Cosa ne pensate delle piste?

Il post di oggi nasce sotto lo stimolo delle riflessioni di alcuni amici che, casualmente e senza conoscersi tra di loro, mi hanno scritto chiedendomi sia il mio punto di vista sia, più ampiamente, quello delle persone che, come loro, seguono questo blog (allevatori, appassionati di montagna, curiosi). L’argomento è quello delle piste agro-silvo-pastorali, in particolare quelle che raggiungono gli alpeggi. Forse ne ho già parlato in passato, ma riprendo volentieri la questione e vi sottoporrò anche un sondaggio.

(Val di Susa)

Avendo io frequentato la montagna sotto diversi aspetti (come semplice turista/escursionista/ciclista, ma avendo anche vissuto la vita d’alpeggio), proverò a dirvi cosa ne penso. In linea di massima sono favorevole alle piste che raggiungono gli alpeggi. Però… c’è una serie di considerazioni da fare, perché il discorso non può essere semplicemente liquidato con un sì o un no.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Prima di continuare con il mio punto di vista, vi inviterei a leggere, sul blog dei Camoscibianchi, la posizione di Werner Bätzing, un’analisi approfondita sulla situazione nelle Valli di Lanzo. “Per una gestione moderna e durevole delle Valli di Lanzo è necessario e irrinunciabile che frazioni, alpeggi e boschi siano raggiungibili con autoveicoli e piste, ma ciò non significa che, per questo motivo, ogni nuova pista agrosilvopastorale debba per forza essere costruita.” Condivido questo punto di vista, perché è inutile realizzare opere faraoniche, spesso anche mal fatte, laddove non ve ne sia la necessità o dove queste piste servono solo per “depredare” il territorio, senza portare alcun beneficio.

(Bassa Engadina)

(Bassa Engadina)

Non è detto che la pista debba per forza deturpare l’ambiente. Ovviamente, nel momento della sua realizzazione questa sarà una “ferita” nel paesaggio, ma occorre distinguere tra lavori ben fatti e scempi che permangono anche a distanza di anni. Il lavoro deve prevedere non soltanto la tracciatura del percorso, ma anche la manutenzione e la rinaturalizzazione del territorio circostante, con apposite opere.

(Madonna di Campiglio)

(Madonna di Campiglio)

Inutile tracciare delle “autostrade”: una pista che sale ad un alpeggio non sarà una strada trafficata. Anzi, a mio parere queste opere devono essere chiuse ai non aventi diritto (come peraltro già accade nella maggior parte dei casi). La pista serve a chi deve recarsi in alpeggio per lavoro, per portare o andare a prendere materiali, ecc. Verrà utilizzata anche dagli escursionisti a piedi e da chi pratica la mountain-bike. Nella documento che vi ho indicato prima, si parla della perdita/distruzione degli antichi percorsi preesistenti nel momento in cui vengono realizzate le piste.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

E’ vero, questo talvolta accade, anche perchè è inevitabile intersecare sentieri e mulattiere, però altre volte le antiche e le nuove vie hanno esigenze diverse di raggio e di pendenza, quindi si possono mantenere anche gli antichi percorsi. Sta poi al pubblico degli escursionisti scegliere quale seguire. Mi è già successo di vedere che, nel momento in cui c’è la pista, il sentiero viene quasi totalmente abbandonato, anche qualora sia stato mantenuto intatto.

(Engadina)

(Engadina)

Le piste “si vedono da lontano”. E’ vero, anche se ben fatte, specialmente nel primi anni, il loro tracciato può essere individuato anche a distanza. Lo ripeto, bisogna farle bene, senza che siano degli squarci nella montagna. Poi anche una strada asfaltata può divenire parte del paesaggio alpino. Non mi dite che non siete mai saliti in auto ad uno dei tanti passi alpini che ci permettono di passare in Francia, o non sognate guardando in TV i tornanti su cui si inerpicano i ciclisti durante il Giro d’Italia o il Tour de France.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Certo, potreste anche dire che quelle strade ormai ci sono e non occorre aprirne altre. Che i valloni “incontaminati” devono restare tali. Vero? Falso? Pensate all’ambiente o pensate a voi stessi quando fate un’affermazione di questo tipo? Salite sempre a piedi in montagna, o dove c’è una strada percorribile la utilizzate per avvicinarvi il più possibile alla partenza per la vostra meta?

(Valli di Lanzo)

(Valli di Lanzo)

Riporto ora la testimonianza di una delle persone che mi hanno stimolato queste riflessioni. Così scrive Gianni: “Avendo io vissuto l’infanzia in una frazione di montagna dove portavo gli zoccoli, per andare all’asilo ed a scuola mi facevo più di mezz’ora di mulattiera ripida, per lavarmi la faccia dovevo andare a prendere l’acqua alla fontana con i secchielli agganciati sul bastone a spalla, con la gerla portavo legna, erba, fieno e letame, sapevo mungere la mucca e le pecore ed ero molto in difficoltà con i miei compagni che giù in paese già andavano tranquillamente in bicicletta, mentre io sempre a piedi e quando finalmente dopo tante traversie anche alla mia frazione è giunta una pista, la nostra vita è decisamente cambiata in meglio. La pista era stata fatta bene e con i dovuti criteri poiché se non era così i montanari (cervello fino) non avrebbero mai accettato lavori improvvisati.
Trovo pertanto poco democratico il no assoluto ed intransigente contro le iniziative di miglioramento, avanzato da chi vorrebbe quelle zone destinate solo ed esclusivamente alla contemplazione ambientale, quale sfogo saltuario di evasione dalla città.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Sì alle piste fatte bene, piste fatte seguendo criteri ben precisi, piste utili, piste realizzate e utilizzate con buon senso. Potreste anche obiettare che le priorità sono altre, che vi sono migliaia di persone che abitano in luoghi dove la viabilità è danneggiata, strade a rischio di frane, strade crivellate dalle buche, che vengono percorse quotidianamente, mentre una pista per un alpeggio serve al massimo un paio di famiglie per pochi mesi all’anno. E’ vero, ma secondo me entrambe le cose sono necessarie, una non deve annullare l’altra. Prima di chiedervi il vostro punto di vista con un sondaggio, voglio ancora farvi riflettere su alcuni aspetti della vita d’alpeggio.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Non possiamo pretendere che nelle “terre alte”, molto alte in questo caso, si debba per forza continuare a vivere come uno o due secoli fa. Il mondo è cambiato, chi siamo noi per decidere che qualcuno invece debba rimanere indietro perché a noi non piacciono le piste? E poi comunque sono cambiate anche le esigenze e le modalità lavorative anche di chi pratica questo antico mestiere.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Non si può più scendere con il mulo, le tome e il burro nelle gerle come un tempo, l’asl avrebbe qualcosa da ridire in proposito! Asini e muli si usano ancora dove la strada non c’è per il giorno della transumanza, ma capirete anche voi che non possono sostituire completamente il bagagliaio di un fuoristrada. Poi oggigiorno anche il margaro o il pastore in alpeggio devono poter scendere in giornata, vuoi per motivi burocratici, vuoi per altre incombenze che cento anni fa non esistevano.

(Val Pellice)

(Val Pellice)

Può essere pittoresca una scena del genere, ma i diretti interessati ne farebbero anche a meno, se possibile. Pensate poi se quella transumanza avesse dovuto aver luogo in un giorno di maltempo! Le cose da portare in alpeggio e da riportare a valle a fine stagione sono molte, legate al mestiere e alla vita quotidiana dell’allevatore e della sua famiglia.

(Val Chiusella)

(Val Chiusella)

Già, la famiglia… Un tempo si saliva ad inizio stagione e si scendeva in autunno, uomini e bestie, tutti insieme. Oggi ci sono allevatori con mogli che fanno un altro mestiere e che raggiungono i mariti solo nel fine settimana. Salgono portando viveri freschi, vestiti puliti, le auto stipate di tutto quel che serve. Se non si può fare diversamente, ci si adatta e ci si sacrifica, ma ben venga la possibilità di fare una vita un leggermente migliore. Se si hanno dei figli giovani, magari hanno anche voglia di scendere una sera e incontrare gli amici, una volta terminati i lavori. Non pensiate che chi fa l’allevatore sia solo un sognatore filosofo votato alla solitudine, che tragga soddisfazioni sufficienti dallo stare con gli animali e dagli splendidi scenari che l’alpeggio offre!

