Siccità e una fiera un po’ povera

Il 23 agosto è il giorno della fiera di Balboutet, frazione di Usseaux, in Val Chisone. Una volta c’erano gli animali degli allevatori locali, poi più niente, poi lo scorso anno, in una fredda giornata di nebbia e pioggia, erano tornati i commercianti. Nonostante quest’anno si promettesse la presenza del bestiame… non è andata proprio così.

C’erano tutte le bancarelle che uno si aspetta di trovare ad una fiera, a partire da quelle delle sellerie, dove gli addetti ai lavori potevano acquistare attrezzature di vario genere e… perchè no, una campana.

Per qualcuno una necessità, per altri una passione, per i turisti forse solo una curiosità pittoresca dal significato non completamente comprensibile.

Fatta eccezione per il gregge di un commerciante, che sale in alpeggio sulle montagne sopra a Balboutet e che è stato fatto scendere per l’occasione, altri animali non c’erano. Niente vacche con i grossi rudun al collo. Le motivazioni? Presumo economiche… A questa stagione sono ancora tutti in alpeggio e non si fanno ancora acquisti. Così è inutile spendere e perdere una giornata solo per riempire i prati… e così il senso della fiera va a morire.

Gente ce n’era tanta, complice anche l’ennesima giornata di sole e cielo limpido. Il villaggio è sempre un bel posto ed è piacevole far tutto il giro tra le bancarelle, alternando attrezzature, generi alimentari, artigianato e altro.

Non mancavano i vari produttori di aziende agricole, con formaggi, frutta, verdura, salumi. Una buona occasione per incontrare e salutare un po’ di amici e fare qualche acquisto.

Gli allevatori presenti non erano tanti, proprio perchè non c’era il bestiame. Qualche volto noto, gente più o meno del posto, ma dagli alpeggi non sono scesi in tanti. Bisogna aspettare Pragelato il 14 settembre per trovare margari e pastori un po’ da tutto il Piemonte.

La speranza è che per metà settembre si sia ancora in montagna… La siccità si fa sempre più intensa. Non piove, fa caldo, spesso c’è anche vento. Va molto bene per chi deve fare il fieno, ma per il resto seccano i pascoli, le fontane i torrenti. Addirittura cadono già le foglie dalle piante. Non sarà facile nemmeno quando si tornerà in pianura, se le cose vanno avanti così, perchè nei prati, nelle stoppie, lungo i fiumi c’è ben poco.

Non vorrei parlarne, ma spero serva a qualcosa

L’altro giorno, parlando con un amico, anche lui concordava che, sulla questione lupo, avevamo già detto e scritto abbastanza. “Ormai si sa come la penso…“. Proprio così, abbiamo ripetuto all’infinito le nostre idee e adesso basta, perchè tanto con la maggior parte delle persone non si riesce ad instaurare un dialogo costruttivo, ma si finisce subito ad urla ed insulti senza voler analizzare il problema fino alle radici.

Oggi però ne parlo perchè, nonostante le mille parole, occorre farne ancora. Sapete qual è uno dei problemi? Pensare che il lupo non arrivi dappertutto. Mi fa male al cuore vedere immagini di bestie sbranate, continuano ad esserci predazioni nelle aree dove il lupo c’è da più di venti anni, nonostante la presenza dei pastori, l’utilizzo di cani da guardiania e di recinzioni notturne. Ovviamente ci sono dove il lupo sta pian piano arrivando e non si è ancora attrezzati a dovere. Non si può credere che… “da noi non penso che arrivi.Di valle in valle, arriva, arriverà, c’è già e non lo si vede fin quando poi succede qualcosa.

Io lo ripeto da anni agli amici che ancora hanno animali al pascolo incustoditi. Che “mettono su” le capre come una volta. Magari non succede niente, magari in autunno ci sono tutte, ma se invece si va a cercarle e non le si trova più? O se si trovano le carcasse? Lo so che per molti l’alternativa sarebbe non tenere più queste capre o queste pecore, perchè è impossibile per loro passare la stagione in alpeggio. Ma bisogna unire le greggi e avere un pastore che le sorveglia. Non sempre questo è fattibile. Ci sono costi aggiuntivi. Ed è questo che bisogna far sentire, è questo che devono prendere in considerazione quelli che hanno potere decisionale. I pastori, gli allevatori, non hanno bisogno di “essere adottati”, ma di qualcosa di più concreto.

