Meglio di così non si poteva dire

Una lettrice di questo blog (grazie!!!!!!) mi aveva consigliato un libro. Non poteva farmi regalo più grande… perchè questo libro l’ho divorato, mi sono emozionata, ho vissuto le scene, le situazioni, i vari momenti che vengono raccontati. Così, per tutti gli appassionati di pastorizia, suggerisco un bel regalo di Natale. “La vita del pastore. Storia di un uomo e del suo cane, di un territorio e di un gregge” di James Rebanks, edizioni Mondadori. Anzi, fate una bella accoppiata, insieme alle mie “Storie di pascolo vagante”.

Vedete, anche le capre sono interessate a questo libro! Scherzi a parte, quando l’ho iniziato, non mi aspettavo proprio un libro così. Rebanks racconta la sua vita di ragazzo, di uomo, ma soprattutto di pastore. Un pastore molto particolare, un pastore speciale, che nasce nella realtà rurale del Lake District, ma poi va molto oltre il suo mondo, fino a Oxford all’università. Grazie alla lettura di molti, moltissimi libri (e dire che, da bambino, ha abbandonato la scuola appena possibile per lavorare in fattoria!), capisce meglio quanto è prezioso quello che ha intorno a sé, ma soprattutto impara ad esprimere nel migliore dei modi i suoi sentimenti per ciò che lo circonda. E così ecco un meraviglioso libro sulla pastorizia, con tanti spunti di riflessione, cruda realtà, splendidi panorami, passione per gli animali e per un mestiere che è una scelta di vita.

(foto J.Rebanks)

I panorami dobbiamo immaginarli, nel testo c’è solo un paio di foto in bianco e nero, ma poi io ho cercato su Facebook ed ho trovato il profilo di James, così ho preso in prestito un po’ di immagini. Mi è venuta anche voglia di andare da quelle parti, con un pizzico di paura nell’incontrare James e fotografarlo… potrei essere scambiata per una turista, come quella che aveva immortalato suo nonno mentre sistemava i muretti. “(…) il nonno si voltò dall’altra parte e si allontanò. “Andate al diavolo” mormorò sottovoce. Considerava i turisti che arrivavano a frotte nelle belle giornate di sole come delle scocciature, come delle formiche: venivano a rompere le scatole e avevano delle idee strane, ma bastava un po’ di cattivo tempo che sparivano di nuovo, lasciandoci continuare ciò che contava davvero. Il “tempo libero” per lui era un concetto strano, moderno e preoccupante; l’idea che una persona potesse salire su di una montagna solo per il gusto di farlo era poco più che una follia. (…) Non credo capisse che queste persone avevano un altro modo di intendere il “possesso” del Lake District. L’avrebbe trovato strano come entrare in un giardino della periferia di Londra e dire che era “un po’ anche suo” perchè gli piacevano i fiori.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Sono molte le considerazioni di James sul territorio, sul diverso modo di intenderlo, tra chi ci è nato e ci lavora da generazioni… e chi invece arriva da fuori e dice di volerlo tutelare. Ma chi lo tutela più di tutti è chi ci lavora: “E’ la voce che c’è nelle nostre teste a tenere in vita il Lake District, a riparare i muretti, a bonificare i campi e mantenere le pecore ben curate e nutrite. Molte di queste cose sfidano le leggi dell’economia. Alcuni nostri amici trascorrono anche cinquanta e più giorni all’anno a ricostruire i muretti delle loro fattorie, quando la soluzione moderna sarebbe di lasciarli cadere e rivendere le pietre. Lo fanno perchè va fatto.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Ma soprattutto ci sono le pecore: agnelli, agnelloni, montoni… Tutto il rito delle fiere, l’orgoglio di avere animali belli e invidiati. “L’autunno rappresenta il culmine di tutto ciò che fa di noi quelli che siamo. (…) In questo periodo la campagna dell’Inghilterra del Nord pullula letteralmente di centinaia di aste e fiere diverse.” “Saper riconoscere tra centinaia di esemplari disponibili quello più adatto al tuo gregge richiede un certo talento. E’ una cosa della massimo importanza. Il valore e la reputazione delle tue pecore possono aumentare o diminuire rapidamente in base a queste decisioni. Un buon gregge possiede uno stile e una natura particolari che riflettono centinaia di scelte fatte a monte, a volte nell’arco di diversi decenni o addirittura secoli.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono mai stata da quelle parti e non so come sia l’inverno… Ma Rebanks ce lo fa vivere con le sue parole, quando lo accompagniamo a cercare le pecore nei vari recinti. Non è pascolo vagante, ma sono razze nate e selezionate per vivere in questi ambienti, con questi climi. “Neve. I pastori temono e detestano la neve abbondante e le raffiche di vento. La neve uccide. Seppellisce le pecore. Ricopre l’erba e le rende ancora più dipendenti da noi per la loro sopravvivenza. Così non sopportiamo l’euforia degli altri. Palle di neve. Pupazzi di neve. Slitte. Ci fa paura. Un po’ di neve è innocua, possiamo dare il fieno alle pecore e quelle riusciranno a sopportare il freddo. Ma la combinazione di neve e vento è letale. (…) Una volta che avete visto delle pecore morte dietro ai muretti dopo che la neve si è sciolta, o degli agnelli morti là dove sono nati, non potete più amare la neve con tanta innocenza. Eppure, pur temendo e detestando i suoi effetti peggiori, ammetto che rende la valle bellissima.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è il pastore, ci sono le pecore e ci sono i suoi cani. “Un cane esperto sa portare fuori con attenzione le pecore da un dirupo, spostandosi a destra o sinistra o fermandosi di scatto al fischio del padrone. Un cane giovane o male addestrato non ce la farebbe, o peggio, rischierebbe di spaventarle e farle scappare sul ghiaione o sulle pareti rocciose.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è una pastorizia diversa da quella a cui siamo abituati e diverse sono le razze, ma leggendo è tutto chiaro, anche per noi che stiamo a migliaia di chilometri di distanza. “E poi ripetiamo questo ciclo daccapo, proprio come facevano i nostri antenati prima di noi. E’un sistema di allevamento rimasto invariato nei secoli. E’ cambiato per dimensioni (dato che le fattorie si sono annesse l’un l’altra per poter sopravvivere, quindi ora ce ne sono di meno), ma non nella sostanza. Se portaste un vichingo sulle nostre montagne, capirebbe benissimo cosa stiamo facendo e com’è organizzato il nostro anno agricolo. La tempistica di ciascuna mansione varia a seconda delle valli e delle fattorie. Le cose sono scandite dalle stagioni e dalla necessità, non dalla nostra volontà.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

