Bisognerebbe chiedere i danni

Ho smesso di guardare il cosiddetto “TG satirico”, Striscia la Notizia. L’altra sera però, girando tra i canali, mi sono casualmente imbattuta nel solito Edoardo Stoppa che faceva visita ad un allevatore in Ossola (VB). Si sa, quando sono posti che conosci, ti soffermi maggiormente. E così ho guardato l’intero servizio, che potete rivedere anche voi. Anche solo così, ad occhio, c’erano molte cose che stonavano e contrastavano con le parole del “giornalista”. Ma questo lo può dire chi è del mestiere o che, bene o male, se ne intende. Ovviamente il pubblico generico si beve le parole di Stoppa e si indigna. Per gli animali “maltrattati”, per il latte nei secchi della vernice, per l’impossibilità di bere, ecc ecc ecc. Ma come stanno invece le cose?

Nei giorni successivi di articoli ne sono usciti tanti. L’indignazione è stata della gente dell’Ossola, degli allevatori di tutta Italia, ma anche delle istituzioni. Innanzitutto, gli animali non erano affatto maltrattati. Godono di ottima salute, hanno acqua da bere a volontà, stanno in stalla solo nella stagione invernale, altrimenti pascolano fuori e poi vanno in alpeggio. Leggete la difesa dell’allevatore uscita su “La Stampa”. «Con la vendita del formaggio riusciamo a malapena a coprire le spese, portiamo avanti il lavoro avviato anni fa dai nostri genitori con fatica, orari pesanti e, sebbene le nostre strutture non siano perfette, abbiamo bestie sane che trascorrono otto mesi libere in alpeggio e solo quattro in stalla». È lo sfogo di Mario Borri, allevatore di Domodossola. «Innanzitutto la persona intervistata è mio fratello che lavora in cava e offre il suo aiuto solo nel tempo libero; inoltre alcune parti del servizio in cui ci siamo difesi sono state tagliate – dice Borri -. Ciò non toglie che la nostra azienda abbia qualche dettaglio da migliorare, ma le difficoltà sono tante. Esiste una legge nel nostro Comune che permette di costruire il capannone per il fieno, ma non la stalla, perciò è difficile spostarci, quasi impossibile di conseguenza ottenere finanziamenti se manca il terreno su cui costruire. Le nostre stalle sono state fabbricate tanti anni fa e successivamente la zona è diventata residenziale, abbiamo le mani legate anche per vincoli idrogeologici e centro storico».  Vecchia storia già sentita!

Le strutture non sono recenti, ma come mai una volta in montagna le stalle erano così? Adesso ci entusiasmiamo vedendo una vecchia stalla con tipologie architettoniche di pregio come questa (in Val Troncea, TO), poi ci indigniamo nel caso in cui vi siano vacche all’interno? Muri spessi, per non patire il freddo dell’inverno di montagna. Le vacche lì non le vogliamo vedere, ma magari sogniamo di riadattarle e farci una tavernetta dove incontrarci la sera con gli amici… Qui uno sfogo dell’allevatore ad un giornale locale.

Anche l’Asl ha preso le difese dell’allevatore. Ce ne sono tante di vecchie stalle ancora utilizzate in montagna, ma non è questo a definire un cattivo allevatore e delle cattive condizioni di vita per gli animali. “…Non ci siamo però sentiti di agire in modo deciso con il pugno di ferro perché, né per i consumatori né per gli animali, ci sono le condizioni che farebbero pensare a una situazione gravissima. Certamente siamo coscienti del fatto che ci siano dei margini di miglioramento ed è per questo che avevamo già intavolato un dialogo con l’allevatore che, nonostante le difficoltà in cui verte, si è detto disponibile a intervenire”. Edoardo Stoppa ha inoltre dichiarato nel servizio che le bestie “stanno al buio 24 ore su 24 per mesi e mesi”, ma l’Asl dichiara che “dalla primavera all’autunno gli animali sono condotti in un alpeggio sopra Bognanco dove vivono in libertà. Lo abbiamo visitato anche noi”. L’Asl aggiunge anche che “il comparto allevatoriale è sempre stato sviluppato nel nostro territorio e noi ci impegniamo costantemente al monitoraggio dei numerosissimi piccoli allevamenti della zona. Addirittura il numero di questi è aumentato nel corso degli ultimi anni da quando i giovani, con sacrifici e rinunce, hanno deciso di proseguire l’attività iniziata dai padri o nonni. La realtà è peraltro fatta di molteplici sfaccettature e bisogna essere in grado di valutare in modo razionale le situazioni”“. Un servizio costruito facendo vedere e sentire solo quello che voleva il “giornalista”. Una vera vergogna!!!!! Non che non esistano veri casi da denuncia, ma… sono le istituzioni a dover intervenire.

Le “animaliste” che hanno creato il caso non demordono e, nonostante tutto, continuano a sostenere le loro ragioni, negando anche l’evidenza. Molte vecchie baite di montagna vanno all’abbandono e c’è chi si indigna pure per questo, chiedendosi come mai e magari sognando di tornare ad abitarle. Vedete? Anche questo caso è significativo per aiutare a comprendere come non si possa più fare. Non tanto magari per le persone, ma perchè passa un’animalista e si preoccupa per come vivono i vostri animali nelle vecchie stalle. Delle vostre difficoltà di allevatori/montanari, dei vostri problemi con la burocrazia e con i conti da far quadrare non se ne interessa nessuno. E’ più importante la porta arrugginita dietro le quali ruminano, ben pasciute e al caldo, le vostre vacche.

Se uno deve iniziare da zero

Vagando qua e là, ne approfitto per far sosta da amici fino ad ora soltanto virtuali. E’ più bello chiacchierare via computer con persone che hai conosciuto anche dal vivo! Inoltre, ritengo che sia molto importante visitare aziende, anche molto diverse tra loro, per poter poi parlare con cognizione di causa.

Da Lino e Rosalba incontriamo un’azienda a conduzione famigliare collocata in bassa valle. Siamo in Ossola, a Pieve Vergonte. Val Toppa è un’azienda agricola che produce formaggi di capra. Recentemente è uscito anche un articolo su di loro, visto che Val Toppa è stata giudicata dal’associazione allevatori “migliore nell’allevamento di capre nelle provincie di Novara e Vco e la quinta classificata in Italia” per la razza Saanen. Certo, parliamo di capre specificamente da latte e non di una razza rustica di montagna, però… Però bisogna considerare che è bella la poesia e la filosofia, ma bisogna anche riuscire a vivere. E ormai, in questo mestiere, con tutte le leggi che ci sono, i vincoli, la burocrazia, le normative ecc ecc… le spese sono tante.

La stalla, fienile, ricovero macchinari, ecc… sono nella parte passa della casa, facente parte di un nucleo di edifici ai margini del paese. Il caseificio invece è stato realizzato ad hoc in una struttura prefabbricata. Locale di caseificazione, punto vendita, locale di refrigerazione del latte, cella, bagno (con doccia!!), anticamere varie per rispettare le normative… Rivestimento esterno in legno per non impattare troppo sul paesaggio… Distanze minime da rispettare (cosa non facile, in un villaggio di montagna, dove gli spazi sono tutti ristretti), piastrelle antiscivolo e fughe realizzate con apposito mastice antiacido (!!!!!) anche se lì si lavora latte e non sostanze chimiche. E poi tutte le attrezzature per fare formaggio in modo moderno e a norma di legge. Il costo di tutto questo? Diverse decine di migliaia di euro! Ma quanti formaggi bisogna vendere per ripagarsi tutto???

