…basta farci l’abitudine!

Dalla Lombardia mi scrive Giacomo per raccontarmi un suo successo, essersi qualificato al quarto posto in un concorso di tosatura in Francia, a Martel. Queste competizioni, organizzate dall’Association des Tondeurs de Moutons si tengono periodicamente e prevedono anche dei campionati mondiali.

Qui la classifica dell’incontro del 14 luglio scorso. “Di là c’è tutta un’altra cultura…“, mi scrive Giacomo. “Ero l’unico Italiano, c’erano Francesi, Scozzesi e Neozelandesi.

Ecco le pecore francesi dopo la tosatura. “Penso che in Europa l’Italia sia l’ultima nazione con la considerazione di pastore come lavoraccio, perché non c’è la cultura, mentre in Francia, Inghilterra, Scozia, Spagna, Irlanda ci sia molta più cultura, quindi sono anche più organizzati come aziende, come personale, come conoscenza di questo lavoro.

Giacomo è nipote di pastori, i suoi zii sono pastori vaganti. “Ho iniziato circa all’età di 13 anni con mio zio, l’aiutavo d’estate in montagna perché studiavo ancora. Ho a tosare imparato grazie a tanti Francesi che mi hanno aiutato e anche grazie a Tino (Ziliani) che forse è felice vedere un giovane con la voglia di imparare questo antico mestiere. Adesso sono 5 anni che faccio il tosatore.

Si può vivere di tosatura anche in Italia? “Lavoro 8-9 mesi all’anno. Per ora arrivo fino in centro Italia, a novembre penso di andare in Nuova Zelanda. Quest’anno ho lavorato anche un pochino in Spagna . Solitamente giro con la squadra di Tino, però siccome ho tanto lavoro in centro Italia, tanti piccoli li faccio da solo.  Lavoro da marzo a circa metà luglio e da metà agosto fino a fine settembre. Ci sarebbe spazio per altri giovani, anche molto, ma la voglia manca! Spesso c’è da lavarsi fuori, dormire sul furgone, ma basta farci l’abitudine, secondo me si sta molto bene.

I pascoli estivi

Dopo un’inverno strano, una primavera a sbalzi, un inizio di estate freddo, la stagione estiva sta alternando vari sbalzi di temperatura. Chi è in pianura si lamenta per il caldo, per l’afa, chi è in alpeggio si preoccupa soprattutto per i pascoli. Due settimane fa , nonostante qui nella bassa facesse già caldo, durante una gita ho persino patito il freddo.

Poi all’improvviso è tornato il sole e le temperature si sono fatte estive. I pascoli erano uno spettacolo, piena fioritura, ma il gregge era ancora molto più in basso. Meno animali quest’anno, contrattempi di vario tipo, e intanto l’erba fa il suo corso. Certo, quassù le pecore avrebbero mangiato bene, ma prima bisognava finire tuttoquello che c’è nella parte bassa della montagna.

Sotto l’erba sta venendo vecchia e alta: il caldo improvviso, poche piogge, vento… Giorno per giorno si continua a pascolare, anche se gli animali ne sprecano, calpestandola. Un giorno da una parte, un giorno dall’altra, poi man mano si salirà anche lassù dove era già tutto in fiore.

Quel giorno gli animali erano nervosi: invece di star fermi a pascolare, come era successo il giorno prima, quando chi li sorvegliava era rimasto quasi tutto il tempotranquillo, continuavano a voler andare oltre, anche quando erano già nell’erba “intera”, dove non erano ancora mai passati. Così bisognava ripetutamente mandare i cani a fermarli, sia per evitare che salissero troppo vicini alla strada, sia che pestassero troppa erba senza mangiarla.

Pure laggiù non mancavano i fiori… Bisognava quindi finire di pascolare da queste parti: in quota, anche se passavano i giorni, l’erba non cresce più di tanto, non viene alta, quindi il gregge l’avrebbe mangiata lo stesso più avanti, con o senza fiori. Chissà come continuerà l’estate, chissà che autunno ci sarà…

Le lunghe giornate del pastore

Essendo in Trentino, questa volta non volevo perdere l’occasione per far visita all’amico Daniel. Così, da Madonna di Campiglio, ho cambiato valle, sono scesa fino all’Adige e risalita fino a raggiungere la Val di Fassa, dove si trova lui attualmente. L’ultima volta che ci eravamo visti era su a far la stagione in Val Venosta, poi molte cose sono cambiate.

