Allevatori nelle zone terremotate

I fatti di questi ultimi mesi, settimane, giorni hanno profondamente toccato tutti. C’è un proliferare di iniziative di ogni tipo per cercare di essere d’aiuto. Ho scelto di dare una mano in questa, pubblicandola qui, perché nasce da persone che conosco. Semplicemente tutto nasce da amici allevatori che dicono: “Non possiamo aiutare in qualche modo i nostri colleghi?”. In questo momento gli animali, privi di stalle o con stalle precarie, con il fieno difficilmente raggiungibile a causa della neve, hanno soprattutto bisogno di essere ALIMENTATI. Ci sono grossi problemi sulle vie di comunicazione, è impensabile spostarli (per andare dove, poi?).

Abbiamo quindi deciso di far arrivare del mangime. Questa è l’iniziativa che stiamo condividendo sui social network.

Aiuto agli allevatori delle zone terremotate: UN GRANDE CUORE… A 4 ZAMPE, iniziativa nata spontaneamente in Piemonte: il mangimificio Mottura di Ferrere di Asti si è reso disponibile sia con una donazione, sia con un prezzo di favore 25€ al quintale (7,00 € al sacco)
Per partecipare alla raccolta di mangimi da inviare agli allevatori delle zone terremotate, fate un bonifico con la somma desiderata tramite il codice Iban IT52G0608547420000000001173 intestato a Mangimi Mottura Ferrere di Asti con causale “UN GRANDE CUORE… A 4 ZAMPE ”
Raggiunto il carico di 150 quintali la Protezione Civile effettuerà il trasporto in un centro di smistamento di prodotti per animali nelle zone terremotate. Dei volontari seguiranno il carico per garantire che la consegna vada a buon fin. Un grosso grazie a Gaetano Caudera che si è prodigato per organizzare l’iniziativa e fare da tramite. Grazie anche a Marcella Mottura per la sua generosità e disponibilità.
Superati i 150 quintali, si organizzeranno ulteriori viaggi. La situazione è grave e l’emergenza purtroppo non si risolverà in tempi brevi, ma non aspettate e donate SUBITO! GRAZIE A TUTTI

Altri allevatori si stanno muovendo per inviare del fieno. La solidarietà è tanta… Su Facebook vi terrò progressivamente informata sugli esiti, appena ne verrò a conoscenza.

Foto storiche capre… chi ne ha?

Cari amici, provo ancora una volta a chiedere il vostro aiuto. Sto cercando qualche foto storica di capre per illustrare il mio libro. C’è qualcuno che ne ha?

(da dimensionmontagne.org, foto di S.Cosson)

(da dimensionmontagne.org, foto di S.Cosson)

Cose del genere, tanto per capirci. Più sono antiche, meglio è. Ma anche scatti di 40-50-60 anni fa.

(foto dal web, associazione RARE)

(foto dal web, associazione RARE)

Spero mi possiate aiutare. Possono anche essere vecchie cartoline, come in questo caso.

(foto dal web, heimatsammlung.de)

(foto dal web, heimatsammlung.de)

Se trovate qualcosa, scrivetemi qui nei commenti o via e-mail. Ovviamente non vi chiedo l’originale della foto, ma solo una sua riproduzione digitale. Grazie mille fin da ora a chi potrà aiutarmi.

Le capre hanno un posto speciale nel mio cuore

La capra, questo strano animale… nel mio cammino per scrivere il futuro libro, parallelamente le sto conoscendo sempre meglio, grazie al rapporto con i miei animali, ma imparo qualcosa anche da ogni persona che incontro o che mi racconta la sua storia. Alcune sono particolarmente toccanti ed emozionanti. Noemi l’ho incontrata prima nel mondo virtuale, poi ho apprezzato i suoi disegni, quindi ci siamo conosciute di persona ad una battaglia delle capre a Lanzo. Lei vive nel Canavese, in provincia di Torino.

…ed ho ricevuto da lei quelle che per me è stato un bellissimo e prezioso regalo. Da una foto che avevo pubblicato su Facebook, ecco la mia Chocolat, com’era un anno fa. Ma chi è questa ragazza appassionata di capre, di arte e molto altro ancora?

(foto N.Biason)

(foto N.Biason)

Io ho questa stramba passione per le capre : stramba per gli altri perché sono una ragazza, per me è la cosa più normale al mondo… però non so, quel timore di venir giudicata dagli altri ti rimane sempre e anche per questo che non le ho mai portate alle battaglie. Le capre hanno preso un posto speciale nel mio cuore per un altra vicenda che mi è successa: due anni fa ho avuto un brutto incidente in auto e diciamo che loro mi hanno dato la forza di andare avanti di non fermarmi davanti alle difficoltà, anche perché loro mangiano e bevono comunque, quindi mi sono rimessa in pista e ora… la mia famiglia sopporta me e le mie capre!

