Una festa, ma…

Sabato scorso sono stata a Saluzzo in occasione dell’annuale rudunà. Per chi non lo sapesse, i rudun sono i campanacci “da festa”, quelli usati in occasione di mostre, rassegne e, ovviamente, per la transumanza. Non so da quanti anni avvenga questa singolare sfilata per le vie del centro della cittadina cuneese, Saluzzo è un po’ il paese simbolo dei margari di questa provincia.

Quest’anno, per la prima volta, alla festa dei margari è stata abbinata la Meat Parade, una “vetrina” per la fassona e la carne della razza piemontese. Per quello che ho visto io il sabato pomeriggio (al mattino si era tenuto un convegno), la manifestazione ha bisogno di più energia e partecipazione anche (e soprattutto) da parte degli allevatori/produttori. Spero che la domenica abbia visto più stand e più pubblico.

Forse anche la collocazione, marginale rispetto al centro, non era particolarmente indicata per attirare i visitatori, anche se questa struttura non è nuova a manifestazioni del genere. In passato avevo partecipato in prima persona ad un evento dedicato ai formaggi di alpeggio. Prodotti caseari che avevano il loro spazio, come derivanti dall’allevamento della piemontese, anche questa volta.

Era però ora di andare a cercare i marghè. I ben informati sapevano dove doveva essere il punto di arrivo delle due mandrie partecipanti alla sfilata, ma ciascuno aveva la sua idea sul tragitto, sull’orario e sulla provenienza. Dopo una lunga attesa, ecco il suono dei campanacci e la prima mandria, rigorosamente di piemontesi, dell’azienda Peirolo.

Nessuna sosta, si tira diritto e si inizia il percorso dentro a Saluzzo. Si passa davanti alla sede della Meat Parade, poi si continua tra le vie, dove qualcuno si fa comunque cogliere di sorpresa con la propria auto, nonostante i cartelli e le segnalazioni. Un’auto dei vigili comunque precede la sfilata.

Man mano ci si avvicina al centro, il passo degli animali è sostenuto, il suono dei campanacci copre ogni cosa. La gente si ferma a guardare, ma nelle strade secondarie non c’è molto movimento.

Poi si arriva nella via centrale ed è un onore per le mandrie e i loro accompagnatori essere qui. Saluzzo è una cittadina da visitare, a prescindere dalla manifestazione di quel giorno. Uno di quei piccoli gioiellini quasi sconosciuti che, se fossero all’estero, probabilmente avrebbero tutt’altra visibilità e affluenza turistica.

Tutto fila liscio, solo questo tavolino con la gente intenta a prendere l’aperitivo mentre ammira la sfilata è un po’ troppo in mezzo alla strada. Niente di grave, solo un vaso rovesciato e qualche bicchiere versato.

A seguire, la mandria della famiglia Agù. Tutto il passaggio degli animali e dei loro accompagnatori richiede un tempo relativamente breve. Cerco di cogliere qualche commento da parte delle persone che assistono alla sfilata, ma purtroppo mi rendo conto di come molti non riescano a comprendere il senso di ciò che stanno vedendo. C’è chi pensa che gli animali poi vadano direttamente in montagna, chi nemmeno sa cosa siano i margari e chi commenta: “Poverini!

La maggior parte delle persone attende davanti al duomo, dove le bestie svoltano lateralmente. Questa è una giornata “dell’orgoglio margaro”, se così lo vogliamo definire. Mostrare alla gente che abita a poca distanza dalle cascine dove questi animali e queste persone svernano ogni anno cosa significhi oggi essere margaro. Animali belli, ben tenuti, con i loro rudun al collo. Cercare di trasmettere un po’ di quella passione. Un anticipo di festa di quella che sarà poi la transumanza che avverrà nel mese di giugno.

Le bestie proseguono il loro cammino di nuovo verso la periferia, si replicherà il giorno seguente.

Per questo fine settimana invece le manifestazioni sono molto numerose come sempre (nonostante per moltissimi l’appuntamento è ad Asti per l’adunata degli Alpini). Vi ho già citato la fiera a Bobbio Pellice (TO), con relativa sfilata degli animali, e la fiera a Roaschia (CN). Doppio appuntamento con le battaglie delle capre in Val d’Aosta: a Fenis e a Pont Saint Martin (nell’ambito della Festa delle Cascine), entrambe domenica 15 maggio.

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Tutto a piedi

Sabato scorso ho preso parte ad una tappa di una transumanza. E non parlo di un gregge, di un pastore vagante che si avvicina alla pianura pian piano pascolando mentre ridiscende la valle. Sono stata invitata da dei margari a vedere il passaggio della loro mandria nel centro del paese, ultima tappa per raggiungere la loro cascina. Però perchè andare in pianura? Se la transumanza era tutta a piedi, era la montagna che avrei preferito vedere!

Così sabato scorso raggiungo il Colle di Sampeyre, tra la Val Varaita e la Val Maira, senza badare troppo alle previsioni meteo non ottimali. La transumanza era iniziata il giorno prima quando, dai pascoli dell’alpeggio di Elva, si era appunto raggiunto un luogo dove fare sosta lungo l’antica strada militare che percorre tutto lo spartiacque tra le sue vallate. C’era ancora un minimo di visibilità, il maltempo e il freddo già avevano caratterizzato il primo tratto di cammino e la nottata.

Si inizia attaccando un po’ di campanacci. Si sostituiscono quelli “da pascolo” con quelli per la transumanza. Fa freddo e le nuvole si stanno abbassando. La stagione è già decisamente avanzata, per queste quote. Terminato il lavoro, c’è giusto il tempo per un sorso di qualcosa di caldo, un pezzo di cioccolato, poi inizia a piovere.

La pioggia però gira subito in neve. Fa freddo, è ottobre, si è oltre i 2000 metri. La speranza è che non sia una nevicata di lunga durata, sia per la transumanza, sia per venire la sera a recuperare le auto che rimangono lì. Ci si incammina, inizialmente le vacche non sembrano molto convinte di riprendere la strada.

Questo percorso avrebbe potuto essere molto panoramico, è un luogo molto bello. Con il sole, i colori dell’autunno, le montagne innevate sullo sfondo, qui ci sarebbero state da scattare infinite foto. Invece un po’ il freddo, un po’ la pioggia, la neve, la mancanza di panorama, tutto contribuisce ad avanzare quasi meccanicamente, pensando innanzitutto a scaldarsi un po’.

Qua e là ci sono ancora accumuli di neve dei giorni scorsi, di quella prima nevicata che ha fatto scendere la maggior parte di quelli che erano ancora in alpeggio. Adesso sta cadendo nuova neve, che si ferma sulla terra dura, gelata, e sull’erba ingiallita. Qui non c’è più nessuno da tempo, nè bovini, nè il gregge di pecore che pascola questi versanti.

La strada si abbassa un po’ di quota o forse si alzano le temperature, comunque smette di nevicare e piove soltanto più. Gli animali rallentano dove il fondo è più sassoso, il cammino prosegue a passo regolare. Chiedo a Federica se tutti gli anni scendono a piedi in questo modo. “Siamo a Elva da quattro anni, i primi due abbiamo caricato, poi lo scorso anno… Abbiamo pensato di andare giù a piedi. La strada del Vallone adesso è chiusa, fare il giro dall’altra parte a piedi è comunque lungo, prima di arrivare ad un posto dove puoi caricare sui camion. Qui c’è questa strada dove passi senza dar fastidio a nessuno. Abbiamo trovato dei posti dove fare tappa e così…

E così si cammina. Partenza al venerdì, arrivo al martedì, ovviamente ogni giorno bisogna sia spostarsi, sia riuscire a far pascolare gli animali. Si scambia versante, smette di piovere, ma la nebbia resta fitta. I passi percorsi iniziano ad essere tanti, gli animali hanno anche fame, le foglie dei lamponi lungo la strada li attraggono irresistibilmente.

Nel rivedere le foto a distanza di una settimana sembra un po’ di osservare dei quadri, con i colori dell’autunno nel momento migliore della loro bellezza. Quando però uno era lì a camminare nell’umidità, nel freddo, con la stanchezza e la fame che aumentavano, tutto era meno romantico e bucolico.