E’ tutta l’estate che ricevo vedo passare sui social foto di animali predati, ascolto e leggo le storie di chi ha subito gli attacchi. Era giugno quando Barbara e Alessio mi scrivevano così: “Questa mattina mi sono recato a controllare le mie capre in alpeggio nel comune di Perloz (AO) come faccio tutti i giorni. Le capre si trovavano all’interno di un recinto elettrificato, ma al mio arrivo quello che ho trovato è stato solo il corpo di una capretta (nata quest’inverno a febbraio) dilaniato e divorato per metà (come si vede dalle foto). Le altre capre, per fortuna, son riuscite a scappare e le ho ritrovate dopo ore di ricerca a ben 4/5 km di distanza visibilmente spaventate. Tra le sopravvissute due capre risultano ferite dall’attacco: una capra ha letteralmente un “buco” in pancia mentre l’altra (una capretta nata anche lei a febbraio) ha subito delle morsicature a livello dell’arto posteriore sinistro. Dopo aver contattato il Corpo Forestale dello Stato, una guardia forestale è venuta a verificare l’accaduto e ha affermato che molto probabilmente si tratta di un attacco da parte di lupi…

Alessio mi aveva scritto, avevamo parlato di cani da guardiania, di quello che io ho imparato sul campo in questi anni o che ho sentito confrontandomi con tanti allevatori. Ho visto che, proprio alcuni giorni fa, ha pubblicato questa foto, quindi adesso le sue preziose capre, allevate con passione e anche vincitrici di premi in occasione delle Battaglie, hanno un guardiano in più. Tutti dovrebbero dotarsene, ma dovrebbe esserci una vera assistenza agli allevatori da parte di chi salvaguarda il lupo. Visto che continua l’opposizione a metodi di difesa attiva, che almeno vengano forniti a tutti gli allevatori che ne fanno richiesta, cani adeguati e reti idonee. O no? Poi ci saranno cani da guardiania ovunque in montagna e gli escursionisti si lamenteranno, ma siamo sempre lì… chi ha più ragione di lamentarsi? I pastori che lavorano e si trovano le bestie sbranate o quelli che vanno a fare le passeggiate la domenica?

In questi giorni invece è Alessia a scrivermi, disperata. Dei suoi amici che stavano facendo dei lavori in montagna, dall’elicottero hanno scattato questa foto sui pascoli dell’alta Val Sesia, dove c’è il gregge del suo fidanzato. Hanno poi avvistato una cinquantina di pecore, segno che il gregge era disperso e diviso.

Gli animali erano incustoditi. Quando Davide è salito, ha trovato il “solito” spettacolo a cui troppe volte tocca assistere. Non si tratta di un caso dubbio, direi proprio che la predazione è da attribuire al lupo per come l’animale è stato consumato: lo stomaco tirato fuori e intatto, tutta la parte centrale mangiata, le cosce quasi integre, ormai i predatori erano sazi.

Gli animali sono stati presi nel collo, uno dei segni che fa attribuire la predazione al lupo. Mi fa male vedere queste cose, e mi arrabbio. Mi arrabbio perchè anno dopo anno siamo sempre lì, a ripetere le stesse cose. Così mi scrive Alessia: “Le lasciamo da sole perché non abbiamo altre scelta, io lavoro e lui deve stare dietro le vacche e le capre con lo zio in un altra montagna. Fino adesso non avevamo avuto nessun problema, anche altri ragazzi che hanno le pecore qui le lasciano da sole, però dovremo cambiare sistema per forza.

Io lo capisco che è un problema e un costo non da poco cambiare sistema, so cosa vuol dire e sono preoccupata per i piccoli allevatori, quelli che davvero tengono viva la montagna. Questo gregge contava 143 capi (139 dopo l’attacco, tre morte – tutte e tre gravide – e una dispersa), una persona non si paga lo stipendio a badare a così pochi animali tutta l’estate. Bisognerà metterle insieme a quelle di qualcun altro, ci saranno comunque spese e non si potranno più pascolare gli alpeggi come prima, perchè dove passano 150 pecore magari non si riesce a passare con 3-400. Bisognerà portare in alta quota le reti e altre attrezzature (costo dell’elicottero), magari lassù non c’è nessun ricovero abitabile per un pastore…

L’altra cosa che mi fa arrabbiare è ascoltare Alessia che mi racconta cos’è successo quando ha interpellato le autorità preposte ai controlli. Lo potete leggere anche qui in questo articolo: “…chi avrebbe il compito di salire a vedere le pecore morte, ha trovato la scusa della strada troppo lunga per raggiungere il posto (…)“. Quindi nessuno è andato a fare il sopralluogo, nessuno ha certificato che fossero davvero lupi. I giorni passano, sulle carcasse si ciberanno corvi e altri animali… E poi, senza voci ufficiali a fare chiarezza, ci sarà chi dirà che sono cani randagi, chi affermerà che è una scusa dei pastori per prendere soldi e via discorrendo. Continuano a ripetere che i pastori devono imparare a convivere con il lupo, ma cosa fanno perchè si provi ad attuare una convivenza? E i pastori non vogliono l’elemosina, non vogliono la pietà di nessuno. Vogliono che venga riconosciuto il loro ruolo, il loro lavoro e… vorrebbero poter lavorare in pace. Faticando come fanno da sempre, ma adesso che ci sono i predatori, vorrebbero poter difendere il loro gregge. Non si chiede di sterminare i lupi, ma di potersi difendere quando si assiste all’attacco.