Adesso Dan ha trovato un socio, ha aumentato il numero di capi, si occupa del gregge di capre e pecore, della mungitura e della caseificazione. Il lavoro non finisce mai e, al momento, ci sono ancora un po’ di cose da sistemare: per esempio ci si appoggia al caseificio di un’altra azienda agricola, in attesa di terminare la realizzazione di quello aziendale. Dan lavora con l’azienda Soreie, azienda bio specializzata in piccoli frutti e ortaggi. Con il suo arrivo, è stata ampliata la parte legata alla pastorizia ed alla caseificazione, per l’appunto. Ha frequentato anche dei corsi di caseificazione e adesso la produzione prevede diversi latticini che vengono venduti direttamente nei punti vendita aziendali o portati a ristoranti e negozi della zona.

Il gregge non è in alpeggio. L’anno precedente gli animali erano stati portati più in alto, ma bisognava scendere quotidianamente per la lavorazione del latte. Poi c’erano stati anche altri problemi riguardo ai terreni da pascolare… Tutto il mondo è paese, ovunque si sentono gli stessi discorsi: quello che è infastidito dagli animali, quello che si lamenta per lo “sporco” che resta dopo il loro passaggio…

Questa è una zona ad alta vocazione turistica, quindi non dovrebbero esserci problemi per la collocazione dei prodotti. Ma non sempre i turisti gradiscono gli animali… Il gregge attende di andare al pascolo mentre Dan lava la mungitrice e i secchi dopo la mungitura mattutina, poi si partirà alla volta del bosco.

Quando il gregge attraversa la (frequentatissima) ciclostrada che fiancheggia l’azienda, c’è chi si ferma ad ammirarlo, ma capita anche di sentire lamentele per gli escrementi. “L’altro giorno però è passato un gregge che saliva verso non so quale alpeggio, l’hanno seguita tutta per risalire la valle. Lì sì che hanno sporcato… e poi purtroppo i pastori quando passano non hanno nessun rispetto dei piccoli allevamenti come il nostro, pascolano anche i pezzi che dovremmo mangiare noi.

Il pascolo verso cui viene condotto il gregge non è propriamente dei migliori, ma bisogna cercare di arrangiarsi. Dan riesce a star fuori con le bestie solo al mattino, perchè al pomeriggio c’è sempre da lavorare in caseificio, quindi alla mezza giornata di pascolo si alterna il fieno nel recinto accanto alle serre e agli orti.

Dan ha un rapporto controverso con le pecore, che rappresentano un suo acquisto abbastanza recente: danno soddisfazioni dal punto di vista del latte e della caseificazione, ma al pascolo con le capre richiedono interventi continui dei cani affinchè non si allontanino. Sicuramente la preferenza del pastore va quindi alle capre!

I momenti al pascolo sono quelli più belli, dove c’è il rapporto con gli animali, con il gregge, ma soprattutto con i fedeli aiutanti. Le giornate sono sempre lunghe, il lavoro non manca, la fatica nemmeno e il reddito per il momento resta esiguo. Nonostante la grande passione, Dan è un po’ scoraggiato, spera che le cose possano iniziare ad andare meglio, in modo da trovare una sistemazione abitativa meno precaria.

Mi parla anche di eventi da organizzare nei giorni successivi (la stagione turistica si avvia verso il momento clou) e di nuovi punti vendita che l’azienda dovrebbe aprire a breve. Conosco il cammino che questo amico ha percorso negli anni per arrivare fin qui e gli auguro davvero di poter concretizzare i propri sogni. Momenti di sconforto ce ne sono per tutti, il periodo non è facile per nessuno, non si vive di sola passione, servono anche risultati concreti dal punto di vista economico… Per Dan, come per tutti, l’augurio è che le fatiche e gli orari infiniti vengano ripagati.

Le “regole” per gestire i pascoli

Sono stata in Trentino a presentare i miei libri in occasione della festa annuale delle Regole di Spinale e Manez. Già sapevo che esistevano forme di gestione del territorio (pascoli, foreste…) diverse dalla proprietà pubblica/privata o consortile che abbiamo noi qui in Piemonte, ma in questa occasione ho avuto modo di capire davvero cosa significhi.