Anche nel resto della valle il tempo non è migliore, ma almeno abbassandosi di quota si può godere di un po’ di panorama. A modo suo è pittoresco anche questo e, come ho detto molte volte, spiace lasciare la montagna quando sembra che ci possano ancora essere belle giornate per rimanere su. Però Federica e Luana mi raccontano dell’anno scorso, quando faceva così bello, quando si stava in maglietta tanto faceva caldo…

Si vede la meta, finalmente. Sembra vicina, ma tornante dopo tornante, la strada è ancora lunga. Per quel giorno si percorrerà una quindicina di chilometri, dicono i margari. Io questa strada la conoscevo bene dai tempi in cui la frequentavo in mountain bike e l’avevo pedalata sia in salita, sia in discesa. E’ la prima volta invece che la vedo come scenario di una transumanza.

Quasi al colle invece finalmente ecco parte dello spettacolo che si sarebbe potuto ammirare nel corso di tutta la giornata, con le creste, le montagne, i pendii. Ci sono dei motociclisti tedeschi (la Val Maira e le sue strade sono molto amate dagli stranieri) che si affrettano a riprendere la scena e scattare numerose foto.

E’ inevitabile pensare alle transumanze di un tempo, alle transumanze in cui per forza si andava a piedi. Ma non si passava in alta quota, si percorreva qualsiasi strada, perchè erano i percorsi in cui naturalmente transitavano gli animali. I mezzi a motore sono arrivati dopo, ma le strade sono (quasi) solo più loro. Non tutti sono contenti del fatto che una transumanza passi nel centro del paese, emergono mille problematiche nuove, responsabilità, paura che qualcuno di lamenti perchè gli animali “sporcano”.

L’ultimo tratto di cammino per quel giorno. La strada corre in piano, le vacche camminano in fila, cercando di evitare sassi e ghiaia, che già ne hanno pestati a sufficienza. L’asfalto non sarebbe stato meglio. E il viaggio sui camion? Lo stress del salire e scendere sulle pedane, sui piani degli autotreni? Molto meglio questo cammino naturale, anche se lungo.

Sono le 14:00 quando la mandria lascia la strada e sale nel bosco, per uscire nella radura. Sembra tutto giallo e secco, ma dopo qualche istante le vacche abbasseranno la testa ed inizieranno a pascolare. C’è anche una vasca e dell’acqua per farle bere. Per quel giorno il cammino è finito, non si andrà oltre.

Dal pick up vengono scaricati fili e picchetti. La modernità permette di non dover rimanere lì a sorvegliare gli animali al pascolo mentre si va a mangiare un boccone. Appena l’ampio recinto sarà stato fatto, si attaccherà la batteria per la corrente e si potrà andare al coperto a mangiare un meritato boccone di pranzo. Sì, sono le tre del pomeriggio, ma le transumanze e il lavoro non hanno orari definiti.

Finalmente poi arriverà un po’ di bel tempo, quello che si attendeva fin dal mattino. La speranza per i margari è di avere condizioni migliori per i successivi giorni di transumanza, visto che le prime due tappe hanno visto pioggia, neve e nebbia.

Quando c’è il sole, l’autunno e la montagna regalano scorci di rara bellezza, dove gli animali al pascolo aggiungono quella nota di vita che niente altro può dare. Presto la montagna sarà totalmente silenziosa, muggiti e campanacci risuoneranno solo alle quote inferiori, laddove c’è ancora qualcuno che alleva qualche animale. Poi inizierà l’inverno.

Ecco, per concludere, la foto ricordo di tutte le persone che hanno accompagnato la transumanza quel giorno. Ogni tappa vedrà un susseguirsi di amici, di accompagnatori che verranno a dare una mano o anche solo a percorrere qualche chilometro con la mandria, fino alla conclusione con il passaggio attraverso il paese di Busca.

Non resta più su nessuno

Aria frizzante, foschia in pianura, ma su per la valle le cose cambiano. E’ autunno, sono quelle giornate in cui in montagna il cielo è limpido, le temperature salgono, i colori si accendono.

Infatti in alto i pascoli sono ormai tinti di marrone, arancione, rosso. Nei boschi di conifere inizia ad entrare il giallo, laddove ci sono larici. A quote inferiori, ecco l’arancio, il rosso dei ciliegi. La strada è sporca, non più tardi del giorno prima sembra esserci stata qualche altra transumanza.

Sento le campane, i muggiti, il richiamo dei margari appena prima della mia destinazione. La transumanza è appena partita. Gli animali camminano ordinati e tranquilli lungo la strada che scende nel bosco. Lassù non resta più nessuno. Dagli altri alpeggi circostanti sono venuti via tutti. Le pecore si sono spostate altrove nella valle.

Questi margari mi avevano appunto vista passare insieme al gregge e mi avevano chiesto se avessi voluto/potuto venire quando portavano giù la mandria. Eccomi così ad inquadrare nello schermo della macchina fotografica non un fiume bianco di pecore, ma una strada invasa da bianchi bovini di razza piemontese.

Come ben sapete, i bovini non sono la mia passione principale, pecore e capre incontrano di più i miei gusti, ma la transumanza è la transumanza, quel brivido te lo fa correre giù per la schiena in ogni caso. Gli animali sono tra i più tranquilli che mi sia mai capitato di incontrare. Niente a che vedere con certe transumanze a passo di corsa, con il pericolo di essere letteralmente caricati, travolti dalle vacche. Qui si scende di buon passo, ma è una camminata dignitosa e ordinata.

In certe transumanze ci sono più persone che bestie… Qui solo quattro componenti della famiglia, nella foto manca chi è in coda a guidare il trattore con il carro su cui sono caricati i vitelli.

Non è una transumanza di rudun, gli animali scendono con al collo solo le normali campane che già avevano al pascolo. Certi aspetti scenografici costano fatica e tempo. L’importante è soprattutto che le bestie siano belle e che tutto vada per il meglio.

Si arriva alla statale, c’è poco traffico a quest’ora, in questa stagione, in un giorno qualsiasi della settimana. E’ comunque necessario appostarsi sotto e sopra l’uscita della strada, visto che una curva toglie visibilità. Gli animali sfilano compatti e poco dopo può riprendere la normale circolazione delle auto.

Si attraversa la borgata prima, poi il ponte, fino a raggiungere dei prati dove la mandria sosterà ancora per qualche giorno. C’è dell’erba che quest’estate non è stata fienata e così saranno le vacche a brucarla, sperando che sia ancora di loro gusto.

Raggiunto il prato, vengono scaricati i vitelli più piccoli, che hanno seguito la transumanza comodamente alloggiati nel carro dietro al trattore. Adesso ritroveranno le loro mamme, succhieranno il latte e si metteranno a dormire nel tepore del sole.

Anche quelli che hanno percorso il tragitto a piedi magari si sono temporaneamente divisi dalle mamme, ma ora, nel pezzo recintato con il filo, poco per volta tutti si ritrovano, mangiano, si tranquillizzano. Ecco una vacca che amorevolmente lecca sul naso il suo vitello.

Per concludere, volevo mostrarvi come a questa transumanza abbiano partecipato anche due cani da guardiania, animali che vi ho sempre solo mostrato insieme alle greggi di pecore. Non avendo esperienza diretta, io ho sempre solo ascoltato voci discordanti, molte delle quali dicevano che non siano animali con l’attitudine a proteggere una mandria. I due cani presenti invece non hanno mai abbandonato le vacche.

Questo in particolare, ha un comportamento davvero perfetto. Dorme in mezzo agli animali, non si distrae un istante, non mi perdeva di vista mentre mi aggiravo a scattar foto (sempre solo in compagnia di uno degli allevatori). Mi hanno raccontato di come non morda le vacche nemmeno quando queste inavvertitamente lo calpestino, non tocchi le placente e non si allontani mai dagli animali. L’altro, allevato nello stesso modo, non presenta tutte le stesse caratteristiche. Ovviamente, l’inserimento è avvenuto quando erano ancora cuccioli.

Foto di gruppo finale. Anche per quest’anno la stagione è conclusa, si tornerà in Val Chisone nel 2015. Grazie per l’accoglienza e buon inverno anche a questi margari.

