Le campane suonano…

Come già vi avevo mostrato, non ho avuto fortuna con le condizioni meteo, mentre ero in Svizzera. Anche il giorno successivo il tempo non era buono. Anzi, era peggio dei precedenti! Nella notte la neve era arrivata fino alle baite ed anche più a valle, al mattino pioveva, le nuvole erano basse.

Andare a cercare le pecore era un’impresa praticamente inutile. Altro discorso sarebbe stato dover andare al pascolo, ma il gregge era già libero di pascolare, quindi… Avrebbe continuato a farlo! Il pastore mi propone di cambiare versante, andare a controllare che le pecore non siano scese in basso, superando le reti tirate nei punti di passaggio, e risalire verso l’alpe delle vacche. Certo, con il bel tempo sarebbe stato maggiormente spettacolare, ma comunque… ci mettiamo in cammino, tra nebbia e pioviggine.

L’alpeggio è completamente avvolto nella nebbia fittissima, non si vede nemmeno il rifugio poco sotto. Veniamo accolti con gioia e invitati a pranzo. Anche gli allevatori qui sono intralciati nei loro lavori dalla nebbia. Due di loro sono comunque ancora fuori, sono andati a vedere le manze. L’indomani invece le vacche da latte scenderanno a valle, nell’altro tramuto accanto al lago. Chiacchieriamo, io soprattutto ascolto. Il giro delle strutture lo faremo dopo, a partire dalla cantina piena di formaggi. Parte della produzione è già stata portata giù con la teleferica (per fortuna che c’è!), parte resterà qui a stagionare fino al prossimo anno, appesa in dei sacchi di rete, in modo da non avere la necessità di venire girata.

Le strutture sono belle, moderne. Mungere qui all’aperto, con un clima così, mette al riparo dalla pioggia, ma non dal freddo e dall’aria. Sull’alpeggio, oltre al conduttore, c’è un giovane originario della Lombardia, che lavora stagionalmente coma aiutante, già da diversi anni su questa montagna. Poi c’è una giovanissima ragazza originaria della Svizzera tedesca. Ha studiato da maestra, ha fatto lettere all’università, poi è andata a dare una mano in un’azienda di una signora anziana d’inverno ed ha cercato un posto per l’estate in un alpeggio. “All’inizio l’ho vista così dolce, mi sembrava fragile… Adesso do a lei da portare il sale a spalle, così riesco a tenerle dietro quando saliamo dalle manze!“, scherza (ma solo fino ad un certo punto) il malgaro.

Gli animali non sono ancora stati messi al pascolo, si spera che la neve se ne vada via. Per fortuna il giorno dopo si scende. Si sta bene nella baita con la stufa accesa, il pranzo che cuoce. Fuori fa freddo, l’umidità non accenna a diminuire. Una delle sale del caseificio è dedicata all’affioramento della panna e al burro, burro quindi da latte e non da siero! Questo viene portato a valle ogni pochi giorni. “Quando non c’era la teleferica, a tutti quelli che passavano di qui, chiedevamo se potevano portare giù un po’ di burro!

Il formaggio prodotto qui viene interamente venduto direttamente, senza intermediari. Questo garantisce una buona rendita e la sopravvivenza di una piccola azienda di montagna. Qui in alpeggio, oltre agli animali del conduttore dell’alpeggio, ci sono quelli di altri allevatori della valle, affidati per la stagione estiva. Anche questo alpeggio è di proprietà del patriziato, come per l’alpe delle pecore. Il punto vendita giù in basso, accanto al lago, garantisce un buon afflusso di turisti. Vengono prodotti anche yoghurt e formaggelle.

Dopo pranzo, le vacche vengono messe al pascolo. La nebbia continua ad essere molto fitta, ma almeno sembra aver smesso di piovere e la neve se n’è andata quasi tutta. Ogni animale ha una campanella al collo, piccole campane, fondamentali per localizzarli nella nebbia o nel buio del mattino, quando si esce per andarli a prendere e condurli alla mungitura. Eppure il gestore del rifugio lì accanto si è ripetutamente lamentato per il suono delle campane, che lo infastidisce e infastidirebbe pure i suoi clienti. “Sai qual è il problema? Il problema è che non c’è soluzione…!“, gli era stato risposto. Montagna, alpeggio, vacche al pascolo e campane. Fai il turista in montagna? C’è anche questo, così come se dormi in un albergo in città c’è il traffico, il treno…

L’indomani devo ripartire, ma decido di aspettare, anzi, di andare incontro alla transumanza! Poso i bagagli in macchina e risalgo (nuovamente tra nuvole basse e pioggia) verso l’alpeggio, fin quando sento le campane e i richiami delle persone che stanno accompagnando gli animali. Il primo tratto di sentiero è bello, poi vi sono alcuni passaggi delicati. Il giorno precedente avevo sentito criticare a lungo il lavoro di chi doveva sistemare il sentiero, che teneva conto più dei turisti che non delle esigenze degli animali. Non solo in Italia, allora…

Dopo il passaggio sul torrente che fa da immissario al lago, inizia un tratto abbastanza pianeggiante, che però “taglia” dei versanti molto ripidi. Mi chiedono di non stare troppo vicina alle bestie, c’è un po’ di tensione, perchè in effetti i passaggi sono delicati e le Brune sono animali pesanti, pochi agili.

La foto scattata da lontano in effetti non riesce a rendere l’idea di come fosse questo punto: il sentiero stretto, un accumulo di terra e pietrame che l’ha invaso parzialmente, cadendo dal canalone soprastante, le vacche passano lentamente. Sotto, il canalone roccioso precipita direttamente nel lago. Per fortuna gli animali avanzano uno ad uno, attraversare qui con una mandria nervosa, vacche che si spingono, sarebbe troppo rischioso!