(Val Chiusella)

(Val Chiusella)

Le piste servono a portare le attrezzature di cui non si può fare a meno: fili, picchetti e batterie, reti per le pecore, sale, cibo per i cani. Una volta come si faceva? Una volta c’erano meno animali, più gente e si lavorava diversamente. Provate a pensare che, al posto del filo e dei picchetti, c’erano anche bambini piccoli che andavano da soli al pascolo degli animali con un tozzo di pane duro in tasca o una fetta di polenta da far durare fino a sera.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Ci saranno alpeggi dove probabilmente mai verrà costruita una strada: perchè utilizzati per poche settimane all’anno, perchè lassù non si munge e caseifica, perchè tanto non c’è una famiglia, ma solo un operaio che sorveglia gli animali. Certi alpeggi verranno abbandonati, perchè non c’è la strada. E’ già successo: nei valloni più impervi, alle quote maggiori, vi sarà capitato di vedere alpeggi crollati e pascoli non più utilizzati.

(Valle Stura)

(Valle Stura)

Oppure, mancando una pista, quelle montagne verranno caricate con animali in asciutta, manze, vacche con vitelli lasciati incustoditi o soggetti a sorveglianza saltuaria da parte dell’allevatore o di un suo incaricato. Certamente, se viene realizzata una pista di servizio per l’alpeggio e se questo è comunale, il Comune può mettere nei regolamenti clausole ben precise, per esempio riguardo la manutenzione dei pascoli, il loro utilizzo, l’attività di caseificazione e così via. Insomma, richiedere che la montagna venga gestita opportunamente, sia una risorsa di cui può beneficiare anche il turista.

(Val d'Aosta)

(Val d’Aosta)

Ci saranno irriducibili che continueranno ad alpeggiare anche laddove non ci sono le strade, specialmente con greggi, come si è sempre fatto. Non che loro non abbiano esigenze, ma si sacrificheranno. Magari c’è anche qualche allevatore che preferisce così, quindi in quel caso il problema non si pone  e saranno tutti contenti, gli ambientalisti, i turisti, i pastori. Ma quanti ne conosciamo, di questi casi?

Ecco infine il sondaggio, potete dare risposte multiple. E’ solo un modo per capire come la pensate, poi ovviamente potete commentare sotto l’articolo per esprimere in maniera più approfondita le vostre opinioni.

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Non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro

Rieccomi, con l’anno nuovo, ad aggiornare queste pagine con nuove storie. Prima della fine del 2016, in quelle giornate eccezionalmente calde che hanno seguito il Natale, sono andata a fare delle interviste che mai avrei creduto di poter realizzare in inverno.

Invece quel giorno, già al mattino (ero partita da casa a notte fonda), mi accingevo a salire prima in camicia, poi in maglietta, con il Lago Maggiore che si apriva sotto i miei occhi. Sono a pochi chilometri dal confine svizzero, ho lasciato la strada che costeggia il lago e porta in terra elvetica per salire lungo una stretta stradina tra case e ville, con molte auto dalle targhe tedesche parcheggiate davanti ai cancelli.

Cinzago, una frazione quasi fantasma. Per uno dei quegli strani giochi del destino qui, al ritorno, in modo del tutto casuale, incontrerò un compagno di università che non vedevo da quindici anni… Ma la storia che vi devo raccontare è un’altra. Le indicazioni di Gaia e Matteo per raggiungere la loro azienda erano così precise e dettagliate da incutere timore, come se il percorso fosse difficile da individuare.

Lasciata la macchina prima della frazione, i cui vicoli hanno l’ampiezza dei tempi in cui non esistevano i mezzi a motore, la attraverso e cammino…

Cammino in un bosco di querce e grossi alberi di agrifoglio coperti di bacche rosse, fino alla chiesa di San Bartolomeo. Poi proseguo ed inizio a salire con pendenze maggiori lungo un sentiero quasi lastricato, a gradini, scivolosi per la coltre di foglie secche. Sto andando ad un alpeggio, ma un alpeggio che oggi è abitato tutto l’anno, per incontrare delle persone davvero speciali.

Si cammina sempre nel bosco fin quando si incontra il cartello dell’azienda agricola e si esce sui pascoli, recuperati a fatica dopo anni di abbandono. Siamo ad Agher (Prati d’Agra), all’azienda agricola di montagna Chindemi. “Vivevo a Milano, a 18 anni sono andato via da casa e sono andato in Aspromonte a fare il pastore. I miei nonni erano siciliani, facevano gli allevatori di vacche e di cavalli. I miei genitori non hanno detto niente, per loro tutti i lavori andavano bene, bastava che fossero onesti. Siamo andati anche in Svizzera in Canton Ticino a Tesserete, con le capre“, racconta Matteo. “Io invece sono nata in periferia di Parigi, mia nonna era svizzera, di Ginevra, mia mamma della Val Solda in Lombardia, ma insegnava a Parigi.  Da bambina non pensavo di allevare capre! Sono tornata in Val Solda da ragazzina. Giravo tanto in montagna a piedi. Ho fatto il liceo artistico a Milano, sono uscita con il massimo dei voti. Mi è sempre piaciuto fare cose pratiche, artigianato. Mia mamma è mancata quando avevo 17 anni, io vivevo da sola con lei. Ho incontrato Matteo prima della maturità, c’è subito stata una grande affinità di idee, di conoscenze, di ambienti e situazioni umane. Camminare è sempre piaciuto a tutti e due. Le scelte che si fanno, devono essere condivise e consapevoli. Ha sempre funzionato tutto, nonostante le difficoltà. In Calabria siamo andati insieme, siamo molto adattabili. Ci piace conoscere le culture. Abbiamo vissuto presso famiglie per conoscere, imparare i lavori agricoli“, completa il quadro Gaia.

Questa giovane famiglia, che adesso ha tre bambine, ha fatto la scelta di vita di stabilirsi quassù. ” Le varie vicende ci hanno portato qui, il tanto lavoro non ci spaventa. Il primo anno eravamo senza luce, senz’acqua, senza niente. Da ragazzino venivo in vacanza in questi luoghi. C’è turismo, per la vendita funziona. Era tutto abbandonato da trent’anni. Ci sono 12 ettari di terra. Era in vendita, poi 60 ettari ce li davano in comodato d’uso. Sembrava dovessero fare una pista, invece niente, però c’è la teleferica.  Qui c’è un’ottima esposizione, gli inverni non sono lunghi e c’è abbondanza d’acqua. Adesso sono dieci anni che siamo qui. Pensavamo già di tenere capre, perché  sono gli animali ideali per sfruttare il territorio.

Ci sono state difficoltà sociali e umane soprattutto quando le bambine hanno iniziato a dover andare a scuola. Gaia mi racconta tutti i dettagli di questa vicenda quasi dolorosa, tra istruzione parentale, scuola steineriana, frequenza parziale: “Ogni anno comunque facevano l’esame di stato presso la scuola, con ottimi risultati. La scuola a casa per noi era una necessità, ma la mentalità di paese non capiva.  Quest’anno invece frequentano quotidianamente e io sto giù in settimana. Per il commercio è meglio, porto giù i prodotti.

Matteo non riusciva, da solo, a gestire tutto: gli animali, il recupero dei pascoli, la mungitura, la caseificazione. “Prima con 70 verzasca faticavo troppo, quando arriveranno le altre, avrò poi 40-50 camosciate, sono più mansuete e riesco a gestirle meglio. Mungo a mano, ma da quest’anno lo farò a macchina perché inizio ad avere i primi dolori. Pascolo, do fieno, ce lo facciamo portare con l’elicottero, mettendo insieme dei trasporti anche per altri. Integrazioni ne faccio il meno possibile. Leggo le analisi del latte e integro il necessario. Pascolo con recinti mobili, mentre con le verzasca facevo pascolo guidato con il cane.

Ci sarebbe spazio per pascolare anche un gran numero di capre, ma le forze umane non sono inesauribili. C’è stato quindi un periodo di pausa: venduti gli animali, la famiglia si prende una pausa e va in Francia. “Per le razze autoctone devi avere degli aiuti dalle istituzioni, altrimenti non ce la fai. In Piemonte la Verzasca non è tra le razze per cui danno il contributo, così abbiamo deciso a malincuore di venderle. Facendo i conti non ci stavamo dentro, anche se avevamo migliorato la genetica. Siamo stati un periodo in Francia, abbiamo lavorato in aziende e in fiere, fatto corsi. Là organizzano tanti corsi e i docenti sono allevatori e casari, si fa molta pratica. Comunque c’era l’idea di tornare qui. La comunità faceva circolare ogni tipo di voci, dalla galera al divorzio! Noi sentivamo il bisogno di fare un periodo di formazione.

