L’ultimo soffio di inverno?

Doveva nevicare fino in pianura, qualche fiocco misto pioggia è arrivato, ma per il resto è stata soprattutto pioggia. Passate un paio di settimane da quel giorno, ormai si respira aria primaverile, anche se stamattina faceva freddo, e ieri qui si è avuto il primo temporale di stagione.

Caricati gli agnelli e raccolte le reti, ci si mette in cammino. Non lontano c’è un altro gregge, purtroppo da queste parti ci si “pesta i piedi” a vicenda, tutti alla ricerca di pascoli, così finisce che il cammino di greggi e pastori si incroci e si intersechi, talvolta con un po’ di nervosismo.

Ma adesso le strade si dividono, questo gregge si è messo in marcia verso altri pascoli, altri paesi. E’ una domenica mattina e non c’è troppo traffico, ma è sufficiente attraversare una strada principale presso un semaforo per far formare una coda impaziente.

La neve è scesa a quote basse, fin quando non arriverà il sole o le temperature si alzeranno, le prime montagne che si ergono dalla pianura hanno quella spruzzata grigiastra sugli alberi. Cade anche qualche goccia di pioggia, ma le previsioni sono buone. Ci si ferma qualche istante a brucare un po’, ma bisogna proseguire.

I cani sono irrequieti, non c’è molto per cui farli lavorare, lungo la strada non ci sono campi, spesso addirittura si passa tra muri e cancellate. Nonostante si tratti di una stradina secondaria, c’è sempre qualche automobilista che si lascia andare a strani gesti. Le mamme chiamano i bambini seduti dietro perchè guardino il gregge, ma un uomo agita le braccia come a dire che non è possibile dover incrociare addirittura delle PECORE sulla strada asfaltata.

Si passa nei pressi di una zona artigianale/industriale, ovviamente deserta nel giorno festivo. I cani continuano ad avere poco lavoro, qui non c’è nulla che patisca la brucatura delle pecore. L’asfalto è in pessime condizioni, le buche sono pozzanghere guardate con sospetto dalle pecore, che cercano di aggirarle.

Si arriva in prossimità di un paese. Non ci sono alternative, bisogna passare nel centro abitato. Nessuno dovrebbe protestare. Il gregge avanza, per gli animali l’unica certezza è che i pastori li condurranno a pascolare altra erba.

Anche in paese non sembra esserci molta gente, in quella mattinata fredda ed umida. Il gregge procede tranquillo diretto verso la piazza, i cani annusano negli angoli dei muri, non ci sono nemmeno siepi o aiuole da salvare dal passaggio delle pecore.

Quei pochi pedoni già in giro alla domenica mattina osservano stupiti e meravigliati il gregge. Per qualcuno è immenso… Ma da queste parti non è mai passato un gregge di quelli veramente imponenti. Le domande sono le solite, la gente chiede quante bestie ci sono, dove si va, da dove si proviene.

Ecco dove erano tutti, in chiesa! Non so se la Messa fosse finita o dovesse iniziare, ma per qualche istante il gregge di pecore e quello dei fedeli si fiancheggiano, tra le esclamazioni della gente. Qualche attimo di confusione sulla strada, poi il cammino del gregge procede su vie secondarie e ci si ferma anche a pascolare un prato tra le case.

Si torna in un paesaggio più agreste. Prati, campi, cascine, ma è inevitabile avere strade da attraversare. Intanto il tempo sta cambiando, e la meta è sempre più vicina.

Poco per volta arriva il sole, il cielo si pulisce, l’aria si riscalda. Serviranno però alcuni giorni prima che il terreno torni asciutto, specialmente in queste zone di pianura. Il gregge avanza lungo la strada secondaria, poi percorrerà qualche centinaio di metri  su asfalto e infine arriverà nei prati. Si è partiti con un clima invernale, ma all’arrivo sembra proprio primavera, il sole è davvero caldo e i prati, tutt’intorno, brillano di un bel verde.

La pianura e la montagna

E’ da qualche settimana che voglio scrivere un post su questi argomenti, alla fine mi sono decisa a farlo dopo una chiacchierata casuale con un escursionista settantenne incontrato ieri per caso salendo con le ciastre sulla neve della Valle Po. La montagna fa di queste cose: le persone sconosciute si incontrano e cominciano a chiacchierare unite dal luogo in cui si trovano. Ma non tutti quelli che frequentano la montagna lo fanno ugualmente, non tutti la vivono e la sentono nello stesso modo.