Dopo il cammino è più semplice, il sentiero è una vera autostrada. Per fortuna ha smesso di piovere, la transumanza si conclude nel migliore dei modi. Non abbiamo nemmeno incrociato turisti, non in quest’ultimo tratto, mentre prima ve n’erano alcuni che salivano al rifugio, altri che già scendevano. Da queste parti meno che altrove ci si fa intimorire dalle condizioni meteo avverse.

Le vacche sfilano lungo il lago. Tra una settimana scenderanno anche le pecore e la montagna resterà silenziosa, senza campanelle, senza cani da protezione, con buona pace del gestore del rifugio e dei turisti! Non avrei pensato che questi “problemi” esistessero anche altrove, pensavo che le montagne di Heidi fossero più sane, più rurali, e che la dimensione sempre più da parco giochi/parco avventura fosse una prerogativa italiana, invece ciò che ho visto ed ascoltato mi ha fatto capire che un po’ ovunque le cose si ripetono.

Ed ecco che le ultime vacche arrivano all’alpe. Resteranno qui ancora qualche settimana, poi anche questa stagione si concluderà. Per me invece si è concluso il soggiorno in Svizzera, per il giorno dopo il tempo si annuncia ancora peggiore, quindi anticipo il rientro e mi metto in viaggio. Ma non sceglierò la via più breve per tornare a casa…

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L’inverno scorre via

Poca nebbia, poco freddo, quasi niente neve. Certo, è inverno, il termometro va anche sotto zero, ma non è il vero freddo di un tempo, quando giornate del genere erano la norma.

Gli anni passano, ma già solo quand’ero bambina ricordo interminabili giornate di nebbia, dal mattino alla sera, anche a casa mia, che proprio in pianura non è. La nebbia che iniziava in autunno e proseguiva in inverno, a volte fittissima.

Quel giorno il gregge doveva spostarsi. Le pecore vengono fatte pascolare fino alla tarda mattinata, poi ci si mette in cammino costeggiando l’antico muro di un palazzo in decadenza. Nebbia, freddo ed umidità, ma muovendosi insieme al gregge ci sarà da scaldarsi.

Il clima è adatto allo spostamento di quel giorno. Sono parecchi i chilometri da percorrere, lunghi tratti in mezzo a campi e prati. Con il terreno gelato, anche se qualche animale esce dalla strada e cammina a lato, non farà alcun danno alle coltivazioni. Comunque, con i cani si lavora continuamente per evitare il più possibile che ciò accada.

C’è qualche strada da attraversare, ma, con la nebbia, questo richiede maggiore attenzione ed anche l’aiuto di qualcuno che aspetti il gregge facendo segnalazioni agli automobilisti in arrivo. Per ferrovie e strade più importanti invece fortunatamente ci sono sottopassi o cavalcavia.

La nebbia però pian piano prende a dissolversi, lasciando filtrare i primi raggi di sole. Il gregge sta continuando il suo spostamento nella campagna, passando accanto a cascine, per poi percorrere lunghi tratti tra prati e campi, senza incontrare quasi nessuno.

Via via il sole inizia a scaldare e l’aria si fa meno pungente. Camminare insieme alle pecore comunque aveva già scacciato il freddo, specialmente dovendo continuamente badare che gli animali non fuoriescano nei seminati. Corrono i cani, ma anche le persone fanno la loro fatica.

Non ci sono molte occasioni per fermarsi a pascolare. In alcuni posti sono già passate altre greggi, molte stoppie sono state trinciate o addirittura già arate. Poi ci sono campi di cereali o prati in cui il contadino non concede il pascolamento, o l’ha promesso a pastori che devono ancora arrivare.

Strade secondarie tra la campagna, alcune asfaltate, molte sterrate. Bisogna studiarsi bene il percorso prima di affrontarlo con il gregge. Uomini, animali, anche i cani iniziano ad essere stanchi. Anche se affamate, le pecore iniziano ad andare più piano, non dovrebbe mancare molto alla meta. Per fortuna la nebbia si è dissolta, i raggi del sole sono già più bassi verso l’orizzonte e si intravvedono le prime colline.

La giornata è stata lunga, quando finalmente si arriva in vista della destinazione finale il sole sta per tramontare. A fine dicembre si diceva che l’inverno era solo all’inizio, che poteva ancora fare di tutto. Adesso che siamo a fine gennaio, i pastori dicono che ha ancora tempo a venire giù neve a febbraio, ma intanto pensano con gratitudine al fatto che, fino ad ora, non c’è stato da preoccuparsi troppo.

E l’inverno come sarà?

Si è appena concluso uno strano autunno. Da queste parti non è stato freddo, anzi… eccezionalmente caldo! E piovoso. Vi avevo mostrato immagini dei campi allagati, delle pecore sotto l’acqua, addirittura delle pecore con le alghe nella lana.

Poi finalmente ha smesso di piovere e ci sono state giornate di bel sole. Sole caldo, perchè il freddo non è ancora arrivato. Sole che cercava di asciugare un po’ il terreno intriso d’acqua. Sole che faceva anche crescere l’erba, infatti tutti i prati sono di un verde insolito per la stagione.

In pianura ogni tanto si faceva vedere la nebbia, più o meno fitta. Le temperature non erano così basse da portare anche la brina e la galaverna, comunque in alcuni momenti l’intero gregge veniva inghiottito dall’umidità brumosa.

Poi all’improvviso la nebbia si ritirava, mostrando il cielo azzurro, le montagne bianche di neve, la pianura circostante. E’ dicembre, ma c’è qualcosa che stona, qualcosa di indefinibile. Per certi versi sembra primavera, per altri ancora autunno.

Per esempio c’è quell’albero che non ha ancora perso le foglie, con la sua chioma di un bel giallo intenso. Fosse arrivato il freddo, la galaverna, quelle foglie sarebbero a terra da tempo. E poi quell’erba così verde, sul terreno gonfio di acqua…

I pastori hanno tirato il fiato, quando ha smesso di piovere. Forse avrebbero addirittura preferito la neve, a tutta quell’acqua. Contrariamente a quel che molti possono pensare, gli animali patiscono meno con la neve che con la pioggia. Adesso pare che freddo e neve siano in arrivo, entro la fine della settimana. Erba nei prati ce n’è, ma chissà che inverno aspetta i pastori, dopo un’estate e un autunno come quelli appena trascorsi?

