Brevi storie di “malate” di animali

A distanza di pochi giorni ho ricevuto due e-mail che mi hanno commossa e mi hanno resa più consapevole di come questo “non-lavoro” abbia comunque la sua importanza. Molto spesso rifletto su come lo scrivere non sia abbastanza concerto, per me, come professione. Però mi dimentico di tutti quelli che stanno dall’altra parte di uno schermo, di quelli che leggono i miei libri. Per fortuna qualcuno ogni tanto me lo ricorda inaspettatamente, come leggerete dagli estratti di queste due diverse lettere che ho ricevuto. Le immagini che utilizzo in questo post sono casuali e non riferite alle persone che mi scrivono. Ho tolto alcuni riferimenti per rispetto della privacy.

Valentina frequenta le Scuole Medie: “Quando la professoressa ci ha detto che dovevamo scrivere una lettera al nostro idolo, io ho subito pensato a te. Visto che tu scrivi molti libri sulla natura e sugli animali potresti venire a presentarli qui (…) dove hai già presentato il mio libro preferito “Di questo lavoro mi piace tutto”. Ricordo che a quella presentazione non ero potuta venire e io ero molto dispiaciuta. (…) Mio cugino mi ha fatto vedere il libro, quello fotografico e mi è piaciuto parecchio. (…) Avrei piacere che  tu quest’autunno potessi venire a fare le foto quando scendiamo con le mucche dei miei zii.

Stamattina invece ho letto la lettera di Gloria. “(…) ho quasi 18 anni. Le scrivo perchè la seguo da un po’ di tempo, soprattutto per il suo libro “Di questo lavoro mi piace tutto” e la stimo per tutta la passione che mette nel raccontare le storie di tanti giovani. Abbiamo comprato il suo libro a Luserna, alla fiera dei Santi, in cui veniamo tutti gli anni. Ma… ora si starà chiedendo perchè le dico tutto questo… La risposta è semplice: io mi ritrovo in parecchi di quei ragazzi!
Vivo in Val Trebbia, tra Genova e Piacenza, in un paesino che in inverno conta ben 15 abitanti e, da quando sono piccola, amo gli animali. La famiglia di mio papà li ha sempre avuti, a partire da mio nonno che aveva una sua stalletta di mucche fino ad arrivare a mio zio che adesso ne ha un centinaio. La nonna e la mamma fanno il formaggio, la ricotta e il burro e lo zio ogni tanto macella qualche vacca.

Io, da parte mia, ci ho sempre lavorato, e da quando ne ho avuto la possibilità ho iniziato a fare i miei primi acquisti: a 13 anni ho preso il mio primo cavallo e dato che non volevo lasciarlo da solo, ho preso una capretta. Da quel giorno la malattia è degenerata! Successivamente ne ho presa un’altra e, adesso, ne ho una decina. Sì, non sono tante ma, per ora, non posso permettermi di aumentare il numero anche perchè vado a scuola a Genova e ogni mattina mi sveglio alle 5:30 per poter arrivare in orario e arrivo a caso dopo le 16. Durante gli anni ho avuto di tutto, a partire dai conigli, fino ad arrivare ad un mulo. E’ una passione troppe grande! Ho passato la malattia per le capre anche al mio fratellino Simone che ha 10 anni e per fortuna mi da una mano lui. Mi aiuterà soprattutto quest’estate in cui non ci sarò per un mese e mezzo perchè ho deciso di andare a lavorare in alpeggio: non vedo l’ora d’ imparare cose nuove! Mi piace anche molto la fotografia, suonare e ballare.

Finite le superiori mi piacerebbe andare a studiare a Torino “Produzioni e Gestione degli Animali in Allevamento e Selvatici” ma, da qui all’anno prossimo potrei cambiare idea. Il mio sogno è quello di avere un mio allevamento di capre, non un numero esagerato ma il giusto, per poter aprire un punto vendita di tutti i nostri prodotti e magari collegarci un maneggio e/o un agriturismo…. Ma questi sono solo sogni. Per me l’importante è poter sopravvivere facendo quello che ti piace e poter lavorare con gli animali è quello che voglio!
Mi scuso per essermi dilungata parecchio ma mi faceva piacere raccontare a grandi linee l’amore che ho per questo fantastico mondo che è la montagna. Andrebbe valorizzato ma la maggior parte degli italiani non si rende nemmeno conto dell’importanza che ha questo mestiere così antico quanto fondamentale! Le bestie sono 100 volte meglio delle persone. La finisco qui perchè mi starà già odiando per tutto quello che ho scritto. Spero che continuerà a scrivere e non vedo l’ora di leggere il suo prossimo libro! Buona serata e scusi ancora.

Grazie ragazze! Grazie davvero e continuate così! Vi auguro tutto il meglio per il futuro.

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Oggi conta l’immagine

Oggi una riflessione traendo spunto da fatti personali. Raramente parlo di me stessa in queste pagine, pur raccontandovi sempre luoghi, personaggi ed avvenimenti a cui ho partecipato, salvo diverse indicazioni. La riflessione parte dal fatto che… ho acquistato i primi animali veramente miei. Le mie vicende personali in questi anni mi hanno portata in vario modo ad avere a che fare con animali di tutti i tipi, ovicaprini in particolare, ma non solo. Ho contratto la “maladia” come ben sapete. E questa non si cura allontanandosene… per cui ecco che attualmente sono titolare di un codice di stalla e di un piccolissimo numero di capre. Sul perchè capre e non pecore se volete ne parleremo poi…

Comunque, in questo strano mondo dove le cose accadono più qui, su questi schermi (di computer, tablet, smartphone), le mie capre e la reazione che hanno suscitato mi hanno stimolato riflessioni più profonde. Qui si parla di allevamento, ma potrei estenderle a qualsiasi altro settore. Rimaniamo nel nostro campo… Dicevo che le foto delle mie capre, pubblicate su Facebook (non uso altri social network) hanno ricevuto, in meno di una settimana, 500 mi piace come album e un numero che non ho quantificato di apprezzamenti alle singole immagini. Gli amici si sono scatenati nel darmi suggerimenti, consigli, suggerire nomi, c’è chi mi ha offerto assistenza tecnica e chi voleva vendermi del fieno…

C’è un aspetto anche divertente in tutto questo. Prima di tutto vi dico che lei alla fine l’ho battezzata Chocolat. Poi vi invito a riflettere su quanto conti il sapersi creare un’immagine e come la nostra società, oggi, premi più certi modelli rispetto ad altri. Fa più notizia chi sceglie di dedicarsi all’allevamento… piuttosto di chi l’ha sempre fatto. Se le stesse capre le avesse comprate un allevatore “per professione”, figlio, nipote di allevatori, e avesse condiviso le stesse foto, può anche darsi che si sarebbe sentito dire: “Che cosa hai preso?”. Qualche collega l’avrebbe criticato, gli avrebbe detto che le sue sono più belle. E se le avesse pubblicate l’allevatore che me le ha vendute? Vi sembra giusto che abbia più riconoscimento il mio averle acquistate, piuttosto che la storia che hanno alle spalle? Eppure, purtroppo, è così che vanno le cose oggi.

