Emozioni

Come molti di voi sapranno, dal novembre del 2015 sono anch’io “un’allevatrice”. Che parolona! Però le normative esigono che, indipendentemente dal numero di animali allevati, si seguano certe procedure. Così, prima di portarle a casa, ho dovuto ottenere un codice di stalla per la struttura che le avrebbe ricoverate, un numero identificativo del mio allevamento. Sta poi a me scegliere se averne due, dieci, cinquanta o più!

Le capre erano quattro, sono diventate cinque quest’autunno, grazie ad un regalo. Non sono per me un mestiere, sono un passatempo (un piacevole impegno!), una passione, una fonte di ispirazione letteraria e fotografica e molto altro ancora. Prendersi cura di qualsiasi animale insegna molte cose, aiuta a crescere, è uno stimolo in determinate situazioni. Ciascuno vive questa “esperienza” a modo suo, ma raccogliendo interviste e testimonianze per il mio prossimo libro, ho anche avuto modo di confrontare il mio rapporto con questi animali e quello delle persone che via via incontravo.

La scorsa settimana, esattamente nei giorni attesi, c’è stato il periodo dei parti. Erano tre le capre gravide, di cui due al primo parto. L’anno scorso invece solo una capra era gravida, mi aspettavo la nascita per una data e invece era avvenuta quasi una settimana prima, così me l’ero addirittura persa, ero arrivata a casa quando il capretto era già in piedi, quasi asciutto e con la pancia piena. Tutto bene, ma meglio essere presenti in questi momenti delicati! Nel caso della prima nata della stagione, la madre ha iniziato ad avere comportamenti “anomali” nel pomeriggio. Alla sera ancora nulla. Dopo un’ultima visita notturna in stalla sono andata a dormire, puntando la sveglia ben prima dell’alba. Sono arrivata al pelo per salvare questa piccolina, appena nata. Infatti la madre l’aveva appena partorita e stava cercando di ucciderla a testate. Ho dovuto allontanarla dopo averle pulito il muso per esser sicura che potesse respirare, poi ho spostato la madre, ho cercato di tranquillizzarla e, con molta attenzione, le ho fatto “accettare” il capretto. C’è voluto un po’ di tempo, ma finalmente ha smesso di picchiarlo ed ha iniziato a leccarlo. Oggi è la più amorevole delle madri.

Ciò comunque ha contribuito a rendermi più apprensiva in attesa dei due parti successivi, che erano previsti dopo alcuni giorni. Fortunatamente entrambi sono avvenuti nel primo pomeriggio. Un conto è leggere sui manuali, un conto è osservare dal vivo come si comporta la capra nelle ore precedenti. Non ha voluto seguire le altre al pascolo ed è tornata alla stalla. E’ entrata ed ha cominciato a scavare con le zampe una “tana” nelle foglie della lettiera. Poi comunque ogni animale ha il suo comportamento. Bisou ha partorito senza coricarsi, il capretto era molto grosso, così ho dovuto aiutarla.

Come tutti gli erbivori, che in natura devono essere in grado di sfuggire al più presto ai possibili predatori, stimolato dalle leccate della mamma, dopo poco tempo il capretto era già in piedi. E’ fondamentale che succhi il colostro già nelle prime ora di vita, sia perché è il primo alimento che gli darà forza ed energia, sia perché così assimilerà gli anticorpi che che costituiranno le sue difese immunitarie.

L’ultimo parto era previsto per il giorno dopo, e così è stato, nuovamente nel pomeriggio. Si trattava della capra più vecchia del gregge, in teoria quella per cui bisognava preoccuparsi meno rispetto alle primipare, invece ho dovuto chiamare un amico per aiutarmi. Il travaglio andava per le lunghe e temevo il capretto potesse essere mal posizionato o soffocare. Forse se l’avrebbe fatta da sola, alla fine, ma è stato meglio così. Anche in questo caso è nato un capretto grosso e… di un colore totalmente inaspettato! La mia stagione dei parti era quindi terminata e potevo iniziare a godermi i capretti. Non potevo però non pensare a chi di animali ne ha molti molti di più! La mole di lavoro, l’impegno, la stanchezza a fine giornata…

Per chi questo è un mestiere, c’è comunque l’attesa per il periodo delle nascite, ma le emozioni sono differenti. C’è chi non perde il legame con il singolo animale, chi vive con apprensione ogni singolo momento, poi con gioia, soddisfazione (o anche dolore e rabbia quando qualcosa non va per il verso giusto). Ovviamente io posso permettermi di godermi di più tutto il contorno. Nell’immagine vedete le due primipare, Chocolat e Bisou, che escono per la prima volta al pascolo insieme con i loro capretti. Si annusano, quasi debbano ristabilire i contatti e ridefinire le gerarchie.

Che dire poi delle “sorprese”? Conosci il colore delle mamme, sai qual era il becco… ma poi la genetica fa i suoi scherzi e nasce un capretto di un colore totalmente imprevedibile! Per chi alleva capre di razza, manca questo aspetto: le Saanen devono essere bianche, le Camosciate marroni con la striscia nera e così via. Con la Valdostana, le colorazioni del mantello sono quattro (castana, nera, serenata e cannellata), ma vi possono essere variazioni intermedie. Queste possono anche far escludere una capra da un’eventuale iscrizione al libro genealogico, ma non tutti puntano a questo obiettivo. Nel mio caso, quel che conta è la bellezza!

Parliamo poi del carattere. La capra, pur essendo un animale sociale che vive in gregge, soffre se costretta a stare da sola, ha comunque un suo carattere individuale ben marcato. Questo si è evidenziato in maniera particolare dopo il parto. Chocolat, che inizialmente voleva uccidere il suo capretto, adesso trascura la sua alimentazione al pascolo per non perdere mai d’occhio la piccola (che le da filo da torcere, essendo la più vivace e intraprendente del trio dei nuovi nati). Non la lascia mai sola, la controlla nei suoi giochi, la annusa, la lecca di continuo, la spinge con il muso. Guai se si allontana o se non la vede più. In quel caso, decide che il cane sia colpevole e lo insegue a gran carriera, lui fugge mugolando, mentre intanto la capretta dorme sotto una radice!

Hiver aveva già partorito altre volte: dov’era prima i capretti non venivano lasciati con le mamme tutto il tempo, ma solo per la poppata. Così lei non è particolarmente apprensiva o materna mentre è al pascolo. Quando le faccio uscire dalla stalla, lei va a cercare da mangiare. Solo quando è sazia allora può anche capitare che chiami la figlia. Questa così si trova a dover cercare compagnia altrove, ricevendo gran cornate dalle altre capre, che senza tanti complimenti, la scacciano in quanto la vedono come come una possibile ladra di latte destinato invece ai loro capretti. Nemmeno quando grida perché le fanno male sua madre si preoccupa di andarla a cercare. La povera Pastis segue me o il cane, ma comunque non resta mai indietro e, quando lo ritiene opportuno, sua madre la allatta senza farle mancare il cibo.