L’Agher è un… porto di montagna! Sembra che non passi giorno senza che vi siano visitatori di ogni tipo. Escursionisti, soprattutto stranieri, che contribuiscono ad acquistare una buona fetta di prodotto, gente che sale apposta per il formaggi, gruppi scout dalla Lombardia. “I turisti sono contenti di venire qui e trovare gente che parla Inglese e Francese. Noi non vogliamo essere isolati, vogliamo che la gente venga qui e faccia rivivere la montagna facendo turismo.  Bisogna raccontare il formaggio per far conoscere e capire. Le soddisfazioni più grandi sono le capre che stanno bene, il formaggio che viene apprezzato, ma anche le persone che vengono a trovarci. Facciamo la festa del 25 aprile e vengono 150 persone grazie al passaparola. Mi spiace che siamo più apprezzati all’esterno che non sul territorio, qui tanti ci vedono come hippy e fricchettoni che vanno a vivere in montagna. Non siamo così, chi ha voluto, ha capito. Noi non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro.

Matteo ripete più volte che il loro è un modello che può essere copiato e riproposto, visto che funziona lì, pur tra le tantissime difficoltà che la famiglia Chindemi ha incontrato in questi anni. Sicuramente la loro personalità contribuisce a far sì che l’Agher sia diventato un punto di riferimento sul territorio, e non solo per i prodotti caseari. Mi mostra il suo “nemico”, le felci, con cui sta combattendo una dura lotta per recuperare i pascoli. “Una volta qui d’estate tagliavano il fieno e più in alto pascolavano vacche, e 150 capre.” Sono ben accetti anche volontari che vadano a dare una mano, l’azienda è nel circuito Wwoof, ma per essere sicuri che chi arriva sia necessariamente concreto e motivato, viene preventivamente sottoposto ad un colloquio via skype. La tecnologia è molto importante per questa azienda, proprio per far parte della società. “Le attrezzature del caseificio le ho trovate usate su internet, una che aveva attrezzato tutto e poi dopo neanche un anno ha chiuso.

Come sempre, queste e altre considerazioni da me raccolte andranno a far parte del prossimo libro sulle capre…

Nessuno ne ha ancora parlato… e allora lo faccio io!

Qualche tempo fa ho ricevuto il Quaderno della Regione Piemonte “Agricoltura”, il numero di novembre 2015. Prima l’ho sfogliato, poi l’ho letto più attentamente. Al suo interno c’è lo speciale PSR 2014-2020 che per il Piemonte è stato approvato il 28 ottobre 2015. Oltre un miliardo di euro per gli agricoltori, ma detto così non significa niente. Non sto a scendere nei tecnicismi, nelle priorità, nelle misure. Non l’ho mai fatto in questo blog e non inizio sicuramente oggi. Per avere informazioni su queste cose ben sapete che altre sono le sedi a cui rivolgersi. Sfoglia e leggi, tra gestione eco-sostenibile dei pascoli e contributi per le razze in via di estinzione, ecco l’operazione 10.1.6 “Difesa del bestiame dalla predazione da canidi sui pascoli collinari e montani”. Quindi il vecchio premio di pascolo gestito adesso è stato sostituito in questo modo. La prima cosa che ho pensato è stata: “Speriamo che non arrivi anche l’orso, di qui al 2020, visto che hanno considerato solo i canidi!“. Battute a parte, niente di nuovo, gestione del pascolo, utilizzo dei recinti per il ricovero notturno (che però devono essere spostati almeno ogni 10 giorni, quindi i recinti fissi non sono accettati), custodia continuativa da parte dell’uomo e impiego di cani da guardiania.

Già… i tanto discussi cani da guardiania, tollerati a forza dai pastori, temuti/odiati dai turisti, unico rimedio veramente efficace contro gli attacchi da parte dei predatori quando si è al pascolo. “Presenza di cani da guardiania appartenenti alle razze da difesa del bestiame dal lupo, in rapporto di 1 ogni 100 capi, con un minimo di 2 cani per mandria o gregge”. Così leggo al punto 3. Quindi bisogna avere come minimo due cani, ma poi… uno ogni cento capi? Certo, per la difesa degli animali questa dev’essere una garanzia affinchè i cani lavorino come si deve, ma… Un gregge di 1000 pecore, 10 cani. 15 per 1500, 20 per 2000?!?!???

Visto che non sono più direttamente coinvolta dalla cosa, ho provato a sentire un paio di amici pastori in varie province, chiedendo loro se erano informati della cosa, ma nessuno ne sapeva assolutamente niente. Non è che si obblighino i pastori ad avere questi numeri, ma per avere diritto agli aiuti, presumo che il numero di cani sia uno degli elementi discriminanti. Quindi… se non li hai, non percepirai un contributo minore: “50 euro ad ettaro di pascolo gestito secondo gli impegni”. Se non ti impegni a prendere i cani… E come funziona per chi d’estate prende in affido delle pecore? Magari di proprie ne ha 3-400, ma in montagna arriva ad averne 1000. Chi gli fornisce i cani per avere il numero esatto solo per quei mesi?

Ma una decisione del genere non andava un minimo discussa prima? Le associazioni di categoria lo sanno? Ai pastori quando lo diranno? Perchè se uno volesse adeguarsi a quando scritto sopra, i cani se li deve anche procurare. Non è che poi, nella fretta, si prenderanno cani “qualsiasi”? Sono cani non semplici da addestrare correttamente e da gestire. Non si può nemmeno immettere nel gregge, di colpo, 5 o 6 cani! Sui cani da guardiania ho già scritto molte volte, dato che è un argomento che interessa non soltanto i pastori (vedi ad esempio qui o qui).

Le domande che mi sorgono spontanee sono molteplici: come si alimentano così tanti cani? Non parlo “solo” dei costi per i pastori, ma proprio di problemi pratici, di logistica, dal trasporto delle crocchette fino allo dover spostare una decina o più di ciotole. Vi fa ridere? Pensate di essere a 2000, 2500 metri, dove tutto viene movimentato a mano o a spalle. Reti del recinto, elettrificatore e qualunque altra cosa.

Poi i cani stanno con il gregge SEMPRE. D’estate in montagna, in alpeggio, d’autunno sui percorsi della transumanza, d’inverno e in primavera tra le pianure e le colline. In cascina se si è stanziali, ma con il gregge se si pratica il pascolo vagante. Quindi si passa vicino ai paesi, si sosta accanto a strade e cascine, dove transitano ancora più persone che non in montagna. Certo, se sono buoni cani, non causano problemi, ma comunque non sono totalmente indifferenti a ciò che accade attorno a loro. Se passa qualcuno di corsa, in bicicletta o qualcuno con un cane, comunque corrono, abbaiano, spaventano le pecore…

E poi chi discuterà ogni volta con i turisti? Perchè è vero che spesso gli ospiti della montagna, coloro che vi si recano per divertimento non si comportano adeguatamente secondo le norme segnalate sui cartelli ecc ecc… Ma è anche vero che, come mi hanno raccontato in tanti, pur seguendole, qualche incidente succede. Io per prima mi sono trovata in alcuni casi in situazioni abbastanza spiacevoli. Erano cani “sbagliati”, cani che non dovevano comportarsi così? Eppure l’hanno fatto. Io non ho alcun potere, io posso solo scrivere e informare, ma il mio invito a TUTTI è quello di gestire con maggiore collaborazione e comunicazione il “problema lupo” in tutte le sue sfaccettature. Io l’ho vissuto, cosa significhi spiegare alla “gente” che i pastori quei cani sono “obbligati” ad averli perchè c’è il lupo. L’ho vissuto più volte in prima persona, in pianura e in montagna. Vi assicuro che si verificano situazioni in cui il livello di stress è quasi pari a quello nel trovare una pecora sgozzata. Vi inviterei a provare per credere, ma purtroppo la tendenza è sempre quella del dare giudizi senza aver piena conoscenza dei fatti. Personalmente, credo che siano state le uniche volte in cui qualcuno ha usato, nei miei confronti, epiteti di un certo tipo. E’ davvero incredibile come il “problema lupo” riesca a catalizzare così tanti argomenti di feroce discussione, astio, rivendicazioni su chi abbia ragione e chi torto. Da parte mia, ho paura che nemmeno il 2016 sia l’anno in cui si troveranno delle soluzioni, ammesso che ve ne siano davvero.

Le campane suonano…

Come già vi avevo mostrato, non ho avuto fortuna con le condizioni meteo, mentre ero in Svizzera. Anche il giorno successivo il tempo non era buono. Anzi, era peggio dei precedenti! Nella notte la neve era arrivata fino alle baite ed anche più a valle, al mattino pioveva, le nuvole erano basse.

