Storia recente

Casualmente, in questi giorni mi è capitato di veder passare sui profili facebook di alcuni amici delle foto “d’epoca”. Foto anche abbastanza rare, perchè riguardano lavori di montagna, nello specifico la pastorizia. Macchine fotografiche e mondo rurale non erano abbinamenti comuni, a meno che si trattasse di qualche appassionato al di fuori di questo mondo che, attraversandolo, prendeva degli scatti.

(foto archivio B.C.Bertorello)

Queste invece sono immagini da album di famiglia. Bruna Chiaffreda Bertorello pubblica la foto di suo nonno, “pastre” in Francia negli anni Venti. Purtroppo non si sa dove, su quale montagna.

(foto archivio B.C.Bertorello)

Sempre suo nonno al pascolo, nel 1936. Non sono passati nemmeno 100 anni. All’epoca erano gli Italiani che emigravano per andare a fare gli operai per gli allevatori Francesi. E adesso? Adesso qui abbiamo garzoni di altri paesi europei, ma non solo. E anche Italiani che tornano a lavorare fuori, magari in Svizzera o in Francia.

(foto archivio L.Roletto)

Anche il Canavesano Luca Roletto pubblica la foto della nonna: “Metà anni 40, mia nonna Dora con le sue pecore al pascolo sul Monte Calvo nei pressi della capela drucà”. Anche se “mute”, queste immagini ci dicono tante cose, osservando i vestiti, i volti, gli animali. Adesso vi chiedo un favore: visto che scriverò il libro su capre e caprai, fin da ora chiedo agli amici piemontesi se hanno foto d’epoca con delle capre, appunto. Animali al pascolo, mungitura, battaglie delle capre, qualunque cosa. Più sono foto che ci portano indietro nel tempo, meglio è. Grazie mille!

(foto archivio – dal web)

Queste altre immagini, sempre scovate su facebook, non appartengono a privati. Questa è semplicemente una cartolina di Cesana Torinese (non so quale sia l’anno), con un gregge in transumanza.

(dalla pagina “Torino Piemonte antiche immagini”)

Quest’altra foto invece mi ricorda il racconto di un pastore, che ho riletto da poco. E’ stata scattata a Torino in Corso Vinzaglio. “Nel Quarantacinque i miei erano andati ad una montagna a Claviere. Hanno caricato le bestie sul treno! Da Brosso a Porta Susa a piedi, e poi sul treno, le vacche davanti, le pecore dietro. Avevano fatto fare i rudun nuovi apposta. Torino era tutta bombardata, passavi per le strade ed era notte, si apriva solo un po’ qualche finestra, vedevi un po’ di chiaro, era la gente che guardava per capire cosa stava capitando. (…) In passato era tutto diverso, meno comodità, ma c’era più rispetto.” Così ricorda i racconti del padre Giovanni Vacchiero, classe 1947, da me intervistato nel libro “Dove vai pastore?”

(dalla pagina “Torino Piemonte antiche immagini”)

1955, gregge davanti ad una cascina in via Guido Reni a Torino. Man mano quelle cascine sono state inghiottite dall’espansione urbana. Ma quelle greggi e quelle mandrie passavano in città per la transumanza. C’è un bellissimo capitolo in “Marcovaldo” di Italo Calvino che descrive questo evento. Nei commenti dei lettori sulla pagina uno scrive che le transumanze sono passate in Torino fino alla metà degli anni Cinquanta.

Cercando il passato

Vi ricordate il Gard, quell’alpeggio abbandonato dove vi avevo “accompagnato” qualche settimana fa? Tramite amici ho saputo che Mario, l’ultimo pastore ad essere salito lassù “stabilmente” è ancora in vita, ospite di un particolare centro per anziani ad Angrogna, il Foyer.

Così, con Valeria, un’amica anche lei a caccia di testimonianze del passato, andiamo ad incontrare gli ospiti di questa struttura. Tra di loro c’è Pierin, 81 anni, brillante nello spirito e meraviglioso scrigno di ricordi. “Per imparare un lavoro? Bisogna farlo! Adesso come si fa ad insegnare ai giovani a tenere la montagna, adesso che non c’è più nessuno che sa come si fa? Dove ci sono rovi, c’erano campi. Dove ci sono gerp (gerbidi, incolti), c’erano campi. C’erano muri che tenevano su tutto. In montagna non mancava niente, andavamo a Pinerolo a vendere la paglia di segale per fare i tetti, giù non c’era niente da comprare! Mussolini delle cose giuste le ha anche fatte, non doveva rimanere un palmo incolto, si produceva tutto italiano e quello era giusto!

Le storie qui sono storie del territorio. Non tutti le vogliono o le sanno raccontare come Pierin. Alle pareti, foto, poesie, pensieri, ritagli de “L’Eco del Chisone” dove si parla delle recenti fiere zootecniche di valle. Continua Pierin:”Si passava dal Colle della Croce per andare a prendere il sale e si barattava con le castagne. Adesso i giovani… non sanno più usare una zappa o un tridente! Ci vanno anche le fabbriche, perchè sono quelle che rendono, e poi ci va l’agricoltura. I giovani di oggi tengono tante pecore perchè danno meno lavoro, non c’è da mungerle, mentre di vacche ne tengono meno di una volta.

