…basta farci l’abitudine!

Dalla Lombardia mi scrive Giacomo per raccontarmi un suo successo, essersi qualificato al quarto posto in un concorso di tosatura in Francia, a Martel. Queste competizioni, organizzate dall’Association des Tondeurs de Moutons si tengono periodicamente e prevedono anche dei campionati mondiali.

Qui la classifica dell’incontro del 14 luglio scorso. “Di là c’è tutta un’altra cultura…“, mi scrive Giacomo. “Ero l’unico Italiano, c’erano Francesi, Scozzesi e Neozelandesi.

Ecco le pecore francesi dopo la tosatura. “Penso che in Europa l’Italia sia l’ultima nazione con la considerazione di pastore come lavoraccio, perché non c’è la cultura, mentre in Francia, Inghilterra, Scozia, Spagna, Irlanda ci sia molta più cultura, quindi sono anche più organizzati come aziende, come personale, come conoscenza di questo lavoro.

Giacomo è nipote di pastori, i suoi zii sono pastori vaganti. “Ho iniziato circa all’età di 13 anni con mio zio, l’aiutavo d’estate in montagna perché studiavo ancora. Ho a tosare imparato grazie a tanti Francesi che mi hanno aiutato e anche grazie a Tino (Ziliani) che forse è felice vedere un giovane con la voglia di imparare questo antico mestiere. Adesso sono 5 anni che faccio il tosatore.

Si può vivere di tosatura anche in Italia? “Lavoro 8-9 mesi all’anno. Per ora arrivo fino in centro Italia, a novembre penso di andare in Nuova Zelanda. Quest’anno ho lavorato anche un pochino in Spagna . Solitamente giro con la squadra di Tino, però siccome ho tanto lavoro in centro Italia, tanti piccoli li faccio da solo.  Lavoro da marzo a circa metà luglio e da metà agosto fino a fine settembre. Ci sarebbe spazio per altri giovani, anche molto, ma la voglia manca! Spesso c’è da lavarsi fuori, dormire sul furgone, ma basta farci l’abitudine, secondo me si sta molto bene.

Un po’ di pastorizia in Francia

Per i Piemontesi la Francia è appena lì dietro. Dalle mie parti tutte le valli, in cima, confinano con la Francia e, spesso, affacciandosi ad un colle, significa vedere un gregge.

Un paio di settimane fa, risalendo la Valle Stura, incontriamo solo le tracce di una transumanza, avvenuta probabilmente nella notte o alle prime luci del giorno, ma non scorgiamo già più il gregge. Invece, scendendo oltreconfine, ci sono già delle pecore lungo la strada. Anzi, per meglio dire, nel primo grosso recinto ci sono centinaia di agnelli, di diverse dimensioni, ma già tutti tosati.

Poco oltre, in un altro vasto recinto, ci sono invece le pecore. I prati sono stati suddivisi e man mano gli animali li ripuliranno a dovere, poi le greggi verranno affidate a qualche pastore sugli alpeggi più a monte, dove arriveranno anche gli altri animali, direttamente dalle pianure della Crau.

La stagione d’alpeggio è all’inizio, l’erba è ancora bassa ovunque, ma il sole inizia a scaldare. Anche lungo la strada che sale al Colle dell’Agnello c’è un gregge pronto alla partenza. Accanto alla stalla fervono i preparativi: le campane al collo delle capre e delle pecore, i marchi ben fatti sulle schiene.

Si controllano i piedi, si tagliano le unghie e si medicano le pecore zoppe. Deve essere tutto a posto per andare… in montagna, anche se qui effettivamente si è già in quota! Probabilmente questo gregge verrà unito ad altri in arrivo dalla pianura o dal fondovalle. Non dimentichiamoci che oltralpe il numero di ovini allevati è davvero considerevole.

Qualche giorno dopo sono tornata in Francia per la festa della transumanza a Nevache. Contrariamente ad analoghe iniziative a cui avevo partecipato, questa mi ha delusa. Niente più dell’arrivo di un gregge (nemmeno così imponente) e della sua salita a piedi verso l’alpeggio. Nevache è sempre un bel posto, mi aspettavo un mercatino di prodotti, qualche animazione, invece per ingannare l’attesa (più lunga del previsto, ma con gli animali ci può sempre essere l’imprevisto) non c’era che il pranzo (nemmeno a base di carne ovina).

Una volta scaricato, il gregge si avvia verso il paese, un po’ allo sbando. Sono quasi i turisti a condurlo, mi trovo davanti e cammino seguita dalle centinaia di basse pecore merinos. Qualcuno prima o poi prenderà in mano la gestione degli animali…

Quello che sembrerebbe il proprietario del gregge ad un certo punto fa cenno di svoltare a sinistra e le pecore vengono indirizzate verso un prato sotto la strada, dove potranno mangiare un po’ prima di affrontare la salita a piedi. Non ci sono capre rove, non ci sono rudun, non c’è niente di ciò che mi aspettavo.

I turisti comunque guardano gli animali, si entusiasmano, li fotografano. Gente ce n’è parecchia, tutti hanno pazientemente aspettato varie ore che il gregge finalmente arrivasse. Il programma prevede poi la salita a piedi verso i pascoli, seguendo la strada e, la sera, una proiezione lì in paese.

Arriva poi una giovane pastorella e sarà lei a condurre il gregge, probabilmente anche a sorvegliarlo nel corso di tutta la stagione estiva. Come ho già raccontato altre volte, in Francia c’è una suddivisione tra l’allevatore, il padrone del gregge, e il pastore, colui che lo sorveglia e lo porta al pascolo. Così per l’estate si cercano professionisti che abbiano la formazione e la pratica specifica a cui affidare gli animali.

Il gregge sfila all’imbocco del paese, non si ferma e prosegue, tra due ali di folla come se fosse il passaggio del Tour de France. L’intenzione era quella di proseguire, macchina fotografica alla mano, documentando la risalita della valle. Era già abbastanza tardi, per fortuna l’aria era frizzante, altrimenti il cammino su asfalto sarebbe avvenuto proprio nelle ore più calde del pomeriggio.

Davanti il gregge e dietro, ancora più numeroso e caotico, il fiume umano. Non è permesso avvicinarsi alle pecore, bisogna star dietro a tre ragazze che fanno da barriera, così tutti si affollano e spintonano per prendere le prime posizioni e scattare qualche foto. No grazie… preferisco lasciare che la transumanza prosegua senza di me.

Un ultimo scatto da lontano e rientro a Nevache, ormai svuotata da gran parte del pubblico. Di transumanze ne ho vissute tante in passato e non fa per me camminare, ammassata ancor più delle pecore, tra le persone che seguono il gregge da lontano. Di tutt’altro tipo erano state le feste a cui avevo partecipato a Die o La Brigue. Comunque, come precisazione finale, devo dire che non è facile far convivere i turisti con i momenti di lavoro impegnativi, come può essere la transumanza. L’appunto principale è legato al fatto che mi sarei aspettata più “accoglienza” per ingannare il tempo mentre si attendeva il gregge.