Per molti pastori la fine dell’autunno ha già portato anche i primi parti tra le capre, proprio nei giorni delle piogge più intense, così hanno dovuto cercare dei ricoveri per questi animali (mamme e capretti), più delicati delle pecore. Speriamo che l’inverno sia buono per tutti!

Nebbia dell’Est

Trasferta dall’altra parte delle Alpi. Ero in Friuli per presentare il mio libro a Pordenonelegge, ma i miei compagni di viaggio erano impegnati anche in altre manifestazioni, così io ne ho approfittato per cercare di vedere qualche realtà locale. Non avendo la mia auto a disposizione, purtroppo non ero libera di spostarmi a piacimento, ma i pastori si sono comunque prestati a farmi da taxisti e accompagnatori!

Così al mattino sono stata raccolta per la strada da Giancarlo, pastore che già avevo incontrato anni fa alla fiera di Rovato (BS). Dal Piemonte al Friuli, non ci sono problemi a trovare argomenti di conversazione quando si incontra un pastore. Sono giornate un po’ convulse, ultimi giorni in montagna prima di iniziare la discesa, inoltre c’è la vendita dei montoni per la festa islamica, ma io “non mi spavento”, so com’è il mestiere e… se posso dare una mano… Purtroppo il tempo non è buono. Da queste parti piove spesso, l’estate ha visto brutto tempo ovunque, ovviamente qui non ha fatto eccezione.

Quando arriva anche il figlio di Giancarlo, Emiliano, mi porta su alla malga, dove però la nebbia mi impedisce di godere del panorama, che tutti mi assicurano essere splendido. Riesco a malapena a scorgere tutto il gregge, di grandi dimensioni, con animali “tutti uguali”, selezionati accuratamente. Grande è la passione di questi pastori di origine appenninica, che una quarantina di anni fa sono venuti a cercare pascoli da queste parti, vi si sono stabiliti e hanno messo in piedi un’azienda veramente ben organizzata.

Dopo aver chiacchierato a lungo con il papà, pastore un po’ filosofo, pastore che guarda lontano, presidente dell’Associazione dei pastori transumanti del Triveneto, parlo con Emiliano, che mi racconta la sua storia. Inizialmente non lavorava con il padre, pur avendo avuto da sempre la passione per le pecore. Ora però gestisce uno dei due greggi sulle montagne friulane, greggi che si riuniscono in pianura.

La nebbia va e viene, ma il vento non riesce a predominare. Salgono su questa malga solo da qualche anno, se la sono aggiudicata non senza polemiche perchè, nonostante risiedano qui da anni, qualcuno forse li ritiene ancora “allevatori che vengono da fuori”. La malga è regionale, c’è una bella strada e bellissime strutture, in precedenza era utilizzata da (poche) vacche. La sera prima a Tolmezzo gente del posto mi spiegava che molte malghe restano vuote, specialmente quelle che non possono accogliere un grosso carico di animali. Anche da queste parti avevano cercato di infiltrarsi gli speculatori, ma sono riusciti a bloccarli e poi: “…le superfici non estese non fanno gola…“.

Solo per un istante si intravvede una cima. Rocce calcaree, come tutte quelle che stiamo calpestando. Un territorio diverso da quello a cui sono abituata. Siamo in Carnia, il confine è vicino, da una parte quello austriaco, dall’altro quello sloveno. Una terra povera da cui molti sono partiti, andando a cercare fortuna altrove. Invece questa famiglia di pastori è arrivata e risiede qui per qualche mese all’anno, tra la casa in Val di Resia e le malghe su in quota.

Mi ha colpito l’organizzazione di questi pastori. Abituata a vedere “arraggiamenti” spesso non proprio a norma di legge per trasportare gli animali, qui invece ci sono veri e propri mezzi speciali, sfruttati al meglio nella stagione di pascolo vagante. Sono davvero curiosa di tornare per incontrare questo ed eventualmente altre greggi in autunno/inverno e rendermi conto di come si lavori in pianura da queste parti.

E’ ora di pranzo e il gregge viene chiuso nella rete. Verrà riaperto nel pomeriggio. Qui non ci sono problemi di lupo, anche se ufficialmente dovrebbe essere passato, visto che altrove branchi si sono formati dall’incontro di lupi dalla Slovenia con lupi dell’Appennino. Però c’è l’orso, che in passato ha causato non pochi danni anche a questo gregge. Attacchi, pecore uccise e sbranate. “Gli orsi hanno il radiocollare, ci mandavano i sms per dirci dov’era. Guardando le cartine dove avevano segnato il percorso che faceva, ho visto che era sempre a 50-60 metri di distanza del gregge, eppure io non lo vedevo.

Scendiamo in fondovalle dove il camion è arrivato per caricare gli agnelloni. I pastori mi hanno a lungo parlato dei montoni che erano venuti a comprare in Piemonte. La selezione, su questo gregge, è molto curata. Emiliano mi ha mostrato i montoni, mi ha spiegato quale sia il tipo di pecora che preferisce, la forma delle orecchie, della coda. Ognuno dei due greggi ha un’unica pecora nera e un’unica pecora con le orecchie corte, quelle che da noi sono le taccole (con i vari nomi dialettali per definirle). Per “staccare” un po’ dall’omogeneità generale, in pianura ci sono poi gli asini. Niente capre, Giancarlo non le vuole assolutamente vedere tra le pecore!

(foto G.Morandi)

Quanto fosse bella la malga lo vedo prima sfogliando le immagini sul cellulare di Giancarlo, poi proprio stamattina, guardando la foto che lui stesso ha postato su Facebook prima di partire per la discesa. Tempo di transumanze, le montagne a poco a poco si svuotano.