Andiamo ad ascoltare anche Mario, ma un po’ i problemi di udito, un po’ una generale stanchezza, non è loquace come il suo coetaneo. “Le pecore le ho tenute a lungo, fin quando ho potuto, sono solo quattro anni e mezzo che le ho vendute, quando sono stato male. Mi hanno ricoverato a Pinerolo, poi a Torre Pellice, poi mi hanno portato qui, se mi piaceva potevo restare, e sono rimasto.

Cerchiamo di farlo parlare dell’alpeggio, di quello spuntone a picco sulla valle, ma sembra ritenere l’argomento poco interessante. Forse crede che a noi non possa interessare… “Là sono stato 10 anni da solo e 12 anni con mio cugino. Le case erano già tutte giù, pioveva già dentro. Avevo un 100-120 bestie, anche qualche capra, mie e qualcosa di quelli che me le davano su.

Non sa dirci niente sul passato, su chi salisse prima di lui, quante persone vi fossero un tempo, o forse siamo noi a non riuscire a farci capire. “Ci volevano quattro ore a salire con la roba a spalle. Giù mungevamo, quando eravamo tutti, ma su no, il latte si mungeva per i maiali, si dava ai maiali per ingrassarli. A dieci anni andavo ancora a scuola quando mio papà mi ha messo in mano il dai (la falce) per tagliare l’erba. I giovani d’oggi fanno come possono, non c’è più lavoro in fabbrica e nemmeno nei boschi, quindi va bene anche fare i pastori.

Una vita spesa con gli animali, lassù su quei pascoli, poi d’inverno in pianura, comprava il fieno in una cascina a Villafranca. Per noi oggi è naturale spostarci, viaggiare, andare un giorno qui, uno là. “Non sono mai andato in Val Germanasca. Sono andato fino a Prarostino. Poi a Pinerolo, all’ospedale…

Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

Andavamo a tagliare l’erba e il fieno fin su verso la montagna

Girando con un gregge tra le borgate del mio paese, ho incontrato persone e ho ascoltato storie che altrimenti mai avrei conosciuto.

Quel giorno il gregge stava uscendo da un prato che nessuno utilizza più. Nemmeno chi viene a tagliare il fieno “tanto per far pulito” ha portato via le balle, lo scorso anno. Almeno le pecore passano e mangiano l’erba, il risultato finale è un senso di pulizia, di ordine, di “territorio vivo”.

Ci si sposta appena sopra, tra due borgate. Dove un tempo c’erano forse frutteti, forse vigneti, campi, chissà… Oggi solo erba alta, fin troppo alta affinchè le pecore la bruchino. Dalle case si affaccia un anziano e chiede di non venire fin su proprio sotto al cortile: “…tanto vecchia così non la mangiano e la schiacciano solo, devi poi passare il decespugliatore e fatico meno se è in piedi.

Qualcuno sa ancora come “funzionano” le cose. Altri invece pretenderebbero che le pecore fossero delle macchine tosaerba, anzi, veri e propri decespugliatori che rasano a zero anche i rovi. A volte qualcuno si offende quando rifiuti un pascolo, ma non è semplice, non basta “metter lì” gli animali. Se l’erba non piace, alzano la testa e brucano il melo, la siepe, i fiori… e le erbacce sgradite restano lì. Meglio andare in spazi ampi quasi invasi dal bosco, dove l’erba è più bassa, più fresca, più tenera.

Questa vecchia baita ha il sapore della montagna. In zona non ci sono quasi più case così, sono state ristrutturate, modificate, stravolte. Fin quando ci sarà qualcuno che terrà pulito questo prato, impedendo al bosco di avanzare, avvolgendo questa casa e riducendola ad un cumulo di sassi?

Il gregge scende nuovamente ai prati sottostanti, per il pasto della sera. Qui in zona ormai animali non ce ne sono più. C’è magari ancora qualcuno che, spinto dalla passione, da un impeto di “ritorno alla terra”, tiene due capre, o un asino, ma non per viverci. Le cose un tempo erano molto differenti.

Nella borgata le case sono state quasi tutte ristrutturate, resta ben poco di quello che era l’aspetto originario. L’anziano mi racconta di quando qui c’erano le bestie, quando era bambino lui. “C’erano 7-8 vacche qui, poi un po’ di capre. Non era come adesso che l’erba è un problema… Si partiva ad andare a tagliare erba fin su verso la montagna, per dare da mangiare alle bestie. Adesso è tutto bosco, tutti alberi e rovi.

E così le porte delle vecchie stalle sono chiuse. Chissà da quanto non gira la chiave nella toppa. Polvere, ragnatele… E nessuno rastrella più le foglie da usare come lettiera. L’erba è talmente un problema che si impiegano anche i disseccanti per tenerla indietro. Come sono cambiate le cose in 60, 70 anni…

Voi cosa ne dite?

