Meglio di così non si poteva dire

Una lettrice di questo blog (grazie!!!!!!) mi aveva consigliato un libro. Non poteva farmi regalo più grande… perchè questo libro l’ho divorato, mi sono emozionata, ho vissuto le scene, le situazioni, i vari momenti che vengono raccontati. Così, per tutti gli appassionati di pastorizia, suggerisco un bel regalo di Natale. “La vita del pastore. Storia di un uomo e del suo cane, di un territorio e di un gregge” di James Rebanks, edizioni Mondadori. Anzi, fate una bella accoppiata, insieme alle mie “Storie di pascolo vagante”.

Vedete, anche le capre sono interessate a questo libro! Scherzi a parte, quando l’ho iniziato, non mi aspettavo proprio un libro così. Rebanks racconta la sua vita di ragazzo, di uomo, ma soprattutto di pastore. Un pastore molto particolare, un pastore speciale, che nasce nella realtà rurale del Lake District, ma poi va molto oltre il suo mondo, fino a Oxford all’università. Grazie alla lettura di molti, moltissimi libri (e dire che, da bambino, ha abbandonato la scuola appena possibile per lavorare in fattoria!), capisce meglio quanto è prezioso quello che ha intorno a sé, ma soprattutto impara ad esprimere nel migliore dei modi i suoi sentimenti per ciò che lo circonda. E così ecco un meraviglioso libro sulla pastorizia, con tanti spunti di riflessione, cruda realtà, splendidi panorami, passione per gli animali e per un mestiere che è una scelta di vita.

(foto J.Rebanks)

I panorami dobbiamo immaginarli, nel testo c’è solo un paio di foto in bianco e nero, ma poi io ho cercato su Facebook ed ho trovato il profilo di James, così ho preso in prestito un po’ di immagini. Mi è venuta anche voglia di andare da quelle parti, con un pizzico di paura nell’incontrare James e fotografarlo… potrei essere scambiata per una turista, come quella che aveva immortalato suo nonno mentre sistemava i muretti. “(…) il nonno si voltò dall’altra parte e si allontanò. “Andate al diavolo” mormorò sottovoce. Considerava i turisti che arrivavano a frotte nelle belle giornate di sole come delle scocciature, come delle formiche: venivano a rompere le scatole e avevano delle idee strane, ma bastava un po’ di cattivo tempo che sparivano di nuovo, lasciandoci continuare ciò che contava davvero. Il “tempo libero” per lui era un concetto strano, moderno e preoccupante; l’idea che una persona potesse salire su di una montagna solo per il gusto di farlo era poco più che una follia. (…) Non credo capisse che queste persone avevano un altro modo di intendere il “possesso” del Lake District. L’avrebbe trovato strano come entrare in un giardino della periferia di Londra e dire che era “un po’ anche suo” perchè gli piacevano i fiori.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Sono molte le considerazioni di James sul territorio, sul diverso modo di intenderlo, tra chi ci è nato e ci lavora da generazioni… e chi invece arriva da fuori e dice di volerlo tutelare. Ma chi lo tutela più di tutti è chi ci lavora: “E’ la voce che c’è nelle nostre teste a tenere in vita il Lake District, a riparare i muretti, a bonificare i campi e mantenere le pecore ben curate e nutrite. Molte di queste cose sfidano le leggi dell’economia. Alcuni nostri amici trascorrono anche cinquanta e più giorni all’anno a ricostruire i muretti delle loro fattorie, quando la soluzione moderna sarebbe di lasciarli cadere e rivendere le pietre. Lo fanno perchè va fatto.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Ma soprattutto ci sono le pecore: agnelli, agnelloni, montoni… Tutto il rito delle fiere, l’orgoglio di avere animali belli e invidiati. “L’autunno rappresenta il culmine di tutto ciò che fa di noi quelli che siamo. (…) In questo periodo la campagna dell’Inghilterra del Nord pullula letteralmente di centinaia di aste e fiere diverse.” “Saper riconoscere tra centinaia di esemplari disponibili quello più adatto al tuo gregge richiede un certo talento. E’ una cosa della massimo importanza. Il valore e la reputazione delle tue pecore possono aumentare o diminuire rapidamente in base a queste decisioni. Un buon gregge possiede uno stile e una natura particolari che riflettono centinaia di scelte fatte a monte, a volte nell’arco di diversi decenni o addirittura secoli.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono mai stata da quelle parti e non so come sia l’inverno… Ma Rebanks ce lo fa vivere con le sue parole, quando lo accompagniamo a cercare le pecore nei vari recinti. Non è pascolo vagante, ma sono razze nate e selezionate per vivere in questi ambienti, con questi climi. “Neve. I pastori temono e detestano la neve abbondante e le raffiche di vento. La neve uccide. Seppellisce le pecore. Ricopre l’erba e le rende ancora più dipendenti da noi per la loro sopravvivenza. Così non sopportiamo l’euforia degli altri. Palle di neve. Pupazzi di neve. Slitte. Ci fa paura. Un po’ di neve è innocua, possiamo dare il fieno alle pecore e quelle riusciranno a sopportare il freddo. Ma la combinazione di neve e vento è letale. (…) Una volta che avete visto delle pecore morte dietro ai muretti dopo che la neve si è sciolta, o degli agnelli morti là dove sono nati, non potete più amare la neve con tanta innocenza. Eppure, pur temendo e detestando i suoi effetti peggiori, ammetto che rende la valle bellissima.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è il pastore, ci sono le pecore e ci sono i suoi cani. “Un cane esperto sa portare fuori con attenzione le pecore da un dirupo, spostandosi a destra o sinistra o fermandosi di scatto al fischio del padrone. Un cane giovane o male addestrato non ce la farebbe, o peggio, rischierebbe di spaventarle e farle scappare sul ghiaione o sulle pareti rocciose.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è una pastorizia diversa da quella a cui siamo abituati e diverse sono le razze, ma leggendo è tutto chiaro, anche per noi che stiamo a migliaia di chilometri di distanza. “E poi ripetiamo questo ciclo daccapo, proprio come facevano i nostri antenati prima di noi. E’un sistema di allevamento rimasto invariato nei secoli. E’ cambiato per dimensioni (dato che le fattorie si sono annesse l’un l’altra per poter sopravvivere, quindi ora ce ne sono di meno), ma non nella sostanza. Se portaste un vichingo sulle nostre montagne, capirebbe benissimo cosa stiamo facendo e com’è organizzato il nostro anno agricolo. La tempistica di ciascuna mansione varia a seconda delle valli e delle fattorie. Le cose sono scandite dalle stagioni e dalla necessità, non dalla nostra volontà.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

