Facevo il falegname, ma sono sempre stato uno “di campagna”

La scorsa settimana sono andata in Val Pellice a trovare Daniele. In pianura c’era la nebbia, mentre in valle splendeva il sole e le strade erano tutte un via vai di trattori che, dalle stalle, portavano il letame nei prati. Le previsioni dicevano che sarebbe arrivato il maltempo, quello che in questi giorni ha portato pioggia e neve un po’ ovunque in Piemonte.

Eccomi così davanti a “La Capra Bianca”, a Villar Pellice. Daniele aveva finito il giorno prima di pulire le stalle e così aveva un po’ di tempo da dedicare alla nostra chiacchierata. “L’idea è nata per colpa di mio figlio, quando aveva 16 anni. Abbiamo iniziato nel 2005-2006. Lui, finito la terza media, ha lavorato per l’azienda Melli-Gonnet e così ha deciso di voler fare questo, di allevare. Avrebbe voluto tenere mucche, ma qui in valle con sole capre non c’erano molti, poi erano più facili da gestire, anche per iniziare, potevamo usare le vecchie stalle, invece con le mucche avremmo dovuto far subito una stalla nuova.


La stalla l’abbiamo fatta nel 2011 con i contributi del PSR. Abbiamo messo i pannelli sul tetto, quella è stata un’altra grossa spesa, ma è anche una rendita. Avevamo messo una copertura, la commissione paesaggistica aveva dato l’ok, ma il Comune invece no, così abbiamo messo i pannelli. Il titolare sono io, mio figlio è coadiuvante, poi c’è la moglie che ovviamente da una mano. Passerà poi titolare mio figlio, ma non stiamo a fare le domande per i contributi di insediamento, tanto quest’anno le hanno bocciate tutte in provincia di Torino… Quello dei contributi è un sistema sbagliato: dovrebbero darti subito i soldi con il vincolo di restituirli, piuttosto che far così. Prima li devi spendere e poi loro te li danno, così sono tutti costretti ad impegolarsi con le banche. Gli unici a cui conviene sono quelli che i soldi li avrebbero già. 


Io prima facevo il falegname e mobiliere, ma sono sempre stato uno “di campagna”. Mi è sempre piaciuta la campagna. Qui era dei miei suoceri.La stalla non è piena, Daniele mi dice che potrebbero starci fino a 120 capre, ma per il momento va bene così. Proprio in quei giorni gli animali sono stati messi in asciutta, la mungitura riprenderà a febbraio, dopo la nascita dei capretti.

Abbiamo scelto le Saanen per caso! Prima di iniziare siamo andati a vedere diversi allevamenti. Un giorno un amico passando in macchina verso Piscina ha visto un cartello “vendesi caprette da latte”. Siamo andati a vedere e ci siamo innamorati delle nostre prime ventiquattro caprette, più un becco. Poi adesso ci chiamiamo “La Capra Bianca”, quindi non possiamo più cambiare!

Nonostante siamo in valle, Daniele mi spiega che da qualche anno gli animali vengono allevati in stalla e nutriti con il fieno autoprodotto. “All’inizio salivamo ad un furest d’estate, dal 2006 al 2012. Poi abbiamo dovuto fare delle scelte. Per essere autosufficienti facevamo i fieni, poi c’erano i mercati, troppo impegno. Finivi alle 10 di sera e dovevi andare su… Sui pascoli abbiamo anche avuto problemi sanitari, clostridi e una parassitosi che non si riusciva ad individuare, un verme che solitamente colpisce più le pecore, per cui i trattamenti che facevamo non erano efficaci. Ne sono morte quindici. Così diamo il fieno e granaglie, non mi piace parlare di “mangimi”, sono cereali.

La produzione di formaggi in questo momento è ovviamente interrotta. In un locale delle strutture abitative è stato ricavato il punto vendita, di fianco al caseificio. “L’ottanta per cento delle produzioni le vendiamo direttamente (specialmente sui mercati), un venti per cento tramite rivendite. Sono due anni che vado tutti i venerdì al mercato di Torre Pellice.  Sul mercato ci sono i clienti affezionati che tornano, funziona più che alle fiere. Quest’anno, grazie ad un’idea di mia moglie, abbiamo provato a metterci al ponte sulla strada, ed ha funzionato ben più che alle fiere, perché la gente torna settimana dopo settimana. Paghi il suolo pubblico, ma è poca roba.

Abbiamo fatto investimenti non indifferenti, per cui bisogna uscire dal “buco nero”, ma non è facile. Non andando in montagna e non avendo razze in via d’estinzione, non abbiamo grossi aiuti. Qui abbiamo il bollino CEE per la caseificazione. Non è stato facile ottenerlo, c’era sempre qualcosa che non andava. L’ultima volta erano le altezze dei locali di lavorazione, ma qui siamo in montagna, una casa antica… alla fine ce l’abbiamo fatta.

L’ultimo locale che visito è la cantina, in cui al momento vi sono solo più i formaggi stagionati.La gente dovrebbe capire che ad un certo punto c’è solo più questo… e stagiona sempre di più con il passare dei giorni! Come freschi facciamo tomini, primosale, tomino lattico che dura 30 giorni e a 15-20 è migliore che fresco. Poi ricotta, saras fresco e stagionato (saras del fen). Come stagionati toma e caciotta (da un chilo e da 700 grammi), paglierine, toma blu, gorgonzola. Non ci sono richieste fisse da ristoranti della zona. Anche il saras del fen nei menù qui in valle non c’è!“. Resto molto stupita da quest’ultima affermazione, dato che molto è stato fatto per recuperare valorizzare questa ricotta stagionata. Oltre ai formaggi, da “La capra bianca” troviamo anche i salami realizzati con la carne delle capre a fine carriera.

…questa ovviamente non è che una parte di quel che Daniele mi ha raccontato… ma tutto il materiale raccolto finirà nel mio prossimo libro dedicato alle capre…

 

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Luserna San Giovanni non delude mai!

La Fiera dei Santi a Luserna San Giovanni è un appuntamento che non delude mai. Ogni volta che qualcuno mi chiede una bella fiera da visitare, una fiera per cui valga la pena far chilometri, io suggerisco questo appuntamento.

Certo, pure in altre occasioni trovate un numero di bancarelle più o meno elevato, ma anche in questo campo a Luserna potete scegliere tra i produttori locali, le aziende agricole, i commercianti, gli artigiani… Altrove mi sembra spesso di essere più o meno ad un mercato, mentre a Luserna ho davvero la sensazione di essere ad una fiera.