Sono arrivata il giorno prima della festa, in una giornata, ahimè, di pioggia, che non mi ha consentito di apprezzare lo splendido panorama che mi circondava. Ho comunque sfidato la sorte e il meteo (e ho avuto ragione!). Sono salita a Malga Vallesinella, fiancheggiando le famose cascate che si possono ammirare da queste parti. Il cielo non si è mai aperto completamente, così non sono riuscita ad ammirare le Dolomiti di Brenta.

Boschi e pascoli, abeti, radure e corsi d’acqua spumeggianti. Una rete di sentieri ben segnalata. Tra i cartelli, all’imbocco dei veri percorsi, la segnalazione della presenza dell’orso e le regole da osservare in caso di incontro. Più tardi, mentre camminavo in totale solitudine nel bosco, riflettevo sulle possibili reazioni nell’eventualità che il plantigrado si materializzasse davanti al mio cammino…

La mandria intorno a Vallesinella era composta da bovini di una razza che non avevo mai visto. Dal momento che ero in Val Rendena, mi è venuto in mente che questa potesse essere l’omonima razza. Ho poi chiesto conferma alle guardiane degli animali, che mi hanno confermato che si trattava proprio di vacche Rendena. Non immaginavo di ritrovare la stessa mandria il giorno successivo nella malga dove si sarebbe tenuta la festa…

La festa quest’anno si teneva a Malga Fevri. Ho chiesto di poter salire a piedi, per guardarmi intorno e vedere un po’ di panorama. Fortunatamente quel giorno in tempo era migliore. Le montagne giocavano a nascondino con le nuvole, ma i pascoli erano al meglio del loro splendore. Non era solo merito del sole, ma la qualità dell’erba da queste parti è davvero eccellente. Mentre salivamo, mi sono fatta spiegare in cosa consistono le “regole”. Sul sito della comunità di Spinale e Manez queste parole ben riassumono il concetto: “Un rapporto inscindibile tra una popolazione e il suo territorio, una partecipazione condivisa alla gestione del patrimonio comune, un uso necessariamente equilibrato e regolato delle risorse naturali, essenziali per la vita della comunità.

Le malghe vanno all’asta come accade altrove per gli alpeggi di proprietà pubblica, ma si sono introdotte clausole (come quello degli animali di razza Rendena) che fa sì che siano allevatori locali ad aggiudicarsele. A Malga Fevri ci sono manze, sulle altre malghe incontro anche vacche da latte. Le strutture sono belle, ben tenute, con tutto ciò che serve per far sì che la vita in alpeggio sia decorosa.

La gestione di tutto ciò che c’è sui territori delle Regole fa sì che vi siano fondi disponibili per tutte questi interventi. Non sono tanto le malghe a dare grossi frutti, quanto piuttosto le attività turistiche presenti, come i locali collocati all’arrivo delle funivie. E qui il turismo non manca. Mi spiegano che tutto viene reinvestito sul territorio: anche la struttura dove ho pernottato io (Pra de la casa) è un patrimonio delle Regole. Si trattava del vecchio vivaio forestale, che è stato riconvertito in attività recettiva, data in gestione ad una famiglia.

Questo sistema fa sì che tutte le attività di montagna siano ben gestite e non vadano a perdere: ne beneficia il territorio, l’economia, il paesaggio, il turismo… Insomma, ecco uno dei motivi per cui “da quelle parti” sembra un altro mondo rispetto a situazioni con problemi di gestione che si incontrano invece in altre regioni delle Alpi. Le Regole risalgono al XIII secolo… una storia secolare di corretta amministrazione del patrimonio montano, dove le tradizioni (attività agro-silvo-pastorali) si sono mantenute accanto all’evoluzione di nuove necessità/risorse come il turismo.

In quella giornata di sole un gruppo di giovani malgari sorveglia la mandria di vacche da latte, conversando con i tanti turisti di passaggio. Moltissimi regolieri erano saliti con la funivia al monte Spinale, poi scendevano a piedi o con le navette a Malga Fevri per la festa. Ogni anno questa si teneva in una delle diverse sedi delle proprietà delle Regole.