Molto gentilmente Emiliano si presta ancora a farmi da accompagnatore. Adesso deve andare dal suo gregge, nella Val di Resia, dove la sua famiglia ha preso la residenza molti anni fa. Prima vedrò gli animali, scesi a mezza quota, anch’essi quasi pronti per la transumanza, poi conoscerò anche il resto della famiglia. Da quel che capisco, qui l’essere vaganti è davvero estremo. Avanti e indietro tra il gregge e la casa, sia in montagna, sia in pianura. Sacrifici da affrontare ce ne sono per tutti, per i pastori che viaggiano, per le mogli/compagne che aspettano il loro arrivo.

Qui il tempo è un po’ più bello. La Slovenia è davvero vicina, nel cuore dell’estate si pascola proprio sul confine. Mentre salivamo, mi faceva vedere tutti i posti dove pascolerà nei prossimi giorni, scendendo. Tanti prati, alcuni dove non è stato effettuato lo sfalcio, altri dove l’ultimo taglio viene lasciato alle pecore. “Siamo conosciuti, è una vita che passiamo qui. Anche quando si scende per la strada, la gente ci conosce, poi non c’è molto traffico.” Salita e discesa avvengono interamente a piedi, il territorio lo consente, poi ci sono i letti immensi dei fiumi. Il Tagliamento è impressionante, ma sia Emiliano, sia Giancarlo, mi raccontano storie di alluvioni, l’acqua che sale e inonda tutto, il gregge da portare in salvo.

Ovviamente ci si avvale dell’aiuto di collaboratori, impossibile far tutto da soli. “Mi piacerebbe anche avere ragazzi italiani, ma… Una volta ne avevo fatto venire uno, mi aveva contattato lui. Ha detto che aiutava già pastori dalle sue parti. L’ho lasciato solo con il gregge e la sera quando arrivo su stanco morto ne avrà avute insieme 2-300. E tutte le altre?? Secondo lui erano tutte lì! Così ho dovuto andare su fino in cima a riprenderle… L’abbiamo mandato via subito. Purtroppo di Italiani che vogliano fare questo lavoro come stipendiati, non ne trovi di validi.

In entrambe le greggi ci sono numerosi agnelli. Purtroppo è ora di rientrare, riparto con la voglia di vedere meglio queste montagne, ma anche con il desiderio di tornare anche nella stagione del pascolo vagante. E’ stata una bella giornata: per l’ennesima volta rifletto su come i pastori abbiano ovunque gli stessi problemi, parlino la stessa lingua, ma poi alla fine è impossibile “metterli insieme” e riuscire a combattere uniti per poter ottenere qualche soluzione.

Ancora un grosso grazie a tutta la famiglia per la giornata che, pur tra i tantissimi impegni, mi hanno dedicato.

Essere in alpe con questo tempo

Negli ultimi giorni, almeno qui in Piemonte, le cose sono un po’ migliorate, per quello che riguarda il meteo. Ieri tanti sono riusciti finalmente ad imballare un po’ di fieno e portarlo in cascina. Le previsioni però parlano di una parentesi di stabilità seguita da nuovi temporali, peggioramento esteso e calo delle temperature (da nimbus.it).

Si sente tanto parlare di maltempo, ma volevo provare a spiegare cosa significhi maltempo in alpeggio. Ci sono le giornate di pioggia battente e quelle di nebbia, pioggerella e umidità. La prima può anche essere pericolosa, con i torrenti che si ingrossano, addirittura frane, strade erose dall’acqua. Invece quando è “solo” una pioggia intermittente accompagnata da nebbia, ti inzuppi anche con l’ombrello. Tutto è bagnato, l’erba ed i rami. L’umidità filtra ovunque, risale. E sudi sotto le giacche e sovrapantaloni, se ti devi muovere. Ovviamente devi camminare, per andare al pascolo, per tirare fili, posizionare le reti del recinto. Devi stare all’aperto per sorvegliare gli animali, per mungerli (se non c’è la stalla).

Camminare nell’erba vuol dire bagnarsi. E’ difficile (e anche pericoloso) andare al pascolo con gli stivali. Gli scarponi a lungo andare non tengono. Inoltre, con un tempo del genere, è persino difficile farli asciugare, da un giorno all’altro. L’umidità si posa sui capelli, sui vestiti. L’umidità risale lungo la stoffa dei pantaloni. Stare al pascolo dal mattino fino alla sera tardi è interminabile, in giornate così. Pensate poi quando le giornate si susseguono per settimane, come quest’anno. Umido e freddo, un freddo che non senti camminando, ma che ti assale quando ti fermi, anche perchè sei sia sudato, sia con scarpe e vestiti bagnati.

Avercelo, un alpeggio così dove potersi ritirare, accendere la stufa, mangiare qualcosa di caldo, far asciugare abiti e calzature! Un’amica l’altro giorno mi diceva: “Noi triboliamo, ma penso ai pastori, tutto il giorno fuori con le pecore… Quando arrivano alla baita devono ancora farsi tutto, se sono da soli.” E quei pastori che hanno baite dove non puoi nemmeno accendere un fuoco? E come fare per lavare/asciugare gli indumenti, se non c’è qualcuno che li porta a valle?  Sarà anche per questo che sto ricevendo, rispetto al solito, molti meno annunci da pubblicare sulla pagina del “lavoro in alpeggio”?

Gli animali pascolano, basta che ci sia da mangiare. Rispetto alle giornate di sole, sprecano più erba quando questa è bagnata, ma per il resto sicuramente è più l’uomo a patire il maltempo. Comunque, per la produzione di latte, pioggia e freddo influiscono e il livello nelle caldaie scende, nonostante i pascoli in fiore e l’erba buona.

