutanti speciali”, al massimo un paio di amici per spostare i mezzi, ma per il resto ci si arrangia da soli, come d’altra parte si farà nei mesi a venire.

Dalla Cascata del Toce si scende lungo l’unica strada esistente. Il traffico non è molto, in quel pomeriggio di un venerdì di inizio ottobre. Anche viaggiando in verso opposto a quello del gregge, c’è da aspettare qualche minuto prima che questo sia transitato tutto.

E’ sicuramente uno spettacolo da non perdere. L’indomani lo spettacolo sarà pubblico, dato che per il decimo anno consecutivo il passaggio del gregge a Premia sarà occasione per festeggiare con la manifestazione “Tempo di Migrar”. Se per la gente è un giorno di festa, per i pastori è una lunghissima giornata di lavoro.

Lungo la via si fanno solo delle brevissime tappe, soprattutto per far defluire il traffico, oltre che per pascolare velocemente qualche prato che è stato concesso al pastore. Mi raccontano che un tempo la transumanza avveniva in modo quasi continuativo, dal punto dove siamo partiti fin quasi a Domodossola: “La gente non voleva vedere i pastori, diceva che l’erba serviva ancora per le vacche, anche in quell’anno che siamo partiti che c’erano 30 cm di neve!! Adesso va meglio. Fanno la festa. E’ ancora lunga, ma almeno ogni tanto ci fermiamo.

L’indomani però ci sarà da camminare per chilometri e chilometri. L’apertura della galleria ha fatto sì che almeno il tratto più ripido della discesa possa avvenire senza incrociare auto. Gli stretti tornanti saranno invasi solo dalle pecore. Poi si proseguirà verso il cuore della festa.

Si attraversano le frazioni, la gente saluta, ma tante donne corrono a cercare di salvare gli ultimi fiori nelle aiuole. Chi con una scopa, chi a mani nude, cercano di ripararsi dall’assalto degli animali. La maggior parte cammina seguendo la testa del gregge, ma sui fianchi ce n’è sempre qualcuna che allunga una bocca famelica verso una foglia, un fiore.

Lungo la via si incontrano anche altri utilizzatori dei pascoli, che guardano con curiosità il passaggio della transumanza. Il  gregge se ne va, loro resteranno a finire l’erba, prima che inizi il lungo inverno nella valle.

Poi si arriva a Formazza. Quel giorno c’è anche il raduno degli alpini, così una piccola folla saluta il passaggio della transumanza. Gli animali sfilano tra le case walser, nell’aria già fresca del tardo pomeriggio. Ancora un tratto di strada e poi per quel giorno il cammino sarà terminato.

Sono in tanti a far foto al gregge, anche tra la gente del posto. La discesa delle pecore dalla montagna lascia dietro di sè un alone di malinconia, la tristezza agrodolce della stagione che finisce, delle giornate che si accorciano, del freddo che incombe. Tutti salutano il pastore, molti guardano sorridendo lo spettacolo del gregge, ma non invidiano la vita che lo aspetta nei prossimi mesi.

Le montagne restano laggiù sullo sfondo. Fortunatamente questa prima giornata di transumanza è stata aiutata dal sole, ma le previsioni per i giorni successivi non sono buone. Il giorno dopo si ripartirà, si attraverserà il paese di Premia, si farà una tappa, poi il gregge camminerà per tutta la notte, fino ad uscire dalla parte più stretta della valle, arrivando nei pressi di Domodossola.

Per quella giornata però ci si può fermare, mentre viene sera. Per il gregge c’è un altro pezzo da pascolare, i pastori invece dovranno andare a recuperare il resto dei mezzi, preparare il recinto, terminare tutti i lavori quotidiani. In alpeggio non ci si riposa sicuramente, ma le vere fatiche dei pastori iniziano adesso, con la stagione del pascolo vagante.

Partire ogni giorno dall’alpe

Ero diretta in Svizzera, ma ho fatto delle tappe lungo la strada. Era da tempo che questi amici mi invitavano ad andarli a trovare e così ho colto l’occasione.