Seguendo le tracce e i suoni

Nonostante tutto la stagione è finita. Non parlo dell’estate e delle sue manifestazioni meteo non sempre gradite a tutti, parlo della stagione d’alpeggio. Se per questi lunghi mesi ho patito varie “mancanze”, più che mai in questo particolare momento la sensazione è viva. Quelle giornate che sono le più belle, lassù. E’ vero che al mattino fa freddo, che può esserci la brina, che le ore di luce si riducono, ma ci sono quei colori, quelle luci…

Incapace quindi di restarmene a casa, parto per una valle a caso, una valle dove non tornavo da anni. Come dicevo l’altro giorno chiacchierando durante un lungo viaggio in auto, mi piacciono le zone dove ci sono rocce calcaree che regalano una flora (quand’è stagione) e un panorama unico nel suo genere. Fa freddo, ma camminando veloce ci si scalda. Prima si sale nel bosco, poi finalmente si sbuca sui pascoli. Pascoli ahimè silenziosi. Tracce di discesa del gregge fin qui non ne avevo viste, solo i cartelli che avvisano della presenza dei cani da guardiania. Però appena fuori dagli alberi, nella prima radura, vedo l’erba brucata, gli escrementi quasi freschi delle pecore. Porte e finestre del gias sono però sprangate, restano da raccogliere le reti del recinto. Chissà se il gregge è sceso o si è solo spostato altrove?

Ovviamente al gias superiore non c’è nessuno già da tempo. Il sole brilla, appena offuscato da una leggera velatura. L’aria è fredda, i colori iniziano a mostrare qualche tonalità autunnale. Sul vallone domina il silenzio: non un belato, non una campanella, non un grido o un fischio, l’abbaiare di un cane. Tra qualche settimane tutte le montagne saranno così e allora non mi piacerà più venire a camminare su di qui, senza la certezza di incontrare un pastore, un margaro con cui scambiare quattro chiacchiere mentre gli animali pascolano placidamente.

Da certe montagne si scende prima, da altre dopo, dipende dalla disponibilità di foraggio, dalla quota, dal numero di bestie. Se lassù scarseggia il cibo, inutile rimanere, conviene abbassarsi. Quest’anno poi in basso l’erba non manca, viste le precipitazioni che hanno caratterizzato tutta l’estate.

Anche nel vallone confinante, dove doveva esserci una mandria di bovini, il gias è chiuso e silenzioso. Solo gli sbuffi dell’acqua nella fontana risuonano accanto alla baita. Gli animali non devono essersene andati da molto, le buse sono ancora morbide, velate appena da una sottile crosticina. Ci sarebbero due opzioni, scendere per la via più diretta e compiere un giro che mi porta ad altri alpeggi: visto che è ancora presto, decido di prolungare la mia camminata, anche nella speranza di incontrare ancora qualcuno.

Sul sentiero che scelgo di percorrere ci sono effettivamente i segni del passaggio della mandria, ma i ripidi pascoli circostanti sembrano non essere stati utilizzati. Solo intorno ad un altro gias intermedio le vacche hanno brucato e sostato, altrimenti i pendii mostrano chiaramente i segni di un progressivo abbandono. Felci, eriche, mirtilli, piccoli alberi di sorbo e maggiociondolo si avviano a colonizzare completamente quello che un tempo era un pascolo.

Il gias è aperto, manca la porzione superiore della porta. Dentro, i segni dell’utilizzo dell’uomo. Nessuna comodità, proprio solo l’essenziale: un fornello, un materasso appeso per metterlo in salvo dai roditori, un tavolo, il focolare.

I resti di un filo che delimitava il confine, poi il sentiero si fa meno pulito, qui le vacche non sono passate. Fin dove erano arrivate, non c’erano erbe o frasche a nascondere il cammino. Inizialmente perdo le speranze anche di incontrare la mandria, ma poi sento in lontananza risuonare i campanacci, così proseguo fiduciosa il mio cammino.

Vedo il basto fuori dalla porta, poi accorrono i cani e subito esce il margaro, che si tranquillizza vedendomi accarezzare i suoi animali senza timore. Iniziamo a chiacchierare e poco dopo sopraggiungono anche due escursioniste. L’uomo racconta di esser arrivato lì appena pochi giorni prima, sceso dagli alpeggi superiori. Ormai è tempo di rientrare in cascina, qui si fermerà ancora una settimana o poco più, in base all’erba che c’è ancora da pascolare ed alla data in cui i camion potranno venire a caricare la mandria. Quel mattino era sceso fino a valle per andare a fare la spesa, caricando poi gli acquisti sul basto della cavalla. Esistono ancora anche queste realtà apparentemente “fuori dal tempo”.

La mandria pascola godendosi la giornata di sole. “Ne abbiamo visto poco, quest’anno…“. Ci racconta anche dei lupi, che hanno attaccato i suoi animali. “Un vitello l’hanno sbranato. La veterinaria mi ha fatto vedere, aveva proprio l’ematoma sul collo dove l’hanno preso. Poi una vacca, ma forse quella l’hanno prima spinta giù e poi mangiata. Solo che… come si fa? Non posso tenere le bestie chiuse nei fili, e tanto se vuole il lupo passa sotto al filo!

Mia figlia ha preso due di quei cani bianchi, ma… non so…“. I due cuccioloni non sono assolutamente aggressivi con le persone, ma non stanno con i bovini. “Con le pecore è diverso, con le vacche secondo me non funzionano. Le vacche, quando hanno il vitello, caricano le persone, figuriamoci i cani! Quindi loro mica stanno lì insieme! Sono sempre qui a dormire vicino alla baita. Gli altri cani… la sera a volte abbaiano. Ci sono delle volte che vanno in là un pezzo e poi tornano indietro ringhiando, vedi che hanno paura. Quelle volte lì c’è il lupo di sicuro, perchè con una volpe o un cinghiale non fanno così.

Ultimi giorni e poi si scende. Discesa a piedi, poi giù ci saranno i camion per portare tutte le vacche nella cascina di pianura. Le due donne si incamminano, noi continuiamo a chiacchierare: “E’ bello per una volta parlare con qualcuno che ne capisce… Qui gente ne passa tanta, anche se il sentiero è più lungo, per andare al rifugio molti passano di qui perchè è meno ripido. Ma molta gente non sa cosa vuol dire questa vita, questo lavoro!

E i colori sono proprio quelli che precedono la discesa. Qui siamo a quasi 1700 metri, forse pascolerà ancora qualcosa più in basso, ma sarà solo un passaggio veloce durante la transumanza. Anche in questo vallone ci sarà solo più il silenzio.

Nell’ultima radura che incontro prima di rientrare nel bosco, ecco i segni di quelli che presto resteranno quasi gli unici abitanti di queste quote. I cinghiali hanno completamente rivoltato il cotico erboso. In questa stagione è facile osservare questi danni un po’ ovunque sui pascoli. E’ un problema sia per chi deve sfalciare, sia per il pascolo vero e proprio, perchè in seguito a questa “aratura” la qualità dell’erba peggiora.

Dietro ai luoghi comuni

C’è la gente che, in generale, invidia il mondo dell’alpe con in testa un’idea a metà tra Heidi e le immagini dei servizi fotografici/televisivi e c’è chi fa questo lavoro, ma pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde. E’ vero che, nel mondo agricolo, c’è una tendenza di fondo alla lamentela, ma quest’anno che sto girando parecchio e parlo con numerose persone, sto scoprendo un quadro non così piacevole. Sono sempre stata contraria alla filosofia del “lassù gli ultimi” e, con ottimismo, ho anche scritto un libro sui giovani che vogliono continuare/iniziare a fare gli allevatori. Però adesso nella mia mente si fanno sempre più strada riflessioni di altro tipo.

Prendiamo per esempio la Valle d’Aosta. Regione confinante con il Piemonte, nell’immaginario collettivo del mondo dell’allevamento, è un po’ vista come un piccolo paradiso. Poi andandoci e chiacchierando con la gente, vieni a sapere alcune cose. Per esempio, che gli alpeggi stanno spopolandosi. Dove manca la strada, solo pochi “eroi” salgono ancora a piedi seguendo gli antichi sentieri e mulattiere. Non a caso qui vediamo un gregge e, per di più, di provenienza biellese. Le mandrie monticano solo più dove ci sono strade, strutture e… e comunque di animali a pascolare in quota ce ne sono sempre meno.

Lo verificherò con mano il giorno successivo, senza fare una scelta mirata, ma andando dove mi porta il caso. Un lungo vallone, pascoli estesi, ma quasi interi. Pochi fili tirati, pochi suoni di campanacci, poche zone brucate. Come mai? Non è colpa del maltempo, sta succedendo qualcos’altro! Anche dalle mie parti comunque ho sentito gente che si lamenta perchè non trova “animali in guardia” da portare in alpe: “Non ci sono più quelli che avevano la piccola azienda, lavoravano in fabbrica e intestavano quelle 5-6, 10 bestie alla moglie. O c’è il grande allevatore, o…

E così in tutto quel lungo vallone alla fine trovo solo questa mandria. Intendiamoci, sono io la prima a “lamentarmi” per le esagerazioni, per quei numeri sproporzionati, per quelle situazioni in cui il territorio viene devastato dai troppi animali in alpeggio. Però ricordiamoci che abbandono e sovra-pascolamento sono ugualmente dannosi per la montagna e la biodiversità. Serve, come sempre, un giusto equilibrio. Questi animali non riusciranno di sicuro a pascolare tutta la montagna che ho visto (e la nebbia non mi ha nemmeno permesso di rendermi pienamente conto delle reali dimensioni dell’alpe).