Per me il bello di avere le capre è anche poter godere di tutto questo. Emozioni, soddisfazioni, piacere personale, istanti di gioia e divertimento. Che dire del momento in cui Joli coeur si è prestata a fare la zia (lei quest’anno non ha partorito) ed ha sopportato per alcuni minuti i giochi e le capriole di Etoile sulla sua schiena? Ogni tanto si girava e si grattava con un corno la schiena, come se vi fosse stato un insetto fastidioso e non una capretta vivace.

Anche i capretti mostrano già i segni del loro carattere. Il maschio, Biscuit, mangia, dorme e ogni tanto gioca. Qui lui e Pastis stanno simulando una battaglia, a dimostrazione di come questo comportamento sia innato. Pastis sembra voler diventare una capra battagliera, aveva tre giorni di vita e già tirava indietro le orecchie, drizzava il pelo sulla schiena e affrontava il mio pugno come se si fosse trattato di un’avversaria. Meglio che non prenda troppo questo vizio con chi non è un suo simile, o potrebbe farmi passare dei guai dolorosi, quando sarà cresciuta!

Etoile ha l’argento vivo addosso. E’ la più dispettosa, giocherellona, salterina. Ogni rilievo è suo: un bidone, un tronco tagliato, un mucchio di terra, salta e corre fin quando non è stanca e allora si cerca un posto comodo e riparato dove dormire, con gran disperazione della mamma, come già detto. Con quel musetto non può non suscitare simpatia e pare aver capito di essere in un certo senso la preferita.

E così perché non approfittarne? Se io mi siedo a leggere mentre sono al pascolo, ecco che arriva di corsa e mi salta in braccio. Prima mi sale sulle spalle, mordicchia i capelli, annusa le orecchie, poi alla fine si accomoda in grembo e dormirebbe pure, non ci fosse la madre a belare e darle colpetti con il muso. Certo, le sto viziando, ma il bello è anche questo. Non terrei le capre, se non potessi passarci del tempo insieme in questo modo. Solo averle in stalla, andare mattino e sera a dar da mangiare in modo “meccanico” non fa per me. Le ho per godermele! Le capre sono animali che si prestano ad essere viziate e sono loro stesse a cercare il contatto con l’uomo. Meglio capre viziate e un po’ noiose, ma che si possono prendere in qualsiasi momento, per medicarle o per mungere, piuttosto che capre a cui non puoi nemmeno andar vicino in mezzo al gregge.

Ciascuno però resta al suo posto: non sono le grattatine ad un capretto a sovvertire l’ordine delle cose. Sono animali, dormono in stalla, mangiano fieno ed erba, vivono una vita da capre, mai mi porterei un capretto in casa (a meno di gravi problemi di tipo sanitario ed esigenze particolari). Sono capre e mi piace godermele come capre! Anche se non allevo capre come attività principale, so che verrà il momento in cui dovrò vendere degli esemplari: il maschio innanzitutto, spero di trovargli un posto come riproduttore in autunno, dopo la stagione d’alpeggio, altrimenti bisognerà castrarlo e poi macellarlo. Niente di sconvolgente, semplicemente uno degli aspetti dell’allevamento. Se non lo accettiamo, non dovremmo nemmeno iniziare ad allevare certi animali.

I miei genitori mi hanno trasmesso questa passione

Le bozze del libro sono sul tavolo dell’editore, o meglio, sono nel suo computer. Adesso mi dedico alla scelta delle foto, lavoro non da poco, visto l’immenso archivio che ho! Spero di potervi dare presto notizie rassicuranti sulla pubblicazione. Intanto, continuo a pubblicare le storie che ho ricevuto dal web. Nel caso di Davide, a dire il vero lo conosco anche personalmente, lui e la sua famiglia, avendoli incontrati più volte in occasione di rassegne e battaglie delle capre.

(foto D.Cattelino)

(foto D.Cattelino)

Abito nelle Valli di Lanzo, ho 20 capre e 20 pecore. Ho delle Valdostane (che porto alle battaglie delle capre), poi Fiurinà e Sanen, perché mi piacciono entrambe le razze. La mia prima capra è stata una capra Tibetana regalata da mio padre e mia madre (che anche loro insieme a mio fratello condividono questa mia passione) e avevo 12 anni. Oltre alle capre ho anche le pecore e qualche animale da cortile. Ho scelto le capre perché ho seguito le orme dei miei genitori che mi hanno trasmesso questa passione.

(foto D.Cattelino)

(foto D.Cattelino)

Della capra mi piace tutto, a parte quando scappano e mi fanno correre su per le montagne. La cosa più bella è stare al pascolo immerso nella natura. Le capre secondo me sono una gran risorsa perché mantengono il territorio pulito e in ordine. E’ un animale intelligente, furbo, affettuoso. I momenti più difficili incontrati in questi anni sono stati quando ho avuto una predazione da parte del lupo. Mi occupo io delle capre e, quando ce n’è bisogno, c’è anche la mia famiglia ad aiutarmi. Quando mi reco al lavoro e loro sono al pascolo le metto dentro al filar (le reti), quando invece sono a casa le pascolo in diverse zone sorvegliate da me e da Leda (il cane).

(foto D.Cattelino)

(foto D.Cattelino)

In questa immagine del 2015, a cui Davide tiene particolarmente, si vede tutta la famiglia alla premiazione della sua capra che, ad Usseglio, aveva conquistato il titolo di Regina. “Le mie giornate con le capre sono molto più piene ma molto più gratificanti. Se qualcuno mi dice che vuole inizare a tenere capre, gli rispondo che è una buona idea, però ci vuole molto impegno. Qui in valle ci sono diversi allevatori di capre, siamo in buoni rapporti, si organizzano le rassegne e le battaglie. Ogni capra ha un nome accuratamente scelto in base alla razza, al colore, alla simpatia e alla bellezza.

Cosa ne pensate delle piste?

Il post di oggi nasce sotto lo stimolo delle riflessioni di alcuni amici che, casualmente e senza conoscersi tra di loro, mi hanno scritto chiedendomi sia il mio punto di vista sia, più ampiamente, quello delle persone che, come loro, seguono questo blog (allevatori, appassionati di montagna, curiosi). L’argomento è quello delle piste agro-silvo-pastorali, in particolare quelle che raggiungono gli alpeggi. Forse ne ho già parlato in passato, ma riprendo volentieri la questione e vi sottoporrò anche un sondaggio.