Per gli attrezzi del mestiere trovate tutte le sellerie locali e anche altre da fuori regione. Poi mezzi agricoli, curiosità, abbigliamento… Questo è anche uno degli ultimi appuntamenti del genere, quindi ciascuno ha la sua liste di cose da comprare, che sia una tuta, un paio di scarponi, una rete per le pecore o altro ancora.

Ma il vero motivo per cui merita venire sono gli animali, così come si addice ad una vera fiera. A Luserna si viene ancora sia per vedere il bestiame, sia per fare acquisti. Quest’anno sono riuscita ad arrivare presto, pertanto non c’erano ancora nemmeno tutti gli espositori. All’inizio ero quasi delusa, perchè qualcuno mi aveva detto che non ci sarebbero state mandrie e greggi degli allevatori locali. Non che ci fosse poco da vedere… ma sarebbe stata solo una mezza fiera.

Pian piano tutti i commercianti arrivano con i loro animali, però rimanevano ancora molti spazi vuoti. La gente cominciava ad affluire, il giorno prima (festivo), aveva visto un afflusso straordinario. Nel giorno feriale invece ci sarebbe stato meno pubblico, soprattutto allevatori o comunque appassionati del settore.

Mentre assistevo allo scarico delle pecore, sono venuta a sapere che era cambiata la modalità di arrivo degli animali delle aziende locali: non alla spicciolata, ma con una vera e propria sfilata, tutti insieme, uno di seguito all’altro.

È il suono dei rudun, che si sente in lontananza nonostante tutti i rumori della fiera, il chiacchiericcio della gente, i richiami dei venditori ambulanti, ad annunciare l’arrivo delle mandrie. Un trattore apre la sfilata, poi via via arriva il bestiame.

Prima arrivano i bovini, poi sarà la volta di capre e pecore. Ha sicuramente un altro fascino vederli arrivare così: il pubblico si piazza lungo il percorso e si gode lo spettacolo. Si salutano le persone, si apprezzano gli animali, le diverse razze.

Una lunga sfilata… allevatori, parenti, amici, oggi sono tutti qui, anche quelli che forse avrebbero dovuto essere a scuola!! Grande entusiasmo per le capre: già presenti tutti gli anni con qualche animale, quest’anno Tony e Daniela hanno condotto alla fiera tutto il gregge.

Man mano ciascuno entra nel suo recinto e le campane annunciano qualcun altro in arrivo. La sfilata è conclusa dalle pecore, ecco il giovane pastore che indica all’amico che strada percorrere per arrivare al recinto. Poi il pubblico va a fare un giro a vedere gli animali con calma. Ci si trova tutti intorno a ciò che interessa di più, chi tra le pecore, chi tra i bovini, chi ad ammirare il gregge di capre.

Come a tutte le fiere ci si scambia notizie, informazioni, pettegolezzi. Si incontra gente che non si vedeva da tempo, si conoscono amici “virtuali” arrivati fin qui con un lungo viaggio, chi dalla Liguria, chi dalla Toscana, chi dal Trentino o dal Veneto. “…perchè dalle nostre parti di fiere così non ce ne sono più!“. Speriamo che la tradizione si mantenga… arrivederci al prossimo anno, sempre il 2 novembre!

Razze in via di estinzione

Oggi ero stata invitata in un luogo che conosco bene, il Rifugio Barbara al fondo della Comba dei Carbonieri, in Val Pellice. L’occasione era la presentazione di un progetto da parte della Coldiretti. Se n’era già parlato anche su “La Stampa” l’altro giorno… Questa doveva essere la conferenza stampa di presentazione del progetto. Sui siti stanno già uscendo gli articoli dei giornalisti presenti (ANSA, poi qui, qui…), ma io che sono la pecora nera, le cose le ho viste un po’ in un altro modo.

Era una bellissima giornata, forse fin troppo bella per parlare di montagna, alpeggi, pastorizia e dei relativi problemi. Come al solito “immagini da cartolina” che potrebbero far dire: “Si lamentano, ma guardate un po’ in che posti vivono e lavorano!!!“. C’è da lamentarsi? Per la questione lupo… sì, di sicuro. Continuano gli attacchi, anche con il pastore presente. Il fenomeno si estende anche in aree dove prima si registravano solo predazioni sporadiche. Non ho più scritto post parlando dell’argomento, perchè non c’è niente di nuovo da dire…

Subiscono attacchi quelli che, in zone dove non era ancora mai successo niente, non usano ancora le recinzioni per il ricovero notturno e/o i cani da guardiania. Continuano a subire attacchi quelli che cercano di applicare tutti i metodi cosiddetti di prevenzione. “Vengono sempre più vicino, attaccano anche quando ci siamo noi, sono corso incontro gridando, ho tirato il bastone, non se ne andava“, racconta Giuseppe, il giovane pastore di questo gregge.

La Coldiretti, per attirare l’attenzione sull’argomento, ha organizzato questo incontro per lanciare un “progetto innovativo”. Una campagna di crowfounding per sostenere i pastori. “Ami il lupo? Adotta un pastore”. Sono andata per sentire cosa sarebbe stato detto. Le mie perplessità però erano non poche. E’ vero che il pastore sta già quasi diventando una razza in via di estinzione, ma è questa la strada da seguire?

E’ vero che la montagna vuole vivere, ma… non sono altri i problemi? Permettetemi lo sfogo… Non è che il lupo non sia un problema, ma (come dico spesso) è la classica goccia che fa traboccare un vaso sempre più colmo. Cosa si pensa di fare con una raccolta fondi? Va bene parlare di valorizzazione dei prodotti, di comunicazione sulla figura e sul ruolo degli allevatori di montagna, ma ci sono tante cose concrete da fare. Non saranno le piccole donazioni (di chi? i margari e pastori presenti mi dicevano che quest’anno si vende poco in alpeggio, la gente non ha più soldi, si muove poco, compra poco) a far sì che vengano realizzati ricoveri in tutti gli alpeggi dove questi sono carenti o mancanti…

Un po’ tutti i presenti sono stati intervistati prima della presentazione del progetto. Ma chi avrà veramente detto tutti i problemi che ci sono? Chiacchierando con uno e con l’altro, il clima che ho respirato è di sfiducia: “Per il lupo, l’unica cosa è che ci lascino difendere le nostre bestie, ma di quello nessuno ne parla, dicono solo che dobbiamo convivere…”. “Gente non ne passa, si vende poco…”. “C’è il divieto, ma vengono a parcheggiare la macchina fin davanti alla stalla. Gli dici qualcosa e ancora ti rispondono male. Ho dovuto raccogliere un mucchio di immondizia lasciata dai turisti stamattina…”. “Abbiamo i premi della PAC bloccati…“.  E’ stato mostrato questo video realizzato recentemente intervistando alcuni allevatori. Certo, servirà a far promozione, servirà a far conoscere il mondo degli allevatori in questa nostra era distorta dove l’allevatore è spesso criminalizzato… Ma basterà?