Ieri di gente su quella montagna ce n’era davvero tanta, ma molti puntavano ad una meta decisamente turistica. Qualcuno addirittura saliva con il servizio “navetta” operato dal gatto delle nevi e dalla motoslitta. Moltissimi salivano a piedi, con le ciastre appunto, o con gli sci e le pelli. Per alcuni la meta era la vetta, per altri la stazione di arrivo degli impianti, in disuso, trasformata in luogo di accoglienza e incontro per questi turisti. Dalla cima, lassù, si sentiva in basso la musica a tutto volume e si vedeva il brulicare della folla. Ma quella non è la mia montagna. Tutti quelli che c’erano su per la montagna ieri, erano lì per divertirsi, anche se in modo diverso. Alcuni cercavano il silenzio, il panorama, la soddisfazione di raggiungere una cresta e affacciarsi dall’altra parte, la sensazione della neve, dell’aria, il lasciar vagare i pensieri. Altri la compagnia, il divertimento, l’ebbrezza della velocità, la mangiata di gruppo, il frastuono della musica.

Sulla via del ritorno ho attraversato questo che… non è un villaggio. Sono delle meire, piccole baite, sede di alpeggio per numerose famiglie, un tempo. Oggi credo che qui salga un unico margaro con la sua mandria, si vede in basso la stalla nuova. I turisti passano, ma quanti riflettono?

Io ho vagato tra le baite silenziose, gli unici suoni erano gli scricchiolii della neve sotto le mie ciastre, le gocce d’acqua della neve che scioglieva da qualche tetto. Però tendevo l’orecchio ad altre voci, altri suoni. I suoni estivi, i cani, le campane, i muggiti, i richiami dell’uomo. Ma anche suoni più antichi, quando qui era tutto un brulicare di gente. “Le Meire di Pian Croesio (1846m) sono raggruppate al centro di una vasta conca di pascoli sul versante notte del territorio comunale. Quando erano tutte abitate il carico di bestiame risultava addirittura eccessivo e, nelle annate siccitose, veniva a mancare l’erba. Allora si mandavano i bambini a rubarla oltre la cresta spartiacque in territorio di Sampeyre, suscitando le proteste dei locali pastori.” (testo integrale qui)

Vi ho parlato tante volte del mio vagabondare in quella terra di mezzo che è la montagna dell’uomo. O che ERA la montagna dell’uomo, mentre oggi il più delle volte è vittima di crolli e di abbandoni. C’è qualcosa che mi chiama in questi posti, e sono le voci di quelle pietre che parlano, che raccontano storie di un passato non così remoto. Un passato duro, difficile, ma che a volte incontro concretamente, come nel caso del manoscritto che mi è stato affidato dal suo Autore, per farne un libro. Proprio l’altro giorno ho trascritto questa frase: “…Adesso non esistono le mucche in queste stalle e stanno crollando soffitti e mura. E chi le viene l’ambizione a non lasciarle crollare fanno le tavernette come sale di aspetto…“. Ma chi va in montagna per “divertimento”, si pone certe domande? Fa certe riflessioni? O attraversano questi luoghi solo come uno sfondo, troppo presi a pensare al dislivello, alla meta, al materiale di cui è fatto il loro abbigliamento tecnico, o ancora parlando di teorie su come valorizzare la montagna?

Veniamo ad un argomento di cui tanto si sta parlando in queste settimane, intorno al Re di Pietra, il Monviso che svetta all’orizzonte sovrastando le cime delle vallate tra la provincia di Torino e Cuneo. Qualcuno si è studiato di fare un bel parco naturale. Ma, tanto per cambiare, hanno pensato il tutto giù in pianura, lontano dalla montagna. Hanno tracciato confini e fatto progetti e hanno deliberato. Poi sono arrivati nelle valli e hanno pensato di portare le perline colorate agli indigeni, ma hanno trovato un’accoglienza non molto calorosa. Anche se per tanti versi ci sono divisioni, rivalità, screzi, questa volta interi comuni si sono uniti, com’è successo a Bobbio Pellice. O ancora: “Mercoledì 18  febbraio a Piasco i sindaci di Casteldelfino, Sampeyre e Piasco hanno ribadito il loro no secco, lo stesso ha fatto la Coldiretti, applauditi in un salone pieno di montanari della val Varaita. L’ass.re alla montagna Valmaggia ha sentito tutti e poi ha confermato che la proposta andrà avanti e entro fine marzo il Parco sarà cosa fatta. Questi sono i rapporti tra il Monte e il Piè. Evviva! Andiamo proprio bene“, scrive Mariano Allocco per l’associazione AlteTerre.

Questa è la Conca del Prà, uno dei luoghi più conosciuti, apprezzati, frequentati dai turisti di queste parti che amano la montagna, senza esigenze di raggiungere le alte vette. E’ stata anche la meta di una delle mie prime escursioni in montagna, da bambina. Serve un parco, per tutelarla? E’ in pericolo? Perchè bisogna fare questo parco???