(Val di Susa)

Avendo io frequentato la montagna sotto diversi aspetti (come semplice turista/escursionista/ciclista, ma avendo anche vissuto la vita d’alpeggio), proverò a dirvi cosa ne penso. In linea di massima sono favorevole alle piste che raggiungono gli alpeggi. Però… c’è una serie di considerazioni da fare, perché il discorso non può essere semplicemente liquidato con un sì o un no.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Prima di continuare con il mio punto di vista, vi inviterei a leggere, sul blog dei Camoscibianchi, la posizione di Werner Bätzing, un’analisi approfondita sulla situazione nelle Valli di Lanzo. “Per una gestione moderna e durevole delle Valli di Lanzo è necessario e irrinunciabile che frazioni, alpeggi e boschi siano raggiungibili con autoveicoli e piste, ma ciò non significa che, per questo motivo, ogni nuova pista agrosilvopastorale debba per forza essere costruita.” Condivido questo punto di vista, perché è inutile realizzare opere faraoniche, spesso anche mal fatte, laddove non ve ne sia la necessità o dove queste piste servono solo per “depredare” il territorio, senza portare alcun beneficio.

(Bassa Engadina)

(Bassa Engadina)

Non è detto che la pista debba per forza deturpare l’ambiente. Ovviamente, nel momento della sua realizzazione questa sarà una “ferita” nel paesaggio, ma occorre distinguere tra lavori ben fatti e scempi che permangono anche a distanza di anni. Il lavoro deve prevedere non soltanto la tracciatura del percorso, ma anche la manutenzione e la rinaturalizzazione del territorio circostante, con apposite opere.

(Madonna di Campiglio)

(Madonna di Campiglio)

Inutile tracciare delle “autostrade”: una pista che sale ad un alpeggio non sarà una strada trafficata. Anzi, a mio parere queste opere devono essere chiuse ai non aventi diritto (come peraltro già accade nella maggior parte dei casi). La pista serve a chi deve recarsi in alpeggio per lavoro, per portare o andare a prendere materiali, ecc. Verrà utilizzata anche dagli escursionisti a piedi e da chi pratica la mountain-bike. Nella documento che vi ho indicato prima, si parla della perdita/distruzione degli antichi percorsi preesistenti nel momento in cui vengono realizzate le piste.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

E’ vero, questo talvolta accade, anche perchè è inevitabile intersecare sentieri e mulattiere, però altre volte le antiche e le nuove vie hanno esigenze diverse di raggio e di pendenza, quindi si possono mantenere anche gli antichi percorsi. Sta poi al pubblico degli escursionisti scegliere quale seguire. Mi è già successo di vedere che, nel momento in cui c’è la pista, il sentiero viene quasi totalmente abbandonato, anche qualora sia stato mantenuto intatto.

(Engadina)

(Engadina)

Le piste “si vedono da lontano”. E’ vero, anche se ben fatte, specialmente nel primi anni, il loro tracciato può essere individuato anche a distanza. Lo ripeto, bisogna farle bene, senza che siano degli squarci nella montagna. Poi anche una strada asfaltata può divenire parte del paesaggio alpino. Non mi dite che non siete mai saliti in auto ad uno dei tanti passi alpini che ci permettono di passare in Francia, o non sognate guardando in TV i tornanti su cui si inerpicano i ciclisti durante il Giro d’Italia o il Tour de France.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Certo, potreste anche dire che quelle strade ormai ci sono e non occorre aprirne altre. Che i valloni “incontaminati” devono restare tali. Vero? Falso? Pensate all’ambiente o pensate a voi stessi quando fate un’affermazione di questo tipo? Salite sempre a piedi in montagna, o dove c’è una strada percorribile la utilizzate per avvicinarvi il più possibile alla partenza per la vostra meta?

(Valli di Lanzo)

(Valli di Lanzo)

Riporto ora la testimonianza di una delle persone che mi hanno stimolato queste riflessioni. Così scrive Gianni: “Avendo io vissuto l’infanzia in una frazione di montagna dove portavo gli zoccoli, per andare all’asilo ed a scuola mi facevo più di mezz’ora di mulattiera ripida, per lavarmi la faccia dovevo andare a prendere l’acqua alla fontana con i secchielli agganciati sul bastone a spalla, con la gerla portavo legna, erba, fieno e letame, sapevo mungere la mucca e le pecore ed ero molto in difficoltà con i miei compagni che giù in paese già andavano tranquillamente in bicicletta, mentre io sempre a piedi e quando finalmente dopo tante traversie anche alla mia frazione è giunta una pista, la nostra vita è decisamente cambiata in meglio. La pista era stata fatta bene e con i dovuti criteri poiché se non era così i montanari (cervello fino) non avrebbero mai accettato lavori improvvisati.
Trovo pertanto poco democratico il no assoluto ed intransigente contro le iniziative di miglioramento, avanzato da chi vorrebbe quelle zone destinate solo ed esclusivamente alla contemplazione ambientale, quale sfogo saltuario di evasione dalla città.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Sì alle piste fatte bene, piste fatte seguendo criteri ben precisi, piste utili, piste realizzate e utilizzate con buon senso. Potreste anche obiettare che le priorità sono altre, che vi sono migliaia di persone che abitano in luoghi dove la viabilità è danneggiata, strade a rischio di frane, strade crivellate dalle buche, che vengono percorse quotidianamente, mentre una pista per un alpeggio serve al massimo un paio di famiglie per pochi mesi all’anno. E’ vero, ma secondo me entrambe le cose sono necessarie, una non deve annullare l’altra. Prima di chiedervi il vostro punto di vista con un sondaggio, voglio ancora farvi riflettere su alcuni aspetti della vita d’alpeggio.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Non possiamo pretendere che nelle “terre alte”, molto alte in questo caso, si debba per forza continuare a vivere come uno o due secoli fa. Il mondo è cambiato, chi siamo noi per decidere che qualcuno invece debba rimanere indietro perché a noi non piacciono le piste? E poi comunque sono cambiate anche le esigenze e le modalità lavorative anche di chi pratica questo antico mestiere.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Non si può più scendere con il mulo, le tome e il burro nelle gerle come un tempo, l’asl avrebbe qualcosa da ridire in proposito! Asini e muli si usano ancora dove la strada non c’è per il giorno della transumanza, ma capirete anche voi che non possono sostituire completamente il bagagliaio di un fuoristrada. Poi oggigiorno anche il margaro o il pastore in alpeggio devono poter scendere in giornata, vuoi per motivi burocratici, vuoi per altre incombenze che cento anni fa non esistevano.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Può essere pittoresca una scena del genere, ma i diretti interessati ne farebbero anche a meno, se possibile. Pensate poi se quella transumanza avesse dovuto aver luogo in un giorno di maltempo! Le cose da portare in alpeggio e da riportare a valle a fine stagione sono molte, legate al mestiere e alla vita quotidiana dell’allevatore e della sua famiglia.