Lino fa anche un altro lavoro, ma poi si occupa della fienagione, degli animali, di parte delle vendite (partecipando ad alcuni mercati). Insomma, tempo libero non ce n’è mai e, a volte, si da anche una mano ad altri allevatori in zona, in caso di necessità. Rosalba è invece presente a tempo pieno in azienda, tra mungitura, caseificazione, cura degli animali e tutto ciò che c’è da fare quando si pratica un mestiere del genere. La loro scelta è stata quella di passare dalle vacche alle capre da una decina d’anni. Soddisfazione, certo, poi passione, ma le difficoltà sono tante e la burocrazia a volte spegne gli entusiasmi.

Se uno dovesse iniziare totalmente da zero… Ormai è quasi impossibile, con le spese che devi affrontare per essere in regola“, spiega Rosanna. Anche se questa non è una razza locale, anche se gli animali sono in stalla a mangiar fieno e non al pascolo, basta vederli per capire quanto sono ben curati. “Certo, devo dare loro anche dei cereali, delle integrazioni, perchè devo ottenere latte per fare formaggi e per vivere! Le spese sono tante…“. E le regole sono uguali per tutti, grande caseificio industriale e piccola azienda artigianale in montagna.

A proposito di regole. Si cerca di ridere per non piangere! Lino mi racconta come la sua azienda sia periodicamente soggetta a controlli di vario tipo da parte di questo o quel funzionario preposto alla verifica di documenti, parametri, ecc. “Un giorno sono venuti quelli del benessere animale. Hanno controllato tutto, poi hanno guardato i due maiali che tengo per ingrassare con il siero. Mi hanno chiesto quante volte al giorno li guardavo… Ho risposto che lo facevo ogni volta che passavo di lì! Comunque, pena una multa, ho dovuto comprare loro una palla antistress da mettere nel porcile. Sono poi tornati a controllare se c’era!” (E’ quella gialla!)

Ogni tanto qualcuno non ci crede, quando racconto queste cose. E’ più facile lasciarsi convincere dalle belle parole sul ritorno all’agricoltura, all’allevamento, alla montagna. Anche l’attività agricola e/o zootecnica sono comunque delle imprese, quindi sono necessari investimenti non da poco. A chi mi scrive dicendo di essere disoccupato e di voler cambiar vita facendo l’allevatore in montagna rispondo raccontando queste storie. Non sono un’economista, ma per far sì che l’attività sia redditizia e non un hobby, oggigiorno servono cifre considerevoli. Poi serve una palla antistress per permettere agli umani di sopravvivere a certe stranezze della burocrazia!!!!

Tutto ciò che sta intorno alla tosatura

Arriva la stagione e… inizia il solito valzer della tosatura. Come e quando tosare? Guardare la luna, guardare i costi, guardare il meteo e dipendere dagli altri. Iniziamo però a dire che BISOGNA tosare le pecore. Più si va avanti, più c’è progresso e più la gente ammattisce. Non che non lo sapessi, ma preparando questo post ho voluto vedere un po’ cosa si dice in giro della tosatura… C’è chi fa di tutto per recuperare e valorizzare la lana e chi addirittura consiglia di utilizzare le fibre sintetiche perchè tosare sarebbe maltrattamento.

Prendiamo fiato e vediamo un po’ quel che si dice in giro. Quando inizia a fare caldo, in primavera, i pastori tosano le pecore. O meglio, così fanno quelli che le pecore le tengono al pascolo tutto l’anno. Chi invece le chiude in stalla, solitamente le tosa nel cuore dell’inverno, magari a gennaio o febbraio, di modo che abbiano la loro lanetta quando usciranno a mangiar erba e che non abbiano troppa lana quando sono dentro. Le temperature, nelle stalle con un numero giusto di animali, anche in pieno inverno infatti sono gradevoli se non calde!

Se le pecore non venissero tosate, starebbero male. Il caldo, certo, ma poi parassiti, infezioni della pelle, rami e rovi che si impigliano… Sporcizia che favorisce lo svilupparsi di infezioni. Guardate il posteriore di questa pecora non tosata dopo il parto. Ogni tanto capitano delle diarree e lo sporco resta attaccato nella lana anche per lungo tempo, formando quelle che, nella pagella della qualità della lana consegnata a chi ce la ritira, sono state definite “caccole”. Queste possono anche essere pesanti e sicuramente fastidiose per l’animale, quando si sposta e sfregano contro le gambe.

Ormai non si tosa per reddito, tosare è un costo, ma lo fai proprio per il benessere dell’animale.  Così chi può magari se le tosa con l’aiuto di amici. Avendo tempo, attrezzatura e la capacità di farlo. Ma avendo anche il luogo adatto per riuscire a tosare e saziare il gregge nello stesso tempo. Una faticaccia, un impegno (ecco perchè non ho più aggiornato il blog ultimamente!) e pure un certo costo per i macchinari impiegati. Ma i pastori, tutti, comunque le pecore le tosano, una o due volte all’anno. Certi vaganti che scendono presto dall’alpe infatti tosano pure in autunno per evitare che, lungo i fiumi, negli incolti, troppi semi, rovi, spine restino aggrovigliati nel vello.

Chi il mondo della pastorizia non lo conosce, eppure lo giudica duramente, arriva a dire che tosare è maltrattamento. Leggete questo articolo e soprattutto i commenti dei lettori: c’è da rimanere ancora una volta allibiti nel sapere cosa pensa certa gente. Fermo restando che sono contraria al mulesing (qui in Italiano), una pratica in vigore in Australia e Nuova Zelanda su pecore merinos per ridurre le infezioni da parte delle larve di mosche (ma che consiste nello scuoiamento dell’area perianale), per tutto il resto… ma questa gente sa come si lavora in un allevamento in Italia o, più in generale, in Europa? Sul Sud America sono informati, ecco cosa scrivono: “La lana merino argentina è, ad esempio, condizionata dalle condizioni climatiche della Patagonia, con grandi differenze di temperatura tra estate e inverno e tra giorno e notte e con molto vento: è, quindi, una lana molto più arricciata di quella australiana, che protegge, appunto gli animali dalle intemperie. Per lo stesso motivo non ci sono mosconi e non c’è nemmeno la problematica del mulesing, anche se, anche in questo caso, quando gli ovini iniziano a produrre meno lana sono destinati al macello.

No alla lana e sì al sintetico! “Indossare lana significa, quindi, indossare violenza e morte. Ma indossare lana non è necessario. La lana può essere sostituita da tessuti, altrettanto caldi e morbidi, come il pile, il velluto, la microfibra, la ciniglia, il caldocotone, il cotone felpato, l’acrilico, la spugna di cotone; in particolare, nella trama del cotone invernale (caldocotone) si trovano microscopiche camere d’aria che isolano perfettamente dal freddo. Oltre ai materiali citati ve ne sono numerosi altri senza crudeltà, vegetali o sintetici, come, ad esempio, il lino, la viscosa, l’acrilico, la canapa, il fustagno, il goretex, il nylon, il poliestere, il thinsulate, il polarguard, il fibrefill e la cordura.” Meglio l’inquinamento, meglio le sostanze non naturali, i derivati dal petrolio… Pur di non avere a che fare con le sostanze animali, non considerano nemmeno le campagne sulla non sostenibilità del cotone. Ad ognuno la sua guerra… Io guardo le pecore al pascolo e dico che, per la loro forma di allevamento naturale, ciò che deriva da loro è più che mai sostenibile!