James va all’università, ma non abbandona mai la fattoria. “Quando le montagne del Lake District comparvero davanti a noi mi sentii di nuovo a casa. Mi sembrava che mi stessero abbracciando come degli amici e strinsi i pugni gridando: SONO A CASA! (…) Ero andato a Oxford per dimostrare qualcosa a me stesso e forse anche agli altri. Ma non ero molto soddisfatto. Non avevo più voglia di dimostrare nulla.” “Questa fattoria oggi è tutto il mio mondo. La mia famiglia. Le mie pecore. La mia casa. Non mi pento mai di essere qui, nemmeno nelle lunghe giornate grigie e piovose – e per fortuna, perchè ne abbiamo parecchie.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Potrei citarvi non so quanti altri passi del libro, la poesia, ma anche il crudo realismo con cui ci viene presentato questo mondo così ricco di difficoltà, fatica. La fienagione, la pioggia sul fieno che lo fa marcire, la nebbia, i ruscelli che si ingrossano, le epidemie che colpiscono le pecore. La soddisfazione per i risultati, la bellezza dei capi migliori. “A volte penso che il nostro senso di appartenenza abbia a che fare con tutto il maltempo che abbiamo sopportato, che consideriamo questa terra casa nostra perchè vento, pioggia, grandine, neve, fango e tempeste non sono riusciti a sloggiarci.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono le Alpi, ma anche qui ci sono montagne. “I giorni in cui riportiamo le pecore in montagna sono tra i miei momenti preferiti dell’anno. Niente può eguagliare la sensazione di libertà e spazio aperto che provi quando lavori con il gregge e i cani sui terreni comuni. Sfuggo al senso di assurdità che cerca di divorarmi in pianura. La mia vita ha uno scopo, un significato tangibile e sensato.” “Non c’è niente di meglio che lavorare su queste montagne, sempre che non si congeli dal freddo o ci si ritrovi inzuppati di pioggia (sebbene anche questo ti faccia sentire vivo come non capita nella vita moderna, dietro un vetro). Il senso di atemporalità che c’è quassù è emozionante.

James Rebanks dice tutto quello che c’era da dire, difficile poterlo fare meglio. Leggetelo… poi fatemi sapere se è piaciuto anche a voi!

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Non solo “pecore”

C’è una pagina su Facebook che leggo sempre volentieri. L’autore è sardo, vive in Sardegna e conosce bene la realtà pastorale della sua terra, perchè anche lui ne ha fatto parte. Si firma “Il Giardiniere”.

Sono tante le riflessioni che stimola questa pagina, ma quella che vi propongo oggi vorrebbe stimolare voi a partecipare ad un… “gioco”. A collaborare con questo blog fornendo qualche risposta. Così scrive il Giardiniere: “I nomi delle pecore. In italiano la pecora è solo pecora. In Sardegna ha diversi nomi a seconda dell’età. A parte l’agnello, anzone, c’è la saccaja, cioé l’agnellone di un anno che deve essere fecondata.  Sementusa, che ha figliato una volta. Bedusta, adulta. Zurra, cioè da macello. Le “zurras”, però, non sono solo quelle più anziane ma tutte le pecore non produttive: affette da mastiti, sterili (cioé lunadigas, lunatiche), o matte (gaddinosas). Un italiano che veda un gregge vede pecore. I sardi vedono tante diverse complessità.

Sono solo i pastori sardi ad avere tutte queste diversità? In Italiano ci fermiamo a pecora, agnello, montone… Ma nei dialetti? Quindi… vi invito a commentare raccontandomi se da voi ci sono anche diversi nomi. Provate a scriverli, non importa se la grafia è proprio quella giusta… e ditemi anche di dove siete. Così poi possiamo rispondere al Giardiniere con tutta la biodiversità linguistica pastorale!

Sono sicura che verranno fuori tante belle cose. A parte che, già solo in Piemonte, la “pecora” prende nomi diversi di valle in valle… poi cito il “tardun” in Valle Stura, la “sterpa” in Valsesia, la pecora “turgia” e così via. Se volete, potete dirmi anche i nomi delle capre (“bima”, “buc” e via discorrendo). A voi la parola.

Ci sono poi anche nomi per definire le varie colorazioni del mantello, o altre definizioni ancora che al momento non mi vengono in mente. Basta che commentiate qui sotto o su facebook dove condividerò questo articolo. Grazie a tutti quelli che avranno voglia di partecipare a questo “gioco”.

I pascoli estivi

Dopo un’inverno strano, una primavera a sbalzi, un inizio di estate freddo, la stagione estiva sta alternando vari sbalzi di temperatura. Chi è in pianura si lamenta per il caldo, per l’afa, chi è in alpeggio si preoccupa soprattutto per i pascoli. Due settimane fa , nonostante qui nella bassa facesse già caldo, durante una gita ho persino patito il freddo.

Poi all’improvviso è tornato il sole e le temperature si sono fatte estive. I pascoli erano uno spettacolo, piena fioritura, ma il gregge era ancora molto più in basso. Meno animali quest’anno, contrattempi di vario tipo, e intanto l’erba fa il suo corso. Certo, quassù le pecore avrebbero mangiato bene, ma prima bisognava finire tuttoquello che c’è nella parte bassa della montagna.