Andare a cercare le pecore era un’impresa praticamente inutile. Altro discorso sarebbe stato dover andare al pascolo, ma il gregge era già libero di pascolare, quindi… Avrebbe continuato a farlo! Il pastore mi propone di cambiare versante, andare a controllare che le pecore non siano scese in basso, superando le reti tirate nei punti di passaggio, e risalire verso l’alpe delle vacche. Certo, con il bel tempo sarebbe stato maggiormente spettacolare, ma comunque… ci mettiamo in cammino, tra nebbia e pioviggine.

L’alpeggio è completamente avvolto nella nebbia fittissima, non si vede nemmeno il rifugio poco sotto. Veniamo accolti con gioia e invitati a pranzo. Anche gli allevatori qui sono intralciati nei loro lavori dalla nebbia. Due di loro sono comunque ancora fuori, sono andati a vedere le manze. L’indomani invece le vacche da latte scenderanno a valle, nell’altro tramuto accanto al lago. Chiacchieriamo, io soprattutto ascolto. Il giro delle strutture lo faremo dopo, a partire dalla cantina piena di formaggi. Parte della produzione è già stata portata giù con la teleferica (per fortuna che c’è!), parte resterà qui a stagionare fino al prossimo anno, appesa in dei sacchi di rete, in modo da non avere la necessità di venire girata.

Le strutture sono belle, moderne. Mungere qui all’aperto, con un clima così, mette al riparo dalla pioggia, ma non dal freddo e dall’aria. Sull’alpeggio, oltre al conduttore, c’è un giovane originario della Lombardia, che lavora stagionalmente coma aiutante, già da diversi anni su questa montagna. Poi c’è una giovanissima ragazza originaria della Svizzera tedesca. Ha studiato da maestra, ha fatto lettere all’università, poi è andata a dare una mano in un’azienda di una signora anziana d’inverno ed ha cercato un posto per l’estate in un alpeggio. “All’inizio l’ho vista così dolce, mi sembrava fragile… Adesso do a lei da portare il sale a spalle, così riesco a tenerle dietro quando saliamo dalle manze!“, scherza (ma solo fino ad un certo punto) il malgaro.

Gli animali non sono ancora stati messi al pascolo, si spera che la neve se ne vada via. Per fortuna il giorno dopo si scende. Si sta bene nella baita con la stufa accesa, il pranzo che cuoce. Fuori fa freddo, l’umidità non accenna a diminuire. Una delle sale del caseificio è dedicata all’affioramento della panna e al burro, burro quindi da latte e non da siero! Questo viene portato a valle ogni pochi giorni. “Quando non c’era la teleferica, a tutti quelli che passavano di qui, chiedevamo se potevano portare giù un po’ di burro!

Il formaggio prodotto qui viene interamente venduto direttamente, senza intermediari. Questo garantisce una buona rendita e la sopravvivenza di una piccola azienda di montagna. Qui in alpeggio, oltre agli animali del conduttore dell’alpeggio, ci sono quelli di altri allevatori della valle, affidati per la stagione estiva. Anche questo alpeggio è di proprietà del patriziato, come per l’alpe delle pecore. Il punto vendita giù in basso, accanto al lago, garantisce un buon afflusso di turisti. Vengono prodotti anche yoghurt e formaggelle.

Dopo pranzo, le vacche vengono messe al pascolo. La nebbia continua ad essere molto fitta, ma almeno sembra aver smesso di piovere e la neve se n’è andata quasi tutta. Ogni animale ha una campanella al collo, piccole campane, fondamentali per localizzarli nella nebbia o nel buio del mattino, quando si esce per andarli a prendere e condurli alla mungitura. Eppure il gestore del rifugio lì accanto si è ripetutamente lamentato per il suono delle campane, che lo infastidisce e infastidirebbe pure i suoi clienti. “Sai qual è il problema? Il problema è che non c’è soluzione…!“, gli era stato risposto. Montagna, alpeggio, vacche al pascolo e campane. Fai il turista in montagna? C’è anche questo, così come se dormi in un albergo in città c’è il traffico, il treno…

L’indomani devo ripartire, ma decido di aspettare, anzi, di andare incontro alla transumanza! Poso i bagagli in macchina e risalgo (nuovamente tra nuvole basse e pioggia) verso l’alpeggio, fin quando sento le campane e i richiami delle persone che stanno accompagnando gli animali. Il primo tratto di sentiero è bello, poi vi sono alcuni passaggi delicati. Il giorno precedente avevo sentito criticare a lungo il lavoro di chi doveva sistemare il sentiero, che teneva conto più dei turisti che non delle esigenze degli animali. Non solo in Italia, allora…

Dopo il passaggio sul torrente che fa da immissario al lago, inizia un tratto abbastanza pianeggiante, che però “taglia” dei versanti molto ripidi. Mi chiedono di non stare troppo vicina alle bestie, c’è un po’ di tensione, perchè in effetti i passaggi sono delicati e le Brune sono animali pesanti, pochi agili.

La foto scattata da lontano in effetti non riesce a rendere l’idea di come fosse questo punto: il sentiero stretto, un accumulo di terra e pietrame che l’ha invaso parzialmente, cadendo dal canalone soprastante, le vacche passano lentamente. Sotto, il canalone roccioso precipita direttamente nel lago. Per fortuna gli animali avanzano uno ad uno, attraversare qui con una mandria nervosa, vacche che si spingono, sarebbe troppo rischioso!

Dopo il cammino è più semplice, il sentiero è una vera autostrada. Per fortuna ha smesso di piovere, la transumanza si conclude nel migliore dei modi. Non abbiamo nemmeno incrociato turisti, non in quest’ultimo tratto, mentre prima ve n’erano alcuni che salivano al rifugio, altri che già scendevano. Da queste parti meno che altrove ci si fa intimorire dalle condizioni meteo avverse.

Le vacche sfilano lungo il lago. Tra una settimana scenderanno anche le pecore e la montagna resterà silenziosa, senza campanelle, senza cani da protezione, con buona pace del gestore del rifugio e dei turisti! Non avrei pensato che questi “problemi” esistessero anche altrove, pensavo che le montagne di Heidi fossero più sane, più rurali, e che la dimensione sempre più da parco giochi/parco avventura fosse una prerogativa italiana, invece ciò che ho visto ed ascoltato mi ha fatto capire che un po’ ovunque le cose si ripetono.

Ed ecco che le ultime vacche arrivano all’alpe. Resteranno qui ancora qualche settimana, poi anche questa stagione si concluderà. Per me invece si è concluso il soggiorno in Svizzera, per il giorno dopo il tempo si annuncia ancora peggiore, quindi anticipo il rientro e mi metto in viaggio. Ma non sceglierò la via più breve per tornare a casa…

Turisti in alpeggio

Tutte le volte che vengo qui, alla fine c’è da parlare del rapporto tra i turisti e la montagna, specialmente se quella montagna è anche territorio di alpeggio. Ci può essere l’alpeggio che ha bisogno del turista (perchè acquista i prodotti, perchè viene a mangiare all’agriturismo), ma in generale tutti gli alpeggi hanno bisogno del rispetto da parte di chi la montagna la frequenta per svago, per sport. Come sappiamo però non è sempre un concetto di facile comprensione. La montagna è vista da molti solo come un posto dove si va per “staccare” dalla quotidianità e non ci si pone nemmeno il problema che lì possa esserci qualcuno che invece, in quel medesimo territorio, stia lavorando.

L’ennesima bella giornata di sole, gli animali cercano l’ombra, ma bisogna andare al pascolo. Vengono aperte le reti, occorre usare i cani per far sì che il gregge si metta in movimento.

I temporali dei giorni precedenti sono serviti almeno a bagnare la polvere, altrimenti il cammino del gregge sarebbe avvenuto tra nuvole di terra grigia sollevata dai piedi delle pecore. L’aspetto comunque è quello di una stagione di caldo e siccità come quella che sta caratterizzando questo mese di luglio.

Oltre alla siccità, il paesaggio ha colori particolari anche per colpa di una malattia che ha duramente colpito i larici nelle scorse settimane. Il peggio sembra essere passato e lentamente riprendono a ricrescere gli aghi, ma le chiome hanno ancora un colorito tra il marroncino e l’arancione, più tipico dell’autunno. Il gregge intanto avanza dove l’erba è giù stata pascolata.

C’è da attraversare la strada statale che porta al Colle del Sestriere per raggiungere i pascoli più a monte. Lì d’estate c’è sempre traffico, figuriamoci la domenica mattina con un sole del genere! Dovendolo fare tutti i giorni, ormai non è quasi più un problema per chi conduce il gregge. C’è buona visibilità, le auto e le moto rallentano, sia quelle che scendono verso la Val Chisone, sia quelle che salgono. Qualcuno scatta foto, sembra che almeno per questa volta nessuno si sia innervosito.