(foto N.Biason)

(foto N.Biason)

Ora sto dando via le Valdostane e mi sto dedicando solo più alla Razza Fiurinà, per ora ne ho solo 5, ma mi piacerebbe aumentare il numero più avanti. Me ne sono innamorata per la loro colorazione e siccome tra le altre passioni ho il disegno, mi ha subito colpito il loro manto che io lo definisco simile ad un dipinto di Monet.

(foto N.Biason)

(foto N.Biason)

Secondo me noi donne scegliamo le capre principalmente per due motivi. Primo perché come gestione non richiedono un’elevata forza fisica e quindi anche una ragazza esile come me può benissimo cavarsela da sola. Secondo motivo, quello per me fondamentale, è che noi donne siamo più adatte a stabilire una vera e propria sintonia con questi animali. Però ritengo che sia una passione più maschile e i fatti lo dimostrano. Le ragazze con questa passione, specialmente della mia età, sono in netta minoranza rispetto agli uomini. Una volta era diverso, di solito erano le donne a badare alle capre. Mi hanno sempre raccontato della mia trisnonna che aveva le capre come molte altre donne in paese. Era una cosa normale!  Ora ritengo che le ragazze della mia età si siano sempre di più allontanate da questo mondo.

(foto N.Biason)

(foto N.Biason)

La mia attività principale non sono le capre, anche se non posso negare di averci sognato per po’. Ora lavoro assieme al mio ragazzo nell’azienda vitivinicola di famiglia. Ho qualche amico allevatore, da quando ho le capre ancora di più, però mi piacerebbe avere un amica allevatrice.  Gli altri allevatori per fortuna mi hanno sempre trattata alla pari e questo mi ha fatto sempre molto piacere.

La passione per il disegno l’ho sempre avuta. Fin da bambina amavo disegnare gli animali e la natura. Poi mi sono Diplomata all’Istituto D’Arte in Architettura e Arredamento. Per una serie di motivi ho interrotto gli studi, ma non ho mai smesso di disegnare quando riesco a ritagliarmi un attimo di tempo libero. Non disegno solamente capre, però le ritengo uno dei miei soggetti preferiti. Stando a stretto contatto con loro riesci a coglierne ogni più piccola sfumatura.

(foto N.Biason)

Secondo me il loro carattere è molto più simile al nostro più di quanto immaginiamo. Sono molto intelligenti, anche per questo a volte sono degli animali diffidenti con gli estranei. Sono molto astute, non scendono a compromessi e non scordano i piccoli vizi che uno gli da. Sono molto impulsive e vivaci. Si scornano ogni due minuti, ma nei momenti difficoltà diventano un gruppo compatto pronto a difendere i propri membri. Io le ritengo uno degli animali più eleganti, espressivi, comunicativi e sensibili che abbia mai conosciuto.

La grande sensibilità e il senso artistico di Noemi ci ha regalato non soltanto dei meravigliosi ritratti su carta delle capre, ma anche uno splendido quadro fatto di parole e sentimenti. Grazie per le emozioni che ci hai trasmesso!

Come una volta, ma fino a quando?

Devo ancora completare il racconto delle mie giornate (ed incontri) nel Nord Piemonte. Prima di rientrare a casa, ero passata da una delle tante piccole aziende tradizionali che ci sono a Trasquera. Gli animali sono lì, appena sopra alla strada, poi esce Marina.

Ha un sacco con del pane e la prima ad accorrere è una coppia di pecore vallesane. Il villaggio è praticamente deserto, ma si vedono e sentono animali al pascolo un po’ ovunque.

Dopo arrivano le capre, che stavano brucando un po’ più in alto. Ci sono delle Vallesane e delle Sempione, queste ultime (bianche a pelo lungo) molto rare, si tratta di una razza quasi estinta. “Qui capre ce ne sono sempre state, prima di me le aveva mia mamma, mia nonna, abbiamo sempre avuto le vallesane. Il nonno, il bisnonno, tutti avevano capre. Lavorando, per me è un hobby. Vado a lavorare in Svizzera, il confine è poco lontano, qui tanti vanno a lavorare fuori. Qui c’è solo un’azienda che ne ha più di cento (non vallesane), loro lo fanno per mestiere, tutti gli altri invece fanno altri lavori. Si tengono più che altro per passione.

Adesso le metto in stalla di sera, perché stanno per partorire, altrimenti le tengo dentro solo se nevica, al massimo stanno in stalla due mesi. In estate le tengo giù fino ad agosto, perché le mungo, poi le metto su in alto, ma vado una volta alla settimana a vederle, altrimenti vengono troppo selvatiche. Aumentasse la presenza del lupo… come si fa? Non si può pascolarle con le reti, d’estate fossero giù come adesso che girano tra le case, la gente si lamenterebbe, ma comunque il lupo, se c’è, arriva anche qui, non è che non viene perché ci sono le case.