Sotto l’erba sta venendo vecchia e alta: il caldo improvviso, poche piogge, vento… Giorno per giorno si continua a pascolare, anche se gli animali ne sprecano, calpestandola. Un giorno da una parte, un giorno dall’altra, poi man mano si salirà anche lassù dove era già tutto in fiore.

Quel giorno gli animali erano nervosi: invece di star fermi a pascolare, come era successo il giorno prima, quando chi li sorvegliava era rimasto quasi tutto il tempotranquillo, continuavano a voler andare oltre, anche quando erano già nell’erba “intera”, dove non erano ancora mai passati. Così bisognava ripetutamente mandare i cani a fermarli, sia per evitare che salissero troppo vicini alla strada, sia che pestassero troppa erba senza mangiarla.

Pure laggiù non mancavano i fiori… Bisognava quindi finire di pascolare da queste parti: in quota, anche se passavano i giorni, l’erba non cresce più di tanto, non viene alta, quindi il gregge l’avrebbe mangiata lo stesso più avanti, con o senza fiori. Chissà come continuerà l’estate, chissà che autunno ci sarà…

Un po’ di pastorizia in Francia

Per i Piemontesi la Francia è appena lì dietro. Dalle mie parti tutte le valli, in cima, confinano con la Francia e, spesso, affacciandosi ad un colle, significa vedere un gregge.

Un paio di settimane fa, risalendo la Valle Stura, incontriamo solo le tracce di una transumanza, avvenuta probabilmente nella notte o alle prime luci del giorno, ma non scorgiamo già più il gregge. Invece, scendendo oltreconfine, ci sono già delle pecore lungo la strada. Anzi, per meglio dire, nel primo grosso recinto ci sono centinaia di agnelli, di diverse dimensioni, ma già tutti tosati.

Poco oltre, in un altro vasto recinto, ci sono invece le pecore. I prati sono stati suddivisi e man mano gli animali li ripuliranno a dovere, poi le greggi verranno affidate a qualche pastore sugli alpeggi più a monte, dove arriveranno anche gli altri animali, direttamente dalle pianure della Crau.

La stagione d’alpeggio è all’inizio, l’erba è ancora bassa ovunque, ma il sole inizia a scaldare. Anche lungo la strada che sale al Colle dell’Agnello c’è un gregge pronto alla partenza. Accanto alla stalla fervono i preparativi: le campane al collo delle capre e delle pecore, i marchi ben fatti sulle schiene.

Si controllano i piedi, si tagliano le unghie e si medicano le pecore zoppe. Deve essere tutto a posto per andare… in montagna, anche se qui effettivamente si è già in quota! Probabilmente questo gregge verrà unito ad altri in arrivo dalla pianura o dal fondovalle. Non dimentichiamoci che oltralpe il numero di ovini allevati è davvero considerevole.

Qualche giorno dopo sono tornata in Francia per la festa della transumanza a Nevache. Contrariamente ad analoghe iniziative a cui avevo partecipato, questa mi ha delusa. Niente più dell’arrivo di un gregge (nemmeno così imponente) e della sua salita a piedi verso l’alpeggio. Nevache è sempre un bel posto, mi aspettavo un mercatino di prodotti, qualche animazione, invece per ingannare l’attesa (più lunga del previsto, ma con gli animali ci può sempre essere l’imprevisto) non c’era che il pranzo (nemmeno a base di carne ovina).

Una volta scaricato, il gregge si avvia verso il paese, un po’ allo sbando. Sono quasi i turisti a condurlo, mi trovo davanti e cammino seguita dalle centinaia di basse pecore merinos. Qualcuno prima o poi prenderà in mano la gestione degli animali…

Quello che sembrerebbe il proprietario del gregge ad un certo punto fa cenno di svoltare a sinistra e le pecore vengono indirizzate verso un prato sotto la strada, dove potranno mangiare un po’ prima di affrontare la salita a piedi. Non ci sono capre rove, non ci sono rudun, non c’è niente di ciò che mi aspettavo.

I turisti comunque guardano gli animali, si entusiasmano, li fotografano. Gente ce n’è parecchia, tutti hanno pazientemente aspettato varie ore che il gregge finalmente arrivasse. Il programma prevede poi la salita a piedi verso i pascoli, seguendo la strada e, la sera, una proiezione lì in paese.

Arriva poi una giovane pastorella e sarà lei a condurre il gregge, probabilmente anche a sorvegliarlo nel corso di tutta la stagione estiva. Come ho già raccontato altre volte, in Francia c’è una suddivisione tra l’allevatore, il padrone del gregge, e il pastore, colui che lo sorveglia e lo porta al pascolo. Così per l’estate si cercano professionisti che abbiano la formazione e la pratica specifica a cui affidare gli animali.

Il gregge sfila all’imbocco del paese, non si ferma e prosegue, tra due ali di folla come se fosse il passaggio del Tour de France. L’intenzione era quella di proseguire, macchina fotografica alla mano, documentando la risalita della valle. Era già abbastanza tardi, per fortuna l’aria era frizzante, altrimenti il cammino su asfalto sarebbe avvenuto proprio nelle ore più calde del pomeriggio.

Davanti il gregge e dietro, ancora più numeroso e caotico, il fiume umano. Non è permesso avvicinarsi alle pecore, bisogna star dietro a tre ragazze che fanno da barriera, così tutti si affollano e spintonano per prendere le prime posizioni e scattare qualche foto. No grazie… preferisco lasciare che la transumanza prosegua senza di me.

Un ultimo scatto da lontano e rientro a Nevache, ormai svuotata da gran parte del pubblico. Di transumanze ne ho vissute tante in passato e non fa per me camminare, ammassata ancor più delle pecore, tra le persone che seguono il gregge da lontano. Di tutt’altro tipo erano state le feste a cui avevo partecipato a Die o La Brigue. Comunque, come precisazione finale, devo dire che non è facile far convivere i turisti con i momenti di lavoro impegnativi, come può essere la transumanza. L’appunto principale è legato al fatto che mi sarei aspettata più “accoglienza” per ingannare il tempo mentre si attendeva il gregge.