(Val Chiusella)

(Val Chiusella)

Già, la famiglia… Un tempo si saliva ad inizio stagione e si scendeva in autunno, uomini e bestie, tutti insieme. Oggi ci sono allevatori con mogli che fanno un altro mestiere e che raggiungono i mariti solo nel fine settimana. Salgono portando viveri freschi, vestiti puliti, le auto stipate di tutto quel che serve. Se non si può fare diversamente, ci si adatta e ci si sacrifica, ma ben venga la possibilità di fare una vita un leggermente migliore. Se si hanno dei figli giovani, magari hanno anche voglia di scendere una sera e incontrare gli amici, una volta terminati i lavori. Non pensiate che chi fa l’allevatore sia solo un sognatore filosofo votato alla solitudine, che tragga soddisfazioni sufficienti dallo stare con gli animali e dagli splendidi scenari che l’alpeggio offre!

(Val Chiusella)

(Val Chiusella)

Le piste servono a portare le attrezzature di cui non si può fare a meno: fili, picchetti e batterie, reti per le pecore, sale, cibo per i cani. Una volta come si faceva? Una volta c’erano meno animali, più gente e si lavorava diversamente. Provate a pensare che, al posto del filo e dei picchetti, c’erano anche bambini piccoli che andavano da soli al pascolo degli animali con un tozzo di pane duro in tasca o una fetta di polenta da far durare fino a sera.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Ci saranno alpeggi dove probabilmente mai verrà costruita una strada: perchè utilizzati per poche settimane all’anno, perchè lassù non si munge e caseifica, perchè tanto non c’è una famiglia, ma solo un operaio che sorveglia gli animali. Certi alpeggi verranno abbandonati, perchè non c’è la strada. E’ già successo: nei valloni più impervi, alle quote maggiori, vi sarà capitato di vedere alpeggi crollati e pascoli non più utilizzati.

(Valle Stura)

(Valle Stura)

Oppure, mancando una pista, quelle montagne verranno caricate con animali in asciutta, manze, vacche con vitelli lasciati incustoditi o soggetti a sorveglianza saltuaria da parte dell’allevatore o di un suo incaricato. Certamente, se viene realizzata una pista di servizio per l’alpeggio e se questo è comunale, il Comune può mettere nei regolamenti clausole ben precise, per esempio riguardo la manutenzione dei pascoli, il loro utilizzo, l’attività di caseificazione e così via. Insomma, richiedere che la montagna venga gestita opportunamente, sia una risorsa di cui può beneficiare anche il turista.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Ci saranno irriducibili che continueranno ad alpeggiare anche laddove non ci sono le strade, specialmente con greggi, come si è sempre fatto. Non che loro non abbiano esigenze, ma si sacrificheranno. Magari c’è anche qualche allevatore che preferisce così, quindi in quel caso il problema non si pone  e saranno tutti contenti, gli ambientalisti, i turisti, i pastori. Ma quanti ne conosciamo, di questi casi?

Ecco infine il sondaggio, potete dare risposte multiple. E’ solo un modo per capire come la pensate, poi ovviamente potete commentare sotto l’articolo per esprimere in maniera più approfondita le vostre opinioni.

Ci va passione e pazienza, soprattutto nei momenti duri

Cristina e Ivo li conosco di persona, ero stata da loro quando stavo realizzando il libro sui giovani allevatori “Di questo lavoro mi piace tutto”, ma lei mi ha mandato un contributo anche per quanto riguarda l’allevamento delle capre nella loro azienda. Lascio a loro la parola.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Viviamo a Sparone in provincia di Torino, abbiamo un allevamento di capre da latte, in totale sono 22 più nove capretti. Sono per lo più meticce, poi ci sono alcune saanen, alcune camosciate e fiurinà.
Ho scelto gli incroci perché sono più resistenti e si adattano di più al pascolo soprattutto in media/alta montagna.
Incrociando con le saanen si riesce ad ottenere un ottimo risultato sulla produzione di latte, ma allo stesso tempo hai degli animali più rustici che si adattano meglio al territorio.
La mia prima capra si chiamava Nicoletta e l’aveva comprata mio padre quando ero un bambino, purtroppo poi una mucca l’ha schiacciata.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Ho un allevamento di mucche per lo più valdostane e alcuni incroci da latte. Ho scelto di integrare la mia azienda con le capre un po’ per passione, un po’ perché il formaggio caprino era ricercato.
La capra è un animale socievole, molto gestibile, con il pregio che mangia in zone dove le mucche non si fermerebbero, ripuliscono il sottobosco e tutti i rovi e le piante che crescono intorno ai pascoli.
Non mi piace la loro testardaggine e il fatto che rosicchiano ogni cosa.
Sono degli animali molto tranquilli, socievoli e si affezionano molto a chi li accudisce.
Momenti difficili purtroppo ce ne sono sempre. Circa un anno fa ho dovuto dimezzare il numero da 40 a venti capi: alcune erano vecchie e i parti sono andati male o partorivano prima del tempo previsto o i capretti morivano. È stato un anno bruttissimo perché vedi i tuoi sforzi e il tuo lavoro andare in fumo, anche i veterinari non sapevano cosa dire, probabilmente era stato portato dal brutto tempo che c’era stato in estate (forti piogge e estate fredda).