Dallo scorso mese di novembre sto lavorando ad un nuovo libro. Un qualcosa di molto diverso da tutte le mie opere finora realizzate. Sono infatti stata incaricata da un ex margaro, ex commerciante di bestiame, ex… molte cose (“…nella vita ho fatto di tutto, tranne andare a chiedere l’elemosina!“) di realizzare un libro trascrivendo il suo manoscritto. Non è stato facile decifrarne la grafia, innanzitutto, poi fare l’abitudine ad un modo di scrivere inusuale.

Adesso inizia per me la seconda parte del lavoro. La trascrizione è terminata, ma devo sistemare il testo nel complesso. Ho molto pensato a come muovermi, sicuramente sistemerò la grammatica e la punteggiatura, ma… lasciare o non lasciare il linguaggio caratteristico usato dall’Autore? Ci sono termini che vengono impiegati con un significato forse improprio o che comunque suonano strani o desueti alle nostre orecchie. Ci sono anche dei “piemontesismi”.

La vita che viene raccontata parte dagli anni della Seconda Guerra mondiale, fino ad arrivare ai giorni nostri, ma il protagonista racconta soprattutto la sua difficile infanzia fatta di privazioni e duro lavoro. (Le immagini di questo post sono d’archivio e non inerenti all’opera). Oltre alla sua storia personale, l’elemento fondamentale che fa da sfondo e condiziona  la sua esistenza sono gli animali, il profondo legame tra pecore, vacche, cavalli e il bambino prima, il ragazzo e l’uomo successivamente. Una vita interamente dedicata a loro, a costo di rinunciare a tutto, rovinandosi persino la salute.

Quello che volevo chiedervi è un parere sul testo. Qui è un brano in “versione integrale”. “E in primavera dopo avermi fatto il fieno maggengo, andai in montagna con le mucche, le api nell’inverno a non potermi più a badarle, mi morirono. E lì trovandomi da questi anziani nel farmi il buon mangiare, le pulizie, il letto da dormire in stanza al caldo, e piano pian tagliavo erba con la falce che era il mio mestiere nel far fieno alla provvista per l’inverno, nella stagione cioè dopo questo maggengo mi venne il secondo. E al mattino presto andavo al controllo delle mucche, che le avevo fatto un grande recinto a filo con la corrente senza alcun pericolo, mentre le portavo il sale e ne mungevo alcuna per la nostra necessità, e quello che non consumavamo a colazione questa anziana lo metteva in una bacina grande di arame nella cantina al fresco, l’indomani le toglieva la panna e quando ne aveva a merito faceva il burro sulla nostra necessità.

Qui invece una parte già aggiustata da me. “E pure queste povere mucche venivano ferrate ai piedi per resistere alle ammaccature delle pietre nel cammino, per ore e ore di transito sotto quello che il buon Dio mandava, o sole, che a queste i mosconi le foravano la pelle, o godere a sentirsi succhiare il sangue. E io, che la mia vita era tutta su di loro, essendo sensibile di affetto, supponiamo come una brava mamma che la sua vita la dimentica per salvare il suo bambino, io a quattro anni rimanevo al loro fianco a provare e capire, ma non avevo il permesso di aprire la bocca per poter rispondere a far sentire le mie sofferenze. In più della fame, soffrivo a pensare a queste, ai loro dolori su questi transiti faticosi.

Partendo dal basso

Da quelle parti c’ero stata l’ultima volta anni fa. In una “vita precedente”, quando la montagna per me era o escursioni in MTB, o a piedi o ancora luogo di lavoro per occuparmi di pascoli, censimenti, interviste. Questa volta sono salita con altri occhi. Lungo un sentiero (la citazione è voluta!). Avrei sì avuto bisogno di una guida, un qualcuno del posto che facesse parlare le pietre.

E di pietre che potevano raccontare ce n’erano tante. Per cominciare, tutte quelle che calpestavo. Non si tratta di un semplice sentiero, ma una vera e propria mulattiera che anticamente doveva essere molto trafficata. Il colle del Colombardo infatti è un “comodo” passaggio verso la val di Viù ed un tempo questa era sicuramente una via di passaggio per le genti di montagna. Oggi la strada (sterrata) compie un ampio giro toccando molti degli alpeggi sparsi sul territorio comunale, ma la via usata anticamente era questa.

L’uomo qui aveva colonizzato tutti gli spazi. Baite isolate e gruppi di case si scorgono ancora ovunque, in questa giornata assolata di inizio autunno. Il bosco avanza, anche se nei pressi delle abitazioni si vedono alberi che avevano a che fare con la vita delle persone e degli animali. I ciliegi sono chiazze rosse, poi ci saranno gli aceri a tingersi di giallo.