Chi è salito presto

Il Pastore lo scorso anno si lamentava per l’erba vecchia che aveva trovato quando era salito in montagna. Quest’anno invece la situazione è sicuramente diversa…

Sono andata a trovarlo nel vallone della Rho, in una delle tante giornate di tempo instabile di questa fine di primavera. Da quelle parti piove meno che altrove, la testata della valle è abbastanza asciutta, ma comunque qualche temporale c’era stato, e neve fresca sulle cime, e aria fredda.

Gli animali stavano bene, proprio quel giorno dovevano partorire le ultime due pecore gravide, poi per qualche mese, mentre il gregge avrebbe pascolato in alto, non sarebbero più nati agnelli. Meno problemi e meno rischi. Dopo aver sbrigato i vari lavori di routine, il gregge viene aperto dal recinto e messo al pascolo.

Erba verde ce n’è, ma non tutta è di gradimento degli animali. Il keirel, la Festuca paniculata, ormai è troppo duro perchè le pecore la bruchino. Le pecore partono a tutta velocità e sembrano non volersi fermare. Il Pastore deve mandare il cane più volte per farle pascolare lì, senza che salgano fino in cima alla montagna.

Il gregge è grosso, il pastore ed il suo aiutante devono pascolare in modo attento per non sprecare pascoli, la stagione è lunga e non si può sbagliare, anche perchè non si sa come procederà dal punto di vista meteorologico. In alto continua a fare freddo e l’erba non cresce. Poi forse ha anche patito il caldo anomalo e la siccità dell’inverno passato.

Il Pastore sorveglia il gregge, ogni tanto fischia ai cani affinchè vadano a “fermare” le pecore, intanto racconta le vicende di quelle prime settimane di alpeggio. In cielo intanto sole e nuvole non hanno ancora deciso chi avrà la meglio, per quel giorno.

In Piemonte ormai la maggior parte delle greggi è ormai salito, ma appena oltreconfine la transumanza avverrà solo tra qualche settimana. A Nevache infatti le pecore saliranno il 14 giugno e, per l’occasione, sarà festa anche con i turisti. Qui sul sito dell’ufficio turistico il programma della manifestazione, per chi fosse interessato a partecipare.

Storia recente

Casualmente, in questi giorni mi è capitato di veder passare sui profili facebook di alcuni amici delle foto “d’epoca”. Foto anche abbastanza rare, perchè riguardano lavori di montagna, nello specifico la pastorizia. Macchine fotografiche e mondo rurale non erano abbinamenti comuni, a meno che si trattasse di qualche appassionato al di fuori di questo mondo che, attraversandolo, prendeva degli scatti.

(foto archivio B.C.Bertorello)

Queste invece sono immagini da album di famiglia. Bruna Chiaffreda Bertorello pubblica la foto di suo nonno, “pastre” in Francia negli anni Venti. Purtroppo non si sa dove, su quale montagna.

(foto archivio B.C.Bertorello)

Sempre suo nonno al pascolo, nel 1936. Non sono passati nemmeno 100 anni. All’epoca erano gli Italiani che emigravano per andare a fare gli operai per gli allevatori Francesi. E adesso? Adesso qui abbiamo garzoni di altri paesi europei, ma non solo. E anche Italiani che tornano a lavorare fuori, magari in Svizzera o in Francia.

(foto archivio L.Roletto)

Anche il Canavesano Luca Roletto pubblica la foto della nonna: “Metà anni 40, mia nonna Dora con le sue pecore al pascolo sul Monte Calvo nei pressi della capela drucà”. Anche se “mute”, queste immagini ci dicono tante cose, osservando i vestiti, i volti, gli animali. Adesso vi chiedo un favore: visto che scriverò il libro su capre e caprai, fin da ora chiedo agli amici piemontesi se hanno foto d’epoca con delle capre, appunto. Animali al pascolo, mungitura, battaglie delle capre, qualunque cosa. Più sono foto che ci portano indietro nel tempo, meglio è. Grazie mille!

(foto archivio – dal web)

Queste altre immagini, sempre scovate su facebook, non appartengono a privati. Questa è semplicemente una cartolina di Cesana Torinese (non so quale sia l’anno), con un gregge in transumanza.

(dalla pagina “Torino Piemonte antiche immagini”)

Quest’altra foto invece mi ricorda il racconto di un pastore, che ho riletto da poco. E’ stata scattata a Torino in Corso Vinzaglio. “Nel Quarantacinque i miei erano andati ad una montagna a Claviere. Hanno caricato le bestie sul treno! Da Brosso a Porta Susa a piedi, e poi sul treno, le vacche davanti, le pecore dietro. Avevano fatto fare i rudun nuovi apposta. Torino era tutta bombardata, passavi per le strade ed era notte, si apriva solo un po’ qualche finestra, vedevi un po’ di chiaro, era la gente che guardava per capire cosa stava capitando. (…) In passato era tutto diverso, meno comodità, ma c’era più rispetto.” Così ricorda i racconti del padre Giovanni Vacchiero, classe 1947, da me intervistato nel libro “Dove vai pastore?”

(dalla pagina “Torino Piemonte antiche immagini”)

1955, gregge davanti ad una cascina in via Guido Reni a Torino. Man mano quelle cascine sono state inghiottite dall’espansione urbana. Ma quelle greggi e quelle mandrie passavano in città per la transumanza. C’è un bellissimo capitolo in “Marcovaldo” di Italo Calvino che descrive questo evento. Nei commenti dei lettori sulla pagina uno scrive che le transumanze sono passate in Torino fino alla metà degli anni Cinquanta.

Delusa dalla fiera

Avevo detto a tanti che la fiera di Guillestre, in Francia, meritava la visita. C’ero stata nel 2011 e mi era piaciuta per quell’atmosfera di fiera paesana… Tutti i piccoli allevatori che arrivavano con gli animali caricati su ogni tipo di mezzo, i box in mezzo al frutteto, sull’erba, le bancarelle in tutto il paese.