Ho però visto un nucleo d’alpeggio disabitato ed abbandonato da tempo: situazioni che ben conosciamo nelle vallate piemontesi, che che stridono con il luogo comune della Val d’Aosta dove tutto invece è perfetto. Però comunque questa non è che una delle strutture… Chi sale in alpe qui ha abitazioni e stalle sistemate alla perfezione.

Nella parte intermedia del vallone avevo visto questo alpeggio. Non conosco la zona e la situazione di utilizzo attuale, ma apparentemente non sembrava abitato da allevatori e non vi era alcun segno di pascolamento lì intorno. Forse servirà come tramuto, quando la mandria tornerà verso il fondovalle. Resta il fatto che diverse persone mi hanno confermato come, in Val d’Aosta, sempre meno animali salgano in alpeggio.

La colpa? In Piemonte c’è gente che piange perchè non trova un alpeggio dove portare i suoi animali e qui attraversi valloni del genere senza quasi sentire un muggito o una campana? Alla fine il discorso va a finire sempre sugli stessi temi, cioè il sistema dei contributi che ha falsato tutto. Non conosco nel dettaglio la situazione di questa regione a statuto speciale, ma non è che siano finiti i tempi delle “vacche grasse” (perdonatemi il gioco di parole) e questi siano i primi risultati?

Cosa succederebbe in Piemonte (e nelle altre regioni, ovviamente) se tagliassero/eliminassero i contributi? Ci sono già stati dei controlli, molta gente si è già trovata in difficoltà perchè questi soldi attesi sono stati bloccati per alcuni anni o, addirittura, perchè si è dovuto restituire quanto percepito nei periodi precedenti. “Per sopravvivere, bisogna ancora far rendere le bestie…“, mi diceva un margaro che è passato attraverso diverse vicissitudini legate alle aste degli alpeggi, alle speculazioni, ecc ecc. Le cose ovvie e scontate ormai sembrano quasi strane. Non è sostenibile un sistema che si regge quasi solo più sui contributi!

L’altro giorno camminavo sullo spartiacque tra due valli e, nella nebbia, sentivo risuonare le campane di una mandria “rimasta sola”. Mi hanno raccontato che il margaro è morto da poco, probabilmente un infarto, mentre mungeva. Gli animali sono stati chiusi per oltre dodici ore, fin quando qualcuno si è accorto del tragico fatto. Adesso non c’è nessuno su quella montagna. L’uomo era solo da quando la moglie era mancata, uno dei figli ha una sua mandria in alpe, l’altro lavora in cascina in pianura. La gente dice: “Non ci sono più le famiglie!“, ed in effetti è vero. Questo lavoro richiede impegno, sacrifici, servirebbe tanta gente, gli operai esterni sono un costo e non sempre si ha la certezza dell’affidabilità… Ma rimanere a lavorare in casa, per figli, fratelli, nipoti spesso è impossibile. Idee differenti, voglia di cambiare, desiderio di costruire qualcosa di proprio, difficoltà nell’andare d’accordo e così alla fine può anche capitare di morire soli, a 63 anni, in mezzo alla propria mandria a 2300m di quota. Dicono che gli animali sono rimasti lì fermi e non l’hanno pestato. Era una strana sensazione, quella che provavo camminando su quel sentiero…

Montagne vuote, montagne dal futuro incerto, poi ci sono giovani che da una parte vorrebbero andare avanti, ma dall’altra si scoraggiano, perchè abbandonati da tutto e da tutti. Anni ed anni che si sale sullo stesso alpeggio, che si paga l’affitto, ma nessuno è ancora intervenuto per fare qualche minimo intervento per avere una struttura decente nella parte alta della montagna! Così tocca dormire in tenda e potete immaginare cosa significhi, specialmente in quest’estate di pioggia e di freddo.

Questo non è un alpeggio dove si soffre la solitudine, di gente ne passa… anche troppa! Solo che nessuno si impietosisce per le condizioni di vita del pastore, ma sono subito pronti a parlare se vedono una pecora zoppa attardata rispetto al gregge, o se osservano l’uomo fare un’iniezione ad un animale. Altro che vita idilliaca in alpe, il pastore mi racconta di sentirsi continuamente sorvegliato e giudicato. La gente non capisce più cosa significhi questo mestiere, ma… invece di informarsi, preferisce gridare puntando un dito accusatorio.

Non sono tutti luoghi comuni, resta la bellezza dei posti, la passione per il proprio lavoro, per gli animali, ma mi sembra di cogliere sempre più amarezza nelle persone che incontro. Questa per esempio non è una “bella montagna”, intesa come pascoli. Greggi di pecore sono sempre saliti qui, ma oggi, nel XXI secolo, si vorrebbe quel minimo di comodità in più. Almeno una baita, visto che già non c’è la strada. I pensieri vagano, mentre uno è al pascolo in solitudine. C’è chi arriva a chiedersi se non sia “giusto” stare da soli, facendo un mestiere così, perchè non si può costringere qualcuno a condividere gli stessi sacrifici. Mi hanno detto che il mio ultimo libro è pessimista, ma mi sa che ho descritto, con la fantasia, aspetti che esistono davvero.

Sono convinta che, nonostante tutto, il popolo dei margari e dei pastori continuerà ad esistere, ma in questo momento sta davvero attraversando un momento di crisi, non soltanto economica. Come si trasformerà, per sopravvivere?

Si sale quando è stagione

La transumanza è già stata qualche giorno fa, più precisamente sabato 5 luglio, ma tra problemi tecnici e viaggi vari, io ve la racconto soltanto oggi. Una transumanza di salita all’alpe ai primi di luglio? Sì… quando la quota è elevata e si aspetta di avere l’erba “giusta”.

Così i camion arrivano in valle quando ancora non è giorno, ma si vede appena la prima luce dell’alba. La notte è stata lunga, per i margari non c’è stato riposo: prepara tutto, poi carica le bestie nel cuore della notte, il giorno prima già si era fatto un giro a portare materiale e qualche animale.

Tempo di scaricare tutto, fare una rapida colazione e si parte a tutta velocità. Come viene aperto il cancello del recinto, le vacche si incamminano letteralmente di corsa e bisogna faticare non poco sia per contenerle, sia per star loro dietro. Ecco come scaldarsi nell’aria fredda del mattino!

Si attraversano le prime borgate, si sale e sale anche il sole, fino ad inondare la mandria in transumanza. Le schiene emettono vapore, una vera e propria nuvola che avvolge tutto. Il cammino però è ancora lungo, ci sono ancora numerose frazioni e borgate da oltrepassare prima di raggiungere la zona dei pascoli.

Ci sono già mandrie qua e là, questo per qualcuno è territorio d’alpeggio, così in questo caso gli animali hanno potuto salire prima. L’aria è frizzante, il cielo abbastanza limpido, si riuscirà a portare a termine la transumanza senza pioggia? Per fortuna pare di sì. Ma non ci sarà da patire il caldo, nei giorni successivi. Anzi, addirittura la neve farà la sua comparsa sulle cime.

Una tappa per separare le manze dalle vacche da latte. Uomini e animali si riposano, ma per le persone c’è già subito altro da fare: piantar picchetti e tirare fili, poi dividere gli animali che inizieranno qui la loro stagione d’alpe da quelli che invece salgono fino all’alpeggio più in alto.

Terminato questo lavoro, è ora di fare una colazione un po’ più sostanziosa. I chilometri percorsi a piedi sono parecchi, la stanchezza grava su tutti e qualcuno quasi si assopisce, mentre sorveglia gli animali (che però pascolano placidamente senza tentare la fuga).