Talvolta gli alberi hanno già letteralmente sommerso gli edifici, alcuni dei quali stanno iniziando a crollare. Quassù non si vive più. Poco sopra c’è ancora un nucleo di case abitate almeno temporaneamente. La sede di un alpeggio. Ma non un alpeggio moderno: non ci sono strade e le baite sono come quelle dell’immagine, prive di concessioni alla modernità. Eppure la strada passa qualche centinaio di metri più a monte…

Cosa faceva qui l’uomo quando le strade non c’erano ancora? In mezzo ai pascoli si leggono ancora numerosi segni della presenza umana di un tempo. Lavori che permettevano di gestire e curare il territorio. Oggi è quasi un “miracolo” il fatto che non sia tutto completamente all’abbandono.

Se alle quote più alte le montagne si stanno svuotando, una transumanza dopo l’altra, a questa quota intermedia c’è ancora da pascolare, sia per le vacche, sia per le capre. Solo il pascolamento può tenere indietro il bosco. Chissà, forse a queste quote una volta si viveva tutto l’anno e si saliva più in alto solo nel cuore della stagione estiva? Probabilmente si sfalciava. Sono tutte ipotesi basate su quel che conosco di altre vallate. La vita non era dissimile…

Incontro i due margari, due fratelli indaffarati a tirare il filo per “dare il pezzo” alle vacche. Scambiamo quattro chiacchiere sulle solite cose. Il maltempo dell’estate trascorsa, la speranza che almeno queste ultime settimane in alpeggio possano essere buone, con sole e clima mite, poi toccherà anche a loro scendere a valle. “Il lupo a noi fino ad ora non ha toccato nulla, ma di là – e indica gli altri valloni verso ovest – qualcosa c’è stato. Ad un certo punto sul giornale è persino uscito un articolo che diceva che c’era l’orso, ma saranno quelli dei funghi, per tener lontana la gente che viene da fuori!

Gli animali pascolano placidamente, non manca nè l’erba, nè l’acqua, nè l’ombra se facesse troppo caldo. Provate a pensare cosa sarebbe la montagna senza la presenza di questi animali e degli uomini che se ne prendono cura? La mulattiera che mi ha portata fin qui sopravviverebbe solo grazie agli amanti delle escursioni? Ma cosa vedrebbe, chi arriva fin qui a piedi? Di sicuro non un alternarsi di boschi e radure, di sicuro non gli spazi aperti dei pascoli.

Oltre alle vacche, c’è un bel gregge di capre. Riesco a raggiungerlo prima che gli animali scompaiano tra rocce e cespugli. Più tardi amici spenderanno numerose parole di elogio su queste capre e sull’ambizione dei loro padroni. Mentre lo scampanio caratteristico di disperde tra la vegetazione, ritorno sulla mulattiera e riprendo la mia salita.

Più in alto iniziano gli alpeggi “veri”. La tipologia costruttiva è abbastanza caratteristica, qui e nelle vallate limitrofe si ripete il modello abitazione-stalla adiacente, strutture in grado di ospitare numerosi animali. Alpeggi dove si è sempre munto, lavorato il latte, prodotto formaggi. Sono gli ultimi giorni prima della transumanza, i margari stanno per lasciare la montagna.

Poco sopra questo alpeggio se ne trova un altro in rovina. La distanza è davvero poca, chissà se si trattava di strutture utilizzate dalle stesse persone o se qui salivano anticamente più famiglie di allevatori, dividendosi pascoli e strutture? Anche le dimensioni di questo alpeggio erano considerevoli, la stalla in grado di ospitare un elevato numero di capi.

Ancora più a monte, poco sotto il colle, l’ultimo alpeggio, ormai vuoto. La transumanza deve essere avvenuta da poco, ma tutte le strutture sono chiuse. resta ancora l’acqua nei tubi, aprendo il rubinetto si può bere. Chissà se è stata una dimenticanza? Arriverà il freddo e gelerà tutto.

Prima di scendere, è stato fatto quello che si faceva un tempo. Sono stati ripristinati i canaletti e l’acqua è stata fatta passare nella concimaia, in modo da provvedere a quella che, tecnicamente, si chiama fertirrigazione dei pascoli. Ovviamente è impossibile farla a monte della concimaia, ma dalle tracce par di capire che si è provveduto anche in certe zone grazie ad un trattore con l’apposita botte.

Sulla via del ritorno, ancora qualche scatto alle vacche e alle capre che stanno ruminando al sole. Laggiù in basso la pianura, lo smog, il traffico. Un’altra vita. Ma questi animali tra non molto scenderanno e continueranno la loro vita per qualche mese circondate da un mondo che sa sempre meno di loro, del mestiere dell’allevatore. Pensate che si leggono addirittura articoli in cui si parla della necessità di abolire le campane, in quanto dannose per gli animali stessi!

Questi animali invece non credo che scenderanno in pianura. Nella frazione dove parte la mulattiera, c’è infatti un’azienda agricola, con tanto di stalla in mezzo alle abitazioni. Gli animali sono al pascolo, poco sotto qualcuno sta girando il fieno con il trattore. Una montagna ancora viva, fin quando ci sarà qualcuno con la passione dell’allevamento. Fin quando si riuscirà a (soprav)vivere con questa passione.

