Libro, corsi, foto…

Agli amici di questo blog, volevo ricordare, domani sera, la presentazione di “Pascolo vagante 2004-2014″ a Villardora (TO), ore 21:00, nella sala consiliare del Comune, piazza San Rocco 1. L’appuntamento successivo sarà il 13 marzo a Champdepraz (AO).

Il 19 – 24 – 25 MARZO si svolgerà a Moretta un corso di 21 ore (PSR) sui Formaggi VACCINI STAGIONATI E PASTE FILATE.

Per ottenere i moduli di iscrizione, informazioni, ecc, contattare tallone@agenform.it – 017293564. Possono partecipare le persone che fanno parte dell’azienda agricola come titolari, dipendenti o coadiuvanti ed anche lavoratori del settore alimentare. Potranno partecipare i primi iscritti in ordine cronologico con documentazione completa sino ad un max di 15. Scadenza iscrizioni: 06 marzo.

(foto M.Ferretti)

Ci sono sempre amici che ci scrivono, questa volta è Massimo. “Mi chiamo Massimo e ho un’allevamento di capre in provincia di Reggio Emilia, sull’Appennino. Non sono le Alpi, ma ci sono delle belle cose da fotografare, tipo la valle dei gessi triassici,  sembra un canyon, la pietra di Bismantova con l’eremo che sembra l’Ayers Rock, le fonti di acqua sulfurea, il parco nazionale tosco emiliano con il lago Bargetana, ecc.

(foto M.Ferretti)

 

Io ho abbandonato la città e sto creando questa azienda agricola con capre… Impresa dura per il momento e perchè qua esiste solo il Parmigiano Reggiano e tutto il resto non esiste o quasi.

Altre foto (le capre continuano a riscuotere successo!) da parte della mamma di Fabio Zwerger, Adriana. Sono i capretti della scorsa primavera, ma mi racconta che in questi giorni nel gregge si sono avute tutte le nascite del 2015.

Sempre nello stesso gregge… Ecco il papà dei capretti! Un saluto a tutti gli amici sparsi in giro per l’Italia, grazie per aiutarmi con i vostri contributi ad arricchire sempre il blog.

 

L’anno della capra

Questa è la stagione dei capretti. A differenza delle pecore, che partoriscono tutto l’anno (a meno che intervenga l’uomo a stagionalizzare i parti), la capra ha un periodo in cui tendono a concentrarsi i calori. Cinque mesi dopo… Ecco le nascite.

I capretti sono uno spettacolo. Sono andata da un mio amico apposta per vedere tutta l’allegra brigata salterina. Riuscire a scattare delle foto decenti, tra la poca luce della stalla e i soggetti irrequieti, è una vera impresa. Mi aspettavano però anche fuori regione per farmi fare un “tour caprino”.

Senza rendermene conto, ciò è finalmente avvenuto proprio in concomitanza dell’inizio di quello che, secondo il calendario cinese, è l’anno della capra! Quando si dice il destino!! Alla battaglia delle capre di Locana, in novembre, due appassionati dalla Val d’Aosta mi avevano invitata a far visita alle loro stalle, facendomi accompagnare da un amico comune. Rimanda e rimanda, finalmente eccoci a Perloz, dove sembra vi siano capre in ogni porta al pianterreno! La prima visita è da questo simpatico signore, che ci mostra i suoi animali, cercando di aiutarmi ad avere un po’ di luce per scattare le foto.

Poi è la volta della stalla della nostra guida, Leo. Da queste parti la passione per l’allevamento di questi magnifici animali è fortissima, legata anche alla tradizione della battaglia delle capre. Perloz è il “luogo simbolo” di questa manifestazione, come viene scritto sul sito della ProLoco, anche se proprio nello scorso anno si sono registrate vibranti polemiche in merito allo spostamento della Finale ad Aosta.

Per fare la foto al becco, gli concediamo una gita all’aperto, dove sta iniziando a nevischiare. Tutti questi animali sono di razza valdostana, le cui caratteristiche più evidenti sono date dalle corna, ben sviluppate sia nel maschio, sia nella femmina.

Leo, che come attività principale non è un allevatore, ci mostra un altro aspetto collaterale della sua passione, cioè i collari di legno da lui decorati con tanta pazienza… e punta di coltello! Da noi si chiamano canaule, altrove gambis, ma comunque servono per sostenere le campane al collo di capre, pecore…

A proposito di pecore, di fianco alla stalla del becco c’è anche qualche ovino, sia di Leo, sia di un suo amico. Razze varie, incroci con la razza locale Rosset…

Sempre a Perloz, ci fermiamo a casa di un giovane allevatore che, ahimè non era presente, per “presentarci” i suoi animali. Colpa della nostra visita a sorpresa… Stalla pulita, ordinata, belle capre.