Accompagnando la transumanza

Lo so, avrei altre storie da raccontarvi, cose più recenti… ma oggi penso sia giusto riproporre questo post del giugno 2012, quando ero stata ad Amatrice per la Festa della Transumanza. (cliccate sotto per leggere l’intero articolo)
Un pensiero a tutte le persone colpite dal terremoto e a tutti quelli che sono sul posto per portare soccorso e aiuto.

Storie di pascolo vagante

Dopo le riflessioni dell’altro giorno, adesso parliamo davvero della Festa della Transumanza. Dato che il mio viaggio di ritorno era piuttosto lungo ed impegnativo, ho partecipato solo alla prima tappa, quella che dalla sede dell’azienda De Marco ha portato ad Amatrice. Mi sarebbe piaciuto molto raggiungere i pascoli in quota, ma ahimè…

La partenza è avvenuta nella mattinata, quando ormai faceva già molto caldo. Ma tutto richiede il suo tempo, c’era da mungere, c’era da finire di organizzare il tutto, intanto si accoglievano i turisti con torte e bevande… Così la “tabella di marcia” non è stata rispettata, ma d’altra parte già al mattino presto la giornata si presentava torrida. Per richiamare il gregge, un secchio di “pietanza”. Non ci sono capre, solo pecore, e non sempre la loro conduzione è così semplice, forse anche per la confusione degli accompagnatori.

Ci si mette in cammino tra nuvole di polvere

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Le tengo come hobby

Andare in giro a fare interviste è anche una buona occasione per “verificare” come si sono evoluti i sogni e i progetti dei giovani che avevo incontrato per “Di questo lavoro mi piace tutto“. Da Alex ero stata nel 2010 e diceva di voler fare l’allevatore, con le capre e qualche mucca.

Lo raggiungo a casa sua, poi lo seguo verso “l’alpeggio”. Si sale lungo i versanti, tra i boschi, ma ogni tanto gli alberi si interrompono e si può guardare verso la pianura, campi che degradano verso la città, sono Torino e le sue colline a far da sfondo al panorama.

Alex non ha preso le mucche e non fa l’allevatore di mestiere. Ha qualche pecora, agnelli presi da Giuan, il suo amico pastore, allevati al biberon e che, pian piano, sono cresciuti. Quando va ad aprire gli animali per farli scendere nel recinto, sono gli ovini a seguirlo per primi, contrariamente a quel che accade di solito. La spiegazione sta nel fatto che sono stati tutti allattati artificialmente, quindi si è creato un maggior contatto con l’uomo.

Il vero orgoglio di Alex però sono le sue capre. “Le ho dal 2008, la prima l’ho comprata con i soldi miei. Non le ho più belle come una volta… Le tengo come hobby, come lavoro è meglio che lo facciano altri. Continuo il lavoro di mio papà, faccio il muratore. Qui non c’è posto per gli animali, tanti non vogliono, piuttosto lasciano venire su le foreste, i rovi!

E dire che, guardandosi intorno, sembra davvero un posto da capre, però Alex racconta che molti non gli vogliono concedere in uso i pascoli. In paese non c’è quasi più nessuno che ha animali. “Pascolo qui intorno nei boschi, giù nei prati dietro casa e lungo il fiume. Quando posso, perchè c’è il lavoro e mi faccio tutto io da solo. Anche quando mi ero fatto male alla caviglia, zoppicando mi sono arrangiato. I miei si sono rassegnati, non dicono più niente, finchè posso, le capre non si toccano!

Però non si vive di sole capre. E’ una passione, una passione che richiede molto impegno: “Niente ferie, il tempo libero lo dedico tutto alle capre. Non sono bestie che rendono, non hanno i prezzi di quelli della Val d’Aosta. Vendo qualche capretta, ma quelle che proprio mi piacciono, me le tengo.

In questa zona c’è tradizione di allevamento caprino. “Questa è la razza del Col San Giovanni, il ceppo è arrivato di qui dietro. Anche i Valdostani sono venuti a prendere i becchi qui. Allevo queste capre perchè… mi piacciono.

C’è però un’ombra sulla passione di Alex: “Ho preso la CAEV da un becco che ho comprato. L’ho detto ai veterinari, ho chiesto come mai per questa porcheria non fanno niente! Una bella capra di punto in bianco ti va a pezzi. Non sanno bene nemmeno loro come si propaga, stanno facendo degli studi. Proverò a togliere subito i capretti e dare colostro e latte artificiale. Io lo dico subito a chi viene a vedere per comprare, non voglio impestare nessuno…

La capra è donna, la pecora uomo

E’ passato qualche anno da quando avevo intervistato Marta per “Di questo lavoro mi piace tutto”, il libro sui giovani allevatori. Marta aveva fatto la scelta di stare in montagna, nonostante le scomodità che questo comporti per qualsiasi lavoro. All’epoca la sua attività era all’inizio e, addirittura, mi diceva che non le piaceva andare al pascolo.