Delusa dalla fiera

Avevo detto a tanti che la fiera di Guillestre, in Francia, meritava la visita. C’ero stata nel 2011 e mi era piaciuta per quell’atmosfera di fiera paesana… Tutti i piccoli allevatori che arrivavano con gli animali caricati su ogni tipo di mezzo, i box in mezzo al frutteto, sull’erba, le bancarelle in tutto il paese.

Quattro anni dopo, una grande delusione. Quei pochi animali che ci sono, qualche box di pecore, un paio di cavalli, due o tre bovini, sono nella piazza asfaltata. Di gente ce n’è, è stato difficile trovare parcheggio ed è ancora più difficile camminare nelle vie e tra le bancarelle, ma quel che manca è l’aspetto rurale.

Qualcuno fa acquisti, compila i documenti, ma sembra davvero che la maggior parte delle persone siano qui soprattutto per la fiera intesa come mercato. Certo, di bancarelle ce ne sono moltissime, ma l’impressione è che manchi la qualità e l’organizzazione.

La parte più agricola è nel solito spazio verde, tra i meli. Qualche bancarella con attrezzature, le solite campane, un paio di artigiani, ma mancano molti stand che avevo visto anni fa. Anche tra il pubblico, non individuo più tutti quei volti che identificavano allevatori e contadini.

Mescolati in mezzo a tutto il resto, ci sono i produttori. In altre fiere c’è una divisione almeno parziale tra prodotti agro-alimentari ed altri generi, qui invece magari trovavi un’azienda agricola in mezzo all’abbigliamento dozzinale. Insomma, la mia delusione è stata molta.

C’era anche qualcosa di interessante, qua e là, come questa azienda che proponeva la lana delle sue pecore. Mancava però tutto il resto dell’atmosfera che avevo respirato all’epoca. Ho incontrato qualche faccia nota, dall’Italia, anche loro lamentavano soprattutto la scarsità di animali.

La maggior compravendita, in questo settore, sembrava essere quella avicola: polli, galline, tacchini, anatre, c’erano diversi espositori con questi generi e moltissima gente effettuava acquisti. Si sceglievano gli animali, che venivano collocati in scatole di cartone, si scriveva sopra il nome e le si lasciava lì. Ciascuno sarebbe poi passato a ritirarle più tardi, in quel momento c’era troppa ressa nella fiera per poter girare con uno scatolone per mano.

Il mercato era vasto, soprattutto abbigliamento di ogni genere. A parte qualche banco dove si vendevano cappelli e camicie a quadretti, tutta la restante parte della fiera era indirizzato ad un pubblico generico e non agli “addetti ai lavori”.

Ecco un’altra bancarella tematica, non così attrattiva in quella calda giornata di metà ottobre in cui si teneva la fiera.

Spezie, verdure, formaggi, frutta e polli arrosto, pian piano si avvicina l’ora di pranzo e il pubblico inizia a diminuire. Ora di ripartire dalla fiera…

Ancora un giro per Guillestre, sotto un cielo limpido, aria tersa e sole abbacinante. Tutto intorno i colori dell’autunno così, delusa dalla fiera, decido di godermi il resto della giornata, scegliendo una diversa via per il rientro.

Invece di tornare attraverso il Monginevro, mi avvio lungo la valle del Guil, passando accanto a Chateaux Queyras. Villaggi, boschi, prati e pascoli, non immaginavo che avrei ancora incontrato animali salendo in quota.

Invece ecco un gregge al pascolo accanto alle piste da sci. Si tratta di pecore gravide o che hanno già partorito. L’erba è bassa, ma le merinos brucano avidamente. Non c’è alcun pastore, solo delle reti a formare un vasto recinto.

Gli agnelli, sazi di latte, si godono il sole. Probabilmente questi saranno gli ultimi giorni in montagna, poi anche questo gregge sarà portato nelle pianure accanto al delta del Rodano? Chissà…

Io proseguo ancora il mio viaggio, con una veloce deviazione al bellissimo borgo di Saint Veran, il comune più alto d’Europa. Non c’ero mai stata a questa stagione e, anche quasi deserto, senza tutte le attrattive per i turisti che ingombrano le vie pedonali d’estate… è ancora più affascinante. Non ricordo bene quante siano le giornate di sole vantate da questo borgo, ma sicuramente questa è una delle migliori!

Alcune caprette nate saltellano sui muretti tra le case, ma io ho sentito delle campanelle e dei belati: appena sopra alle ultime case infatti vi è un altro gregge. Guardandomi attorno, vedo anche altri animali, più in lontananza, su per il vallone. Non ho però tempo di andarli a vedere tutti, perchè la mia strada è ancora lunga.

Sul mio percorso mi fermerò, a quota ancora maggiore, per fotografare anche queste vacche al pascolo. Non sono animali che lasceranno la montagna, ma quando l’erba sarà finita, quando arriverà il freddo, la neve, trascorreranno l’inverno nella loro stalla nel paesino poco sopra.

Continuando a salire, il verde scompare anche dai pascoli, sono solo più i colori dell’autunno a predominare. Un autunno luminoso, caldo nonostante la neve poco lontano. Proprio per la fiera di Guillestre, è ancora aperto il passo che, in cima a questa valle, permette di sconfinare e rientrare in Piemonte.

Il Colle dell’Agnello, come tutti i passi tra Piemonte e Francia, è dolce sul versante francese, molto più ripido su quello italiano. 2.744m di quota, ormai qui è inverno. Troverò poi anche animali in Valle Varaita, a quote molto inferiori, ma ormai è tardi, pomeriggio inoltrato, quindi non mi fermerò a scattare altre foto…

A Barcelonnette per la fiera

Andare o non andare a Barcelonnette? Ci avevo pensato su parecchio, già immaginavo che non avrei trovato molti animali, quest’anno, però… Alla fine è sempre un bel posto, i mercati francesi mettono allegria ed è un’occasione per vedere qualcosa di diverso dal solito.

E così sono partita, in un bel sabato di fine settembre, luci e colori autunnali. Il viaggio è comunque lungo, c’è da raggiungere Cuneo, risalire la Valle Stura e poi scendere fino alla cittadina di Barcelonnette, dove c’è già un bel po’ di traffico. Tutte le vie sono invase dalle bancarelle del mercato, poi si arriva alla piazza centrale, dove ci sono gli animali. Da una parte bovini, qualche cavallo, strane pecore dalle lunghe corna che qualcuno mi dice essere di origine ungherese.

Pecore, agnelloni, montoni, ecc. sono nella parte centrale della fiera. Effettivamente non ci sono tanti animali, sempre di meno rispetto agli anni precedenti, ma c’è un motivo molto semplice. La festa del Sacrificio è appena avvenuta, tutti gli agnelloni sono stati venduti in quell’occasione. Evidentemente anche qui in Francia le fiere zootecniche stanno perdendo di importanza e non è più tanto questo il posto dove si contratta, si vende, si acquista.