Approfittando della sosta, una vacca pensa bene di partorire. Per fortuna fa tutto da sola e il piccolo apre gli occhi sul mondo tra i larici e un ruscello fragoroso. Ovviamente mamma e piccolo non continueranno il cammino, per quel giorno. Di lì a poco dei ciclisti raggiungeranno la transumanza e richiameranno l’attenzione dei margari: “C’è un cane morto indietro dove ci sono le mucche…“. Eppure i cani ci sono tutti! Il suddetto cane risulterà essere per l’appunto il vitello che riposa nell’erba…

Ci sono ancora parecchi chilometri da percorrere, così si riparte. Questa strada la conosco bene, l’ho percorsa varie volte, sia in auto, sia in bici, così i suoi strappi, i suoi tornanti, i suoi rettilinei sono impressi nella mia mente. Per la prima volta però in quell’occasione l’ho affrontata con una mandria in transumanza.

Ecco il momento in cui si esce dal bosco e si iniziano ad attraversare quei bei pascoli in fiore. Amo questa valle, i suoi panorami di ampio respiro che difficilmente si intuirebbero quando sei giù lungo la strada di fondovalle. Gli altri alpeggi lì intorno sono ancora vuoti, ma quelle mandrie iniziano a pascolare a quote più basse. A parte i ciclisti e qualche escursionista, c’è poco traffico. Forse la gente si è fatta spaventare dalle previsioni, o dalla nebbia che al mattino gravava sulla pianura… Uno strano mese di luglio!

Verso il Monviso già si accumulano le nuvole, ma sulla transumanza continua a splendere il sole. Le vacche adesso si sono calmate, vuoi la stanchezza (il cammino è lungo anche per loro), vuoi la separazione dalle manze. Ormai però non manca più tanto e tutti ne sono felici, perchè chi ha letteralmente passato la notte in bianco inizia ad essere molto molto provato.

Ecco la mandria a destinazione. Per il momento si arriva lì, sono quelli i primi pascoli da brucare. La baita è qualche decina di metri più a monte, ma poco per volta gli animali verranno via via spostati. Erba sembra essercene in abbondanza e si spera che la stagione sia buona. Chiuso il recinto, si sale tutti all’alpeggio per il pranzo, dopo qualcuno andrà a riposare, altri torneranno a valle. La stagione d’alpeggio inizia anche quassù all’Alpe Valanghe nel Vallone di Marmora (CN).

La delusione dei giovani

La mia presenza qui diminuisce proporzionalmente con l’impegno legato alla pastorizia “sul campo”. Vale per tutti quelli che praticano il mestiere dell’agricoltore o dell’allevatore. Ciò nonostante, la maggior parte dei giovani (e non solo) di oggi cerca di ritagliarsi un po’ di tempo per “condividere” con il resto del mondo sui social network pensieri, preoccupazioni, immagini. Ci si sente meno soli, meno incompresi.

(foto M.Colombero)

Riporto qui la lunga e amara riflessione di Michele, margaro cuneese. Non uno di quelli che si piangono addosso e non vedono oltre i confini della propria stalla, ma un ragazzo che vive la sua passione riuscendo anche a trovare del tempo per concedersi qualche spazio per il divertimento e lo sport. “Grazie… grazie all’arpea, all’agea o forse grazie alla Coldiretti o ancora di più a Roma e alla finanza… la mia lista di ringraziamenti potrebbe risultare lunga e strana per chi non comprende, ma credo che ognuno di questi enti citati abbiano bisogno di essere ringraziati, per l’impegno profuso che stanno portando avanti x ucciderci!!
Pac, titoli, anomalie, blocchi, indagini, tare, retroattività e multe e chi più ne ha più ne metta!! …queste sono le uniche cose che da 7 anni rimbombano nella mia testa… 7 anni che sento parlare di questo e basta.
Mai ho sentito pronunciare la parola “valorizzare”, sarà così complicata?! Nessuno li ha chiesti i contributi europei e visto che ormai, più che un’integrazione al reddito o un aiuto all’agricoltura, sono diventati redditi veri e propri, solo x alcuni speculatori come logicamente solo in Italia poteva avvenire… allora perché non li togliamo? Perché non iniziamo a parlare della vita che realmente ogni santissimo giorno svolgiamo? Perché non valorizziamo il lavoro e tutto ciò che comprende esso al suo interno?Perché non analizziamo azienda x azienda e capiamo davvero chi e cosa stiamo portando avanti a livello di tradizione coltura e dedizione al lavoro!? Perché non capite quanto sia difficile al giorno d’oggi (x spontanea scelta x carità) svolgere una vita di infinite rinunce e sacrifici che il mio stile di vita comporta? Quanto sia diventato praticamente impossibile far coesistere questo nuovo e moderno sistema al mio vecchio e tradizionale lavoro (x colpa vostra)!! Perché io che sto dando tutto, che sto cercando di non mollare, che sto cercando di condurre la vita che ho sempre sognato vengo spinto in un imbuto che porta al nulla? E tantissimi davanti e dietro di me spinti al medesimo destino?
Sono stanco perché chiedo solamente di poter lavorare e non di fare una guerra continua e quotidiana x poter stare in piedi! Sono stanco perché in fin dei conti viviamo tutti una volta sola, per quello che sappiamo, e non merito e non accetto di dover fare una vita così, senza più prospettive future senza soddisfazioni ne raggi di sole!! E mangiare merda di continuo, e non perché non so fare il mio lavoro, ma semplicemente perché chi ci gestisce pensa che siamo una categoria di ignoranti, che si accontenta di una bottiglia di vino e di una campana nuova!!! Non lo merito io che sto entrando in punta di piedi, ma soprattutto non lo merita mio padre, mio nonno o chi prima di lui ha condotto una vita fondata sul lavoro sui sacrifici, x poi essere dimenticati in questo modo.
Il nostro lavoro è la nostra passione, perché se così non fosse non ci saremmo più… ma di sola passione non è immaginabile né concesso vivere…
Guardare il cielo e sperare che tutto cambi è l’unica cosa rimasta, ma non può bastare.

(foto M.Colombero)

Non servono tanti commenti, Michele ha già detto tutto. Volevo però ancora riportare alcuni altri messaggi e commenti letti e ricevuti sempre su facebook. Perchè la testimonianza del giovane margaro viene dall’interno di questo mondo. Chi invece lo vede dal di fuori ha tanti sogni e quasi si offende quando cerchi non di scoraggiare il suo entusiasmo, ma semplicemente gli mostri la realtà.

Ancora una testimonianza. Scrive C., titolare di una “piccola” azienda agricola: “Ebbene sì… si lavora per nulla ormai e quasi che devi ringraziare ancora che ti ritirano le bestie… ma svendere dopo il lavoro grande che c’è dietro a ogni bestia è veramente vergognoso… agnelli a 3 euro..uno mi ha detto addirittura detto che c’è un macellatore che li ritira a 1 o 2 euro al kg… con 5 cani che ho ne macello uno alla settimana per loro..spendo meno che comprare crocchette!!!!
quel che mi domando sempre io… ma com’è che ci son certe categorie che son chiamati i “travaj borgnu” e lì paghi e bon parei?????
Ho in andi una pratica noiosa e pesante da un avvocato,con giudice,con perito e notaio me ne son fatta per 5000 euro… per quella cifra devo vendere tutto il mio trup di pecore o ingrassare 5 vitelli per un anno e mezzo per vedere tutti ‘sti soldi…

C’è invece M., che vorrebbe intraprendere questa la strada dell’allevamento/azienda agricola: “Mi sono informato su come potere avere dei finanziamenti x prendere degli animali: code  negli uffici a parte, ma la burocrazia ti distrugge non hai sbocchi concreti.” Moltissimi continuano a scrivere e me e ad altre pagine/siti per cercare lavoro in alpeggio o in azienda agricola, ma si lamentano per la poca offerta o per il fatto che si richieda “esperienza nel settore”. Anche qui delusione da parte di chi dice di aver voglia di fare, ma non viene nemmeno messo alla prova. Anche se ho già scritto altre volte a riguardo, mi riprometto di parlarne ancora appena avrò tempo. Come vedete, non è facile fare il pastore e, con le difficoltà attuali, molte volte non puoi più nemmeno permetterti di pagare un aiutante, anche quando ne avresti bisogno.

Sono nata in questo mondo, ma…

Era da prima di Natale che avevo scoperto che, nelle campagne del paese in cui abito, c’era una mandria vagante. Sì, non un gregge, ma una coppia di giovani margari che, anche quest’anno, giravano con i loro animali, senza una sede fissa. Lui lo conosco da tanto, da quasi dieci anni, quando era passato qui con un gregge. Altri tempi!