A parte le (giustissime) parole sul fatto che gli allevatori di montagna sono un presidio per il territorio (quello pascolato, quello sfalciato…), sulla loro scomparsa che rappresenterebbe un disastro per tutto ciò che sparirebbe insieme a loro (conoscenze, esperienze, prodotti, razze animali…), quando è stato presentato il progetto, io concretamente ho capito ben poco. E’ stata usata una terminologia che non appartiene a questo mondo, ma a quello a cui forse dovrebbe rivolgersi. Ma se lo scopo è proprio far comunicazione, non bisognerebbe proprio far sì che i due mondi di comprendano, visto che si sono già allontanati anche troppo? Siamo al punto che occorre spiegare da dove viene il latte… Ma dobbiamo anche far sì che i pastori non si sentano gli abitanti di una tribù a cui viene fatto indossare il gonnellino di foglie e la collana di perline per la visita dei turisti!!

Siamo sicuri che il messaggio “Ami i lupi? Adotta un pastore” sia quello giusto? Io, se fossi ancora attivamente tra le pecore in alpeggio, non vorrei essere adottata da nessuno. Vorrei poter lavorare in pace, vorrei poter vendere i prodotti al loro giusto prezzo. Magari anche attraverso la vendita on-line, perchè no, se oggi il mondo si evolve, bisogna evolversi. Ma senza essere adottata. Vorrei camminare a testa alta, vorrei che i sindacati agricoli facessero delle campagne per contrastare i messaggi sbagliati che circolano sempre più prepotentemente proprio on-line. Se si raccolgono dei soldi, che servano a fare delle campagne per il consumo corretto di carne di agnello e capretto a Pasqua, Natale e in tutto l’anno, ma che abbiano la stessa forza e presenza di quelle che invece fanno credere che si macellano agnelli di pochi giorni di vita…

E i Sindacati agricoli facciano davvero qualcosa per gli alpeggi per esempio contribuendo ad eliminare la piaga delle speculazioni sugli alpeggi… “Speriamo serva a qualcosa, l’importante è che se ne parli, altrimenti nessuno sa quello che succede“, commentava qualcuno prima che iniziasse l’incontro. Io credo che, dei problemi, se ne sia già parlato molto, fino a diventare una cosa quasi scontata e fastidiosa. Servono fatti concreti. I soldi la gente di montagna li deve guadagnare dal proprio lavoro. Non servono contributi, a me pare che i contributi abbiano già snaturato e danneggiato fin troppo questa realtà.

Mentre scendevo riflettendo su quando ascoltato e visto, ho incontrato un gregge di capre che risaliva verso un alpeggio collocato a mezza quota nella parte centrale della Comba dei Carbonieri.

Dopo le capre venivano i bovini. Auto di gente che scendeva dal Rifugio Barbara (turisti o partecipanti al convegno?), invece di fermarsi, sono passate tra gli animali, continuando la discesa. Forse la prima cosa da fare sarebbe tornare ad insegnare il rispetto. Questo è un lavoro come un altro, ma avviene all’aria aperta in un territorio che per molti è solo luogo di svago. Nessuno, più a valle, si sarebbe sognato di passare mentre i mezzi spostavano tronchi nel cantiere forestale.

E che dire dell’allevatore che seguiva, a passo lento, gli animali? Aveva raccolto anche un po’ di legna secca, lassù si accende il fuoco anche in queste giornate che in pianura sono torride. Vi sembra “uno da adottare”? Io penso che lui voglia solo poter continuare a vivere e lavorare lassù, anno dopo anno, con i suoi animali. E’ vero che oggi si vive molto di immagine, sono io la prima che ripete costantemente che è necessario fare comunicazione per far conoscere questo mondo. Però bisogna mostrare la realtà con tutti le sue luci e ombre. Il progetto diventerà operativo con la presentazione ufficiale a Terra Madre. Attendo di capire come concretamente aiuterà i pastori. Per il discorso lupo, la mia idea resta una sola: diamo loro la possibilità di difendere il gregge. Per tutto il resto… non se ne parla se non tra addetti ai lavori. Anno dopo anno ci sono alpeggi che cadono nelle mani degli speculatori, anno dopo anno nessuno fa i ricoveri in quota per chi deve stare lassù per sorvegliare i propri animali. Chi adotta un pastore che è rimasto “senza montagna”?

Capre, territorio e tanta buona volontà

Il discorso è sempre lo stesso, questo non è che l’ennesimo esempio che vi posso portare. A dire il vero di questo territorio e di queste persone vi ho già parlato altre volte. Non è un caso unico, ma sicuramente è un caso sempre più raro.

Diciamo che, qui, succede quello che è successo in passato per secoli. Si “accudisce” tutto quello che c’è. E si sa fare un po’ di tutto. Incontriamo chi mantiene vivo tutto questo mentre sta salendo a piedi verso altre baite. Sta andando a fare dei piccoli lavori di muratura per un amico che sta più a monte. Le capre sono al sicuro in questi recinti, così ci spiega. Recinti in legno, erba tagliata e messa ad asciugare sui balconi delle baite e nei vecchi fienili, una cura del territorio come non ce ne sono più.

Chi lo farebbe ancora se non pochi, pochissimi? Non parliamo di eremiti solitari, ma comunque di persone che conducono un’esistenza diversa dalla maggior parte della gente. Una scelta di vita? O piuttosto una serena prosecuzione della vita che qui si è sempre fatta, come se il tempo si fosse un po’ fermato.

Il gregge si sposterà poi in altre aree del vallone, dove intanto l’erba (e i cereali) stanno crescendo. In parte i prati verranno sfalciati (a mano), in parte pascolati. Come tutti gli anni, dalla tarda estate si ammireranno poi i caratteristici covoni di fieno.