Marina mi spiega che la frazione è abitata da 11 persone, sono tre famiglie, tutti parenti, nessuno si lamenta per gli animali che girano tra le case. Una gestione diversa sarebbe impensabile: così tutto funziona, sia per il tempo da dedicare agli animali, sia per il loro benessere. La presenza stabile del lupo farebbe scomparire interamente questa realtà. “I giovani non hanno più tanto la passione, i più giovani sono quelli della mia età, i giovanissimi no, perché non è un mestiere redditizio. Forse se lo fai con tante, ma devi proprio avere l’azienda, attrezzarti, fare spese. Siamo duecento persone in tutto il comune. L’Associazione degli allevatori ha 15 aziende, ci sono anche allevatori di Varzo, l’abbiamo fatta per gestire i soldi che il Comune ci da per organizzare la festa che facciamo ad ottobre.

Prima di lasciare Trasquera, incontro ancora altri animali che si spostano liberi tra le case. Sembra che ogni gregge abbia un suo territorio e non vada a mescolarsi con gli altri. Si sentono campanelle un po’ ovunque.

Nei prati (allora ancora senza neve), c’è qualcuno che sta rastrellando foglie. E’ Simona, anche lei alleva capre, ma le sue non sono nè quelle che ho incontrato sulla strada, nè quelle che si vedono più a valle. Il paesaggio, grazie alla presenza di tutti questi appassionati allevatori, è bello, pulito, curato. Prati sfalciati, poi pascolati, concimati. Foglie raccolte, portate via per essere utilizzate come lettiera in stalla.

Nel “centro” del paese, l’unica bottega, poco sopra, in pascoli ancora al sole, trova di che sfamarsi un gregge di pecore. Non si vede molta gente in giro, anche i turisti sono pochi, forse la maggior parte è nell’altro vallone, a San Domenico. Qui si può approfittare delle giornate insolitamente miti e della scarsa neve per fare escursionismo lungo i percorsi segnalati.

Poco più in là, ecco altre capre. Che silenzio ci sarebbe, senza tutti questi animali, che senso di vuoto. Non potessero essere lasciati liberi, a questa stagione sarebbero in stalla, dato che non c’è abbastanza da mangiare per tirare delle reti entro cui metterli al pascolo. Girando a piacimento invece si sfamano, un po’ nei boschi, un po’ nei prati.

Le giornate sono corte, la valle è stretta, il sole tramonta presto. E’ raro ormai trovare ancora realtà del genere, dove sopravvivono forme di gestione che altrove sono impossibili da attuare a causa dei predatori. Solo la presenza di queste piccole greggi libere al pascolo può garantire un paesaggio tanto pulito e curato, a questa stagione.

Continuando a scendere, prima di lasciare Trasquera, faccio ancora altri incontri. Un piccolo gregge mi attraversa la strada con tutta calma, un altro è fermo a ruminare nei prati ormai all’ombra.

Anche prima di arrivare a Varzo ci sono altri piccoli gruppi di pecore e di capre. Una volta era così un po’ dappertutto, ma ormai nella maggior parte delle valli non è più possibile tenere così gli animali. Visto che sono solo tutti allevamenti di appassionati, se dovessero aumentare le spese e il tempo da dedicarvici per cercare di difenderli dai predatori, probabilmente la gran parte di queste greggi verrebbe venduta.

Non ci ripagheremo mai le spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi

In mezzo alla sempre maggiore spazzatura e disinformazione, resta una grande utilità dei social network quando ti permette di “incontrare” certe realtà. Poi sta a noi concretizzare il contatto e andare sul posto.

Sono arrivata a Bugliaga dentro a notte fonda, per fortuna Massimo, il marito di Licia, è venuto a prendermi con il mezzo adatto, perchè già raggiungere Trasquera era stato un po’ avventuroso. Imboccata la strada che sale a San Domenico, avevo visto allontanarsi quelle che, ad occhio, potevano essere le luci del villaggio. Salivo, salivo, il navigatore a casaccio diceva di girare a destra, quando sopra e sotto di me c’erano solo ripidi boschi e oscurità. Quando ormai pensavo di essermi persa il bivio, ecco la freccia. La strada si fa più stretta, sale, scende, passa in una forra su di un ponte che immagino molto alto. Poi però attraverso le frazioni sparse di Trasquera e, in una piazzetta davanti alla chiesa, aspetto Massimo. Il fuoristrada avanza senza problemi anche sul ghiaccio e mi deposita in un luogo da fiaba, che apprezzerò meglio all’alba del mattino dopo.