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Una scena che tutti dicono divertente (ma per me non lo è stato) risale a parecchi anni fa, una sera d’estate mi metto a mungere nel cortile all’aperto le capre, ad un certo punto il becco si è messo ad inseguirmi, probabilmente avevo toccato una capra in calore e a lui non era piaciuto, alla fine ho dovuto mungerla il mattino seguente.
Un altro aneddoto molto carino è vedere quando le mie due bimbe vogliono mungere, partono con il secchio in una mano e lo sgabello dall’altra, tutte decise, si avvicinano alle capre finché non riescono a fermarne una, poi si mettono lì e provano a mungere.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Mungo per la maggior parte dell’anno di solito da marzo fino ad inizio novembre. Lavoro il latte e produco delle forme di caprino, faccio anche del misto (50% capra, 50% vacca), sto anche provando a fare la ricotta di capra.
Per ora il formaggio lo vendiamo direttamente noi sui mercati, soprattutto nel circuito di Campagna Amica. I nostri prodotti saranno cari, ma non carissimi, bisogna pensare che sono produzioni di nicchia, fatti in modo artigianale, che purtroppo stanno scomparendo, non abbiamo più un mercato che tuteli i nostri prodotti e abbiamo purtroppo dei costi da sostenere. Se non c’è richiesta il prodotto si accumula, non avendo abbastanza spazio sei obbligato a svenderlo.
Sono dell’idea che il nostro paese sarebbe in grado di coprire tutte le richieste di latte, carne e formaggio, perché l’allevamento è sempre stato presente nella nostra tradizione fin dai tempi più antichi, importando dall’estero stiamo facendo morire la nostra terra, le nostre razze e le nostre tradizioni.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Il mondo dell’allevamento è cambiato profondamente, una volta si allevava per avere del cibo in tavola, ora esistono i piccoli appassionati che tengono le bestie per pura passione o bellezza, e aziende discretamente grandi che vanno dai trenta a più di 100 capi. Ora come ora se si vuole campare con l’allevamento bisogna produrre in quantità per poi vendere i tuoi prodotti e riuscire a ricavare i soldi per vivere. Invece una volta tutte le famiglie avevano due o tre capre o mucche con alcuni piccoli appezzamenti di terreno e in tutti i cortili non mancavano galline e conigli. Tutto questo permetteva alle famiglie di sfamarsi, ora non è più così. Ci sono meno aziende, ma con grandi dimensioni che producono per sé e per gli altri. Di sicuro l’allevamento non è più visto come fonte di cibo primario, ora tutti puntano a lavori d’ufficio o simili, dove a fine mese si prende lo stipendio, se fai l’allevatore non hai sempre la certezza di avere la solita resa tutti i mesi, ci sono imprevisti di vario genere e di sicuro non è un lavoro semplice perché ci devi essere 24 ore su 24, no ferie, no mutua, no festività. Diciamo che è un lavoro duro che molte persone non hanno idea di cosa voglia dire fare sacrifici e spaccarsi la schiena per tirare avanti. Ovviamente ci va passione e pazienza soprattutto nei momenti duri.
In più secondo me il mondo dell’allevamento non è sufficientemente valorizzato e purtroppo in molte occasioni viene pubblicizzato in maniera negativa. Non siamo tutti allevamenti intensivi dove le bestie vengono trattate come numeri e disprezzate, per noi non è così, hanno un nome, un carattere diverso e si cerca di aiutarle e rispettarle il più possibile. Una cosa sbagliata di cui si parla molto in questi tempi e che amareggia tutti è l’arrivo di latte e derivati dall’estero e quello che fa male è capire che alla gente non importa mangiare bene, mangiano qualsiasi porcheria senza guardare la qualità e la provenienza dei prodotti, basta che costino poco.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

In azienda non sono da solo, mi aiuta la mia compagna Cristina Boggiatto, che da due anni si occupa a tempo pieno delle capre, poi mia madre e mia sorella si occupano dei mercati, e mio padre che mi aiuta con le mucche e in estate a fare il fieno. Io mi occupo per lo più delle vacche e nel periodo estivo, se non sono in alpeggio, do una mano a mio padre con il fieno.
Pascolo all’aperto da marzo a novembre, alcune volte anche parte di dicembre se il tempo permette.
Con le capre al pascolo sta soprattutto Cristina e sovente insieme ci son anche le nostre bimbe Gabriella (6 anni) e Elisa (3 anni). Di solito le capre pascolano 3-4 ore al giorno, mentre in alpeggio sono libere di pascolare tutto il giorno, tranne la sera che le chiudiamo nei recinti.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Avevo già un’azienda, quindi con le capre è solo aumentato un po’ il lavoro. Con i tempi che corrono non c’è niente di facile, la capra è un animale che si adatta molto al territorio, quando hai un po’ di pascoli e di bosco dove possono mangiare, sei quasi a posto, certo non puoi abbandonarle a sé stesse. Bisogna rifornirsi di fieno di secondo taglio per l’inverno, mettere in conto spese veterinarie, ma soprattutto bisogna avere passione e pazienza. Per noi le capre sul nostro territorio sono una risorsa perché ripuliscono i pascoli e tutti gli appezzamenti semi-abbandonati sulle rive dell’Orco che scorre proprio vicino a noi. Possono essere un problema se ci sono piante da frutta, perché ovviamente bisogna cercare di non fargli causare danni agli alberi. Non bisogna mai lasciarle incustodite, possono scappare in giardini o negli appezzamenti di terreno non nostro, tutto sta al nostro controllo diretto, bisogna sempre starci dietro.

Allevare capre non è un gioco

Voi state aspettando il libro sulle capre, io sto aspettando che le mie capre partoriscano… Intanto rileggo per l’ultima volta le bozze, poi potrò dire all’editore che sono a buon punto e passerò alla scelta delle foto. Operazione non semplice, visto il numero di immagini nel mio archivio, ma meno impegnativa dello scrivere i capitoli. Deve ancora venirmi l’ispirazione per il titolo…

(foto M.Vigo)

(foto M.Vigo)

Intanto ecco un’altra delle appassionate che mi hanno inviato la loro storia, affinché la utilizzassi nel libro.

Mi chiamo Marta, ho 20 anni, abito nel comune di Ceranesi sulle alture di Genova. Ho un’azienda agricola di nome “Pilan” con una ventina di capre da latte e 3 mucche, sempre da latte. La mia prima capra si chiamava Isotta (Isi) un regalo per me e mio fratello da parte di mio padre. Ho anche altri animali (cavallo, pecore, asini, oche, galline, cani) per la fattoria didattica.

(foto M.Vigo)

(foto M.Vigo)

Ho scelto le capre perché sono animali molto intelligenti, simpatici ed affettuosi, specialmente le mie che sono cresciute a biberon di latte in polvere. Della capra mi affascina molto la sua furbizia.  Mungo e caseifico. Ho imparato a fare il formaggio ad Imperia nell’Azienda agricola Barbara Saltarini. La proprietaria, molto gentile, tramite uno stage mi ha trasmesso tutte le nozioni necessarie per fare tomini, stracchino, primo sale, ricotta, formaggette fresche o stagionate. Per adesso non vendo i miei formaggi, ma sto cercando di aprire un piccolo caseificio vicino alla mia stalla. L’azienda è mia e di mio fratello Marco (18 anni) . I miei genitori ci danno una GRANDE mano. Allevare capre non è un gioco. Sono molto impegnative, ma tenute nella maniera giusta ricambiano il lavoro a loro dedicato.