Cosa ci faccio con uno sfondo del genere in un paese che, nel nome, ha il termine “Riviera”? Aspetto che vengano a prendermi per salire in alpeggio. Siamo sul Lago Maggiore, circondato da montagne e, di lì a poco, ci si dimenticherà l’ambiente vacanziero, le creme solari, i costumi da bagno, i turisti di lingua tedesca che affollano il lungolago.

Il lago sarà presto uno sfondo lontano, poi ci si getterà nei boschi, che si apriranno nuovamente in radure pascolate. A volte alpeggio è qualcosa di diverso dalla baita con la valle che sale su verso un colle, le vette con gli ultimi nevai, i larici e le alte quote. Ci possono essere anche alpeggi in un posto così.

Giunti a destinazione, le prime che incontro sono alcune bovine curiose. Difficilmente sarei arrivata fin qui se non avessi avuto una guida… La strada asfaltata l’abbiamo abbandonata per inoltrarci nel bosco lungo una pista sterrata, per poi raggiungere la nostra destinazione, a circa mille metri di quota.

Per Pietro è ora di mungere le capre. Il suo è un doppio lavoro: al mattino parte presto per ridiscendere a valle, percorrere la strada lungo il lago e passare il confine per andare a lavorare in Svizzera. La sera si rientra in alpe e si da una mano con i lavori a mamma e papà. Come per tante piccole realtà, si mettono insieme tante cose per tirare avanti.

Il gregge di capre è composto per lo più da capi di razza Verzasca, poi ci sono degli incroci e un paio di Frise. Per loro di giorno il pascolo è libero tra radure e boschi, poi la sera si rientra in stalla per la mungitura, altra mungitura al mattino e via di nuovo a cercare erba, foglie, ecc… Anche qui il pascolamento è ancora libero, ma è inevitabile pensare a cosa accadrebbe se vi fossero i predatori. Bisognerebbe cambiare totalmente l’organizzazione e sarebbe impensabile lasciarle incustodite.

Papà Renzo intanto munge le vacche per dare poi il latte ai vitelli gemelli nati qualche tempo prima. I formaggi vengono fatti con il latte di capra, i bovini infatti vengono allevati per la carne. Quando non sono in alpeggio, la sede invernale è a Cannobio, sempre sul lago, ma a queste quote la stagione dura abbastanza a lungo.

Ovviamente è stato necessario costruire un caseificio anche qui ed è inutile che, per l’ennesima volta, io vi racconti cosa voglia dire, tra costi ed esigenze varie per rispondere alle normative vigenti. Di sicuro un aspetto positivo è avere al suo interno un bagno con doccia, che ovviamente viene usato per le esigenze quotidiane e non solo per quanto concerne la lavorazione del latte!

Ci sono anche alcune pecore che accorrono al richiamo di Pietro, attratte dalla prospettiva di avere un po’ di pane secco. Sistemati tutti gli animali, controllato che non ne manchi nessuno, è ora di mettersi a tavola e fare onore all’ottima cena. Si chiacchiera, si raccontano storie del passato, dei contrabbandieri, di “strani personaggi”, ma anche vicende più attuali sugli speculatori d’alpe che hanno colpito anche qui.

Anche se è rimasto poco spazio, bisogna per forza assaggiare anche i formaggi! Qui vedete quelli stagionati nel fieno, ma ci sono anche quelli “normali” e quelli stagionati con le vinacce. “Lo scorso anno siamo andati a Cheese, ci hanno chiamati perchè hanno considerato che i nostri prodotti fossero di buona qualità.