Siamo a Bugliaga dentro, a poca distanza dal confine svizzero, raggiungibile a piedi proseguendo lungo i sentieri. La vallata è quella del Sempione. Qui si sono trasferiti Licia e Massimo, hanno letteralmente cambiato vita e, dallo scorso mese di maggio, hanno anche aperto un agriturismo. “Siamo due medici di Bareggio (MI), zona a vocazione agricola, mio nonno aveva il caseificio e faceva il taleggio, mia zia aveva la latteria, mi ricordo che da bambina andavamo con il calesse a ritirare il latte.  Avevamo già l’idea di trasferirci in montagna, prima cercavamo qualcosa in Trentino, poi degli amici ci hanno detto di venire a vedere qui e ci siamo innamorati del posto. L’abbiamo preso nel 1999, siamo gli unici che ci vivono davvero. Quando nevica tanto si viene con le ciaspole o con gli sci. Subito non avevamo animali, però avevo chiesto ad amici di conoscere la gente degli alpeggi. Ho conosciuto Gemma, all’inizio non parlava, aveva vergogna, paura di esprimersi davanti a due medici. Ho girato per dieci giorni con lo zaino spostandomi tra gli alpeggi e ho iniziato a stare con gli allevatori. Pian piano ho imparato anche a fare il formaggio. Massimo nel 2000 ha smesso di fare il medico e si è messo a fare il falegname, lui si occupa soprattutto di ristrutturazioni, la parte artistica del legno. Abbiamo preso una stalla, Gemma ci ha intestato le capre, anche se di fatto continuava ad occuparsene principalmente lei. Poi abbiamo rilevato una delle greggi più “antiche” che c’erano qui. Adesso abbiamo 19 capre ed è il primo anno che ce ne occupiamo davvero noi in prima persona.

La loro non è una di quelle storie di romanticismo privo di senso pratico e concretezza, anzi! Hanno lavorato e stanno lavorando duramente per ridare vita a questo posto. “Le capre sono una parte del discorso nel recupero del luogo: i pascoli, il fieno, le strutture. Quando è il periodo del fieno, vedi tutti nei prati, così come quando si sparge il letame. Quando siamo arrivati qui 15 anni fa era tutto abbandonato e le ginestre erano più alte delle case. La gente dice “che bello qui”, ma è così perché c’è gente che ci vive, ci lavora e, soprattutto, ha gli animali, altrimenti non sarebbe così bello. Qui una volta era abitato tutto l’anno. Per vivere a 360 gradi la montagna devi avere gli animali, altrimenti fai solo il turista, il villeggiante, non hai il vero senso della vita in montagna.  Gli “ambientalisti” questo non lo capiscono, la necessità dell’allevamento per far vivere la montagna. Allevare significa necessariamente mungere e macellare. L’animale immagazzina l’energia dell’estate e te la ridà in inverno quando non c’è niente di fresco da mangiare: macellare è un dispiacere, ma è una necessità.

L’agriturismo non è pubblicizzato, non ha un sito, c’è solo su google.maps e sulla pagina facebook di Licia. Eppure il passaparola e la collocazione sugli itinerari escursionistici fa sì che pian piano il passaparola stia portando clienti. “Non avevamo idea di fare un agriturismo all’inizio, però adesso sono felice, stiamo creando un’altra idea di turismo. La gente del posto ci ha accettato, ci hanno aiutato e insegnato. Non vogliamo portare qui “la massa”, ma turisti che capiscano, apprezzino, condividano la nostra filosofia. La nostra attività non è un vero reddito, ma è indispensabile per recuperare e dare un senso a questo recupero. I formaggi e la carne li usiamo nell’agriturismo. Contiamo sulla qualità e non sui grandi numeri, anche sul “fare cultura” di un certo tipo. L’80% della clientela sono Svizzeri. Una cosa così se non hai soldi tuoi non la puoi fare, le “persone normali” non ci riescono. Noi tutti i nostri soldi li abbiamo messi qui, tanto non abbiamo figli.

Proprio quel giorno, le capre non si fanno vedere. Licia mi spiega che hanno un loro territorio, che sono sempre libere, venivano a farsi mungere mattino e sera, ma adesso sono gli ultimi giorni all’aperto prima di essere portate in stalla. C’è una piccola stalletta dove dovrebbe esserci il gregge, ma quando arriviamo noi ci sono solo le tracce del passaggio del gregge. Nel pomeriggio, quando sarò quasi a casa, mi arriverà un messaggio e delle foto da parte di Licia… ovviamente le capre c’erano, sono solo io che non ho avuto fortuna. Licia e Massimo temono un ritorno stabile del lupo, che manderebbe in crisi tutto questo secolare sistema di gestione della montagna, soprattutto oggi che non è più redditizio come un tempo.