Ci sono pastori, ci sono contadini, allevatori. La fiera è comunque il luogo dove ci si incontra, si chiacchiera, si commenta. Forse all’estero più che “in casa”, ci si può aggirare per le fiere annusando quest’atmosfera particolare, come semplici osservatori, cogliendo attimi di vita.

Non mancano le campane e chi le acquista, ovviamente prevalgono quelle per pecore e capre, con tanto di canaule in legno. I prezzi non sono economici, ci sono anche pastori italiani che sollevano, fanno suonare, ascoltano, valutano. Ce n’è per tutte le tasche, ovviamente dipende dall’uso che si vuole fare della campana, se se ne cerca una da utilizzare al pascolo o una più importante.

Si può comprare una campana per qualcun altro? E’ una cosa molto difficile, la scelta di una campana è così personale! Non è solo il suono di quella singola campanella, ma è anche il pensarla inserita nella sinfonia, nell’armonia delle altre campane che già si hanno nel gregge. L’orecchio si forma man mano, crescendo, di pari passo con la passione.

In giro per la fiera si possono fare acquisti di ogni tipo, oppure anche solo girare tra le bancarelle ammirando, lasciandosi riempire gli occhi dai colori, il naso dai profumi. Ci sono anche qui, come in Italia, bancarelle di abbigliamento dozzinale e prodotti alimentari industriali, ma anche molto, moltissimo artigianato e aziende agricole. Ci sono pure tocchi etnici e multiculturali.

Qui il cibo da strada è anche questo stand dove in enormi padelle si cucina la paella, la pasta ai frutti di mare o si friggono seppie e calamari. Alla fine della giornata non ci saranno che pochi avanzi, nel fondo delle padelle. Molti comprano per portare a casa, altri mangeranno da qualche parte sulle panchine, in giro per Barcelonnette.

Sono anche moltissimi quelli che vanno a pranzare nei numerosi locali sparsi per l’intero paese, nelle vie e sulle piazze. Fuori tutti hanno lavagnette con il menù del giorno, si può mangiare anche all’aperto, l’aria fresca del mattino ha lasciato il posto ad un bel sole caldo di inizio autunno.

Ancora un giro per la fiera, sono finiti i discorsi ufficiali dal palco, la gente sta pranzando, così si riescono a fotografare meglio le bancarelle. Formaggi, salumi, miele, dolci, frutta, verdura. Qui sono molto comuni dei grossi blocchi di gelatina di frutta, che vengono tagliati sul posto, e forme di torrone morbido ricoperte da frutta secca. Come sempre, noto che in Francia le normative sul confezionamento e vendita degli alimenti sono meno restrittive rispetto a quanto accade da noi.

La dimostrazione di tosatura è già avvenuta, qualcuno dei passanti allunga la mano a toccare un ciuffo di lana. Nel primo pomeriggio si inizierà a caricare gli animali per riportarli al pascolo, nelle varie aziende più o meno lontane.

In quel momento sono tutti in paziente attesa. Chissà se ci sono stati vendite e acquisti? Alcuni credo che siano commercianti, altri allevatori. Gli Italiani che incontro commentano sulla qualità non elevata degli animali presenti quest’anno, sia come pecore, sia come montoni, a parte qualche eccezione.

Permettetemi un appunto sulla “pecora italiana” in questo box. Il confine non è lontano… Non si tratta di un animale esotico, avrebbero potuto scrivere la razza e poi, sotto, aggiungere Italia.

Lascio la fiera e riprendo la via del ritorno. Ogni paesino meriterebbe una sosta e tante foto ai panorami, ai dettagli, ai colori dell’autunno, ma il viaggio è lungo e le giornate si fanno via via più corte. Non riesco a resistere almeno a fotografare qualche piccolo gregge al pascolo accanto ai villaggi. Le grosse greggi sono ormai quasi tutte scese dagli alpeggi, restano qui le pecore “residenti”, che affronteranno l’inverno alpino in stalla.

Quando ero passata al colle (della Maddalena per gli Italiani, di Larche per i Francesi) avevo visto delle reti tirate lungo la strada, al mattino. Adesso però, in queste reti, c’è ancora un gregge al pascolo. Cani da guardiania non ce ne sono, il “recinto” è ampio, così non riesco a resistere ed entro nelle reti. Mi muovo piano, con circospezione, affinchè gli animali non si spaventino per la mia presenza, e infatti continuano a pascolare indisturbati.

Il colore di queste pecore si confonde con il panorama, con l’erba secca. Ormai c’è più poco da mangiare, ma il gregge bruca avidamente e gli animali sono in buon stato, più belli di molti di quelli appena visti alla fiera. Sole, vento, cielo in cui si rincorrono le nuvole, il gregge tutto intorno, potevo rimanere lì ore a guardare gli animali e scattare foto.

C’è anche un grosso montone con un rudun dal suono grave. Sulla schiena ha la floucà, probabilmente è un castrato, il suo ruolo è quello di guida e di capo-gregge, infatti anche lì nelle reti le pecore si spostano ora avanti, ora indietro, sempre pascolando, seguendo i suoi movimenti.

Non manca un buon numero di capre, soprattutto di razza Rove, belle grasse e con il pelo lucido. Questi animali, visti in Francia, sembrano sempre particolarmente possenti, mentre in Italia danno l’impressione di avere una taglia inferiore. Forse la ragione è da vedere nel fatto che oltralpe svettano sopra al gregge di merinos, di taglia inferiore rispetto alle Biellesi o alle Bergamasche.

Ancora qualche minuto con il gregge, poi bisogna ripartire. Ci sono pecore anche in Italia, numerosi greggi, uno accanto alla strada composto da moltissimi agnelli e le loro mamme. Passato il confine però cambia il tempo, appena oltre il colle il sole svanisce, le nuvole prendono il sopravvento e, appena inizio la discesa tra i tornanti, inizia pure a piovere, così non mi fermo più a scattare altre foto. Tornerò in Francia magari per la Fiera di Guillestre, in ottobre, il 19…

Ancora sulle battaglie delle Reines

L’altro giorno già vi avevo parlato di Battaglie delle Reines mettendo insieme alcune opinioni diverse (e contrastanti) che alcune persone hanno sull’argomento. Adesso provo a mostrarvi, con le immagini e raccontandovi qualcosa, quello che si può “sentire” partecipando ad uno di questi incontri. Non pretendo di convincere nessuno, ma volevo almeno far ragionare chi è disponibile a farlo, chi ha interesse a documentarsi.