A tenere puliti i vecchi sentieri non sono solo i pastori, ma comunque il passaggio di uomini e animali che ancora abitano dalla primavera all’autunno queste borgate fa sì che anche gli spazi di cui usufruiscono i turisti nel tempo libero siano transitabili. Un ramo tagliato, un pezzo di muro ricostruito, poi l’erba pascolata e la traccia ben evidente.

Ci sono altre capre sotto le baite, ci osservano curiose: da una parte del vallone il gregge del padre, dall’altra quello del figlio. Mentre loro pascolavano libere, c’era tempo per pulire un altro tratto di sentiero, di decespugliare il bordo della pista sterrata che passa più a valle. Già, perchè alle baite si arriva solo a piedi seguendo gli antichi sentieri che non hanno mai smesso di essere calpestati.

Tra le riflessioni, ne prevale una in particolare: fino a quando? Fino a quando esisteranno queste piccolissime realtà? Quando spariranno, niente le potrà sostituire. Ci potrà essere qualcuno che arriva da fuori, che ritorna alla montagna con tanta buona volontà e voglia di fare, ma certi lavori non verranno mai più fatti come prima, si perderà comunque un bagaglio di tradizioni e saperi.

Fare qualcosa che mi permettesse di continuare a vivere qui

I cartelli per raggiungere l’azienda “La capra canta” sono sulla strada principale, ma poi si inizia a salire, salire, salire. Prima villette residenziali, poi case ristrutturate, giardini, prati ed infine boschi. La pianura si estende sotto di noi, dall’altra parte invece le creste salgono verso le montagne ancora innevate. Siamo in bassa val Pellice, a Bibiana, sul confine tra le provincie di Torino e Cuneo. Vado ad incontrare Luisella, classe 1980, che ha conseguito la mia stessa laurea in Scienze Forestali e adesso alleva capre e produce formaggio.

C’è ancora la gran parte dei capretti, sia quelli che Luisella alleverà, sia quelli che verranno acquistati da altri allevatori. Si tratta di capre di razza Camosciata delle Alpi, una delle preferite per chi sceglie la mungitura, insieme alla Saanen. Prima di arrivare alla stalla delle capre, siamo passate in una stalla più vecchia, dove ci sono dei bovini di razza piemontese. “Abbiamo sempre avuto vacche. Io mi sono laureata nel 2007 e ho deciso di provare con questo, insieme a mia sorella. L’idea è nata dal fatto che, per vivere e lavorare qui, ci voleva un mestiere che piacesse. Le vacche sì, ma le capre mi piacciono di più, sono anche più adatte alle donne, secondo me.

Abbiamo iniziato con quindici caprette e un becco, le ho prese piccole, di due mesi, e me le sono allevata. Avevamo una stalla piccola. Ho scelto questa razza perchè tutti dicevano che è più rustica rispetto alle capre bianche, ma mi piacevano anche di più.” Man mano le cose hanno iniziato a funzionare, le due sorelle si sono aiutate a vicenda, dal 2011 c’è la stalla nuova e anche il caseifici, realizzato con l’aiuto dei fondi del PSR.

Ho imparato a caseificare dai libri, ho seguito dei corsi di aggiornamento a Moretta, ho fatto molte prove. All’inizio provavi, buttavi, quelli più riusciti li regalavi agli amici. Adesso caseifico da dopo Pasqua fino a Natale, vendo soprattutto ai mercati, ne faccio tre alla settimana, poi consegno ad alcuni negozi. Mi hanno cercata loro, c’è gente che ha negozi di cose un po’ particolari, cerca i prodotti alle fiere, assaggia, poi ti contatta.

Luisella mi spiega che, lei e sua sorella, si scambiano i ruoli, ma tutte e due sanno fare ogni lavoro necessario in azienda. “Sui mercati vado io, perchè lei ha tre bambini. Poi cerchiamo di fare le ferie, io d’inverno e lei d’estate quando c’è meno vendita ai mercati. Io invece vado a Capodanno, quando non c’è la trasformazione. Il primo anno, non sapevamo se, dopo la pausa invernale, i clienti sarebbero tornati. Ma se hai il prodotto buono e spieghi come fai, la gente ci crede  e resta fedele.

Anche sul cammino di questa azienda ci sono stati degli ostacoli e delle difficoltà. Nel loro caso si tratta di alcuni vicini che, pur non risiedendo lì, nei weekend sono stati infastiditi dai lavori necessari prima per la realizzazione della stalla, poi per le normali attività agricole che, come ben sappiamo, non conoscono giorni di festa. Il tutto non si è limitato a qualche lamentela, ma purtroppo si è passati anche alle vie legali.

Un’altra difficoltà è quella della competizione scorretta sul mercato. Fatichi a far capire alla gente che per alcuni mesi non ci sarà prodotto, anche perchè ci sono altri che invece ce l’hanno. Qualcuno destagionalizza i parti, ma molti altri spacciano i formaggi per artigianali, quando invece non hanno nemmeno le capre! Io sono contenta di aprire la stalla e farla vedere ai clienti. Questo è il valore aggiunto del produttore, far conoscere la realtà in cui si lavora.

La soddisfazione sono i clienti che tornano tutte le settimane. Faccio lavorazioni lattiche e presamiche, la ricotta è molto richiesta. Forse metterò in produzione una toma alla lavanda che so provando a fare. I contatti con gli altri allevatori ci sono, anche Facebook aiuta molto, ma è un mondo particolare in cui c’è molta gelosia. Io ho dovuto imparare dai libri, perchè nessuno mi voleva insegnare. Certo, fai fatica ad imparare e così certi decidono di non insegnare ad altri, che si arrangino pure loro. Però lo scambio è sempre importante, mentre insegni impari anche qualcosa. Io do la mia disponibilità anche se mi sono aggiustata da sola.

E’ come se per un tifoso di calcio fosse venuto a trovarlo il suo giocatore preferito

Sergio mi aveva già invitata tempo fa a vedere il suo gregge. Adesso, sull’onda delle ricerche per il mio futuro libro sulle capre, riesco a combinare l’incontro. Mi aveva detto di andare in una bella giornata di sole e non potevamo trovarne una migliore.

Mi accoglie nei pressi della sua cascina, affittata recentemente, poi andiamo dal gregge. Un rapido giro per vedere le strutture, le stalle e gli asini, poi scendiamo nei prati più in basso, dove le capre stanno pascolando temporaneamente sorvegliate da un amico di Sergio. La frase che mi dice mi fa sorridere, non so se sentirmi onorata o a disagio! “Averti qui è come, per un tifoso di calcio, ospitare in casa l’idolo della sua squadra!“. Poi passa a spiegare all’amico chi io sia, i miei libri, questo blog.