(foto L.Rotondi)

(foto L.Rotondi)

Le capre di Licia sono Vallesane, autoctone di queste terre. Eccole nei giorni scorsi all’arrivo a Bugliaga dentro, per essere condotte in stalla. “Non hanno tantissimo latte, ma producono anche oltre le mie aspettative, poi è molto concentrato. D’autunno diminuisce la quantità, ma faccio quasi la stessa quantità di formaggio.” Un posto da fiaba, ma non sempre le cose sono facili in un luogo che può anche essere isolato in caso di maltempo. Poi una volta qui c’era tanta gente a tener viva e pulita la montagna, mentre oggi Licia e Massimo sono gli unici abitanti. “Sei sperso, lontano da tutti, ma fari certi incontri! Sta diventando un punto di aggregazione. Non ci ripagheremo mai delle spese economiche, ma vieni ripagato in altri modi.

I nomi dei cani

Oggi vi propongo un piccolo “gioco”. In realtà è una cosa molto seria, ma credo possa essere divertente per tutti, sia per chi contribuirà partecipandovi sia per chi, come me, è curioso dei risultati. Di cosa vi sto parlando? Di nomi di cani da pastore: nomi attuali, nomi del passato. L’idea è venuta ad un mio amico che più volte mi ha dato dei preziosi aiuti per i miei libri. Tutta l’ortografia dei termini in piemontese e in patois delle mie opere (soprattutto “Dove vai pastore?”) è stata curata da Matteo Rivoira, che qualche tempo fa mi ha scritto per propormi un suo progetto.

Vorrei provare a fare un repertorio di nomi di cane di pastore. Ovviamente non ho tempo di andare di alpeggio in alpeggio, mi chiedevo se tu potessi darmi una mano. Vorrei usare il materiale per scrivere un breve saggio in onore di un maestro che, oltre che filologo, ha la passione per i cani!“. Nomi di cani in questi anni ne ho sentiti molti, ma adesso internet permette di recuperare facilmente dati e testimonianze direttamente dagli allevatori, che… oltre a pascolare e lavorare in stalla, “navigano” da pc e da smartphone.

Ecco allora un facilissimo questionario che Matteo ha messo a punto dopo che ci siamo consultati su alcuni aspetti. Non ci sono solo più i cani da conduzione, ma anche i cani da guardiania e, molto probabilmente, i nomi utilizzati sono diversi per queste “new entries”, mentre per i cani da lavoro ci saranno nomi più classici: Fiume, Linda, Lampo, Fero, Luna, Kira, Lupo… E’ solo una mia idea? Vedremo cosa risponderete. QUI potete entrare nel questionario. E’ facilmente accessibile anche da cellulare. Bastano pochi minuti per la sua compilazione.

Per i più giovani di voi, ci fareste un gran favore rivolgendo le domande ai vostri genitori o, meglio ancora, anche ai vostri nonni, per avere un quadro più ampio possibile sui nomi di cani utilizzati adesso… e nel passato (se ci sono differenze o se i nomi continuano a tramandarsi).

Cani usati con le pecore, con le capre, con le vacche, cani meticci, cani di razza. L’importante è che si parli di cani che hanno a che fare con l’allevamento, perchè questo è l’ambito dell’indagine di Matteo. Non c’è un’area territoriale, tutti i vostri contributi saranno benvenuti.

Io & Grey ovviamente abbiamo già partecipato! Adesso tocca a voi. Matteo mi ha promesso che sarò tra i primi a conoscere i risultati della ricerca, quindi li condividerò con tutti voi. A me l’idea stuzzica parecchio, avevo letto anni fa un interessante articolo che parlava di una ricerca analoga (una tesi di laurea) sui nomi delle vacche. Siete pronti allora? Via con la compilazione QUI!

Due facce della stessa passione

La tappa successiva l’ho fatta a Pieve Vergonte, dove sapevo già che avrei incontrato degli amici. Non sapevo che, a loro volta, mi avrebbero portata da altri allevatori. Razze diverse e forme di allevamento diverso, stessa passione di fondo.

Da Rosalba e Lino (Azienda Valtoppa) ero già stata un paio di anni fa. 40 capre saanen, un punto vendita di formaggi: “Abbiamo iniziato nel 2005, prima avevamo le vacche. Ci sono stati dei dissidi con il collega della latteria turnaria, eravamo rimasti solo in due, così abbiamo cambiato, la stalla c’era. Io lavoro come operaio e il “tempo libero” è tutto dedicato alle capre. I soldi del mio lavoro servono anche per mandare avanti l’attività. Rosalba è entrata in questo mondo quando ci siamo sposati. Per non buttare via tutto, la stalla ecc, abbiamo deciso di cambiare così. Abbiamo preso le saanen perché dicevano che il latte era meno forte, il cliente non vuole il formaggio che “sappia di capra”.