Era la prima volta che assistevo ad uno di questi incontri in montagna. Non che abbia partecipato a moltissime di queste manifestazioni, la prima in assoluto era stata la finale ad Aosta molti anni fa. Nonostante le condizioni meteo non ottimali (pioggia nella notte e il giorno precedente, con neve in montagna a quote medio-alte), combino all’ultimo minuto e si va al Piccolo san Bernardo, al confine con la Francia. Caldo non fa, pioviggina, ma poi il tempo va a migliorare. E il pubblico non manca!

Penso ci siano almeno due modi per “partecipare” ad una Battaglia. A parte chi è direttamente coinvolto, gli allevatori e le loro famiglie, che portano gli animali e sperano magari in un qualche risultato, c’è un pubblico di curiosi e ci sono gli appassionati. Ci sono anche semplici turisti che passano, guardano per qualche minuto, poi proseguono, preferendo le bancarelle del mercatino. Forse scattano una foto, per avere il ricordo, la documentazione di quest’usanza locale. Ma gli altri, quelli che stanno lì dall’inizio alla fine, nonostante il freddo, che ci sarebbero stati anche con la pioggia, quelli hanno comunque la passione a motivarli.

Un elemento di fondo è quello su cui si basa anche questo blog, cioè… l’amore e la passione per gli animali. Il discorso è sempre il medesimo… Sempre di più sentirete un’accezione negativa nel termine “animalista”, se a pronunciarlo è un allevatore o comunque qualcuno che ha a che fare con l’allevamento di animali cosiddetti “da reddito”. Quanta confusione si fa, con le parole! Io non allevo nulla, ma ho contratto “la malattia” e, pian piano, nel modo più umile possibile, ho cercato di entrare pian piano in questo mondo, ho cercato di comprenderlo, l’ho vissuto in prima persona per alcuni anni, continuo a viverlo marginalmente grazie agli amici. Soprattutto però cerco di raccontarlo. Le parole sono importanti, ma le immagini spesso dicono ancora di più. Quindi, per me, assistere ad una Battaglia è l’ennesima sfida fotografica, riuscire a cogliere degli scatti che documentino, che parlino, che riescano a comunicare.

Ancora non sapevo che qualcuno avrebbe commentato il post sulle battaglie, quando ho scattato questa foto. Il commento in questione, a firma di “Cris” è questo: “Tutto quello che fa violenza deve essere intollerabile. In certi paesi del mondo la legge della violenza é regina, deve essere lo stesso per noi qua? in tutti i campi ? i bambini devono vedere le mucche nei campi verdi o combattendo? é solo una questione di educazione. che modello gli diamo?” Questa immagine parla appunto da sola, risponde da sola a Cris e a chi la pensa come lei. Il modello che viene dato a questi bambini è che il mondo dell’allevamento di montagna è sano, che gli animali sono amati. Che le battaglie non sono violenza, ma momenti gioiosi da condividere con tutta la famiglia, bambini compresi.

Se non è sufficiente quella foto, aggiungo questa, sempre relativa ad una premiazione. Non si impara la violenza, ma si assiste ad un fenomeno naturale, bello da vedere, appassionante, coinvolgente, che insegna ad amare gli animali, ad allevarli come si deve e ad esserne ripagati. Giusto per sfatare un altro luogo comune, non si guadagna niente in queste battaglie, se non una campana o una decorazione floreale. Certo, la stalla con delle reine vincitrici magari vende più facilmente e a prezzo maggiore i suoi animali ad altri appassionati, ma… la storia finisce lì.

Ripeto ancora una volta che le battaglie non sono cruente, non più di quanto non lo sia di per sé la natura. Anzi, alla fine di questa eliminatoria, qualcuno lamentava che le bestie avevano battuto poco, la sera prima, ad Aosta, durante la notturna all’arena, gli scontri erano stati più animali. Qui i primi incontri sono stati interlocutori, in alcuni casi si sono conclusi velocemente, in altri gli animali si sono studiati a lungo, limitando il corpo a corpo a pochi istanti sufficienti a stabilire chi passava il turno.

Gli allevatori assistono insieme ai giudici di gara. Contemporaneamente avvengono più incontri. C’è ansia, attesa, partecipazione emotiva, anche preoccupazione. Altro che incontri cruenti… Quando una vacca resta impigliata con il corno nella cinghia della campana della sua compagna, non si esita a tirar fuori il coltello e tagliare la cinghia, pur di evitare pericoli e sofferenze all’animale!

Secondo me, se si ha un minimo di passione per gli animali, è inevitabile rimanere coinvolto dallo spettacolo, anche quando gli animali non stanno ancora scontrandosi. C’è tutto un rito precedente, ed è forse soprattutto questo a far capire quanto sia naturale questo evento. Qua e là nel campo vengono predisposti dei mucchi di terra e gli animali li usano per scavare con le zampe, buttando indietro la terra, e strusciarvisi con il muso.

Ed è naturale anche lasciarsi affascinare dai momenti più vivi, quelli in cui gli animali si affrontano con il contatto diretto. Non c’è nulla di riprovevole, nulla di cui vergognarsi nell’essere “presi” quando ciò accade. Non ci emozioniamo, in fondo, per qualsiasi impresa sportiva di cui l’uomo è protagonista? Qui ammiriamo gli animali, la loro forza, la loro indole, la loro bellezza.

A volte un animale sembra cedere, la folla si prepara ad applaudire la vincitrice, ma poi la battaglia riprende. Alcuni incontri durano più a lungo, cresce l’entusiasmo, ma alla fine ci saranno battiti di mano per tutti. Solo in un caso, quando un allevatore contesta e chiede di riprendere lo scontro, si levano dei fischi. Alla fine l’esito sarà comunque quello che era già emerso pochi minuti prima.

La costanza di tutto coloro che sono saliti fin quassù viene premiata dal sole, che fa capolino tra le nuvole, e dal panorama che inizia a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Via via si decide la classifica, gli animali vincitori andranno alla finalissima di Aosta, che si terrà il 18 ottobre.

Ogni vincitrice di categoria, ogni classificata ha l’onore della foto, insieme a tutti i membri della famiglia dell’allevatore. Sono momenti di gioia e di festa per tutti. Certo, chi vince è più contento, ma in generale l’atmosfera mi sembra quella del “l’importante è partecipare”, come è giusto che sia.

E poi si arriva allo scontro finale, quello da cui ci si aspetta la maggiore spettacolarità, e le contendenti non deludono. Dal pubblico vengono scattate foto, realizzati filmati con i cellulari, in campo c’è un fotografo ufficiale, ma anche appoggiati alle transenne ci si gode tutto, anche senza apparecchi da professionisti. Certamente occorre un minimo di preparazione, di conoscenza, per avvicinarsi a questo genere di incontri, ma non è così un po’ per tutto?

E Lionne vince, ricevendo tutta la gioia e la gratitudine di Gil, che si inginocchia davanti a lei e la bacia! Lei aspetta, sembrano capirsi con lo sguardo, il legame tra uomo e animale c’è e non lo si può negare. Dite quello che volete, ma questa è una Battaglia delle Reine.