Non manca l’acqua, quest’anno. Ogni tanto, con le piogge più violente, è fin un problema attraversare torrenti ed impluvi, ma non si fatica ad abbeverare gli animali… che però quasi non ne hanno bisogno, mangiando erba fresca, spesso addirittura bagnata. Ogni tanto, anche sui pascoli di montagna, sono cadute violente grandinate, che hanno danneggiato l’erba (oltre ad aver contribuito ad abbassare ulteriormente le temperature).

Il fascino della montagna c’è anche in giornate del genere, ma… lo ripeto ancora una volta, è diverso essere lì per una gita o lavorarci per sette giorni la settimana. In certi momenti non puoi nemmeno aprire l’ombrello, se hai le mani impegnate a fare altro (per esempio, mungere). Poi la nebbia (o nuvole “basse”) ti impediscono di vedere gli animali che stai sorvegliando, se sono tutti lì o se si sono divisi e allontanati. Quando ti fermi a mangiare, il più delle volte si tratta di roba fredda, e dopo mangiato la digestione ti porta ad avere ancora più freddo. Non puoi stenderti a riposare, al massimo ti accucci sotto qualche riparo roccioso dove, se sei stato previdente, hai accumulato un po’ di legna più o meno secca per accendere un fuoco. Spero di essere riuscita a rendere almeno un po’ l’idea di cosa voglia dire quest’estate in alpeggio…

La montagna con il maltempo

Anche il maltempo ha il suo fascino. Per apprezzarlo però bisogna già essere un vero amante della montagna e non solo frequentarla occasionalmente. Chi si organizza per fare una gita, consulta il meteo e parte solo se fa bello. Per fortuna, da una parte, altrimenti poi si leggono gli articoli di incidenti capitati qua e là, con il commento spontaneo: “Ma cosa sono andati a fare, con il tempo che c’era?“.

Il pastore invece no. Il pastore è in montagna per mesi. Vive, ma soprattutto lavora lì. Con qualsiasi condizione di tempo. Non sempre ha la possibilità di tenersi aggiornato con le previsioni meteo, ma comunque spesso qualcuno dal fondovalle cerca di avvisare se proprio ci sono delle allerte. Altrimenti, ci sono le belle e le brutte giornate, tutte da far passare rimanendo all’aperto dalla mattina presto fino alla sera tardi.

Terminati i primi lavori mattutini, si apre il recinto e si va al pascolo. E’ già una fortuna che la nebbia si sia un po’ alzata, ma l’erba è fradicia e dal cielo viene giù umidità che non è ancora proprio pioggia. Non fa nemmeno caldo, anzi… Decisamente freddo, specie se si sta fermi. Per il momento però c’è da seguire o precedere la salita delle pecore, quindi si cammina.

La nebbia si è alzata, ma già altra sale dalla pianura. Sono scenari belli da vedere, ma di lì a poco tutto sarà di nuovo avvolto, l’umidità aumenterà ed anche il freddo. Il pastore, a differenza dell’escursionista, spesso trascorre ore fermo, oppure deve ripartire velocemente quando la nebbia si alza e vede un gruppo di animali che stanno prendendo la direzione sbagliata.

La fioritura dei rododendri è in corso, la pioggia l’ha parzialmente rovinata. Il gregge si allarga a pascolare sui ripidi pendii, che visti in foto appaiono ancora più scoscesi. Dove si può, si sale su sentieri e tracce create nel corso di anni dal passaggio degli animali, poi in certi momenti invece si taglia attraverso i pascoli, infradiciando gli scarponi e il fondo dei pantaloni.

Il gregge sale, in certi momenti sembra di non aver fretta di pascolare, ma solo di andare oltre, più in là, a vedere cosa riserva quella montagna. Bisogna però intervenire per fermarlo e guidarlo, dato che, oltre la cresta, finisce il suo territorio ed inizia quello che altri animali pascoleranno più avanti nella stagione.

Le montagne difficili, quelle montagne dove solo qualche pastore resiste ancora. Molte volte ho pensato a come i pastori siano diversi dagli alpinisti, eppure compiano imprese che però nessuno conoscerà mai. La loro attrezzatura non va oltre un buon paio di scarponi, è raro (da noi) vedere un pastore con abbigliamento cosiddetto “tecnico”, eppure salgono anche tra le rocce più impervie per andare a recuperare una capra o una pecora rimasta indietro.

La pioggia va e viene, apri e chiudi l’ombrello. Passano quando due ore da quando si decide di fare in modo che gli animali inizino la discesa a quando anche l’ultimo sarà chiuso nel recinto. Con la pioggia, bisogna anche andare a controllare sotto le rocce e nelle vecchie baite quasi crollate che nessun capretto si sia riparato lì… e invece ce ne sono parecchi! La primavera è alla fine, sta per iniziare l’estate, c’è chi dice che sarà secca e torrida, chi invece la immagina piovosa e nebbiosa. Come al solito, si cercherà di adattarsi a quello che verrà.

Una tappa speciale

Il cammino di un pastore vagante è composto da innumerevoli “tappe”, più o meno lunghe a seconda delle caratteristiche del territorio che attraversa, delle esigenze di pascolo, delle condizioni atmosferiche, della maggiore o minore disponibilità da parte dei contadini. Ci sono comunque delle “tappe speciali”, passaggi obbligati che affronti ogni anno. Punti particolarmente delicati dove devi “uscire allo scoperto”.

Per il film sui pastori, volevamo appunto filmare una di queste giornate, ma quando Fulvio mi telefona e mi dice che passerà il ponte il 31 dicembre, immagino subito che la troupe non sia disponibile. Il pastore però non guarda i giorni festivi. Ha finito l’erba e deve andare. Visto che, nonostante siano dieci anni che seguo questo mondo e, con Fulvio, ho già vissuto tanti momenti del suo cammino, ma mai questo, al mattino ancor prima dell’alba sono già in zona e solo aguzzando la vista individuo il gregge tra le brume, in una stoppia. Arrivo e il pastore sta partendo per portare a destinazione la roulotte.