James va all’università, ma non abbandona mai la fattoria. “Quando le montagne del Lake District comparvero davanti a noi mi sentii di nuovo a casa. Mi sembrava che mi stessero abbracciando come degli amici e strinsi i pugni gridando: SONO A CASA! (…) Ero andato a Oxford per dimostrare qualcosa a me stesso e forse anche agli altri. Ma non ero molto soddisfatto. Non avevo più voglia di dimostrare nulla.” “Questa fattoria oggi è tutto il mio mondo. La mia famiglia. Le mie pecore. La mia casa. Non mi pento mai di essere qui, nemmeno nelle lunghe giornate grigie e piovose – e per fortuna, perchè ne abbiamo parecchie.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Potrei citarvi non so quanti altri passi del libro, la poesia, ma anche il crudo realismo con cui ci viene presentato questo mondo così ricco di difficoltà, fatica. La fienagione, la pioggia sul fieno che lo fa marcire, la nebbia, i ruscelli che si ingrossano, le epidemie che colpiscono le pecore. La soddisfazione per i risultati, la bellezza dei capi migliori. “A volte penso che il nostro senso di appartenenza abbia a che fare con tutto il maltempo che abbiamo sopportato, che consideriamo questa terra casa nostra perchè vento, pioggia, grandine, neve, fango e tempeste non sono riusciti a sloggiarci.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono le Alpi, ma anche qui ci sono montagne. “I giorni in cui riportiamo le pecore in montagna sono tra i miei momenti preferiti dell’anno. Niente può eguagliare la sensazione di libertà e spazio aperto che provi quando lavori con il gregge e i cani sui terreni comuni. Sfuggo al senso di assurdità che cerca di divorarmi in pianura. La mia vita ha uno scopo, un significato tangibile e sensato.” “Non c’è niente di meglio che lavorare su queste montagne, sempre che non si congeli dal freddo o ci si ritrovi inzuppati di pioggia (sebbene anche questo ti faccia sentire vivo come non capita nella vita moderna, dietro un vetro). Il senso di atemporalità che c’è quassù è emozionante.

James Rebanks dice tutto quello che c’era da dire, difficile poterlo fare meglio. Leggetelo… poi fatemi sapere se è piaciuto anche a voi!

Qualcosa sul libro

Sono passati quasi tre mesi dall’uscita di “Storie di Pascolo Vagante” (Laterza Editore) e non ho ancora riscontri su come stiano andando le vendite, però ho già avuto numerose soddisfazioni nel vederlo comparire qua e là. Per chi se le fosse perse, segnalo un’intervista radiofonica a “Il posto delle parole”, ma anche la puntata di Pascal su Radio 2 Rai.

Questo venerdì sarò a Pramollo (TO), presso la Proloco di Rue, nell’ambito della rassegna Fogli d’Autunno, per la presentazione (ore 20:30, venerdì 2 dicembre 2016). Vi aspetto numerosi! ATTENZIONE!! SERATA ANNULLATA e RIMANDATA A DATA DA DESTINARSI!!!!