Qui in montagna il tempo di matterie ne ha sempre fatte

Alla gente piace parlare del tempo, argomento “neutro” che va sempre bene sia tra amici, sia tra conoscenti che devono trovare qualcosa di cui discorrere senza troppo impegno. Ma se pratichi un mestiere che dipende fortemente dalle condizioni meteo, allora il tempo assume un’importanza maggiore.

A dispetto di chi mesi fa con troppo anticipo preannunciava estati torride (che probabilmente si sono avute altrove, abbiamo la tendenza a vedere solo ciò che accade sotto il nostro naso), qui la “bella stagione” si è presentata con una faccia molto diversa dal solito. Altro che la siccità, il tutto secco e “bruciato” degli anni scorsi! A metà agosto i pascoli di alta montagna sono ancora così, verdi e coperti di fiori, complici le precipitazioni abbondanti e le temperature non troppo elevate. Eppure c’è già chi dice che la stagione è “alla fine”. Siamo pur sempre in agosto, nel mese di settembre molti lasceranno l’alpe, solo qualcuno resterà fino ad ottobre. C’è chi già teme la neve, che potrebbe arrivare se le temperature manterranno la tendenza attuale.

Mentre in molti si lasciano influenzare da fantasiose teorie che chiamano in causa mille fattori per “dimostrare” queste stranezze del clima, chi lavora in montagna, lontano da internet, dalla televisione e spesso anche dalla radio, si rimbocca le maniche e continua le sue attività come sempre. Si fatica un po’ meno quando c’è il sole, un po’ di più quando invece piove, grandina, c’è la nebbia o il vento gelido.

D’altra parte si diceva da tempo che l’inquinamento avrebbe contribuito a modificare il clima… E, sempre solo in Italia, se a qualcuno gelano le mani mentre si munge, magari altri soffrono il caldo in qualche regione più a sud. Vi invito a leggere un articolo scientifico dove viene analizzata la situazione dello scorso mese di luglio: come vedrete, a parte il caldo eccezionale degli ultimi anni, già solo 100 anni fa le temperature medie erano ben più basse.

Al mattino c’è già la brina a 2000 metri. Però chi vive e lavora in montagna non se ne stupisce più di tanto. Più che altro si preoccupa per l’erba che potrebbe patirne, fa i calcoli di quanto gli resta da pascolare, alza le spalle quando qualcuno gli parla di neve. Van bene le previsioni meteo, ma una volta tutti se la sono sempre cavata anche senza internet. Se al mattino era tutto bianco, si partiva e si scendeva. Oggi sembra tutto così immensamente complicato, proprio quando ci sono tante comodità in più.

Una delle pietre che costituiscono le mura di queste baite porta la data 1688. Il pastore me la mostra e io come sempre penso a come fosse la vita qui quando quelle pietre sono state poste le une sulle altre. Oggi si sono aggiunte tante comodità, anche se per la gran parte delle persone quassù si conduce una vita sicuramente spartana e priva della gran parte di ciò che oggigiorno molti ritengono indispensabile.

Fa freddo anche se c’è il sole. I ghiacciai sullo sfondo ben si intonano alle temperature. Siamo solo a duemila metri, eravamo abituati a stare in maglietta, nelle scorse estati, ma proprio i segni lasciati dal ghiacciaio nel suo ritirarsi anche troppo veloce ci fanno capire come forse non sia poi così strana quella che oggi ci pare un’estate anomala. “Su di qua di matterie il tempo ne ha sempre fatte… Forse è in pianura che quest’anno è stato peggio del solito. A volte qui non era poi nemmeno così brutto, mentre era giù che pioveva tanto. Quest’inverno ha nevicato parecchio, ma nel 2008-2009 ne era venuta ancora di più.” I pastori sono abituati a prendere quello che viene senza troppe discussioni. Adesso l’importante è sfamare gli animali giorno per giorno. Se arriverà la neve, si vedrà il da farsi. Per adesso di erba ce n’è.

Gli Invincibili… in alpeggio!

Una gita in montagna, una gita tra gli alpeggi. Questo post può anche essere considerato “turistico”, ma vi invito a percorrere con me tutto il viaggio per riflettere, come al solito, sulla montagna e sulla pastorizia.

C’è un vallone, in Val Pellice, che si chiama il Vallone degli Invincibili. Solitamente, parlandone, non si pensa immediatamente all’alpeggio, ma piuttosto alla storia: “Il “Vallone degli Invincibili”, per l’ambiente suggestivo e selvaggio ancora integro che offre, ma soprattutto per l’importanza storica che riveste, è da considerare uno dei siti turistici più interessanti della Val Pellice, ed è per questo visitato ogni anno da numerosi escursionisti estudiosi, sia italini che stranieri. Infatti, sotto le “barme” e tra gli anfratti quasi inaccessibili di questo vallone, verso la fine del XVII secolo, trovarono rifugio e riparo numerosi valdesi che si videro costretti a lasciare il fondo valle per sottrarsi all’imposizione di abiura, decretata da Vittorio Amedeo II di Savoia, dopo la revoca dell’Editto di Nantes (1685). Questi rivoltosi, favoriti dalla profonda conoscenza di quei luoghi e sorretti dalle proprie convinzioni, diedero parecchio filo da torcere all’esercito Sabaudo che, seppur organizzato, non riuscì ad avere ragione di questi “ribelli” e a volgere la situazione a proprio favore.” (dal sito Il Portale della val Pellice)

Mentre salgo, tra faggi, rocce, passaggi resi più sicuri da catene, muretti, fontane ripristinate e dotate di tazza appositamente dedicata, il Monviso prima sbuca dietro alla cresta di montagne, poi subito inizia a coprirsi. Le previsioni sono incerte, si annunciano temporali pomeridiani, quindi sono partita presto e prevedo di rientrare altrettanto velocemente.