Quattro anni dopo, una grande delusione. Quei pochi animali che ci sono, qualche box di pecore, un paio di cavalli, due o tre bovini, sono nella piazza asfaltata. Di gente ce n’è, è stato difficile trovare parcheggio ed è ancora più difficile camminare nelle vie e tra le bancarelle, ma quel che manca è l’aspetto rurale.

Qualcuno fa acquisti, compila i documenti, ma sembra davvero che la maggior parte delle persone siano qui soprattutto per la fiera intesa come mercato. Certo, di bancarelle ce ne sono moltissime, ma l’impressione è che manchi la qualità e l’organizzazione.

La parte più agricola è nel solito spazio verde, tra i meli. Qualche bancarella con attrezzature, le solite campane, un paio di artigiani, ma mancano molti stand che avevo visto anni fa. Anche tra il pubblico, non individuo più tutti quei volti che identificavano allevatori e contadini.

Mescolati in mezzo a tutto il resto, ci sono i produttori. In altre fiere c’è una divisione almeno parziale tra prodotti agro-alimentari ed altri generi, qui invece magari trovavi un’azienda agricola in mezzo all’abbigliamento dozzinale. Insomma, la mia delusione è stata molta.

C’era anche qualcosa di interessante, qua e là, come questa azienda che proponeva la lana delle sue pecore. Mancava però tutto il resto dell’atmosfera che avevo respirato all’epoca. Ho incontrato qualche faccia nota, dall’Italia, anche loro lamentavano soprattutto la scarsità di animali.

La maggior compravendita, in questo settore, sembrava essere quella avicola: polli, galline, tacchini, anatre, c’erano diversi espositori con questi generi e moltissima gente effettuava acquisti. Si sceglievano gli animali, che venivano collocati in scatole di cartone, si scriveva sopra il nome e le si lasciava lì. Ciascuno sarebbe poi passato a ritirarle più tardi, in quel momento c’era troppa ressa nella fiera per poter girare con uno scatolone per mano.

Il mercato era vasto, soprattutto abbigliamento di ogni genere. A parte qualche banco dove si vendevano cappelli e camicie a quadretti, tutta la restante parte della fiera era indirizzato ad un pubblico generico e non agli “addetti ai lavori”.

Ecco un’altra bancarella tematica, non così attrattiva in quella calda giornata di metà ottobre in cui si teneva la fiera.

Spezie, verdure, formaggi, frutta e polli arrosto, pian piano si avvicina l’ora di pranzo e il pubblico inizia a diminuire. Ora di ripartire dalla fiera…

Ancora un giro per Guillestre, sotto un cielo limpido, aria tersa e sole abbacinante. Tutto intorno i colori dell’autunno così, delusa dalla fiera, decido di godermi il resto della giornata, scegliendo una diversa via per il rientro.

Invece di tornare attraverso il Monginevro, mi avvio lungo la valle del Guil, passando accanto a Chateaux Queyras. Villaggi, boschi, prati e pascoli, non immaginavo che avrei ancora incontrato animali salendo in quota.

Invece ecco un gregge al pascolo accanto alle piste da sci. Si tratta di pecore gravide o che hanno già partorito. L’erba è bassa, ma le merinos brucano avidamente. Non c’è alcun pastore, solo delle reti a formare un vasto recinto.

Gli agnelli, sazi di latte, si godono il sole. Probabilmente questi saranno gli ultimi giorni in montagna, poi anche questo gregge sarà portato nelle pianure accanto al delta del Rodano? Chissà…

Io proseguo ancora il mio viaggio, con una veloce deviazione al bellissimo borgo di Saint Veran, il comune più alto d’Europa. Non c’ero mai stata a questa stagione e, anche quasi deserto, senza tutte le attrattive per i turisti che ingombrano le vie pedonali d’estate… è ancora più affascinante. Non ricordo bene quante siano le giornate di sole vantate da questo borgo, ma sicuramente questa è una delle migliori!

Alcune caprette nate saltellano sui muretti tra le case, ma io ho sentito delle campanelle e dei belati: appena sopra alle ultime case infatti vi è un altro gregge. Guardandomi attorno, vedo anche altri animali, più in lontananza, su per il vallone. Non ho però tempo di andarli a vedere tutti, perchè la mia strada è ancora lunga.

Sul mio percorso mi fermerò, a quota ancora maggiore, per fotografare anche queste vacche al pascolo. Non sono animali che lasceranno la montagna, ma quando l’erba sarà finita, quando arriverà il freddo, la neve, trascorreranno l’inverno nella loro stalla nel paesino poco sopra.

Continuando a salire, il verde scompare anche dai pascoli, sono solo più i colori dell’autunno a predominare. Un autunno luminoso, caldo nonostante la neve poco lontano. Proprio per la fiera di Guillestre, è ancora aperto il passo che, in cima a questa valle, permette di sconfinare e rientrare in Piemonte.

Il Colle dell’Agnello, come tutti i passi tra Piemonte e Francia, è dolce sul versante francese, molto più ripido su quello italiano. 2.744m di quota, ormai qui è inverno. Troverò poi anche animali in Valle Varaita, a quote molto inferiori, ma ormai è tardi, pomeriggio inoltrato, quindi non mi fermerò a scattare altre foto…

Ancora altra neve

Prima del post odierno… Una segnalazione. Per questo fine settimana c’è l’evento principale, quello che tutti attendono. Ai Santi c’è… La Fiera dei Santi!

