Quel ritardo che paghi per tutta la stagione

La scorsa settimana sono andata a trovare il Pastore. Da quando è salito, ogni tanto mi aggiorna sulla situazione, ma la “musica” è sempre la stessa. Erba troppo alta, dura, vecchia, e le pecore mangiano male. Si sa che pastori, agricoltori, sono tutte “razze” che si lamentano spesso e volentieri, ma in questo caso non posso dargli torto.

Quando arrivo, i pastori stanno faticosamente cercando di far scendere il gregge. Per qualche giorno aveva pascolato in alto, per mangiare erba buona almeno lì, per non farla invecchiare anche lassù, ma adesso bisognava tornare indietro. Gli animali non sono stupidi, così non hanno voglia di lasciare l’erba bassa e tenera che si pascolava in quota.

In questa stagione non si dovrebbe scendere, si dovrebbe salire!! Così questo spostamento è estremamente faticoso: chiama, fischia, fai abbaiare i cani, è necessario un paio d’ore per avviare il gregge e portarlo fin giù alla strada asfaltata. Oltretutto il sole splende implacabile, ma c’è una bell’arietta fresca.

Finalmente il gregge passa il primo impluvio e la fila si allunga. Sembra davvero un controsenso dover scendere. Non ho ancora visto il Pastore, è lui a chiudere la fila, con i cani che abbaiano a tutta forza cercando di radunare il gregge che continua ad allargarsi per pascolare lassù, sopra alle rocce, tra i larici.

Non è facile, questo spostamento. Non si possono lasciar andare le pecore ovunque, il pendio qui è ripido, potrebbero rotolare delle pietre. Non si può passare troppo in fretta il secondo impluvio, perchè i pascoli intorno alla strada verranno pascolati più avanti da un altro pastore. Sembra semplice, la vita d’alpeggio!

Finalmente giù per la strada! Bisogna far avanzare velocemente il gregge, dietro ci sono alcuni agnelli piccoli, il Pastore ha l’ultimo nato nello zaino. Lo spostamento non è lungo, il peggio ormai è passato, ma si è trattata di una discesa davvero faticosa. E per cosa poi? Per andare a tribolare giù in basso, dove le pecore pascoleranno malamente. Ma tutta la stagione è partita nel modo sbagliato e continuerà così…

Il gregge viene fatto salire nel bosco, dovrebbe esserci erba più fresca, ma il Pastore scuote la testa. Andiamo a prendere le macchine, con una viene fatto il giro per portare le reti a destinazione, per fortuna c’è una pista sterrata che arriva fin dove verrà fatto il recinto per la sera. Le pecore si spostano avanti e indietro, evidentemente non sono soddisfatte del pascolo.

Escono dal bosco e si gettano nel pascolo, sparendo letteralmente nell’erba altissima. Tutto questo non va bene, ma al gregge è stato impedito di monticare prima, quando sarebbe stato il momento giusto. Non si possono stabilire date per queste cose, o meglio, bisognerebbe farlo lasciando poi un margine di discrezione. Non tutte le annate sono uguali, quest’anno il clima sempre più anomalo ha fatto sì che l’erba sia cresciuta presto, poi è tornato il freddo, si è bloccata ed è invecchiata rapidamente.

Insomma, salendo una quindicina di giorni prima, il gregge avrebbe trovato erba più corta, avrebbe iniziato a pascolare andando di seguito, il Pastore avrebbe faticato meno, l’erba sarebbe stata pascolata meglio, con beneficia sia per gli animali, sia per il pascolo stesso. Adesso il gregge resterà in questa zona per qualche giorno, poi si prevede di tornare nel vallone che era stato pascolato all’inizio, nel mese di maggio: “…ma l’hanno mangiata male già allora, quindi sarà uno schifo e io continuo a tribolare! Mi avessero lasciato salire prima, la mangiavano bene, pulivano tutto, e io la pascolavo tre volte come si deve.

Le pecore continuano ad andare avanti e indietro, bisogna fermarle continuamente con i cani, non si fermano nemmeno per ruminare nelle ore centrali. “Domani le chiudo nel recinto, che stiano lì, altrimenti non ci lasciano nemmeno fare pranzo!! Così pascolano meglio al mattino e poi al pomeriggio/sera.” Adesso è tutto verde e non si nota, ma quanta erba non pascolata resterà indietro, schiacciata a terra?

Ecco l’ultimo nato, un po’ in ritardo rispetto alle “previsioni”. Non deve più partorire nessuna pecora per tutta la parte centrale della stagione, soprattutto quando il gregge sarà nei pascoli più alti, o ci sarà troppo da faticare per i pastori.

Verso sera le pecore non hanno ancora trovato un pascolo che le soddisfi. Mangiare hanno mangiato, ma hanno anche pestato tanta erba e nei prossimi giorni sarà sempre più difficile tenerle a pascolare da queste parti. Non è solo il Pastore a lamentarsi per l’erba alta schiacciata al suolo, anche altri amici mi raccontano situazioni simili, in altre vallate.

Mentre scendo, attraverso uno dei pascoli che il gregge aveva utilizzato nelle settimane precedenti. Non è questo l’aspetto, il colore che dovrebbe avere. Tutta quell’erba secca complicherà il pascolamento successivo. Ha proprio ragione il pastore, continuerà a faticare per tutto il corso della stagione. E pensare che sarebbe stato sufficiente dargli il permesso di salire una quindicina di giorni prima!

Nei panni del turista (con cane)

Ormai tutti gli alpeggi sono occupati: mandrie e greggi sono salite in quota e vi resteranno fino alla fine di settembre, metà ottobre, raramente più a lungo. E’ quasi inutile che vi ripeta ancora una volta che l’alpeggio è un luogo, un territorio di lavoro. Chi segue questo blog dovrebbe esserne più che consapevole.