Mi mettevo a piangere, le capre erano quelle di mio papà, erano abituate a stare con le pecore. Sia loro, sia il cane, obbedivano alla voce di un uomo! Adesso io e Luca litighiamo per andare al pascolo, guai se non posso andarci!“. Marta è tornata a Sambuco dopo aver visto il mondo, in azienda gli animali c’erano già, lei ha scelto le capre. “Le ho scelte per il latte, con le mucche è troppo impegnativo iniziare dal niente, poi da sola sarebbe stato troppo difficile.” Luca è arrivato dopo: “Facevo il fotografo, stavo seguendo un progetto sul lupo e la pastorizia. Ho conosciuto il papà di Marta, sono tornano, lui non aveva tempo e mi ha mandato da lei…

Dal 2011 lavorano insieme. “Ci siamo sposati, siamo andati in viaggio di nozze in Val d’Aosta, là abbiamo visitato aziende di capre, ci siamo ispirati a quello che abbiamo visto… Come razze, quelle di mio papà con cui ho iniziato erano nostrane, a me piacevano le Rove, ma qui non danno latte, ne hanno a malapena per il capretto. Il formaggio lo faccio io, vado a fare mercati. Adesso da un mese e mezzo mungiamo a macchina, prima tutto a mano.

Lo scorso anno spesso eravamo in tre, ma quest’anno quando lei è al mercato, dovevo farmele tutte io, 150-160 litri…“, racconta Luca. “Io ero contraria alla mungitrice, c’è meno contatto con l’animale, è più una catena di montaggio, ma da quando c’è siamo meno stanchi. I primi anni sono stati un po’ così… i capretti non volevo venderli, le caprette mi faceva pena svezzarle, le capre vecchie non me la sentivo di venderle… Le capre hanno tutte un nome e non si da mai il nome di una capra morta ad una nuova capretta!

Trovo che la capra sia un animale femminile, è più furba e maliziosa della pecora. La capra è donna, la pecora è uomo! Le pecore non ti riconoscono come le capre…” Marta e Luca alternano tradizione alla modernità. “Un anno a dicembre non avevamo soldi per il fieno. Luca usava internet più di me, abbiamo copiato da un’azienda della Toscana ed abbiamo lanciato “adotta una capra“. Non conoscevo il potere di internet, dopo tre giorni già chiamavano dalla Sicilia per aderire all’iniziativa. Continuiamo a farlo, molti vengono a ritirare il pacco e passano la giornata al pascolo con noi.” Leggete anche QUI un’altra intervista a Marta con ulteriori dettagli sull’iniziativa.

Le capre sono al pascolo in una frazione a monte di Sambuco. Tutte le sere vengono fatte rientrare in paese per la mungitura. Se il caseificio è stato realizzato ed è in piena attività, una lunga vicenda riguarda le stalle utilizzate dall’azienda. “Speriamo di riuscire a farcene una, ma servono soldi e ci sono tanti problemi. Dicono che aiutano, ma bisogna provare ad andare a fare le domande per i contributi per capire cosa significa…“, racconta Luca.

Pensavo di saper lavorare il latte perchè avevo lavorato in caseificio a Demonte… Ho poi fatto dei corsi a Moretta e sono stata un paio di volte in Francia da un’allevatrice di capre per imparare a fare la lattica. Io non riesco a capire le cose solo in teoria, devo vederle, toccarle. Poi vado ad occhio, a sensazioni, non sono una tecnica. I formaggi li trovate nel punto vendita a Sambuco, al mercato di Demonte e a quello di Vinadio.

Pascoli di ieri e di oggi

Il Pastore mi aveva parlato ripetutamente del Vallone, così ero curiosa di fargli visita una volta mentre era lassù. Un vallone ad alta quota, che il gregge raggiunge attraversando la parte alta di un altro alpeggio e valicando un colle a 2.800m. Per chi però vuole arrivarci a piedi, c’è un sentiero dal quale però lui non ha mai visto salire molta gente.

Si parte da Rochemolles, una frazione di Bardonecchia. Gran parte delle case sono state ristrutturate, ma l’attività agricola non è più quella del passato. Solo pochi prati sono stati sfalciati, non ci sono animali al pascolo e, con il passare dell’estate, l’erba sta ingiallendo. Non è un bel vedere… Non so se ciò abbia a che fare anche con una vicenda di qualche anno fa, che vedeva gli apicultori contrapposti agli allevatori, come se il pascolo “portasse via” la materia prima alle api. Un prato pascolato correttamente ha due fioriture e mantiene un’elevata biodiversità, cosa che non accade in un prato abbandonato. Avevo sentito dire che vi fossero delle porzioni di “montagna”, degli alpeggi che non vengono più affittati a nessuno sempre per questo motivo. Se qualcuno ne sapesse di più e volesse darci delle spiegazioni… sono ben accette!