Poi un giorno la mandria la vedo anch’io, transitando lungo la strada. C’è anche una roulotte, un trailer… Ma vado di fretta e non posso fermarmi. Un’altra volta incrocio per la strada i margari e mando un messaggio, avvisandoli che appena possibile sarei andata a trovarli. E così ho fatto ieri. Prima vedo gli animali, sono tantissimi, impossibile farli stare in un unico scatto. Poi cerco la roulotte e trovo Manuela ancora intenta a pranzare, anche se sono le 14:30.

Prima ha dovuto andare a tirare i fili nel luogo dove poco dopo sposterà la mandria. Le chiedo se lo farà da sola, infatti non vedo Sandro, ma lei mi invita ad entrare mentre finiscono il pranzo. C’è un amico che le darà una mano, anche lui è una mia vecchia conoscenza. Di Sandro e Manuela avevano parlato in tanti la scorsa primavera, quando anche la RAI aveva dedicato un servizio nella ahimè sospesa rubrica “Montagne”.

Manuela e Walter prendono i cani e raggiungono la mandria. C’è da fare uno spostamento, così lei prende la cavalla, mentre l’amico manda il cane a radunare il resto della mandria. Come sempre, sono “cose belle da vedere”, ma bisogna pensare a tutto quello che c’è intorno. Adesso lascio che facciano i loro lavori, ma dopo scambierò quattro chiacchiere con più calma con Manuela, mentre finirà di raccogliere i picchetti ed il filo.

Gli animali sono sazi, quindi si avviano con calma. E’ il secondo anno che la mandria vaga per tutto l’anno, mentre lo scorso anno per la prima volta hanno affrontato la transumanza verso la montagna interamente a piedi. Quest’inverno sta andando bene, ci sono stati giorni di pioggia in cui è stato necessario acquistare del fieno, ma per ora niente neve. “Invece lo scorso anno le abbiamo fermate due mesi, prima invece si affittava una cascina.

Sandro non è nuovo al pascolo vagante, infatti io l’avevo conosciuto e immortalato quando praticava questo mestiere con le pecore, per Manuela invece è un’altra vita rispetto a quella cui era abituata. “Sì, sono nata in questo mondo, è vero, ma non così. Avevamo una cascina, facevamo i formaggi, andavamo a vendere sui mercati. A vivere così, a lavorare così ho iniziato con lui e poi in questi ultimi anni proprio sempre fuori, con la roulotte.

La mandria sfila lentamente, scende in un vallone e risale verso una borgata silenziosa. Non c’è quasi nessuna campana al collo degli animali, quindi il passaggio quasi sfugge all’attenzione degli abitanti della frazione. Spostare così tanti animali lungo le strade non è una cosa semplice. “Quando possiamo, passiamo fuori dalle strade grosse. Oppure, se proprio dobbiamo, allora lo facciamo di notte. A qualunque ora comunque dai fastidio, c’è sempre quello che di dice che potevi farlo in un altro momento della giornata!

La transumanza verso l’alpe lo scorso anno è durata più di un mese, dal 2 di maggio all’8 giugno. “Siamo partiti da Tonengo e siamo arrivati a Sauze d’Oulx. Tutto all’avventura, anche se comunque Sandro conosceva già da quando era passato con le pecore. Lui andava avanti a cercare l’erba, a prendere i contatti, a vedere dove passare, io stavo con le vacche a fare i lavori, tirare i fili, quelle cose lì. Lui organizzava la giornata… Poi da Avigliana in su è stato più facile. Non c’è più nessuno che va su a piedi a parte Pognant con le pecore, ma ci siamo divisi i posti in modo che ci fosse spazio per tutti, un po’ noi, un po’ lui.” Anche qui è così, Manuela non è pratica dei posti, si affida al suo compagno e, in questo momento, all’amico che invece quelle zone le conosce meglio.

Fin qui potrebbe sembrare una “normale” storia di pascolo vagante, pur con alcune differenze rispetto a quelle che sono solita raccontare. Però c’è molto altro a rendere così particolare la storia di Manuela, questa bella ragazza esile, dal sorriso dolce, classe 1980. E’ la mamma di tre bambini, ma questi al momento non sono con lei. “Leonardo ha sette anni, a lui piace, aiuta già… Poi c’è Marta che ha 5 anni e Marco, due anni e mezzo. Sono con la nonna su. Leonardo va a scuola. Non li vedo tanto spesso, patiscono la macchina e il viaggio è lungo. Speravo che per Natale potessero venire, ma poi pioveva così tanto e in quei giorni lì non puoi metterle nel filo, devi farle pascolare. Speravo venisse almeno Leonardo, ma poi non potevo farlo stare tutto il giorno fuori nella pioggia e nel fango.

Passa anche la mascotte della mandria, una vacca scozzese acquistata da Sandro. Quella di sicuro non patisce il freddo. “Ma nemmeno le altre, sono abituate, anche i vitelli, nascono e stanno bene, non me n’è mai morto uno per il freddo. Capita, se devono morire che hanno qualche altro problema, ma non perchè stanno fuori. Nascono dove ci troviamo, a volte bisogna tagliarle, oppure mettersi lì e tirare…

Manuela tira il filo per chiudere il pezzo, poi andrà a recuperare fili e picchetti rimasti nel prato da cui si sono spostati. In questi giorni non ha la macchina, che è dal meccanico e sta cercando qualcuno che abbia il gancio traino per spostarle la roulotte. “E’ la mia casa, mangiare e dormire, sempre lì. Tutti i sabati viene mia cognata a prendere la roba da lavare. La spesa vado a farla io, devo andare anche stasera, perchè non abbiamo più niente… Sandro si stupisce che la sera io abbia ancora voglia di cucinare, ma con quattro pentole mi arrangio a fare di tutto e a volte qui nella roulotte abbiamo cenato anche in dieci!

La domanda sorge spontanea anche in chi bene o male fa il suo mestiere: “Ma chi te lo fa fare?“. “Ci sono quei giorni che vorresti dare un calcio a tutto, ma dopo la tempesta viene sempre il sole. E’ la passione che me lo fa fare, è la passione che mi fa andare avanti.” La passione, quella che muove tutto e che fa sì che ogni animale abbia un nome (e ci saranno almeno 200 capi in questa mandria). Immagino però che sia dura per lei e non parlo del lavoro, perchè sicuramente sta facendo quello che le piace, ma non poter stare con i suoi bambini fino all’estate, quando la famiglia si riunirà su in alpeggio.

Scendere giusto in tempo

Dall’alpe scendi innanzitutto quando hai finito l’erba. Poi, adesso, in epoca moderna, scendi perchè la legge te lo impone e c’è una certa data entro cui devi partire, oppure scendi perchè il tal giorno i camion possono venire a caricarti il gregge o la mandria. Scendi perchè la TV o internet hanno dato neve in arrivo (una volta quante volte si veniva sorpresi dalla neve e solo allora si scendeva?).

Non c’è il tempo “giusto” per scendere. Sicuramente con il sole si fatica meno, ma personalmente non mi dispiace lasciare l’alpe con quell’atmosfera che davvero ti dice che la stagione è finita. I margari da un paio di settimane avevano fissato il giorno per la transumanza e la domenica, sotto la pioggia, avevano abbassato le manze. Tutta la mandria era stata riunita nei pressi delle baite solo il lunedì mattina, poco prima della partenza definitiva.

Tutti davano una mano, chi con gli animali, chi in cucina per preparare “un po’ di colazione”, ma soprattutto il pranzo da consumare una volta finito di caricare gli animali sui camion. La prima parte di transumanza però avviene a piedi, così Piero ad un certo punto chiama la mandria e ufficialmente si parte. Cade una pioggia fine, sottile, l’aria è fredda, in alto è caduta neve nei giorni scorsi.

Il cammino è rapido, gli animali procedono a tutta velocità, bisogna fare attenzione a non essere letteralmente investiti, specialmente quando il toro cerca di cavalcare una vacca o due vacche si cavalcano tra di loro. Questo fenomeno è l’incubo delle transumanze, sia per l’incolumità delle persone che danno una mano, sia per i rischi che corrono gli animali stessi. A volte basta poco per mettere un piede in fallo e scivolare nella scarpata o anche solo per ferirsi una zampa.

La pioggia va e viene, ma l’atmosfera è proprio quella giusta. Anche i colori sono lo sfondo più adatto per la transumanza. Si sale quando il verde si allarga sulla montagna, si scende quando questo viene sostituito dal rosso e dal marrone sui pascoli, dal giallo e dall’arancio nei boschi.