La capra saanen, allevata in questo modo, ricade nella tipologia che, sui manuali, viene definito intensivo, anche se il numero di capi è ridotto. Capre sempre in stalla, mai al pascolo. “Per pascolare serve tempo… e il posto, così non le mettiamo mai al pascolo. Il fieno è tutto autoprodotto, poi diamo integrazioni. Per forza, altrimenti producono poco latte. Quest’anno il fieno di primo taglio è stato fatto con l’erba vecchia, pioveva sempre e non si riusciva a tagliare, così non lo mangiano. Se uno nasce con questa malattia… è passione! Facendo selezione, c’è stato un anno che eravamo il quinto allevamento in Italia come produzioni. A me piace far selezione, almeno quello come soddisfazione!

Poi Lino mi accompagna a piedi verso un’altra parte del paese, vuole farmi incontrare due fratelli, anche loro allevatori. Prima passiamo accanto al loro gregge, ancora all’aperto in quei giorni ancora esageratamente miti. La gran parte delle capre invece è in stalla.

Anzi, in tante piccole stallette, perchè sembra che dietro ogni porta in legno ci siano belati. Entriamo in un paio di porte e vediamo capre, capre di tutti i colori, dal pelo lungo, corto, con e senza corna.

Oppure con quattro corna, come in questo caso. I fratelli Piranda, Giuliano e Agostino, sono al lavoro per sistemare tutti gli animali e dar loro da mangiare. Sono appena scesi, o meglio, sono appena stati fatti scendere dalle ripide montagne sovrastanti, una decina di capi  è ancora “dispersa”. Non sono scesi con il grosso del gregge (una novantina di capi in totale), ma sono già stati avvistati.

Questa è la più antica e tradizionale forma di allevamento caprino, che persiste solo grazie al fatto che il lupo non si è ancora stabilizzato da queste parti. “Avevamo anche mucche, poi le abbiamo vendute, abbiamo tenuto le pecore e le capre. Le lasciamo libere in montagna, da maggio fino a fine dicembre, dipende dalla neve. Affittiamo un posto, ma poi le capre vanno dove c’è erba. Come reddito, si vende il capretto. Una volta le mungevo. Qui il lupo non c’è ancora, ci fosse non si potrebbe più fare così.

Nostro zio lo chiamavano “Giovannino del lupo”, perché è stato quello che ha ucciso l’ultimo lupo nel 1927, è stato attaccato mentre era al pascolo e gli ha sparato. Ho ancora la pagina, gli avevano dedicato la copertina su “La domenica del corriere”. Una volta ce n’erano tante capre, adesso gli anziani non ci sono più, siamo solo più pochi che le teniamo.

In casa una specie di museo, tra vecchie foto e campane, uno degli “aspetti collaterali” della passione per l’allevamento.

L’esperto di cani è Agostino, è lui che li “fa”. “Per tirarle giù da in montagna si usa il cane, adesso si fatica più di una volta, perché le lascio tanto libere. Una volta andavo a vederle spesso, adesso lavoro come manovale edile e non sempre nel fine settimana si riesce, così restano più selvatiche. Fare il cane non è semplice, dovresti sempre averlo sotto a lavorare. Deve avere l’indole, ma non basta, bisogna starci insieme per farli lavorare bene.

 

Non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro

Rieccomi, con l’anno nuovo, ad aggiornare queste pagine con nuove storie. Prima della fine del 2016, in quelle giornate eccezionalmente calde che hanno seguito il Natale, sono andata a fare delle interviste che mai avrei creduto di poter realizzare in inverno.

Invece quel giorno, già al mattino (ero partita da casa a notte fonda), mi accingevo a salire prima in camicia, poi in maglietta, con il Lago Maggiore che si apriva sotto i miei occhi. Sono a pochi chilometri dal confine svizzero, ho lasciato la strada che costeggia il lago e porta in terra elvetica per salire lungo una stretta stradina tra case e ville, con molte auto dalle targhe tedesche parcheggiate davanti ai cancelli.

Cinzago, una frazione quasi fantasma. Per uno dei quegli strani giochi del destino qui, al ritorno, in modo del tutto casuale, incontrerò un compagno di università che non vedevo da quindici anni… Ma la storia che vi devo raccontare è un’altra. Le indicazioni di Gaia e Matteo per raggiungere la loro azienda erano così precise e dettagliate da incutere timore, come se il percorso fosse difficile da individuare.