Qui ci sono già strutture turistiche, un rifugio, un agriturismo d’estate, poi la Ciabota, che potremmo definire una locanda di alta montagna, non rifugio, non agriturismo anche se la famiglia che la gestisce ha anche gli animali. Ci sono gruppi di baite, tutte ben aggiustate ed utilizzate in vari modi. Cosa aggiungerebbe il parco a tutto questo? Ho sentito parlare di “opportunità”, ma mi dicono che, alle riunioni, queste grossi vantaggi per chi vive e lavora in quei territori, anche magari solo per pochi mesi all’anno, non sono stati spiegati in modo esaustivo. E, soprattutto, non si sono capiti i vincoli a cui si dovrebbe sottostare, nell’area sottoposta a tutela. Se restasse tutto com’è… che senso ha creare un parco, che bene o male delle spese le comporta?

Nei regolamenti dei parchi c’è sempre scritto che si deve tener conto delle attività agricole preesistenti, ma ovunque chi sul territorio già c’era, dopo l’istituzione di un parco naturale si trova ad avere vincoli ulteriori, spese, problemi. Se vogliamo controllare i carichi di bestiame, esistono già dei regolamenti comunali, così come esistono organi di controllo per il rispetto delle normative vigenti a tutela del territorio nel suo complesso (CFS, ASL, ecc.). Se mi dite che il parco porta benefici nel senso che arriveranno fondi per migliorare la vita e il lavoro delle persone che qui operano, allora ben venga. Ma perchè la sensazione invece (visto il modo con cui è stato imposto dall’alto, senza sentire la gente) è che il parco sia creato da chi teorizza una montagna naturale, senza l’uomo? E’ come per il discorso del lupo… Mi pulisco la coscienza difendendo ad oltranza la wilderness, anche (e soprattutto) se abito in città, mi sposto in auto, ho tutto quello che la modernità passa al giorno d’oggi. Ma devo fare qualcosa per l’ambiente, allora decido che la montagna deve essere incontaminata, deve contare più il lupo del pastore, l’escursionista che sale la domenica, piuttosto di chi abita e lavora lassù 4-5 mesi all’anno.

Solo per fare un esempio, le baite. Immagino che, nel parco, si debbano rispettare certe tipologie costruttive, impiegare certi materiali. E ciò, oggigiorno più che mai, comporta delle spese non indifferenti. Chi le coprirà? Se ho la “fortuna” di essere nel parco, mi costa tre volte tanto ristrutturare e adeguare l’alpeggio, mentre chi è 100 metri più in là, fuori dal confine, invece può continuare ad usare la lamiera per il tetto? Ci sarebbe da scriverne per ore. Ma la mia conclusione è che non possiamo da una parte rovinare la montagna con località di turismo di massa (penso a chi si trova a dover pascolare tra rottami nella pista da sci, moto, mtb, quad e altro ancora che sfrecciano sulle piste sterrate, campi da golf ecc), poi dall’altra creare dei bei parchi a immagine di chi la montagna non la vive in prima persona.

Libro, corsi, foto…

Agli amici di questo blog, volevo ricordare, domani sera, la presentazione di “Pascolo vagante 2004-2014″ a Villardora (TO), ore 21:00, nella sala consiliare del Comune, piazza San Rocco 1. L’appuntamento successivo sarà il 13 marzo a Champdepraz (AO).

Il 19 – 24 – 25 MARZO si svolgerà a Moretta un corso di 21 ore (PSR) sui Formaggi VACCINI STAGIONATI E PASTE FILATE.

Per ottenere i moduli di iscrizione, informazioni, ecc, contattare tallone@agenform.it – 017293564. Possono partecipare le persone che fanno parte dell’azienda agricola come titolari, dipendenti o coadiuvanti ed anche lavoratori del settore alimentare. Potranno partecipare i primi iscritti in ordine cronologico con documentazione completa sino ad un max di 15. Scadenza iscrizioni: 06 marzo.

(foto M.Ferretti)

Ci sono sempre amici che ci scrivono, questa volta è Massimo. “Mi chiamo Massimo e ho un’allevamento di capre in provincia di Reggio Emilia, sull’Appennino. Non sono le Alpi, ma ci sono delle belle cose da fotografare, tipo la valle dei gessi triassici,  sembra un canyon, la pietra di Bismantova con l’eremo che sembra l’Ayers Rock, le fonti di acqua sulfurea, il parco nazionale tosco emiliano con il lago Bargetana, ecc.

(foto M.Ferretti)

 

Io ho abbandonato la città e sto creando questa azienda agricola con capre… Impresa dura per il momento e perchè qua esiste solo il Parmigiano Reggiano e tutto il resto non esiste o quasi.

Altre foto (le capre continuano a riscuotere successo!) da parte della mamma di Fabio Zwerger, Adriana. Sono i capretti della scorsa primavera, ma mi racconta che in questi giorni nel gregge si sono avute tutte le nascite del 2015.