Sappiamo però altrettanto bene che molti frequentatori della montagna ritengano questo spazio un luogo essenzialmente di svago, senza porsi troppe domande su come e perchè ci siano anche gli animali al pascolo. Invito ancora una volta tutti al reciproco rispetto (di animali, infrastrutture, persone) e, a tal proposito, volevo parlare di chi fa la gita in montagna con il proprio cane. Fateci caso: quanta gente c’è che si fa accompagnare dagli amici a quattrozampe? Senza avere stime o dati sottomano, direi che sono decisamente in aumento. In questi anni ho avuto modo di vedere il fenomeno dalla parte di chi in montagna lavora, è lì con il bestiame, al pascolo o presso le baite. Oggi vi parlo nel ruolo del turista-escursionista.

Arrivata al Moncenisio, dopo aver visto alcune vacche al pascolo nel recinto delimitato dai fili, scorgo in lontananza un gregge di pecore. E’ inevitabile pensare che vi sia anche un patou, un cane da guardiania a sorvegliarle. Sono necessari un paio di minuti per arrivare vicino al gregge, che mi appare davanti all’improvviso dietro ad una curva della mulattiera militare. E il cane bianco inizia subito ad abbaiare rabbiosamente, portandosi davanti alle pecore. Ci osserva e ci studia, per valutare se siamo un pericolo potenziale o reale.

Avevo con me il mio cane, che è un soggetto un po’ particolare, avendo comunque l’abitudine a lavorare con il bestiame (specialmente pecore e capre). Per lui gli animali sono… attività, quindi la sua tendenza è quella di guardare me in attesa di eventuali ordini. I cani da guardiania per lui significano “colleghi di lavoro”, pertanto la sua tendenza è quella di andare loro incontro scodinzolando. Tutto va bene quando c’è il pastore e i cani già si conoscono, ma in situazioni differenti cosa potrebbe accadere?

Succede che lo lego immediatamente al guinzaglio, fin dal momento in cui ho visto le pecore in lontananza. Lui obbedisce al mio richiamo, ma è meglio non rischiare. Quando il patou si accorge di noi, le pecore stanno finendo di attraversare la mulattiera. Ci fermiamo e il patou abbaia con forza. Poi si volta, vede che il gregge si è spostato, salendo verso l’alto, così gira le spalle e risale pure lui.

Riparto per la mia strada e, a distanza di sicurezza, libero il mio cane dal guinzaglio sempre solo perchè so che non si allontana e anche perchè so che, più a monte, non troveremo altri animali al pascolo liberi. Il piccolo gregge si è fermato a pascolare lì in basso, man mano che si sale l’erba è ancora indietro e ci sono nevai, non è ancora tempo per le pecore o per altri animali. Ovviamente, anche se non ci sono appositi cartelli e normative (come nelle zone di parco, riserva naturale, ecc), il cane va tenuto al guinzaglio se ha la tendenza ad allontanarsi, correre dietro alla fauna selvatica, ecc. E’ questione di buonsenso e rispetto.

Sulla via del ritorno, c’è una mandria libera. Come vi dicevo, il mio cane sa come lavorare con gli animali al pascolo, ma nessuno può sapere quale reazione avranno questi animali nel vedere un cane, specialmente un cane estraneo. Prima regola, da seguire sempre (pecore o vacche che siano, con o senza cane da guardiania), non passare in mezzo al gregge/mandria. Gli animali potrebbero spaventarsi, non tanto per la vostra presenza, quanto per quella del cane. Ovviamente tenetelo al guinzaglio, perchè non si sa mai quali comportamenti potrà avere vicino agli animali.

In generale comunque gli animali al pascolo possono agire come questi, tutti uniti in gruppo contro l’intruso! Se il vostro cane è libero, potrebbe scappare in mezzo a loro, magari mettersi ad abbaiare per paura/difesa, causando scompiglio, magari facendo correre gli animali verso un punto pericoloso. L’invito quindi è quello di fare sempre molta attenzione, tenere i vostri cani legati almeno dove ci sono baite e/o animali al pascolo ed evitare di passare tra di loro. Tutto ciò sempre ricordandosi che non siete in un luogo di svago, ma in un luogo di lavoro, regolarmente concesso in affitto agli allevatori che lo utilizzano.

La transumanza quasi come una volta

Ci sono transumanze che avvengono ancora quasi esattamente come una volta, perchè in certi posti niente è cambiato. Soprattutto, certi alpeggi non hanno la strada che li raggiunge. E così bisogna faticare molto di più, vivere e lavorare in condizioni più difficili.

La sera prima gli animali erano già stati risalire per un tratto del percorso. L’anno precedente era stata “sperimentata” per la prima volta questa transumanza e il tragitto era risultato decisamente lungo, anche grazie al maltempo. Così quest’anno c’è un pezzo di strada in meno, ma non sarà comunque una passeggiata. Ci si alza molto presto al mattino, ma con tutto quello che c’è da fare, comunque quando si parte con gli animali c’è già il sole che arriva nella valle.

Mi trovo a guidare il gregge di capre, con qualche pecora. Il cammino è lento e lungo. Gli aiutanti sono distribuiti un po’ per ogni gruppo di animali, gregge davanti, poi gli asini, dietro i quali salgono i bovini. Un trattorino tira un carro su cui sono caricati gli animali che non riuscirebbero a sostenere tutta la transumanza. Il sole intanto pian piano avanza.

I suoi raggi ci raggiungono quando arriviamo ad affacciarci sul versante che dà sulla bassa valle. Le capre vengono mandate verso l’alto e si attende il resto della transumanza, compresi quelli che stanno arrivando da casa. L’aria è frizzante, la giornata è limpida, ma gli amici stanno raccontando come lo scorso anno, nel mese di luglio, quando era avvenuta questa transumanza, invece c’era una giornata di pioggia e nebbia.