Mi hanno segnalato questo articolo, “Basta computer, farò il pastore“, una delle tante storie che piacciono ai giornalisti, raccontare una scelta di vita, un ritorno alla montagna, alla terra, all’agricoltura, all’allevamento. Ma anche quest’altro, la storia di un giovane di 19 anni che, dopo l’estate in malga con la famiglia, ha deciso di continuare il cammino seguendo il gregge di un pastore vagante. Potrebbe non esserci niente di eccezionale, ma… come dicevo prima, nella nostra società piace creare delle immagini. L’ho visto anche quando ho realizzato il libro sui giovani allevatoriDi questo lavoro mi piace tutto“.

Ma cosa c’è dietro? Quante sono le aziende tradizionali in seria difficoltà? Pensate alle recenti polemiche sul prezzo del latte, che arrivano alle orecchie di tutti quelle due, tre volte all’anno o magari nemmeno. Tutti gli altri giorni sono i produttori a farci i conti o meglio, a non riuscire più a farli quadrare! Basta un servizio, molto tendenzioso, sulla carne “nociva” per causare danni a tutto il settore. Poi escono nei giorni successivi articoli, interviste, documenti che attestano come ciò non fosse vero, fosse esagerato, fosse mal interpretato. La nostra carne, i nostri salumi, mangiati con moderazione non fanno male. Ma l’immagine creata ad arte condiziona rapidamente una buona fetta di pubblico, incapace di ragionare con la propria testa. “L’ha detto la TV, l’ho letto su internet…“. Siamo peggio delle pecore di cui pubblico spesso le immagini qui!

In conclusione… Il mio suggerimento a tutti gli addetti ai lavori è questo. Visto che siamo in un mondo che vive di immagini, che ci piaccia o no, cerchiamo anche di venderci nel migliore di modi. Conta pure quello, pensate alle mie capre… Continuiamo ad allevare belle bestie, tenendole bene, lavoriamo secondo tradizione, ma ricordiamoci che oggi il mondo, prima di tutto, ci guarda. Possiamo fare il miglior formaggio del mondo, ma dobbiamo saperlo presentare, saperlo diffondere prima per immagine che concretamente. Se alleviamo al pascolo, all’aperto, valorizziamo queste caratteristiche, ci sono dei consumatori che lo apprezzano e lo ricercano. Magari riusciamo a spuntare un prezzo migliore, oltretutto. Molti l’hanno capito e lo stanno già facendo. Qualcuno scuoterà la testa, ma se vogliamo sopravvivere, dobbiamo farlo nel mondo in cui viviamo, altrimenti il rischio è l’estinzione. Il rischio è che l’esperto di computer in poco tempo abbia più “mi piace” dell’allevatore con la tradizione secolare, anche se probabilmente ne sa molto, molto meno di lui sull’allevamento. La mia speranza comunque è quella che ci si renda conto che l’eccesso di virtualità non ci sta facendo affatto bene: se ho invitato gli allevatori a curare di più l’immagine, invito ancora di più tutti gli altri ad informarsi, ad acquistare prodotti di sicura provenienza italiana, meglio ancora locale. Non c’è da stupirsi se un olio extravergine venduto a poco prezzo… alla fine non è extravergine! Un buon formaggio d’alpeggio non può costare pochi euro, c’è un mondo di lavoro, dietro a quel formaggio! …potrei continuare il discorso all’infinito…

Vivere lassù, oggi?

Continuo a parlarvi di montagna, la montagna dell’uomo. A tutti sarà capitato di transitare accanto a singole case o veri e propri insediamenti completamente abbandonati. Quanti hanno pensato al vivere lassù? Lo si può fare in due modi diversi: ragionando su cosa significasse la vita in quei luoghi, oppure sognando di trasferirsi in un posto del genere.

Io appartengo soprattutto alla prima categoria. Mi piace avventurarmi da sola in quei luoghi, per non essere distratta dalle voci, per cercare di ascoltare quello che dicono le pietre. Molto poco, a parte delle date, dei nomi, a volte dei cognomi. Muretti a secco, pietre squadrate, piccole finestre con le inferriate, qualche mobile spaccato all’interno, legno che marcisce.

Sentieri le cui pietre sono arrotondate dai tanti passi che li hanno percorsi in passato. Muretti che li fiancheggiavano, che sostenevano terrazzamenti dove un tempo sicuramente si coltivava. Oggi crescono alberi e cespugli, le loro radici si abbarbicano al terreno, inglobando quei muretti. Nessuno ha più cura di quei viottoli, di quelle mulattiere. Oggi, se viviamo in un posto isolato, poi ci lamentiamo che il Comune non fa manutenzione alla strada, non viene a togliere la neve. Certo, potremmo farcelo noi, ma accidenti… Con tutte le tasse che paghiamo, vorremmo almeno ricevere in cambio qualche servizio essenziale!

Un tempo si facevano le roide, un tempo ciascuno aveva cura del territorio. Tutto serviva a chi non aveva niente. Si rastrellavano le foglie per fare gias, lettiera per gli animali in stalla. Se un sentiero franava, veniva sistemato subito. Oggi nessuno si prende la briga di sistemare anche solo una stradina, perchè poi se succede qualcosa dopo che hai fatto i lavori, sono responsabilità… E poi bisogna chiedere una perizia, un progetto, un’autorizzazione, un parere…

Chissà se oggi autorizzerebbero a costruire qui? Queste Barme sono un gioiello, ma che vita si faceva quassù? Piccole stalle al piano terra, misere stanze. Oggi nessuno vivrebbe più in quelle condizioni. Forse un eremita, ma non puoi pensare di ritirarti in luoghi del genere e vivere… Di cosa? Autosufficienza alimentare, quella bene o male magari è possibile. Ma oggi abbiamo tutti delle spese fisse da sostenere, e come ci si potrebbe mantenere, lassù?

Possiamo parlare finché vogliamo di ritorno (alla montagna, all’agricoltura), ma solo in pochi luoghi questo è fattibile e, secondo me, dove ciò accade, alle spalle ci sono appoggi e progetti ben strutturati. E disponibilità finanziarie non indifferenti. Tutto il resto è destinato a crollare. Perchè adesso non si può più vivere come una volta. Da una parte è difficile rinunciare a tutto, dall’altra ti impediscono di farlo, perchè le leggi e la burocrazia riuscirebbero a venirti a stanare anche lassù.

Poi è bello in un giorno di sole osservare il ruscelletto che gorgoglia, ma quando si gonfia con le piogge e diventa un mostro di acqua scura, che ruggisce e tiene svegli la notte? Un muro invalicabile che ti blocca lassù, senza passaggi per oltrepassarlo. Quando la gente viveva in quei luoghi, non c’erano necessità di spostamenti immediati, scadenze da rispettare. E poi probabilmente succedevano incidenti dove non si guardavano le responsabilità, le allerte, le ordinanze.