Per un primo tratto si sale nel bosco, piacevolmente fresco. Le pecore hanno già un loro percorso preferito, la pastora lo sa, e infatti si muovono esattamente come aveva previsto lei. Arriviamo alla strada sterrata, passa gente a piedi e in bici, poi saliamo ancora e incontriamo un sentiero. Qui ci sono strade e sentieri ovunque, tutti frequentati: un gregge così grosso inevitabilmente va ad ostruirli nel momento in cui si sta spostando. “Porto solo la femmina, gli altri maremmani li ho giù con le pecore degli agnelli. Lei è più brava, se la chiamo si ferma, ma con tutta questa gente non mi fido a portare il maschio.” Non tutti i turisti infatti si fermano rispettosamente come questo ciclista straniero.

Molti ormai sono consapevoli del “pericolo cani bianchi”. Ci sono i cartelli che ne segnalano la presenza, ma bene o male, chi gira a piedi o in bici, ha già avuto qualche esperienza diretta. Qualcuno si ferma e chiede se può passare, altri avanzano comunque. Il gregge è sparso nel bosco, in quel tratto ci sono ben due sentieri quasi paralleli, impossibile essere ovunque a sorvegliare animali, cani, persone.

Finalmente si esce dal bosco, raggiungendo i pascoli. Qui per lo meno si vedranno sia le pecore, sia le persone. proprio da queste parti lo scorso anno il gregge era stato vittima di attacchi da parte del lupo, in pieno giorno, pastore e cani presenti. Già, ma i cani più efficaci restano a valle nel recinto perchè non abbaino di continuo, spaventando le pecore, a causa del continuo passaggio di gente. …e perchè non spaventino la gente, appunto… Perchè altrimenti sarebbe una lamentela continua, e spesso ci sarebbe anche da litigare.

Si fa in fretta a teorizzare, ma bisogna provare a restare una giornata al pascolo in un posto del genere. Ovviamente, almeno in giornata, ci si tiene lontani dalla strada e dai sentieri principali, quassù. Ma c’è comunque qualche gruppo di escursionisti che passa accanto alle pecore. Sulla strada e sui sentieri di fronte, è un continuo passaggio di bici, quad, moto, fuoristrada, gente a piedi. Il gregge si sposterà poi di là verso sera, rientrando al recinto. Non è una situazione facile, già è complesso pascolare in un territorio così frequentato, anche senza il problema dei cani… aggiungendo la loro presenza e l’atteggiamento di alcuni turisti, alla fine si viene a creare un clima spiacevole.

Per quel giorno comunque per fortuna non succede niente di grave: il lupo non si fa vedere, il gregge bene o male resta a pascolare lontano dal via vai continuo della strada, l’aria è abbastanza fresca e si può godere ancora delle ultime fioriture, anche se un po’ appassite per la siccità.

Il gregge va avanti e indietro pascolando, il sole forte sembra infastidire anche gli animali. Bisogna fermarli quando tendono ad avanzare troppo, dirigendosi verso la strada, verso il colle. Inizieranno a pascolare meglio solo nel tardo pomeriggio, quando qualche nuvola mitigherà i raggi del sole. Il gregge si abbasserà pian piano, poi sarà compito della pastora, ad una certa ora, di farlo ridiscendere. Certo, le pecore starebbero meglio quassù, con la strada vicina sarebbe anche comodo portare su le reti e tutto il necessario, ma chi si fida a lasciare il gregge così lontano dall’alpeggio?

Organizzare una festa della transumanza

Lo scorso fine settimana sono stata a Valcanale, frazione di Ardesio (BG), in Val Seriana. Erano mesi che i ragazzi del Valcanale Team si davano da fare per organizzare una festa in occasione della salita in alpeggio del gregge che montica su quelle montagne, un gregge famoso, dato che il pastore è Renato Zucchelli, protagonista del film “L’ultimo pastore”.

Non solo pecore. La prima delle due giornate di festa si è aperta con l’inaugurazione delle mostre: in una sala i campanacci da tutto il mondo di Giovanni Mocchi, nelle altre foto d’autore, antichi attrezzi, immagini di flora e fauna locali, immagini di pastorizia.

In piazza, mercatino con bancarelle di prodotti locali: salumi, formaggi di capra, gelati a km0, abbigliamento da pastore, oggetti di artigianato, un appassionato che scolpisce il legno e altro ancora. C’è però un problema, cioè pubblico abbastanza scarso, nonostante la bellissima giornata di sole.

Al pomeriggio è in programma la “fattoria didattica”. Due mucche, tre asini e qualche pecora vengono condotti nel giardino dell’oratorio per mostrare ai bambini (ma anche ai grandi) quali sono gli animali che vengono allevati. Purtroppo ormai è difficile vederli dal vivo anche quando si vive fuori dalle città.

Dimostrazione di mungitura con interesse da parte di chi si trova a passare di lì. Finalmente c’è un po’ di movimento, poi arriverà gente per la cena e il concerto della sera con gli Aghi di Pino. La domanda però riguarda il giorno dopo, la domenica. Ci sarà pubblico per la transumanza? Eppure è stato organizzato tutto così bene, pubblicità ne è stata fatta, perchè la gente è tanto restia a muoversi?

Domenica mattina il sole splende ancora più del giorno precedente. Salendo a Valcanale, le sagome che pubblicizzano la transumanza non possono non essere notate. Macchine ne passano tante, la gente sale a cercare il fresco in montagna, in pianura il caldo è soffocante.

Al mattino però di gente ce n’è ben poca, ma gli infaticabili ed entusiasti organizzatori, tutti giovani di Valcanale, non si fanno scoraggiare. Tutto continua secondo programma e, nel pomeriggio, è atteso l’arrivo del gregge, che pascolava in altre zone lungo il versante della valle. Vado incontro alle pecore per attenderle nel luogo da cui partiranno. Passaggio previsto a Valcanale per le 14:30, ma si sa che un gregge non può mai essere puntuale al 100%.

Si fa una tappa in questo grosso spiazzo parzialmente ingombro di legname. Un po’ di riposo per tutti, il caldo è torrido, il sole implacabile. Certo non è proprio orario da transumanze su asfalto, ma non si può fare la festa alle sei di sera.

Finalmente conosco il pastore, Renato, originario proprio di Valcanale. Il figlio Giovanni resta a badare alle pecore, altri vanno a casa per un pranzo veloce. Conosco così tutta la famiglia, ci si ritrova a parlare delle solite cose da pastori. Chiedo se è normale questo periodo per la salita, che a me sembra decisamente tardivo, ma mi spiega come appunto in precedenza abbia utilizzato altri pascoli lungo la valle.

E’ ora di partire verso Valcanale. Tutti i bambini salgono sugli asini (e in questo gregge non mancano!), vengono caricati gli agnelli e ci si può incamminare. C’è la macchina della Forestale che scorterà la transumanza, ma a quest’ora di traffico in salita ce n’è poco. Chi voleva cercare refrigerio è già su dal mattino.

E’ arrivata un po’ di gente ad accompagnare la transumanza, amici dei pastori, ragazzini, qualcuno scende dalle case delle frazioni lì vicino, altri invece sono appunto arrivati apposta per la festa, ma sono molto meno di quelli che mi sarei immaginata. Penso ad analoghe manifestazioni altrove e mi domando come mai, pur con la bella giornata, la manifestazione abbia attirato così poco pubblico.

Eppure è uno spettacolo, quello spettacolo che così tante volte vi ho mostrato qui. Quante volte la gente mi chiede di poter partecipare ad una transumanza… Non è facile farlo quando non è organizzata, perchè magari gli spostamenti si decidono all’ultimo minuto, perchè non tutti i pastori hanno piacere di avere visitatori intorno in quei momenti anche un po’ delicati. Questa era una transumanza organizzata, aperta al pubblico… e il pubblico quasi non c’è stato. Perchè?

Si sale lungo la strada e si arriva a Valcanale. La transumanza è aperta da due suonatori in costume tradizionale, ben fasciati nei loro calzettoni di lana. La gente saluta, sono persone del posto che conoscono i pastori: “Ti ricordi di me? Sono la mamma di…“. Le voci in dialetto richiamano il giovane pastore che apre il cammino del gregge.

Nel centro del paese sono state predisposte tutte le transenne, sia per “contenere” il pubblico, sia per far sì che le pecore non danneggino le bancarelle. Gente ce n’è, ma non quella che mi sarei aspettata. I ragazzi del Valcanale Team sono pronti ad armarsi di ramazze e ripulire la strada dopo il passaggio del gregge, così che nessuno abbia da lamentarsi e che sia tutto a posto per la processione che si terrà più tardi nel pomeriggio.