C’è da passare il fiume Po, che scorre lento appena oltre il campo. La mattinata è gelida, veramente invernale, fa molto più freddo qui che non dalle mie parti. Questi ambienti però hanno un fascino speciale in questa stagione. Numerose anatre navigano sulla superficie del fiume e altre si alzano in volo dalle sponde, spaventate da me e dai cani del pastore, che mi hanno seguita.

Il pastore torna, ci si saluta velocemente, ci sono anche alcuni amici che gli daranno una mano in questa giornata speciale. Si caricano gli agnelli più piccoli e poi si parte subito senza indugi, perchè più presto è, meno traffico c’è. La giornata pre-festiva inoltre è particolarmente adatta, poichè dovrebbe esserci ancora meno gente. Forse il mattino di Capodanno sarebbe stato il deserto assoluto, ma l’erba è finita e bisogna andare.

Grazie al gelo, si passa su di un campo arato senza affondare minimamente, poi si esce sull’asfalto. Una macchina in testa, una in coda per avvisare gli automobilisti del passaggio del gregge. Il problema non è tanto affrontare un tratto di strada, quando la larghezza della carreggiata in concomitanza del ponte e la sua conformazione.

Un’auto deve precedere il gregge fin oltre il ponte, perchè la strada fa una specie di arco e non ci si accorgerebbe del transito eccezionale fin quando non te lo trovi davanti. Per fortuna non c’è quasi nebbia. Il pastore racconta che l’anno prima aveva dovuto attendere ore, fino al primo pomeriggio, per poter salire sulla strada, proprio a causa di una fittissima e pericolosa nebbia.

Il gregge sfila sul ponte, unico modo per passare sull’altra sponda del fiume. Appena dopo abbandonerà di nuovo la strada principale, tornando a “perdersi” nei campi. Non ci sono però alternative, quando si tratta di attraversare i fiumi. E’ una regola che vale per tutti i pastori…

Subito dopo, ormai su di una strada secondaria sterrata, si alza temporaneamente un velo di nebbia, di breve durata. Il momento più delicato della giornata è stato superato, ma il cammino è ancora lungo, per arrivare dove il pastore potrà far pascolare il suo gregge.

Intanto, sull’asfalto torna a scorrere il traffico. In entrambe le direzioni, nonostante sia una giornata particolare, dove non tutti lavorano, si è comunque formata una lunga coda, che defluisce lentamente. Nessuno ha protestato, qualcuno è sceso a godersi lo spettacolo, altri filmavano o fotografavano con il telefonino.

Padre e figlia camminano in testa al gregge, attraversando le stoppie. In questi giorni di vacanza, Milena ha raggiunto il papà, che può così godere della sua compagnia e del suo aiuto per una settimana. Che orgoglio per lui, che felicità! Sentire lei che parla delle vicende dei giorni precedenti, dell’incontro con la sua cagnetta, con i suoi cavalli dopo parecchi mesi di lontananza, è commovente.

C’è un altro punto delicato, bisogna fiancheggiare un campo di grano. Per fortuna il terreno è completamente gelato, ma comunque meglio evitare che le pecore abbandonino la pista. Il pastore, i suoi aiutanti e soprattutto i cani riescono egregiamente nel “parare” le pecore, così anche questa è fatta.

Dopo, per un po’, si cammina lungo tranquille strade di campagna semi deserte. Campi, cascine, gruppi di case, prati, vacche che muggiscono nelle stalle avvertendo il passaggio del gregge. Ormai non c’è quasi più da preoccuparsi, è un normale cammino senza difficoltà, così davanti il pastore chiacchiera con gli amici.

Il sole inizia a scaldare, ma l’aria è ancora abbastanza fredda da far sì che sopra al gregge si condensino nuvole di vapore: il fiato degli animali e il calore dei loro corpi in movimento. Ci sono pecore che belano cercando i loro agnelli: alcuni sono mescolati al fiume in cammino, altri sono al sicuro nel fuoristrada al seguito del gregge.

Un lungo viale con vecchissimi pioppi, al fondo quello che sembra un palazzo nobiliare. Giunti a destinazione, il pastore spiegherà che si tratta del palazzo di un conte e anche parte delle terre lì intorno sono di sua proprietà. “Anni fa gli avevo chiesto se potevo farle dormire lì vicino, e lui era stato ben contento!“.

Finalmente a destinazione, almeno per quella mattina! Si sono percorsi diversi chilometri e anche il giorno prima il gregge aveva camminato a lungo. L’erba è ancora un po’ brinata, ma la giornata è bella, il sole lentamente porterà un po’ di tepore. Gli amici salutano il pastore, hanno i loro lavori da andare a fare a casa, nelle cascine. Finito il tratto “speciale”, dopo sarà normale amministrazione continuare il cammino.

Le pecore pascolano placidamente, così il pastore può lasciare i suoi aiutanti a sorvegliare, mentre con la figlia torna indietro a raccogliere le reti del recinto e recuperare tutto ciò che è rimasto dove si è partiti al mattino. Vita da pastori vaganti, pastori che compiono un lunghissimo cammino. Grazie a questo, Fulvio lo conoscono in tanti, infatti mentre è in viaggio in auto, riceve telefonate di persone che lo stanno cercando per andarlo a trovare, fargli di persona gli auguri per il nuovo anno.

La vera transumanza

Le transumanze di oggi sono anche un po’ moderne. A volte il progresso è positivo, a volte no. Non parlo dell’utilizzo dei camion o di altre cose del genere. Volevo mettere a confronto una transumanza “su strada” ed una per antichi percorsi. Nei giorni scorsi ha nevicato anche a quote abbastanza basse, ma per fortuna qui in Piemonte non così tanto come nel Nord Est. Comunque, da casa, collegata a Facebook, potevo in tempo quasi reale vedere le immagini delle transumanze altrui, anche su percorsi che coincidevano in parte con la nostra. Quindi potevo già sapere quel che ci aspettava, anche senza andare a visionare il percorso.