Il resto della transumanza avviene con la pioggia battente e sulle schiene della mandria si alza una nuvoletta di vapore. Anche gli uomini sudano sotto giacche e impermeabili, ma tra poco il cammino finirà e ci sarà “solo” più da far salire le vacche sui camion. Al termine di questo lavoro, un boccone in compagnia, poi ci si saluta. Per i margari però il lavoro continuerà fino a tarda sera: li aspetta una cascina ed una stalla diversa dagli anni precedenti, così ci sarà da faticare a lungo per far entrare le vacche e legarle ciascuna al suo posto.

Intanto su in valle ha di nuovo nevicato. La neve non è ancora scesa in basso, ma la montagna ha davvero cambiato faccia. Mancano pochi giorni anche alla partenza del gregge, i pastori si sono fatti rassicurare sulla stabilità del meteo almeno fino al momento della transumanza… però un minimo di apprensione c’è comunque. Non è più come una volta che, quando arrivava la neve, si partiva. Ora c’è la maggiore certezza delle previsioni, ma nello stesso tempo ci sono molte più cose da fare e da trasportare, quando si fa la transumanza.

Per fortuna gli ultimi giorni sono un’alternanza di sole e nuvole che regalano ancora dei bei momenti. Il gregge è vicino a casa, così si può approfittare di qualche momento per fare gli ultimi lavori: c’è chi cucina per la transumanza, chi inizia ad imballare tutto ciò che dovrà essere portato via. Si fa scorta di legna per il prossimo anno, si sistema il tetto e si chiudono le finestre, affinchè la neve invernale non vada a danneggiare le strutture.

E’ proprio ora di partire. Lo dicono i colori, lo dice l’aria. Magari resterà indietro erba da pascolare, il gregge ne avrebbe avuto ancora forse per un giorno o due, ma è inutile rischiare oltre. Ormai gli amici sono avvisati, presto arriveranno per dare una mano, mentre il gregge viene mandato a pascolare in vista della partenza.

Dopo pranzo, ci si mette in cammino. Il cielo è velato, c’è “aria di neve”, dal fondovalle sale una leggera nebbia. Risuonano per l’ultima volta i suoni delle campane, i belati e l’abbaiare dei cani, ma tra poco quassù sarà solo silenzio. I pascoli resteranno a disposizione di caprioli, camosci e stambecchi, fino alla prossima stagione.

Le pecore sembrano proprio aver voglia di scendere: avanzano veloci, quasi di corsa, e bisogna faticare a contenerle, anche perchè nelle retrovie c’è chi va più piano, ci sono gli agnellini, c’è chi si distrae per pascolare ancora qualche ciuffo d’erba.

Un saluto all’altro pastore che resta ancora su… O meglio, che intendeva farlo! Infatti poco dopo il passaggio del gregge, anche lui si incamminerà scendendo più a valle, visto che la neve inizierà a cadere imbiancando i pascoli. Erba ce n’è più poca, meglio lasciar perdere e non rischiare oltre!

L’aria è sempre più fredda, il clima è proprio quello che ti dice di andare via. Certamente sarebbe stato bello partire con il sole, in maglietta, invece che infagottati in maglie e berretti, però così la montagna la lasci più volentieri, sapendo che per te e per i tuoi animali lassù non c’è più posto.

Giù per la strada a volte pioviggina un po’. Gli animali vorrebbero fermarsi a pascolare, ma bisogna camminare e raggiungere la destinazione finale prima che venga sera. Con il maltempo l’oscurità arriverà ancora prima ed è fondamentale riuscire almeno a percorrere tutta la strada di fondovalle prima che sia notte.

Ogni tanto ci si ferma per raggruppare il gregge, poi si riparte. Al seguito ci sono i mezzi per caricare animali in difficoltà: da una parte gli agnelli nati negli ultimi giorni, ma sarà anche necessario “dare un passaggio” a due partorienti che hanno scelto proprio quei momenti concitati per mettere al mondo una coppia di gemelli ciascuna!

Buona parte del cammino su asfalto avviene sotto la pioggia, più o meno intensa, talvolta accompagnata da raffiche di forte vento. Si pensa a scendere e non ci si domanda cosa stia capitando lassù all’alpe, ma dalla pianura (adesso che i telefoni hanno ripreso a svolgere il loro ruolo, dopo mesi di quasi totale silenzio) arrivano notizie di violenti temporali, addirittura grandine.

Ogni volta che è possibile, si sfruttano slarghi e strade laterali per far defluire il traffico, incredibilmente abbondante in una giornata del genere lungo una strada di montagna. C’è anche il pullman di linea, ma per fortuna l’autista è “del mestiere”, padre di pastore, cognato di margari… Poi camion e moltissime auto, ma per fortuna quasi nessuno si lamenta troppo.

Si passa il paese che è già quasi sera. La gente esce a vedere e salutare, ma il gregge prosegue veloce. Manca poco al punto dove si lascerà la strada, poi ci saranno ancora un paio di chilometri in salita, per arrivare al luogo dove il gregge finalmente si fermerà. Scende l’oscurità, soffia un vento forte e gelido, le montagne sono imbiancate. Il cammino pare infinito, quasi al buio si cerca di capire quanto manca ancora, poi finalmente si arriva e quasi tutti salutano velocemente per tornare a casa, ad altri lavori, altre incombenze. C’è chi deve andare dalle vacche in stalla, chi a dare il pezzo alle proprie pecore. I pastori lavoreranno ancora per un paio d’ore prima di sistemare tutto.

Per quella notte però si risale ancora all’alpe, c’è ancora del materiale da prendere lassù. La neve è caduta fin poco sotto le baite, soffia un vento fortissimo che ha spazzato la neve formando delle croste di ghiaccio. La stufa calda accoglierà i pastori quando arriveranno, molto tardi. Si mangia rapidamente e si cerca di dormire nonostante il vento, poi al mattino si carica tutto e si parte. E’ l’ultimo saluto alla montagna, ormai non più ospitale per uomini ed animali.

Chi resta per finire i lavori, far pulizia, portare via pentole e coperte, vede poco per volta arrivare il sole. Il vento si calma e l’atmosfera si tinge dei colori autunnali. Pare quasi di vedere i larici diventare più gialli di ora in ora. sarà necessaria quasi l’intera giornata per sistemare tutto, togliere l’acqua dai tubi, chiudere ogni cosa, caricare le auto.

Quando finalmente è tutto a posto, l’atmosfera è di nuovo cambiata. Il cielo è livido e c’è aria di neve, inizia a passare qualche fiocco leggero. Poco dopo, mentre si scende a valle, la neve cadrà abbondantemente. Una volta tornata a casa e seduta qui davanti al pc, avrò modo di vedere decine e decine di immagini di chi ha aspettato un giorno in più per la transumanza e pertanto è sceso tra la neve. Anche sul gregge comunque ha nevicato e la discesa a valle non è ancora conclusa…

Festa della transumanza con polemica pastorale

Dopo una settimana di assenza, durante la quale sono successe molte cose da raccontare su queste pagine, riprendo da dove ci eravamo lasciati, cioè dalla festa della transumanza di Pont Canavese. Domenica scorsa il tempo era molto incerto e infatti la pioggia ha colpito con scrosci più o meno intensi la manifestazione, ma… chi ha capito il vero spirito transumante dovrebbe aver compreso che anche quello fa parte del gioco, o meglio, del mestiere!

In piazza già al mattino le bancarelle erano pronte ad accogliere i visitatori con la loro merce: artigianato, prodotti tipici ed artistici, informazioni turistiche sulla valle e sul Parco del Gran Paradiso. Si guardava in su e si sperava nel tempo, che inizialmente sembrava essere abbastanza buono. Il pubblico cominciava ad affluire, ma ovviamente sarebbero state le ore centrali della giornata quelle più affollate.

C’era anche uno stand dedicato ad un’azienda che alleva alpaca. La simpatica signora di Alpaca & Nuvole di Castelnuovo Nigra mi ha raccontato la sua scelta di vita per intraprendere questa nuova strada, faticosa, ma appassionante. La lotta per recuperare spazi per il pascolo, il passaggio dalla materia grezza ai filati e poi ovviamente ci sono gli animali… Purtroppo l’azienda non ha ancora un sito (l’intenzione c’è, ma poi il lavoro è sempre tanto ed il tempo per sedersi al computer invece manca!), però qui trovate i riferimenti per i contatti.