Sempre nello stesso gregge… Ecco il papà dei capretti! Un saluto a tutti gli amici sparsi in giro per l’Italia, grazie per aiutarmi con i vostri contributi ad arricchire sempre il blog.

 

L’anno della capra

Questa è la stagione dei capretti. A differenza delle pecore, che partoriscono tutto l’anno (a meno che intervenga l’uomo a stagionalizzare i parti), la capra ha un periodo in cui tendono a concentrarsi i calori. Cinque mesi dopo… Ecco le nascite.

I capretti sono uno spettacolo. Sono andata da un mio amico apposta per vedere tutta l’allegra brigata salterina. Riuscire a scattare delle foto decenti, tra la poca luce della stalla e i soggetti irrequieti, è una vera impresa. Mi aspettavano però anche fuori regione per farmi fare un “tour caprino”.

Senza rendermene conto, ciò è finalmente avvenuto proprio in concomitanza dell’inizio di quello che, secondo il calendario cinese, è l’anno della capra! Quando si dice il destino!! Alla battaglia delle capre di Locana, in novembre, due appassionati dalla Val d’Aosta mi avevano invitata a far visita alle loro stalle, facendomi accompagnare da un amico comune. Rimanda e rimanda, finalmente eccoci a Perloz, dove sembra vi siano capre in ogni porta al pianterreno! La prima visita è da questo simpatico signore, che ci mostra i suoi animali, cercando di aiutarmi ad avere un po’ di luce per scattare le foto.

Poi è la volta della stalla della nostra guida, Leo. Da queste parti la passione per l’allevamento di questi magnifici animali è fortissima, legata anche alla tradizione della battaglia delle capre. Perloz è il “luogo simbolo” di questa manifestazione, come viene scritto sul sito della ProLoco, anche se proprio nello scorso anno si sono registrate vibranti polemiche in merito allo spostamento della Finale ad Aosta.

Per fare la foto al becco, gli concediamo una gita all’aperto, dove sta iniziando a nevischiare. Tutti questi animali sono di razza valdostana, le cui caratteristiche più evidenti sono date dalle corna, ben sviluppate sia nel maschio, sia nella femmina.

Leo, che come attività principale non è un allevatore, ci mostra un altro aspetto collaterale della sua passione, cioè i collari di legno da lui decorati con tanta pazienza… e punta di coltello! Da noi si chiamano canaule, altrove gambis, ma comunque servono per sostenere le campane al collo di capre, pecore…

A proposito di pecore, di fianco alla stalla del becco c’è anche qualche ovino, sia di Leo, sia di un suo amico. Razze varie, incroci con la razza locale Rosset…

Sempre a Perloz, ci fermiamo a casa di un giovane allevatore che, ahimè non era presente, per “presentarci” i suoi animali. Colpa della nostra visita a sorpresa… Stalla pulita, ordinata, belle capre.

Saliamo nella valle, sta proprio nevicando. Ci fermiamo da un altro appassionato. Anche per lui l’allevamento non è l’attività principale, ma è evidente come tutti loro dedichino molte ore a questi animali, alla loro sistemazione, al loro benessere. Ho come la sensazione che passino anche del tempo semplicemente in loro compagnia, ad ammirarli…

Dai loro discorsi, è chiaro come si conoscano un po’ tutti, Piemontesi e Valdostani, uniti da questa passione, quasi una “nicchia” nel mondo degli allevatori. Ovviamente ogni capra ha un nome, in ciascuna di queste stalle ci sono animali che hanno ottenuto qualche riconoscimento alle varie battaglie.

Le baite sono vecchie case dalla classica architettura walser, stiamo salendo verso Gressoney, in una giornata decisamente invernale. Tutte queste capre restano nelle stalle fin quando non sarà possibile metterle al pascolo all’aperto. Vengono lasciate libere e incustodite…

Altra stalletta, altre capre! Ascolto i loro discorsi: guardano gli animali, li commentano, pianificano scambi e acquisti di capretti. Dinamiche che potrebbero sembrare assurde e incomprensibili a chi non fa parte di “questo mondo”. Mi viene da pensare a quegli esaltati che denunciano l’allevamento e le battaglie delle capre come maltrattamento… Venissero a vedere con quanto amore sono allevate queste bestie…

Sotto un’intensa nevicata, a Gressoney ci aspetta anche un ottimo e abbondante pranzo. Poi, sulla via del ritorno, un’ultima tappa alla stalla di Michael. Anche qui capre che devono ancora partorire e numerosi capretti già nati. La stalla è un vero gioiellino.

Ogni capra ha il suo box, tutto in legno. Gli animali devono rimanere isolati gli uni dagli altri, poichè con la loro indole altrimenti si prenderebbero a cornate tutto il tempo. Anzi, ogni tanto occorre risistemare qualche tavola di legno, dopo qualche cornata di troppo.