Saliamo nella valle, sta proprio nevicando. Ci fermiamo da un altro appassionato. Anche per lui l’allevamento non è l’attività principale, ma è evidente come tutti loro dedichino molte ore a questi animali, alla loro sistemazione, al loro benessere. Ho come la sensazione che passino anche del tempo semplicemente in loro compagnia, ad ammirarli…

Dai loro discorsi, è chiaro come si conoscano un po’ tutti, Piemontesi e Valdostani, uniti da questa passione, quasi una “nicchia” nel mondo degli allevatori. Ovviamente ogni capra ha un nome, in ciascuna di queste stalle ci sono animali che hanno ottenuto qualche riconoscimento alle varie battaglie.

Le baite sono vecchie case dalla classica architettura walser, stiamo salendo verso Gressoney, in una giornata decisamente invernale. Tutte queste capre restano nelle stalle fin quando non sarà possibile metterle al pascolo all’aperto. Vengono lasciate libere e incustodite…

Altra stalletta, altre capre! Ascolto i loro discorsi: guardano gli animali, li commentano, pianificano scambi e acquisti di capretti. Dinamiche che potrebbero sembrare assurde e incomprensibili a chi non fa parte di “questo mondo”. Mi viene da pensare a quegli esaltati che denunciano l’allevamento e le battaglie delle capre come maltrattamento… Venissero a vedere con quanto amore sono allevate queste bestie…

Sotto un’intensa nevicata, a Gressoney ci aspetta anche un ottimo e abbondante pranzo. Poi, sulla via del ritorno, un’ultima tappa alla stalla di Michael. Anche qui capre che devono ancora partorire e numerosi capretti già nati. La stalla è un vero gioiellino.

Ogni capra ha il suo box, tutto in legno. Gli animali devono rimanere isolati gli uni dagli altri, poichè con la loro indole altrimenti si prenderebbero a cornate tutto il tempo. Anzi, ogni tanto occorre risistemare qualche tavola di legno, dopo qualche cornata di troppo.

La visita nella Valle del Lys è ormai alla conclusione, bisogna rientrare. Ancora un ultimo scatto alla vita che va avanti, un saluto a questi nuovi amici, una promessa di tornare in estate, quando il meteo permetterà di godere del panorama…

Giusto per finire di lustrarsi gli occhi, mentre siamo di strada telefoniamo al pastore Giovanni, che non dovrebbe essere lontano con il gregge. Le capre si presentano a rapporto intorno al furgone dove sono ricoverati i capretti, tutti nati negli ultimi giorni. A questo punto… buon anno della capra, allora!

Spazio di servizio

Oggi ospito sul blog un amico ricercatore, che sta svolgendo uno studio sulla rilevanza degli immigrati per la sostenibilità della pastorizia nell’Europa Mediterranea. Se qualcuno avesse voglia e tempo di rispondere alla sua breve inchiesta, per aiutarlo nel suo lavoro… Grazie mille!


 

Il ruolo dell’immigrazione per il futuro del pascolo mediterraneo

L’economia agricola e dello sviluppo rurale dipendono sempre più dalla presenza e dal contributo degli immigrati alla produzione alimentare e alla gestione del territorio. Una ricerca congiunta Coldiretti/Caritas nel 2013 indica che “I prodotti dell’agricoltura italiana passano nelle mani dei lavoratori stranieri che rappresentano circa il 25 per cento del numero complessivo di giornate di occupazione del settore. (…).

Questo fenomeno ha un’importanza specifica nei paesi del Mediterraneo, per 2 motivi principali:

1) le filiere dell’agro-alimentare e del turismo costituiscono significativamente i pilastri dello sviluppo sociale, culturale ed economico locale, rappresentando il corpo della Politica Agricola Comune cui l’Unione europea dedica circa il 40% delle proprie risorse;

2) i paesi EU del Mediterraneo – Italia, ma anche Spagna, Francia e Grecia – erano fino a poco tempo tradizionalmente terre di emigrazione, e si ritrovano ora a ricevere e gestire un importante flusso migratorio all’interno dei propri territori.