Più in alto l’erba è ancora verde, ma solo per questioni di quota. Qui non salirà nessuno con gli animali. Il sentiero in realtà è un’antica mulattiera, se ne vedono ancora i manufatti per lo scolo dell’acqua e la pendenza è regolare. Ciò nonostante la salita è impegnativa, il versante è davvero ripido e il sole picchia sulle spalle. Dove sarà il famoso Vallone? Guardando da sotto, quasi non si intuisce dove si potrà passare.

Prima di arrivare nel Vallone, una specie di piccolo gradino, giusto lo spazio per delle minuscole baite in pietra. Sono quasi totalmente crollate. C’erano due edifici affiancati, in parte costruiti praticamente sotto la terra, anche perchè qui la neve e le valanghe altrimenti non avrebbero dato scampo. Chi poteva salire qui? E con quanti animali? Oggi sarebbe impensabile, con i grossi numeri delle mandrie e delle greggi.

Il Pastore non è di queste parti, ma ci racconterà di aver sentito dire che, un tempo, saliva una donna con 8-10 vacche, le portava su pian piano lungo quel ripido sentiero. Per combinazione, il giorno dopo ho incontrato alcune persone che salgono in alpeggio non tanto lontano di lì, ancora oggi. “Su per quei pendii da ragazza quante volte sono corsa dietro alle pecore… quelle asciutte le lasciavamo andare su e poi dovevo andarle a riprendere…“, racconta Mariuccia. Poi mi hanno confermato come, alle baite crollate, salissero 10-12 vacche al massimo, che nel corso della stagione, pian piano, pascolavano tutto lassù.

Finalmente il Vallone è raggiunto, ma è meno ampio di quel che immaginavo. Le pecore stanno pascolando su di un fianco, in basso sono già scese. Non è nemmeno da una settimana che sono lì, ma è già quasi tutto mangiato. Ci sono più bestie che non le 10-12 vacche che salivano un tempo.

Gli animali brucano, si spostano, poi si fermano, sazi, nelle ore centrali della giornata. Non c’è una nuvola, l’aria è fresca nonostante il sole, ma siamo ad alta quota. La pianura sembra così lontana, tutto dove ti giri ci sono valli e cime e, in lontananza, anche i ghiacciai che coprono alcuni gruppi montuosi in Francia.

Il Pastore però sa che i giorni passano veloci, qui nel Vallone non rimarrà a lungo, valicherà nuovamente il colle e tornerà indietro. Una settimana qua, una là, arriva la fine di settembre e sarà già ora di scendere. L’importante è che gli animali siano belli ed abbiano sempre di che mangiare! Qualche giorno prima lassù si era in mezzo alla tormenta, una perturbazione aveva portato una spruzzata di neve e vento gelido. Servirebbe forse un po’ di pioggia, perchè dove bisognerà spostarsi l’erba sta patendo la siccità, un po’ come dappertutto.

Certo, da questo sentiero non viene su tanta gente, vuoi per la pendenza, vuoi perchè si va “solo” lassù, nel Vallone dove, per dieci giorni all’anno, passa quel gregge. Guardando il versante opposto, si vede come il bosco stia avanzando in quelli che un tempo erano forse prati, forse campi. Intanto sulla strada sterrata che sale, c’è traffico che sale e che scende, auto e fuoristrada che faticano ad incrociarsi. Montagna di oggi, montagna di ieri…

Nel 1700 in questo villaggio c’erano 700 capre

Dire capre valdostane per molti vuol dire capre da battaglia. Per chi non sa nemmeno cosa siano le battaglie delle capre, è praticamente impensabile che si allevino delle capre senza mungerle. Ma oggi nella maggior parte degli allevamenti di questi animali abbiamo una situazione che sicuramente non esisteva in passato.

Sono salita a Graines, una frazione di Brusson. Dal fondovalle uno non immaginerebbe che esista un posto simile. Si sale per alcuni tornanti nel bosco e si esce in una sorta di radura, dominata dal castello che si affaccia sulla parte bassa della vallata.

Questo è Graines, dove c’è la casa di Henry e della sua famiglia. “Una volta era diverso, non c’era tanto bosco. Qui di capre ce n’erano centinaia, 700 nel 1700. Le capre si tenevano per il latte, mica per altro. Le battaglie sono una cosa che è nata negli anni Ottanta, hanno fatto un’amichevole a Perloz. Le porto anch’io qualche volta, da quando c’è la cosa delle battaglie, ci sono 4-5 ragazzi che hanno preso le capre, gente che prima non le aveva. Però le capre per me devono avere latte, non mi piace vedere capre che non ne hanno nemmeno per il capretto!