E così lo spazio intorno alla malga si affollava sempre più, la polenta cuoceva, la banda suonava… e le manze ruminavano pacifiche accanto alla stalla. Erano salite in quei verdi pascoli fioriti solo quella mattina, per trascorrere là le successive settimane d’alpeggio.

Dopo il pranzo, chi è interessato entra nell’enorme “stallone”, dove si potevano legare 150 bestie. Quel giorno invece entra la tecnologia, con microfono, computer e videoproiettore. Si raccontano storie di alpeggi e allevatori, di ieri e di oggi, poi viene per tutti il momento del rientro. Inizio ad essere “pratica” del territorio, così rifiuto i vari passaggi in auto, dato che i sentieri che scendono dalla malga mi ricondurranno esattamente a Pra della Casa. Mi auguro che questo sistema così antico di gestione del territorio possa sopravvivere ad ogni mutamento e che questi paesaggi unici continuino a vedere malghe vive, abitate, con pascoli utilizzati, produzioni casearie di pregio e razze locali a consumare l’erba.

Comprerò al massimo un becco, poi mi faccio la mia razza

Quando intervisto allevatori di capre, molti di loro mi raccontano come la passione sia nata quando erano ancora bambini. E così ho cercato anche uno di questi “bambini”. Marco è del 2003, un ragazzino molto appassionato di capre, che ha iniziato quando era ancora più giovane, grazie ad un regalo.

Heidi, la mia prima capra, me l’hanno regalata i cugini per la prima Comunione. I miei fanno un altro lavoro, ma i miei nonni a Rueglio hanno le mucche. A me però piacciono di più le capre, non so perchè. Quando sarò grande mi piacerebbe avere 15-20 capre e una trentina di mucche, poi andare in montagna in alpeggio d’estate. Adesso vado dalle capre al mattino prima di andare a scuola.

Il prossimo anno Marco farà la terza media e dopo si tratterà di andare alle scuole superiori. La scelta obbligata è quella dell’Istituto Agrario, il sogno è quello di superare il test d’ingresso ed essere ammesso all’Institut Agricole Régional di Aosta, ma per chi viene da fuori regione c’è appunto un esame da superare. Fino a quel momento il gregge non può aumentare, anche perchè ci sarà da stare in convitto. “Qui c’è poco spazio, la stalla me l’ha fatta mio papà e i prati da pascolare me li lascia il mio vicino. Gli do spesso una mano, lui ha le mucche, lo aiuto anche a fare fieno e vado a prenderlo da lui man mano che mi serve.

A Marco piacciono le capre Valdostane. In occasione della mia visita ha sostituito le normali campanelle con i collari di legno e le ha fatte pascolare ben bene al mattino presto. “Le capre non le mungerò, preferisco tenerle un po’ più grasse e belle. Non voglio comprarne altre, alleverò le caprette delle mie, Bijou è figlia di Heidi, comprerò solo il becco e poi mi faccio la mia razza. Quando Heidi era bima l’ho portata alla rassegna a Vico. Ho voluto farla battere e ha vinto il primo premio nella sua categoria, è stata una grande soddisfazione!

Ogni animale rispecchia il carattere di chi lo alleva

Da quanti anni non salivo alla Vagliotta? Più di dieci… mi sa proprio che l’ultima volta era stata per nel 2015, quando giravo a far interviste per “Vita d’Alpeggio”. Non è per me così vicina la Valle Gesso. E’ quasi più lungo il viaggio in auto che la salita a piedi all’alpeggio.

Il sentiero è uno di quelli che ti portano in quota quasi senza accorgertene. Un motivo c’è e vale per la maggior parte dei sentieri da queste parti: qui venivano a caccia i reali e bisognava portarli su con tutto il loro seguito, quindi bisognava tracciare dei percorsi agevoli. Per chi volesse conoscere meglio questo aspetto storico, vi rimando alla pagina del Parco. In quel giorno io salivo, ancora all’ombra e al fresco, inebriata dal profumo dei maggiociondoli in fiore.

Non c’era silenzio, l’aria, oltre al profumo dolce, portava il fragore del torrente gonfio di acqua. Tutto molto bello, romantico e pittoresco per un’escursione, ma immaginate doverlo fare molte molte volte, a piedi, nel corso di tutta l’estate? Anno dopo anno… mentre gli anni passano, appunto. Viveri e materiali arrivano su ad inizio stagione con l’elicottero. “Sono venticinque anni che saliamo qui, anche se è da un po’ che vorremmo cambiare… Il figlio Nicolò sta giù, lui è più trattorista. Fossimo da un’altra parte dove si può andare e venire magari verrebbe anche lui, ma non so se starebbe qui fisso cinque mesi.