La visita nella Valle del Lys è ormai alla conclusione, bisogna rientrare. Ancora un ultimo scatto alla vita che va avanti, un saluto a questi nuovi amici, una promessa di tornare in estate, quando il meteo permetterà di godere del panorama…

Giusto per finire di lustrarsi gli occhi, mentre siamo di strada telefoniamo al pastore Giovanni, che non dovrebbe essere lontano con il gregge. Le capre si presentano a rapporto intorno al furgone dove sono ricoverati i capretti, tutti nati negli ultimi giorni. A questo punto… buon anno della capra, allora!

Spazio di servizio

Oggi ospito sul blog un amico ricercatore, che sta svolgendo uno studio sulla rilevanza degli immigrati per la sostenibilità della pastorizia nell’Europa Mediterranea. Se qualcuno avesse voglia e tempo di rispondere alla sua breve inchiesta, per aiutarlo nel suo lavoro… Grazie mille!


 

Il ruolo dell’immigrazione per il futuro del pascolo mediterraneo

L’economia agricola e dello sviluppo rurale dipendono sempre più dalla presenza e dal contributo degli immigrati alla produzione alimentare e alla gestione del territorio. Una ricerca congiunta Coldiretti/Caritas nel 2013 indica che “I prodotti dell’agricoltura italiana passano nelle mani dei lavoratori stranieri che rappresentano circa il 25 per cento del numero complessivo di giornate di occupazione del settore. (…).

Questo fenomeno ha un’importanza specifica nei paesi del Mediterraneo, per 2 motivi principali:

1) le filiere dell’agro-alimentare e del turismo costituiscono significativamente i pilastri dello sviluppo sociale, culturale ed economico locale, rappresentando il corpo della Politica Agricola Comune cui l’Unione europea dedica circa il 40% delle proprie risorse;

2) i paesi EU del Mediterraneo – Italia, ma anche Spagna, Francia e Grecia – erano fino a poco tempo tradizionalmente terre di emigrazione, e si ritrovano ora a ricevere e gestire un importante flusso migratorio all’interno dei propri territori.

La pastorizia rappresenta un settore specifico in questo contesto, poiché in molte regioni questa importante attività continua a esistere grazie agli immigrati che arrivano da altre comunità di pastori (sostanzialmente da Marocco, Romania, paesi Balcanici), portando la loro esperienza, le loro conoscenze e le loro pratiche.

Nel caso dell’Abruzzo i dati della Coldiretti indicano che circa il 90% dei pastori attivi sul territorio è di origine straniera. Come insegna anche l’esperienza dei Sardi insediatisi nel centro-Italia nel Novecento, questo processo comporta conseguenze importanti per la società, l’ambiente e l’economia rurale locale.

Trovare il modo di integrare questi immigrati rappresenta una sfida fondamentale per la sostenibilità della pastorizia e per il futuro delle aree montane.

  • Qual è la vostra esperienza in questo senso ?
  • Quali opportunità e quali problematiche presenta questo fenomeno ?
  • Quali sono i fattori che stanno cambiando oggigiorno il lavoro di pastore ?
  • Pensi che la Politica Agricola Comune (CAP) dell’UE e le politiche nazionali riguardo alla gestione dei flussi migratori e del mondo del lavoro siano adeguate alla situazione ?

 TRAMed Transumanze Mediterranee

contatto: Michele NORI, michele.nori@eui.eu


 

Per alleggerire un po’ (ma la cosa è volutamente seria, vi sarei molto grata se rispondeste a Michele), eccovi qualche bella foto dell’amico Leopoldo. Settembre 2014, Monte Grappa (TV), il gregge di Battista e Mario Perozzo.

Grazie a Leopoldo Marcolongo per le belle immagini. Ho fatto una selezione tra le tante che mi ha inviato.

Un inverno non così duro

Quest’anno, anche con qualche spruzzata di neve, il maggior problema per il pascolo vagante non è stato quello classico dell’inverno, fatto di gelo, di poca erba, di timore di dover fermare le pecore.

Al massimo ci si lamenta per il fango, per i prati che non possono essere pascolati perchè troppo molli. Il fango sulle strade di campagna, anche dopo giorni in cui non piove e non nevica. Dipende dalle zone, ci sono certe aree della pianura in cui il terreno trattiene di più l’acqua. Erba buona, dice il Pastore, ma appena fa due gocce…

Greggi qua e là per la campagna se ne incontrano tanti. Qualcuno lo vedi anche passando sulla tangenziale, poco prima di infilarsi in mezzo alla città. Chissà quanti notano la presenza delle greggi intorno a loro?