Il sentiero sale e si inerpica. Qualcuno è passato a pulirlo, tutta l’erba è stata da poco tagliata con il decespugliatore. Potete pensare alla storia di chi qui riuscì a resistere, diventando Invincibile, ma anche a chi per questo ripido viottolo saliva e scendeva con gli animali in transumanza. Immaginate per esempio che sia questo il sentiero del mio ultimo libro… anche se, in realtà, non è a questo alpeggio che mi sono ispirata. Bene o male qualche animale quassù è sempre salito anche in passato, ma chi più di tutti poteva raccontare come fosse la vita lassù nella stagione d’alpe, ormai non c’è più.

Arrivo a Barma d’Aut. Intorno gli animali ci sono già stati a pascolare, e si sentono le campane più in alto. Le baite sono in fase di ristrutturazione, ma io voglio andare a vedere la Barma vera e propria. Anche questo ricovero naturale può essere considerato sotto diversi punti di vista, storici e culturali: “Si tratta di un massiccio costone, una specie di alto promontorio che dalle baite avanza e si affaccia sul vallone sottostante, e che quasi sul frontone (lato orografico sinistro) ospita due singolari barme/balme, di fatto caverne con un piano terroso ben livellato e che sarebbero state elette come abitazioni nel corso del tempo da tutti gli eroi culturali che qui sarebbero vissuti, e cioè dall’uomo preistorico, dalle fate, detentrici di conoscenze e di saperi sulla Natura, dagli Invincibili, dai pastori con i loro gregge. Alcuni gradini ed un rustico ma efficace passamano, ne favoriscono l’accesso e la visita (…).” (dal sito “Villar Pellice, storia e storie“). Per terra infatti vi è un vero e proprio strato di escrementi secchi di ovicaprini, che qui si riparavano dalle intemperie.

Di lì in avanti, il sentiero è una traccia evanescente tra l’erba alta, parzialmente invaso anche da ortiche e cespugli, ma per fortuna gli attraversamenti dei ruscelli sono agevoli e si vedono ancora i segni bianco-rossi sulle pietre. La mia meta è il Gias Subiasco, abbandonato da oltre vent’anni. Il sentiero torna ad essere evidente solo dove hanno pascolato gli animali. Quest’anno infatti l’alpeggio è di nuovo utilizzato. In passato qui veniva un gregge di pecore, ma nessun pastore aveva più abitato in queste baite. Solo una è ancora agibile, ricovero temporaneo di pastori e cacciatori, ma quest’anno è stata ripristinata e rimessa in sesto.

Non ci sono molti animali: qualche vacca appena sopra alle baite, pecore e capre molto più in alto. “Quest’anno sono salito solo con le mie, ho solo qualche capra in guardia. Devo sistemarmi un po’ e sono riuscito a salire solo da poco. Qui i pascoli sono comunali, sulle baite abbiamo sempre pagato il diritto dei muri e adesso mi sistemo quelle che sono nostre, così il prossimo anno potrò organizzarmi diversamente.

Saliamo fin dalle pecore e capre, che stanno pascolando nei pressi di uno dei nevai ai piedi delle pareti del Cornour, sorvegliate da un cane da guardiania. Danilo mi mostra i pascoli, poco utilizzati in passato e in gran parte invasi dai cespugli. Sarebbero da ripulire, ma una gestione stabile potrà contribuire a recuperarli. Una volta su di qua ci sono sempre state vacche, capre e pecore, oggi pare fin strano vedere dei bovini su certi pendii. “Ma non è poi così brutto, là sopra fa un piano, non è peggio che sui versanti di là“, spiega, indicando l’alpeggio confinante.

Mi racconta un po’ la sua storia, in parte già la conosco, ricordiamo insieme la prima volta che ci siamo incontrati, forse era il 2001 o 2002, io salivo in MTB lungo una famosa strada militare, lui mi aveva inseguita con il fuoristrada per avvisarmi della presenza dei cani da guardiania con il suo gregge. In mezzo, tanti anni, tante vicende personali, un periodo ad occuparsi di altro: “…ero giù a fare il muratore, sentivo passare i rudun e mi veniva il magone…“, una passione mai dimenticata. Danilo gira, conosce tanta gente, appassionati di capre, ci sono contatti vecchi e nuovi anche attraverso Facebook, anche se sembra strano parlarne quassù dove le baite sono vecchie, il pavimento è in pietra, non c’è la luce e ben poco è cambiato rispetto a 100 anni fa.