E’ il momento per fare una pausa. Gli animali si riposano e brucano, anche le persone si riposano, poi arrivano da valle altre auto con quel che mancava dei viveri e si fa una colazione molto abbondante con pane, salumi, formaggio. Il cielo è limpido, il Monviso fa capolino dietro alle creste. Siamo in Val Pellice e l’alpeggio che andiamo a raggiungere è quello di cui avevo già parlato qui lo scorso anno.

Non ci si può però fermare troppo a lungo. Anche se si è già guadagnata quota, il tragitto da compiere non è nemmeno ancora a metà. I cani fanno ridiscendere il gregge e riprende il cammino, con gli animali nello stesso ordine di prima.

La pista che porta all’Alpe Caugis è molto ripida, i tratti a pendenza maggiore sono addirittura stati ricoperti in cemento per far sì che i mezzi abbiano più presa e riescano a salire. Anche su quest’alpeggio non c’è ancora nessuno, ma i margari non tarderanno a salire, ormai è tempo di occupare tutti gli alpeggi, erba ce n’è e il meteo sembra essere propizio.

Questa è sicuramente una bella giornata, per il momento non ci sono nemmeno le classiche nebbie tipiche di queste zone. Ormai si è in quota, addirittura più in alto della destinazione finale, ma toccherà salire ancora per poi ridiscendere. Purtroppo questo è rimasto l’unico percorso adatto per raggiungere il Gias Subiasco con gli animali, ma il più breve anche per chi deve portare materiale, viveri, qualunque cosa possa servire.

Infatti si può arrivare fin qui con l’auto, dopodiché occorre caricarsi tutto in spalla. La strada svolta e raggiunge l’alpe Caugis. Questa transumanza invece imbocca la vecchia pista che scendeva dalla cava di marmo, ormai ridotta a poco più di un sentiero. Anche nei prossimi mesi chi utilizza l’alpeggio seguirà questo percorso, piuttosto che il sentiero che sale direttamente da valle.

Alla vecchia cava abbandonata si fa una piccola sosta, in modo da lasciar passare davanti le vacche. Lentamente i bovini avanzano sullo stretto sentiero che si seguirà di qui in poi. Capre e pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano non aver più tanta voglia di proseguire, mentre il resto della transumanza si allontana.

Come vi avevo già raccontato lo scorso anno, sono stati i pastori a ripulire e ripristinare questo sentiero, proprio per poter passare con una cerca sicurezza con gli animali. Anche nei giorni precedenti la transumanza sono stati fatti degli interventi e gli attrezzi sono ancora lì, lungo il cammino, per terminare qualche aggiustamento.

Lentamente anche il gregge si avvia. Le nebbie fanno capolino all’improvviso, ma non sono niente di preoccupante, nè quelle che salgono dalla Val Pellice, nè quelle che arrivano su dalla Val d’Angrogna, arrotolandosi su se stesse quando raggiungono la cresta. Il sentiero sale per un tratto, poi prosegue quasi in piano, quindi inizierà a scendere, dato che il Gias Subiasco è, per l’appunto, più in basso.

Ci sono alcuni animali che sono rimasti indietro, gli agnelli che erano sul trattore, mentre le capre vorrebbero andare avanti. Le vacche ormai non si vedono più, sono già molto più avanti. Tutti iniziano ad accusare un po’ la stanchezza, d’altra parte si è in movimento da ben prima dell’alba e gli animali, ormai nei pascoli, sembrano non avere fretta di arrivare alla meta finale.

Qualcuno è già andato avanti, altri aspettano insieme con la mandria. C’è da attraversare quello che, per i bovini, è il punto più difficile, quindi meglio controllare, sistemare le ultime pietre, mettere due paletti, un pezzo di filo. Quando arrivano anche capre e pecore, si fanno ripartire tutti gli animali, sempre con le vacche davanti.

Il sentiero scende nell’impluvio. Qui come altrove, ci sono tratti di pietre a vista, veri e propri scivoli, su cui l’acqua scorre facilmente, ma è un pericolo farvi passare sopra animali pesanti come delle vacche. La ragione per cui la transumanza è transitata qui e non è risalita direttamente da Barma d’Aut, così come si faceva un tempo, sono proprio altri impluvi come questo, con le loro rocce lisce messe a nudo dalle piogge, dalle alluvioni.

Per fortuna tutto va per il meglio e si raggiungono le baite del Subiasco. Gli animali possono finalmente fermarsi a pascolare e riposarsi, le persone invece o badano a loro o sistemano le “strutture”. Il tubo per l’acqua per alimentare la fontana, tirare fuori tutto dalla baita a prendere aria, mettere i materassi e le coperte al sole, pulire il tavolo, preparare un posto dove sedersi a mangiare tutti insieme.

E così ecco il pranzo di fine transumanza. Un po’ di relax e allegria, poi amici, parenti, famigliari se ne andranno e qui si resterà in solitudine a lavorare per qualche mese. Passerà forse qualche turista, non moltissimi, dipenderà anche dalle situazioni che presenterà il meteo. Le condizioni di vita e di lavoro quassù sono ancora quelle di un tempo, ma anche questa è una delle tante realtà d’alpeggio che si incontrano ancora in Piemonte.

Torno a valle scendendo per il sentiero quasi sepolto dalla vegetazione. Una traccia visibile fin quando l’erba non crescerà troppo. Per fortuna che gli animali presto la pascoleranno, riportandolo alla luce. Poi ci sono appunto i torrenti da attraversare e, alla fine, arrivo a Barma d’Aut, dove invece c’è un’altra mandria. Proseguendo per il sentiero (di qui in avanti perfettamente pulito e sistemato) incontrerò Ivano, il proprietario di queste bestie. Sono appena saliti anche loro, avevano rimandato di qualche giorno a causa delle piogge della domenica precedente.