Ci sono già macchine di turisti che scendono (ma non li hanno letti i cartelli con gli orari?), dai finestrini si osserva con un misto di stupore e curiosità il passaggio del gregge. C’è da risalire sopra al paese e poi si farà una tappa. Siamo a 1000 metri di quota, ma il caldo eccezionale di queste giornate si avverte nettamente anche quassù.

Giovanni continua a guidare il gregge, con il pony tenuto alla corda al suo fianco. Me lo ricordo (ovviamente più giovane) nel film. Avevo già intuito allora, da alcune inquadrature, come fosse appassionato di questo mondo, di questo mestiere. Anche vedendo lui non avevo apprezzato la scelta del titolo. Renato non è l’ultimo pastore a girare intorno a Milano, meno che mai l’ultimo pastore in assoluto. Già solo tra i suoi figli c’è chi raccoglie il testimone e porterà avanti questo lavoro anche nel futuro.

Tutti patiscono il caldo, anche le pecore. Tra poco però si farà una tappa, tutti potranno riposarsi e rinfrescarsi. E’ dal giorno prima che sento parlare di un laghetto, ma non sono ancora andata oltre Valcanale, quindi non so bene cosa aspettarmi.

Qualcuno assiste al passaggio della transumanza restando comodamente seduto davanti a casa. Il programma diceva che si poteva accompagnare il gregge al Rifugio più a monte, accanto all’alpeggio. Ci sarà però qualche cambiamento dovuto al caldo.

Il gregge raggiunge il laghetto, affollato di turisti. Le reazioni sono molto diverse: c’è chi si allontana nel vedere le pecore e chi invece accorre. Soprattutto i bambini vorrebbero avvicinarsi, accarezzarle, toccare gli asini. Da una parte è un bello spettacolo vedere il gregge che si avvicina all’acqua, dall’altra è “interessante” ascoltare le reazioni del pubblico.

C’è chi, infastidito, preoccupato, addirittura spaventato, si alza e se ne va. Molti sono schifati da ciò che le pecore lasciano a terra dopo il loro passaggio. Un papà spiega la transumanza alla figlioletta: “Le pecorelle adesso vanno in montagna dove ci sarà una nuova casetta dove staranno al fresco.” Chissà perchè ci si preoccupa del concetto di “casa” e non di quello di “cibo”, che invece è l’esigenza primaria per gli animali? Non si sa più nulla del mondo rurale, dell’allevamento.

Le pecore, accaldate, vanno a bere al lago. Qualche agnello entra letteralmente in acqua. Tutta la scena è un vero spettacolo da apprezzare: adesso qui il pubblico c’è, ma ben pochi capiscono davvero. Sento addirittura chi si lamenta perchè è stata autorizzata una cosa simile “…proprio di domenica!!!

Molti scattano immagini: se non altro ci sarà qualcosa da condividere con gli amici, qualcosa di inconsueto da pubblicare sui social network appena scesi a valle, perchè quassù il telefono non prende… Le pecore iniziano ad essere spaventate dalla troppa gente intorno, dai bambini che gridano e bisogna faticare a spostarle, perchè la gente non capisce che deve togliersi per lasciarle passare. Anzi, qualcuno quasi si offende quando il pastore, preoccupato che gli animali possano spingersi ed ammucchiarsi, grida di spostarsi da davanti al gregge.

I pastori decidono di prolungare la tappa nel bosco. C’è qualcosa da pascolare, ombra e un fresco ruscello. Fa troppo caldo per affrontare subito la salita al rifugio, come da programmi. Io mi avvio comunque, altrimenti non ce la faccio con i tempi per salire, vedere un po’ di panorama e rientrare verso casa.

Mentre salgo alcuni turisti mi chiedono informazioni sulla transumanza. Qualcuno che aspettava le pecore in quota c’era, ma il cambiamento delle tempistiche ha fatto sì che la loro attesa fosse vana. Su in effetti l’aria è già più fresca. Si accumulano anche nuvole temporalesche in cielo. Accanto alla baita ci sono già delle pecore con gli agnelli, incustodite. Qui non c’è ancora il lupo, era passato l’orso, ma in questo momento rischi con grandi predatori sembra che non ve ne siano.

Sulla via del ritorno incontro il gregge che, lentamente, sta salendo. Anche gli altri turisti l’avranno incrociato lungo questa pista. Il posto è davvero frequentato, una gita breve per arrivare al rifugio, adatta a tutti, anche alle famiglie, poi percorsi più impegnativi spingendosi oltre.

Un saluto ai pastori, un augurio per una buona stagione, uno sguardo al gregge che, lentamente, sfila davanti ai miei occhi. La stretta pista è completamente invasa dalle pecore.

Pastori, aiutanti e qualche turista chiudono la fila. Questa è stata la transumanza a Valcanale. Vi è spiaciuto non esserci? Io mi auguro che gli organizzatori non si perdano d’animo e che organizzino una seconda edizione bella come questa (o anche di più!) e che a voi che leggete sia venuta voglia di partecipare, il prossimo anno!!

Nei panni del turista (con cane)

Ormai tutti gli alpeggi sono occupati: mandrie e greggi sono salite in quota e vi resteranno fino alla fine di settembre, metà ottobre, raramente più a lungo. E’ quasi inutile che vi ripeta ancora una volta che l’alpeggio è un luogo, un territorio di lavoro. Chi segue questo blog dovrebbe esserne più che consapevole.

Sappiamo però altrettanto bene che molti frequentatori della montagna ritengano questo spazio un luogo essenzialmente di svago, senza porsi troppe domande su come e perchè ci siano anche gli animali al pascolo. Invito ancora una volta tutti al reciproco rispetto (di animali, infrastrutture, persone) e, a tal proposito, volevo parlare di chi fa la gita in montagna con il proprio cane. Fateci caso: quanta gente c’è che si fa accompagnare dagli amici a quattrozampe? Senza avere stime o dati sottomano, direi che sono decisamente in aumento. In questi anni ho avuto modo di vedere il fenomeno dalla parte di chi in montagna lavora, è lì con il bestiame, al pascolo o presso le baite. Oggi vi parlo nel ruolo del turista-escursionista.

Arrivata al Moncenisio, dopo aver visto alcune vacche al pascolo nel recinto delimitato dai fili, scorgo in lontananza un gregge di pecore. E’ inevitabile pensare che vi sia anche un patou, un cane da guardiania a sorvegliarle. Sono necessari un paio di minuti per arrivare vicino al gregge, che mi appare davanti all’improvviso dietro ad una curva della mulattiera militare. E il cane bianco inizia subito ad abbaiare rabbiosamente, portandosi davanti alle pecore. Ci osserva e ci studia, per valutare se siamo un pericolo potenziale o reale.

Avevo con me il mio cane, che è un soggetto un po’ particolare, avendo comunque l’abitudine a lavorare con il bestiame (specialmente pecore e capre). Per lui gli animali sono… attività, quindi la sua tendenza è quella di guardare me in attesa di eventuali ordini. I cani da guardiania per lui significano “colleghi di lavoro”, pertanto la sua tendenza è quella di andare loro incontro scodinzolando. Tutto va bene quando c’è il pastore e i cani già si conoscono, ma in situazioni differenti cosa potrebbe accadere?

Succede che lo lego immediatamente al guinzaglio, fin dal momento in cui ho visto le pecore in lontananza. Lui obbedisce al mio richiamo, ma è meglio non rischiare. Quando il patou si accorge di noi, le pecore stanno finendo di attraversare la mulattiera. Ci fermiamo e il patou abbaia con forza. Poi si volta, vede che il gregge si è spostato, salendo verso l’alto, così gira le spalle e risale pure lui.

Riparto per la mia strada e, a distanza di sicurezza, libero il mio cane dal guinzaglio sempre solo perchè so che non si allontana e anche perchè so che, più a monte, non troveremo altri animali al pascolo liberi. Il piccolo gregge si è fermato a pascolare lì in basso, man mano che si sale l’erba è ancora indietro e ci sono nevai, non è ancora tempo per le pecore o per altri animali. Ovviamente, anche se non ci sono appositi cartelli e normative (come nelle zone di parco, riserva naturale, ecc), il cane va tenuto al guinzaglio se ha la tendenza ad allontanarsi, correre dietro alla fauna selvatica, ecc. E’ questione di buonsenso e rispetto.

Sulla via del ritorno, c’è una mandria libera. Come vi dicevo, il mio cane sa come lavorare con gli animali al pascolo, ma nessuno può sapere quale reazione avranno questi animali nel vedere un cane, specialmente un cane estraneo. Prima regola, da seguire sempre (pecore o vacche che siano, con o senza cane da guardiania), non passare in mezzo al gregge/mandria. Gli animali potrebbero spaventarsi, non tanto per la vostra presenza, quanto per quella del cane. Ovviamente tenetelo al guinzaglio, perchè non si sa mai quali comportamenti potrà avere vicino agli animali.