Mi faccio raccontare la sua storia. Ovviamente c’è la grande passione per le capre, animali scelti “…perchè percepisco meglio quello che voglio trasmettere loro e io quello che loro trasmettono a me. Con pecore e mucche è diverso. Le capre comunicano di più con l’uomo.” Quarantasette anni, dirigente d’azienda, “…ma figlio di pastori, mio papà andava in cascina ad Orbassano con 200 pecore!“, riesce ad incastrare il lavoro e la passione. Viene in stalla al mattino, va al lavoro, si ritaglia un paio d’ore a metà giornata per metterle al pascolo, poi ripassa ancora la sera prima di tornare a casa. Quando ci saranno i capretti, l’impegno sarà ancora maggiore.

La sera di Capodanno tornavamo a casa e siamo passati qua davanti, volevo quasi fermarmi per venire ad augurare il buon anno pure a loro!“. Sergio è in questo posto da poco tempo, ha dovuto abbandonare l’altra sistemazione perchè il padrone aveva detto di non volere poi le capre nei prati in primavera. Prima ancora era sulla collina di Torino, un luogo molto bello ed adatto, con un gregge molto più imponente, ma poi era venuto il momento di far delle scelte.

Doverle vendere è stato uno dei momenti più brutti. Decidere quale dar via e quale tenere. Molte le avevo comprate in Val d’Aosta, altre le avevo allevate io. Hanno tutte un nome, quelle che ho comprato, ho tenuto il nome che avevano, le altre le ho battezzate sulla base di una caratteristica.” Il figlio è appassionato tanto quanto il padre, ma quando si trattò di decidere come organizzare l’azienda, la burocrazia ed i costi lo scoraggiarono. Un investimento troppo grosso da fare per mettersi in regola, mungere e caseificare, per di più in strutture affittate. “Davano dei soldi per l’insediamento per prendere un trattore, ma a noi cosa serviva un trattore? Noi volevamo comprare più capre… così a malincuore ha lasciato perdere, abbiamo ridotto il numero ed è andato a lavorare come dipendente in un’azienda agricola, sempre allevamento, ma bovini.

Sergio porta il gregge sul fiume, a bere. Adesso lì non c’è molto da pascolare, ma in altre stagioni sarà un ottimo posto. Sergio non intende mandarle in alpeggio, ma tenerle in quel luogo tutto l’anno. “Spero di diventare davvero un pastore, è lo scopo della mia vita. Andare in pensione e dedicarmi solo più a questo. Ma non qui, da qualche parte a mezza quota.

Mi racconta aneddoti sui vari animali, sulla loro provenienza. Capisco sempre più che, facendo ricerche per questo libro, mi addentrerò ancora una volta in un mondo molto particolare. Una passione nella passione, perchè molti allevatori di capre, specialmente con razze come la valdostana, sono appassionati che praticano però un altro mestiere. E ciascuno ha una sua storia da raccontare.

La giornata è davvero delle più belle. Non sempre a questa stagione le capre sarebbero all’aperto, al pascolo. Sergio le chiama indietro nel prato, ancora qualche boccone di erba, poi si rientrerà in stalla, dove le greppie verranno riempite di fieno. Sergio ha il suo gregge da sei anni, ma la passione risale a molto prima.

Come capita spesso, c’è anche spazio per qualche vizio aggiuntivo: pane secco per tutte per concludere la giornata. Non è un qualcosa che, attualmente, viene fatto per reddito: “Con la vendita dei capretti mi pago giusto il mantenimento, di sicuro non l’affitto della cascina.” Lo sappiamo, è un hobby, è una grande passione. C’è chi spende i propri soldi in altri modi… e chi… alleva capre! Ne sentiremo tante, di storie così. Ovviamente Sergio mi ha raccontato molto altro… ma troverete poi tutto nel libro. Datemi tempo un paio di anni per raccogliere le storie e scriverlo!

Quella montagna che resiste, ma…

Senza rispettare l’ordine cronologico, vi scrivo un post su luoghi e personaggi che ho incontrato pochi giorni fa, mettendo da parte fiere ed altri argomenti di cui vi devo ancora parlare.

Non c’è neve, non c’è ghiaccio, in montagna fa addirittura più caldo che in pianura, dove invece è la nebbia a far sì che le temperature siano più invernali. Anche in una giornata stranamente nuvolosa, dopo un po’ che si cammina in salita fa caldo e l’aria non è pungente come dovrebbe essere a queste quote, in questa stagione. Addirittura si sentono ancora campanelle di animali al pascolo sul versante opposto.

Erba verde, fiori: ci sono primule, pulmonarie, campanule, dianthus e trifoglio fioriti. Le foglie sono secche, asciutte e persino scivolose sulle pietre del sentiero. Nemmeno in primavera le condizioni sono così, dato che c’è tutta l’umidità per lo meno derivante dallo sciogliersi della neve. Neve che per ora non c’è.

Raggiungo Barma Mounastira per vedere com’è stato completato il restauro. Sono case private e, il proprietario, a spese proprie ha sistemato gli edifici e fatto pulizia intorno a questo particolare insediamento. E’ una barma, quindi si tratta di case costruite a ridosso, sotto ad una roccia.

Qui si arriva solo a piedi, seguendo un sentiero, quindi il restauro è avvenuto utilizzando soprattutto materiale locale. Guardate ad esempio questa chiave in legno per rinforzare il muro (ce n’è una uguale dall’altra parte, sul muro opposto), con un riparo in modo che prenda meno pioggia possibile.

Certe cose si possono ancora fare, soprattutto con la volontà personale, la passione, l’attaccamento alla propria terra. Adesso cosa succederà a questo insediamento? Sul giornale c’era scritto che il proprietario spera che qualcuno vada ad abitarci, qualcuno che ami l’isolamento e la vita spartana. Però qui non c’è la luce, non ci sono i servizi igienici, non c’è niente di quella che è la vita “moderna”.

Questa era la lavatrice dell’epoca. Chi tornerebbe a lavare qui? Qualcuno c’è ancora, certo, ma ricordiamoci che comunque, per quanto ci siano volontà e sogni, la burocrazia e certi vincoli inseguiranno anche chi vorrà “scappare” in un posto come questo.