Tutti gli anni in primavera rimetto a posto il sentiero e le passerelle“, mi dice. Infatti la discesa è perfettamente agevole, non ci sono rischi, ma anche qui la salita degli animali, quando avviene, ha il sapore dei tempi passati. Sono angoli di montagna preziosi (non a caso questo, ai tempi delle lotte di religione, era diventato il Vallone degli Invincibili, nome con cui lo conosciamo ancora ora), sono luoghi dove salire con le bestie è quasi un atto di resistenza. Non sono alpeggi da centinaia di capi, pertanto chi sale qui gestirà il territorio ancora come un tempo. Sarebbe bello, quassù, potersi dimenticare di tutti i problemi che affliggono il XXI secolo anche nel settore dell’allevamento (di montagna e non)!

In alpeggio in Val d’Aosta – secondo giorno

Al mattino pioveva ancora, piovigginava. Non faceva troppo freddo, ma il tempo si manteneva perturbato. Gli uomini si erano alzati ben prima dell’alba, avevano munto, il latte era già in viaggio per il caseificio. Poi c’erano da lavare tutte le attrezzature del latte, i pavimenti della baita, anche se con il fango all’esterno duravano poco, puliti.

Una bella colazione sostanziosa, poi le vacche vengono fatte uscire e mandate al pascolo. Forse avrebbe smesso di piovere? Due uomini accompagnano gli animali, uno degli operai resta a pulire la stalla. Il sistema di far rientrare gli animali tutte le sere, ma anche nelle ore centrali della giornata, fa sì che buona parte delle deiezioni si concentri in stalla. Però intorno alle baite non c’è tutta quella vegetazione nitrofila, quella che cresce dove c’è tanto azoto, come spesso accade accanto agli alpeggi. Già, perchè qui c’è un sistema di canalette ancora ben funzionanti, l’acqua porta tutto nella concimaia interrata e poi, una volta pascolati, i prati verranno fertirrigati (irrigazione+concimazione insieme).

In effetti smette di piovere, ma l’erba è ovviamente fradicia. Per quel giorno il menù prevede polenta… E’ vero che tecnicamente è estate, ma il clima è adatto al piatto che la “cuoca” ha deciso di fare. Le vacche invece stanno pascolando in un pezzo sopra alla strada, diverso da quello in cui erano la sera prima. Non so in base a cosa siano state portate qui e non nell’altra zona…

A sorvegliarle sono in due, Renè ed uno degli aiutanti, nonostante ci siano i fili a delimitare tutta la parte bassa del pascolo. E’ necessaria questa sorveglianza perchè poco più sotto c’è un’altra mandria, quella dell’alpeggio confinante e non si sa mai che possa capitare qualche incidente. Non solo non è facile e “divertente” separare gli animali quando si mescolano, ma queste vacche in particolare potrebbero dar vita a combattimenti spettacolari quanto pericolosi.

Le varie mandrie punteggiano le montagne, eppure Renè spiega che ci sono alpeggi che rimangono ormai vuoti, il bosco avanza, la zootecnia arretra. Di cosa si vivrà in futuro se questa è la tendenza? La Val d’Aosta è una regione montana. C’è il turismo, certo, ma i turisti d’estate vengono qui soprattutto per il paesaggio, e il paesaggio non sono solo le cime e i ghiacciai (dove non tutti arrivano)… Il paesaggio sono le radure, i pascoli, i prati sfalciati, le baite e… gli animali al pascolo! Il turista viene anche a cercare il prodotto enogastronomico, basta dire Fontina per pensare a questa valle.

Mentre parliamo due vacche iniziano una battaglia. E’ un atteggiamento assolutamente spontaneo, che si verifica spesso, anche tra animali che comunque passano le giornate insieme. Costantemente c’è il bisogno di stabilire chi sia la dominante, è un’attitudine che si manifesta negli animali che vivono in branco, ma in questa razza è particolarmente spiccata. Chi protesta contro le battaglie delle vacche o delle capre dovrebbe stare un giorno al pascolo per capire come non si tratti di una corrida, come l’uomo non influisca in alcun modo, ma sia tutto spontaneo e naturale.

Certo, può anche essere minimamente cruento, ma basta guardare un qualsiasi filmato sugli animali selvatici per vedere ben di peggio, pensiamo alle lotte tra maschi di moltissime specie per aggiudicarsi l’accoppiamento con la/le femmine. Qui invece sono vacche a scontrarsi, a spingersi testa a testa. Buona parte degli esemplari di questa razza, la valdostana castana, hanno infatti delle chiazze senza pelo sulla testa o poco più. La battaglia dura qualche minuto, poi cessa appena c’è una vincitrice. A volte gli animali si spingono fin contro il filo elettrico, trascinando a terra recinzione e paletti. Ecco perchè bisogna sorvegliarle costantemente! La passione per questi animali e per le battaglie fa sì che questi momenti siano particolarmente apprezzati dall’allevatore, che valuta le proprie bestie, pensa a quali far partecipare alle eliminatorie future.


Viene l’ora di far rientrare la mandria in stalla. La montagna risuona di muggiti, dello scampanio delle campane al collo di molti degli animali. Ripensando al discorso di prima, anche questo è un elemento che fa sì che il turista venga da queste parti. Come vi dico spesso, la montagna è silenziosa in modo innaturale senza questi elementi.

Prima di entrare in stalla, le vacche si fermano a bere alla fontana, le nere hanno la precedenza sulle bianche e rosse, che non cercano la rissa e si tengono in disparte, berranno quando le compagne si avvieranno verso le porte delle stalle. E’ uscito il sole, ma polenta, latte, fontina e spezzatino fanno comunque piacere.