Anche questa è una realtà d’alpeggio del XXI secolo, dove non tutta la famiglia lavora in quota, ma c’è chi addirittura fa il pendolare. Non sarà rilassante, ma almeno la sera si sale e ci si lascia alle spalle il traffico, la confusione, la frenesia…

Se uno deve iniziare da zero

Vagando qua e là, ne approfitto per far sosta da amici fino ad ora soltanto virtuali. E’ più bello chiacchierare via computer con persone che hai conosciuto anche dal vivo! Inoltre, ritengo che sia molto importante visitare aziende, anche molto diverse tra loro, per poter poi parlare con cognizione di causa.

Da Lino e Rosalba incontriamo un’azienda a conduzione famigliare collocata in bassa valle. Siamo in Ossola, a Pieve Vergonte. Val Toppa è un’azienda agricola che produce formaggi di capra. Recentemente è uscito anche un articolo su di loro, visto che Val Toppa è stata giudicata dal’associazione allevatori “migliore nell’allevamento di capre nelle provincie di Novara e Vco e la quinta classificata in Italia” per la razza Saanen. Certo, parliamo di capre specificamente da latte e non di una razza rustica di montagna, però… Però bisogna considerare che è bella la poesia e la filosofia, ma bisogna anche riuscire a vivere. E ormai, in questo mestiere, con tutte le leggi che ci sono, i vincoli, la burocrazia, le normative ecc ecc… le spese sono tante.

La stalla, fienile, ricovero macchinari, ecc… sono nella parte passa della casa, facente parte di un nucleo di edifici ai margini del paese. Il caseificio invece è stato realizzato ad hoc in una struttura prefabbricata. Locale di caseificazione, punto vendita, locale di refrigerazione del latte, cella, bagno (con doccia!!), anticamere varie per rispettare le normative… Rivestimento esterno in legno per non impattare troppo sul paesaggio… Distanze minime da rispettare (cosa non facile, in un villaggio di montagna, dove gli spazi sono tutti ristretti), piastrelle antiscivolo e fughe realizzate con apposito mastice antiacido (!!!!!) anche se lì si lavora latte e non sostanze chimiche. E poi tutte le attrezzature per fare formaggio in modo moderno e a norma di legge. Il costo di tutto questo? Diverse decine di migliaia di euro! Ma quanti formaggi bisogna vendere per ripagarsi tutto???

Lino fa anche un altro lavoro, ma poi si occupa della fienagione, degli animali, di parte delle vendite (partecipando ad alcuni mercati). Insomma, tempo libero non ce n’è mai e, a volte, si da anche una mano ad altri allevatori in zona, in caso di necessità. Rosalba è invece presente a tempo pieno in azienda, tra mungitura, caseificazione, cura degli animali e tutto ciò che c’è da fare quando si pratica un mestiere del genere. La loro scelta è stata quella di passare dalle vacche alle capre da una decina d’anni. Soddisfazione, certo, poi passione, ma le difficoltà sono tante e la burocrazia a volte spegne gli entusiasmi.

Se uno dovesse iniziare totalmente da zero… Ormai è quasi impossibile, con le spese che devi affrontare per essere in regola“, spiega Rosanna. Anche se questa non è una razza locale, anche se gli animali sono in stalla a mangiar fieno e non al pascolo, basta vederli per capire quanto sono ben curati. “Certo, devo dare loro anche dei cereali, delle integrazioni, perchè devo ottenere latte per fare formaggi e per vivere! Le spese sono tante…“. E le regole sono uguali per tutti, grande caseificio industriale e piccola azienda artigianale in montagna.

A proposito di regole. Si cerca di ridere per non piangere! Lino mi racconta come la sua azienda sia periodicamente soggetta a controlli di vario tipo da parte di questo o quel funzionario preposto alla verifica di documenti, parametri, ecc. “Un giorno sono venuti quelli del benessere animale. Hanno controllato tutto, poi hanno guardato i due maiali che tengo per ingrassare con il siero. Mi hanno chiesto quante volte al giorno li guardavo… Ho risposto che lo facevo ogni volta che passavo di lì! Comunque, pena una multa, ho dovuto comprare loro una palla antistress da mettere nel porcile. Sono poi tornati a controllare se c’era!” (E’ quella gialla!)