Più in alto un tempo si viveva solo d’estate, la stagione dell’alpeggio. Ma perchè molte di queste baite sono abbandonate, anche se raggiungibili con piste e strade? Perchè tante cose sono cambiate anche qui. Non si sale più con un pugno di capre, con due vacche, quindi tutte le baite, miande, meire, ecc… non sono più necessarie. Serve un unico alpeggio, o al massimo un paio di tramuti, moderni, efficienti, funzionali, dotati di quel minimo di “comodità” (servizi igienici, doccia, una fonte di energia).

Questo faggio secolare potrebbe forse raccontare com’era la vita qui un tempo. Oggi, a meno di aver ascoltato i racconti direttamente dalla voce di uno degli ultimi testimoni, non riusciamo a rendercene davvero conto. Solo leggerlo sui libri non è sufficiente. Almeno, a me sembra che il libro confini la testimonianza ad un passato remoto che pare quasi non appartenerci. Nel momento in cui invece trovo chi mi dice di aver vissuto lì, il bianco e nero assume colore.

Tutti possiamo aver sognato un giorno di mollare la nostra vita attuale e trasferirci in un posto così. Ben pochi l’hanno fatto davvero. Riusciremmo sul serio a staccare da tutto? Rimanere isolati? Ma soprattutto, pensateci, come si fa a vivere in certi posti? Una volta si faceva la fame e non è solo un modo di dire!

A certe quote non si possono tenere chissà quanti animali e oggi un gregge di 100-200 pecore (già “grosso”, per la montagna) non è sufficiente per vivere, non per una famiglia. “Se non ci fossero tutte le spese fisse, per le nostre esigenze ne avremmo abbastanza“, ho sentito più volte ripetere da amici che faticano, con le loro aziende, in montagna. Tutto questo gran parlare di ritorno… non sarà moda? Se non cambiano le leggi, se gli aiuti vengono dati solo sui numeri, sulla quantità e non sulla qualità, non so come si potrà concretamente tornare o anche solo mantenere.

Una fiera giovane

A Pramollo, piccolo centro costituito da innumerevoli borgate sparse nella valle laterale alla Val Chisone, ieri si è tenuta la 13° Mostra mercato con prodotti tipici e “bancarelle varie”, come recitava la locandina. Niente di speciale, ma quanto basta per attirare un po’ di gente. Di certo, quel che fa la differenza sono gli animali.

E le bestie scese alla fiera dagli alpeggi del paese si sono fatte aspettare un po’, ma alla fine sono arrivate. Quest’immagine che precede di pochi minuti l’ingresso nella piazza gremita di gente e bancarelle è emblematica. Due giovanissime mamme con i bambini nel marsupio a guidare la marcia delle vacche al suono di rudun e muggiti.

L’ha ripetuto anche più volte il Sindaco durante la premiazione degli allevatori che hanno partecipato alla fiera con i loro animali: qui l’allevamento è nelle mani dei giovani. Certo, vi sono ancora le “generazioni precedenti”, ma questi ragazzi e ragazze che camminano con greggi e mandrie fanno ben sperare per il futuro e il proseguimento dell’attività, nonostante tutte le difficoltà.

Il passaggio di Federico con il suo gregge (animali di proprietà ed altri in custodia per la stagione d’alpe) è un momento di attrazione per il pubblico. Se le vacche spaventano anche un po’ per la loro mole e per l’imprevedibilità dei movimenti, le pecore entusiasmano e tutti si dispongono ai lati della strada per vederle passare.

Il piccolo centro di Ruata è occupato dalle bancarelle, ma la strada che porta al colle di Laz Arà resta aperta ed è qui che passa il gregge, per fermarsi poi appena dopo in un prato dove sono già state tirate le reti. Sistemati gli animali, si potrà andare tutti a fare un po’ di festa.

Al seguito del gregge, il fuoristrada porta un emblematico cartello, una piccola forma di protesta e denuncia. Nelle ultime settimane anche questo gregge, come numerosi altri nelle valli limitrofe, è stato oggetto di attacchi da parte del lupo. “Ho sentito i cani che abbaiavano, sono partiti in giù, c’era la nebbia come sempre. Sono corso il giù anch’io, la pecora era ancora calda, con il sangue che usciva dal collo, guarda la foto…“. Il pastore mi mostra le immagini sul cellulare, mi racconta di aver visto più volte il lupo, mi parla degli attacchi subiti dall’altro pastore suo vicino di alpeggio. “Il problema è che noi non siamo abbastanza uniti. Arriviamo quasi uno a gioire delle disgrazie dell’altro, invece di scendere tutti insieme in piazza come in Francia o in Sardegna!“.

La piazza si svuota nell’ora di pranzo, poi torna ad esserci gente al pomeriggio. Gli animali pascolano o ruminano  placidi, i bambini si fermano a guardarli insieme a genitori e nonni. Senza il bestiame, questa manifestazione locale perderebbe buona parte della sua attrattiva.

Eppure anche da queste parti, dove fortunatamente l’attività agricola non è mai andata persa (anche se è profondamente mutata rispetto al passato), molta gente non comprende più la realtà dell’allevamento. “Ci sono quelli che pensano che tu ti arricchisca a pascolare i loro prati, anche quando sono incolti dove, a fatica, cerchi di tenere indietro i rovi. Quindi vorrebbero essere pagati, mentre con le bestie fai giusto un po’ di pulizia“.

Un pizzico di modernità anche quassù, con “animali esotici” che attirano la curiosità di tutti. Sole e nuvole si alternano sulla piazza, ma per fortuna non pioverà. Più in alto, sui pascoli degli alpeggi, la solita onnipresente nebbia, compagna di tutta l’estate.

E’ quasi ora di ripartire dalla fiera. I giovani vanno ancora a bere un bicchiere in compagnia, poi riporteranno gli animali sui pascoli. “Non è ancora stagione da attaccare campane, non volevano scendere, stamattina! Su di erba ce n’è ancora, è stata una stagione strana, chissà se adesso farà un autunno caldo o arriverà la neve in anticipo?“.

Dietro ai luoghi comuni

C’è la gente che, in generale, invidia il mondo dell’alpe con in testa un’idea a metà tra Heidi e le immagini dei servizi fotografici/televisivi e c’è chi fa questo lavoro, ma pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde. E’ vero che, nel mondo agricolo, c’è una tendenza di fondo alla lamentela, ma quest’anno che sto girando parecchio e parlo con numerose persone, sto scoprendo un quadro non così piacevole. Sono sempre stata contraria alla filosofia del “lassù gli ultimi” e, con ottimismo, ho anche scritto un libro sui giovani che vogliono continuare/iniziare a fare gli allevatori. Però adesso nella mia mente si fanno sempre più strada riflessioni di altro tipo.