1-2 novembre a Luserna San Giovanni (TO) Fiera Regionale, giunta alla 759° edizione! le bancarelle della fiera sono presenti in entrambi i giorni, ma gli animali in vendita e quelli in mostra SOLO nella GIORNATA del 2 NOVEMBRE! Ci vediamo a Luserna allora…

(foto D.Melli)

Adesso però passiamo alle nostre storie. C’è stata l’ennesima nevicata, anche a quote più basse di quel che ci si aspettava. Ieri qua e là su facebook mi è capitato di vedere alcune immagini molto belle sia di chi abita in montagna, sia di chi ha la possibilità di andare a fare gite anche in settimana, sia di chi ha ancora gli animali al pascolo a quote intermedie. Questa bellissima foto di ieri è stata scattata in alta Val Pellice da Deborah, gli animali sono quelli del gregge di suo fratello Giuseppe. Ormai è proprio ora di fare scendere tutto nel fondovalle.

Era venuta la neve anche due settimane fa, un’altra nevicata improvvisa e, fortunatamente, di breve durata, sufficiente però ad imbiancare le vallate. Qui siamo in Val Chisone dove, da Fenestrelle in su quel mattino si incontrava un candido manto di diversi centimetri. Mi domandavo quindi cosa avrei trovato dove c’era il gregge.

Invece, scendendo da Sestriere verso la val di Susa, di neve ce n’era molto meno e, intorno al recinto, per fortuna se n’era già andata quasi tutta. Per aprirle ed andare al pascolo era meglio attendere che fosse sciolta completamente, tanto ormai mancava davvero poco.

Così nella tarda mattinata si parte al pascolo, con l’erba libera dalla neve e quasi asciutta. Non c’è più tantissimo da mangiare, giusto quel che basta per quel paio di settimane per arrivare alla fine della stagione, quindi meglio evitare che gli animali la sprechino. Il tragitto da percorrere è breve, quel giorno si sale appena sopra al recinto.

Il sole scalda e, nei versanti ben esposti, la neve si dissolve rapidamente. Dove però i raggi obliqui dell’autunno non arrivano già più, gli alberi restano ricoperti, con le chiome argentate.

Erba verde ce n’è ancora. Questi appezzamenti una volta probabilmente erano campi, più che prati. Ci sono numerosi muretti a creare dei terrazzi, oggi però c’è giusto qualche quadretto di orto, un terreno smosso dove sono state tolte le patate: la montagna non è più popolata come un tempo, se non ci fosse il gregge a pascolare anche adesso, quando la stagione d’alpeggio per i più è già terminata, qui crescerebbero solo più cespugli, rose selvatiche e, in seguito, il bosco.

Il tempo cambia ancora, il cielo diventa velato, l’aria si fa più fredda, ma bisogna ancora rimanere al pascolo alcune ore, le pecore devono mangiare a sufficienza. Nei giorni successivi si alterneranno cieli più grigi e belle giornate di sole ancora caldo. Poi un’altra nevicata. Ma ormai è davvero ora di rientrare e le montagne resteranno silenziose, in attesa della primavera.

La solita storia

Ve lo ricordate Andrea? Quel ragazzo di Biella che aveva “sentito l’aria”, aveva scelto di fare il pastore ed avevano anche realizzato un film sulla sua storia. Per vari motivi non ci eravamo più incontrati, anche se indirettamente ogni tanto venivo a sapere qualcosa su di lui. Finalmente avevo combinato per andarlo a trovare, ma quel mattino, molto presto, una sua telefonata mi aveva avvisato sul tipo di giornata che dovevo aspettarmi. Il suo gregge aveva subito un attacco.

Salgo a Gressoney, per me è la prima volta, non sono mai stata da quelle parti in estate. Non si può non ammirare il panorama. Andrea si scusa per non potermi venire incontro, ma le sue preoccupazioni di giornata sono altre, mi dice che la sua confinante di alpeggio potrà darmi le indicazioni necessarie per raggiungere lui e il gregge. Loretta sta pascolando le sue vacche più in basso, mentre il gregge è a quote maggiori.

Niente in quel luogo, con quella magnifica giornata di sole, può far immaginare il dramma della nottata appena trascorsa. Le vacche, tutte di razza valdostana, stanno pascolando placidamente, contenute sia dai fili, sia dalla donna che le sorveglia. I ghiacciai del Monte Rosa fanno da sfondo. Sui pendii di fronte però si vede già una pecora isolata, ferma in uno dei punti più ripidi.

Il gregge è più su, lungo il sentiero è appena scesa una guardia forestale, chiamata dal pastore per accertare l’attacco subito nella notte. All’apparenza non si nota niente di strano, ma poi guardando attentamente si vedono qua e là alcune pecore in posizioni innaturali, morte. Andrea si avvicina e inizia a raccontare.

Un po’ di tempo prima aveva già subito un attacco, presumibilmente da parte del lupo, poi solo il giorno prima si era spostato in questa parte dell’alpeggio e, nella notte, una nuova “strage”. Alla fine gli animali morti sono sette e due quelli feriti, oltre a quella che avevo visto salendo, ferma tra le rocce, che non si sa ancora se sia ferita o solo spaventata. Non tutti sono morti direttamente per l’attacco del predatore, alcune sono cadute dal dirupo, come accade spesso in questi casi. La rabbia, il dolore, lo sconforto del pastore sono immensi. Come sempre la componente emotiva, la storia di ciascun animale (che ovviamente lui conosce, uno ad uno) prevale sul “valore economico”.

Il cane da guardiania appare stremato, nella notte Andrea l’aveva sentito abbaiare a lungo ed era persino uscito a richiamarlo. Si fa in fretta, dal di fuori, a giudicare, a dire che un cane è insufficiente con quel numero di pecore… Purtroppo, nonostante tutto, nonostante le parole di chi “ci è già passato” negli anni precedenti, noto il ripetersi del medesimo atteggiamento. Quasi nessun pastore prende delle misure preventive contro gli attacchi dei predatori fin quando questi non hanno colpito più volte il suo gregge. Perchè? Forse perchè non ci si vuol credere, non si vuole cambiare radicalmente il metodo di gestione degli animali. D’altra parte, quanti di noi avrebbero voglia di mettere inferriate alle finestre, sistemi di allarme e altri strumenti di prevenzione e sicurezza alla propria casa anche quando non si siano subiti furti o intrusioni indesiderate?