Un tempo comunque quassù si era autosufficienti o quasi. C’è anche il forno. Per riprendere a produrre i vari generi alimentari, c’è ancora un gran lavoro da fare per ripulire i terrazzamenti tutt’intorno. Ormai il bosco ha ripreso possesso di tutto, campi e pascoli.

Notate i dettagli di questo posto, il gusto, la cura, l’arte nel realizzare questi edifici. Non so a quando risalgano gli edifici, non mi sembra di aver visto date incise sulle pietre, ma forse mi sono sfuggite.

Continuando la mia salita, incontro altri insediamenti, completamente abbandonati. Anno dopo anno, i crolli cancellano un muro, un tetto, un’intera baita. E’ un peccato, ma chi potrebbe ancora vivere quassù oggi? Facendo cosa?

Arrivo dove iniziano i pascoli. Dove ho incontrato la pista sterrata che scende da sopra, c’erano boscaioli al lavoro. La montagna si mantiene viva anche tagliando i boschi, tenendoli puliti. Tutta la zona degli alpeggi, fin su alle creste, è senza neve. Quassù non c’è più nessuno, mandrie e greggi sono scese nel mese di ottobre, quando ormai tutta l’erba era stata brucata.

Voglio fare un giro ad anello e spero di trovare il sentiero. Lo individuo su in alto dove inizia a scendere, staccandosi dalla strada. E’ solo più una traccia, ormai quasi nessuno lo percorre più. Quando ci saranno erba e foglie, penso sia quasi impossibile percorrerlo. Diventa poi ben evidente più in basso, dove è utilizzato dagli animali quando sono al pascolo.

Arrivo a l’Arcia, un gruppo di case ancora in buon stato, nonostante non si vedano interventi di ristrutturazione recenti. Se sono stati fatti, non hanno stravolto le tipologie costruttive caratteristiche. Anche qui, l’unica via di accesso è il sentiero che sale dal fondovalle.

Un sentiero fiancheggiato da imponenti faggi secolari, anche loro testimoni della storia di questi luoghi. Forse passerà anche qualche escursionista, su questi tracciati, ma sono ancora puliti e percorribili perchè qui c’è gente che vive e lavora.

Un tempo tutte le barme erano utili… e utilizzate. Questo piccolo riparo ha ancora dei muretti, sotto c’è una scala e un rastrello. Da quanto tempo sono lì?

I prati sono puliti, o pascolati, o si è fatto il fieno. Ecco infatti gli immancabili covoni caratteristici di questi luoghi. Con buona pace di tutti quelli che non riescono a capire perchè io sostenga che un certo tipo di allevamento sia in stretta correlazione (positiva) con il paesaggio.

Finalmente incontro anche qualcuno. Il bel tempo fa sì che si possano ancora far lavori fuori. Così Guido con la sua bimba stanno facendo i balot di gias, cioè imballano a mano le foglie da usare poi come lettiera in stalla. In teoria le capre avrebbero ancora potuto essere fuori, ma Guido mi racconta di esser stato costretto a chiuderle dopo che, spaventate dal lupo, sono scappate ed ha faticato a recuperarle, ben più a monte di dove sono stata io quel giorno.

Capre al pascolo ce ne sono ancora poco più sotto, sorvegliate dal pastore. Un bel gregge, frutto di passione e dedizione. Se l’inverno tarderà ad arrivare, sicuramente questi animali ne beneficeranno, in quanto potranno continuare a pascolare all’aperto.

Scendendo lungo l’asfalto, in auto, incontro altre tracce di animali, poi le capre ed il loro pastore. Gli animali stanno pascolando rovi tra la strada e il torrente Angrogna, il pascolo ideale per loro. Alcune hanno già partorito e i capretti sono in stalla. Non ci si lamenta per il clima, dover spalare la neve e dar fieno in stalla sarebbe più faticoso, ma servono precipitazioni per far riposare il terreno e alimentare le falde.

Chiacchieriamo di capre, di pastorizia, di conoscenze comuni, poi rientro nella pianura, incontrando nebbia e temperature più rigide di quelle che c’erano su di là. Non si può non meditare sulle parole ascoltate per l’ennesima volta: “Fanno tribolare più noi che fatichiamo su di qua che non quelli che non fanno niente… e alla fine ci tocca pure mantenerli!“. Eppure questi montanari resistono, per passione, per forza, perchè non saprebbero (vorrebbero) fare altro. Nonostante quel pizzico di amarezza lasciato dai loro discorsi, sono contenta di averli incontrati e aver scambiato quattro chiacchiere. Se non ci fossero loro, solo le seconde case dei turisti, moderne e dotate di ogni confort, ma chiuse, mi sarebbero sembrate ancora più silenziose delle vecchie baite avvolte dal bosco.

La fiera di Luserna non delude

Il 2 di novembre si sa dove andare, a Luserna San Giovanni per la Fiera dei Santi. Per fortuna è una di quelle fiere che continua a non deludere, a differenza di altre che stanno “perdendo colpi”. Qui si trovano i commercianti con il loro bestiame, gli allevatori locali con mandrie e greggi, animali di tutti i tipi, bancarelle con ogni genere di merce.

Da dove iniziare? Qualunque sia la via di accesso che scegliete per entrare a Pralafera, trovate qualcosa da vedere. Nonostante il giorno feriale (quest’anno cadeva di lunedì), di gente ne arriva sempre di più e ad un certo punto diventa quasi difficile muoversi. Mai come lo scorso anno che era domenica…

Anche l’edizione 2015 è stata fortunata dal punto di vista meteo, così ne hanno beneficiato sia la fiera, sia gli animali, sia il pubblico. Acquisti se ne potevano fare di ogni genere… le bancarelle “del settore” erano molto numerose, credo che sia la fiera dove ho visto il maggior numero di sellerie con i loro prodotti.

Ci sono quelli che hanno il fornitore di fiducia, altri che girano, guardano, confrontano i prezzi… C’è chi compra proprio solo quello che serve per il lavoro, chi comunque si toglie ancora un capriccio aggiungendo una campana alla sinfonia del proprio gregge, della propria mandria.

A proposito di campanacci, mentre fotografavo gli animali degli allevatori locali, mi è capitato di ascoltare questa conversazione. Un anziano, parlando con un conoscente incontrato lì alla fiera, così commentava: “Sono solo i veri marghè che attaccano quelle campane, i rudun. Sono i marghè che vanno in montagna!