Purtroppo il bel tempo non riesce a vincere sulla perturbazione, ma per lo meno subito non piove ancora e le nuvole si mantengono ad alta quota, così Renè ci può portare fin su all’alpeggio alto, Arcy, dove finisce la strada. Qui gli animali staranno all’incirca un mese, tra la fine di luglio e agosto. C’è ancora neve, ma comunque la vegetazione è già abbastanza avanti. Le parti più alte verranno pascolate da un gregge di pecore, anche quello per adesso non è ancora arrivato. La baita è stata ristrutturata in passato, è privata, di proprietà della famiglia, pertanto sono stati fatti i lavori quando ancora venivano dati i finanziamenti (70% a fondo perduto). A vederla così non lo direste, è perfettamente inserita nel paesaggio (più per necessità che per bellezza, la valanga infatti passa sopra e la ricopre senza fare danni), ma è composta dalla parte abitativa, dal caseificio e da una lunga stalla su due piani in grado di ricoverare tutti gli animali della mandria. Sulla via del ritorno inizia di nuovo a piovere…

In alpeggio in Val d’Aosta

Come vi avevo anticipato, ho ricevuto alcuni inviti per visitare realtà dei nostri “vicini” valdostani. In compagnia di una coppia di amici, per iniziare questo “tour” sono stata ospite di un loro amico in alpeggio a Gignod. Purtroppo il meteo non ci è stato molto propizio, ma vita e lavoro in alpeggio proseguono nonostante quello, ovviamente.

In alpeggio ci sono bovini, una mandria di vacche di razza… valdostana, ovviamente! Arriviamo oltrepassando numerosi altri alpeggi, ciascuno con gli animali al pascolo. Anzi, quella è l’ora in cui vengono fatti rientrare in stalla dopo il pascolo mattutino. La strada, prima asfaltata, poi sterrata, risale passando tra i prati (la fienagione è in ritardo, per colpa del maltempo), boschi, radure, pascoli.

Questo è il primo alpeggio, poi man mano animali e uomini si sposteranno più in quota, fino all’ultimo tramuto lassù al fondo del vallone. Il bosco sembra circondare i pascoli e mi spiegano che qui intorno era anche peggio, ma negli anni passati è stata fatta un’imponente opera di bonifica, recuperando un po’ di spazio intorno all’alpeggio. E’ ora di pranzo per gli allevatori, le vacche vengono fatte entrare in stalla e legate, poi si passa in cucina.

A tavola si chiacchiera, mentre fuori il tempo è tendente al variabile. I miei amici conoscono Renè da anni, la mia presenza stimola le domande reciproche: come vanno le cose in Piemonte, come vanno in Val d’Aosta. Anche qui sono stati problemi con gli speculatori che hanno affittato i pascoli per i contributi, i nomi sono i medesimi usciti sui giornali in provincia di Torino e Cuneo: mi fanno vedere l’articolo sul giornale locale… Ma non c’è solo il problema degli speculatori, c’è un sistema che sta andando in crisi anche in una realtà che, vista dall’esterno, sembrava avere il settore agricolo in primo piano.

Mentre gli uomini vanno a riposare (qui gli orari sono vincolati dalle due mungiture quotidiane, quella ben prima dell’alba e quella pomeridiana), facciamo quattro passi fino a raggiungere un altro alpeggio vicino che svolge anche attività di accoglienza/rifugio. Per ora è ancora chiuso, presto la mandria salirà, è una di quelle che abbiamo visto più a valle mentre salivamo al mattino.

Al pomeriggio in stalla inizia la seconda mungitura (a macchina), il latte viene ritirato dal caseificio, solo nei tramuti più a monte viene lavorato direttamente in loco (2 volte al giorno) per fare le fontine. La mungitura è un’operazione che, nonostante non venga più fatta a mano come un tempo (almeno qui, non dappertutto c’è la corrente elettrica), richiede comunque un certo tempo. Terminata questa incombenza, gli animali vengono fatti uscire e riportati a pascolare per qualche ora, mentre all’alpeggio c’è da lavare tutte le attrezzature del latte e pulire la stalla.

Il tempo si sta sempre più guastando, ormai sta piovendo un po’ tutt’intorno. La mandria è stata fatta scendere in un pascolo sotto all’alpeggio, parzialmente delimitato dai fili nella parte sottostante e laterale. Continuano le chiacchiere, un po’ commentando gli animali, un po’ sulle “questioni generali”. Chissà se il giorno successivo si riuscirà a salire all’ultimo tramuto riuscendo a godere di un po’ di panorama?

Renè e il suo amico Bruno chiacchierano di conoscenti comuni, poi ovviamente c’è da commentare lo stato di salute delle varie bestie, specialmente le Reines, le vacche da battaglia. Ciascuna ha un nome e una storia, ma soprattutto conta il palmares, le vittorie, i risultati conseguiti nei vari incontri tenutisi nel corso degli anni. Passione nella passione, forse questo è un elemento che spinge molti ad andare avanti nonostante tutto, nonostante le mille difficoltà e i mille problemi che anche questa realtà sta fronteggiando in questi anni.

Il rientro serale avviene con la pioggia, che continuerà a cadere nel corso della serata e della notte, fino al mattino successivo. Le vacche vengono fatte rientrare in stalla, dove verranno nuovamente legate, ciascuna al suo posto. Nella baita la stufa è accesa, si cena e si chiacchiera, ma senza far troppo tardi che per chi qui lavora la sveglia suona molto presto. Alcuni discorsi sono gli stessi che puoi ascoltare in una realtà simile in Piemonte, tra lupi, effetti della crisi, scarsa redditività del lavoro. Poi si parla di chi sta andando a fare le stagioni in Svizzera, per portare a casa qualche soldo mentre i suoi animali sono affidati ad altri in alpeggio, si parla degli uffici pubblici, di quanta gente sia andata a lavorare lì, in questa regione a statuto speciale. Ma si sta facendo tardi e le chiacchierate riprenderanno l’indomani.