La pastorizia rappresenta un settore specifico in questo contesto, poiché in molte regioni questa importante attività continua a esistere grazie agli immigrati che arrivano da altre comunità di pastori (sostanzialmente da Marocco, Romania, paesi Balcanici), portando la loro esperienza, le loro conoscenze e le loro pratiche.

Nel caso dell’Abruzzo i dati della Coldiretti indicano che circa il 90% dei pastori attivi sul territorio è di origine straniera. Come insegna anche l’esperienza dei Sardi insediatisi nel centro-Italia nel Novecento, questo processo comporta conseguenze importanti per la società, l’ambiente e l’economia rurale locale.

Trovare il modo di integrare questi immigrati rappresenta una sfida fondamentale per la sostenibilità della pastorizia e per il futuro delle aree montane.

  • Qual è la vostra esperienza in questo senso ?
  • Quali opportunità e quali problematiche presenta questo fenomeno ?
  • Quali sono i fattori che stanno cambiando oggigiorno il lavoro di pastore ?
  • Pensi che la Politica Agricola Comune (CAP) dell’UE e le politiche nazionali riguardo alla gestione dei flussi migratori e del mondo del lavoro siano adeguate alla situazione ?

 TRAMed Transumanze Mediterranee

contatto: Michele NORI, michele.nori@eui.eu


 

Per alleggerire un po’ (ma la cosa è volutamente seria, vi sarei molto grata se rispondeste a Michele), eccovi qualche bella foto dell’amico Leopoldo. Settembre 2014, Monte Grappa (TV), il gregge di Battista e Mario Perozzo.

Grazie a Leopoldo Marcolongo per le belle immagini. Ho fatto una selezione tra le tante che mi ha inviato.

Un inverno non così duro

Quest’anno, anche con qualche spruzzata di neve, il maggior problema per il pascolo vagante non è stato quello classico dell’inverno, fatto di gelo, di poca erba, di timore di dover fermare le pecore.

Al massimo ci si lamenta per il fango, per i prati che non possono essere pascolati perchè troppo molli. Il fango sulle strade di campagna, anche dopo giorni in cui non piove e non nevica. Dipende dalle zone, ci sono certe aree della pianura in cui il terreno trattiene di più l’acqua. Erba buona, dice il Pastore, ma appena fa due gocce…

Greggi qua e là per la campagna se ne incontrano tanti. Qualcuno lo vedi anche passando sulla tangenziale, poco prima di infilarsi in mezzo alla città. Chissà quanti notano la presenza delle greggi intorno a loro?

Insieme al gregge c’è tutto il contorno di avifauna che lo segue costantemente, vivendo quasi in simbiosi con le pecore. Un gregge, per questi aironi, per le ballerine e per altri uccelli, vuol dire maggiori garanzie di nutrimento, tra insetti, vermi nel terreno pascolato, ecc ecc. A volte anche qualche rapace pure qui da noi (sulla Svizzera vi avevo parlato l’altro giorno).

Le giornate iniziano ad allungarsi sensibilmente, le serate hanno più luce, il sole tramonta più tardi. Passata la metà di febbraio la neve fa sempre meno paura. Da queste parti in pianura è arrivata e se n’è andata quasi subito, lasciando per l’appunto solo fango, nemmeno tanto ghiaccio, visto che le temperature non si sono mai abbassate sensibilmente.

Adesso le greggi pascolano ancora nei prati, in quelli che non sono stati concimati dai contadini. C’è all’incirca un mese di tempo, poi toccherà trovare pascoli altrove, l’erba sarà poi quella che garantirà la fienagione di maggio. Nei boschi delle colline, lungo i fiumi, nei pioppeti, diversamente dagli altri anni c’è però già del verde, grazie alle temperature miti ed all’umidità.

Ogni pastore ha la sua zona, il suo metodo di lavoro. Ecco qui un gregge di pecore “degli agnelli” che rientra in cascina per la notte. Altri pastori vaganti invece tengono tutti gli animali insieme e si spostano continuamente. Ma questo pastore è da solo e si organizza così per non tribolare troppo.

Girando qua e là, ecco un gregge vagante un po’ diverso dal solito. Due soci hanno unito gli animali per il pascolo in pianura, così oltre alle Biellesi vedete anche un po’ di pecore Roaschine, quelle che un tempo erano le protagoniste del pascolo vagante dalle vallate alpine fin giù alla Lomellina.