Ma vorrei sapere da quelli più lontani, da quelli che non incontro alle presentazioni, come “sta andando” il libro. Così ecco a voi un sondaggio. Grazie fin da ora a tutti quelli che risponderanno. Vi ricordo che ci sono ancora anche i miei precedenti libri in vendita… e un libro è sempre un ottimo regalo di Natale!

Ovviamente, ogni commento ulteriore è ben accetto!

Donne con la passione per le capre

Sta finendo la stagione delle rassegne, delle fiere, delle manifestazioni zootecniche in generale. Dovrebbe arrivare l’inverno, se le stagioni faranno ancora il loro corso come una volta, periodo in cui si stava a casa, si sistemavano gli attrezzi, si facevano mille lavoretti in attesa del riprendere le attività all’esterno. Era così un tempo, oggi sono cambiate tante cose. Non c’è più la coltre di neve che, per mesi, imponeva un “riposo” quasi forzato. E poi, chi alleva, spesso non fa soltanto quello, magari svolge attività di tutt’altro tipo, per vivere.

Nel corso delle ultime rassegne delle capre a cui ho partecipato, ho visto e incontrato anche delle donne: ragazze giovani, soprattutto. Altrimenti questo mi sembra un mondo un po’ maschile, specialmente poi quando si parla di battaglie delle capre. Ma è proprio così? Non del tutto, visto che nella finale di Locana è proprio stata una capra di Alessia, la ragazza nell’immagine, ad aggiudicarsi il titolo di regina.

Alle rassegne (qui siamo ieri a Vico Canavese) le allevatrici portano i loro animali per avere un riconoscimento del loro lavoro, della loro passione. Si sceglie, all’interno del proprio gregge, l’animale che si reputa il migliore e lo si sottopone all’esame degli esperti, che premieranno quelli che più rispondono agli standard di razza.

A Locana ho intervistato Eleonora, che ho poi ritrovato proprio a Vico, suo paese d’origine. “Prima le capre le aveva mia nonna, le ha sempre avute. Lei teneva le ciucche (senza corna) perchè le piacevano e poi per il latte, ne hanno di più. Quando io e la mia gemella eravamo piccole, ce ne ha comprate due, una a testa.

La nonna era famosa per i formaggi a Vico, non bastavano mai. Io adesso mungo solo un po’ in primavera, poi le mando via in montagna, a Felice in Val Soana. Lavoro al Bennet a Castellamonte, le capre sono solo una passione. A volte arrivo a casa dal lavoro alle 17, ma comunque le pascolo fino alle 19. Mio marito Giuseppe ha 60 pecore, ma anche lui fa altro, lavora in fabbrica. Quando le pecore sono giù, se ne occupa anche mio suocero. Le capre le porto alle rassegne di Locana e Vico Canavese.

A me le capre piacciono soprattutto colorate. E’ proprio solo una passione, perchè se uno guardasse tutto… andrebbe a fare altro!” Una soddisfazione, così come è una soddisfazione venire alla rassegna con i propri animali e ricevere anche un riconoscimento. Anche se la soddisfazione maggiore è il momento delle nascite, mi racconta Eleonora.

Ad entrambi gli appuntamenti c’era anche Marcella, ma lei alla passione per l’allevamento, unisce quella delle battaglie delle capre. “Io le capre le ho da due anni e mezzo, ma mio papà le ha sempre avute. Prima lavoravo in fabbrica, adesso sono disoccupata. Le ho prese perchè mi piacciono tanto.  Mi piace portarle alle battaglie, ho cominciato per gioco, un amico mi ha detto di portarle anche se era lontano da dove sto io, abito nel Biellese. Ne ho portata una a Carema lo scorso anno e si è subito qualificata per la finale di Locana. Avevo solo quella e si è qualificata. È stata una soddisfazione, venivano da me a complimentarsi gli allevatori che ne avevano tante!

Le capre le ho comprate. Loro sanno darti affetto. Io le vizio tanto. Quando faranno i capretti, le femmine sarà dura venderle perchè mi affeziono troppo. Mio papà dice che non è il lavoro per me, perchè mi dispiace poi dover dar via degli animali o mandare al macello i capretti. Vengo a queste manifestazioni anche per scambiare idee. Quello delle battaglie è un mondo soprattutto maschile, a parte qualche ragazzina giovane. A Locana ce n’erano due, Alessia e Sara. Io sono io… non c’è nessuno che mi aiuta! Probabilmente tanti uomini vengono alle battaglie, ma a casa le mogli badano alle bestie che restano in stalla. L’uomo così ha più tempo per queste cose. Ma se si ha tutti e due la passione, dovrebbe esserci la parità, essere presenti tutti e due insieme.