Puntualissima, poco dopo arriva la prima mandria in transumanza, annunciata dal suono dei rudun. Si tratta degli animali di Giovanni Contratto Ricca e non è che l’inizio della festa! Pubblico per ora ce n’è ancora poco, ma tutti i presenti salutano i margari ed i loro aiutanti. Viene offerto un bicchiere di vino, un cabaret di paste, ci si saluta, in un clima di allegria e simpatia.

In piazza intanto i più piccoli si divertono a fare piccole passeggiate a dorso d’asino. Per loro sarà comunque una giornata indimenticabile, l’entusiasmo dei bambini, anche “di origine cittadina” è grandissimo. Sicuramente si ricorderanno a lungo questo giorno, con un incontro dal vivo con gli animali e non solo immagini dentro uno schermo televisivo.

Segnalo questa toma “dei tre latti” prodotta dall’azienda Basolo in Val Soana e mi domando fino a quando si potrà gustare questa prelibatezza (gli anziani dicono che erano le tome migliori), visto che la presenza sempre più ingombrante del lupo anche nel Canavese fa sì che i margari che allevano sia vacche, sia ovicaprini, stiano pensando a fare delle scelte, dato che diventa impossibile lasciare incustodite durante il giorno capre e pecore.

Tutta Pont era agghindata a tema. I negozi esponevano prodotti che richiamavano l’evento o avevano realizzato prodotti specifici per l’occasione. Poi qua e là nelle vetrine o sui tavolini all’esterno facevano bella mostra giganteschi rudun riccamente decorati. Transumanza ovunque per questo terzo appuntamento con la manifestazione, ottimamente organizzata con grande entusiasmo che ha saputo coinvolgere un po’ tutti, o quasi…

Certo, c’era da aspettare tra un passaggio di animali e l’altro, ma chi aveva capito davvero cosa stava succedendo non poteva aver pretese di puntualità e rigore. Questa era una manifestazione vera, con mandrie e greggi che davvero scendevano dall’alpe per tornare in pianura, quindi c’era chi si era messo in cammino direttamente partendo dalla baita, chi aveva fatto tappa lungo la strada, a seconda della distanza. E poi, in questo mestiere, può sempre esserci l’imprevisto! Comunque, se uno non aveva voglia o si annoiava ad aspettare, bastava capire chi fosse il prossimo a transitare per la piazza e poi andargli incontro. Io mi sono avviata a piedi lungo la Val Soana, fino a sentire lo scampanio ed incontrare poi la famiglia Basolo con i loro animali.

Sono quindi scesa con loro fino ad entrare in Pont. Tutta la gente aspettava lungo la via principale e poi nella piazza, quindi prima era transumanza “normale”, quella che avviene ovunque nelle valli in questo periodo. Il bello è che, con l’occasione della festa, si è riusciti a mettere insieme tanti per far sì che scendessero lo stesso giorno e si è ridato il giusto riconoscimento ed onore a questo mestiere, facendolo transitare davanti a tutti tra sorrisi ed applausi.

Nonostante la pioggerella fine che aveva iniziato a cadere, in piazza c’era sempre più gente ad attendere i margari ed i loro animali. C’era chi guardava direttamente il passaggio della mandria e chi era impegnato a scattare foto o realizzare filmati. La folla che si assiepava lungo la via mi ricordava il passaggio del Giro d’Italia, però le vacche sono grosse e nessuno osava avvicinarsi tanto!

In coda alla mandria, altri bambini. C’erano quelli tra il pubblico, che strillavano eccitati, ma c’erano anche quelli per cui la transumanza è una grande festa, ma anche un giorno “di lavoro”. A quell’età non lo vivi come tale e poi anche in seguito camminare davanti o dietro ad una mandria o un gregge, lo sapete bene, viene definito “passione” prima che non mestiere. E’ proprio così, da bambini, con una cana in mano, che nasce la passione.

Usciti dal paese, nuovamente senza pubblico intorno, le mandrie continuano il loro cammino. La “festa” è finita, per ora. Si cammina fino alla cascina o a trovare un pascolo dove fare una sosta, poi probabilmente ci sarà un altro festeggiamento, cioè un pranzo tutti insieme, amici e parenti.

Ho scoperto che c’è anche una sorpresa, un gregge in più che parteciperà alla festa. Per me è l’occasione di ritrovare un vecchio amico, non vedevo lui con il suo gregge da anni. E’ Piero, detto “il Bersagliè” (chi ha letto “Dove vai pastore?” se lo ricorderà, con il suo humor e le sue battute), che ha deciso di far passare la sua transumanza nel fondovalle proprio oggi per aggiungersi alla festa. Questa transumanza per lui infatti ha anche un significato particolare.

Mentre aspettiamo che il vigile ci dia il via libera per partire, mi racconta un po’ di cose “da pastore”. E’ informato su di me e sulla mia vita, ma sono io a non sapere più niente di lui. Questa forse sarà la sua ultima transumanza, proprio per questo motivo ha deciso di sfilare per il centro del paese insieme agli altri. “Ho qualche problema di pressione, può darsi che non possa più andare in alta montagna. Credo che le venderò, non tutte, ne tengo un po’, perchè altrimenti cosa faccio… Ma è ora di ritirarsi.

La transumanza è bella da vedere, la transumanza è bella da fotografare, ma… Non me ne vogliano i margari, io trovo che la transumanza di un gregge e del suo pastore abbia quel tocco di fascino in più. La bellezza sta nell’avanzare compatto degli animali alle spalle della loro guida. Se poi il pastore ha il phisique du role, tanto meglio!

Anche il pubblico sembra apprezzare: le pecore sono meno pericolose della vacche, poi c’è l’entusiasmo nel vedere l’asino con il suo carico di agnellini. In tanti allungano una mano per sfiorare i velli morbidi, ma gli animali iniziano ad essere nervosi e spaesati. Per loro è un’esperienza nuova e non del tutto gradevole.

Così si forma un ingorgo, gli animali non vogliono proseguire oltre, anzi… si girano per tornare indietro! C’è da sudare un po’ per riportare tutto alla normalità a forza di fischi, di abbaiare di cani, tra la gente che non capisce bene e contribuisce ad aumentare la confusione. Poi il pastore va indietro a prendere uno degli asini per la cavezza e tutto torna ad andare per il verso giusto.

Seguo il gregge. Si sta facendo tardi, devo rientrare in alpe entro sera, ma il pastore ed i suoi amici mi invitano a pranzare con loro più avanti lungo la strada. Mi perderò il resto della festa, ma nonostante tutto mi inseguiranno le “polemiche” suscitate da uno spiacevole incidente verificatosi nelle ore successive. Già al mattino infatti gli organizzatori mi avevano informata che, se Piero fosse transitato a Pont, l’altro pastore (quello ufficialmente inserito nei manifesti de La Transumanza) non avrebbe poi voluto passare di lì. Se avesse visto tracce di escrementi lungo la strada, avrebbe tirato dritto… Gelosie tra pastori? Le pecore di Piero sono belle, ben curate, un comportamento simile avrebbe potuto essere giustificato solo in presenza di un gregge potenziale portatore di malattie!

Liquidiamo la cosa con un’alzata di spalle, io confidavo nel buonsenso, pertanto continuiamo il nostro cammino. Gli amici di Piero sono persone della valle e mi raccontano  com’è nata la loro amicizia. Ai tempi dell’alluvione del 2000, che devastò la Valle Orco, il pastore rimase bloccato in valle e si ritrovò a condividere quei momenti difficili con il resto della popolazione, aiutandosi l’un l’altro. Una bella storia di solidarietà che genera un’amicizia destinata a durare nel tempo.

(foto G.Fassino)

Lascio la valle e la transumanza per rientrare verso l’alpeggio. Verrò poi a sapere che l’altro gregge, con un numero di capi ben maggiore, ha tirato dritto ed è passato sulla circonvallazione di Pont. Che brutto gesto, poco intelligente… La delusione, del pubblico e degli organizzatori, è stata grande. Commenta l’amico Carlo: “Io c’ero mi è dispiaciuto soprattutto per tanti bambini che ho visto molto ansiosi di vedere il gregge.” La brutta figura l’ha fatta chi non ha voluto passare senza che ci fosse una ragione plausibile per questo gesto così stupido. E pensare che il manifesto della transumanza portava proprio come sfondo la foto del gregge… Capite perchè è impossibile sedere i pastori intorno ad un tavolo per prendere delle decisioni? Persino nei momenti di festa capitano queste cose. Comunque a detta di tutti, nonostante il pastore dissidente e nonostante la pioggia, è stata una bella manifestazione. Chiedo scusa per non potervi mostrare anche il transito delle mandrie del pomeriggio.