Le previsioni annunciano ancora qualche nevicata fino in pianura, ma non dovrebbe impensierire i pastori, non in quest’inverno mite e con tanta erba. Forse è anche questo uno dei motivi per cui si vedono pecore ovunque… Qualche anno fa un mio amico diceva che serviva qualche inverno “come si deve” per scremare un po’ i pecorai, che oggi troppo si improvvisavano, che la pastorizia è una cosa seria e solo nei momenti davvero critici si vede chi è il vero pastore.

Dietro la facciata idilliaca

Quando parlo della realtà degli alpeggi al di fuori del contesto o accademico, o degli amici che questo mondo lo praticano in prima persona, vedo come ci sia un’ignoranza generalizzata sulla maggior parte degli aspetti che la riguardano. Sia che si tratti delle normali dinamiche di vita/lavoro delle persone che salgono con i loro animali, sia per tutti quelli che sono gli aspetti “tecnici” che regolano questo mondo.

Cosa c’è dietro alla bellezza, alla serenità, al senso di comunione con gli animali e la montagna? Certo, c’è il duro lavoro, ci sono i prodotti caseari di pregio, c’è la passione delle persone che portano avanti questo mestiere, ci sono sacrifici, fatica, orari che vanno ben oltre le otto ore, ma anche alle 12, spesso. Ci sono le famiglie a volte divise dal lavoro e dalle necessità, ma ci sono anche bambini che crescono felici, imparando un mestiere quasi giocando.

E poi ci sono le questioni più complesse, che sembrano non avere nulla a che vedere con questi spazi e con un mestiere così antico. Quando dico: “Ricordatevi che questo è un luogo di lavoro, qui siete ospiti, c’è gente che paga un affitto per usufruire dei pascoli“, sembrano concetti troppo astratti per chi in montagna va solo a fare le gite. In questi ultimi vent’anni poi gli affitti sono aumentati in modo spropositato.

Leggete per esempio il bando per l’affitto delle alpi del Comune di Acceglio (Valle Maira, CN). Mi dite voi quale pastore, quale margaro può spendere quelle cifre? Importi di base d’asta di 30.000 euro all’anno, o addirittura 95.000 €/anno per il “famoso” alpeggio di Traversiera. Perchè tutto questo? Di certo non perchè lassù gli animali facciano delle tome d’oro, anzi… Mi sa che addirittura non si caseifichi nemmeno, su quegli alpeggi. La motivazione sta nei contributi, i maledetti contributi che dovrebbero aiutare e invece in questi anni hanno anche causato molti problemi agli allevatori tradizionali.

Ne abbiamo già parlato più e più volte, delle famigerate speculazioni sui pascoli, concetti che hanno ben poco a che vedere con Heidi e la montagna, ma molto di più con la politica e l’economia “sporca”. Sono state fatte leggi che, o per ignoranza del legislatore, o per… chissà, favorire qualcuno, si sono prestate a vere e proprie porcherie, con centinaia di miglia di euro che finivano nelle tasche di chi in alpeggio ci saliva solo sulla carta. Ci sono state proteste, inchieste, poi è di questi giorni una sentenza che forse cambierà le cose.

Infatti è stato stabilito che il pascolamento ad opera di terzi sia illegittimo. Nei regolamenti degli affitti degli alpeggi comunali questo è già stato inserito, ma… In molti sorgono spontanee alcune domande. Cosa succederà a chi, rimasto senza alpeggio, ha dovuto passare sotto al sistema degli speculatori, monticando appunto per conto di terzi? E… quasi stratagemmi studieranno per bypassare la normativa? Altro che idilliaco mondo di Heidi…

Troppe pecore nella stessa zona?

Nelle scorse settimane ho avuto modo di andare un paio di volte in Canavese, a far visita ad amici pastori. Forse lì più che altrove, è evidente la sensazione che il pascolo vagante sia “in pericolo”, ma la causa va ricercata forse, soprattutto, tra alcuni di quelli che lo praticano. Anche in altre parti del Piemonte c’è ormai un’alta concentrazione di greggi, più o meno vaganti, ma mi sembra che i problemi siano meno gravi, grazie forse ad un maggiore rispetto da parte dei singoli pastori e… al fatto che la gran parte dei pascoli viene pagata.