Notizie e foto

Inizio con una notizia che interessa gli appassionati di capre. Domenica 28 giugno la rassegna/confronto prevista a Lemie si terrà invece ad Usseglio (TO), stessa vallata, ma un po’ più a monte. Resta confermato a Lemie l’incontro con me & con il mio libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014″, venerdì 26 giugno, ore 21:00, presso il Bar della Pace.

Gaia ci segnala, per questo fine settimana (27-28 giugno), il Festival delle Alpi 2015 all’Alpe Prelobbia, Macugnaga (VB). Qui potete scaricare l’intero programma e le informazioni necessarie.

Per il mese di luglio, inizio ad anticiparvi “La Transumanza” ad Ardesio (BG), a cui parteciperò. Si tratta del gregge del pastore Renato Zucchelli, reso famoso dal film “L’ultimo pastore”. Qui il programma.

(foto M. Mahlknecht)

Un po’ di foto adesso. Markus lo scorso inverno ha lavorato in Veneto: “La mia fortunata esperienza con il “baio” nelle pianure venete mi ha indicato come si può “lavorare” con animali in modo naturale senza perdere il contatto con la terra. Auguro una buona estate e quesť anno sembra che siamo per la prima volta online in alpe…vediamo… Queste pecore sono le “sconosciute” della famosa transumanza vicino őtzi, val Senales.

(foto M. Mahlknecht)

La foto è della Val Silandro in val Venosta, dove ho fatto scavi archeologici e il pastore. Questi ometti in pietra sembrano essere stati marcature nel paesaggio per gli antichi pastori di pecore…

(foto L.Marcolongo)

Arretrati, molti arretrati! Per chi sta soffrendo il caldo, una carrellata di immagini invernali dell’amico Leopoldo. “Non so se ti avevo inviato queste foto. Sono del 30 gennaio 2010, dietro a casa mia (io sono di San Giorgio in Bosco-PD). Non so il nome del pastore perché, a quel tempo, non conoscevo bene i pastori.

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

(foto L.Marcolongo)

Rimaniamo in inverno, ma senza neve, e rimaniamo nel Nord Est con il nostro amico…

Gennaio 2015: “Ho trovato Michele Laner, con la sorella Angela, a Grantorto (PD).

Vi ricordo che le immagini dei vostri animali, di greggi e mandrie incontrate in giro, degli animali di amici, di manifestazioni a tema, sono sempre le benvenute qui sul blog.

Una realtà diversa

E’ da un po’ che penso a come scrivere questo post. Come sapete, a me piace toccare con mano le realtà prima di esprimermi e in questo caso non sono riuscita a farmi un’idea sufficientemente completa per parlarvene approfonditamente. Posso quindi solo raccontarvi le sensazioni che ho avuto, mescolandole con alcune informazioni che mi sono state date e che ho appreso on-line.

Lo scorso fine settimana ero stata invitata in Valle Grana, a Castelmagno, per la transumanza che saliva a Valliera. Era un evento “organizzato”, con tanto di accompagnatore e pranzo in rifugio. Ritengo che queste iniziative siano utili, sia per promuovere il territorio, sia per far conoscere una realtà, quella dell’allevamento di montagna, sempre meno conosciuta. Direi che è l’allevamento in generale a perdere il contatto con il resto del mondo, o meglio, è la società che si distacca dal mondo rurale. Belle parole se ne fanno parecchie, ma quanti conoscono davvero cosa vuol dire allevare, andare in alpeggio, ecc ecc?

Il camion scarica gli animali all’imbocco della strada che sale al Colletto, quindi la mandria lentamente risale verso la sua destinazione. Il gruppo di “turisti” aspetta in un punto panoramico, è stato chiesto di stare lontani dal luogo dove gli animali scendevano dal camion, dato che poteva essere rischioso. Non è facile infatti mettere delle persone “inesperte” tra gli animali, specie se di grosse dimensioni e potenzialmente pericolose come le vacche. Di transumanze io ne ho fatte tante e questa avviene molto placidamente, eppure un signore fa gesti con le mani e dice di togliersi, perchè: “…adesso vengono su veloci, poi dopo si calmano! Lo scorso anno due sono morte di infarto, per essere venute su troppo veloci.

E’ vero che la strada è molto ripida, ma qui c’è qualcosa che non mi torna. Innanzitutto mancano i rudun. Una transumanza non è tale senza i campanacci! Non si mettono solo in caso di lutto! In terra cuneese poi… a Castelmagno! Qualche vacca ha delle campanelle da pascolo e niente più. Visto poi che la transumanza era “organizzata” con turisti e c’erano anche dei ragazzi che filmavano per qualche progetto… non è sicuramente questa una tipica transumanza rappresentativa da mostrare al pubblico!

I “turisti” stavano in coda, qualcuno si muoveva tra gli animali per scattare qualche foto e filmare. Io ho cercato di scambiare quattro chiacchiere con i margari, ma ci ho capito poco. Già sapevo qualcosa sull’azienda che gestisce l’alpeggio di Valliera, ma pensavo che gli animali fossero condotti diversamente. Qui ci troviamo di fronte ad un’azienda agricola molto anomala per le nostre realtà. I margari sono solo dei dipendenti, così come chi si occupa della caseificazione e altri ancora.