Ancora un giro d’onore con la Regina di prima categoria, poi lo spettacolo è finito. L’appuntamento è all’incontro successivo, gli appassionati non se li perdono, domenica dopo domenica. D’estate poi portano ad andare ora qui, ora là, in località di montagna che meritano essere visitate, quindi possiamo parlare anche di un’occasione, di un incentivo al turismo.

Il pubblico comincia a defluire, chi rientra in valle, chi ritorna in Francia, chi in Piemonte. In queste occasioni, anche guardare la gente può essere interessante, visto che c’è sempre chi ha uno stile particolare e riesce ad attirare l’attenzione…

Sul colle, a metà tra il mercatino italiano e quello francese, proprio accanto ai resti romani, non manca una piccola, pacifica manifestazione di chi inneggia ad una Savoia libera. E’ bello e giusto difendere le tradizioni, le radici, la lingua, la terra, ma cosa c’è di più bello di questi incontri spontanei, proprio in nome della tradizione e delle passioni condivise, che attirano gente da paesi diversi?

Ancora (quasi) niente pecore a Nevache!

A Nevache, in Francia, uno ci va perchè è un bel posto, ci va per fare camminate in montagna, raggiungere colli, laghi, rifugi, per un trekking. Poi c’è chi ci va a cercare pecore, perchè questo è uno dei luoghi oltreconfine dove gli alpeggi sono utilizzati da greggi di pecore merinos, è risaputo.

Quando c’ero stata qualche anno fa, ero salita in un vallone dove un gregge avrebbe dovuto esserci, dove un gregge poteva pascolare più che bene, ma purtroppo di pecore nemmeno l’ombra. Chissà, forse sarebbero salite più tardi… Quest’anno invece abbiamo puntato alla testata della valle. C’erano le tracce dei recinti e del passaggio, anche abbastanza recente, degli animali. Era una mattinata fredda e limpida…

Così, a caso, saliamo verso dei laghi, con l’obiettivo di fare un giro ad anello e vedere più zone possibile. Qualche animale c’è, ma sono dei bovini! Un piccolo gruppo, qualche vacca con i suoi vitelli, un grosso toro dal mantello scuro. Niente pecore, ma il posto è davvero bello.

Il flusso di turisti sul sentiero è continuo, sono le settimane centrali del mese di agosto, purtroppo i compatrioti sono i più rumorosi e le loro osservazioni non passano inosservate. Così come non si possono non notare i grifoni che volteggiano in cielo. Arriviamo a contarne più di trenta, contemporaneamente. Questi avvoltoi sono degli spazzini e si cibano di carcasse, le loro dimensioni sono imponenti. Qualcuno li scambia per aquile (!!), altri addirittura li definiscono falchi…

Solo alcuni dei turisti si avvicinano agli animali al pascolo, che in quel momento stanno riposando, qualcuno li guarda da lontano, altri li fotografano. Giustamente, uno di loro (Francese) ci mette in guardia sull’eventuale pericolosità, dal momento che ci sono dei vitelli piccoli. La mia amica, allevatrice e moglie di un pastore, gli spiega la situazione. E si finisce con il turista che chiede a noi se può accarezzare la vacca!

Dopo l’ultimo lago, sulla via del ritorno, insieme alle tracce evidenti di un recente passaggio del gregge, ecco una pecora solitaria, in non buone condizioni di salute. E’ zoppa sia ad una zampa anteriore, sia ad una delle posteriori. Le guardiamo l’orecchino per ricordare il numero, caso mai trovassimo più a valle i pastori. Per il momento pascola indisturbata, ma da queste parti il lupo c’è…

Finalmente vediamo il gregge, ma sul versante opposto, ad una quota troppo elevata per pensare di raggiungerlo. “Leggendo” le tracce al suolo, l’erba pestata, il sentiero infangato, intuiamo che i pastori devono aver spostato le pecore nei giorni precedenti, quando ha piovuto. In questi giorni, anche in Italia, si sta provvedendo a separare gli agnelloni, i montoni che verranno venduti per la festa mussulmana del sacrificio, così può darsi che il gregge sia stato abbassato per provvedere a quel lavoro e alla successiva discesa a valle degli animali venduti.

Più in basso, accanto alla strada sterrata, c’è il “campo” dei pastori. Purtroppo non c’è nessuno, impossibile quindi segnalare la pecora dispersa. Questo non è un camper da turisti, c’è una campana legata sul cofano e numerose ciotole per i cani…

Di fronte, sull’altro lato della strada, altre abitazioni, sempre utilizzate da pastori. Chissà, forse ci sono addirittura due greggi… Che peccato non aver incontrato nessuno, non poter chiedere, fare domande, capire… Vediamo anche altri animali “lasciati lì”. Una pecora morta sembra esser stata già oggetto di banchetto da parte dei grifoni, o saranno state volpi, o cinghiali? Strana questa poca attenzione, specialmente in un posto tanto frequentato dai turisti!

Per vedere qualche animale da vicino, dobbiamo tornare a Nevache. Qua e là, tra i giardini, ci sono delle reti tirate e, al pascolo, piccoli gruppi di animali. Un paio di pecore, tre o quattro capre. Lungo la valle ci sono prati sfalciati, prati di erba medica, ma non c’è la cura che troviamo altrove. Probabilmente sono pochi gli animali che restano in valle: i grossi greggi salgono ad inizio estate dalla pianura, ridiscendono in autunno, tutto sui camion, e il territorio non ha quell’aspetto di quando ogni angolo è utilizzato per il fieno o per il pascolo.

Nevache comunque merita una visita, anche se non cercate le pecore! Lungo la valle, potete scegliere dove parcheggiare l’auto (gratuitamente) e risalire la valle a piedi seguendo i sentieri, oppure (per pochi euro) prendere la navetta che vi porta fino a Laval, dove l’asfalto finisce. Un servizio efficiente ed economico, che evita l’intasamento del traffico lungo la stretta strada che risale la valle.

Pascolando sul confine

Sono andata a far visita al Pastore, pensavo di trovarlo in un vallone, invece si era appena spostato nell’altro, ma va bene lo stesso, visto che pure lì non c’ero mai stata. L’occasione era anche quella di andare a fare una gita, oltre vedere il gregge.

La giornata era bella, serena, ma il meteo annunciava un peggioramento serale. I colori ormai erano quelli dell’estate inoltrata, anche l’aria era decisamente ben più fresca della settimana precedente. Il Pastore racconta che, nei giorni più torridi, lui era su nel vallone a 2700-2800m e si stava bene là, questo gli faceva immaginare quanto caldo dovesse esserci in pianura.

Saliamo dal gregge, c’è qualche capra da mungere, qualche agnello da allattare con il biberon, qualche animale zoppo da controllare, la solita routine mattutina. Gli animali sono tranquilli, la sera prima si sono riempiti bene le pance e non fremono per andare al pascolo.