In generale comunque gli animali al pascolo possono agire come questi, tutti uniti in gruppo contro l’intruso! Se il vostro cane è libero, potrebbe scappare in mezzo a loro, magari mettersi ad abbaiare per paura/difesa, causando scompiglio, magari facendo correre gli animali verso un punto pericoloso. L’invito quindi è quello di fare sempre molta attenzione, tenere i vostri cani legati almeno dove ci sono baite e/o animali al pascolo ed evitare di passare tra di loro. Tutto ciò sempre ricordandosi che non siete in un luogo di svago, ma in un luogo di lavoro, regolarmente concesso in affitto agli allevatori che lo utilizzano.

Una realtà diversa

E’ da un po’ che penso a come scrivere questo post. Come sapete, a me piace toccare con mano le realtà prima di esprimermi e in questo caso non sono riuscita a farmi un’idea sufficientemente completa per parlarvene approfonditamente. Posso quindi solo raccontarvi le sensazioni che ho avuto, mescolandole con alcune informazioni che mi sono state date e che ho appreso on-line.

Lo scorso fine settimana ero stata invitata in Valle Grana, a Castelmagno, per la transumanza che saliva a Valliera. Era un evento “organizzato”, con tanto di accompagnatore e pranzo in rifugio. Ritengo che queste iniziative siano utili, sia per promuovere il territorio, sia per far conoscere una realtà, quella dell’allevamento di montagna, sempre meno conosciuta. Direi che è l’allevamento in generale a perdere il contatto con il resto del mondo, o meglio, è la società che si distacca dal mondo rurale. Belle parole se ne fanno parecchie, ma quanti conoscono davvero cosa vuol dire allevare, andare in alpeggio, ecc ecc?

Il camion scarica gli animali all’imbocco della strada che sale al Colletto, quindi la mandria lentamente risale verso la sua destinazione. Il gruppo di “turisti” aspetta in un punto panoramico, è stato chiesto di stare lontani dal luogo dove gli animali scendevano dal camion, dato che poteva essere rischioso. Non è facile infatti mettere delle persone “inesperte” tra gli animali, specie se di grosse dimensioni e potenzialmente pericolose come le vacche. Di transumanze io ne ho fatte tante e questa avviene molto placidamente, eppure un signore fa gesti con le mani e dice di togliersi, perchè: “…adesso vengono su veloci, poi dopo si calmano! Lo scorso anno due sono morte di infarto, per essere venute su troppo veloci.

E’ vero che la strada è molto ripida, ma qui c’è qualcosa che non mi torna. Innanzitutto mancano i rudun. Una transumanza non è tale senza i campanacci! Non si mettono solo in caso di lutto! In terra cuneese poi… a Castelmagno! Qualche vacca ha delle campanelle da pascolo e niente più. Visto poi che la transumanza era “organizzata” con turisti e c’erano anche dei ragazzi che filmavano per qualche progetto… non è sicuramente questa una tipica transumanza rappresentativa da mostrare al pubblico!

I “turisti” stavano in coda, qualcuno si muoveva tra gli animali per scattare qualche foto e filmare. Io ho cercato di scambiare quattro chiacchiere con i margari, ma ci ho capito poco. Già sapevo qualcosa sull’azienda che gestisce l’alpeggio di Valliera, ma pensavo che gli animali fossero condotti diversamente. Qui ci troviamo di fronte ad un’azienda agricola molto anomala per le nostre realtà. I margari sono solo dei dipendenti, così come chi si occupa della caseificazione e altri ancora.

A questo punto vi consiglio di andare sul sito dell’azienda agricola Des Martins per capire qualcosa di più di questa realtà. In sintesi, un gruppo di amici vignaioli del Barolo hanno fatto una scommessa… e un investimento. Hanno cioè creato questa realtà. Allevamento, alpeggio, produzione di formaggi rinomati e di qualità. Con le loro conoscenze e i loro canali sicuramente sanno come procedere con la commercializzazione, il marketing, ecc ecc

Però questa per me era una transumanza strana. Forse sono io che sbaglio, forse questa è la strada “giusta” per lasciare alle spalle gli speculatori che affittano le montagne senza metter su le bestie. Qui gli animali ci sono, anche se non sono della razza tradizionalmente allevata da queste parti, anche se non hanno i rudun al collo, anche se alcuni faticano non poco ad arrivare a destinazione. Però mi faceva riflettere anche la strada perfettamente asfaltata, mentre quella di fondovalle ha mille cantieri, frane, buche, problemi difficili da risolvere con i fondi pubblici sempre più scarsi.

Non ero mai più stata a Valliera. Frequentavo questi posti vent’anni fa, scattando immagini alle case abbandonate, vittime della totale emigrazione verso terre più facili, sogni meno faticosi. Oggi le case sono quasi tutte recuperate, c’è la strada asfaltata. Chissà chi aveva ragione? Chi è fuggito, chi è rimasto, chi sta tornando, chi viene qui e ristruttura un intero villaggio per farne una specie di buen retiro? Ricordiamo che il Castelmagno, formaggio dalle origini antichissime, nasce come “toma rimpastata” perchè la produzione era così scarsa (pochi animali, magari solo una vacca per famiglia, guardate come sono ripidi i pendii!) che bisognava impastare insieme la cagliata di più giorni per avere una forma di formaggio!

La transumanza arriva a Valliera e resto colpita dalla frase di una signora che vorrebbe che le donne davanti alle vacche si “levassero” perchè lei possa scattare una foto alle bestie. Nessuna consapevolezza (e rispetto) del fatto che si trattasse di chi lì stava lavorando, contenendo e sorvegliando gli animali. La sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato continua a pranzo (ottimo, presso il Rifugio La Valliera), perchè nelle vere transumanze si mangia tutti insieme con i margari, si ascoltano gli aneddoti, si fa una vera festa e si “entra” un po’ in questo mondo. Qui è una realtà diversa e solo il tempo dirà se paga più questo o il rimanere attaccati con i denti alla tradizione. La mia opinione è che la via di mezzo sia sempre la migliore. Molti margari dovrebbero sapersi innovare, tenendo gli aspetti buoni della tradizione, ma evolvendosi in altri per stare al passo con il XXI secolo. Comunque, buona estate anche a questi animali e a tutti coloro che lavoreranno con questa mandria.

La pianura e la montagna

E’ da qualche settimana che voglio scrivere un post su questi argomenti, alla fine mi sono decisa a farlo dopo una chiacchierata casuale con un escursionista settantenne incontrato ieri per caso salendo con le ciastre sulla neve della Valle Po. La montagna fa di queste cose: le persone sconosciute si incontrano e cominciano a chiacchierare unite dal luogo in cui si trovano. Ma non tutti quelli che frequentano la montagna lo fanno ugualmente, non tutti la vivono e la sentono nello stesso modo.

Ieri di gente su quella montagna ce n’era davvero tanta, ma molti puntavano ad una meta decisamente turistica. Qualcuno addirittura saliva con il servizio “navetta” operato dal gatto delle nevi e dalla motoslitta. Moltissimi salivano a piedi, con le ciastre appunto, o con gli sci e le pelli. Per alcuni la meta era la vetta, per altri la stazione di arrivo degli impianti, in disuso, trasformata in luogo di accoglienza e incontro per questi turisti. Dalla cima, lassù, si sentiva in basso la musica a tutto volume e si vedeva il brulicare della folla. Ma quella non è la mia montagna. Tutti quelli che c’erano su per la montagna ieri, erano lì per divertirsi, anche se in modo diverso. Alcuni cercavano il silenzio, il panorama, la soddisfazione di raggiungere una cresta e affacciarsi dall’altra parte, la sensazione della neve, dell’aria, il lasciar vagare i pensieri. Altri la compagnia, il divertimento, l’ebbrezza della velocità, la mangiata di gruppo, il frastuono della musica.

Sulla via del ritorno ho attraversato questo che… non è un villaggio. Sono delle meire, piccole baite, sede di alpeggio per numerose famiglie, un tempo. Oggi credo che qui salga un unico margaro con la sua mandria, si vede in basso la stalla nuova. I turisti passano, ma quanti riflettono?