A questo punto vi consiglio di andare sul sito dell’azienda agricola Des Martins per capire qualcosa di più di questa realtà. In sintesi, un gruppo di amici vignaioli del Barolo hanno fatto una scommessa… e un investimento. Hanno cioè creato questa realtà. Allevamento, alpeggio, produzione di formaggi rinomati e di qualità. Con le loro conoscenze e i loro canali sicuramente sanno come procedere con la commercializzazione, il marketing, ecc ecc

Però questa per me era una transumanza strana. Forse sono io che sbaglio, forse questa è la strada “giusta” per lasciare alle spalle gli speculatori che affittano le montagne senza metter su le bestie. Qui gli animali ci sono, anche se non sono della razza tradizionalmente allevata da queste parti, anche se non hanno i rudun al collo, anche se alcuni faticano non poco ad arrivare a destinazione. Però mi faceva riflettere anche la strada perfettamente asfaltata, mentre quella di fondovalle ha mille cantieri, frane, buche, problemi difficili da risolvere con i fondi pubblici sempre più scarsi.

Non ero mai più stata a Valliera. Frequentavo questi posti vent’anni fa, scattando immagini alle case abbandonate, vittime della totale emigrazione verso terre più facili, sogni meno faticosi. Oggi le case sono quasi tutte recuperate, c’è la strada asfaltata. Chissà chi aveva ragione? Chi è fuggito, chi è rimasto, chi sta tornando, chi viene qui e ristruttura un intero villaggio per farne una specie di buen retiro? Ricordiamo che il Castelmagno, formaggio dalle origini antichissime, nasce come “toma rimpastata” perchè la produzione era così scarsa (pochi animali, magari solo una vacca per famiglia, guardate come sono ripidi i pendii!) che bisognava impastare insieme la cagliata di più giorni per avere una forma di formaggio!

La transumanza arriva a Valliera e resto colpita dalla frase di una signora che vorrebbe che le donne davanti alle vacche si “levassero” perchè lei possa scattare una foto alle bestie. Nessuna consapevolezza (e rispetto) del fatto che si trattasse di chi lì stava lavorando, contenendo e sorvegliando gli animali. La sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato continua a pranzo (ottimo, presso il Rifugio La Valliera), perchè nelle vere transumanze si mangia tutti insieme con i margari, si ascoltano gli aneddoti, si fa una vera festa e si “entra” un po’ in questo mondo. Qui è una realtà diversa e solo il tempo dirà se paga più questo o il rimanere attaccati con i denti alla tradizione. La mia opinione è che la via di mezzo sia sempre la migliore. Molti margari dovrebbero sapersi innovare, tenendo gli aspetti buoni della tradizione, ma evolvendosi in altri per stare al passo con il XXI secolo. Comunque, buona estate anche a questi animali e a tutti coloro che lavoreranno con questa mandria.

Ricetta per l’estate

Ammetto di aver sempre fatto questa ricetta sbagliando un ingrediente: la versione che avevo ritagliato da qualche giornale prevedeva il macinato di bovino, ma poi, cercando on-line, ho scoperto che la vera Moussaka prevede la carne di agnello. Eccovi la ricetta.

Moussaka

Ingredienti

1,5 kg di melanzane tonde
700 g carne trita di agnello
2 cipolle tritate
600 g di pomodori maturi
1 bicchiere di vino bianco secco
sale e pepe
1 spicchio di aglio
1-2 foglie di alloro
1 pezzo di stecca di cannella
spezie a piacere (facoltative)
besciamalla qb
150 g di formaggio grattugiato misto
pangrattato qb
olio extravergine d’oliva qb

Lavare le melanzane e tagliarle a fette non troppo sottili (senza pelarle). Friggerle e in abbondante olio caldo fino a doratura, quindi scolarle su carta assorbente. Preparare il ragù: tritare le cipolle e metterle a rosolare in olio caldo, quindi unire la carne, farla rosolare per una decina di minuti e sfumare con il vino. Una volta evaporato unire i pomodori passati, l’aglio, l’alloro, la cannella, il sale e il pepe. Abbassare la fiamma e cuocere per un’ora. Comporre il piatto: ungere di olio il fondo di una pirofila da forno, spolverare con 1-2 cucchiai di pangrattato. Disporre un primo strato di melanzane, proseguire con il ragù ed ancora le melanzane, proseguire con gli strati fino ad esaurimento, l’ultimo deve essere di melanzane. Coprire con uno strato di besciamella, spolverare con il formaggio e cuocere in forno caldo a 180 °C per circa 25-30 minuti.

In alta Val di Susa

Tutti gli anni cerco di andare almeno una volta a trovare la mia amica che pascola in alta val di Susa. Sappiamo che il mestiere dell’allevatore coinvolge uomini, donne, famiglie, giovani, anziani, ma la mia stima per una donna che, da sola, gestisce un gregge di queste dimensioni è davvero grande. Come mi aveva detto quando ci eravamo conosciute…: “E’ una droga!“.

Uno dei maremmani, a guardia delle pecore degli agnelli nel recinto accanto alla baita, fa il suo lavoro abbaiando furiosamente. Non è tanto la mia presenza a turbarlo, ma quella di un cane estraneo, il mio. Adesso non è ancora stagione turistica, quindi non c’è ancora tanto movimento in zona. Lupi però ce ne sono e la pastora ne ha già avvistati. Mi raccomando cani… Fate il vostro dovere!!

Il gregge è ancora sull’altro versante, sta finendo di pascolare i prati da quelle parti, prima di spostarsi, salire sul colle e arrivare alla sede di alpeggio principale. Arriviamo al recinto, c’è il sole, ma è una giornata fresca, ventilata. Una volta aperte, le pecore pigramente si portano verso i pascoli, nonostante non sia prestissimo. Ci siamo concesse un po’ di chiacchiere tra amiche da tranquille, ma ogni tanto ci vuole anche quello e poi la giornata è lunga.