Quasi senza parole

Avrei molto da dire, ma quasi non so come dirlo. C’è stata una terribile alluvione. Localizzata, ma c’è stata. Due sono state le aree più colpite del Piemonte: prima la montagna (inizialmente le valli Monregalesi, poi quelle del Pinerolese, soprattutto la Val Chisone, ma anche Val Pellice, Valle Po e zone limitrofe, con smottamenti e frane un po’ ovunque) e poi la pianura dove i vari fiumi, torrenti, bealere e fossi ingrossati hanno dato sfogo a tutta quell’acqua che non riuscivano più a contenere. Non ho immagini mie, me ne sono rimasta a casa a temere che succedesse qualcosa di grave anche qui, invece fortunatamente c’è solo stata paura, preoccupazione, tanta acqua, disagi.

(foto dal web)

(foto dal web)

Se n’è parlato poco, pochissimo. La gente qui ha avuto l’impressione di contare poco-nulla, soprattutto la gente di montagna, i protagonisti loro malgrado, quelli colpiti in prima persona, danneggiati negli affetti, nelle cose, nelle attività. Persino il TG3 Regionale ha detto che il simbolo di questa alluvione erano i due battelli fluviali che, per la piena del Po a Torino, hanno rotto gli ormeggi e sono andati a sbattere contro un ponte. Uno si è poi inabissato. Non un’immagine della Val Chisone, della Val Germanasca, dove le strade sono interrotte e la gente è isolata. Altri TG hanno dato qualche notizia, mostrato qualche immagine, ripreso video dal web, ma un minimo di attenzione dalla sede di Torino ce la saremmo aspettata tutti.

(foto da Facebook, Simone Curti) Val Chisone

(foto da Facebook, Simone Curti) Val Chisone

Di immagini e video se ne trovano a centinaia sul web, in particolare sui social, dove adesso si diffondono anche gli appelli per andare a dare una mano a spalare fango. Per la viabilità interrotta ci vorrà più tempo. E’ morto anche un uomo in Val Chisone, cercava di andare a mettere in salvo i suoi cavalli. Di fronte a queste catastrofi (si veda pure il terremoto), gli allevatori sono ancora più in pericolo, perchè non abbandonano i propri animali, anzi… rischiano persino la vita per loro!

(foto da facebook, Massimo Bosco) Val Chisone

(foto da facebook, Massimo Bosco) Val Chisone

Quella montagna che tanto spesso vi mostro, che vi ho mostrato sotto forma di villaggi abbandonati, territori abbandonati… quella montagna è ferita gravemente. La precipitazione è stata senza dubbio eccezionale nella quantità, concentrata in poco tempo, così come spesso è accaduto negli ultimi anni. E’ facile dire dopo cosa bisognava fare. Un amico (allevatore, residente in una delle valli colpite) ieri mi diceva: “Divento pazzo a vedere i lavori che ci sarebbero da fare. Ma sul territorio che occupa oggi la nostra azienda, una volta c’erano da 15 a 20 famiglie e ora siamo in quattro gatti, con tutti gli animali da accudire. Con tutta la buona volontà… ma cosa vuoi fare? In più c’è il cambiamento che sta facendo il territorio, il tempo. Però c’è anche tanta gente che avrebbe il tempo per fare piccole opere. Uno stava guardando i fiumi e mi fa “oggi c’è solo da stare alla susta“, il giorno dopo toglievo dei suoi materiali incagliati nei tubi di un ponticello. Un altro si lamenta che la strada è distrutta, ma non ha manco la zappa dietro per deviare l’acqua!

(foto da Facebook, Massimo Bosco) Val Chisone

(foto da Facebook, Massimo Bosco) Val Chisone

A volte non si fa perchè sembra di essere quasi stupidi, una goccia nel mare dell’abbandono… Io pulisco il mio tratto di fosso, ma a monte e a valle nessuno lo fa, quindi… Comunque, ormai è successo. In tanti mi avete scritto chiedendo come stanno i pastori. Non bene, immagino. Ho sentito qualcuno quando ormai aveva smesso di piovere, perchè in quei momenti lì o sei tu a chiamare gli amici per chiedere aiuto, o non hai tempo di stare al telefono. Se la sono vista brutta, si sono allontanati dai fiumi e dai torrenti. Adesso cercheranno posti dove andare o daranno fieno fin quando prati e stoppie saranno di nuovo praticabili.

(foto da Facebook, Cooperativa il Trifoglio Cascina a Carignano

(foto da Facebook, Cooperativa il Trifoglio) Cascina a Carignano

Se la sono vista brutta anche quelli che stanno in pianura, con gli animali in stalla, anzi, per loro il peggio è arrivato dopo. Gli amici che stanno in questa cascina specificano che gli animali stanno bene e sono al sicuro, i danni si valuteranno dopo, quando l’acqua si abbasserà di livello.

(foto da facebook, Claudio Bonifazio) None (TO)

(foto da facebook, Claudio Bonifazio) None (TO)

Ecco altre immagini della pianura. Campi allagati, strade impraticabili, case e cascine allagate. Per fortuna ieri ha smesso di piovere, lentamente l’acqua defluirà e si cercherà di tornare alla normalità.