Tosare un piccolo gregge senza aiuti esterni può essere fattibile, ma quando superi i 2-300 animali le cose si complicano. Così, se arriva in zona una squadra di tosatori, alla fine ti affidi a loro. E inizia in balletto… Domani, no dopo-domani. Non hai mai certezze. C’è di mezzo il meteo, le attrezzature che a volte si inceppano, così si inizia a rimandare e tu non sai bene come fare sia per cercare gente che venga a dare una mano (c’è da tirare pecore, da insaccare lana), sia per essere nel “posto giusto”. Sei lì che aspetti di sapere e scopri che si rimanda ancora…

Allora ti rimetti in cammino per trovare un altro posto adeguato per l’indomani, sperando che sia davvero la volta buona. Sposta il gregge, sposta il recinto già allestito… All’imprevidibilità del pascolo vagante, con la tosatura si aggiunge sempre quell’incertezza in più e non è facile gestire tutto. Magari hai già preparato da mangiare o ti domandi se alla fine sarà un pranzo “sul campo” o una cena, da offrire alla squadra e a chi ti aiuterà. Ammesso di trovare qualcuno, così all’improvviso, in settimana.

Un’altra variabile è quella del tempo. I tosatori dicono che la pioggia non li spaventa, ma lo scorso anno la lana praticamente non ci è stata pagata, avendo tosato ed imballato con la pioggia. Già normalmente non c’è da guadagnarci, ma almeno prendere quel qualcosina… Nuvole in cielo, aria umida, previsioni molto incerte.

Si pascola più che si può, l’indomani le pecore dovranno attendere, per riprendere a brucare a piacimento. Ma comunque il disagio della tosatura finisce qui, qualche ora di “digiuno”, a cui il pastore farà seguire un pascolamento prolungato fino a notte inoltrata per recuperare il tempo perso. La fatica della giornata richiederebbe un riposo anticipato per l’uomo, e invece, tanto le pecore i pastori le maltrattano, anche in questa occasione si sacrificano loro stessi per il benessere del gregge.

Alla fine ecco la squadra al lavoro. Solo questa foto, perchè poi non ho più avuto modo di prendere in mano la macchina, con tutto il lavoro di raccolta ed insaccamento della lana. Si è lavorato a ritmo serrato tutto il mattino, con le nuvole incombenti. Qualche goccia è poi caduta, ma solo a lavoro ultimato, per fortuna! Questa volta, dopo Francesi, Spagnoli, Neozelandesi, Polacchi e non so cos’altro, i tosatori erano Italiani, dalla provincia di Rieti. “Nostro padre e nostro nonno prima di lui venivano anche qui in Piemonte a tosare, fino al 1993… Noi adesso nel Nord Italia tosiamo soprattutto in Veneto.

E così ecco il gregge pronto per la primavera. Quando sarà ora di salire in montagna, sulle schiene ci sarà già quel dito di lana a proteggere gli animali dall’aria più fine e dal sole estivo. Tosatura è benessere anche perchè, appena liberate dal vello, ecco le pecore muoversi veloce, alimentarsi più avidamente (che fatica per i pastori star loro dietro, i primi giorni) e… sì, anche riprodursi! Non è uno scherzo, venite a vedere come aumenta l’attività dei montoni appena dopo la tosatura!

Per chi volesse leggere altri articoli con notizie tendenziose e errate (almeno per la nostra realtà) legate alla tosatura, eccone alcuni: La lana è vegan? Come vivere un inverno caldo e cruelty free: no alla lana. Cosa non va nella lana? (in quest’ultimo articolo almeno si raggiunge il meglio con queste affermazioni: “Le povere pecore di routine sono prese a calci, pugni e tagliate durante il processo di tosatura.“)

PS: La nostra lana va a finire qui e di conseguenza qui, Biella The Wool Company.

Star bene dentro o fuori?

Dopo l’inverno mite, ecco un inizio di primavera decisamente incerto. E pensare che, gli anni passati, solo adesso si iniziava a tirare il fiato, sapendo che d’ora in avanti non ci sarebbero più stati problemi di erba…

Quest’anno invece l’erba “è già vecchia”. Mette la spiga, gli animali non la brucano più tanto volentieri e “non puliscono bene” i prati. Però meglio così che non avere l’ansia di non sapere dove portare al pascolo il gregge! Clima mite, piante in fiore, sembrava proprio che la primavera iniziasse in anticipo e nel migliore dei modi.

Quando però ormai il calendario aveva appena superato il 21 marzo, ecco un’aria gelida, nuvole pesanti e cupe, vento, pioggia ed un improvviso scoppio di tuono. Un temporale in piena regola, con raffiche di acqua a cui, improvvisamente, si sostituisce la grandine. Lunghi, interminabili minuti di chicchi grossi anche come nocciole che si abbattevano sugli albicocchi in fiore, sui giardini, sui prati e sugli orti. Che cambiamento di panorama (e di temperatura) dopo!

C’è di nuovo bisogno del maglione, dopo. E si sospende l’idea di proseguire la tosatura, poichè adesso la lana non è più un fastidio, sul dorso delle pecore. Non è facile indovinare il giusto momento per quest’attività. La stagione è quella giusta, ma va a finire che, se tosi a marzo, poi piove. Se aspetti aprile, piove e fa freddo lo stesso…

Chi ha gradito gli accumuli di grandine (che in certi luoghi sono rimasti fino a due giorni dopo il temporale) è stata ad esempio Mirka. Con buona pace degli animalisti, di chi vede ad ogni costo il “maltrattamento degli animali”… Eccola che, in una giornata fredda e ventosa, scava ben bene nel mucchietto di ghiaccio e ci si corica con grande soddisfazione.

Marzo pazzerello, e così ecco anche il ritorno del sole, insieme all’aria frizzante e al cielo limpido. Ogni tanto c’è qualcuno che chiede se gli animali non patiscono, a star fuori. Ma possibile che il dentro-fuori sia l’unico parametro di benessere per l’uomo moderno? Un essere vivente che associa al “fuori” il malessere, il disagio. Chi cerca la vita all’aria aperta è uno “strano”, un alternativo. Così non ci rendiamo conto che gli animali, specie quelli autoctoni, sono fatti per vivere all’aperto nel clima del posto.

Così la gente ti chiede dove le porti, quando incontra il gregge lungo la strada. Ti guardano un po’ strano quando rispondi: “A pascolare!“, come se quella fosse l’ultima delle cose che pensava di sentire in qualità di destinazione. Ci sono dei momenti in cui mi sento un po’ un alieno a camminare alla testa di un gregge lungo una strada! E’ proprio vero che dovresti sempre stare il più lontano possibile dal resto del mondo, perchè nella nostra società sembra che si capisca sempre meno tutto ciò che riguarda la terra, l’agricoltura, l’allevamento.