(foto M.Vigo)

(foto M.Vigo)

Pascolo all’aperto circa due ore al giorno. Alle capre fa piacere uscire dalla stalla e divorare tutti i germogli. Ed io le accompagno, insieme alla mia cucciola di border collie che per ora fa solo disastri! L’aspetto più piacevole è andare a pascolare nel bosco dove l’unico rumore sono i campanacci delle capre. Secondo me molti allevatori di capre sono donne perché la capra è un animale molto più gestibile rispetto ad una mucca per una donna!Mi rendo conto che la mia vita è cambiata quando (raramente) devo andare via di casa per qualche giorno e la prima domanda che faccio quando sento i miei è “le capre come stanno?

Si sta perdendo il buon contadino che fa i buoni prodotti

Ancora a Roccaverano. Dopo aver pranzato (ed assaggiato anche una robiola), quel giorno mi sono spostata in una seconda azienda, la Cooperativa La Masca, dove ho incontrato Beatrice, Fabrizio e Marco. Sarà Fabrizio a curare le pubbliche relazioni e raccontarmi un po’ la loro storia.

Salgo e scendo sulle colline per raggiungere La Masca. “Abbiamo iniziato nel 2001, con le produzioni nel 2002. Non dovevamo “cambiare vita”, perché eravamo ventenni che dovevano iniziare. All’inizio eravamo in quattro, una ragazza però si è tolta. Il nostro nasce come progetto di agricoltura collettiva sostenibile in territori che si prestassero a queste attività. Poi abbiamo iniziato a ragionare sull’allevamento e abbiamo scelto le capre. Mio papà era originario di Roccaverano, io sto a Monastero Bormida. C’era il prodotto da valorizzare, in quegli anni si tornava a parlare di prodotto artigianale, la Robiola di Roccaverano è uno dei primi Presidi SlowFood.
La cooperativa è un’attività collettiva di agricoltura sostenibile legata al territorio. Marco educa asini per la trazione animale, poi abbiamo messo alberi da frutta. Io faccio parte dell’ARI, Associazione Rurale Italiana. L’obiettivo è lavorare sul territorio, per il territorio e avere prodotti legati alla sostenibilità. Lo stipendio è magrissimo, questo è un problema. I costi sono sempre più elevati, abbiamo fatto investimenti, ma soprattutto i costi burocratici e amministrativi sono un peso.

Fino al 1996 per la Robiola non c’era un disciplinare stretto come oggi. Quando siamo partiti, erano 25-30 che facevano la DOP, ma all’epoca era diverso, i bollini te li regalava la Comunità Montana. Come consorzio abbiamo poi deciso di rifare il disciplinare. Abbiamo lasciato che potesse essere un formaggio a latte misto, perché tradizionalmente nelle aziende si faceva con latte di capra, pecora e anche vacca. Abbiamo differenziato il “pura capra” e il “misto” (dove però deve esserci almeno il 50% di capra). Abbiamo scritto che le razze possono essere camosciate e roccaverano. Avessimo messo solo la Roccaverano, facevamo la fine del Murazzano, che per essere stati rigidi sulla pecora delle Langhe, adesso rischia di scomparire come formaggio.

Oltre al pascolo diamo granaglie, un mix che ci facciamo noi, granaglie intere OGM free. Il disciplinare del Roccaverano è ogm free. Il fieno lo prendiamo da un allevatore di pecore qui vicino.
Siamo partiti da 20 caprette, abbiamo allevato, abbiamo comprato da un’azienda che smetteva. I becchi li cambiamo dopo 3 anni. Non destagionalizziamo e lasciamo il capretto sotto la madre, facciamo monta naturale e non fecondazione artificiale.

Ci alterniamo nei lavori, tutti sanno fare tutto, anche se poi ciascuno ha il suo compito principale: Beatrice è segretaria d’azienda, quindi la contabilità la segue soprattutto lei, ma si occupa anche del caseificio. Marco si occupa molto della stalla, io delle vendite e dei rapporti con le amministrazioni. Al pascolo ci alterniamo, andiamo tutti. Andiamo fin quando si può, da Pasqua a novembre in maniera continuativa, poi come adesso che non c’è neve le facciamo comunque uscire un po’. C’è stata tanta siccità… poi piantano noccioli ovunque e diventa difficile trovare dove pascolare.

A me piace occuparmi di politiche agricole, perché si sta avendo una “desertificazione contadina”: aumentano le grandi produzioni, ma si perde il buon contadino che fa i buoni prodotti. Va bene il “custode del paesaggio”, ma non voglio essere stipendiato per fare il giardiniere. Io devo produrre un prodotto che mi venga pagato al suo giusto prezzo, poi con quello ti garantisco di gestire il paesaggio grazie al mio lavoro e ai miei animali. Portiamo noi i formaggi ai negozi. Il problema è soprattutto la carne. Il capretto è una carne buona, magra, saporita. Cerchiamo di valorizzare il progetto Capretto della Langa Astigiana, allevato a latte materno. Questa è la garanzia di qualità e anche del benessere dell’animale.
Siamo clienti di un macello, andiamo là, ci macella l’animale e poi noi possiamo tagliare la carne e preparare i pacchi, il privato così viene e si prende la carne, oppure il ristorante.  Adesso sono 3 anni che portiamo capre e qualche caprettone a far trasformare al salumificio di Moretta. Si ottengono prodotti ottimi, è una carne poco conosciuta. Li piazziamo con i gruppi di acquisto, perché se la gente non li assaggia prima, sono prodotti difficili da collocare.

Qui le capre venivano… “mandate a spasso”

C’era ancora almeno un luogo che non potevo non andare a visitare, parlando di capre. Così la scorsa settimana ho preso la strada per Roccaverano, un paese della Langa Astigiana.

Quando costeggiavo il fiume Bormida ho visto le tracce, ancora ben evidenti, dell’alluvione di fine novembre. Tanta pioggia in quei giorni, poi una lunga siccità. Si vedeva ancora un po’ di neve sulle colline, verso le quali stavo per dirigermi, ma era comunque meno di quanto la stagione avrebbe richiesto.

Non è stato semplicissimo orientarmi tra quelle colline, ma alla fine eccomi guardare Roccaverano dall’alto, grazie ad un amico che si è trasferito qui proprio per allevare capre e che mi ha accompagnata in cima alla torre. Purtroppo non è una giornata delle più limpide, quindi non vediamo le Alpi.