(foto da facebook)

(foto da facebook)

Quasi nessuno ha avuto tempo, modo e voglia di mettere su facebook le immagini di quel che stava succedendo ai propri animali. Ci sono altre priorità. Magari ha scattato un’immagine un amico che è andato a dare una mano ad evacuare la stalla, poi in seguito l’ha pubblicata come testimonianza.

(foto da Facebook, Mario Manzon)

(foto da Facebook, Mario Manzon)

Tra i miei contatti, ecco un margaro che ci mostra quello che cosa è successo alla sua cascina. Qua e là tra le pagine, di fronte ad immagini simili, c’è chi dice di portar via le bestie. Dove? Quando è tutto allagato, ma ha smesso di piovere e sai che la situazione non peggiorerà ulteriormente, non puoi fare altro che aspettare.

Per un rapporto completo sull’alluvione, l’articolo di Daniele Cat Berro su Nimbus qui.

Non sto a dire che auspicherei che adesso si lavori velocemente per ridare almeno i collegamenti essenziali alle persone isolate in montagna, senza far troppe parole e polemiche. Ma so già che non sarà così, perchè parole e polemiche già ne sto sentendo tante. La montagna è un territorio difficile, tanti, troppi, vorrebbero che fosse solo un piacevole sfondo per momenti di svago o una risorsa. Invece no… è un ambiente con tante contraddizioni, nel bene e nel male. Ciascuno oggi si starà rimboccando le maniche in prima persona, a partire dagli amministratori di piccoli e piccolissimi comuni, ed è così che bisognerebbe fare sempre nel quotidiano, con tanti piccoli gesti. E’ vero che paghiamo le tasse e quindi vogliamo attenzioni, ma non possiamo pretendere che qualcuno venga a pulire il fosso dietro casa (o, d’autunno, durante un’alluvione, che il Comune mi venga quotidianamente a togliere le foglie cadute dalle piante del viale davanti al negozio, osservazione ascoltata ieri nel mio paese). Se ciascuno facesse dei piccoli gesti, sarebbe più semplice intervenire in caso di necessità.

Ci va la passione comunque, anche allevando in questo modo

Dopo una realtà altamente tradizionale, dove l’allevamento è passione e quasi non comporta reddito, seguendo la mia guida, mi sposto di pochi chilometri per visitare un’azienda molto diversa. Lasciamo le pendici di Monte Bracco e ci inoltriamo nella bassa Valle Po, area ormai quasi totalmente frutticola. Meli, kiwi, piccoli frutti. E’ proprio tra i frutteti che c’è la stalla di Giuliano, nel comune di Revello.

Il titolare è appena arrivato da una riunione. Guardandolo non potrei definirlo un “pastore”, ma piuttosto un imprenditore. “Ho iniziato nel 2014 con le capre. Qui prima l’azienda era solo frutticola, ma mio nonno e mio papà erano margari, sono anche sposato con una margara. Qualche bestia per passione c’è sempre stata. Nell’azienda avevo un ricovero per gli attrezzi che era sovradimensionato, così ho deciso di fare un allevamento intensivo di capre. È stata una sfida per differenziare l’azienda, prima di iniziare ho visitato allevamenti di capre in tutta Italia.

Questo è un allevamento di capre da latte, la razza è la Camosciata delle Alpi. Non ci sono pascoli intorno alla stalla, gli animali mangiano fieno ed altri alimenti conservati. “Da giugno 2016 siamo certificati bio, tutta l’alimentazione è certificata, non usiamo mangimi OGM. Siamo anche un allevamento indenne CAEV e Scrapie. Questo è importante per la vendita di caprette ad altre aziende. Noi le prime quaranta le abbiamo comprate a Pavia, poi altre da Luisella Rosso a Bibiana.

L’obiettivo è di arrivare a 200, di più la stalla non può tenerne. Mungiamo e vendiamo il latte. Sono vestito così perchè oggi sono andato dal notaio. Con un’altra azienda caprina del Saluzzese abbiamo creato una cooperativa, la Biancoviso, abbiamo firmato proprio oggi l’atto costitutivo, per la vendita di latte di capra UHT biologico. I negozi dicono che c’è richiesta, ma fin quando non usciamo a gennaio con il prodotto, non si può dire. Vogliamo immetterlo nella grande distribuzione locale, dove adesso siamo già presenti con la frutta.

Una stalla moderna, animali di alta genealogia, ben tenuti, dotati di tutti i confort! Ma anche un modo totalmente diverso di concepire l’allevamento rispetto a molte altre realtà che ho visitato in questi mesi.  “Se abbastanza intensivo, era una forma di allevamento che dava un reddito più facile delle vacche da latte, per uno che deve iniziare totalmente da zero. Bisogna fare grossi investimenti, non ho problemi a dire le cifre. Già solo per la sala mungitura, ho speso 30.000 euro, mentre per un impianto per le vacche ce ne sarebbero voluti 100.000, per quello base. Solo di strutture, più di 200.000 euro di spese.