Quando piove, sono “poverine” le pecore, non il pastore che le guida e magari salta persino il pranzo per far pascolare loro. Solo ieri un signore, affondando la mano nel vello, esclama: “Adesso ho capito perchè non patiscono sotto la pioggia o la neve!“.  Toccare per credere…

Viene voglia di non vedere più nessuno, di non dover far sempre le stesse parole. Ti stufi a dover spiegare le stesse cose giorno dopo giorno, specialmente quando vedi che la gente non vuole capire e se ne va con la sua idea in testa. Quelli che stanno “dentro”, ti dicono che è rilassante vedere fuori il tuo gregge al pascolo e ti invidiano. Tu a volte daresti non so cosa per fermarti un paio d’ore a riposare, perchè la pastorizia non è affatto rilassante, quando la pratichi e non solo quando la guardi.

Per non parlare poi di quando, per far sì che le pecore mangino abbastanza, decidi di spostarle ancora quando è ormai sera. Loro sono soddisfatte, tu concludi la tua giornata ancora più tardi, la sera. Le pecore stanno bene quando hanno mangiato a sazietà. Fuori brucano liberamente anche sotto la pioggia, dentro attendono che qualcuno venga a riempire la mangiatoia…

La mela guasta… alla fine fa marcire tutta la cassetta!

Mentre in Francia ci si prepara all’uscita di questo film sulla pastorizia, da noi le pecore in TV o sono macchie di colore, un po’ di folklore, qualcosa di bello da vedere in un’Italia rurale che forse non esiste nemmeno più… O sono da demonizzare. Più che loro, i pastori che le conducono.

A Striscia la Notizia l’altra sera è andato in onda un servizio sui pastori vaganti. Per denunciare alcuni fatti molto gravi, innanzitutto. Sono state infatti trovate pecore morte e alcuni agnelli gettati in un pozzetto. Non erano cadute, perchè erano state tolte le marche auricolari di identificazione… E qui termina la parte “giusta” del servizio. Perchè questo fatto è un’illegalità (le carcasse si smaltiscono attraverso un sistema adeguato), un pericolo per la salute pubblica, ecc. Ma poi il solito Stoppa è andato ad indagare a modo suo presso il gregge e l’accampamento dei pastori.

(foto L.Marcolongo)

Questi servizi, ormai lo sappiamo, presentano una realtà di cui sono soltanto loro a dare una spiegazione/interpretazione. Tutti i pastori ricoverano in un trailer, un rimorchietto, gli agnelli più piccoli. Può capitare che, tra questi, ve ne siano alcuni in condizioni di salute non ottimale per uno dei molteplici motivi che portano chiunque, uomo o animale, ad ammalarsi. Qualcuno dopo qualche giorno, curato opportunamente, si riprende. Qualcun altro invece non ce la fa, ma non è da demonizzare nessuno per questo no? Anche negli ospedali, nonostante le cure migliori, le persone muoiono… E l’agnello con la gamba “ingessata” con il nastro? Certo, il gesso sarebbe la cosa più idonea, ma mentre sei al pascolo non puoi metterti lì a scaldare l’acqua e preparare l’ingessatura, così ti arrangi come puoi sempre per il bene dell’animale. Garantisco che funziona benissimo anche il nastro (sotto si mettono dei legnetti e degli stracci a far da imbottitura).

(foto L.Marcolongo)

Nel servizio poi vengono intervistati gli aiutanti rumeni dell’allevatore (non presente con il gregge, viene raggiunto a casa, ma rifiuta di parlare). Questi si lamentano per le condizioni di vita e di lavoro, ma… Signori, è la pastorizia! E in Romania, a quanto posso vedere da immagine pubblicate su facebook da pastori rumeni che ancora vivono e lavorano nella loro terra, molte volte non c’è nemmeno la roulotte, ma solo il mantello di pelli di pecora. E ci sono anche molti pastori italiani che vivono così, come possiamo vedere dalle immagini mandateci dal Veneto dall’amico Leopoldo. Se fai il pastore nomade, non puoi aspettarti l’alloggio arredato, le otto ore di lavoro. Non lo scopri dopo, sai già prima che è così. Vorrei tanto che il sig. Stoppa venisse da noi in alpe… Vorrei sapere se si indignerebbe altrettanto nel sapere che un Comune ci affitta un alpeggio con una baita dove vivere civilmente è impossibile.

(foto L.Marcolongo)

I cattivi pastori rovinano l’immagine a tutti… Guardate però questo pastore ed i suoi aiutanti. Mi sembra che il rapporto sia paritario e ci sia armonia tra di loro. Condanno il pastore che maltratta i suoi garzoni, ma il più delle volte quando siamo alle prese con un vero pastore e non con “uno che ha le pecore e le fa portare in giro dagli operai” nel fango e nella polvere si è tutti allo stesso modo e la giornata è lunga lo stesso numero di ore.

Leopoldo ci scrive ancora una volta per mostrarci i pastori del Nord Est e raccontarci di storie di divieti, di multe, di litigi. A dire il vero però lui ci tiene soprattutto a mostrarci il lato positivo della pastorizia. Come l’incontro con questa famiglia di pastori e del loro gregge di 6-700 pecore. “Mi hanno anche offerto il caffè“, ci racconta.

(foto L.Marcolongo)

Non basta il sorriso che ci strappa questa immagine per dimenticare un’altra vicenda, quella di un gregge entrato abusivamente in un  fondo e successivamente “investito” dal trattore del proprietario. Versioni discordanti sulla dinamica dei fatti, ma comunque c’è da riflettere su di un evento simile. Solo l’esasperazione può portare a tanto, credo.

Una mia omonima mi manda un articolo che riguarda il suo compagno, pastore, vittima di un’aggressione. “Qua siamo solo in due gli altri sono spariti tutti… qui nessuno vuole più le pecore sporcano fanno rumore una cosa da pazzi… Si lamentano che non ci sono giovani che fanno questo lavoro e noi che vogliamo crescere i nostri bambini è un macello… li vedono in mezzo alle pecore e mandano gli assistenti sociali per maltrattamento…“. Per quanto riguarda “l’incidente”, il pastore sarebbe stato malmenato dal proprietario che “non voleva più vedere le pecore“. Avrà pagato per altri passati prima di lui che avevano arrecato danni oppure all’improvviso tutti hanno la puzza sotto il naso e lo sporco delle pecore sulle strade non lo vogliono più?

(foto L.Marcolongo)

Non conosco direttamente quelle realtà, ma grazie ai contributi che continuo a ricevere, ultimamente mi è capitato spesso di parlarne. Come dicevo anche qui, la ragione sta nel mezzo, quindi ci deve essere qualche fondamento a giustificare l’intolleranza verso i pastori e le pecore.

(foto L.Marcolongo)

Leopoldo ha nuovamente incontrato Fabio a Piazzola sul Brenta e l’ha invitato a cena a casa propria.

(foto L.Marcolongo)

Con lui c’era anche Luca: “… il suo aiutante della Valle dei Mocheni, mi ha detto che ha partecipato al film “La prima neve” di Andrea Segre, dove ha fatto una piccola parte giocando alla morra.