C’è un po’ di agitazione solo dove ci sono le capre, dato che è iniziata la “stagione degli amori”. Tutta colpa di due giovani becchi dello scorso anno, che hanno cominciato ad “importunare” le capre, dando il via al calore un po’ in anticipo. Ovviamente il grosso maschio vuole l’harem tutto per sé, quindi allontana a testate i becchetti.

Viene aperto il recinto e il gregge con i suoi fedeli guardiani lentamente inizia ad uscire. Erba qui ce n’è ancora, ma meno dello scorso anno, per colpa dell’andamento stagionale. Adesso è ancora tutta “intera”, visto che il gregge ha attraversato ed ha raggiunto questi pascoli solo il giorno prima.

Le pecore si fermano a mangiare il sale, poi lentamente iniziano a salire. Il vallone è lungo, ampio, ma ci sono anche tante pietraie, zone ripide, difficili da raggiungere, pericolose da pascolare. Alcuni animali sono zoppi proprio per effetto delle pietre che, smosse dalle pecore e capre più a monte, rotolano in mezzo al gregge. Saliamo anche noi, tenendoci sulla sinistra, seguendo il sentiero che sale al colle, anche quel giorno frequentato da numerosi escursionisti.

Una volta giunti al valico, una delle prime cose che danno il benvenuto in terra di Francia è questo cartello, che spiega come si stia entrando in un alpeggio, avvisa della presenza dei cani da guardiania, a cosa servano e come bisogna comportarsi in loro presenza. Un cartello chiaro, robusto, resistente, adatto a resistere al clima che ci può essere quassù, estate ed inverno. Impossibile poi non notarlo!

Il gregge francese lo vediamo solo in lontananza, è ancora chiuso nel recinto, verrà aperto di lì a poco. Sono pecore di razza merinos, il Pastore ha già parlato con chi le sorveglia. Su questo versante la montagna è ben più “facile” rispetto all’Italia, già solo per la comoda pista sterrata che dolcemente sale fino al colle. Altro che il ripido sentiero che bisogna affrontare sul versante piemontese!

Anche i pascoli sono più belli, meno ripidi e vengono utilizzati solo quelli migliori, sotto alla strada. Il Pastore sogna una montagna del genere, ma è da quando lo conosco che mi porta sui colli, ci affacciamo oltreconfine e mi indica quelle montagne così dolci, così belle che ci sono oltralpe. Bisognerebbe affittare una montagna francese…

Appena sotto al Colle del Frejus, sempre sul versante francese, c’è un laghetto circondato da eriofori. In mancanza delle pecore, fotografo questi soffici batuffoli mossi dal vento. L’aria quassù è decisamente fredda, un netto cambiamento rispetto a quanto ho dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il Pastore è tornato dal gregge, che aveva lasciato “incustodito” per qualche minuto, mentre facevamo una rapida esplorazione oltreconfine.

Le pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano quasi pietre tra le pietre. Mentre loro brucano l’erba bassa, ma appetitosa, pranziamo anche noi. C’è tempo per una pausa, parte degli animali si ritirerà in una specie di conca meno ripida dei pendii circostanti, poi riprenderanno a spostarsi. A quel punto ci muoviamo anche noi.

Le pance sono piene, ma gli animali continuano a mangiare. Ci sono da attraversare alcuni ripidi canaloni, dove scorre un ruscelletto, ma le sponde di terra franosa, grigiastra, incise dall’acqua, fanno immaginare cosa possa scendere qui quando si scatena un violento temporale.

Il gregge fa nuovamente una pausa, intanto il tempo cambia. L’aria si fa più umida, il cielo via via si copre, le previsioni non avevano mentito. Inizia a cadere qualche goccia di pioggia, poi soffia ancora il vento. Pioggia o no, per me è già arrivato il momento di rientrare. Devo ridiscendere fino alla strada e rimettermi in viaggio in auto, saranno necessarie alcune ore per tornare a casa. Così saluto i pastori e mi avvio, scendendo lungo le tracce delle pecore.

Su certi sentieri bisogna dare la precedenza. Un gruppo di pecore, che si era separato dalle altre, si sta riunendo al gruppo, così le lascio sfilare una ad una. Adesso ha iniziato a piovere e tocca aprire l’ombrello. Scendo cercando il percorso migliore, poi finalmente ritrovo il sentiero. Alle mie spalle sento abbaiare i cani, anche il Pastore ha dato il via al rientro serale. Non sarebbe ancora ora, ma probabilmente il temporale in arrivo l’ha spinto ad accelerare i tempi.

E la pioggia mi viene incontro dal fondovalle. Io scendo, lei sale… L’ombrello ripara parzialmente, c’è vento, poi l’erba bagnata in alcuni tratti è alta, così pantaloni e scarponi si infradiciano completamente. Scendo velocemente, ma la perturbazione di quella sera è di breve durata. Quando arrivo alla macchina ha già smesso di piovere. Seguirà altra pioggia nei giorni successivi… Non salverà più la stagione, ma la speranza è che venga ancora un po’ d’erba nei pascoli bassi, quelli mangiati malamente perchè l’erba era troppo alta quando il gregge è stato lasciato salire, così da concludere degnamente la stagione.

Nei panni del turista (con cane)

Ormai tutti gli alpeggi sono occupati: mandrie e greggi sono salite in quota e vi resteranno fino alla fine di settembre, metà ottobre, raramente più a lungo. E’ quasi inutile che vi ripeta ancora una volta che l’alpeggio è un luogo, un territorio di lavoro. Chi segue questo blog dovrebbe esserne più che consapevole.

Sappiamo però altrettanto bene che molti frequentatori della montagna ritengano questo spazio un luogo essenzialmente di svago, senza porsi troppe domande su come e perchè ci siano anche gli animali al pascolo. Invito ancora una volta tutti al reciproco rispetto (di animali, infrastrutture, persone) e, a tal proposito, volevo parlare di chi fa la gita in montagna con il proprio cane. Fateci caso: quanta gente c’è che si fa accompagnare dagli amici a quattrozampe? Senza avere stime o dati sottomano, direi che sono decisamente in aumento. In questi anni ho avuto modo di vedere il fenomeno dalla parte di chi in montagna lavora, è lì con il bestiame, al pascolo o presso le baite. Oggi vi parlo nel ruolo del turista-escursionista.

Arrivata al Moncenisio, dopo aver visto alcune vacche al pascolo nel recinto delimitato dai fili, scorgo in lontananza un gregge di pecore. E’ inevitabile pensare che vi sia anche un patou, un cane da guardiania a sorvegliarle. Sono necessari un paio di minuti per arrivare vicino al gregge, che mi appare davanti all’improvviso dietro ad una curva della mulattiera militare. E il cane bianco inizia subito ad abbaiare rabbiosamente, portandosi davanti alle pecore. Ci osserva e ci studia, per valutare se siamo un pericolo potenziale o reale.