Le colline hanno la loro veste invernale, con ancora un po’ di neve. Non c’è quasi nessuno in giro e anche molte delle case sono disabitate, parecchie cascine sono abbandonate. Verrebbe da dire che è proprio un posto da capre! Ma qual è la realtà da queste parti? Visiterò due allevamenti: le due stalle dei soci Enrico e Simone, poi nel pomeriggio invece mi sposterò a vedere una realtà molto diversa.

Enrico mi fa visitare l’azienda, ma mi dice che l’intervista la farò al suo socio. Lui è una “vecchia conoscenza”, anche se l’avevo incontrato molto lontano di qui, nella sua Val d’Aosta, in transumanza verso l’alpeggio. Poi nuovamente in montagna la scorsa estate. Il suo cuore è là, sui monti… ma la sua passione è comunque con le capre. Una passione che esiste fin da quando era bambino, ma che si è concretizzata solo quando ha letteralmente cambiato vita ed è passato dall’albergo di famiglia a questa stalla sulle colline.

Le capre in stalla, il ritmo quotidiano, la mungitura, l’alimentazione degli animali, la pulizia della stalla, poi qualche altro animale di contorno a completare la sua passione. Ma quello con cui devo parlare per saperne di più di Roccaverano e della tradizione caprina è Simone, il suo socio, con il quale porta avanti l’attività. Due stalle abbastanza vicine, collaborazione reciproca. Così ci spostiamo un po’ più giù sulla collina, per raggiungere la stalla della stazione sperimentale caprina, creata dalla Comunità Montana.

Questa stalla è nata come centro per ripopolamento delle capre. Voleva essere un’azienda pilota. Il Centro Sperimentale di selezione caprina “G. Bertonasco” ha come obiettivo l’allevamento di capi di alta genealogia, esenti da malattie quali l’Artrite Encefalite Caprina (CAEV) e con standard produttivi elevati. Il caseificio invece era nato come cooperativa per rilanciare la Robiola di Roccaverano. Noi adesso per il latte abbiamo tre clienti principali, il Caseificio, il caseificio di Vesime (che è di Eataly) e un altro. Il latte si vende bene, ce lo pagano un euro al litro.

Qui una volta le capre venivano “mandate a scò”, mandate a spasso. Erano le donne e i bambini che le curavano, l’allevamento della capra non era l’attività principale. Le cascine avevano varie attività e le capre dovevano mangiare dove non si poteva usare la terra in altro modo. I “pascoli” non ci sono mai stati. C’era chi faceva la “bergeria”, chi aveva il maschio. Quando era il periodo, gli altri portavano lì le loro capre per la monta. La “robiola del bec” si faceva con il latte di queste capre che venivano munte nel periodo che erano in calore. Aveva un sapore particolare, più forte.
Una volta tutti avevano capre, adesso siamo meno, ma ciascuno con più animali. C‘era più gente ed erano più attivi i mercati dei paesi, quindi si andava a vendere il formaggio. Il più diffuso era misto capra, pecora e vacca perché c’erano tutti i tipi di animale in ogni casa.

Simone è stato chiamato per dirigere questa stalla/stazione sperimentale quand’è stata creata. “Questa azienda nasce nel 2002, mi hanno cercato per gestirla. Io sono un perito elettrotecnico e mia moglie un architetto. Avevamo già un’azienda in un paese vicino, avevo vigneto e capre, avevo iniziato nel 1995. Vengono spesso persone a visitarci perché vogliono allevare capre, io distruggo i loro sogni, non bisogna essere troppo romantici. Per fare davvero un’attività bisogna sedersi prima e fare due conti. Un conto è farlo per passione, che se va male non importa, ma se lo fai per vivere deve rendere! È un’attività che si sostiene e così deve essere. I piccoli produttori si rivolgono più al mercato locale. I grossi vanno sulla grande distribuzione dove devi assicurare il prodotto ed essere sempre presente.

Gli aiuti sono partiti

E’ passata una settimana da quando ho rilanciato l’iniziativa nata spontaneamente da alcuni amici allevatori e simpatizzanti per aiutare le zone colpite dal terremoto e dalle eccezionali nevicate nelle regioni dell’Italia centrale. Come promesso, vi documento lo svolgersi dell’iniziativa. Ieri sera mi sono state inviate queste foto e questo testo.

Con sommo piacere e tanta emozione possiamo comunicare a tutti che: oggi a distanza di una settimana dall’inizio dell’iniziativa spontanea siamo riusciti a completare il primo carico di mangime presso il mangimificio Mottura di Ferrere d’Asti destinato agli allevatori delle zone terremotate! In queste ore Lorenzo Vaccari è alla guida del camion della protezione civile dipartimento Verbano-cusio-ossola e scaricherà presso ARA REGIONE UMBRIA CORCIANO (PG) e da lì verrà smistato alle Az. agricole. Presto seguiranno ulteriori aggiornamenti. Ricordiamo a tutti quelli che volessero contribuire che la sottoscrizione è attiva all’IBAN IT52G0608547420000000001173 INTESTATO A MANGIMI MOTTURA FERRERE D’ASTI, CAUSALE UN GRANDE CUORE A 4 ZAMPE. Per chi volesse ulteriori informazioni può contattare Gaetano Caudera. Rammentiamo che stiamo organizzando il secondo viaggio ed abbiamo bisogno ancora del vostro aiuto! Quindi vi ringraziamo fin d’ora per la vostra generosità!! Gaetano Caudera, Marcella Mottura, Aldo Pastrone, Claudia Berton. Grazieeeee!!!!!

Un grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla raccolta fondi. L’emergenza non è finita, quindi chi volesse ancora contribuire, può farlo come indicato sopra. Sui social con grande piacere sto vedendo quante di queste iniziative spontanee si sono verificate un po’ ovunque: camion di fieno partono dalle singole aziende, dai Comuni, da gruppi di allevatori. Non lo si fa per essere eroi, ma perché si comprende e si condivide la disperazione, l’angoscia, lo sconforto di chi si è trovato in quelle condizioni. Ancora grazie a chi si è prestato a questa operazione e ai volontari della Protezione Civile.

Meglio le capre degli uomini che bisticciano in tribunale!

Le bozze del libro hanno preso forma, si sono arricchite di tutti i contributi, le notizie, le interviste. Anche se sarebbe molto bello poter ascoltare sempre nuove storie, pian piano mi devo avviare alla conclusione della mia opera, inserendo anche i contributi ricevuti on-line. Invito quindi tutti coloro che si erano fatti mandare il questionario ad inviarmelo via e-mail, altrimenti pubblicherò la vostra storia solo qui e non sul libro.