È un’altra concezione di allevatore, forse il tradizionale ha meno grattacapi di me, qui ti esponi tanto. Abbiamo diversi operai nell’azienda e uno si occupa solo delle capre. A lavorare così ti passano tutte le poesie, ma l’allevamento deve essere redditizio. Guardi la genealogia, la mammella, la resa. Ovviamente in un certo senso mi scontro con il mondo tradizionale, sono visto come un blageur (uno sbruffone)  ma a me tocca vestirmi da festa ben sovente per andare a gestire la mia azienda. Adesso con altri allevatori andremo in aereo in Francia a Capr’Inov, un salone esclusivamente dedicato alla filiera della capra da latte, una fiera specializzata. In Francia un allevamento come il mio è considerato piccolo.

Fuori dalla stalla, un appezzamento coperto di pannelli fotovoltaici, con pecore Ouessant ad occuparsi della “manutenzione” e dello “sfalcio”. “Le pecore mangiano gli avanzi di fieno delle capre e pascolano sotto ai pannelli. Ho anche delle Suffolk, sono ancora in montagna. Qualche animale in azienda comunque l’ho sempre avuto anche prima. La passione per le capre è un qualcosa di innato, ci va la passione comunque, anche allevando in questo modo. L’altra sera ho fatto la cena dei coscritti per i quarant’anni,  quando ho detto quel che facevo, una compagna delle elementari mi ha detto che già da bambino dicevo che volevo avere le capre!

Ho aperto gli occhi e ho visto capre

Era una giornata grigia e umida dalle mie parti, ma ormai avevo combinato per andare in Valle Po a vedere capre ed intervistare allevatori. Mi accompagna Giovanni, che conosce tutti e tutto… Così prima mi porta da un “allevatore tradizionale”, che già avevo incontrato alle fiere zootecniche. Siamo a Rifreddo e saliamo tra strette strade e borgate, ai piedi di Monte Bracco. Per fortuna lì c’era il sole e un bel panorama. Ci sono vacche al pascolo, piccole greggi di pecore, poi vedo più in alto le capre, appena sotto il bosco.

Parcheggiamo nel cortile della cascina e saliamo appena sopra, sui prati. Oggi Livio ha tenuto in basso le capre apposta per noi, altrimenti sarebbe stato su per i boschi a farle mangiare castagne. Monte Bracco è il posto delle capre, avevo già intervistato qualche mese fa una coppia di “famosi” allevatori che abitano sull’altro versante. Oggi ci sono ancora diverse famiglie che hanno capre, da queste parti, ma fino a mezzo secolo fa qui addirittura venivano a svernare centinaia di animali. “Monte Bracco le capre le manteneva anche d’inverno, è ben esposto, ci sono boschi. Si è andati avanti così fino a 45-50 anni fa. Partivano da Rifreddo per andarle a prendere fino in Val Pellice e venivano in qua con 5-600 capre, poi le davano alle varie famiglie, chi ne prendeva una, chi due, chi tre, spesso era gente che aveva già qualche capra sua. Quelli che le svernavano si prendevano in cambio il capretto.

Ho le capre da quando sono nato, ho aperto gli occhi e ho visto capre. Ho una foto che non cammino ancora e mi appoggio a due capretti. D’estate vado a lavorare, faccio qualche ora qua e là, d’inverno sto dietro alle capre. Sono trent’anni che le mando via d’estate perchè giù fa troppo caldo. Le mando al Lausun in Val Germanasca, dai Garnier.

Non solo capre, la passione è anche per le galline e per i colombi. Questa comunque è ancora una storia in cui la capra è soprattutto un piacere. Si vendono i capretti, ma “… se ne trovo una bella che mi piace, se me la vendono, la compro! La soddisfazione è avere una bella capra che ti piace più delle altre. Sono una passione, una passione che costa.” Dopo essere stata da Livio, Giovanni mi porterà in una realtà completamente differente, a pochi chilometri di distanza…

Pioveva… e nevicava a bassa quota

Sabato scorso ad Aosta pioveva e nevicava a quote relativamente basse. C’era la Foire des Alpes, rassegna dedicata a… tutti gli animali che non sono bovini, ma soprattutto capre e pecore.

Da camion, furgoni, camioncini scendevano gli animali e venivano condotti dentro l’arena, ma già al mattino c’era il dubbio che anche quest’anno la manifestazione non avrebbe avuto una partecipazione pari a quella dei primi anni.

Bisogna portare due capi (due pecore, due capre, una capra e una pecora) per avere diritto ai contributi erogati al fine di aiutare gli allevatori delle razze locali (pecora rosset, capra valdostana), quindi chi non è venuto alla Foire, non riceverà questi premi in denaro.