Lasciata la macchina prima della frazione, i cui vicoli hanno l’ampiezza dei tempi in cui non esistevano i mezzi a motore, la attraverso e cammino…

Cammino in un bosco di querce e grossi alberi di agrifoglio coperti di bacche rosse, fino alla chiesa di San Bartolomeo. Poi proseguo ed inizio a salire con pendenze maggiori lungo un sentiero quasi lastricato, a gradini, scivolosi per la coltre di foglie secche. Sto andando ad un alpeggio, ma un alpeggio che oggi è abitato tutto l’anno, per incontrare delle persone davvero speciali.

Si cammina sempre nel bosco fin quando si incontra il cartello dell’azienda agricola e si esce sui pascoli, recuperati a fatica dopo anni di abbandono. Siamo ad Agher (Prati d’Agra), all’azienda agricola di montagna Chindemi. “Vivevo a Milano, a 18 anni sono andato via da casa e sono andato in Aspromonte a fare il pastore. I miei nonni erano siciliani, facevano gli allevatori di vacche e di cavalli. I miei genitori non hanno detto niente, per loro tutti i lavori andavano bene, bastava che fossero onesti. Siamo andati anche in Svizzera in Canton Ticino a Tesserete, con le capre“, racconta Matteo. “Io invece sono nata in periferia di Parigi, mia nonna era svizzera, di Ginevra, mia mamma della Val Solda in Lombardia, ma insegnava a Parigi.  Da bambina non pensavo di allevare capre! Sono tornata in Val Solda da ragazzina. Giravo tanto in montagna a piedi. Ho fatto il liceo artistico a Milano, sono uscita con il massimo dei voti. Mi è sempre piaciuto fare cose pratiche, artigianato. Mia mamma è mancata quando avevo 17 anni, io vivevo da sola con lei. Ho incontrato Matteo prima della maturità, c’è subito stata una grande affinità di idee, di conoscenze, di ambienti e situazioni umane. Camminare è sempre piaciuto a tutti e due. Le scelte che si fanno, devono essere condivise e consapevoli. Ha sempre funzionato tutto, nonostante le difficoltà. In Calabria siamo andati insieme, siamo molto adattabili. Ci piace conoscere le culture. Abbiamo vissuto presso famiglie per conoscere, imparare i lavori agricoli“, completa il quadro Gaia.

Questa giovane famiglia, che adesso ha tre bambine, ha fatto la scelta di vita di stabilirsi quassù. ” Le varie vicende ci hanno portato qui, il tanto lavoro non ci spaventa. Il primo anno eravamo senza luce, senz’acqua, senza niente. Da ragazzino venivo in vacanza in questi luoghi. C’è turismo, per la vendita funziona. Era tutto abbandonato da trent’anni. Ci sono 12 ettari di terra. Era in vendita, poi 60 ettari ce li davano in comodato d’uso. Sembrava dovessero fare una pista, invece niente, però c’è la teleferica.  Qui c’è un’ottima esposizione, gli inverni non sono lunghi e c’è abbondanza d’acqua. Adesso sono dieci anni che siamo qui. Pensavamo già di tenere capre, perché  sono gli animali ideali per sfruttare il territorio.

Ci sono state difficoltà sociali e umane soprattutto quando le bambine hanno iniziato a dover andare a scuola. Gaia mi racconta tutti i dettagli di questa vicenda quasi dolorosa, tra istruzione parentale, scuola steineriana, frequenza parziale: “Ogni anno comunque facevano l’esame di stato presso la scuola, con ottimi risultati. La scuola a casa per noi era una necessità, ma la mentalità di paese non capiva. Non mandi i figli a scuola? Allora ti mando i Carabinieri!  Quest’anno invece frequentano quotidianamente e io sto giù in settimana. Per il commercio è meglio, porto giù i prodotti.

Matteo non riusciva, da solo, a gestire tutto: gli animali, il recupero dei pascoli, la mungitura, la caseificazione. “Prima con 70 verzasca faticavo troppo, quando arriveranno le altre, avrò poi 40-50 camosciate, sono più mansuete e riesco a gestirle meglio. Mungo a mano, ma da quest’anno lo farò a macchina perché inizio ad avere i primi dolori. Pascolo, do fieno, ce lo facciamo portare con l’elicottero, mettendo insieme dei trasporti anche per altri. Integrazioni ne faccio il meno possibile. Leggo le analisi del latte e integro il necessario. Pascolo con recinti mobili, mentre con le verzasca facevo pascolo guidato con il cane.

Ci sarebbe spazio per pascolare anche un gran numero di capre, ma le forze umane non sono inesauribili. C’è stato quindi un periodo di pausa: venduti gli animali, la famiglia si prende una pausa e va in Francia. “Per le razze autoctone devi avere degli aiuti dalle istituzioni, altrimenti non ce la fai. In Piemonte la Verzasca non è tra le razze per cui danno il contributo, così abbiamo deciso a malincuore di venderle. Facendo i conti non ci stavamo dentro, anche se avevamo migliorato la genetica. Siamo stati un periodo in Francia, abbiamo lavorato in aziende e in fiere, fatto corsi. Là organizzano tanti corsi e i docenti sono allevatori e casari, si fa molta pratica. Comunque c’era l’idea di tornare qui. La comunità faceva circolare ogni tipo di voci, dalla galera al divorzio! Noi sentivamo il bisogno di fare un periodo di formazione.