C’è tutta un’area dedicata ai piccoli animali: anatre, galline, conigli, tacchini, pollame di ogni tipo, ma anche asini, lama, ponies…

…e pecore “strane”! Iniziano a vedersi sempre più spesso, alle fiere, pecore nane che alcuni pensano di acquistare come tosaerba economici ed ecologici per tener puliti i giardini. Ricordiamo che, anche se di piccola taglia, anche questi animali hanno le loro esigenze. Finita l’erba occorre provvedere con il fieno!!

Dalle cascine e dai pascoli della valle, man mano arrivano i vari allevatori con i loro animali. Si passa dove si può, tra auto, vacche dei commercianti già tutte disposte in fila, pubblico che man mano affluisce per visitare la fiera. Ciascuno ha il suo buon numero di amici accordi per aiutare in questa giornata speciale e poi fare festa tutti insieme. Chi ha sia bovini, sia capre, sia pecore… arriva con tutto, in una sfilata annunciata dal suono dei campanacci.

C’è anche altra musica alla fiera, vari artisti si esibiscono qua e là, chi suonando, chi facendo ballare delle marionette. Altrimenti si può anche osservare dal vivo il lavoro di qualche artigiano che scolpisce il legno o realizza ceste e cestini.

Prodotti tipici. Pane, farine, miele… Ortofrutta di ogni tipo, con tutti i coloratissimi prodotti di stagione. Tante mele, castagne, porri, aglio, zucche di ogni forma e colore, kiwi e frutti un po’ più strani, sia “nuovi”, sia antichi come le nespole locali, ben diverse da quelle giapponesi.

C’è anche chi porta prodotti tipici di altre regioni, sia nell’ortofrutta, sia per quello che riguarda salumi, formaggi, legumi. Non mancano ovviamente numerose bancarelle di calzature, vestiario, sia specifico per il settore agricolo/zootecnico, sia generico.

Molti margari sono presenti con le loro bancarelle di formaggi, quelli stagionati dell’alpeggio e quelli freschi, prodotti quando ormai si è scesi in pianura. “Da chi posso comprare del buon formaggio?“, mi chiedono degli amici. C’è l’imbarazzo della scelta!

Arrivano ancora animali, questa è la volta di un grosso gregge che in seguito si sposterà poi verso la pianura, per pascolare prati nel corso di tutto l’inverno, senza dover ricorrere (si spera) al fieno in stalla.

Un tempo parallelamente alla fiera, c’era anche la mostra della pecora frabosana-roaschina, che però purtroppo da qualche anno non si tiene più. Mi hanno detto che quest’anno non è più nemmeno stata fatta la rassegna della bovina Barà… Credo che le motivazioni siano da ricercare “semplicemente” nella crisi e nella carenza di fondi a disposizione per organizzare questi eventi.

Nonostante le difficoltà, c’è ancora chi acquista e contratta, che si tratti di capre, pecore o bovini. Molti però si limitano a guardare e commentare. Ho incontrato numerosi pastori, anche da altre parti d’Italia, così abbiamo fatto quattro chiacchiere sui problemi, che sono i medesimi ovunque.

Al pomeriggio, diverse bovine portavano sulla schiene un segno che le identificava come vendute, quindi qualcosa si muove ancora… Nonostante l’aria di festa e la giornata da trascorrere in allegria e compagnia, il settore non se la sta passando bene. I problemi per chi conferisce il latte, le normative che impongono sempre più spese ed adeguamenti per lavorarlo in azienda o in alpeggio…

Si pranza in compagnia e allegria, il giorno della fiera per molti (giovani, ma non solo) è soprattutto questo, una giornata in cui si abbandona la routine lavorativa. Ci sarà poi forse da lavorare di più la sera, ma sono occasioni annuali da non perdere.

Gli animali attendono pazientemente che la giornata finisca e riprenda tutto come prima. Man mano la gente va via, rientra ai propri lavori e incombenze. Arrivederci al prossimo anno a Luserna. Ovviamente qui ho potuto mostrarvi solo poche immagini tra le tantissime che ho scattato, ma gli amici che sono su facebook, come sempre, possono vedere l’intero album dedicato a questo e a tutte le altre manifestazioni a cui ho partecipato.

Cercando il passato

Vi ricordate il Gard, quell’alpeggio abbandonato dove vi avevo “accompagnato” qualche settimana fa? Tramite amici ho saputo che Mario, l’ultimo pastore ad essere salito lassù “stabilmente” è ancora in vita, ospite di un particolare centro per anziani ad Angrogna, il Foyer.

Così, con Valeria, un’amica anche lei a caccia di testimonianze del passato, andiamo ad incontrare gli ospiti di questa struttura. Tra di loro c’è Pierin, 81 anni, brillante nello spirito e meraviglioso scrigno di ricordi. “Per imparare un lavoro? Bisogna farlo! Adesso come si fa ad insegnare ai giovani a tenere la montagna, adesso che non c’è più nessuno che sa come si fa? Dove ci sono rovi, c’erano campi. Dove ci sono gerp (gerbidi, incolti), c’erano campi. C’erano muri che tenevano su tutto. In montagna non mancava niente, andavamo a Pinerolo a vendere la paglia di segale per fare i tetti, giù non c’era niente da comprare! Mussolini delle cose giuste le ha anche fatte, non doveva rimanere un palmo incolto, si produceva tutto italiano e quello era giusto!

Le storie qui sono storie del territorio. Non tutti le vogliono o le sanno raccontare come Pierin. Alle pareti, foto, poesie, pensieri, ritagli de “L’Eco del Chisone” dove si parla delle recenti fiere zootecniche di valle. Continua Pierin:”Si passava dal Colle della Croce per andare a prendere il sale e si barattava con le castagne. Adesso i giovani… non sanno più usare una zappa o un tridente! Ci vanno anche le fabbriche, perchè sono quelle che rendono, e poi ci va l’agricoltura. I giovani di oggi tengono tante pecore perchè danno meno lavoro, non c’è da mungerle, mentre di vacche ne tengono meno di una volta.

Andiamo ad ascoltare anche Mario, ma un po’ i problemi di udito, un po’ una generale stanchezza, non è loquace come il suo coetaneo. “Le pecore le ho tenute a lungo, fin quando ho potuto, sono solo quattro anni e mezzo che le ho vendute, quando sono stato male. Mi hanno ricoverato a Pinerolo, poi a Torre Pellice, poi mi hanno portato qui, se mi piaceva potevo restare, e sono rimasto.