E’ Henry che mi racconta queste cose. Lui vive quassù, d’inverno scende, ma gli animali restano qui, a 1400m. “Prima avevo anche qualche mucca, ma da quando è mancato mio papà ho solo più le capre. Ho delle valdostane e degli incroci, le mungo e consegno il latte al caseificio di Brusson, che è l’unico in valle a ritirare latte di capra. Fanno formaggi puri e misti, siamo in quattro a conferire latte di capra. Passa il camion a ritirarlo due volte al giorno.

Quelle asciutte le pascolo tutto l’anno, le altre un mese dentro quando partoriscono. Qui è ben esposto. Di notte le ritiriamo, di giorno o sto al pascolo insieme o sono vicine alla strada. Una volta d’estate le asciutte le lasciavo libere su in alto, poi ci sono stati problemi con i cani. Adesso c’è il lupo, li hanno visti e ci sono stati attacchi nelle valli intorno.

Una volta le capre valdostane non avevano le corna tanto lunghe come adesso. Qui nella baita c’erano ancora corna delle capre del bisnonno e non erano come quelle delle capre di adesso!“.Henry mi porta dal gregge, poco sopra alla frazione. Le capre sembrano attenderlo accanto alla strada, c’è il sole e torneranno al pascolo quando farà più fresco. Il latte viene ben pagato, ma non è sufficiente per mantenere la famiglia, lui d’inverno va anche a lavorare agli impianti da sci.

Tengo le capre perchè qui è il posto giusto per allevarle, poi mi piacciono come animali. Mi piace portarle alle battaglie, anche se adesso c’è troppa concorrenza, non è più una bella festa come una volta. Non sono di quelli proprio accaniti, ma se vincono è bello. La soddisfazione è avere animali belli grassi in autunno. Per me una bella capra deve appagare l’occhio e avere una buona produzione di latte.

Una transumanza a fine luglio

Ultimo giorno di luglio, ma al mattino il tempo era tutt’altro che estivo. Qualche goccia, aria fredda. “Se vieni domenica è perfetto, – mi aveva detto Camillo al telefono – saliamo all’alpeggio alto!“. Una transumanza di sole capre non l’avevo ancora mai seguita. Il gregge lo incontriamo per la strada, ancora sull’asfalto, c’è tutto il tempo per superarlo, andare a bere qualcosa di caldo, mettere gli scarponi, chiudere lo zaino e prepararsi alla salita.

Quando il gregge arriva, il tempo è già migliorato. La speranza è quella di riuscire ad arrivare a destinazione senza prendere pioggia. Non si fa sosta qui nella piana, si va avanti, c’è ancora un lungo tratto impegnativo da affrontare prima di arrivare a destinazione.

Nei mesi precedenti il gregge ha pascolato altrove, ma il cuore della stagione sarà lassù, alle quote maggiori. Si farà tappa nel fondovalle solo in autunno. Nonostante il tempo incerto e l’aria fredda, c‘è un buon numero di turisti e molti vengono a fotografare le capre.

Ci sono animali di sei diversi proprietari, la maggior parte sono di razza valdostana, alcuni capi sono davvero notevoli. Il valore di queste capre sta nella loro bellezza, nella passione che i proprietari hanno per questa razza, e nella tradizione della “battaglia delle capre”. I dialoghi di chi accompagna la transumanza sono spesso incentrati sugli animali: se ne ricostruisce la genealogia… Non soltanto l’albero genealogico della capra, ma anche il nome del proprietario del padre o della madre!!

Dove finisce la strada sterrata si scaricano dal furgone alcune capre e capretti che avevano avuto difficoltà nel seguire la transumanza su asfalto. Di lì in poi, tutti a piedi! Qualcuno è già andato avanti per preparare le reti intorno alle baite e… il pranzo di fine transumanza!

Dalla cartina già si vedeva che ci aspettava un bel sentiero tortuoso per arrivare a superare la bastionata rocciosa e salire in quota. L’aria è fresca, saranno gli animali a fare il passo, si procede abbastanza velocemente. Uno davanti, gli altri dietro a controllare che nessun animale si attardi, specialmente i capretti più piccoli.

Il sentiero è ben battuto, molto frequentato. Le capre conoscono la strada, vengono qui da anni, e potrebbero quasi essere lasciate sole, sarebbero in grado di arrivare a destinazione senza problemi.

Per un po’ si sale nel bosco di larici. Si cammina a passo sostenuto, nonostante la salita gli animali in testa non accennano a rallentare, mentre gli ultimi fanno un po’ più fatica e, ogni tanto, occorre incitarli.