Un tempo il pascolo non si pagava. Il pastore passava, pascolava, dava un agnello, un pezzo di formaggio… Aumentata la concorrenza, per accaparrarsi il diritto di mangiare l’erba, qualcuno ha iniziato ad offrire soldi, oppure sono i contadini che hanno cominciato a chiedere denaro, non so. Un’amica in Canavese comunque mi raccontava la fatica nel difendere i propri pascoli, anche di proprietà, dove fa pascolare il suo “piccolo” gregge. “Arriva il tal pastore con 2000 e più pecore, mi dice che passa solo… Ma come resta il mio prato dopo che passano tutti quegli animali? Io con le mie faccio qualche giorno, loro passano e in 10 minuti hanno spianato tutto.

Qualcuno ha ridotto il numero degli animali. Ricordo che, durante una chiacchierata, Giovanni diceva: “Chi era abituato ad un altro modo di pascolare, adesso non si trova più… Anche tra di noi: ci si incontrava alla sera, si mangiava e si cantava. Adesso vedi che passa un altro pastore, conosci magari la macchina, ma non ci si parla più.” Pastori d’altri tempi, pastori che oggi continuano per “malattia”, pastori abituati ad avere buoni rapporti con la gente, essere salutati ed accolti lungo il loro cammino.

E’ quasi sera, le auto sfrecciano sulla statale senza rallentare. Essere lì al pascolo fa venire i brividi: per gli agnelli, per i cani, per come possa bastare un attimo di distrazione.  Anche questo pastore parla della “concorrenza”: per il momento è abbastanza vicino a casa, ma verrà il giorno anche per lui di scendere dove arrivano e passano greggi più grosse, dove “fioriscono” i divieti di pascolo.

Una giornata di sole e di vento, un altro gregge, un altro pastore. Anche qui i discorsi sono simili. In una certa zona è passato il tale e non c’è più nulla. In quel Comune non puoi più andare, hanno messo i divieti di pascolo, non puoi entrare nemmeno se i contadini a te concederebbero il pascolamento. Se lo fai, vieni multato.

Sono zone in cui non mancherebbero i pascoli, ci sarebbe forse anche spazio per tutti, ci si rispettasse per prima cosa a vicenda. Ovviamente però la base sarebbe rispettare i proprietari dei prati! Parla con uno, parla con l’altro, i nomi dei responsabili sono poi sempre gli stessi, ma le conseguenze le vengono a pagare tutti allo stesso modo. Anzi… le pagano di più gli onesti, che finiscono per rispettare i divieti, mentre i responsabili continuano quasi come se niente fosse. Un pastore, il cui gregge è ormai estremamente ridotto, mi raccontava che uno di questi personaggi è arrivato al punto di mangiargli tutta l’erba intorno alla cascina che lui affitta come base per l’inverno. In un giorno il gregge è passato ed andato, lui ne aveva per diverse settimane.

Purtroppo anche questo è pascolo vagante, una storia però che non si vorrebbe dover raccontare. In Canavese sono anni che, periodicamente, escono anche articoli sui giornali, si fanno riunioni per questo “problema”, sollecitate dai privati, dai proprietari dei fondi. I responsabili però continuano e per gli altri, per i veri pastori, la vita si complica.

Qualche foto

Oggi, molto rapidamente, vi propongo un po’ di foto, tra le tante che mi avete mandato.

(foto M.Ferretti)

(foto M.Ferretti)

Visto che è stagione di capretti, inizierei con queste simpatiche immagini inviate recentemente da Massimo intitolate rispettivamente: “il cuore è più saporito” e “capretta stanca – meglio farsi portare”.

(foto M.Ferrato)

(foto M.Ferrato)

Un altro giovane amico del blog, Marco, mi ha dato queste foto “in posa con rudun“. Siamo in Piemonte, valle Po per essere più precisi. Prima o poi andrò a far visita alle sue pecore dal vivo, lo prometto…

Concludiamo con immagini estive sempre dell’amico Leopoldo. Nella sua gita del mese di agosto scorso, dopo aver fatto visita al pastore Fabio, ha raggiunto un altro pastore, ai piedi delle Pale di San Martino: Ruggero Divan. C’è un bellissimo libro su questo protagonista della pastorizia del Nord Est e presto ve ne presenterò la recensione. Nelle foto di Leopoldo, parte del gregge, le malghe, un simpatico cucciolo, il pastore e, per una volta, anche il nostro amico appassionato di pastorizia.

Quando il rovo è ecologico

Torniamo ancora in Svizzera, c’era ancora qualcosa che vi dovevo raccontare sulla mia breve trasferta invernale. E’ quasi impossibile parlare di quelle zone senza riflettere sul paesaggio. Certo, raggiungendo la zona dove si trovava il gregge, ho anche sfiorato città, zone industriali, ma dove il territorio è agricolo, è soltanto agricolo.