(foto L.Marcolongo)

Questo gregge, del pastore “Pacu” di Cavalese, è composto da un certo numero di pecore di razza Tingola, in via di estinzione, oggetto di un progetto di recupero da parte della Provincia di Trento.

(foto L.Marcolongo)

L’altro giorno mi è capitato di tenere una conferenza nell’ambito di un corso; parlavo di pastorizia in Piemonte, poi nello specifico di pastorizia nomade. terminata la “lezione”, dopo le domande pubbliche, alcuni ragazzi provenienti dal Trentino sono venuti a chiacchierare con me in privato. “Da noi con i pastori nomadi è una guerra. Se ne fregano dei tuoi pezzi. Noi anche abbiamo bestie, tagliamo l’erba, facciamo andare i campi, loro passano e spianano tutto. Hanno greggi grosse, fanno una vita di m. che io non farei, ma si fanno anche dei bei soldi. Tanto dove fanno mangiare le pecore non pagano mai niente! Per fortuna i giovani che stanno venendo su adesso sono un po’ meglio, hanno più rispetto. Ma c’è una generazione, quella intermedia sui 40-50 e più anni che invece… Qualcuno di loro ogni tanto vende tutte le pecore, poi ne prende altre…“.

(foto L.Marcolongo)

Credo quindi che il problema sia composto da vari fattori: nei centri abitati, vale di più l’opinione di chi ha la macchina pulita o di chi si lamenta perchè la capra ha brucato, passando, un bocciolo di rosa che sporgeva da una siepe. Ma nelle campagne effettivamente c’è un malessere dovuto alla mancanza di rispetto e a danni effettivi. Perchè anch’io mi arrabbierei se qualcuno entrasse in una mia proprietà, anche se incolta, anche se non mi fa nessun danno. Perchè chiedere costa sempre molto poco… A maggior ragione mi arrabbio se viene fatto un danno ad una coltura. Quindi le speranze per il pascolo vagante da quelle parti sono legate ad un radicale cambiamento nell’atteggiamento dei pastori. E’ lo stesso da queste parti: basta uno a non rispettare e in zona fioriscono divieti, tutti sono prevenuti contro le pecore in generale. Dove invece tutti rispettano e lavorano onestamente, di anno in anno continui ad arrivare con il tuo gregge, pascolare ed essere benvoluto.

Di corso in corso

Si avviano alla conclusione i corsi di aggiornamento per pastori che si sono tenuti in Val Pellice (TO) e Valle Stura di Demonte (CN). Vi sto partecipando in doppia veste di docente per alcune parti e allieva-uditrice per altre. Anche se il requisito base per partecipare come allievo era quello di essere titolare o coadiuvante di azienda agricola, quindi bene o male “essere del mestiere”, penso che nelle ore trascorse con i docenti ci sia stato modo di imparare e di confrontarsi.

Come “lezione pratica” si è scelto di dare spazio alla tosatura. Saper tosare può essere utile come “risparmio” per la propria azienda (puoi tosare i tuoi animali), ma anche come fonte integrativa di reddito per chi riesce ad organizzarsi. Con un numero non troppo elevato di capi, in un certo periodo dell’anno si può riuscire ad occuparsi di questa attività presso altri allevatori o hobbisti che non sanno come “liberare della lana” i propri animali.

Anche se, tra chi partecipava al corso, c’era già qualcuno che effettivamente sfrutta questa doppia possibilità, consigli e suggerimenti tecnici da parte di chi fa il tosatore da una vita sono sempre utili per migliorare.

Ho anche realizzato un piccolo video della dimostrazione di tosatura. Ma il corso non è stato solo questo: nozioni storico-culturali, per capire che il mestiere di pastore ha una sua dignità. Elementi di veterinaria, per capire come muoversi anche in autonomia, senza chiamare un professionista perchè molte volte non arriverebbe in tempo, specie se sei in montagna dove il telefono non prende.

Ma i corsi non sono finiti. Quello sulla pastorizia volge al termine, ma sta per iniziarne uno sulla caseificazione.

CORSO DI AGGIORNAMENTO PER IL SETTORE AGRICOLO CASEARIO
TITOLO: Produzione di formaggi in zona montana: tecniche di caseificazione e di sanificazione collegate al
risparmio energetico e idrico.
PARTECIPANTI: titolari, dipendenti o coadiuvanti aziende agricole casearie. (Min. 7 / Max. 15)
DURATA: 21 ore PERIODO: Marzo 2014
LUOGO: Sede C.M. Pinerolese – Via Roma 22 – Perosa Argentina e Az. Agr. Agù Chiaffredo – Via del Castello, 19
ATTESTATO: attestato valido per l’aggiornamento professionale.
COSTO: gratuito, finanziamento PSR 2007-2013
CALENDARIO:
Lun. 10 marzo Battaglini Luca Composizione del formaggio e relazione con il tipo di alimentazione
Ven. 14 marzo Ferrato Bruno Lavorazione di Formaggio semicotto
Ven. 21 marzo Ferrato Bruno Lavorazione di Formaggio erborinato
Mar. 25 marzo Poggi Mauro Igiene, consumi energetici ed idrici
Ven. 28 marzo Ferrato Bruno Visita az. agr. con caseifico “Isola” di Michelino Giordano – Vernante Fraz. Palanfrè
ISCRIZIONE:
Entro il 25 febbraio. E’ possibile compilare i documenti c/o: C.M. Pinerolese – Via Roma 22 – Perosa Argentina – chiedere del tecnico Conte Gian Piero nelle mattine del 17 e 19 marzo.
GAL Escartons e Valli Valdesi – Via Furhmann, 23- Villa Olanda – 10062 Luserna San Giovanni (TO) Tel. 0121/933708 orario di ufficio dalle 9.00 alle 13.00 oppure PER INFORMAZIONI e invio dei documenti on-line:
Agenform Consorzio – Istituto Lattiero-Caseario e delle Tecnologie Agroalimentari – Strada Boglio, s/n – 12033 – Moretta (CN) Tel/Fax 0172/93564 e-mail: tallone@agenform.it Tallone Guido 335-5687854

Spero che anche questo corso abbia successo come quello “per pastori“, con la differenza che di lezioni sulla caseificazione se ne sono già tenute molte e il settore è più recettivo e pronto a partecipare.

Ieri, a Cuneo, ho anche assistito ad una lezione molto chiara, diretta e sincera sul benessere animale. “E’ sbagliata la terminologia, bisognerebbe chiamarla corretta gestione, non benessere“. E dov’è che gli animali stanno meglio? “La pecora all’aperto è nel suo habitat, le migliori condizioni di vita le ha all’aperto tra i 3 ed i 12°C“, con buona pace degli animalisti che equiparano ogni animale ad un bambino e ritengono che le esigenze siano le medesime.

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Per finire, una segnalazione. Venerdì 21 marzo, ore 21:00, presso il Circolo Culturale Barbarià di Mentoulles (Fenestrelle – TO), vi sarà la presentazione del libro “Nel tempo dei lupi” di Giacomo Revelli, presente l’Autore.

E adesso ha scoperto le capre!