Io ho vagato tra le baite silenziose, gli unici suoni erano gli scricchiolii della neve sotto le mie ciastre, le gocce d’acqua della neve che scioglieva da qualche tetto. Però tendevo l’orecchio ad altre voci, altri suoni. I suoni estivi, i cani, le campane, i muggiti, i richiami dell’uomo. Ma anche suoni più antichi, quando qui era tutto un brulicare di gente. “Le Meire di Pian Croesio (1846m) sono raggruppate al centro di una vasta conca di pascoli sul versante notte del territorio comunale. Quando erano tutte abitate il carico di bestiame risultava addirittura eccessivo e, nelle annate siccitose, veniva a mancare l’erba. Allora si mandavano i bambini a rubarla oltre la cresta spartiacque in territorio di Sampeyre, suscitando le proteste dei locali pastori.” (testo integrale qui)

Vi ho parlato tante volte del mio vagabondare in quella terra di mezzo che è la montagna dell’uomo. O che ERA la montagna dell’uomo, mentre oggi il più delle volte è vittima di crolli e di abbandoni. C’è qualcosa che mi chiama in questi posti, e sono le voci di quelle pietre che parlano, che raccontano storie di un passato non così remoto. Un passato duro, difficile, ma che a volte incontro concretamente, come nel caso del manoscritto che mi è stato affidato dal suo Autore, per farne un libro. Proprio l’altro giorno ho trascritto questa frase: “…Adesso non esistono le mucche in queste stalle e stanno crollando soffitti e mura. E chi le viene l’ambizione a non lasciarle crollare fanno le tavernette come sale di aspetto…“. Ma chi va in montagna per “divertimento”, si pone certe domande? Fa certe riflessioni? O attraversano questi luoghi solo come uno sfondo, troppo presi a pensare al dislivello, alla meta, al materiale di cui è fatto il loro abbigliamento tecnico, o ancora parlando di teorie su come valorizzare la montagna?

Veniamo ad un argomento di cui tanto si sta parlando in queste settimane, intorno al Re di Pietra, il Monviso che svetta all’orizzonte sovrastando le cime delle vallate tra la provincia di Torino e Cuneo. Qualcuno si è studiato di fare un bel parco naturale. Ma, tanto per cambiare, hanno pensato il tutto giù in pianura, lontano dalla montagna. Hanno tracciato confini e fatto progetti e hanno deliberato. Poi sono arrivati nelle valli e hanno pensato di portare le perline colorate agli indigeni, ma hanno trovato un’accoglienza non molto calorosa. Anche se per tanti versi ci sono divisioni, rivalità, screzi, questa volta interi comuni si sono uniti, com’è successo a Bobbio Pellice. O ancora: “Mercoledì 18  febbraio a Piasco i sindaci di Casteldelfino, Sampeyre e Piasco hanno ribadito il loro no secco, lo stesso ha fatto la Coldiretti, applauditi in un salone pieno di montanari della val Varaita. L’ass.re alla montagna Valmaggia ha sentito tutti e poi ha confermato che la proposta andrà avanti e entro fine marzo il Parco sarà cosa fatta. Questi sono i rapporti tra il Monte e il Piè. Evviva! Andiamo proprio bene“, scrive Mariano Allocco per l’associazione AlteTerre.

Questa è la Conca del Prà, uno dei luoghi più conosciuti, apprezzati, frequentati dai turisti di queste parti che amano la montagna, senza esigenze di raggiungere le alte vette. E’ stata anche la meta di una delle mie prime escursioni in montagna, da bambina. Serve un parco, per tutelarla? E’ in pericolo? Perchè bisogna fare questo parco???

Qui ci sono già strutture turistiche, un rifugio, un agriturismo d’estate, poi la Ciabota, che potremmo definire una locanda di alta montagna, non rifugio, non agriturismo anche se la famiglia che la gestisce ha anche gli animali. Ci sono gruppi di baite, tutte ben aggiustate ed utilizzate in vari modi. Cosa aggiungerebbe il parco a tutto questo? Ho sentito parlare di “opportunità”, ma mi dicono che, alle riunioni, queste grossi vantaggi per chi vive e lavora in quei territori, anche magari solo per pochi mesi all’anno, non sono stati spiegati in modo esaustivo. E, soprattutto, non si sono capiti i vincoli a cui si dovrebbe sottostare, nell’area sottoposta a tutela. Se restasse tutto com’è… che senso ha creare un parco, che bene o male delle spese le comporta?

Nei regolamenti dei parchi c’è sempre scritto che si deve tener conto delle attività agricole preesistenti, ma ovunque chi sul territorio già c’era, dopo l’istituzione di un parco naturale si trova ad avere vincoli ulteriori, spese, problemi. Se vogliamo controllare i carichi di bestiame, esistono già dei regolamenti comunali, così come esistono organi di controllo per il rispetto delle normative vigenti a tutela del territorio nel suo complesso (CFS, ASL, ecc.). Se mi dite che il parco porta benefici nel senso che arriveranno fondi per migliorare la vita e il lavoro delle persone che qui operano, allora ben venga. Ma perchè la sensazione invece (visto il modo con cui è stato imposto dall’alto, senza sentire la gente) è che il parco sia creato da chi teorizza una montagna naturale, senza l’uomo? E’ come per il discorso del lupo… Mi pulisco la coscienza difendendo ad oltranza la wilderness, anche (e soprattutto) se abito in città, mi sposto in auto, ho tutto quello che la modernità passa al giorno d’oggi. Ma devo fare qualcosa per l’ambiente, allora decido che la montagna deve essere incontaminata, deve contare più il lupo del pastore, l’escursionista che sale la domenica, piuttosto di chi abita e lavora lassù 4-5 mesi all’anno.

Solo per fare un esempio, le baite. Immagino che, nel parco, si debbano rispettare certe tipologie costruttive, impiegare certi materiali. E ciò, oggigiorno più che mai, comporta delle spese non indifferenti. Chi le coprirà? Se ho la “fortuna” di essere nel parco, mi costa tre volte tanto ristrutturare e adeguare l’alpeggio, mentre chi è 100 metri più in là, fuori dal confine, invece può continuare ad usare la lamiera per il tetto? Ci sarebbe da scriverne per ore. Ma la mia conclusione è che non possiamo da una parte rovinare la montagna con località di turismo di massa (penso a chi si trova a dover pascolare tra rottami nella pista da sci, moto, mtb, quad e altro ancora che sfrecciano sulle piste sterrate, campi da golf ecc), poi dall’altra creare dei bei parchi a immagine di chi la montagna non la vive in prima persona.

Ancora sui cani da guardiania (riflessioni)

Dopo il post di ieri, un amico mi scrive via facebook inviandomi un’immagine ed alcune riflessioni.

(foto F. Fazion)

Ti mando la foto fatta al Pra del cartello che si trova a Partia d’Amount. Probabilmente lo conosci bene e da l’idea di un ben diverso approccio. Non “attenti al cane” come quello da te pubblicato oggi (3/9/14 ndA), ma bensì “amico escursionista, per preservare etc….” Peccato che sia francese e quindi portato in Italia a dimostrazione della differente sensibilità e del diverso valore dato ai lavoratori della montagna.

A dire il vero non sapevo che, al Prà, vi fosse questo cartello. Quando non vengono divelti ed imbrattati, da noi ci sono appunto i cartelli della Regione Piemonte, quelli che avete appunto visto nel post di ieri, oltre che qua e là sul territorio, dove c’è un gregge. I commenti degli “amanti della montagna” raccolti qua e là su Facebook e da me riportati ieri parlavano anche della Valle Gesso. Il pastore mi diceva per l’appunto che i cartelli che aveva affisso alla partenza del sentiero erano stati danneggiati.

Cani da guardiania, mamma e cucciolo

Continua l’amico Franco: “Al fine di rispettare il lavoro degli allevatori – dice il cartello in francese. Quello in italiano da te inserito nel blog è evidentemente estratto da quello francese infatti cita la “tranquillità del gregge”, ma non fa neppure cenno all’uomo, al pastore, al suo lavoro! Come pretendere rispetto sensibilità ed attenzione se fin dall’inizio si sminuisce in tal modo la figura fondamentale di tutto il sistema?? Non si tratta ovviamente di dimenticanza, ma bensì di chiaramente diversa impostazione culturale, di ribaltata scala dei valori. E allora come pensiamo ad un possibile diverso atteggiamento da parte di chi frequenta la montagna per diletto?? Il burocrate di turno piccolo o grande che sia non vuole guai e quindi anzichè informare e sensibilizzare si limita ad avvisare di un pericolo…

Non posso che condividere il pensiero di Franco. Credo che l’argomento dovrebbe essere seriamente affrontato per esempio da associazioni come il CAI, con articoli informativi, ecc. Se il pastore deve accettare la presenza del lupo, allora tutti i frequentatori della montagna devono conoscere a fondo la questione, compreso il perchè dei cani, delle reti, ecc ecc.