Insieme al gregge c’è tutto il contorno di avifauna che lo segue costantemente, vivendo quasi in simbiosi con le pecore. Un gregge, per questi aironi, per le ballerine e per altri uccelli, vuol dire maggiori garanzie di nutrimento, tra insetti, vermi nel terreno pascolato, ecc ecc. A volte anche qualche rapace pure qui da noi (sulla Svizzera vi avevo parlato l’altro giorno).

Le giornate iniziano ad allungarsi sensibilmente, le serate hanno più luce, il sole tramonta più tardi. Passata la metà di febbraio la neve fa sempre meno paura. Da queste parti in pianura è arrivata e se n’è andata quasi subito, lasciando per l’appunto solo fango, nemmeno tanto ghiaccio, visto che le temperature non si sono mai abbassate sensibilmente.

Adesso le greggi pascolano ancora nei prati, in quelli che non sono stati concimati dai contadini. C’è all’incirca un mese di tempo, poi toccherà trovare pascoli altrove, l’erba sarà poi quella che garantirà la fienagione di maggio. Nei boschi delle colline, lungo i fiumi, nei pioppeti, diversamente dagli altri anni c’è però già del verde, grazie alle temperature miti ed all’umidità.

Ogni pastore ha la sua zona, il suo metodo di lavoro. Ecco qui un gregge di pecore “degli agnelli” che rientra in cascina per la notte. Altri pastori vaganti invece tengono tutti gli animali insieme e si spostano continuamente. Ma questo pastore è da solo e si organizza così per non tribolare troppo.

Girando qua e là, ecco un gregge vagante un po’ diverso dal solito. Due soci hanno unito gli animali per il pascolo in pianura, così oltre alle Biellesi vedete anche un po’ di pecore Roaschine, quelle che un tempo erano le protagoniste del pascolo vagante dalle vallate alpine fin giù alla Lomellina.

Le previsioni annunciano ancora qualche nevicata fino in pianura, ma non dovrebbe impensierire i pastori, non in quest’inverno mite e con tanta erba. Forse è anche questo uno dei motivi per cui si vedono pecore ovunque… Qualche anno fa un mio amico diceva che serviva qualche inverno “come si deve” per scremare un po’ i pecorai, che oggi troppo si improvvisavano, che la pastorizia è una cosa seria e solo nei momenti davvero critici si vede chi è il vero pastore.

Dietro la facciata idilliaca

Quando parlo della realtà degli alpeggi al di fuori del contesto o accademico, o degli amici che questo mondo lo praticano in prima persona, vedo come ci sia un’ignoranza generalizzata sulla maggior parte degli aspetti che la riguardano. Sia che si tratti delle normali dinamiche di vita/lavoro delle persone che salgono con i loro animali, sia per tutti quelli che sono gli aspetti “tecnici” che regolano questo mondo.

Cosa c’è dietro alla bellezza, alla serenità, al senso di comunione con gli animali e la montagna? Certo, c’è il duro lavoro, ci sono i prodotti caseari di pregio, c’è la passione delle persone che portano avanti questo mestiere, ci sono sacrifici, fatica, orari che vanno ben oltre le otto ore, ma anche alle 12, spesso. Ci sono le famiglie a volte divise dal lavoro e dalle necessità, ma ci sono anche bambini che crescono felici, imparando un mestiere quasi giocando.

E poi ci sono le questioni più complesse, che sembrano non avere nulla a che vedere con questi spazi e con un mestiere così antico. Quando dico: “Ricordatevi che questo è un luogo di lavoro, qui siete ospiti, c’è gente che paga un affitto per usufruire dei pascoli“, sembrano concetti troppo astratti per chi in montagna va solo a fare le gite. In questi ultimi vent’anni poi gli affitti sono aumentati in modo spropositato.

Leggete per esempio il bando per l’affitto delle alpi del Comune di Acceglio (Valle Maira, CN). Mi dite voi quale pastore, quale margaro può spendere quelle cifre? Importi di base d’asta di 30.000 euro all’anno, o addirittura 95.000 €/anno per il “famoso” alpeggio di Traversiera. Perchè tutto questo? Di certo non perchè lassù gli animali facciano delle tome d’oro, anzi… Mi sa che addirittura non si caseifichi nemmeno, su quegli alpeggi. La motivazione sta nei contributi, i maledetti contributi che dovrebbero aiutare e invece in questi anni hanno anche causato molti problemi agli allevatori tradizionali.

Ne abbiamo già parlato più e più volte, delle famigerate speculazioni sui pascoli, concetti che hanno ben poco a che vedere con Heidi e la montagna, ma molto di più con la politica e l’economia “sporca”. Sono state fatte leggi che, o per ignoranza del legislatore, o per… chissà, favorire qualcuno, si sono prestate a vere e proprie porcherie, con centinaia di miglia di euro che finivano nelle tasche di chi in alpeggio ci saliva solo sulla carta. Ci sono state proteste, inchieste, poi è di questi giorni una sentenza che forse cambierà le cose.