Questo alpeggio pare un vero paradiso per le pecore, qualunque pastore sa che qui stanno bene a pascolare libere, scegliendo loro come e quando spostarsi, quando mangiare, quando riposare. Non possiamo nemmeno accusare Andrea di inesperienza dovuta alla sua giovane età, dato che, di fronte, il gregge di un anziano pastore è tutto sparpagliato per la montagna, totalmente libero e forse anche incustodito. Le stesse cose le ho sentite e viste in altre vallate, dove il lupo è comparso prima: si verifica un attacco, per qualche giorno, per qualche settimana si intensifica la sorveglianza, si usano le reti di notte, poi c’è quella sera che stanno così bene lì dove sono, hanno la pancia piena, è davvero un peccato mandare il cane, farle ripartire e portarle giù al recinto, così si sfida la sorte, ed inevitabilmente qualcosa succede, perchè il predatore c’è, è lì che aspetta senza che necessariamente qualcuno debba vederlo.

Questo agnellone è stato ucciso e mangiato proprio sull’orlo del precipizio, le altre pecore sono giù sotto, nel pianoro, hanno trovato la morte nello scappare, spaventate. E’ stato veramente il lupo? Nella confinante Valsesia c’è anche stato un attacco. In passato in Val d’Aosta ci sono state delle predazioni, così come ci sono in Svizzera, in Piemonte. Sappiamo come i lupi si spostino, vadano a colonizzare nuovi territori, camminino per chilometri e chilometri, sfiorando gli insediamenti umani. Ciascuno dice la sua, lì a vedere non c’era nessuno. La Forestale ha piazzato delle fototrappole dopo la predazione, ma fino all’altro giorno senza esito.

Andrea mi racconta di aver ancora sentito il cane abbaiare, nelle notti seguenti, e di aver trovato le pecore tutte ammucchiate in una parte del recinto, spaventate da qualcosa. Quest’altra pecora non è stata presa nel collo, la cinghia della campana l’ha protetta, ma è stata comunque uccisa. “Qui è un posto dove di gente ne passa tantissima, oggi è il primo giorno in cui se ne vede meno perchè è finito il periodo delle ferie, ci fossero dei cani randagi, possibile che nessuno li veda? I cani non hanno paura dell’uomo… C’è la funivia che porta su gente tutti i giorni. Anche per quello ho paura a tenere altri cani da difesa. Dovrò farlo, ma poi? Non avrò problemi con la gente?

Andrea si è già fatto fare un cartello da un amico, ma ormai moltissimi turisti hanno dei cani e li portano con sé durante le escursioni. I soliti discorsi, è semplice dire che il pastore deve avere i “cani giusti” e i turisti devono imparare a rispettare il lavoro degli allevatori. Un conto è la teoria, un altro è dover essere lì quotidianamente ad affrontare le discussioni che scaturiscono dalla “convivenza” tra turisti e cani da guardiania.

Quel giorno le pecore sono terrorizzate, basta il minimo movimento per far sì che inizino a correre, a scappare da una parte e dall’altra. Andrea continua a pensare alla sofferenza che devono aver patito i suoi animali, quelli uccisi, quelli precipitati. D’ora in avanti ovviamente li chiuderà nelle reti di notte, dovrà anche lui accettare a forza questo tipo di gestione, che non lo soddisferà, per il benessere dei suoi animali. Però l’alternativa è vederle uccidere notte dopo notte…

Sposta il gregge, in modo da farlo pascolare nel pianoro più in basso, dove si trovano gli animali morti precipitando. Questa pecora non ha altre ferite a parte quelle procuratasi cadendo sulle rocce e rotolando fin qui. Non sarebbe però accaduto non fosse stata spaventata, non avesse cercato scampo nella fuga. Il lupo caccia per sfamarsi, ma esistono e sono documentati i cosiddetti episodi di surplus killing, dovuti a diversi fattori. Questa è anche la stagione in cui i giovani lupi delle cucciolate iniziano a far pratica nella caccia e, come tutti gli inesperti, “fanno le prove”, imparano a cacciare, agiscono in modo differente da un lupo esperto che uccide e consuma ciò che gli serve.

Le pecore si allargano a pascolare e sembrano “incollarsi” a quell’erba buona, incuranti delle compagne morte lì vicino. La vita continua… Restano i dubbi, gli interrogativi. Se fossero cani e non lupi, non si possono prendere provvedimenti concreti? Ad Andrea non interessa il rimborso, non sono quei pochi soldi che forse gli verranno dati a restituirgli la serenità. Soffre per i suoi animali, per come sono morti, per la paura che in qualsiasi momento del giorno e della notte possa accadere qualcosa: “Avanti così non si può andare…!!!“. Soffre per il senso di abbandono, perchè (come tutti i pastori in questi casi) sente di non contare niente, il suo lavoro, la sua passione, la sua dedizione agli animali, gli sforzi fatti nei lunghi faticosi mesi invernali in pianura paiono non avere peso, nei confronti dell’animale selvatico tutelato e protetto.

In cielo si aggirano gracchiando i corvi. Questa è l’inevitabile lugubre colonna sonora che fa seguito ad ogni attacco. Le carcasse diventano ambite da questi uccelli spazzini, che si posano su di esse, iniziando il loro banchetto. Non si possono non sentire i loro versi, nel silenzio dell’alpe. Certo, è la natura, ma anche la pastorizia, quassù, è un qualcosa di naturale. Quanta distanza da chi teorizza l’ambientalismo, da chi a tavolino “sa tutto”, giudica e indica al pastore cosa deve fare, come farlo.