Prima di arrivare all’alpeggio, incontro il gregge che scende verso il pascolo, dopo la mungitura del mattino. Pecore roaschine e capre. “Doveva esserci Marilena… lei ti ha detto di venire su, ma io… io sono più per le pecore, è lei quella delle capre, anche all’inizio eravamo partiti uno con le pecore e uno con le capre. E’ anche questione di carattere, ogni animale rispetta il carattere di chi li alleva!

Con Aldo inizia una lunga chiacchierata sui temi più vari. Ci si conosce da anni ed è capitato più e più volte di incontrarsi un situazioni e contesti differenti. Prima di parlare di capre, ci raccontiamo mille cose, spaziando dal tema delle speculazioni sugli alpeggi, al lupo, alla figlia veterinaria in Francia e molto altro ancora. “Volevamo andar via di qui, ma non è facile trovare altri alpeggi, sai bene come funzionano le cose in questi anni… preferisco essere qui che altrove per conto di altri. Il gias sopra non l’hanno fatto aggiustare perchè noi parlavamo di andarcene. Ma, se anche fosse stato così, poteva venire qualcun altro e sarebbe servito comunque, no?

Aldo si dice contento del progetto del mio nuovo libro: “Vita d’alpeggio, quello sì che era stato bello. Gli altri sui pastori… sai, questi grandi pastori, a me non piacciono. Te l’avevo già raccontato, quando era arrivato uno di loro con il suo gregge e ci aveva pascolato i prati che a noi servivano per lungo tempo, lui è passato senza rispettare niente…“. Mentre il sole inonda i magri pascoli della Vagliotta, ci mettiamo a parlare di capre: “Prima del lupo stavano meglio, le mungevi, le aprivi, loro facevano il loro giro e tornavano alla sera.

Adesso sono costrette a pascolare con le pecore, ma mettono meno latte, il pascolo della capra e della pecora sono differenti. Rispetto ai pastori che allevano solo per la carne, chi munge ha un altro rapporto con gli animali. Poi ne ha anche di meno. Adesso abbiamo tante capre bionde. Per caso abbiamo preso una Toggenburg, abbiamo visto che anche stando fuori pativa meno e aveva tanto latte.

Il gregge è da poco in alpeggio, ma di formaggi ce ne sono già: quelli freschi degli ultimi giorni, le ricotte del mattino e formaggi stagionati prodotti nelle settimane precedenti: “Si vende qualcosa anche qui, ma soprattutto agli stranieri. Noi facciamo bio da sempre, è stata una scelta, una filosofia, un modo di differenziarci. Andiamo a fare mercatini, anche lontano, soprattutto in Francia, là la gente capisce di più.

Il gregge è poco lontano dalle baite, così i cuccioli di Pastore di Pirenei sono partiti con gli animali, ma poi sono rientrati a casa. Qui non ci sono problemi con i cani dei turisti, dato che si è nel parco ed è vietato introdurre cani, anche al guinzaglio. I pastori dei Pirenei con questo gregge (gli adulti) hanno correttamente segnalato la mia presenza sul sentiero, poi mi sono venuti incontro scodinzolando e cercando qualche carezza.

Quando ridiscendo il gregge è sopra al sentiero: le pecore stanno andando a cercare ombra. Non è facile fare i pastori quassù, sicuramente è servita tanta passione, tenacia, spirito di sacrificio per tornare, anno dopo anno, per 25 stagioni. Sono pascoli difficili, pascoli da pecore, chissà cosa succederà quando Aldo e Marilena troveranno un’altra montagna o, semplicemente, smetteranno di affrontare questa salita?