Prendiamo per esempio la Valle d’Aosta. Regione confinante con il Piemonte, nell’immaginario collettivo del mondo dell’allevamento, è un po’ vista come un piccolo paradiso. Poi andandoci e chiacchierando con la gente, vieni a sapere alcune cose. Per esempio, che gli alpeggi stanno spopolandosi. Dove manca la strada, solo pochi “eroi” salgono ancora a piedi seguendo gli antichi sentieri e mulattiere. Non a caso qui vediamo un gregge e, per di più, di provenienza biellese. Le mandrie monticano solo più dove ci sono strade, strutture e… e comunque di animali a pascolare in quota ce ne sono sempre meno.

Lo verificherò con mano il giorno successivo, senza fare una scelta mirata, ma andando dove mi porta il caso. Un lungo vallone, pascoli estesi, ma quasi interi. Pochi fili tirati, pochi suoni di campanacci, poche zone brucate. Come mai? Non è colpa del maltempo, sta succedendo qualcos’altro! Anche dalle mie parti comunque ho sentito gente che si lamenta perchè non trova “animali in guardia” da portare in alpe: “Non ci sono più quelli che avevano la piccola azienda, lavoravano in fabbrica e intestavano quelle 5-6, 10 bestie alla moglie. O c’è il grande allevatore, o…

E così in tutto quel lungo vallone alla fine trovo solo questa mandria. Intendiamoci, sono io la prima a “lamentarmi” per le esagerazioni, per quei numeri sproporzionati, per quelle situazioni in cui il territorio viene devastato dai troppi animali in alpeggio. Però ricordiamoci che abbandono e sovra-pascolamento sono ugualmente dannosi per la montagna e la biodiversità. Serve, come sempre, un giusto equilibrio. Questi animali non riusciranno di sicuro a pascolare tutta la montagna che ho visto (e la nebbia non mi ha nemmeno permesso di rendermi pienamente conto delle reali dimensioni dell’alpe).

Ho però visto un nucleo d’alpeggio disabitato ed abbandonato da tempo: situazioni che ben conosciamo nelle vallate piemontesi, che che stridono con il luogo comune della Val d’Aosta dove tutto invece è perfetto. Però comunque questa non è che una delle strutture… Chi sale in alpe qui ha abitazioni e stalle sistemate alla perfezione.

Nella parte intermedia del vallone avevo visto questo alpeggio. Non conosco la zona e la situazione di utilizzo attuale, ma apparentemente non sembrava abitato da allevatori e non vi era alcun segno di pascolamento lì intorno. Forse servirà come tramuto, quando la mandria tornerà verso il fondovalle. Resta il fatto che diverse persone mi hanno confermato come, in Val d’Aosta, sempre meno animali salgano in alpeggio.

La colpa? In Piemonte c’è gente che piange perchè non trova un alpeggio dove portare i suoi animali e qui attraversi valloni del genere senza quasi sentire un muggito o una campana? Alla fine il discorso va a finire sempre sugli stessi temi, cioè il sistema dei contributi che ha falsato tutto. Non conosco nel dettaglio la situazione di questa regione a statuto speciale, ma non è che siano finiti i tempi delle “vacche grasse” (perdonatemi il gioco di parole) e questi siano i primi risultati?

Cosa succederebbe in Piemonte (e nelle altre regioni, ovviamente) se tagliassero/eliminassero i contributi? Ci sono già stati dei controlli, molta gente si è già trovata in difficoltà perchè questi soldi attesi sono stati bloccati per alcuni anni o, addirittura, perchè si è dovuto restituire quanto percepito nei periodi precedenti. “Per sopravvivere, bisogna ancora far rendere le bestie…“, mi diceva un margaro che è passato attraverso diverse vicissitudini legate alle aste degli alpeggi, alle speculazioni, ecc ecc. Le cose ovvie e scontate ormai sembrano quasi strane. Non è sostenibile un sistema che si regge quasi solo più sui contributi!

L’altro giorno camminavo sullo spartiacque tra due valli e, nella nebbia, sentivo risuonare le campane di una mandria “rimasta sola”. Mi hanno raccontato che il margaro è morto da poco, probabilmente un infarto, mentre mungeva. Gli animali sono stati chiusi per oltre dodici ore, fin quando qualcuno si è accorto del tragico fatto. Adesso non c’è nessuno su quella montagna. L’uomo era solo da quando la moglie era mancata, uno dei figli ha una sua mandria in alpe, l’altro lavora in cascina in pianura. La gente dice: “Non ci sono più le famiglie!“, ed in effetti è vero. Questo lavoro richiede impegno, sacrifici, servirebbe tanta gente, gli operai esterni sono un costo e non sempre si ha la certezza dell’affidabilità… Ma rimanere a lavorare in casa, per figli, fratelli, nipoti spesso è impossibile. Idee differenti, voglia di cambiare, desiderio di costruire qualcosa di proprio, difficoltà nell’andare d’accordo e così alla fine può anche capitare di morire soli, a 63 anni, in mezzo alla propria mandria a 2300m di quota. Dicono che gli animali sono rimasti lì fermi e non l’hanno pestato. Era una strana sensazione, quella che provavo camminando su quel sentiero…

Montagne vuote, montagne dal futuro incerto, poi ci sono giovani che da una parte vorrebbero andare avanti, ma dall’altra si scoraggiano, perchè abbandonati da tutto e da tutti. Anni ed anni che si sale sullo stesso alpeggio, che si paga l’affitto, ma nessuno è ancora intervenuto per fare qualche minimo intervento per avere una struttura decente nella parte alta della montagna! Così tocca dormire in tenda e potete immaginare cosa significhi, specialmente in quest’estate di pioggia e di freddo.

Questo non è un alpeggio dove si soffre la solitudine, di gente ne passa… anche troppa! Solo che nessuno si impietosisce per le condizioni di vita del pastore, ma sono subito pronti a parlare se vedono una pecora zoppa attardata rispetto al gregge, o se osservano l’uomo fare un’iniezione ad un animale. Altro che vita idilliaca in alpe, il pastore mi racconta di sentirsi continuamente sorvegliato e giudicato. La gente non capisce più cosa significhi questo mestiere, ma… invece di informarsi, preferisce gridare puntando un dito accusatorio.

Non sono tutti luoghi comuni, resta la bellezza dei posti, la passione per il proprio lavoro, per gli animali, ma mi sembra di cogliere sempre più amarezza nelle persone che incontro. Questa per esempio non è una “bella montagna”, intesa come pascoli. Greggi di pecore sono sempre saliti qui, ma oggi, nel XXI secolo, si vorrebbe quel minimo di comodità in più. Almeno una baita, visto che già non c’è la strada. I pensieri vagano, mentre uno è al pascolo in solitudine. C’è chi arriva a chiedersi se non sia “giusto” stare da soli, facendo un mestiere così, perchè non si può costringere qualcuno a condividere gli stessi sacrifici. Mi hanno detto che il mio ultimo libro è pessimista, ma mi sa che ho descritto, con la fantasia, aspetti che esistono davvero.