Il gregge raggiunge alcuni escursionisti, altri ancora raggiungono e superano il gregge. E’ un percorso davvero molto frequentato, ci sono alpinisti da tutto il mondo, salgono al rifugio per prepararsi ad affrontare la scalata al Gran Paradiso o alle altre cime che presto ci appariranno davanti.

I larici finiscono, iniziano i pascoli, inframmezzati da moltissime rocce. Siamo ad alta quota, non c’è tantissima erba, ma è quel che ci vuole, a questa stagione, per le capre. Un tempo venivano lasciate libere e sapevano loro andarsi a scegliere i pascoli migliori. Da alcuni anni, con la ricomparsa del lupo, è dovuta cambiare radicalmente la gestione. Anche questo gregge, in passato, è stato vittima di pesanti attacchi.

Si devia dal sentiero principale seguendo una traccia meno marcata, dovremmo quasi essere in vista dell’alpeggio. Dove potrà essere, quassù, un alpeggio? Siamo ad oltre 2400m di quota. Si passa tra i blocchi di roccia staccatisi dalla parete sovrastante. Le capre si muovono agilmente su qualsiasi terreno, anzi! Le rocce sono un piacevole diversivo su cui salire!

C’è un ponticello in legno per superare il ruscello, è un buon punto per ammirare la sfilata degli animali. I pastori continuano a ripetere che siamo arrivati (e intanto commentano questa o quella capra!).

Moncorvè è lì, in quella che potrebbe essere definita una piccola conca. Molto piccola, quasi una specie di balcone sul salto di rocce sottostante. Due vecchie baite, una cascata, un torrente che attraversa il “piano”. Arriviamo con il sole, ma il maltempo è in agguato.

Bisogna tirare le reti per impedire che le capre si allontanino troppo in quelle prime ore. Erba ce n’è in abbondanza e avranno tempo per pascolarla man mano nei giorni e nelle settimane successive.

Meritava venire fin quassù anche solo per scattare una serie di immagini del gregge con i ghiacciai sullo sfondo. Bisogna fare in fretta anche con le foto, perchè il tempo sta cambiando rapidamente.

Volevo immortalare anche tutto il gruppo che ha accompagnato le capre, ma sembra impossibile riunirli per uno scatto! C’è chi sta facendo scaldare il pranzo, ci apparecchia tavola, chi ha tirato fuori i teli da mettere sulla baita. Proprio mentre si cercherà di tirarli ed assicurarli con le corde, inizierà a piovere. Si mettono tutti gli zaini al riparo e si finisce di legare le corde, poi tutti a tavola per un ricco pranzo.

Passano le nuvole, soffia di nuovo il vento. Le capre hanno trovato il posto dove stare. A tavola si parla di lupi, delle pecore che in valle sono sparite, nessuno più le alleva, di iniziative per aiutare gli allevatori di montagna, si raccontano aneddoti delle passate stagioni… Purtroppo però è arrivata l’ora di scendere a valle. Entro sera se ne andranno quasi tutti, solo uno resterà a pascolare e sorvegliare il gregge fino alla fine della stagione.

La salita al seguito del gregge non era stata dura, scendere in “solitudine” invece rende più l’idea del percorso compiuto lungo il tracciato. A Pont la fienagione è stata interrotta dalla pioggia, ma il bel tempo arriverà nei giorni successivi.

Capre (e non solo) in alpeggio

Mentre ero in Val d’Aosta, oltre ad intervistare aziende in cui si alleva e si caseifica, sono anche andata a cercare capre in alpeggio. La prima “gita” mi ha riportata su sentieri che avevo già percorso in passato con una transumanza. Il gregge era sicuramente su, avevo visto foto su facebook pochi giorni prima.

E’ una bella giornata di sole, nel fondovalle si irrigano i prati con le girandole e le vacche sono al pascolo. Sul sentiero si incontrano numerosi turisti, è sabato e questo è un percorso molto frequentato, sia per le escursioni, sia per l’alpinismo.

La fienagione è in corso, sono previste piogge per l’indomani, quindi è meglio affrettarsi a ritirare tutto il fieno già secco. Il sentiero intanto sale tornante dopo tornante, questa è un’antica mulattiera, siamo nel Parco del Gran Paradiso. Ogni tanto qualche traccia, un po’ di lana attaccata alle spine o sulla corteccia di un larice.

Nei primi pascoli che si incontrano dopo il bosco, l’erba non è quasi stata mangiata. Finalmente le pecore le vediamo molto più su, sul versante, proprio dove passa il sentiero. Così la marcia continua fino a raggiungere il gregge: pecore biellesi e capre valdostane. E’ lo stesso gregge che già avevo accompagnato due anni fa.