Il sole adesso scalda i fiori del maggiociondolo, ancora più profumati. Qualche anno fa Aldo aveva avuto problemi alle ginocchia, è quasi un miracolo che possa ancora camminare in montagna, soprattutto su di qui. Lui però non è tanto da pascolo: “Preferisco fare tutte le altre cose, se sono al pascolo mi viene da pensare, mentre sono lì fermi, a tutto quello che c’è da fare…

Tutto insieme qualcosa fa, ma non è un grosso stipendio

Altra intervista ad un capraio di montagna. Anzi, nel caso di Angelo, si tratta di uno di quei montanari che cercano di sopravvivere nella loro valle, applicando quella che oggigiorno viene definita “multifunzionalità”. Cosa significa in concreto? Lavorare duramente dal mattino alla sera passando da un’attività all’altra, faticando a tirare avanti.

La prima capra me la sono fatta comprare ad otto anni per la promozione, poi basta. Nel 1995, quando sono tornato dal servizio militare, ho preso 12 pecore e 4 capre. Le pecore le ho tenute fino a 2009, quando i lupi mi hanno ucciso gli agnelli sotto casa. Dopo le ho vendute e ho tenuto solo più capre. Sono arrivato ad averne 70, ma si sono ammalate, hanno preso l’agalassia, per fortuna il veterinario dell’asl ha capito cos’avevano, così le ho vaccinate, ne ho vendute, altre sono morte…

Adesso Angelo cerca di risollevarsi dopo la batosta della malattia al suo gregge. “Trovo che le bianche siano troppo delicate, adesso ho molte giovani che sono incroci tra bianche e camosciate, hanno meno latte, ma sono più robuste. Ho sempre munto, il formaggio rende ancora abbastanza. Devo fare il caseificio, voglio fare anche il locale per la lavorazione della carne, per fare i salami. Se la gente viene a comprare e trova un po’ di tutto è meglio. Ho anche il miele, le patate… Il capretto adesso la gente non lo compra più intero, neanche metà, ne vuole solo un pezzo.

E poi ancora altri lavori: il taglialegna, il giardiniere “…dove mi chiamano, lavoravo anche un po’ per il Comune. D’inverno ho l’appalto per togliere la neve. Contributi non prendo niente. Per il caseificio non posso accedere ai bandi perchè bisognerebbe fare filiera con altri, ma qui ci sono solo più io a fare questi lavori. C’è qualche altra azienda con le vacche in altri comuni, siamo rimasti in pochi. Va bene che il fieno me lo faccio e non devo spendere, anche i cereali per le galline. Tutto insieme qualcosa fa, ma non è un grosso stipendio. Sono da solo, al massimo c’è mia mamma che da una mano, ma lei non munge.

Le capre sono nelle reti mentre Angelo fa i vari lavori, un grosso recinto sopra alla stalla. Tutti i giorni cerca anche di andare un po’ al pascolo, poi la mungitura serale: “Finisco alle 20:00 e dopo c’è da lavorare il latte. Per il sabato e la domenica faccio anche la ricotta, c’è gente che me la chiede. Di giorno c’è sempre tanto altro da fare, adesso poi è anche stagione del fieno…

Altri panorami

Sono appena tornata dal Trentino, ma ho ancora immagini delle settimane scorse da mostrarvi, quando invece ero stata in Veneto.

A Vicenza per un convegno, il mattino dopo mi sono alzata con una splendida giornata di sole. Che fare? Dove andare? Rientrare immediatamente a casa significava sprecare un’opportunità. Così, cartina alla mano, decido che l’Altopiano di Asiago potrebbe essere una buona meta. C’ero stata molti anni fa. A dire il vero proprio ad Asiago erano iniziate tante cose. Avevo partecipato ad un convegno sulle transumanze. Era forse il 2004, credo… In quell’occasione avevo presentato i miei primi passi nel mondo dei pastori vaganti ed avevo incontrato i contatti giusti che mi hanno aiutato per la pubblicazione di “Dove vai pastore?”.

Questa volta però sono lì solo di passaggio. La stagione è un’altra e non ho impegni ufficiali. Posso guardarmi attorno, un rapido giro prima di mettermi sulla (lunga) strada del rientro. La segnaletica è perfetta, così scelgo un itinerario ad anello che, in poco più di un’ora, dovrebbe consentirmi di vedere un po’ del paesaggio rurale intorno ad Asiago. 