Qualcuno partecipa anche con specie e razze differenti: un giovanissimo appassionato con le sue capre nane, poi ci sono (pochi) cavalli, asini, lama. Ricordo in passato anche renne e molto altro, invece quest’anno c’erano pochissimi animali in generale, anche per quello che riguarda la parte di fiera, cioè animali che potevano essere venduti direttamente in quell’occasione.

C’è chi non è venuto per il tempo, chi è sceso, ma poi riparte quando gli dicono che sta nevicando e bisogna andare a metter dentro i manzi. C’è anche chi è arrivato e non vorrebbe scaricare i suoi animali, visto che toccherà lasciarli all’aperto sotto la pioggia. Raccolgo un po’ di voci: “Un mio amico non è venuto, ha una capra qualificata per domani alla finale della battaglia, lui munge, passare due giorni qui è un impegno, non ce la faceva.” “Negli anni passati ti aiutavano di più, adesso io che non ho razze di quelle per cui danno i contributi, ho solo spese per venire qui!

Il maltempo comunque non aiuta proprio. Ci sono quasi solo allevatori, qualche appassionato e nessun turista/curioso. Ricordo che, la mia prima volta alla Foire qualche anno fa, c’era pure il mercatino al piano superiore, c’era ancora anche lo scorso anno, mentre sabato solo il piano terra era parzialmente occupato dagli animali. Gli allevatori delle pecore si lamentavano: “…c’è spazio, capre ce ne sono poche, potevano lasciarci metter dentro anche le pecore!“. Alcune probabilmente erano ancora al pascolo, ma altre, tosate, sono state appositamente tirate fuori dalle stalle.

Ci si trova comunque tra appassionati, si gira, si chiacchiera, si guardano gli animali. Non solo capre valdostane, ma anche numerose “alpine comuni”.

Una capra davvero strana, in foto non rende l’idea fino in fondo delle sue dimensioni. Strano il colore e la morfologia, pensate che pesava, mi hanno detto, 106 kg!! Non so che incrocio strano fosse, ma dall’aspetto sembrava quasi una renna!

All’ingresso dell’arena, Camillo ed altri allevatori raccoglievano firme per sensibilizzare a riguardo della “questione lupo”. Avevano fatto stampare numerose foto scattate in valle durante innumerevoli predazioni a danno di capre, pecore e anche bovini. “Non me le hanno lasciate appendere, dicono che turbano la sensibilità del pubblico!“. Il pubblico invece si fermava, chiedeva, sfogliava, ma non sembrava affatto turbato, piuttosto indignato. Non sono mancate discussioni con chi invece riteneva che il lupo avesse pienamente ragione nel procacciarsi il cibo tra greggi e mandrie…

Ma quelli che affermano che allevare sia una forma di sfruttamento degli animali… perchè non viene a scambiare quattro chiacchiere con questo bambino, che ha addirittura fatto fare le copertine personalizzate per le sue capre?

C’è chi inganna il tempo in attesa delle premiazioni pomeridiane portando le capre all’aperto per una battaglia. D’altra parte è così che sono nate le battaglie delle capre “ufficiali”, sono stati regolamentati e ufficializzati quegli incontri che, per passione e passatempo, già si organizzavano tra amici.

Si va a far pranzo, poi ci si augura di tornare presto a casa. Piove, fa freddo, ci sono i lavori da fare…

Finalmente, senza perdere tempo, viene dato il via alle premiazioni. I giudici chiamano in campo i capi selezionati per ciascuna categoria, in modo da vederli affiancati e decidere quali sono i primi tre da premiare.

Si ritira il premio e si inizia a già a pensare alla battaglia del giorno successivo, per chi ha animali finalisti. La speranza è che anche il tempo sia migliore.

Chiude la rassegna la premiazione delle pecore, mentre pioggia e pioviggine si alternano, in una giornata decisamente fredda. Anche in una terra di forti tradizioni come la Val d’Aosta, la considerazione che può essere fatta alla fine della giornata è che anche qui si sente la crisi. Queste manifestazioni possono essere tenute in vita solo… con i soldi. La passione non è sufficiente. C’è un costo per venire qui con gli animali, sia economico (camion o altri mezzi), sia in termini di tempo. In qualche caso sarà anche mancanza di volontà, ma… quando tutto va bene, uno va volentieri a passare una giornata in compagnia con gli amici. Quando invece ci sono tante piccole/grandi cose che non girano per il verso giusto, viene a mancare persino l’entusiasmo.

Si procede

Il libro sulle capre va avanti, sto scrivendo i testi, poi inserirò le interviste, quelle già fatte, quelle che mi state mandando via internet (grazie! se altri volessero aggiungersi chiedendomi il questionario, siete tutti benvenuti). Ne farò ancora qualcuna sul campo, non tantissime, ma… da qualcuno di voi arriverò ancora.