Come speravo, dalla Val d’Aosta hanno preteso che il “buon” Edoardo Stoppa tornasse da quelle parti e facesse un servizio “riparatore” sulla battaglia delle Reines. Continuano a chiamarlo “combattimento tra mucche”… Vacche non va bene? Non mi sembrano altrettanto puritani sull’utilizzo delle parole, in altre trasmissioni!!! Si chiamano vacche, mucche usatelo con i bambini fino a 4-5 anni!

Qui il video, per chi se lo fosse perso. Ovviamente, a fianco delle parole del Consigliere regionale Nogara, che dovrebbero riportare chiarezza e obiettività, fanno ben attenzione a scegliere immagini apparentemente cruente perchè decontestualizzate. Ma ormai sappiamo come fanno (dis)informazione in certi programmi…

Non contenti, pensano bene di prendersela con la battaglia delle capre, come se fosse una nuova moda e… Per le vacche si è detto che è naturale che combattano? Bene, invece le capre no, quelle assolutamente vengono costrette a farlo solo per lo spettacolo degli uomini ed è una moda moderna, secondo Stoppa. “Non stanno male perchè combattono, lo fanno sempre, tutto l’anno“, dice Nogara sulle Reines.

E le capre? Ovviamente cosa volete che ne sappia Stoppa del comportamento naturale delle capre? Io ho visto dei becchi con la testa coperta di sangue, nel periodo degli accoppiamenti (e quindi degli scontri tra maschi per avere il predominio sull’harem). Verrà qualche animalista a separarli, prossimamente? Le capre invece si battono quando hanno voglia di farlo, ma mai arrivano a scontro cruenti, anche in natura. I pastori dicono che, quando accade, poi cambia il tempo…

Ma perchè andare a vedere una battaglia delle capre o delle vacche non va bene e guardare con interesse un video in un programma di natura dove degli animali si battono (stambecchi, per esempio) invece è normale? Certo, una cosa avviene in natura e l’altra in un campo con spettatori. E una partita di calcio, in cui può capitare che un giocatore si faccia male? Ma sono uomini e sono lì per scelta. Con la differenza che magari, non fossero lì, non si farebbero male perchè non giocherebbero, mentre le capre in natura, quando hanno l’istinto di farlo, si battono. Andate a vedere una battaglia delle capre… Se due non vogliono battersi, non ci sarà verso di farglielo fare!

Ancora disinformazione sul mondo zootecnico: Striscia la Notizia, vergogna!!!!

Non è la prima volta che mi trovo ad indignarmi per servizi di Striscia la Notizia, in particolare quelli del sedicente amico degli animali Edoardo Stoppa. Trovo già indisponente l’atteggiamento tipico di una certa categoria di “animalisti”, quelli che confondono gli animali con i bambini o comunque con gli esseri umani in generale. Queste persone si riferiscono a qualsiasi essere vivente del regno animale con vezzeggiativi e diminutivi: “cagnolini, cavallini, gattini, mucchine” eccetera. Parlando di loro allora dovremmo forse dire: “bambini”? No, sono adulti, ma vivono in una dimensione che ha ben pochi legami con la realtà del mondo reale, in particolare quello animale, dal quale anche noi proveniamo. Avrei da parlare per ore di questo argomento, ma oggi concentriamoci sul servizio andato in onda venerdì sera (27 dicembre 2013) durante il noto “TG satirico”. Qui il video, per chi se lo fosse perso.

Dietro segnalazione di alcune persone ignoranti, che nel video parlano di “battaglia indotta”, “si addestrano le mucche”, “spettacolo per il divertimento umano come il palio, il circo…”, la troupe è andata alla finale di Aosta della Battaglia per dare una sua versione della cosa. Chi conosce questa realtà, si è indignato, arrabbiato, infuriato! Chi non la conosce e ha preso per oro colato quanto veniva detto (tra “bastonate” agli animali, vacche “stressate” solo perchè si grattano per terra, un etologo che non ha mai visto come si comportano gli animali liberi al pascolo – si picchiano le vacche, le capre, a volte anche le pecore!), ora pensa che in Val d’Aosta ci sia una versione della corrida da vietare assolutamente, indignandosi per quanto siamo ancora barbari in Italia.

Ci sono già risposte ufficiali per esempio qui. Volevo dirvi come la pensavo io, ma poi stamattina ho letto vari commenti su Facebook, di amici Valdostani e Piemontesi appassionati dell’argomento, così ho pensato che forse sarebbe stato meglio lasciare a loro la parola. Non ho censurato o cambiato nulla, come potrete vedere. Intanto, per chi volesse entrare in questo mondo, ecco un blog con tante magnifiche foto.

Scrive, praticamente in diretta mentre guarda il servizio, Fabio: “siamo proprio dei mostri di crudeltà in val d’aosta dato ke facciamo battere le mucche nere…. mamma mia quante balle x far audience!! le addestriamo, le picchiamo, le costringiamo a combattere con la forza…. pensate ke le leghiamo con le catene…. xkè una volta usavano lo spago ma andava sempre rotto. e tutti con in mano un bastone in mano…. già, pensate un po’ ke cattivoni ke siamo!! “e la fila x le scommesse clandestine”…. ahahahah ‘a coglione di uno stoppa, quella è la fila x andare a bere al bar, scemoooooo!! 🙂 andaste a vedere ki maltratta davvero gli animali, non ki dedica la propria vita a loro…. facendo sacrifici su sacrifici x portare avanti un lavoro ormai “scomodo” x tanti!! caro stoppa, dedicassi tu la passione ke mettono certi allevatori x i loro animali, sicuramente non ci sarebbero servizi tanto squallidi come quello appena visto da tutta italia… servizi ke x fare “scoop” infangano il lavoro e la vita degli altri!! vergognosooooo!!


Forse più di tutti parla questo video, un’intervista a Simona Porliod, pubblicato su youtube con queste informazioni: “Video intervista sulle Bataille de Reines in Valle d’Aosta. Questo filmato è stato svolto per dimostrare l’attaccamento dei giovani valdostani alla propria regione e alle proprie tradizioni. E’ infatti la conclusione di un’analisi effettuata nel corso di Lingue e Comunicazione dell’Università della Valle d’Aosta.  La colonna sonora non poteva non essere la canzone di Lady Barbara, Ma Reina. Buona Visione Alice, Katya e Joara“.

Sulla pagina Facebook “Blog reinesvaleedaoste” si è scatenato un vero putiferio. Mathieu: “hanno totalmente omesso ogni notizia in questo servizio! quel giorno hanno intervistato Clos per un bel momento, che gli aveva spiegato tutto come si deve e non l’hanno messo! Si sono inventati che noi facciamo scommesse, hanno fatto solo vedere qualche mucca un po più ‘breva’, hanno interpellato una specie di ‘Etologo’ che vorrei proprio sapere chi cazzo è, perché all’università di Etologi che insegnano ce ne sono molti e TUTTI trattano le batailles in quello che è il normale comportamento bovino! un vero schifo!