Infatti è stato stabilito che il pascolamento ad opera di terzi sia illegittimo. Nei regolamenti degli affitti degli alpeggi comunali questo è già stato inserito, ma… In molti sorgono spontanee alcune domande. Cosa succederà a chi, rimasto senza alpeggio, ha dovuto passare sotto al sistema degli speculatori, monticando appunto per conto di terzi? E… quasi stratagemmi studieranno per bypassare la normativa? Altro che idilliaco mondo di Heidi…

Troppe pecore nella stessa zona?

Nelle scorse settimane ho avuto modo di andare un paio di volte in Canavese, a far visita ad amici pastori. Forse lì più che altrove, è evidente la sensazione che il pascolo vagante sia “in pericolo”, ma la causa va ricercata forse, soprattutto, tra alcuni di quelli che lo praticano. Anche in altre parti del Piemonte c’è ormai un’alta concentrazione di greggi, più o meno vaganti, ma mi sembra che i problemi siano meno gravi, grazie forse ad un maggiore rispetto da parte dei singoli pastori e… al fatto che la gran parte dei pascoli viene pagata.

Un tempo il pascolo non si pagava. Il pastore passava, pascolava, dava un agnello, un pezzo di formaggio… Aumentata la concorrenza, per accaparrarsi il diritto di mangiare l’erba, qualcuno ha iniziato ad offrire soldi, oppure sono i contadini che hanno cominciato a chiedere denaro, non so. Un’amica in Canavese comunque mi raccontava la fatica nel difendere i propri pascoli, anche di proprietà, dove fa pascolare il suo “piccolo” gregge. “Arriva il tal pastore con 2000 e più pecore, mi dice che passa solo… Ma come resta il mio prato dopo che passano tutti quegli animali? Io con le mie faccio qualche giorno, loro passano e in 10 minuti hanno spianato tutto.

Qualcuno ha ridotto il numero degli animali. Ricordo che, durante una chiacchierata, Giovanni diceva: “Chi era abituato ad un altro modo di pascolare, adesso non si trova più… Anche tra di noi: ci si incontrava alla sera, si mangiava e si cantava. Adesso vedi che passa un altro pastore, conosci magari la macchina, ma non ci si parla più.” Pastori d’altri tempi, pastori che oggi continuano per “malattia”, pastori abituati ad avere buoni rapporti con la gente, essere salutati ed accolti lungo il loro cammino.

E’ quasi sera, le auto sfrecciano sulla statale senza rallentare. Essere lì al pascolo fa venire i brividi: per gli agnelli, per i cani, per come possa bastare un attimo di distrazione.  Anche questo pastore parla della “concorrenza”: per il momento è abbastanza vicino a casa, ma verrà il giorno anche per lui di scendere dove arrivano e passano greggi più grosse, dove “fioriscono” i divieti di pascolo.

Una giornata di sole e di vento, un altro gregge, un altro pastore. Anche qui i discorsi sono simili. In una certa zona è passato il tale e non c’è più nulla. In quel Comune non puoi più andare, hanno messo i divieti di pascolo, non puoi entrare nemmeno se i contadini a te concederebbero il pascolamento. Se lo fai, vieni multato.

Sono zone in cui non mancherebbero i pascoli, ci sarebbe forse anche spazio per tutti, ci si rispettasse per prima cosa a vicenda. Ovviamente però la base sarebbe rispettare i proprietari dei prati! Parla con uno, parla con l’altro, i nomi dei responsabili sono poi sempre gli stessi, ma le conseguenze le vengono a pagare tutti allo stesso modo. Anzi… le pagano di più gli onesti, che finiscono per rispettare i divieti, mentre i responsabili continuano quasi come se niente fosse. Un pastore, il cui gregge è ormai estremamente ridotto, mi raccontava che uno di questi personaggi è arrivato al punto di mangiargli tutta l’erba intorno alla cascina che lui affitta come base per l’inverno. In un giorno il gregge è passato ed andato, lui ne aveva per diverse settimane.

Purtroppo anche questo è pascolo vagante, una storia però che non si vorrebbe dover raccontare. In Canavese sono anni che, periodicamente, escono anche articoli sui giornali, si fanno riunioni per questo “problema”, sollecitate dai privati, dai proprietari dei fondi. I responsabili però continuano e per gli altri, per i veri pastori, la vita si complica.

Qualche foto

Oggi, molto rapidamente, vi propongo un po’ di foto, tra le tante che mi avete mandato.

(foto M.Ferretti)

(foto M.Ferretti)

Visto che è stagione di capretti, inizierei con queste simpatiche immagini inviate recentemente da Massimo intitolate rispettivamente: “il cuore è più saporito” e “capretta stanca – meglio farsi portare”.