Il maltempo non arriva, così mangiamo pranzo e poi decido di proseguire lungo il sentiero che Danilo e suo papà utilizzano per arrivare all’alpeggio. Un antico sentiero, anche questo invaso dalla vegetazione, dai rododendri e  dall’erba, che loro stanno pian piano ripristinando a colpi di zappa, piccone e falcetto. Mi spiega dove passare, c’è un tratto ancora da ripulire, ma non dovrei perdermi. Altro che rapido rientro a valle!

Anche se è già pomeriggio inoltrato ed il cammino è ancora lungo, valeva la pena proseguire lungo questo antico percorso in quota che arriva a sfiorare la cresta, dove ci si può affacciare sul Vallone di Angrogna, altri alpeggi, altri pascoli. A parte un breve tratto sul costone, dove i segnavia scompaiono tra l’erba, tutto il resto del cammino è perfettamente ripulito. Poi si dice che i pastori in alpeggio non fanno nulla!

Anche i pascoli dell’alpe Caugis non sono pianeggianti. Nonostante sia l’inizio di agosto, domina il verde e le fioriture pure su questi versanti ripidi ed esposti. Forse l’unico posto un po’ meno scosceso è proprio il punto dove sono collocate le baite e ciò spiegherebbe il toponimo con cui è indicato l’alpeggio. “Il nome di Caugis non è una contrazione della locuzione “cave di gesso” — dalle cave si estraeva marmo bianco e non gesso —, ma ha origine da “caugia” che in dialetto villarese significa letto, giaciglio per il bestiame. Più propriamente la grafia di questo toponimo è “Cougis” (Guide des Vallees
Vaudoises, 2′ ed., 1907, p. 135)” (da Mappe e sentieri: itinerari)

Ed ecco i segni, più che evidenti, dell’affioramento di marmo. Ho cercato on-line notizie su questa cava, sull’attività estrattiva e sul suo impiego, ma purtroppo non ho trovato niente di specifico. Se qualcuno sapesse segnalarci ulteriori notizie… sarà molto gradito per completare le informazioni.

La pista termina proprio accanto ai resti della cava. Oggi qui ci sono alcune manze che si alzano in piedi non appena mi vedono. Il resto della mandria si sta già avvicinando all’alpeggio. Per fortuna le previsioni erano errate: invece della pioggia, solo nuvole qua e là, sole che brucia ed aria non troppo calda.

Le vacche rientrano da sole all’alpe, sarà presto ora della mungitura. Io tiro dritto, non c’è più tempo per andare a salutare e far due parole, la discesa lungo la strada sterrata è ancora molto lunga, arriverò all’auto solo quando ormai sarà quasi sera. Anche se è tutto così verde, anche se il sole (quelle poche volte che c’è) è caldo e luminoso, l’aria pare già quella di settembre. Nel bosco più a valle è pieno di funghi di ogni tipo, davvero un’atmosfera autunnale.

L’ultima generazione

Ho scritto un libro parlando di giovani allevatori. In effetti, nel settore dell’allevamento, sembra che un minimo di ricambio generazionale ultimamente ci sia. Stando a certe statistiche ed articoli che vanno di gran moda, in generale parrebbe che il ritorno alla terra sia il settore che va per la maggiore. Forse, in certe aree d’Italia, è anche vero. Guardandomi intorno però vedo un’altra realtà

Vivo in un paese originariamente agricolo, progressivamente trasformatosi in area residenziale, con l’agricoltura relegata ai margini, lavoro a tempo perso, erba vista come un fastidio e non come risorsa per il pascolo e la fienagione, boschi sempre più abbandonati e in espansione verso aree un tempo coltivate. Di qui si parte e si va a lavorare ogni giorno verso uffici e fabbriche…

Quello dove sono nata, era un paese famoso per la frutta. L’attività più praticata agli inizi del XX secolo era quella del commerciante di frutta. Addirittura, già nell’Ottocento, le “mele di Cumiana” erano così famose da andare in Inghilterra e addirittura in India o nelle Americhe, esportate dal Cavalier Cirio. E oggi? Oggi la frutticoltura su vasta scala, quella “che rende” si è spostata in altre aree. Quelle dove per chilometri, lungo i rettilinei di pianura, vediamo grandi frutteti avvolti da reti antigrandine. E qui il bosco si mangia i vecchi frutteti e pure i vigneti.

Quanto erano buone le mele coltivate in collina! Molto meglio di quelle che vengono sugli alberi piantati in pianura… Per non parlare poi delle varietà antiche di una volta, centinaia di varietà, soppiantate da quelle 2-3 che andavano per la maggiore. Oggi resistono alcuni frutteti. Piccoli appezzamenti, meli, peri, kiwi, peschi, niente a che vedere con i frutteti della pianura anche come forma di gestione delle piante. Anche belli da vedere, in un paesaggio vario e curato, specialmente adesso che è primavera.