Fabrizia: “DEVONO intervenire i veterinari, SOLO loro hanno l’autorità per stabilire se e quando si va ad influire sul benessere animale, ci fanno una testa tanta in facoltà su ciò che è benessere e ciò che non lo è….è ovvio che ognuno tira l’acqua al suo mulino…gli animalisti poi…lasuma perde..però bisogna parlare con coscienza e conoscenza..sicuramente ci sono allevatori che se ne sbattono…perchè è cosi purtroppo, ma sono come in tutte le circostanze, le mele marce.. non va fatta MAI di tutta l’erba un fascio, chi lo fa per passione nei confronti di questi animali mai si sognerebbe di farli star male… hanno sbagliato a Striscia xk hanno fatto vedere solo ciò che volevano…

Jerome: “Che baggianate che hanno detto… Vengano a vedere quando le mucche escono la prima volta, dopo un lungo inverno dalle stalle, che si battono da sole…“. In tanti poi si domandano perchè il servizio sia stato montato ad arte, infatti di interviste ne erano state raccolte molte, mai andate in onda. Cristina: “secondo me dovrebbero fare sentire le altre interviste che hanno fatto, quelle che VOLUTAMENTE non hanno fatto sentire. Come mai durante gli altri servizi fatto parlare sempre i responsabili e in questo servizio no? perché non avrebbe fatto notizia

Anche i Piemontesi partecipano al dibattito in modo molto sentito, visto che questa tradizione è molto diffusa anche in una vasta area del Piemonte. Mario: “il fatto è che c’è gente che non capisce nulla ,e facendo cattiva informazione faranno passare gli allevatori come esseri senza cuore,attaccati solo al denaro ,insensibili e purtroppo io sono senza peli sulla lingua e non sopporto chi vuole fare il maestro senza capire nulla .Se non ci fossero Le Combats e venissero vietati il 90 % delle reine finirebbero in salami e tanti giovani ,sopratutto in montagna lascerebbero l’agricoltura“. Luca: “ma quei pagliacci di striscia la notizia si sono mai fatti un giro sui nostri pascoli in primavera, dove le reines in natura si affrontano per stabilire chi è il capobranco? si saranno accorti che nel loro combattimento si affrontano ma non c’è violenza perchè quella più debole lo riconosce e si ritira voltandosi e il “combattimento” finisce all’istante? si sono fatti un giro nelle stalle dei valdostani, che in quanto a gestione delle vacche e benessere animale sono il fiore all’occhiello dell’allevamento italiano??? Basta tv spazzatura!!!!!!

Ancora Mathieu: “sono veramente schifato sai! mamma mia che nervoso… noi non facciamo scomesse (quello che hanno inquadrato è dove si ritirano i sorteggi), hanno interpellato un etologo che non sò dove abbia comprato la laurea (sai meglio di me il perché), avevano intervistato il presidente che gli aveva risposto in modo tranquillo ed esaustivo e loro non l’hanno messo, ci accusano di tenere in mano tra un pò delle armi quando è un fuscellino di legno e si ha a che fare con animali che arrivano a 800 kg, parlano di vittorie di tantissimi soldi quando questa è solo una passione e i nostri agricoltori praticamente sono al lastrico e alla regionale il primo premio è di mille euro (ma portare una mucca lì costa molto di più fidati)… un servizio falso! che vergogna…

In passato ho intervistato, ho sentito tanti appassionati di Reines che raccontano del loro rapporto con questi animali. Volevo quindi “regalarvi” un pezzo tratto dal mio libro: “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”, dove uno dei racconti riguardava appunto la Battaglia delle Reine. Da “Il giorno della battaglia”: <<Chi ha la “malattia” per le Reines parla di questo mondo speciale con un luccichio negli occhi e quasi si commuove, nel raccontarti cosa vuol dire portare la propria vacca alla battaglia. “Deve essere una bestia tua, che ti nasce e ti muore nella stalla, te la devi allevare fin da piccola. Quella che mi è morta in montagna l’avevo portata a casa per Natale, aveva quindici giorni, era così piccola che l’ho messa in una cassetta della frutta.

Tra il padrone e la vacca si instaura un rapporto speciale, un fortissimo legame affettivo. Molti pensano che le Castane siano vacche aggressive, forse perché associano (giustamente) il loro nome alle battaglie, ma la realtà è completamente diversa.  Attualmente, lo scopo essenziale dell’allevamento di queste vacche è proprio l’utilizzo nelle tradizionali “Battailles de Reines”. Nell’Ottocento-Novecento si parlava della razza di Hérens quale popolazione a mantello nero o castano uniforme presente in Valle d’Aosta, mentre  più recentemente compare la cosiddetta “Castana”. La Castana rappresenterebbe il residuo dell’antica popolazione originaria della zona aostana, selezionata in Svizzera per il mantello uniforme (razza di Hérens) ed in Valle d’Aosta per il mantello pezzato nero (Valdostana Pezzata Nera). Oppure la castana potrebbe essere una popolazione meticcia derivata dall’incrocio fra la Hérens e la stessa Valdostana Pezzata nera. Originariamente era allevata specialmente nella valle del Gran San Bernardo, da cui si è diffusa in tutta la Val d’Aosta ed oggi la sua consistenza numerica è in aumento, proprio in ragione della passione per i combattimenti.

“Certo, è anche una vacca da latte. D’altra parte una volta veniva allevata anche per quello. Dicono addirittura che le migliori Fontine venissero fatte con il suo latte, particolarmente ricco di grasso e proteine. Esistono allevamenti di sole Castane, ma nella mandria solo qualcuna diventa una Reina, le altre sono tenute per la mungitura,”.

Da alcuni anni ormai questa passione si è diffusa anche nelle zone limitrofe del Piemonte, specialmente nell’Alto Canavese e nelle Valli di Lanzo dove vengono organizzati combattimenti. “Noi Piemontesi non possiamo partecipare in Val d’Aosta… Abbiamo i nostri incontri regionali, fino alla finale regionale, ma sono cose separate.”

E’ una passione che inizia da bambini, quando il nonno ti accompagna a vedere una battaglia, e ti innamori di quelle bestie dal mantello lucido e scuro, la testa grossa, la taglia media, bestie vigorose, muscolose, dall’indole fiera. “Ma non sono cattive, guarda…”

Lei, la Reina, è la prima che ti viene incontro, quando ti approssimi alla mandria. Ma non lo fa per caricarti, non vuole scacciarti dal suo territorio.

“E’ curiosa, ma soprattutto… vuole le coccole!”

Allunga la testa, si fa accarezzare, grattare, ed intanto cerca di leccare con la spessa lingua ruvida il volto del suo giovane padrone. Anche avvicinandosi ad animali sconosciuti, se ci sono delle Castane sono sempre loro le prime ad alzare la testa. Non fuggono intimorite dall’estraneo, ma si accostano e cercano il contatto con l’uomo.

“Perché la Reina è quella che vizi di più. I motivi sono tanti. Non c’è solo l’amore, quello che provi per lei, perché è la tua campionessa. La coccoli per forza, perché è lei ad essere sempre la prima. Chiami gli animali per metterti in marcia e lei passa davanti a tutti, ti cammina dietro alle spalle, così tu ti giri e l’accarezzi. Poi le metti la campana più bella, il campano grosso ed il boschet perla transumanza. Per lei c’è anche qualcosa in più quando distribuisci la razione nella stalla.”

La battaglia è un qualcosa di spontaneo, non una forzatura dell’uomo. C’è chi dice che ci sono delle “bestie matte”, vacche particolarmente sanguigne. Altri raccontano di erbe che renderebbero più combattivi gli animali, si narra anche di una montagna dove le manze si battevano tutto il giorno, quando pascolavano certa erba, e “di lì venivano giù con gli occhi rossi”.