(foto M.Ferrato)

(foto M.Ferrato)

Un altro giovane amico del blog, Marco, mi ha dato queste foto “in posa con rudun“. Siamo in Piemonte, valle Po per essere più precisi. Prima o poi andrò a far visita alle sue pecore dal vivo, lo prometto…

Concludiamo con immagini estive sempre dell’amico Leopoldo. Nella sua gita del mese di agosto scorso, dopo aver fatto visita al pastore Fabio, ha raggiunto un altro pastore, ai piedi delle Pale di San Martino: Ruggero Divan. C’è un bellissimo libro su questo protagonista della pastorizia del Nord Est e presto ve ne presenterò la recensione. Nelle foto di Leopoldo, parte del gregge, le malghe, un simpatico cucciolo, il pastore e, per una volta, anche il nostro amico appassionato di pastorizia.

Quando il rovo è ecologico

Torniamo ancora in Svizzera, c’era ancora qualcosa che vi dovevo raccontare sulla mia breve trasferta invernale. E’ quasi impossibile parlare di quelle zone senza riflettere sul paesaggio. Certo, raggiungendo la zona dove si trovava il gregge, ho anche sfiorato città, zone industriali, ma dove il territorio è agricolo, è soltanto agricolo.

Seguendo il gregge tra villaggi, colline, prati, campi, boschi, stando all’aria aperta tutto il giorno, il paesaggio è qualcosa di più di un semplice sfondo. E’ indubbio che, cambiando zone, si apprezza la differenza, mentre spesso si da per scontato quello che si ha quotidianamente sotto agli occhi.

Quello che sicuramente mi ha colpita è la grande presenza di rapaci intorno al gregge. Scusate per la qualità scarsa della foto, ma era un giorno di pioggia e la mia macchina fotografica ha uno zoom non da professionista. Comunque, sulle pecore volteggiavano continuamente dei nibbi. Dalle nostre parti ci sono spesso uccelli che accompagnano il gregge, per lo più ballerine e aironi. Qui nibbi e altri rapaci, oltre ad uccelli di piccole dimensioni, a volte in volo, a volte a terra, tra gli animali che pascolano.

Il pastore mi spiega che, qua e là, ci sono dei pezzi “ecologici”, che non possono far pascolare al gregge. Poco per volta capisco di che si tratta. Possono essere degli spazi anche ampi, magari intorno ad una piccola zona umida: restano incolti, non vengono seminati o pascolati, lì ci saranno fioriture importanti per la biodiversità vegetale e animale. C’è una bacheca, indica le specie vegetali ed animali. Magari c’è anche una panchina. Poi ci sono quelle piccole aree in mezzo al prato, magari con uno steccato intorno per proteggerle sia dai mezzi agricoli, sia dal pascolamento: cespugli di prunus, in questo caso, e un posatoio per gli uccelli.

Presumo che questi interventi ecologico-paesaggistici prevedano anche dei finanziamenti, dei “contributi”, come siamo soliti chiamarli (chi ne sapesse di più e volesse rispondere nei commenti, grazie…). Non un paesaggio fatto di sola agricoltura, ma l’albero lasciato qui, la siepe là, i cosiddetti corridoi ecologici che permettono, anche in un ambiente antropizzato ed agricolo, la vita della flora e fauna selvatica, che possono anche coadiuvare l’agricoltore/allevatore. Per non parlare poi dell’aspetto per l’appunto paesaggistico.

Su di una delle tante colline, c’era un piccolo gregge di pecore. Non ne conosco la razza, potrebbe essere un qualcosa di locale, magari a rischio di estinzione. Erano collocate in recinti fissi, tra un recinto e l’altro c’era uno stretto corridoio di forse mezzo metro, con piante e cespugli, anche rovi. Ecco… Sono stati gli unici rovi che ho visto! Qui il rovo è “ecologico”, è biodiversità, è nutrimento e rifugio per la fauna selvatica.

Tutto il resto invece è paesaggio curato, prati che si alternano a campi, fattorie, alcune antiche, altre più moderne, alberi, siepi, stradine di campagna che sono sia vie per i mezzi agricoli, sia percorsi per passeggiate a piedi, a cavallo e in bicicletta.

Secondo me non è solo questione di contributi, tutto parte dalla mentalità e dalla cultura. Mi sembra giusto aiutare anche economicamente chi coniuga agricoltura e ambiente, perchè questi sono veri investimenti che avranno un’influenza sul futuro. Effetti che magari non vediamo concretamente, ma vediamo invece molto bene il loro contrario. Gli effetti dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi, il sovra-sfruttamento del territorio, l’impiego massiccio di pesticidi, la monotonia delle monocolture, ecc…