Sono convinta che, nonostante tutto, il popolo dei margari e dei pastori continuerà ad esistere, ma in questo momento sta davvero attraversando un momento di crisi, non soltanto economica. Come si trasformerà, per sopravvivere?

Allevamento di resistenza

Questa mia estate vagante di vagabondaggi mi porterà in tanti posti nuovi, sconosciuti. Per fortuna le moderne tecnologie fanno sì che anche nei luoghi più sperduti oggi si possa per lo meno rimanere in comunicazione gli uni con gli altri, così vado a trovare amici “virtuali”, per farli diventare reali. Prima di dimenticarmene, però vi ricordo l’appuntamento a Canal San Bovo (TN) il prossimo 7 giugno, data in cui presenterò il mio libro “Lungo il sentiero”, nell’ambito della manifestazione “Verso l’alpeggio”. Qui l’intero programma.

La scorsa settimana invece sono stata in Appennino. Luoghi lontani dalle rotte principali. Tanto per cominciare, mi sono avventurata a Caldirola, in Val Curone (AL). Da quelle parti ero stata una decina di anni fa, d’inverno, per un lavoro. Ma all’epoca non avevo gli interessi attuali, quindi ricordavo solo un senso di abbandono e scarsa densità abitativa, senza però avere idee sullo stato dell’allevamento.

Ora invece ho incontrato Caterina, della Fattoria l’Aurora, e la sua famiglia allargata… Questa casa è una realtà particolare, tra volontari Wwofers, bambini che vengono alla fattoria didattica, gli animali e molto molto altro ancora. Chiacchierare con Caterina e con suo marito Matteo è stato interessante. Ascoltare la loro storia, i sogni e i progetti… La lotta di Matteo contro la morte di questa (ex?) stazione sciistica e località di villeggiatura, dove ora risiedono soprattutto (pochi) anziani. Tre sono le realtà ancora vive: l’Aurora, gli impianti di risalita che cercano di integrare con la MTB da discesa e un coraggioso allevatore di bovini da latte, che resiste per passione e attaccamento al suo territorio.

Un territorio fatto di tanti boschi di faggio che, solo sui crinali, presenta ancora fasce di pascolo. Più in basso invece è una lotta impari contro l’avanzata di cespugli e alberi. In cresta e qua e là nei boschi restano i segni di infiniti recinti fissi realizzati in passato. Matteo mi racconta dei suoi cavalli merens, allevati al pascolo in questo territorio… Ma anche quell’avventura ha dovuto praticamente concludersi per motivi economici.

Sull’altro versante, tra cespugli e chiazze di pascoli, scorgo delle vacche piemontesi. Il mondo degli allevatori è piccolo e così immagino di chi possano essere. Scoprirò più tardi di aver indovinato. Così come intuisco giusto quando mi parlano di un nuovo allevatore che il prossimo anno affitterà altri territori di alpeggio. Ahimè… anche da queste parti sembra che arrivino quei personaggi che si stanno accaparrando ettari ed ettari di territori in montagna per poter aver accesso ai famigerati contributi.

Che futuro avranno queste montagne così diverse dalle Alpi? Avanzerà il bosco fino a ricoprirle interamente? Riusciranno Matteo e altri come lui a portare avanti i loro sogni/progetti, anche insieme ad altri che hanno il coraggio di mettersi in gioco e tornare ad abitare in posti del genere? Oppure verranno sconfitti e lasceranno il territorio a quei lupi che, in passato, sono arrivati ad attaccare il piccolo gregge nel cortile della fattoria?

Dopo un lungo viaggio seguendo strade secondarie totalmente prive di traffico, incontrando rari nuclei abitati, molti molti boschi, prati sfalciati, campi e vaste aree apparentemente abbandonate, eccomi ad Albareto (PR), sotto ad un cielo plumbeo che promette pioggia. Animali al pascolo non ne ho visti, ma qui di prati sembrano essercene parecchi. Saranno Paola e Martino a raccontarmi cosa succede da queste parti.

La loro azienda è una delle poche, pochissime della valle. Dicono che qui di giovani non ce ne sono e l’allevamento è rappresentato da alcune aziende di vacche da latte. “Quando però è venuto a mancare uno di questi allevatori, i figli si sono affrettati a vendere tutto e andarsene.” Loro hanno cavalli (di proprietà e in pensione), pecore, capre e un paio di vacche. Immaginano che il Piemonte sia un’isola felice, guardando in queste pagine e su facebook le immagini delle aziende, del pascolo, delle fiere zootecniche. Anche loro lottano per resistere. Martino è del Trentino, Paola di Reggio Emilia, hanno una bimba piccola, vogliono aumentare il numero di capre, fare un corso di caseificazione… Insomma, crescere come azienda, anche se attualmente sono soprattutto i cavalli in pensione a dare un reddito. Temono il lupo, che ha già attaccato il loro gregge: “Hanno messo le fototrappole, c’è un branco che passa proprio qui…“.

E di lupi continueremo a parlare per tutta la sera. Infatti ci trasferiamo oltre la cresta boscosa, arrivando in Toscana, a Zeri, il paese della famosa razza di pecore. Una realtà ancora più particolare di tutte quelle viste fin qui. Sulle donne di Zeri è stato anche girato un film

Eccone un estratto. Per saperne di più sulla pecora e sull’agnello di Zeri, basta cercare in rete. Qui avevamo già parlato di una di queste donne, Valentina, purtroppo relativamente ad un grave attacco da parte dei lupi agli animali della sua azienda. Valentina la incontro davvero, prima tra le viuzze di Zeri, mentre va a mungere le sue pecore e recuperarne altre tra i recinti che delimitano i pascoli. Poi, più tardi, a cena in una piacevole piccola trattoria dove chiacchieriamo fino a tardi gustando piatti e prodotti tipici, incluso (ovviamente) l’agnello.

Ma prima ancora Martino, maniscalco, si occupa dei cavalli di Valentina. Ascoltare gli interminabili racconti narrati con veemente passione da questa giovane pastora (classe 1980) è affascinante. Sentirla parlare del suo attaccamento a questa rude e povera terra che offre poco altro oltre al pascolo per le pecore… Racconta di quando andava in stalla da bambina con i nonni, di come tutti un tempo avessero le pecore e queste pascolavano libere e indisturbate. Ma oggi il lupo minaccia davvero di cancellare questa micro-economia che ancora mantiene vivo un territorio così dimenticato, così lontano da tutto e da tutti. Per chi volesse scoprire Zeri, le sue pecore e i suoi abitanti, tra poco ci sarà la fiera dell’agnello (14-15 giugno 2014).