Ogni tanto qualcuno non ci crede, quando racconto queste cose. E’ più facile lasciarsi convincere dalle belle parole sul ritorno all’agricoltura, all’allevamento, alla montagna. Anche l’attività agricola e/o zootecnica sono comunque delle imprese, quindi sono necessari investimenti non da poco. A chi mi scrive dicendo di essere disoccupato e di voler cambiar vita facendo l’allevatore in montagna rispondo raccontando queste storie. Non sono un’economista, ma per far sì che l’attività sia redditizia e non un hobby, oggigiorno servono cifre considerevoli. Poi serve una palla antistress per permettere agli umani di sopravvivere a certe stranezze della burocrazia!!!!

La transumanza in val Formazza

In attesa di… tornare in campo, oggi mi affido ancora ad uno dei più affezionati corrispondenti del blog. Facciamo un salto indietro di un paio di mesi e torniamo ai giorni delle transumanze.

Come lo scorso anno, sapendo  che la festa “Tempo di migrar” a Premia si sarebbe svolta il 28 settembre, io e mia moglie siamo saliti in Val Formazza venerdì 27 settembre per passare una giornata con il gregge e con i pastori e accompagnarli in un tratto della loro transumanza di avvicinamento a Premia. Salendo la Val Formazza, in prossimità delle Cascate del Toce si osservavano già in lontananza sulle montagne alcune pecore sparse ma erano troppo poche rispetto a quelle che stavamo cercando.

(foto C.Borrini)

Siamo saliti quindi fino Riale ed ecco in fondo alla vallata, sotto la diga Morasco, una grande massa bianca che iniziava a mettersi in movimento per una nuova tappa della sua transumanza, quella che dalla diga l’avrebbe portata a Chiesa.

(foto C.Borrini)

Il pastore , con i suoi cani , conduceva il gregge che si muoveva piuttosto pigramente: se la prendeva comoda fermandosi a brucare erba, ad abbeverarsi, a pensare con nostalgia agli alti pascoli lasciati mentre tra pochi giorni l’aspetterà la pianura.

(foto C.Borrini)

A Riale si arriva in tarda mattinata con una breve sosta sotto il promontorio su cui sorge la luminosa chiesetta dedicata a Sant’Anna, eretta a ricordo dell’oratorio di Morasco sepolto sotto le acque del lago artificiale.

(foto C.Borrini)

Quindi si riparte questa volta con buona lena alla volta di Frua Cascate del Toce.

(foto C.Borrini)

 Al passaggio al Centro del fondo, un cartello beneaugurante sembra messo lì apposta per salutare i pastori e il gregge con un grande “Arrivederci”

(foto C.Borrini)

Dopo non più di venti minuti di cammino eccoci arrivati a Frua Cascate del Toce dove un grande prato è pronto ad accogliere le pecore per una sosta ristoratrice.

(foto C.Borrini)

 Pochi istanti dopo, al grosso del gregge si aggiunge anche un gregge più ridotto composto quasi esclusivamente da capre. Ora il gregge è al completo.

(foto C.Borrini)

La fermata dura qualche ora per dare il tempo agli animali di pascolare tranquilli e ai pastori di pranzare e di espletare tutti i lavori preparatori per la partenza della transumanza vera e propria che porterà il gregge a Chiesa Val Formazza, una decina di Km più in basso.

(foto C.Borrini)

Nel frattempo ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con i pastori e scattare alcune foto: chi ha voluto essere fotografato con un asino, chi in mezzo al gregge, chi con il proprio cane, ecc.

Poi quando il pastore decide che è ora di partire si sentono gli ordini impartiti ai cani e in un attimo tutto il gregge è riunito e si parte.

(foto C.Borrini)

Scendiamo in macchina per circa un chilometro, poi io mi fermo ad aspettare il gregge, mentre mia moglie prosegue fino a Canza. Dopo pochi minuti sento i cani che abbaiano e che preannunciano l’imminente arrivo delle pecore. Ed ecco spuntare  il gregge guidato dal pastore Ernestino e dalla signora Renza con la sua capretta preferita (Sissy).