“Quella che diventerà la Reina, la individui al pascolo, tutte le vere regine dovrebbero aver trascorso la stagione in alpeggio! La sua indole viene fuori lì, in mezzo alle altre, perché la Reina deve primeggiare, avere l’erba migliore, abbeverarsi per prima. Ma non c’è bisogno che picchi, che si scontri. A lei basta sbuffare e si fa spazio.”

Non tutte le Castane hanno questa attitudine, ci sono bestie più docili prive del temperamento del comando e queste non verranno mai tenute per le battaglie. Specialmente in Val d’Aosta, ci sono animali allevati appositamente in vista degli appuntamenti annuali e questi vengono fatti scendere dall’alpeggio nel mese di agosto, per affinare la preparazione e raggiungere la giusta classe di peso, dato che si partecipa alle competizioni iscritti in tre categorie determinate dalla stazza.

“La vacca è la tua, alla battaglia la devi portare tu, perché lei sa chi c’è che la controlla, e quello che fa, lo fa anche per te.”>>

Vi invito infine a rileggere alcuni post dove si parla di allevatori di Reines qui e qui, mentre qui trovate il mio racconto dell’unica occasione in cui ho assistito dal vivo ad una Battaglia (la finale di Aosta nel 2010).

Quando uno non sa

Ecco l’ennesimo caso di “incomprensione”, definiamola così. Non molto tempo fa abbiamo applaudito alle pecore nei parchi di Torino ed oggi, ancora una volta, assistiamo all’indignazione di chi ha visto una scena che non ha compreso e che, quindi, parla male dei pastori e della pastorizia.

Cristiana mi segnala che, su “La Stampa”, oggi è comparsa questa lettera (copio e riporto integralmente):

Una lettrice scrive:  

«Al parco Colletta ci sono le pecore. Mentre il gregge rientra, tra le ultime, c’è una pecora che zoppica con il suo agnello a fianco. Uno dei due pastori prende la pecora per un zampa, trascinandola. L’altro prende l’agnello. La pecora cerca di liberarsi dalla presa, ma viene spinta su di una jeep. Viene buttato all’interno anche l’agnello. La pecora bela disperatamente e “senti” la sua paura e la paura del suo agnello».  

«Non voglio parlare di quella che, quasi sicuramente, era la loro destinazione né se sia giusto mangiare carne oppure no.. ma dell’assoluta indifferenza e della sordità del cuore per il dolore fisico e la paura delle due pecore. 

«Dovremmo imparare a rispettare la vita di esseri diversi da noi e aprire il nostro cuore in un modo diverso, e domandarci se alcuni nostri simili non vivano in realtà tra il dolore e la paura, come le due pecore. Spero che il Comune non paghi con le mie tasse questi due signori». 

SABRINA

Ovviamente si va subito a pensar male. Dal momento che invece la pecora aveva accanto l’agnello, io credo che le cose siano andate diversamente. Se la pecora zoppicava vistosamente, era impossibilitata a tenere il ritmo del gregge negli spostamenti e quindi può darsi che i pastori l’abbiamo portata in cascina o in un pascolo dove magari ci sono altri animali, da cui non deve spostarsi quotidianamente. Per quello che riguarda poi il modo di “catturare” una pecora, il modo giusto di farlo è appunto quello di prenderla per la zampa posteriore, altrimenti (data la forza dell’animale) non ci sarebbe quasi modo di riuscire a spostarla. Addirittura esiste un apposito attrezzo, venduto nei negozi specializzati, consistente in un bastone con un’estremità arrotondata e sagomata che serve per catturare l’animale prendendolo per la zampa. Ovvio che il tutto è questione di pochi attimi, il tempo di prenderlo e fare quel che si deve (medicarlo, oppure caricarlo su di un mezzo).

Speriamo che, passata la Pasqua…

Speriamo che, passati questi giorni “caldi”, passi l’ondata delle campagne animaliste contro il “massacro” degli agnelli… Per quest’anno è andata così e sono state ben poche le voci levatesi ufficialmente a sostegno degli allevatori. Si è parlato tanto sui blog e su Facebook, ma chi di dovere ha taciuto sui mezzi di stampa. Certo, non abbiamo un governo, quindi chi volete che parli a sostegno della categoria? Avrebbero però potuto farlo almeno gli Assessori regionali, i rappresentanti sindacali, ma, ahimè… Io non ho sentito niente, almeno niente di paragonabile a servizi TV, radio, manifestazioni, articoli on-line.  La testata “AbruzzoWeb”, anche se utilizzando ahimè una mia foto, riporta lo sfogo di Nunzio Marcelli (leggete qui).

Io penso alla Francia, dove l’agnello è servito in tavola 365 giorni all’anno senza problemi, senza scandali e con apprezzamento generale. Tra l’altro, là si macella sui 40kg di peso… Penso al mio recentissimo viaggio in Liguria, dove gli amici che mi hanno ospitato mi hanno detto di consumare carne di agnello e/o pecora tutto l’anno. Si usano molto le rostelle, come nell’Imperiese vengono chiamati gli arrosticini. E allora perchè in Piemonte i macellai pongono dubbi sul successo di un progetto di valorizzazione della carne ovicaprina????

Torniamo alle oscene campagne anti-agnelli (ma ormai anche anti-pastori, oltre che anti-carne). Si è visto di tutto, tranne che la verità, la realtà sull’allevamento ovicaprino, tra quelli sicuramente più estensivi e sani che vi possano essere, niente a che vedere con l’allevamento “lagher” di certi animali. Lo so che è difficile far capire perchè, di tanto in tanto, mi capita di avere uno scatolone di fianco alla stufa in cucina, con dentro un agnello avvolto nelle coperte di lana. Agnelli nati con qualche problema, fortunatamente spesso salvati con queste cure amorevoli aggiuntive. Credetemi, non è per “reddito” che lo si fa… Lo si fa per amore, per cuore, per sensibilità, e questo non contrasta con il macellare o far macellare l’animale. Semplicemente questo è ALLEVARE.

Buona Pasqua, a chi ci crede a chi non ci crede, a chi mangerà l’agnello, il capretto e a chi non lo farà. C’è la crisi, c’è chi fatica a mettere insieme un pasto normale quotidiano, altro che andare al ristorante per le feste, eppure tocca “spendere” per fare delle campagne per dire alla gente cosa mangiare. Un’amica mi ha consigliato un articolo sul consumo di carne e sulla “sofferenza” degli animali, ve lo suggerisco, l’ho trovato molto interessante. Mi permetto poi di riportare una nota tecnica scritta da una veterinaria in un commento sulla mia pagina facebook, tanto per completare l’informazione sulla macellazione degli animali e per continuare a “fare chiarezza”. “Per i non addetti ai lavori, vedere animali in fase di dissanguamento che si muovono, significa che l’animale è ancora cosciente. E non sanno che invece così non è, ma si tratta di contrazioni muscolari che continuano per molto tempo. Al punto che le mezzene a fine macellazione (animale, eviscerato, spellato completamente e diviso a metà), portato in cella frigo, mostra ancora fascicolazioni muscolari, e continuano finché c’è glicogeno nelle cellule (detta in parole povere)“.