…sono tornata da questo viaggio con una preoccupazione… Una sensazione di essere sull’orlo del precipizio insieme a tutti questi amici che praticano un allevamento che non è nemmeno più di sussistenza, ma una vera e propria forma di resistenza, tra spese, burocrazia, amministrazioni miopi, lupi a due e quattro gambe…

La muntagnina dei 3000

Regalarsi un attimo di respiro e andare a trovare un’amica virtuale. Questo strano mondo dove tutto accade in rete… anche conoscere una montanara vera che, dalla sua casetta battuta dal vento, scrive, commenta, pubblica foto che ci mostrano i suoi animali, la sua vita, i suoi dipinti.

Lassù da lei l’inverno se ne sta appena andando. Davanti a casa c’è ancora neve, mentre dietro, tra l’erba secca schiacciata a terra, il sole e il caldo degli ultimi giorni hanno fatto sbucare i crocus. Ma di neve quest’inverno ne è caduta davvero tanta, sommando tutte le singole precipitazioni. Nel vallone dove lei sale in alpeggio infatti è ancora tutto bianco.

Il versante opposto, sopra al centro di Balme (siamo nelle Valli di Lanzo, TO), invece ha già un aspetto più primaverile, con i primi prati verdi, dove scendono a pascolare gli stambecchi. E i racconti di Polly parlano non solo dei suoi animali, quelli che adesso sono in stalla, oppure a razzolare nel cortile o ancora a fare le fusa sul letto… Ci sono allocchi salvati e nutriti, stambecchi ammalati, camosci, civette curiose…

Polly non è sola, ci sono tutti i suoi animaletti, gli amici che passano, i “vicini” di casa in quel paese che, d’inverno, conta meno di 100 persone, ma che viene poi invaso dai turisti e villeggianti d’estate, quando lei sale via via sui vari alpeggi con le vacche, le capre e l’asino. Però lei vive tutto l’anno in montagna e ciò fa di lei un “tipo strano” per chi arriva dalla pianura. “Lei è una muntagnina dei tremila…“, l’aveva apostrofata un turista. Quando c’è troppa gente, si rimpiange quasi la solitudine. C’è chi ti ruba le lose dal tetto della baita per cuocervi la carne e chi ti vuole denunciare perchè sali facendo portare un carico all’asino (viveri e pane per i cani), chi parcheggia sui prati e poi vuole soldi perchè le vacche hanno rotto lo specchietto.

Lei dice di esser comunque sempre stata un “tipo strano”. “Nella vita ho fatto un po’ tutto quello che volevo fare…” e certi atteggiamenti, il suo modo di essere, venivano giudicati anche dai compaesani. Ma Polly ha persino ricoperto cariche nell’amministrazione comunale (“…siamo quattro gatti, bastano tre voti e vieni eletto!“) e nelle associazioni locali.

Racconta di come un tempo si riuscisse a vivere facendo questo mestiere. “D’estate salivi all’alpe con le bestie in affitto, mungevi, facevi le tome e quello che ti davano per le bestie serviva per mantenere le tue d’inverno. E qui l’inverno comunque è sempre lungo… Però riuscivi a mettere qualcosa da parte, avere dei soldi per sistemare le baite, pagare le bollette, tutto. Oggi fatichi a sopravvivere.

Chi lo direbbe che una muntagnina dei 3000, classe 1955, quando non è in alpe e quando non ha lavori da fare con i suoi animali, si collega on line e parla con il mondo via Facebook? “Tre anni fa mi hanno portato un computer, i miei amici me l’hanno assemblato, poco per volta ho imparato…“. E adesso ha anche al seguito sempre la macchina fotografica digitale, per cogliere istanti di ciò che la circonda e condividerli con tutti noi che siamo sparsi qua e là per le valli, la pianura. La sua risata è contagiosa, la sua energia trascinante. Eppure la vita le ha già dato tante batoste, ma lei sembra non arrendersi mai e scherza persino raccontando dell’operazione all’anca.

Tanta passione per gli animali, rabbia contro questo mondo “al contrario”, dove la gente non capisce più da dove derivi ciò che mette nel piatto. Parla dei figli, dei due nipoti che appena possono corrono dalla zia per aiutarla nei lavori. “Hanno l’idea di andare avanti con questo mestiere, i gemelli. Fanno l’agrario a Pianezza.” Fin quando ci saranno persone come Polly, la montagna sarà viva e vitale: l’importante è che ci siano sempre eredi pronti ad affiancare e assorbire la conoscenza e la passione di questi veri montanari.

La delusione dei giovani

La mia presenza qui diminuisce proporzionalmente con l’impegno legato alla pastorizia “sul campo”. Vale per tutti quelli che praticano il mestiere dell’agricoltore o dell’allevatore. Ciò nonostante, la maggior parte dei giovani (e non solo) di oggi cerca di ritagliarsi un po’ di tempo per “condividere” con il resto del mondo sui social network pensieri, preoccupazioni, immagini. Ci si sente meno soli, meno incompresi.

(foto M.Colombero)

Riporto qui la lunga e amara riflessione di Michele, margaro cuneese. Non uno di quelli che si piangono addosso e non vedono oltre i confini della propria stalla, ma un ragazzo che vive la sua passione riuscendo anche a trovare del tempo per concedersi qualche spazio per il divertimento e lo sport. “Grazie… grazie all’arpea, all’agea o forse grazie alla Coldiretti o ancora di più a Roma e alla finanza… la mia lista di ringraziamenti potrebbe risultare lunga e strana per chi non comprende, ma credo che ognuno di questi enti citati abbiano bisogno di essere ringraziati, per l’impegno profuso che stanno portando avanti x ucciderci!!
Pac, titoli, anomalie, blocchi, indagini, tare, retroattività e multe e chi più ne ha più ne metta!! …queste sono le uniche cose che da 7 anni rimbombano nella mia testa… 7 anni che sento parlare di questo e basta.
Mai ho sentito pronunciare la parola “valorizzare”, sarà così complicata?! Nessuno li ha chiesti i contributi europei e visto che ormai, più che un’integrazione al reddito o un aiuto all’agricoltura, sono diventati redditi veri e propri, solo x alcuni speculatori come logicamente solo in Italia poteva avvenire… allora perché non li togliamo? Perché non iniziamo a parlare della vita che realmente ogni santissimo giorno svolgiamo? Perché non valorizziamo il lavoro e tutto ciò che comprende esso al suo interno?Perché non analizziamo azienda x azienda e capiamo davvero chi e cosa stiamo portando avanti a livello di tradizione coltura e dedizione al lavoro!? Perché non capite quanto sia difficile al giorno d’oggi (x spontanea scelta x carità) svolgere una vita di infinite rinunce e sacrifici che il mio stile di vita comporta? Quanto sia diventato praticamente impossibile far coesistere questo nuovo e moderno sistema al mio vecchio e tradizionale lavoro (x colpa vostra)!! Perché io che sto dando tutto, che sto cercando di non mollare, che sto cercando di condurre la vita che ho sempre sognato vengo spinto in un imbuto che porta al nulla? E tantissimi davanti e dietro di me spinti al medesimo destino?
Sono stanco perché chiedo solamente di poter lavorare e non di fare una guerra continua e quotidiana x poter stare in piedi! Sono stanco perché in fin dei conti viviamo tutti una volta sola, per quello che sappiamo, e non merito e non accetto di dover fare una vita così, senza più prospettive future senza soddisfazioni ne raggi di sole!! E mangiare merda di continuo, e non perché non so fare il mio lavoro, ma semplicemente perché chi ci gestisce pensa che siamo una categoria di ignoranti, che si accontenta di una bottiglia di vino e di una campana nuova!!! Non lo merito io che sto entrando in punta di piedi, ma soprattutto non lo merita mio padre, mio nonno o chi prima di lui ha condotto una vita fondata sul lavoro sui sacrifici, x poi essere dimenticati in questo modo.
Il nostro lavoro è la nostra passione, perché se così non fosse non ci saremmo più… ma di sola passione non è immaginabile né concesso vivere…
Guardare il cielo e sperare che tutto cambi è l’unica cosa rimasta, ma non può bastare.