Il cane sorveglia il gregge, dorme solo apparentemente. Anche i pastori vorrebbero poterlo sorvegliare, intervenendo così come interviene il cane, cercando di metterlo in fuga. Sono in tanti a dire “Una volta i pastori andavano al pascolo, non lasciavano da soli i loro animali! I pastori devono tornare a fare il loro lavoro!“, come se la categoria fosse composta solo da pigri fannulloni. Io non parlo di sterminare i lupi e non lo fanno nemmeno i pastori, se non nell’immediatezza di un attacco, di fronte ai corpi straziati dei loro animali. Ripeto ancora una volta che ritengo sia necessario dare agli allevatori la possibilità di difendere il proprio gregge, insegnando al lupo (animale molto intelligente) come avvicinarsi al bestiame sia pericoloso. Se si arriverà ad accettare un contenimento (legale) del numero dei predatori, è utile una battuta organizzata con impiego di tempo, uomini e mezzi (quindi oltretutto dispendiosa)? Non è meglio che il lupo associ il pericolo direttamente al gregge? Dubito che i pastori saranno in grado di sterminare i lupi, però se questi sentissero più volte “bruciare la coda” vicino alle pecore, magari imparerebbero. Continuare solo a far parole non risolve il problema e, soprattutto, è nocivo per tutti, lupi compresi.

Ancora (quasi) niente pecore a Nevache!

A Nevache, in Francia, uno ci va perchè è un bel posto, ci va per fare camminate in montagna, raggiungere colli, laghi, rifugi, per un trekking. Poi c’è chi ci va a cercare pecore, perchè questo è uno dei luoghi oltreconfine dove gli alpeggi sono utilizzati da greggi di pecore merinos, è risaputo.

Quando c’ero stata qualche anno fa, ero salita in un vallone dove un gregge avrebbe dovuto esserci, dove un gregge poteva pascolare più che bene, ma purtroppo di pecore nemmeno l’ombra. Chissà, forse sarebbero salite più tardi… Quest’anno invece abbiamo puntato alla testata della valle. C’erano le tracce dei recinti e del passaggio, anche abbastanza recente, degli animali. Era una mattinata fredda e limpida…

Così, a caso, saliamo verso dei laghi, con l’obiettivo di fare un giro ad anello e vedere più zone possibile. Qualche animale c’è, ma sono dei bovini! Un piccolo gruppo, qualche vacca con i suoi vitelli, un grosso toro dal mantello scuro. Niente pecore, ma il posto è davvero bello.

Il flusso di turisti sul sentiero è continuo, sono le settimane centrali del mese di agosto, purtroppo i compatrioti sono i più rumorosi e le loro osservazioni non passano inosservate. Così come non si possono non notare i grifoni che volteggiano in cielo. Arriviamo a contarne più di trenta, contemporaneamente. Questi avvoltoi sono degli spazzini e si cibano di carcasse, le loro dimensioni sono imponenti. Qualcuno li scambia per aquile (!!), altri addirittura li definiscono falchi…

Solo alcuni dei turisti si avvicinano agli animali al pascolo, che in quel momento stanno riposando, qualcuno li guarda da lontano, altri li fotografano. Giustamente, uno di loro (Francese) ci mette in guardia sull’eventuale pericolosità, dal momento che ci sono dei vitelli piccoli. La mia amica, allevatrice e moglie di un pastore, gli spiega la situazione. E si finisce con il turista che chiede a noi se può accarezzare la vacca!

Dopo l’ultimo lago, sulla via del ritorno, insieme alle tracce evidenti di un recente passaggio del gregge, ecco una pecora solitaria, in non buone condizioni di salute. E’ zoppa sia ad una zampa anteriore, sia ad una delle posteriori. Le guardiamo l’orecchino per ricordare il numero, caso mai trovassimo più a valle i pastori. Per il momento pascola indisturbata, ma da queste parti il lupo c’è…

Finalmente vediamo il gregge, ma sul versante opposto, ad una quota troppo elevata per pensare di raggiungerlo. “Leggendo” le tracce al suolo, l’erba pestata, il sentiero infangato, intuiamo che i pastori devono aver spostato le pecore nei giorni precedenti, quando ha piovuto. In questi giorni, anche in Italia, si sta provvedendo a separare gli agnelloni, i montoni che verranno venduti per la festa mussulmana del sacrificio, così può darsi che il gregge sia stato abbassato per provvedere a quel lavoro e alla successiva discesa a valle degli animali venduti.

Più in basso, accanto alla strada sterrata, c’è il “campo” dei pastori. Purtroppo non c’è nessuno, impossibile quindi segnalare la pecora dispersa. Questo non è un camper da turisti, c’è una campana legata sul cofano e numerose ciotole per i cani…

Di fronte, sull’altro lato della strada, altre abitazioni, sempre utilizzate da pastori. Chissà, forse ci sono addirittura due greggi… Che peccato non aver incontrato nessuno, non poter chiedere, fare domande, capire… Vediamo anche altri animali “lasciati lì”. Una pecora morta sembra esser stata già oggetto di banchetto da parte dei grifoni, o saranno state volpi, o cinghiali? Strana questa poca attenzione, specialmente in un posto tanto frequentato dai turisti!

Per vedere qualche animale da vicino, dobbiamo tornare a Nevache. Qua e là, tra i giardini, ci sono delle reti tirate e, al pascolo, piccoli gruppi di animali. Un paio di pecore, tre o quattro capre. Lungo la valle ci sono prati sfalciati, prati di erba medica, ma non c’è la cura che troviamo altrove. Probabilmente sono pochi gli animali che restano in valle: i grossi greggi salgono ad inizio estate dalla pianura, ridiscendono in autunno, tutto sui camion, e il territorio non ha quell’aspetto di quando ogni angolo è utilizzato per il fieno o per il pascolo.

Nevache comunque merita una visita, anche se non cercate le pecore! Lungo la valle, potete scegliere dove parcheggiare l’auto (gratuitamente) e risalire la valle a piedi seguendo i sentieri, oppure (per pochi euro) prendere la navetta che vi porta fino a Laval, dove l’asfalto finisce. Un servizio efficiente ed economico, che evita l’intasamento del traffico lungo la stretta strada che risale la valle.