Avevo con me il mio cane, che è un soggetto un po’ particolare, avendo comunque l’abitudine a lavorare con il bestiame (specialmente pecore e capre). Per lui gli animali sono… attività, quindi la sua tendenza è quella di guardare me in attesa di eventuali ordini. I cani da guardiania per lui significano “colleghi di lavoro”, pertanto la sua tendenza è quella di andare loro incontro scodinzolando. Tutto va bene quando c’è il pastore e i cani già si conoscono, ma in situazioni differenti cosa potrebbe accadere?

Succede che lo lego immediatamente al guinzaglio, fin dal momento in cui ho visto le pecore in lontananza. Lui obbedisce al mio richiamo, ma è meglio non rischiare. Quando il patou si accorge di noi, le pecore stanno finendo di attraversare la mulattiera. Ci fermiamo e il patou abbaia con forza. Poi si volta, vede che il gregge si è spostato, salendo verso l’alto, così gira le spalle e risale pure lui.

Riparto per la mia strada e, a distanza di sicurezza, libero il mio cane dal guinzaglio sempre solo perchè so che non si allontana e anche perchè so che, più a monte, non troveremo altri animali al pascolo liberi. Il piccolo gregge si è fermato a pascolare lì in basso, man mano che si sale l’erba è ancora indietro e ci sono nevai, non è ancora tempo per le pecore o per altri animali. Ovviamente, anche se non ci sono appositi cartelli e normative (come nelle zone di parco, riserva naturale, ecc), il cane va tenuto al guinzaglio se ha la tendenza ad allontanarsi, correre dietro alla fauna selvatica, ecc. E’ questione di buonsenso e rispetto.

Sulla via del ritorno, c’è una mandria libera. Come vi dicevo, il mio cane sa come lavorare con gli animali al pascolo, ma nessuno può sapere quale reazione avranno questi animali nel vedere un cane, specialmente un cane estraneo. Prima regola, da seguire sempre (pecore o vacche che siano, con o senza cane da guardiania), non passare in mezzo al gregge/mandria. Gli animali potrebbero spaventarsi, non tanto per la vostra presenza, quanto per quella del cane. Ovviamente tenetelo al guinzaglio, perchè non si sa mai quali comportamenti potrà avere vicino agli animali.

In generale comunque gli animali al pascolo possono agire come questi, tutti uniti in gruppo contro l’intruso! Se il vostro cane è libero, potrebbe scappare in mezzo a loro, magari mettersi ad abbaiare per paura/difesa, causando scompiglio, magari facendo correre gli animali verso un punto pericoloso. L’invito quindi è quello di fare sempre molta attenzione, tenere i vostri cani legati almeno dove ci sono baite e/o animali al pascolo ed evitare di passare tra di loro. Tutto ciò sempre ricordandosi che non siete in un luogo di svago, ma in un luogo di lavoro, regolarmente concesso in affitto agli allevatori che lo utilizzano.

Il passaggio del gregge a La Brigue

Ieri vi ho raccontato la festa della pecora brigasca, mostrandovi le bancarelle degli espositori, tra lana, formaggi, prodotti agricoli. L’attrazione della festa però è stata il passaggio del gregge.

Dopo aver fatto un giro per La Brigue, mi sono incamminata lungo un sentiero segnalato che risaliva la valle. Lo scopo era innanzitutto quello di vedere un po’ di panorama, ma mi domandavo anche da che parte sarebbe arrivato il gregge. Ad un certo punto l’ho sentito, oltre una curva, al di là del torrente. Per fortuna c’era un antico ponte in pietra proprio lì vicino, così ho potuto avvicinarmi.

Ho chiesto a che ora sarebbero partiti per scendere verso il paese ed ho proseguito la mia escursione, avendo tempo sufficiente prima della transumanza. Sull’asfalto, le tracce della discesa delle pecore, probabilmente quello stesso mattino. Le alture circostanti non offrono grandi pascoli, ma più in alto, sulla cresta di confine con l’Italia, si vedono estensioni erbose più ampie. Un cartello esplicativo lungo il sentiero spiega che un tempo Briga ospitava 100.000 capi di bestiame, principalmente pecore.

Il gregge ha quasi finito di brucare tutto. Non sono animali di razza brigasca, si tratta di un “classico” gregge di merinos. Un gregge che supera sicuramente il migliaio di capi.

Ci sono diversi pastori, alcuni forse venuti solo ad aiutare per la festa, altri invece devono aver badato al gregge tutta l’estate. C’è anche un gran numero di cani, tra quello da lavoro e i patou che sorvegliano le pecore.

Nonostante il timore che ormai circonda a priori questi animali, quelli presenti con questo gregge sono estremamente docili e affettuosi. Per la sfilata sono stati agghindati con bandane colorate al collo. Alcuni aspettano pazienti in mezzo alle pecore, altri si aggirano tra i pastori ed i turisti in attesa della partenza, reclamando carezze.

Finalmente ci si mette in cammino. I pastori chiamano le pecore esattamente come in Piemonte, un verso che è una “RRRRRRR” un po’ gutturale e prolungata. Come incentivo però si utilizza anche una borsa piena di mais, ricompensa per i capo gregge, due animali, uno bianco e uno nero, tosati con la floucà.

Dopo qualche istante di incertezza, richiami, cani che corrono, si imbocca la via che scende verso La Brigue. Ci sono quasi tre chilometri da percorrere prima di arrivare al paese dove la festa è in pieno svolgimento. Rispetto all’ora prevista, la partenza avviene piuttosto in ritardo.

Il gregge invade la strada, le pecore cercano di brucare qua e là sui bordi, i pastori fanno segno agli accompagnatori (turisti, fotografi…) di non mettersi in mezzo alla via o spaventare gli animali, che potrebbero fermarsi o dividersi.

Via via si incontrano persone che o sono venute incontro alla transumanza, o attendevano il suo arrivo. La maggior parte di loro lascia sfilare il gregge e si accoda, andando ad ingrossare il gruppo che cammina al seguito del gregge. C’è davvero un aria di festa, anche grazie al sole e all’aria tersa.

Precedo il gregge insieme ai pastori fino al ponte che porta all’ingresso del paese, poi lascio sfilare gli animali davanti a me. Il pubblico è sempre più numeroso, sui due lati della strada, fin giù dove ci sono le bancarelle.

L’atmosfera è un po’ quella del passaggio di una gara ciclistica. Saluti, perfino applausi, innumerevoli scatti fotografici e filmati, molti allungano le mani per toccare le schiene degli animali, provocando ondeggiamenti. Per fortuna, pur allungandosi in una fila sempre più sottile, il gregge non si divide, ma continua la sua marcia, un po’ intimorito da tutto l’entusiasmo suscitato. Mi fermo ancora per un secondo giro alla festa, poi riparto.

Già al mattino avevo visto, nel piazzale della stazione, i camion bianchi e verdi parcheggiati. Le operazioni di carico sono in pieno svolgimento. I primi piani sono già stati riempiti, ma ancora un buon numero di animali attendono a terra.