(foto M.Colombero)

Non servono tanti commenti, Michele ha già detto tutto. Volevo però ancora riportare alcuni altri messaggi e commenti letti e ricevuti sempre su facebook. Perchè la testimonianza del giovane margaro viene dall’interno di questo mondo. Chi invece lo vede dal di fuori ha tanti sogni e quasi si offende quando cerchi non di scoraggiare il suo entusiasmo, ma semplicemente gli mostri la realtà.

Ancora una testimonianza. Scrive C., titolare di una “piccola” azienda agricola: “Ebbene sì… si lavora per nulla ormai e quasi che devi ringraziare ancora che ti ritirano le bestie… ma svendere dopo il lavoro grande che c’è dietro a ogni bestia è veramente vergognoso… agnelli a 3 euro..uno mi ha detto addirittura detto che c’è un macellatore che li ritira a 1 o 2 euro al kg… con 5 cani che ho ne macello uno alla settimana per loro..spendo meno che comprare crocchette!!!!
quel che mi domando sempre io… ma com’è che ci son certe categorie che son chiamati i “travaj borgnu” e lì paghi e bon parei?????
Ho in andi una pratica noiosa e pesante da un avvocato,con giudice,con perito e notaio me ne son fatta per 5000 euro… per quella cifra devo vendere tutto il mio trup di pecore o ingrassare 5 vitelli per un anno e mezzo per vedere tutti ‘sti soldi…

C’è invece M., che vorrebbe intraprendere questa la strada dell’allevamento/azienda agricola: “Mi sono informato su come potere avere dei finanziamenti x prendere degli animali: code  negli uffici a parte, ma la burocrazia ti distrugge non hai sbocchi concreti.” Moltissimi continuano a scrivere e me e ad altre pagine/siti per cercare lavoro in alpeggio o in azienda agricola, ma si lamentano per la poca offerta o per il fatto che si richieda “esperienza nel settore”. Anche qui delusione da parte di chi dice di aver voglia di fare, ma non viene nemmeno messo alla prova. Anche se ho già scritto altre volte a riguardo, mi riprometto di parlarne ancora appena avrò tempo. Come vedete, non è facile fare il pastore e, con le difficoltà attuali, molte volte non puoi più nemmeno permetterti di pagare un aiutante, anche quando ne avresti bisogno.

Lo stipendio del pastore

Molto rapidamente, alcune riflessioni scaturite da chiacchierate on-line. La rete è utile per condividere, per scambiare opinioni e conoscenze, per contattare o venir contattati in modo immediato da persone che mai, specialmente nell’isolamento che il mestiere dell’allevatore può generare, si sarebbero conosciute e/o incontrate. Però succede anche che, in modo immediato, sei “sulla piazza”, cosa che magari con questo lavoro generalmente non accadrebbe. Quando ti trovi nelle manifestazioni come fiere o feste dedicate all’allevamento e alla pastorizia, hai a che fare con persone che sanno, capiscono, condividono se non l’interesse, almeno la passione. Anche ai convegni il più delle volte succede così, a meno che appositamente si siano create le condizioni per un dibattito con oratori dalle opinioni discordanti. In rete, liberamente, ciascuno dice la sua e vieni immediatamente a sapere cosa pensa la gente del “fare il pastore”.

I temi da trattare sarebbero infiniti, ma volevo ragionare con voi nello specifico sullo “stipendio del pastore”. In questi giorni di crisi, quanti, quanti mi scrivono o chiedendo informazioni o per mettere un annuncio sull’apposita pagina. Cercano lavoro e sperano che io possa aiutarli, ma non saprei, tranne casi eccezionali in cui io venga contattata da qualche azienda, dove indirizzarli. Quindi l’unica cosa è mettere un annuncio e sperare di essere chiamati. Molte aziende consultano il sito, quindi magari… Solo che ovviamente cercano persone con esperienza e, per il momento, qui un corso da pastore non esiste ancora. Non se ne abbia a male l’amico che mi ha scritto in questi giorni, che per l’appunto è stato uno degli stimoli per scrivere. Riporto con alcuni tagli la sua lettera: “sul sito svizzero cercano alpigiani con in cambio vitto e alloggio….io cercavo un’azienda che pagasse alla tariffa corrente e corretta per un alpigiano! in italia avrei gia’ trovato ma pagano poco e niente. si parla di 1000 euro,che per il lavoro e le ore che si fanno non sono veramente niente per un totale di ore di lavoro stimate in 13/14!”

Questo è un lavoro così, se si pensa di farlo guardando le ore e facendo le proporzioni con il reddito, spesso è lo stesso titolare dell’azienda che potrebbe andare a fare altro… Sarà un caso l’esempio di un pastore locale che la scorsa estate ha affidato il proprio gregge ad un aiutante e lui invece è andato a fare la stagione per l’appunto in Svizzera? Ne abbiamo già parlato, è vero che non è giusto “farlo solo per passione”, ma gli investimenti da fare per provare a trasformare l’azienda spesso sono troppo grandi, troppo radicali da volerli affrontare adesso “con l’aria che tira”. Giusto o sbagliato che sia, non sta a me giudicare. Però se qualcuno pensa di andare a lavorare per un pastore e punta a cifre maggiori dei 1000 euro indicati nella lettera di prima, sappia solo che molti pastori non riescono ad avere un reddito mensile netto pari a quella cifra. Quindi… E si aggiunga poi che generalmente l’operaio/aiutante del pastore non ha spese extra, perchè vitto e alloggio sono condivisi con il datore di lavoro. Quindi per i mesi di lavoro quella cifra è “pulita”!