L’Agher è un… porto di montagna! Sembra che non passi giorno senza che vi siano visitatori di ogni tipo. Escursionisti, soprattutto stranieri, che contribuiscono ad acquistare una buona fetta di prodotto, gente che sale apposta per il formaggi, gruppi scout dalla Lombardia. “I turisti sono contenti di venire qui e trovare gente che parla Inglese e Francese. Noi non vogliamo essere isolati, vogliamo che la gente venga qui e faccia rivivere la montagna facendo turismo.  Bisogna raccontare il formaggio per far conoscere e capire. Le soddisfazioni più grandi sono le capre che stanno bene, il formaggio che viene apprezzato, ma anche le persone che vengono a trovarci. Facciamo la festa del 25 aprile e vengono 150 persone grazie al passaparola. Mi spiace che siamo più apprezzati all’esterno che non sul territorio, qui tanti ci vedono come hippy e fricchettoni che vanno a vivere in montagna. Non siamo così, chi ha voluto, ha capito. Noi non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro.

Matteo ripete più volte che il loro è un modello che può essere copiato e riproposto, visto che funziona lì, pur tra le tantissime difficoltà che la famiglia Chindemi ha incontrato in questi anni. Sicuramente la loro personalità contribuisce a far sì che l’Agher sia diventato un punto di riferimento sul territorio, e non solo per i prodotti caseari. Mi mostra il suo “nemico”, le felci, con cui sta combattendo una dura lotta per recuperare i pascoli. “Una volta qui d’estate tagliavano il fieno e più in alto pascolavano vacche, e 150 capre.” Sono ben accetti anche volontari che vadano a dare una mano, l’azienda è nel circuito Wwoof, ma per essere sicuri che chi arriva sia necessariamente concreto e motivato, viene preventivamente sottoposto ad un colloquio via skype. La tecnologia è molto importante per questa azienda, proprio per far parte della società. “Le attrezzature del caseificio le ho trovate usate su internet, una che aveva attrezzato tutto e poi dopo neanche un anno ha chiuso.

Come sempre, queste e altre considerazioni da me raccolte andranno a far parte del prossimo libro sulle capre…

Buone feste… con una curiosità

Auguri a tutti quelli che vengono ancora su queste pagine, anche se non sono più aggiornate come un tempo. Anche se non si parla quasi più di pascolo vagante. Auguri a tutti quelli che passeranno le feste lavorando, sui pascoli o in stalla.

(immagine dal web)

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Per tenervi compagnia in queste giornate, volevo rendervi partecipi di una curiosità che ho scoperto facendo ricerche per il mio prossimo libro. Altro che renne! Gli elfi che portavano i doni erano accompagnati da… capre o caproni!

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Vediamo di capire meglio la faccenda. Il Babbo Natale che conosciamo noi, come sappiamo, è un’invenzione commerciale legata alla Coca Cola. Tutta la sua storia la possiamo leggere qui, per capire come da San Nicola si è arrivati a Babbo Natale nelle sue illustrazioni più classiche. Ma nelle tradizioni del Nord Europa, a distribuire i doni ai bambini era il Julbocken, la capra di Natale. Su questo sito potete trovare delle belle illustrazioni in merito.

(immagine dal web)

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La slitta trainata da capre o caproni nasce probabilmente dal mito dio del tuono Thor,  che si spostava su carro trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir) dotate di poteri magici. Thor infatti se ne cibava durante i suoi viaggi, ma conserva le pelli e le ossa dalle quali, il mattino successivo, le capre rinascevano.

A questo punto non mi resta che rinnovare i miei auguri a tutti voi per giornate felici in compagnia dei vostri cari… e dei vostri animali, se siete allevatori. Che il futuro riservi giorni migliori, soddisfazioni e gratificazioni, dalla vita e dal lavoro.

Una precisazione

Ho ricevuto alcune segnalazioni da parte di lettori di queste pagine in merito ad una delle due storie che ho raccontato ieri. Mi sembra quindi corretto rimandarvi a questo articolo dove l’intera vicenda viene sviluppata riportando anche il punto di vista del Comune.

A voi quindi un’idea più completa sulla situazione. L’augurio è comunque quello che si possa trovare una soluzione, in un luogo dove gli animali possano essere al sicuro e l’allevatore possa svolgere la sua attività.