Seguendo il gregge tra villaggi, colline, prati, campi, boschi, stando all’aria aperta tutto il giorno, il paesaggio è qualcosa di più di un semplice sfondo. E’ indubbio che, cambiando zone, si apprezza la differenza, mentre spesso si da per scontato quello che si ha quotidianamente sotto agli occhi.

Quello che sicuramente mi ha colpita è la grande presenza di rapaci intorno al gregge. Scusate per la qualità scarsa della foto, ma era un giorno di pioggia e la mia macchina fotografica ha uno zoom non da professionista. Comunque, sulle pecore volteggiavano continuamente dei nibbi. Dalle nostre parti ci sono spesso uccelli che accompagnano il gregge, per lo più ballerine e aironi. Qui nibbi e altri rapaci, oltre ad uccelli di piccole dimensioni, a volte in volo, a volte a terra, tra gli animali che pascolano.

Il pastore mi spiega che, qua e là, ci sono dei pezzi “ecologici”, che non possono far pascolare al gregge. Poco per volta capisco di che si tratta. Possono essere degli spazi anche ampi, magari intorno ad una piccola zona umida: restano incolti, non vengono seminati o pascolati, lì ci saranno fioriture importanti per la biodiversità vegetale e animale. C’è una bacheca, indica le specie vegetali ed animali. Magari c’è anche una panchina. Poi ci sono quelle piccole aree in mezzo al prato, magari con uno steccato intorno per proteggerle sia dai mezzi agricoli, sia dal pascolamento: cespugli di prunus, in questo caso, e un posatoio per gli uccelli.

Presumo che questi interventi ecologico-paesaggistici prevedano anche dei finanziamenti, dei “contributi”, come siamo soliti chiamarli (chi ne sapesse di più e volesse rispondere nei commenti, grazie…). Non un paesaggio fatto di sola agricoltura, ma l’albero lasciato qui, la siepe là, i cosiddetti corridoi ecologici che permettono, anche in un ambiente antropizzato ed agricolo, la vita della flora e fauna selvatica, che possono anche coadiuvare l’agricoltore/allevatore. Per non parlare poi dell’aspetto per l’appunto paesaggistico.

Su di una delle tante colline, c’era un piccolo gregge di pecore. Non ne conosco la razza, potrebbe essere un qualcosa di locale, magari a rischio di estinzione. Erano collocate in recinti fissi, tra un recinto e l’altro c’era uno stretto corridoio di forse mezzo metro, con piante e cespugli, anche rovi. Ecco… Sono stati gli unici rovi che ho visto! Qui il rovo è “ecologico”, è biodiversità, è nutrimento e rifugio per la fauna selvatica.

Tutto il resto invece è paesaggio curato, prati che si alternano a campi, fattorie, alcune antiche, altre più moderne, alberi, siepi, stradine di campagna che sono sia vie per i mezzi agricoli, sia percorsi per passeggiate a piedi, a cavallo e in bicicletta.

Secondo me non è solo questione di contributi, tutto parte dalla mentalità e dalla cultura. Mi sembra giusto aiutare anche economicamente chi coniuga agricoltura e ambiente, perchè questi sono veri investimenti che avranno un’influenza sul futuro. Effetti che magari non vediamo concretamente, ma vediamo invece molto bene il loro contrario. Gli effetti dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi, il sovra-sfruttamento del territorio, l’impiego massiccio di pesticidi, la monotonia delle monocolture, ecc…

La fiera delle capre e dell’asinello ad Ardesio

Dopo alcuni anni, sono ritornata ad Ardesio, in Val Seriana (BG), invitata dagli amici della ProLoco per la Fiera delle Capre e dell’Asinello, giunta quest’anno alla sedicesima edizione. Mi raccontavano che all’inizio era nata quasi come uno scherzo di Carnevale, premiare la capra e il becco più belli, ma nel corso degli anni si è trasformata in una delle principali rassegne caprine, per lo meno a livello regionale.

Fin dal mattino arrivavano gruppetti di capre, caricate su ogni mezzo. Trailer, camioncini, ma anche auto non propriamente omologate per il trasporto animali! L’allevatore però si arrangia sempre e comunque, come può.

Qualcuno invece raggiungeva il padiglione della fiera a piedi. La fredda mattinata via via si stava animando, con gli animali che arrivavano, le bancarelle che venivano allestite e i primi visitatori che iniziavano ad aggirarsi per Ardesio.