L’erba è dura, l’erba è alta. Anche questo gregge ha tardato a salire per problemi di vario tipo. Quest’anno poi tutti si stanno lamentando per la qualità dell’erba, cresciuta in fretta quando ha fatto caldo in anticipo, poi “invecchiata” precocemente. Il gregge bruca ancora qualcosa dov’è già passato, poi scenderà per “pulire” un pezzo vicino alla strada statale, i proprietari hanno chiesto alla pastora di pascolarlo per evitare di dover tagliare l’erba.

Finita la pulizia del prato, si torna verso l’alto, verso erba un po’ più fresca, un po’ più tenera. Il gregge avanza quasi in formazione compatta, mentre il cielo si copre e l’aria diventa umida. Valutiamo lo spostamento delle nuvole, qua e là si intuisce già la pioggia, ma forse non dovrebbe arrivare fin da noi.

Ci manca solo la pioggia, che già le pecore pascolano male e non stanno ferme! E invece la pioggia arriva proprio, con una serie di scrosci intermittenti, nuvole portate dal vento come spesso accade quassù. Riusciamo a pranzare anche noi, sotto l’ombrello, ma il gregge non sta fermo a lungo e bisogna spostarsi, correre dietro alle pecore, intuire dove andranno.

Nel giro di un’ora il tempo cambia almeno tre volte. Pioggia, vento, sole, pioggia. Ormai qui l’erba è quasi finita, la pastora spera che il meteo aiuti almeno un po’ (ma non sarà così!!) per terminare di pascolare quel che resta e spostarsi più su. Uno i progetti li fa, prova ad organizzarsi in un certo modo, ma poi di imprevisti ce ne sono sempre.

Continuiamo a chiacchierare, sta venendo sera, volevo fermarmi ancora per godermi la compagnia, il gregge e le ore più belle della giornata, ma dalle vallate di fronte arriva una nuova ondata di pioggia. Provo a scendere velocemente per raggiungere la macchina, ma mi tocca aprire ancora una volta l’ombrello e scendere guidando per la strada che, rapidamente, si è trasformata in un piccolo torrente. Chissà come sarà l’estate, chissà se farà tribolare i pastori come l’anno scorso??

Perchè anche le battaglie delle capre sono importanti

Mentre si avvicina il prossimo appuntamento per gli appassionati (28 giugno a Lemie, TO), io vi devo ancora raccontare la battaglia, o meglio, il confronto delle capre e la rassegna che si sono tenuti a Pessinetto, sempre nelle Valli di Lanzo, a fine maggio.

Per chi volesse andare a Lemie, ecco il programma. Io sarò presente il venerdì sera, 26 giugno, alle ore 21:00, per presentare il mio libro fotografico “Pascolo vagante 2004-2014″, presso il Bar della Pace. Vi aspetto numerosi, così come spero siano numerosi i partecipanti alla rassegna/confronto della domenica 28.

A Pessinetto, nonostante il meteo non ottimale, c’era una buona partecipazione. Al mattino si era tenuta la rassegna, molti animali partecipavano ad entrambe le manifestazioni, sia la mostra per la “bellezza”, sia la battaglia del pomeriggio. La maggior parte dei partecipanti era locale, come spesso accade in questi eventi. Partecipare è un impegno e anche un costo, per chi deve prendere un mezzo per il trasporto degli animali.

Valli di Lanzo, non potevano mancare le capre fiurinà. Viene considerata razza, si è cercato di recuperarla e valorizzarla, anche se molti semplicemente la considerano una delle varianti di colore del mantello delle valdostane. Comunque vogliate considerarle, sono un bel vedere e una passione nella passione per molti allevatori di capre.

C’erano numerosi begli esemplari, in tutte le diverse varianti di mantello della valdostana. Abbiamo già parlato varie volte di come queste manifestazioni non vengano comprese all’esterno del mondo zootecnico. Sappiamo come non siano cruente e come l’attitudine al confrontarsi sia un qualcosa di spontaneo, assolutamente naturale.

Talmente naturale che le “battaglie” iniziano già fuori campo! Perchè portare le capre a battersi in questo contesto? Perchè da sempre l’uomo cerca dei momenti di incontro, di spettacolo, di confronto. C’è lo sport praticato in prima persona e c’è la condivisione delle passioni, come può essere quella di allevare e mettere a confronto i frutti del proprio lavoro. Valutare la bontà di un formaggio, la quantità di latte prodotto da un singolo animale, la bellezza e le caratteristiche delle tue bestie.

Le battaglie delle capre hanno sicuramente un pregio: mantengono vivo il territorio. Come? Molti di coloro che allevano questi animali non sono allevatori di professione. Queste capre sono un hobby (impegnativo e costoso, tra l’altro), un di più. Di mestiere fai altro, non vivi con 10, 15 capre. Qualcuno ha anche bovini, non tutti gli appassionati sono hobbisti, ma ciò che intendevo dire che è che chi alleva queste capre le pascola, fa fieno, quindi si prende cura di loro e, contemporaneamente, di piccole fette di territorio che altrimenti sarebbero abbandonate.

Allevamento e territorio sono sempre strettamente connessi, specialmente se l’allevamento non è intensivo (in quel caso l’effetto sul territorio spesso diventa nefasto). Allevare queste capre vuol quindi dire pascoli, prati sfalciati (il più delle volte in aree marginali) e anche prodotti (carne, latticini) destinati ad un piccolo consumo locale.

Ben vengano queste manifestazioni, che riuniscono gli appassionati e attirano sul territorio anche qualche turista, qualche curioso. Le battaglie non sono cruente, anzi… a volte non succede niente e gli animali nemmeno si battono. La gente passa, guarda, qualcuno si ferma, altri vanno oltre, intorno alle transenne restano quelli che sono coinvolti nell’evento, i più appassionati. Ascolto i commenti dei visitatori di passaggio, molti non capiscono, ma ogni sport, ogni passione ha il suo giro di adepti!!