Poi però quando sei sul campo, con i belati ed il suono dei campanacci, il XXI secolo viene dimenticato. Da un certo punto in poi si perde anche il segnale del cellulare e cammini lontano dal tempo. In questa transumanza, per scendere, prima bisogna risalire e valicare una cresta, poi ci si abbasserà di quota. Non ci sono strade asfaltate, ma solo antiche mulattiere militari, poi sentieri quasi scomparsi.

Su quei sentieri c’è ancora anche un po’ di neve, ma niente che infastidisca la transumanza. Ve l’ho raccontato tante volte, questo è un giorno speciale, fatto di festa, ma anche di preoccupazione, nervosismo, tensione. Molte di queste caratteristiche negative sono legate al fatto che per la transumanza non c’è più spazio. Come metti i piedi sull’asfalto, ci sono rischi, proteste, fatica in più. Qui invece tutto avviene con il ritmo giusto, con gli animali che camminano al loro passo, non serve tanta gente per guidarli, al massimo servono aiutanti per spostare le auto e, queste ultime, per spostare attrezzature ed agnelli troppo piccoli per camminare.

Una sosta in tutta tranquillità, pascolano gli animali, pranzano i pastori. Lungo una strada ci sarebbe tensione, qualcuno deve sempre controllare il gregge, c’è il rischio che i cani vengano investiti dalle auto. Qui invece si è lontani da tutti e da tutto. Il cielo è incerto, per qualche istante sembra debba prevalere l’azzurro, ma dall’altra parte c’è la nebbia che avanza.

L’atmosfera è di nuovo quella della neve, anche se questa volta le temperature non sono più così basse. Così cade appena qualche goccia di pioggia, ma più che altro ci sarà tanta nebbia, compagna costante di tutta la stagione, dalla fine della primavera a quest’autunno. Viene il momento di ripartire per giungere a destinazione prima che sia notte.

In coda non si vede cosa accade davanti al gregge. Il sentiero è viscido di fango e di neve pestata, qualche agnello si attarda e non bisogna mai perderli d’occhio per evitare di lasciarli indietro. Alcuni hanno le madri accanto, troppo premurose, così il loro cammino è ancora più lento. Occorre anche tenere d’occhio quelle pecore i cui agnelli sono già a destinazione grazie alle auto, perchè hanno la tendenza a tornare indietro per andare a cercarli.

Dopo una difficile salita lungo una traccia tra neve e cespugli, finalmente si trova l’altro sentiero, quello che ci porterà a destinazione. Ancora nebbia che va e viene, sempre meno neve, ma purtroppo si scorgono anche, a pochi passi dal sentiero, i resti di due pecore predate dal lupo nel corso dell’estate. Un triste bentornati ed un monito per gli ultimi giorni da trascorrere in alpe.

Si scende, questa volta l’ora non è troppo tarda, anche se il maltempo rende più scuro il pomeriggio. Una volta a destinazione ci sarà il tempo per tirare con calma il recinto e controllare tutti gli animali, ciò nonostante si arriverà a “casa” quando sarà ormai notte. Però tutto è andato bene, la fatica è stata soprattutto fisica, ma la transumanza molto più rilassante di quelle lungo le strade trafficate, dove c’è chi vuole passare a tutti i costi, dove devi cercare di non intralciare troppo, dove sei un ostacolo e non una persona che lavora come chiunque altro.

Sotto la nebbia c’è un’atmosfera grigia, tipicamente autunnale. Nonostante la neve, nonostante il freddo dei giorni passati, i colori però devono ancora cambiare. Lo scorso anno, pur avendo compiuto prima questo cammino, era avvenuto con i gialli e gli arancioni dei larici. Quest’anno è ancora il verde a predominare, tra le chiome.

A fine transumanza, anche gli agnellini più piccoli vengono riaffidati alle loro madri. Questa giornata è conclusa, ma la transumanza definitiva sarà quella che riporterà il gregge in fondovalle. Dopo, ogni spostamento sarà pascolo vagante, quella forma di pastorizia che prevede la transumanza continua, a volte anche quotidiana. Ogni giorno quindi ci sarà da avere a che fare con strade, auto, magari addirittura ferrovie. Ci si sposta il più possibile per vie secondarie nelle campagne, ma non sempre è così, come ben sa chi segue da anni questo blog.

Anche questo è autunno

I tempi cambiano. Oggi, seduti davanti ad un computer, vedi che è autunno perchè certi amici ritornano on-line su Facebook, scesi dall’alpeggio, e molti altri pubblicano in tempo reale o quasi immagini e video delle loro transumanze. Anche questo è l’allevatore del XXI secolo… Scherzi a parte, questo fine settimana vedrà le transumanze di quasi tutti quelli che non sono ancora scesi, dopo resteranno davvero in pochi e soprattutto pastori con greggi di pecore. Vi ricordo oggi, ma soprattutto domani, la festa della transumanza a Pont Canavese.

Adesso è proprio autunno. Stamattina sulle cime si vedeva un’imbiancata, forse neve, forse grandine. nei giorni scorsi invece non si vedeva proprio nulla! probabilmente in quota c’era persino il sole, ma giù in basso si stava tutto il giorno avvolti nella nebbia, più o meno densa, più o meno fitta.

Si partiva dal recinto per andare al pascolo, poco dopo però il gregge veniva già avvolto dalla nebbia. Le previsioni parlavano di una perturbazione imminente, la pioggia tanto attesa sarebbe arrivata presto? A queste quote ormai per i pascoli non serve più, ma sarà una benedizione per la pianura dove tra non molto scenderanno tutti, anche quelli che ancora resistono a quote più o meno elevate.