Anche il pastore lo conosco, è Davide, che in passato mandava quassù gli animali in guardia, ma adesso è lui a sorvegliarli in prima persona. “Sono sette anni che le mando qui… Le capre stanno sempre insieme alle pecore, anche giù d’inverno quando giro. Oggi ho sbagliato a venire a pascolare qui, c’è troppa gente sul sentiero!” E il gregge, sotto il sole, si ferma “a mucchio”, andando ad invadere proprio un tratto di sentiero. La gente si ferma, guarda, fa foto, commenta in tutte le lingue.

Anche nel Biellese c’è la passione per le capre di razza valdostana, i territori non sono così lontani e poi, per l’appunto, capita che si venga a passare l’estate sulle montagne della vallèe. Nel Biellese però queste vengono allevate soprattutto per bellezza e per passione, senza che vengano portate alle battaglie come invece accade in altre zone del Piemonte.

Lentamente il gregge si sposta e finirà poi per pascolare sopra all’alpeggio. Il tempo cambia, arrivano le prime nuvole, i turisti cominciano a scendere. C’è invece qualcuno che sale con gli asini… arriva anche Enrico, così posso andare a salutarlo e scambiare quattro chiacchiere. Mi racconta della sua avventura che prosegue con le capre camosciate nelle colline di Roccaverano, di progetti per il futuro anche per l’alpeggio, sempre con capre, ma razze più rustiche della camosciata.

Sarebbe davvero bello che questo alpeggio, collocato in un luogo meraviglioso, potesse tornare anche a produrre formaggi. La posizione è perfetta, con il sovrastante rifugio e il flusso continuo di turisti. Salutiamo Davide ed Enrico, è ora di rientrare, qualche goccia di pioggia cadrà sulla via del ritorno… La speranza era quella di avere bel tempo per il giorno successivo, altro alpeggio, altre capre…

Le guardo e dico: “Siete voi la mia famiglia!”

Quando avevo contattato Eliana, mi aveva poi richiamata per dirmi che, vicino a lei, c’era un’altra capraia e sarebbe stato bello che avessi intervistato pure lei. Sicuramente quindi non si trattava di un caso di gelosia e competizione tra concorrenti che praticano lo stesso mestiere! Terminata la chiacchierata con Eliana e la visita alla sua azienda, infatti mi ha accompagnato dalla sua amica in una frazione poco più sotto.

Laura era al pascolo, gli animali erano ancora vicino alla stalla. “Io ed Eliana siamo proprio amiche, c’è condivisione lavorativa e personale, è un bel supporto. Siamo due donne e facciamo questo lavoro da sole, abbiamo dovuto affrontare il mondo maschile degli allevatori di bovini. Nei nostri confronti c’è anche… un po’ di invidia, perchè ce la stiamo cavando bene!

I miei genitori hanno sempre avuto le mucche, da ragazzina io già venivo qui al pascolo con manzi e vitelli. Ho fatto le mie esperienze, poi sono tornata. Mio fratello aveva preso lui l’azienda di mio papà e ho iniziato a lavorare con lui. Il giorno della fiera di Valpelline il papà è arrivato con due capre. Quando sono arrivata ad averne 20 mi sono dovuta mettere per conto mio. Questo è il quarto anno. Ho saanen e incroci. Sto al pascolo con loro, mungo, faccio i formaggi. Il caseificio ce l’ho più a valle dove abito e dove ho la stalla d’inverno.

Facendo formaggio e stando al pascolo, ho scelto di inserire le erbe nel formaggio, quelle che raccolgo io, ma sto incontrando grossi problemi a farmi autorizzare la procedura, sarebbe più facile se comprassi le erbe confezionate al supermercato! I miei prodotti li vende mio fratello che ha il punto vendita sotto la diga di Place Moulin qui a Bionaz, poi d’autunno faccio qualche mercato e fornisco dei negozi. Sinceramente è un reddito di sopravvivenza, ma mi permette di poter stare in questo ambiente. Io sono nata così, ma l’ho scoperto solo facendo altro.

Stare con loro è una soddisfazione. Le guardo e dico: <<Siete voi la mia famiglia!>> Quando mi fanno arrabbiare penso di cambiare lavoro, ma poi al pensare di non averle… mi viene da piangere. E’ un lavoro che ti lega e sei sempre da solo. Io sto bene con me stessa, ma ogni tanto hai bisogno di prenderti la tua boccata di casino… Adesso la tecnologia ti aiuta, quando non ti passa, telefoni a qualcuno. Oppure leggi un libro, ho sempre un libro nello zaino.” Solo due capre sono rimaste con Laura, mentre chiacchieravamo le altre si sono allontanate nel bosco. “Non ho più vent’anni! Quando mi fanno correre, a volte mi siedo e le lascio andare…“. Questa volta però Laura parte a passo spedito lungo il sentiero per andare a recuperare il suo gregge, prima che si allontani troppo verso i pendii più ripidi.