Cerchiamo di farlo parlare dell’alpeggio, di quello spuntone a picco sulla valle, ma sembra ritenere l’argomento poco interessante. Forse crede che a noi non possa interessare… “Là sono stato 10 anni da solo e 12 anni con mio cugino. Le case erano già tutte giù, pioveva già dentro. Avevo un 100-120 bestie, anche qualche capra, mie e qualcosa di quelli che me le davano su.

Non sa dirci niente sul passato, su chi salisse prima di lui, quante persone vi fossero un tempo, o forse siamo noi a non riuscire a farci capire. “Ci volevano quattro ore a salire con la roba a spalle. Giù mungevamo, quando eravamo tutti, ma su no, il latte si mungeva per i maiali, si dava ai maiali per ingrassarli. A dieci anni andavo ancora a scuola quando mio papà mi ha messo in mano il dai (la falce) per tagliare l’erba. I giovani d’oggi fanno come possono, non c’è più lavoro in fabbrica e nemmeno nei boschi, quindi va bene anche fare i pastori.

Una vita spesa con gli animali, lassù su quei pascoli, poi d’inverno in pianura, comprava il fieno in una cascina a Villafranca. Per noi oggi è naturale spostarci, viaggiare, andare un giorno qui, uno là. “Non sono mai andato in Val Germanasca. Sono andato fino a Prarostino. Poi a Pinerolo, all’ospedale…

Una fiera molto partecipata a Villar Pellice

L’avevano detto che alla fiera di Villar Pellice ci sarebbero stati tanti animali, e così è stato. In una giornata tipicamente autunnale, fin dal mattino presto la valle risuonava più del solito di campanelle e campanacci.

Man mano mandrie e greggi arrivavano, a piedi, dai pascoli o dalle stalle, fino alla zona tradizionalmente dedicata alla fiera. E’ un vero giorno di festa per tutti, per i grandi e soprattutto per i più piccoli.

Portare gli animali alla fiera significa lavoro in più, preparativi, riuscire ad organizzare la giornata. Ovviamente ci sono parenti ed amici che vengono a dare una mano per attaccare i campanacci, per condurre gli animali. In questo lavoro però, per fare festa un giorno, c’è da aumentare le incombenze e le fatiche prima e dopo il momento di divertimento.

Tutte le tipologie di animali allevati in valle erano rappresentate; pecore, capre, bovini, cavalli e asini. C’era chi partecipava solo con una “categoria” e chi invece aveva sia ovicaprini, sia vacche. Tutto ciò sia per la gioia degli stessi allevatori locali, sia per quella degli appassionati dei Comuni più o meno vicini, arrivati a Villar Pellice per godersi lo spettacolo e per fare due chiacchiere con gli amici.

Non sono solo i grandi a chiacchierare e commentare gli animali con interesse e competenza… Come vi ho già ripetuto, questo è un lavoro, o meglio, una passione, che si assorbe quasi con il latte e cresce con il passare degli anni.

Tra le pecore, anche se c’era qualche esponente anche di altre razze, qui predominano le Biellesi e si trovano ancora numerose Roaschine, alcune delle quali ancora munte per la produzione dei vari latticini.

I box erano pronti per ogni partecipante, e così il posto per legare le vacche. Man mano ciascuno arrivava ed occupava il proprio spazio. Poi, qua e là, ogni gruppo famigliare dava inizio a delle colazioni tardive, grazie a tavolate più o meno improvvisate. Certo, poi ci sarebbe stato il pranzo, ma di energie dal mattino presto ne erano già state spese parecchie.

Man mano arrivano tutti e la giuria può valutare gli ovicaprini nei box. Oserei dire che, nella valle, questa è la fiera dove si vede più varietà di animali in mostra. Come numeri, forse ce ne sono di più negli appuntamenti (già avvenuti) che vi presenterò qui nei prossimi giorni, ma…

Comunque, mi è stato detto che nell’edizione 2015 si aspettavano 350 bovini. Non li ho sicuramente contati, ma posso assicurarvi che, ben allineati ed ordinati, di animali ce n’erano davvero tanti, divisi per allevatore e con esemplari delle diverse razze allevate in valle: Piemontese, Valdostana, Barà, incroci…

Ancora una panoramica dei box delle pecore, per completare il quadro di quanti animali vi fossero. Anche il pubblico era molto numeroso e continuava a girare sia tra gli animali, sia tra le bancarelle della fiera.

Questi invece erano i campanacci destinati alla premiazione. C’era un riconoscimento a tutti gli allevatori che avevano partecipato, poi per i capi che la giuria aveva scelto come migliori ecco questo premio sicuramente apprezzato (ed utilizzato) da tutti.

Intorno agli animali, la parte di mercato, con abbigliamento, attrezzature, generi alimentari di vario tipo. Non l’abbondanza di altre manifestazioni, di tutto un po’, ma forse qui si viene proprio soprattutto per vedere il bestiame.

Anche se dal sapore decisamente autunnale, la giornata aveva l’atmosfera giusta per la stagione. Per fortuna non è arrivata la pioggia a guastare la festa.

Scatti ne ho realizzati tantissimi, qui ve ne mostro soltanto alcuni… Non solo campanacci speciali per far festa, ma qualcuno agghinda i propri animali anche con nastri e coccarde che regalano note di colore.

Alla fine della mattinata i capi bovini scelti vengono fatti uscire dalla mandria e legati separatamente, di modo che possano essere valutati meglio. Sono attimi un po’ movimentati, c’è la confusione del mescolare animali di provenienze diverse, ma c’è tanta gente ad aiutare e in poco tempo anche questo lavoro viene svolto.

I premiati saranno tra questi, ma non potevo fermarmi oltre. Avevo un invito a pranzo da amici che hanno una casa qui, poi mi sarei spostata per cambiare vallata, volevo vedere un’altra manifestazione a tema zootecnico che non avevo ancora mai visitato. Non sono stata l’unica a compiere questa transumanza!!

I miei amici me l’avevano detto: “Ad abitare qui si respira un’altra aria, il giorno della fiera ce lo viviamo in modo speciale. Da quassù senti i rumori, i suoni fin dal mattino, li vediamo scendere, passare per la strada.” Mentre pranziamo, con il prato della fiera che si vede dalla finestra, passano alcune mandrie che rientrano ai loro pascoli. Altre vengono messe nei prati lì vicino. Terminata la premiazione infatti si pensa alle esigenze degli animali, poi… tutti a tavola!