Si scrive e si rilegge anche quando sono al pascolo, fonte di ispirazione e distrazione nello stesso tempo! Intanto l’altro libro, “Storie di pascolo vagante”, continua il suo cammino. Voi l’avete già letto? Se siete in Liguria, zona Savona, volevo segnalarvi che questo venerdì, 11 novembre, ore 18:00, sarò appunto a Savona alla libreria Ubik di Corso Italia 116. Sabato 19 novembre invece sarò a Cuneo nell’ambito di Scrittorincittà, corso Dante 41 – Centro incontri della Provincia – sala rossa, ore 14:30.

Ancora una segnalazione: sabato su l’Avvenire, è uscita un’intervista che mi è stata fatta qualche settimana fa. Qui per leggere l’articolo on-line. Unica nota, i giornalisti esagerano sempre un po’, chi ha fatto i titoli mi presenta come una che “per anni ha condotto le greggi”. Capisco che “faccia più figo” presentarmi così, ma non voglio prendermi meriti che non ho. Per anni ho vissuto la vita e la realtà del pascolo vagante, ma non sono mai stata io ad occuparmi del gregge in prima persona.

Luserna San Giovanni non delude mai!

La Fiera dei Santi a Luserna San Giovanni è un appuntamento che non delude mai. Ogni volta che qualcuno mi chiede una bella fiera da visitare, una fiera per cui valga la pena far chilometri, io suggerisco questo appuntamento.

Certo, pure in altre occasioni trovate un numero di bancarelle più o meno elevato, ma anche in questo campo a Luserna potete scegliere tra i produttori locali, le aziende agricole, i commercianti, gli artigiani… Altrove mi sembra spesso di essere più o meno ad un mercato, mentre a Luserna ho davvero la sensazione di essere ad una fiera.

Per gli attrezzi del mestiere trovate tutte le sellerie locali e anche altre da fuori regione. Poi mezzi agricoli, curiosità, abbigliamento… Questo è anche uno degli ultimi appuntamenti del genere, quindi ciascuno ha la sua liste di cose da comprare, che sia una tuta, un paio di scarponi, una rete per le pecore o altro ancora.

Ma il vero motivo per cui merita venire sono gli animali, così come si addice ad una vera fiera. A Luserna si viene ancora sia per vedere il bestiame, sia per fare acquisti. Quest’anno sono riuscita ad arrivare presto, pertanto non c’erano ancora nemmeno tutti gli espositori. All’inizio ero quasi delusa, perchè qualcuno mi aveva detto che non ci sarebbero state mandrie e greggi degli allevatori locali. Non che ci fosse poco da vedere… ma sarebbe stata solo una mezza fiera.

Pian piano tutti i commercianti arrivano con i loro animali, però rimanevano ancora molti spazi vuoti. La gente cominciava ad affluire, il giorno prima (festivo), aveva visto un afflusso straordinario. Nel giorno feriale invece ci sarebbe stato meno pubblico, soprattutto allevatori o comunque appassionati del settore.

Mentre assistevo allo scarico delle pecore, sono venuta a sapere che era cambiata la modalità di arrivo degli animali delle aziende locali: non alla spicciolata, ma con una vera e propria sfilata, tutti insieme, uno di seguito all’altro.

È il suono dei rudun, che si sente in lontananza nonostante tutti i rumori della fiera, il chiacchiericcio della gente, i richiami dei venditori ambulanti, ad annunciare l’arrivo delle mandrie. Un trattore apre la sfilata, poi via via arriva il bestiame.

Prima arrivano i bovini, poi sarà la volta di capre e pecore. Ha sicuramente un altro fascino vederli arrivare così: il pubblico si piazza lungo il percorso e si gode lo spettacolo. Si salutano le persone, si apprezzano gli animali, le diverse razze.

Una lunga sfilata… allevatori, parenti, amici, oggi sono tutti qui, anche quelli che forse avrebbero dovuto essere a scuola!! Grande entusiasmo per le capre: già presenti tutti gli anni con qualche animale, quest’anno Tony e Daniela hanno condotto alla fiera tutto il gregge.

Man mano ciascuno entra nel suo recinto e le campane annunciano qualcun altro in arrivo. La sfilata è conclusa dalle pecore, ecco il giovane pastore che indica all’amico che strada percorrere per arrivare al recinto. Poi il pubblico va a fare un giro a vedere gli animali con calma. Ci si trova tutti intorno a ciò che interessa di più, chi tra le pecore, chi tra i bovini, chi ad ammirare il gregge di capre.

Come a tutte le fiere ci si scambia notizie, informazioni, pettegolezzi. Si incontra gente che non si vedeva da tempo, si conoscono amici “virtuali” arrivati fin qui con un lungo viaggio, chi dalla Liguria, chi dalla Toscana, chi dal Trentino o dal Veneto. “…perchè dalle nostre parti di fiere così non ce ne sono più!“. Speriamo che la tradizione si mantenga… arrivederci al prossimo anno, sempre il 2 novembre!