Fermo una macchina con una famiglia di tedeschi a bordo, spiego loro che sta arrivando un grande gregge, loro accostano, svegliano un bambino che stava dormendo e scendono a riprendere la scena, per loro forse inusuale, con i cellulari.

(foto C.Borrini)

A questo punto lascio sfilare un po’ il gregge e poi mi metto in mezzo e seguo l’ondata di piena. E’ veramente emozionante camminare  tra le pecore che vanno giù a testa bassa, le capre che ti si avvicinano e ti guardano curiosamente e sembrano chiederti “che cosa fai qui in mezzo?”, o vorrebbero qualche leccornìa da piluccare. I pastori che affiancano il gregge e quelli che sono in coda sono sempre molto vigili e spesso ricorrono al cane per rimettere in riga alcune pecore che abbandonano il gregge per brucare un po’ d’erba  su qualche riva oppure tentano di assaltare qualche orto che si trova nei paraggi

(foto C.Borrini)

 Nella zona dei tornanti la signora Renza ritorna  verso il centro del gregge per comunicare agli aiutanti alcune direttive del pastore (il segnale per i cellulari in quella zona è scarso). Quando vede passare le sue capre le chiama per nome e le incita a camminare come si usa fare con i ciclisti  in gruppo durante una corsa.

(foto C.Borrini)

 Dopo più di un’ora di cammino attraversiamo Canza dove alcuni  abitanti con i bambini accolgono festosi  il pastore con il suo gregge mentre altri (specialmente donne)  temono per i propri   fiori.

(foto C.Borrini)

Ancora una mezz’ora o poco più di cammino e si arriva in un bel prato alla periferia di Ponte Val Formazza dove è prevista una  fermata per riposare e per far defluire quella piccola coda di macchine che si è formata dietro al gregge.

(foto C.Borrini)

 La nostra transumanza termina qui: una giornata molto intensa, molto bella (per noi anche divertente), molto istruttiva perché si tocca con mano e si cerca di capire la vita e la passione di queste persone che senza di loro effettivamente certe zone montane e soprattutto certe tradizioni sono destinate a morire.

Prima di affrontare gli ultimi 100 Km per arrivare nella nostra pianura (questa volta in macchina) ci siamo fermati per una piccola degustazione di prodotti della Val Formazza.”

Foto 15

Un brutto episodio

Di certe cose uno non vorrebbe dover parlare. Purtroppo invece ieri sera sono venuta a sapere che un brutto fatto aveva coinvolto un amico di questo blog. Domenica, se non avessi avuto altri impegni, pensavo di fare un giro alla fiera di Croveo (VB), ma all’ultimo momento ho cambiato programma. Prima ancora di sapere se era stata una bella fiera, ho scoperto che si era verificato un grave incidente.

Ve lo ricordate Alex? Adesso lotta tra la vita e la morte all’ospedale, vittima di un’aggressione. Io non ero presente e non posso sapere come siano andate davvero le cose, comunque… Posso provare ad immaginare, anche leggendo i vari articoli che riguardano il fatto. Qui vi sono i nomi delle persone coinvolte, qui e qui invece troviamo qualche dettaglio in più sull’accaduto. Alex è giovane e forte, il suo carattere sicuramente è irruento e magari aveva esagerato con le parole, chi abbia alzato le mani per primo non lo so, magari qualcuno aveva bevuto un bicchiere di troppo, ci sarà stato da ridire su questioni di pascolo… Ma da questo a prenderlo a sprangate… Chi lo conosce sa qual è il suo aspetto fisico e la sua forza, per mandarlo all’ospedale mi sa che non sia stata solo una persona ad accanirsi su di lui.

Spero di avere presto buone notizie sulla sua salute dagli amici dell’Ossola. Forza Alex!!!!