Oggi cedo la parola a Fabrizio da Vasia (IM). “Tengo le capre per passione ne ho solo una decina. Soprattutto i miei genitori si sono chiesti molte volte da dove avessi preso questa passione, visto che loro non l’hanno mai avuta. O meglio, mio padre ha sempre avuto una capra, mia madre da bambina aveva anche la mucca, ma certamente non per passione. In paese un tempo ogni famiglia aveva animali, ogni famiglia faceva il fieno e viveva nei campi. Ora tutto è abbandonato, solo io ho questo piccolo allevamento e “faccio notizia”!! Quando ero bambino andavo dall’unica signora che aveva le pecore. Possedeva anche due capre ed io ero affascinato da loro. Andavo ogni pomeriggio all’ora della mungitura e provavo… poi la signora mi dava un po’ di latte per la colazione. Alcuni anni dopo mia sorella ha sposato il figlio di quella signora e quindi sono diventato uno di loro. Ogni domenica, quando l’impegno della scuola prima e dell’università dopo me lo permetteva, andavo al pascolo con lei o a raccogliere foglie nel bosco per usare da lettiera. Abbiamo recuperato alcuni prati e comprato l’imballatore per farci il fieno. Con gli anni l’allevamento ha cambiato un po’ le sue caratteristiche. Le pecore le abbiamo date via, a me non piacevano un granché. Ho aumentato invece il numero delle capre, ora ne ho nove.
Mi piacciono molto gli erbivori in genere: il mio sogno sarebbe tenere una mucca ma credo sia troppo difficile da gestire, visto anche il fatto che ho una famiglia con tre bimbi e dunque a volte si va in vacanza… Le capre posso lasciarle a mia sorella ma la mucca proprio no.  Allevo anche i conigli, sempre per passione!

(foto F.Viani)

(foto F.Viani)

Una passione che porta a fare delle scelte. “Ho fatto l’università a Genova, giurisprudenza. Ho anche fatto la scuola specialistica per avvocati, compresi i due anni di praticantato… Poi ho abbandonato con gioia questa strada: meglio le capre degli uomini che bisticciano in tribunale! Lavoro in una amministrazione pubblica. Ho una piccola azienda olivicola e coltivo gli ulivi per amore, così come tengo le capre. Concimo le piante con il loro letame. Con mia moglie abbiamo anche aperto un piccolo agriturismo: mia suocera cucina, io servo ai tavoli. Insomma, non ci facciamo mancare nulla!!!  Per noi la capra è una risorsa: grazie a loro tengo puliti i prati che faticosamente ho sottratto all’abbandono, così come alcuni uliveti. Mungo il latte due volte al giorno e faccio il primo sale e la ricotta. Al mattino alle 5 vado in stalla e poi porto il latte fresco ai miei tre bimbi per la colazione. Amano il latte, ma non il formaggio, preferiscono quello di mucca. Ovviamente non vendo il formaggio, mi capita di regalarlo a qualche mio amico, quando mi rimane buono!

(foto F.Viani)

(foto F.Viani)

Mi ricordo un anno eccezionale per i parti: tre capre dieci capretti!!! Due capre hanno partorito tre capretti ciascuna, una ne ha fatto quattro!!! Tutti in splendida salute. Non è mai più successo!!! La cosa più originale per me è come una vecchia signora del piccolo paesino in cui abito possa aver influito così tanto sulla mia vita. Quando ero piccolo non vedevo l’ora di andare da lei in stalla, non mi interessava del pallone o degli altri bambini. Volevo andare dalle capre e basta. E poi la casualità a fatto si che questa signora sia entrata nella mia famiglia… questo è fantastico! Con lei ho condiviso un sacco di cose, è come una seconda mamma! Qui non ci sono altri allevatori di capre. Mi sono cercato alcuni contatti con altri appassionati. Grazie al tuo sito “Pascolo vagante” sono rimasto amico di Marta e Luca di Sambuco, andiamo spesso a trovarli e sono in contatto con loro! 

Grazie a Fabrizio per la sua testimonianza, mi aveva già scritto tempo fa per raccontarmi la sua passione, ben prima che iniziassi le ricerche per il libro. Aspetto le vostre ultime storie, devo chiudere le bozze al più presto per i tempi tecnici necessari alla pubblicazione…

Allevatori nelle zone terremotate

I fatti di questi ultimi mesi, settimane, giorni hanno profondamente toccato tutti. C’è un proliferare di iniziative di ogni tipo per cercare di essere d’aiuto. Ho scelto di dare una mano in questa, pubblicandola qui, perché nasce da persone che conosco. Semplicemente tutto nasce da amici allevatori che dicono: “Non possiamo aiutare in qualche modo i nostri colleghi?”. In questo momento gli animali, privi di stalle o con stalle precarie, con il fieno difficilmente raggiungibile a causa della neve, hanno soprattutto bisogno di essere ALIMENTATI. Ci sono grossi problemi sulle vie di comunicazione, è impensabile spostarli (per andare dove, poi?).

Abbiamo quindi deciso di far arrivare del mangime. Questa è l’iniziativa che stiamo condividendo sui social network.

Aiuto agli allevatori delle zone terremotate: UN GRANDE CUORE… A 4 ZAMPE, iniziativa nata spontaneamente in Piemonte: il mangimificio Mottura di Ferrere di Asti si è reso disponibile sia con una donazione, sia con un prezzo di favore 25€ al quintale (7,00 € al sacco)
Per partecipare alla raccolta di mangimi da inviare agli allevatori delle zone terremotate, fate un bonifico con la somma desiderata tramite il codice Iban IT52G0608547420000000001173 intestato a Mangimi Mottura Ferrere di Asti con causale “UN GRANDE CUORE… A 4 ZAMPE ”
Raggiunto il carico di 150 quintali la Protezione Civile effettuerà il trasporto in un centro di smistamento di prodotti per animali nelle zone terremotate. Dei volontari seguiranno il carico per garantire che la consegna vada a buon fin. Un grosso grazie a Gaetano Caudera che si è prodigato per organizzare l’iniziativa e fare da tramite. Grazie anche a Marcella Mottura per la sua generosità e disponibilità.
Superati i 150 quintali, si organizzeranno ulteriori viaggi. La situazione è grave e l’emergenza purtroppo non si risolverà in tempi brevi, ma non aspettate e donate SUBITO! GRAZIE A TUTTI

Altri allevatori si stanno muovendo per inviare del fieno. La solidarietà è tanta… Su Facebook vi terrò progressivamente informata sugli esiti, appena ne verrò a conoscenza.