Andiamo oltre i romanticismi. Lo fai perchè hai la passione, lo fai perchè ti piace, lo fai perchè hai sempre fatto quello e non sai/puoi/vuoi andare a fare altro. Ma anche chi ha interesse nell’andare a lavorare per un pastore, deve avere la stessa passione e lo stesso spirito, perchè se pensa di trovare un lavoro dove guarda le ore di lavoro e il reddito mensile, parte con il piede sbagliato. Certo, non deve essere sfruttamento, le condizioni di vita devono essere per lo meno pari a quelle del datore di lavoro. Ma non puoi pretendere la doccia calda in alpe quando non c’è nemmeno il gabinetto… Sarebbe scorretto avere certe comodità e non darle in uso a chi ti aiuta, ma quando tempo fa qualcuno mi aveva scritto dicendo che cercava un alpeggio con energia elettrica, televisione, camera privata e non ricordo cos’altro, non avevo potuto fare a meno di sorridere.

Dite anche voi la vostra. Ditelo ragionando su tutto quello che, negli anni, avete letto in queste pagine. Parliamo di pastori, e non di allevatori che “tengono le bestie per i contributi”. Sorrido anche quando ricevo lettere e messaggi di persone che pensano di andare a vivere in montagna, prendere un po’ di capre e vivere di quello. Senza considerare che anche i pascoli apparentemente abbandonati hanno un padrone, senza avere quasi idea che d’inverno ci sia da nutrirle a fieno. Senza considerare costi, spese, obblighi burocratici… Perchè solo vedendolo dal di fuori, quello dell’allevatore è un mestiere idilliaco e senza tempo. Provate, provate per credere. In montagna, anche se il clima ultimamente è un po’ matto, fa comunque freddo e allora vi troverete ad avere a che fare con il ghiaccio, la neve, e tutti i più semplici lavori si complicheranno, anche se voi in montagna d’inverno ci siete sempre andati per fare le escursioni o le discese con gli sci. Non esiste un lavoro più semplice o più redditizio degli altri, per ciascuno c’è da esserci portati, con la differenza che facendo l’allevatore, una volta preso il via, tutti i giorni bisogna occuparsi degli animali, non si possono chiedere le ferie, la mutua o nemmeno prendersi una mattinata libera. Pensateci…

Di generazione in generazione

Ricevo via e-mail un graditissimo “regalo” di Natale. L’amico Adolfo Malacarne, autore di un bellissimo libro fotografico sulla pastorizia nomade nel Nord Est, mi aveva accennato di essersi appassionato all’argomento dei giovani allevatori… Così è tornato da molti dei pastori che già aveva immortalato, per incontrarne i figli. “Ti allego una cartella con una decina di foto con brevi profili di giovani pastori del Triveneto. Una bella realtà che fa ben sperare, pur fra mille difficoltà, nella continuazione della pastorizia transumante in Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli. Sono quasi tutti figli o nipoti di pastori: Massimo Paoli; Valentina Fedele; Emanuele Dal Molin; Mario Perozzo; Claudio,Andrea e Luca Fronza; Christian Vanzo; Fabio Zwerger.  Mancano all’elenco altri 4 giovani pastori (del Trentino e del Friuli)  che quest’anno non ho fatto in tempo a raggiungere; sarà per il prossimo anno.

(foto A.Malacarne)

Cristian Vanzo, 19 anni, di Masi di Cavalese, Val di Fiemme, ha sangue pastorale nelle vene essendo nipote dei pastori Tullio e Toni Baldessari “Diga” di Bellamonte (TN). Da circa 3 anni lavora con Ruggero Divan, “il re del Lusia” o “il gigante buono delle pecore”, una scuola indubbiamente valida e sicura che farà di Cristian un grande pastore. Nella foto lo vediamo alla testa del gregge durante la transumanza primaverile da Passo Rolle al Baito Zocchi.

(foto A.Malacarne)

Emanuele Dal Molin, 19 anni, di Lentiai in Valbelluna. Assieme ai suoi  2 fratelli Guglielmo e Franco, è discendente da una grande dinastia di pastori dell’Altopiano di Asiago. Nato e cresciuto con le greggi famigliari, fino allo scorso anno Emanuele era aiutato dal padre Giancarlo, ma una volta raggiunta la maggiore età non ha esitato, forte di tanta esperienza e di grande passione, a intraprendere da solo l’attività pastorale con le transumanze fra i monti dell’Alto Agordino e le pianure del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Nella foto lo vediamo sui pascoli del Passo Fedaia, in alto Agordino (BL). 

(foto A.Malacarne)

Fabio Zwerger, 20 anni, di Tesero in Val di Fiemme (TN). Ha già “alle spalle” esperienze di lavoro in malga e di aiutante pastore con Angelo Paterno, uno dei pastori storici del Triveneto. Da circa 1 anno ha unito le sue pecore a quelle dell’allevatore Fabio Dellagiacoma di Predazzo ed  ora è in grado di condurre il gregge da solo, in estate sui pascoli sopra malga Bocche al cospetto delle maestose Pale di San Martino come si vede in foto.

(foto A.Malacarne)

Ecco tre giovani pastori della Valsugana (TN). Sono Claudio, Luca e  Andrea Fronza rispettivamente di 22, 21 e 19 anni. Sono figli del pastore Renato Fronza di Roncegno, che ormai ha lasciato la conduzione del gregge a queste tre giovani promesse della pastorizia del Triveneto. Sono ormai quasi del tutto autonomi avendo già avuto esperienze dirette con il gregge e con la malga dei genitori, i quali ancora aiutano i figli durante le varie transumanze. Nella foto:  sosta in Valsugana durante la scorsa transumanza primaverile.

(foto A.Malacarne)

Mario e Battista Perozzo, rispettivamente di 19 e 16 anni, sono figli dello storico pastore della Valsugana Iginio Perozzo di Castelnuovo (TN). Mario è da due anni alla guida del gregge, soretto dall’aiuto del fratello Battista, studente all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, e dall’appoggio e dai consigli del padre. Nella foto i due fratelli assieme all’aiuto pastore rumeno Christian sui pascoli del monte Grappa.

(foto A.Malacarne)

Massimo Paoli, 30 anni, è figlio del pastore Luciano di Roveda in Valle dei Mocheni (TN). Da sempre valido e insostituibile aiuto del padre ormai prossimo alla pensione (anche se un pastore non andrà mai in pensione….) Massimo ha ormai l’esperienza e le capacità di fare il pastore in proprio. Nella foto lo vediamo fra i vigneti del Prosecco, vicino a Conegliano Veneto.

Valentina, 19 anni, è la figlia del pastore Silvano Fedele di Carzano in Valsugana (TN). E’ una giovanissima (e bella) pastora, un vero portento, carica di entusiasmo, di vitalità ed energia. Vederla all’opera con sicurezza e competenza in mezzo al gregge o durante le lunghe transumanze è uno spettacolo unico, una preziosa rarità. Nella foto la vediamo assieme al padre Silvano lo scorso novembre a Seren del Grappa (BL). Valentina ha anche due fratelli: Martino e Francesco. Martino, 17 anni, studente all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige è anche lui appassionato alle pecore e ormai aspirante pastore.

Ancora un grazie ad Adolfo e… bhè, sembra proprio che il pascolo vagante, pur tra le difficoltà, non sia un mestiere che vada alla fine!