Parlare di Asiago significa storia, la guerra, ma significa anche allevamento, formaggio. Questo paesaggio c’è grazie alle attività agricole. Gli spazi sono ampi, l’altopiano tiene fede al suo nome, così i prati si estendono a perdita d’occhio, inframmezzati da villaggi, stradine come questa, alberi da frutta solitari. Più in alto, i fitti boschi di conifere. Sarebbe ora di far fieno, ma le condizioni meteo instabili hanno rallentato la fienagione anche da queste parti.

Ci sono anche animali al pascolo. Si vedono stalle qua e là, non so se alle quote maggiori ci siano delle malghe, immagino di sì. Nel mio breve giro ho visto queste Frisone, vacche che solitamente non siamo abituati a veder pascolare all’aperto, tanto più in “montagna”, ma qui il territorio è molto diverso da quello alpino.

Accanto ad una cascina, un altro recinto con altre vacche da latte di razze differenti, tutte ad alta produttività. Non mi sono fermata a comprare l’Asiago al caseificio, non è il genere di formaggio che cerco, preferisco quelli di alpeggio, quelli non “industrializzati”. Però il gelato che ho assaggiato in centro ad Asiago, con latte di azienda agricola locale, aveva un sapore davvero buono e genuino.

Decido di proseguire scendendo verso il Trentino. Come dicevo, il tempo era ancora molto instabile, così una serie di violenti temporali, inframmezzati anche da grandinate, abbassano drasticamente la temperatura. Mi fermo per lasciar passare la parte più intensa della precipitazione, poi la strada mi porta, dopo chilometri di foresta, al passo di Vézzena, tra ampi pascoli e malghe appena ai lati della strada asfaltata.

Nonostante il freddo, il vento e i tuoni in lontananza, c’è comunque un discreto via vai di turisti in visita alle malghe. Leggo che, oltre all’acquisto dei prodotti, qui è possibile svolgere alcune attività ricreative e consumare pranzi e merende. Stiamo parlando di realtà molto diverse dalla maggior parte degli alpeggi delle Alpi Occidentali. Sarebbe sicuramente bello poter visitare meglio questi posti, ma le ore di viaggio per rientrare sono tante e così abbandono l’aria frizzante per sprofondare nella calura della Pianura Padana…

Notizie varie

Oggi voglio mettere insieme un po’ di notizie che mi sembravano interessanti e, in vario modo, collegate alla pastorizia. Prima però vi segnalo due appuntamenti (anche se il fine settimana è ricchissimo di eventi e manifestazioni un po’ ovunque).

Per quello che mi riguarda, mi trovate molto lontana da casa, a Malga Fevri, Madonna di Campiglio (TN), dove alle 14:30 di domenica presenterò i miei libri insieme a Roberta Bonazza ed Annibale Salsa.

Non avessi dovuto andare in Trentino, probabilmente invece sarei andata a Challand-Saint-Anselme (AO) per la Fehta da Tchivra. Qui il programma della manifestazione, da sabato 2 a domenica 3 luglio.

Veniamo invece adesso a due notizie che ho visto sui giornali. La prima non riguarda direttamente la pastorizia, ma è comunque un tema che ho già trattato su queste pagine. Sapete quando, più volte, vi ho parlato di greggi e mandrie che si spostano lungo strade dalle sponde totalmente trattate con diserbanti/disseccanti… o quando questi prodotti sono utilizzati in frutteti, vigneti, giardini presso cui transitano/pascolano gli animali. Anche se si continua a sostenere che (almeno i disseccanti) non siano nocivi, gli animali presentano comunque sintomi di avvelenamento, talvolta abortiscono, altre muoiono dopo lunghe sofferenze, se brucano erba trattata con quei prodotti. In Valchiusella, a Traversella, il Sindaco ha emesso un’ordinanza dopo che due cani sono stati avvelenati da erba diserbata. Qui l’articolo. Nessuno vieterà totalmente mai questi prodotti, ci sono troppi interessi economici e… ed è tanto più facile irrorare il terreno con quelle sostanze. Peccato che muoiano animali piccoli e grossi, peccato che vadano a finire nelle falde acquifere… E non venite a dirmi che non sono nocivi!

Sull’Eco del Chisone di questa settimana, addirittura in prima pagina, c’è invece un articolo “Invasione di zecche, disinfestare è impossibile” a firma di Sofia D’Agostino. Troppe volte greggi (e pastori) sono additati come responsabili di questa piaga che, anno dopo anno, si sta facendo sempre più fastidiosa. Ma le cause vanno cercate altrove. Nell’articolo vengono riportate, molto chiaramente, le risposte dei medici del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’Asl TO3.