Intere giornate avvolti nell’umidità, goccioline che si posano sui vestiti e sui capelli, contro le quali l’ombrello è inutile, ma alla fine della giornata sei intriso. Il gregge scompare nella nebbia, si può stare tranquilli se non ci sono confini a cui fare attenzione, ma comunque la nebbia di rischi ne comporta parecchi. Prima di “ritirarsi”, occorre comunque fare un giro per cercare di capire se ci sono animali rimasti indietro, agnelli addormentati chissà dove… e sperare sempre che non sia passato il lupo. Solo dall’altra parte della cresta pare che ci sia stato un attacco in pieno giorno, cinque lupi chiaramente avvistati dal pastore, che hanno ucciso alcune pecore.

Ancora un altro giorno di nebbia. Il gregge è più in basso, ci si avvicina sempre di più alle baite, ma nel bosco gli animali appaiono e scompaiono. Senti le campane, ma non capisci bene da dove venga il suono e se si tratti di questo gregge o di quello confinante. Cammini avanti e indietro, sudando sotto la giacca impermeabile e con l’umidità che sempre di più ti cola lungo i capelli. Poi, all’improvviso, di sera arrivano i primi scrosci d’acqua ed i temporali si susseguiranno nella notte.

Tra una nebbia e l’altra

Avevamo detto che l’estate sembrava finita, lassù in alpeggio, e infatti senti sempre più pastori e margari (soprattutto i secondi) che parlano di quando venire giù. Ormai non solo si è passato il giro di boa di metà stagione, ma qualcuno conta i giorni di pascolo prima della transumanza. “Ho ancora erba per 15 giorni…“. “Dopo la metà di settembre non sai mai quel che può succedere, ho erba più in basso e allora faccio che portarle giù.

I pastori, abituati ad ogni possibile variazione di tempo e poco desiderosi di arrivare in pianura, dove ricomincia la vita grama del pascolo vagante, non pensano ancora alla transumanza. Certo, prima o poi bisognerà scendere, ma per adesso si sta ancora bene lassù, anche tra i capricci del tempo.

Com’era facile immaginare, belle giornate ce ne sono ancora, però quest’anno è davvero raro iniziare e finire con il cielo limpido ed il sole. Intanto il gregge continua il pascolamento ed il pastore lo sposta verso un’altra parte della montagna, fino a quel momento ancora intonsa, totalmente da pascolare. Altro che aver finito l’erba! Se il clima non è particolarmente gramo e soprattutto se il numero di animali è adeguato alla superficie, si dovrebbe arrivar sempre comodamente alla fine della stagione senza troppi patemi d’animo.

La nebbia intanto continua a “far compagnia”, più o meno fitta a seconda delle giornate. Quando arriva, tocca vestirsi, perchè c’è ancora l’aria fredda dei giorni precedenti, anche se la prima neve caduta una sera si è rapidamente sciolta anche alle quote maggiori.

Finito il mese di agosto, sarà anche più difficile ricevere visite in alpe. Il flusso di turisti ed escursionisti, specie settimanali, si esaurirà progressivamente, ma pure gli amici imboccheranno la strada dell’alpe con maggior fatica, quando anche in pianura il caldo si farà meno insistente. Forse quassù arriveranno solo più i padroni degli animali in guardia e qualcuno magari deciderà di portar via i propri ancor prima che il pastore si incammini verso il fondovalle con tutto il gregge al seguito.

E’ iniziata anche la stagione dei parti. Se non intervenisse l’uomo, questi avverrebbero spontaneamente durante il corso di tutto l’anno, ma per vari motivi i pastori possono decidere di far sì che non vi siano nascite in alcuni momenti, per esempio quelli coincidenti con la transumanza, oppure durante la gran parte della stagione d’alpe, quando il rischio di predazioni è elevato e occorrerebbe del personale che si dedichi esclusivamente al gregge delle pecore che hanno figliato.

Servirebbe un autunno tutto così… Belle giornate di sole tiepido, ottima visibilità, appena una leggera brezza. Ogni tanto magari un temporale, ma giusto di notte. Servirebbe un buon mese di settembre, per far sì che le pecore non sprechino l’erba, che ingrassino bene in vista dell’inverno, per crescere gli agnelli che nascono in questi giorni.

Anche gli animali non sono più abituati al caldo e si “mettono a mucchio” non appena il sole si fa più intenso. I pastori invece con gioia tornano ad indossare la maglietta, dopo aver sfilato tutti quei 4-5 strati di vestiario che erano d’obbligo tra nebbia, temporali e grandinate dei giorni precedenti.

L’erba è ancora bella. Nei valloni dove la neve tardiva ha mantenuto il terreno fresco, può capitare ancora di vedere delle fioriture quasi fuori stagione. Il succedersi però di maltempo, freddo, grandine e giornate di vento ha “rovinato” la vegetazione in molti punti. Anche se non vi è stata la siccità come negli anni precedenti, qua e là la montagna mostra chiaramente i segni di fine stagione, con l’erba che ingiallisce e secca progressivamente.

Le giornate sono sempre più corte, il sole tramonta presto dietro le creste e subito la temperatura si abbassa. Anche al mattino, quando suona la sveglia, è sempre più buio, quasi a far pensare di aver sbagliato ora. I pastori dicono che adesso, in questa stagione, il gregge cura di più il pascolo. Gli animali hanno meno pretese, pascolano meglio, quasi sentissero che l’erba andrà via via calando mentre ci scivola verso l’inverno.

Il sole non dura a lungo, ricominciano le giornate di nebbia, in alcuni posti stagnante sul fondovalle, in alti fitta, densa, ad insinuarsi nei valloni e risalendo via via lungo i versanti. Autunno, stagione critica per le predazioni. Un autunno di bel tempo potrebbe essere anche un autunno meno favorevole per i lupi.

Sono belle, le giornate di autunno. Quando la nebbia va e viene, è anche piacevole osservare i giochi di luce ed i disegni che crea tra il cielo e la montagna. Forse solo i pastori e pochi altri godono di questi panorami, di questi attimi, negati a chi ormai smette di frequentare la montagna per tornare alla vita quotidiana in pianura. E’ questa la stagione migliore, se il tempo si manterrà buono.