Ma anche questi vanno verso l’abbandono. Poco per volta i più lontani dalle borgate vengono lasciati perdere e comunque, a mandare avanti questi frutteti, sono comunque persone di una certa età. Molti di loro sono in pensione, altri curano il frutteto come secondo lavoro. Altri ancora sono anziani che continuano per passione. Ma che reddito da ancora questa agricoltura? Per non parlare poi dei problemi legati alla fauna selvatica: cinghiali che mangiano la frutta sui rami più bassi o che rivoltano interi campi di patate. Caprioli e cervi che brucano tutto ciò che riescono a raggiungere.

Persino i piccoli frutteti famigliari devono essere protetti da fili elettrici, se si vuole raccogliere qualcosa. Ma il gregge passa, anno dopo anno, in un territorio sempre più abbandonato. “Mio fratello voleva insegnare a mio figlio come curare le piante da frutta e la vigna, ma lui non ha voluto, perchè tanto non gli interessa…“, racconta una signora che sta vangando l’orto. Cosa resterà a queste nuove generazioni?

Il padrone dei prati che stiamo pascolando, nel poco tempo libero tiene ancora pulite e curate viti e piante da frutto. Racconta di quando tutta la collina era una vigna e spiega dove, nei boschi, ci sono ruderi di case ormai invisibili. “Non c’è più nessuno che fa il fieno, giusto Tizio che ha preso due capre e allora si è messo a tagliare qualche pezzo. Altrimenti qui tutti hanno la preoccupazione di tagliare l’erba almeno vicino alle case, che non venga troppo alta“.

E i rovi, neanche tanto lentamente, avanzano dai lati e anche dal centro del (ex)prato. Chissà quanto duro lavoro le generazioni passate hanno speso per ricavare spazi dove coltivare, sfalciare, costruire. Ora, le nuove generazioni, escono di casa in auto e riempiono il carrello al supermercato con mele che arrivano da chissà dove, fragole e pomodori in qualsiasi stagione. Si indignano al pensiero di mangiare un agnello, acquistano carne già porzionata e pronta per la cottura, bevono acqua che arriva dall’altro angolo dell’Italia ed ignorano la collocazione delle fontane intorno alla loro frazione…

Maria delle pecore

Un librettino che occupa poco spazio, si potrebbe dire che è l’ideale per infilare nel gilè oppure nello zaino e portarlo al pascolo. Ma oggi non è più il tempo di Maria, oggi persino pascolare le pecore è un’altra cosa, è diventato un mestiere stressante e non si riesce più a cogliere la gioia delle piccole cose, quelle che invece hanno sostenuto la vita di Maria attraverso le mille difficoltà che l’hanno contraddistinta.

Me l’ha consigliato un amico, anche lui “malato” di pastorizia. Ho dovuto ordinarlo, perchè non era presente in libreria, ma quando ho iniziato a leggerlo ho scoperto di aver ben speso i miei 10 euro. La storia è semplice (qui la trama), ma non per questo meno coinvolgente o emozionante. Maria racconta all’Autore la sua vita, da quando viene trovata in fasce da un pastore fino all’età avanzata, ormai ottantenne bloccata su di una sedia a rotelle. Nata con niente, nemmeno i genitori, la donna ha saputo gioire di tutte le piccole cose che via via la circondavano, ha dovuto sopportare la perdita di molte delle persone amate, ma ha sempre saputo affrontare il futuro. Così racconta uno dei tanti episodi che la vedono legata al suo gregge. Maria è appena tornata dall’ospedale, dov’è stata ricoverata per le conseguenze di una caduta. “Ho ritrovato la mia casa, le mie pecore, il mio luminoso altipiano un mese più tardi, ma senza poter camminare. Non li avevo mai lasciati così a lungo. Sono rimasta parecchio tempo con le mie bestie che venivano a leccarmi le mani, a morsicare il grembiule, a manifestare la loro gioia di avermi ritrovata.

Due guerre, malattie, ristrettezze, ma la gente era unita e solidale. Poi arriva il benessere e tutto cambia, la televisione tiene la gente in casa e si perde la vita del paese. Questi sono i luoghi di Maria, una realtà senza dubbio agricola, ma diversa da quella descritta nel libro. Qui un sito turistico sulla regione.

Vi invito a leggerlo per riflettere, soprattutto oggi in questi tempi di “crisi”. La forza d’animo di Maria, la sua capacità di trarre gioia dalle piccole cose quotidiane (le pietre calde su cui sdraiarsi, gli agnelli che giocano, i profumi ed i colori dell’altipiano) dovrebbero farci riflettere su cosa andiamo cercando noi oggigiorno e sui motivi della nostra insoddisfazione. Molti passaggi mi hanno profondamente emozionata. Lo consiglio a tutti gli amanti della pastorizia, della vita rurale, della semplicità… ma anche a tutti gli altri, che provino a mettere in discussione le vite di cui non sono soddisfatti. Certo, erano “altri tempi”, ma bisognerebbe lavorarci su per fare in modo da coniugare quello che di buono ci ha portato il progresso con certi importanti valori che si sono persi.

Maria delle pecore, di Christian Signol. Libreria Editrice Fiorentina