Anche chi avrebbe realizzato le sculture con la motosega stava iniziano a sbozzare il legno, facendo emergere la forma di quella che sarebbe poi diventata una vera e propria opera d’arte. Non solo animali, artigianato e prodotti tipici, ma anche varie forme di intrattenimento per i visitatori, dal cantastorie al concerto pomeridiano.

Nel padiglione era anche tutto pronto per la premiazione dei vincitori della mostra. Campane che sono sempre un gradito riconoscimento. I due tavoli con le campane allineate fanno capire quanto sarà partecipata la fiera, infatti si sta allungando la fila dei mezzi in attesa di scaricare animali.

Essendo impegnata anch’io con la bancarella dei miei libri, mi concedo un giro veloce per la fiera quando ancora non c’è molta gente in giro. Il sole tarda ad arrivare sul fondovalle, tutti sono ben vestiti, cercando di ripararsi dal vento freddo. Ecco un banco di campane, campanacci e attrezzature varie.

Numerosi i banchi di generi alimentari, specialmente formaggi, salumi, farine da polenta, biscotti, dolciumi vari. Nonostante la crisi, questi sono ancora prodotti che, sulle fiere, vedono ancora un buon numero di acquirenti.

Visto che la fiera è “della capra”, non mancano anche i salumi prodotti con la carne di questo animale. Con buona pace del manipolo di animalisti esaltati che, nel pomeriggio, cercheranno di rovinare l’ottima riuscita di questa manifestazione.

Ci sono anche diverse bancarelle di artigianato di vario genere, più o meno attinenti al mondo agricolo/zootecnico. Non so nemmeno se sia ancora consentito dalle leggi fare il burro nella zangola tradizionale… Mentre ancora utilizzati sono i diversi sgabelli per la mungitura, se questa avviene a mano.

Ci sono anche i miei amici di Taglio Avion, con un ampio assortimento di abbigliamento “da pastori”, ma non solo. Giacche, mantelli, gilè, ma anche delle comode e resistenti camicie che non sostituirei mai con nessun tipo di abbigliamento “tecnico” e sintetico.

Oltre alle capre, ci sono anche gli asini, che forse attirano maggiormente i visitatori. Forse, per questo animale, si è perso parzialmente il concetto di come fosse una “bestia da soma”, presente a fianco dell’uomo per aiutarlo nei trasporti, ed oggi viene concepito soprattutto come animale da compagnia.

Ormai lo spazio della mostra è al completo per quello che riguarda gli animali. Più tardi mi diranno che sarà quasi impossibile aggirarsi tra i box, tanta sarà anche la gente. Capre di svariate razze, tra cui riconosco la Bionda dell’Adamello, le Orobiche, le Vallesane, la Frisa Valtellinese e altre ancora.

Queste immagini ci spiegano, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto questa realtà sia sana e genuina. E’ una passione che nasce da bambini e si diventa adulti anche imparando a prendersi cura degli animali. Vi sembra questo un esempio di “…animali che vengono usati come merce di scambio dai pastori o per far divertire famiglie di ignoranti“, come proclamavano i vegani che hanno inscenato una manifestazione nel pomeriggio?

E’ veramente un peccato che i media abbiano dato più spazio alla quindicina di attivisti vestiti di nero, con i loro cartelli ed i loro slogan, piuttosto che alla vera notizia, cioè che la fiera è stata un grande successo, con migliaia di visitatori, numerosi partecipanti tra gli allevatori e appassionati giunti anche da altre regioni. Ho incontrato amici dal Trentino, dalla Liguria, dalla Svizzera…

Guardate quanta gente c’era in piazza e intorno al palco nel momento delle premiazioni delle varie categorie! In tarda mattinata infatti, sono stati fatti sfilare gli animali, suddivisi per categorie, per stabilire i primi tre a cui sarebbe poi stato assegnato il meritato premio.

Ecco le varie fasi delle premiazioni. Notate anche come gli animali siano stati spazzolati prima di salire sul palco. Altro che maltrattamento e spettacolo vergognoso! Chi dovrebbero vergognarsi sono le persone che urlano questi slogan, senza capire cosa significa allevamento e passione.