I camion sono disposti in modo da creare un passaggio obbligato, inoltre sono state collocate delle transenne metalliche per dividere il gregge in gruppi, che vengono sospinti via via verso le rampe di carico. Solo una ristretta parte del pubblico che ha assistito al passaggio della transumanza è arrivato fin qui anche per vedere queste fasi finali del viaggio.

Poco per volta il piazzale si svuota e i camion si riempiono. Non attendo fino alla fine. Anche se i camion scenderanno verso la costa, preferisco anticipare la partenza del grosso del pubblico. La strada è stretta, il viaggio di ritorno è lungo… Mi rimetto in viaggio, rientro in Italia, vedo lungo la strada tracce di transumanze bovine, greggi lungo il greto dei torrenti…

La festa della pecora brigasca (1° parte)

Domenica scorsa sono stata a La Brigue, in Francia. Terra di frontiera, terra di passaggio, terra prima italiana, poi francese, dove si parla il Brigasco. C’è anche una razza di pecore, quasi a rischio di estinzione, la Brigasca per l’appunto, sviluppatasi in queste terre, tra Briga Alta (Italia) e La Brigue (Francia).

E’ proprio oltreconfine che si tiene la festa dedicata a questa pecora. Quest’anno era la sesta edizione. La buona organizzazione dell’evento era evidente già dal primo mattino: le auto venivano bloccate a valle del paese, dove vi era un ampio parcheggio (ma la sera si incontravano auto parcheggiate tutto giù lungo la stretta strada scendendo verso San Dalmazzo di Tenda). Una navetta gratuita portava in paese chi non voleva salire a piedi, altrimenti con una veloce passeggiata in una decina di minuti si arrivava a La Brigue.

Era ancora presto, gli espositori stavano appena iniziando a montare le bancarelle, ma già due ragazze suonavano musica occitana e qualche coppia accennava a passi di danza. Una bella giornata di sole faceva da cornice alla manifestazione e preannunciava una buona riuscita dell’evento.

Vi presento la razza brigasca, simile per alcune caratteristiche alla frabosana-roaschina. In piazza gli allevatori avevano già iniziato a portare qualche esemplare, collocato negli appositi box di legno. Ma lo “spettacolo ovino” sarebbe poi stato un altro e l’avrei scoperto più tardi.

Se in Italia la toma di pecora brigasca è un presidio Slow Food, in Francia se ne valorizza anche la lana. Questi artigiani realizzano tappeti con la lana della brigasca ed i disegni riproducono i famosi graffiti preistorici della Valle delle Meraviglie, non lontana di lì, sotto al Monte Bego.

La lana è protagonista della festa. Sono numerosi gli stand dove troviamo gomitoli, matasse, manufatti di vario tipo.

Dalla prima piazzetta, ci si spostava tra vicoli, piazze, stradine, portici bassi dove si incontrava qualche gatto frettoloso. Qua e là qualche altro stand, ma poi ad un certo punto era la musica occitana a richiamare oltre, di là del ponte. I musicisti stavano già scaldando la voce e gli strumenti.

Cercherò, attraverso questa rapida carrellata di immagini, di mostrarvi un buon numero tra le bancarelle più a tema. Qui vedete i manufatti di lana mohair. Ovviamente non tutti vendevano prodotti derivanti da pecore e/o capre, c’era anche tutto il mercato dei prodotti agricoli e un po’ di artigianato di altro tipo (ceramiche, gioielli etnici, ecc.), ma il bello era non trovare tutta quella paccottiglia da fiera, da mercato, che spesso da noi fa “scadere” il livello di queste manifestazioni.

Tra i produttori agricoli, c’era una buona alternanza tra Francesi, Liguri e Piemontesi, in un bel mix di colori, sapori e profumi.

I produttori di formaggi erano quasi tutti Francesi e si poteva scegliere tra latte ovino, caprino, vaccino e tome miste. Nessun commerciante, nessun caseificio, tutti piccole aziende agricole tradizionali.

Ancora lane multicolori, per mostrarvi quanto fosse ampia la scelta e la varietà degli espositori. Raramente mi è capitato, anche in manifestazioni teoricamente “a tema”, di trovare così tante diverse realtà artigianali di lavorazione della lana.

Non si poteva nemmeno morire di fame! Dolci, dolcetti, torte salate, cibo “di strada”, caldarroste, già al mattino presto si mescolavano i profumi. Aleggiava un aroma di spezie e di cumino, sfrigolavano spiedini e salsiccette, tutto in modo molto più “rustico” e diretto che non in Italia. Non che mancasse la pulizia, ma ancora una volta ho avuto la sensazione che oltralpe vi siano meno vincoli, meno norme assurde a complicare le cose.

La festa è anche l’occasione per far sentire la voce della protesta. Qui vedere una pecora brigasca che metaforicamente si oppone al passaggio dei camion, per protestare contro l’ipotesi del secondo tunnel al Colle di Tenda. C’è però da dire che, dal punto di vista dei trasporti, la valle non è ben messa. Tra i tagli alla linea ferroviaria e il semaforo che regola il passaggio alternato nel suddetto tunnel, causando lunghissime code…

Non mancava ovviamente il feltro. Borse, cappelli, piccoli oggetti, animaletti, soprammobili…

Si poteva anche provare a cardare la lana. Al mattino la bisaccia era piena e davanti all’apposito attrezzo c’erano solo pochi boccoli, ma al pomeriggio la situazione si era invertita, con grandi e piccini che scoprivano la magia della soffice lana.

Si poteva anche vedere/provare a tessere, ma c’erano pure gli antichi strumenti usati per filare. Il pubblico al pomeriggio era aumentato, centinaia, migliaia di persone a vedere la festa ed assistere al momento clou del passaggio del gregge (che vi racconterò nel prossimo post).

Oltre alle piazze più affollate, dove ormai i generi alimentari erano quasi totalmente esauriti, in giro per il paese poteva anche capitare di incontrare questo gruppo di musicisti di strada, le cui melodie e canti si perdevano tra i vicoli. Tutto in un’atmosfera che sapeva di transumanza, di viaggi, di passaggi che non (ri)conoscono frontiere.

Altro genere di suono, quello che curiosi e appassionati testavano sollevando ora questa, ora quella campana. In questo caso però il pubblico della festa era composto più da turisti che non da allevatori, quindi vi era un’unica bancarella di questo tipo.

Erano arrivate altre pecore a riempire tutti i box. Il gregge che è transitato giù per la valle però era composto da merinos. Non ho idea di quale sia l’attuale consistenza della brigasca, comunque ripartendo dalla festa la sensazione è stata quella di una manifestazione molto ben riuscita, che ha davvero avvicinato la gente al mondo della pastorizia nelle sue diverse sfaccettature: prodotti, lavoro del pastore, territorio.