“<<I pascoli oggi sono trattati in maniera diversa e il sottobosco non è pulito. In passato – spiega ancora la dott.ssa Nucci – gli animali selvatici (i primi portatori di zecche) non si avvicinavano agli alpeggi, alle greggi come succede oggi.>> Il meccanismo di infestazione è semplice: la zecca colonizza l’animale selvatico, che sempre più frequentemente si avvicina agli alpeggi: quindi gli succhia il sangue fino a quando, ormai sazia e gonfia, abbandona l’animale e si lascia andare sul terreno. Resta lì il tempo di digerire l’abbondante pranzo quindi, nuovamente affamata, risale i fili d’erba o i cespugli in attesa della prossima vittima, che può essere una capra, una pecora, qualsiasi animale, compreso l’uomo. E dopo ogni pasto si ripropone lo stesso ciclo.

Contrariamente a quanto tanti credono, non sono le greggi a “portare le zecche”, ma sono anche loro ad esserne vittime. Anzi, dato che generalmente sono sottoposte a trattamenti finalizzati a liberarle e preservarle da parassiti interni ed esterni, può anche succedere che non vengano attaccate. Il problema è piuttosto il contrario: dove non ci sono più animali al pascolo, anche a quote più basse degli alpeggi, erba e cespugli arrivano fin accanto ai villaggi. E’ l’abbandono a favorire la diffusione delle zecche, non il passaggio del gregge (che invece contribuisce a tener pulito)!

Capre, territorio e tanta buona volontà

Il discorso è sempre lo stesso, questo non è che l’ennesimo esempio che vi posso portare. A dire il vero di questo territorio e di queste persone vi ho già parlato altre volte. Non è un caso unico, ma sicuramente è un caso sempre più raro.

Diciamo che, qui, succede quello che è successo in passato per secoli. Si “accudisce” tutto quello che c’è. E si sa fare un po’ di tutto. Incontriamo chi mantiene vivo tutto questo mentre sta salendo a piedi verso altre baite. Sta andando a fare dei piccoli lavori di muratura per un amico che sta più a monte. Le capre sono al sicuro in questi recinti, così ci spiega. Recinti in legno, erba tagliata e messa ad asciugare sui balconi delle baite e nei vecchi fienili, una cura del territorio come non ce ne sono più.

Chi lo farebbe ancora se non pochi, pochissimi? Non parliamo di eremiti solitari, ma comunque di persone che conducono un’esistenza diversa dalla maggior parte della gente. Una scelta di vita? O piuttosto una serena prosecuzione della vita che qui si è sempre fatta, come se il tempo si fosse un po’ fermato.

Il gregge si sposterà poi in altre aree del vallone, dove intanto l’erba (e i cereali) stanno crescendo. In parte i prati verranno sfalciati (a mano), in parte pascolati. Come tutti gli anni, dalla tarda estate si ammireranno poi i caratteristici covoni di fieno.

A tenere puliti i vecchi sentieri non sono solo i pastori, ma comunque il passaggio di uomini e animali che ancora abitano dalla primavera all’autunno queste borgate fa sì che anche gli spazi di cui usufruiscono i turisti nel tempo libero siano transitabili. Un ramo tagliato, un pezzo di muro ricostruito, poi l’erba pascolata e la traccia ben evidente.

Ci sono altre capre sotto le baite, ci osservano curiose: da una parte del vallone il gregge del padre, dall’altra quello del figlio. Mentre loro pascolavano libere, c’era tempo per pulire un altro tratto di sentiero, di decespugliare il bordo della pista sterrata che passa più a valle. Già, perchè alle baite si arriva solo a piedi seguendo gli antichi sentieri che non hanno mai smesso di essere calpestati.

Tra le riflessioni, ne prevale una in particolare: fino a quando? Fino a quando esisteranno queste piccolissime realtà? Quando spariranno, niente le potrà sostituire. Ci potrà essere qualcuno che arriva da fuori, che ritorna alla montagna con tanta buona volontà e voglia di fare, ma certi lavori non verranno mai più fatti come prima, si perderà comunque un bagaglio di tradizioni e saperi.