Non vorrete mica dirmi che questo ha qualcosa a che fare con l’allevamento intensivo, l’iper sfruttamento degli animali, le stalle lager, ecc ecc? Guardate la serietà e l’orgoglio di questo ragazzino… Espressioni molto più sane e genuine dell’odio fanatico che si legge sui volti esaltati dei manifestanti. Come ha scritto recentemente Michele Serra su Repubblica: “…essere vegani non è obbligatorio per legge. E’ una scelta. Rispettabile, come tutte le scelte, fino a che non diventa ragione di disprezzo ed esclusione nei confronti degli altri. La causa animalista è piena di ottime intenzioni e qualche buona ragione. Ma diventa odiosa quando viene brandita come una clava…“.

Chiudiamo in serenità con un po’ di musica tradizionale. Ancora molti complimenti alla ProLoco ed a tutti gli organizzatori che hanno saputo, negli anni, far crescere questa manifestazione, con l’augurio di poter continuare nei prossimi anni, magari addirittura con animali che vengono da altre regioni (ho sentito parlare di una rappresentanza dal Trentino, per la prossima edizione…).

E quando si attraversa una strada?

La nevicata era stata di breve durata, nella notte le temperature si erano abbassate e il terreno, al mattino, era tutto gelato.

Il primo sole stava arrivando tra le colline, lassù a ridosso del bosco il gregge era già al pascolo, mentre il pastore stava finendo di raccogliere le reti e imbastare gli asini. La neve scrocchiava sotto gli scarponi e, nel fango, le impronte delle centinaia di unghie, erano cristallizzate.

Qui bisogna iniziare presto, al mattino. Gli ordini del capo sono precisi, quando arriva il sole, gli animali devono già mangiare e dev’essere tutto pronto per muoversi. La giornata sembrava promettere bene, ma le previsioni annunciavano comunque altra neve per il pomeriggio/sera.

Non è facile far spostare queste pecore. Anche chiamandole, non partono subito al seguito del pastore. Come vi ho già detto, mandando i cani si “richiudono” a mucchio. L’unica soluzione è il sacchetto del pane secco, che attira il montone castrato, con la campanella al collo, guida designata del gregge.

Così lentamente ci si avvia verso i prati a ridosso del paese. Non c’è più molto da pascolare, bisognerà attraversare la strada cantonale. Ancora una volta, le pecore brucano svogliatamente, l’erba non è di loro gradimento, quindi non si indugia troppo a lungo e si riparte.

Per passare la strada, occorre fare un lungo giro, sia per attraversare il canale, sia per non pestare un campo seminato. Il sole scalda, il terreno inizia a sgelare, tutto un altro clima rispetto al giorno precedente. Su alcuni prati in pendenza la neve è addirittura già sciolta.

Qui non occorre agitarsi, quando c’è da spostare il gregge anche attraversando una via trafficata! Per prima cosa, gli automobilisti rispettano scrupolosamente i limiti di velocità, per cui in prossimità dei centri abitati viaggiano ai 50 km/h. Inoltre rallentano quasi sempre già solo nel vedere il gregge al pascolo di fianco alla strada. Se poi questo sta salendo sull’asfalto, si fermano a decine di metri di distanza, spegnendo il motore. Ecco perchè basta un unico pastore per muoversi con un gregge di quasi mille pecore!

Dopo esser passati in mezzo ad alcuni capannoni, il gregge torna in aperta campagna. C’è la pista ciclabile che passa di lì, poi tutta una fitta rete di stradine tra campi e prati, curate alla perfezione, con tanto di segnaletica e, periodicamente, panchine, cestini con i sacchetti per gli escrementi dei cani…

Sembra ci sia un’infinita distesa di prati, da quella parte, ma il pastore confessa di non saper bene se basteranno per la giornata. Erba vecchia, erba sporca di liquami, erba di cattiva qualità. Ha già fatto un giro il giorno precedente, adesso lascia che il gregge si allarghi e pascoli quel che può, poi lo sposterà ancora, sempre avanti fino a trovare dei pascoli come si deve.

Dal mattino fino a notte, questa è la giornata di chi fa questo mestiere. Nel cuore del giorno, spesso il pastore chiude il gregge in due reti e va avanti a piedi a vedere dove trova pascoli, poi ritorna e riprende a far mangiare gli animali. La sera, chiuso il recinto, sfamato i cani, tolto il basto, torna a piedi a recuperare il proprio furgone, con cui poi raggiungerà le prossimità del gregge, trascorrendo anch’egli lì la notte. La mia breve permanenza presso questa realtà è terminata, ma vi racconterò ancora qualcosa su alcuni aspetti del territorio svizzero nei prossimi giorni.