Ogni animale rispecchia il carattere di chi lo alleva

Da quanti anni non salivo alla Vagliotta? Più di dieci… mi sa proprio che l’ultima volta era stata per nel 2015, quando giravo a far interviste per “Vita d’Alpeggio”. Non è per me così vicina la Valle Gesso. E’ quasi più lungo il viaggio in auto che la salita a piedi all’alpeggio.

Il sentiero è uno di quelli che ti portano in quota quasi senza accorgertene. Un motivo c’è e vale per la maggior parte dei sentieri da queste parti: qui venivano a caccia i reali e bisognava portarli su con tutto il loro seguito, quindi bisognava tracciare dei percorsi agevoli. Per chi volesse conoscere meglio questo aspetto storico, vi rimando alla pagina del Parco. In quel giorno io salivo, ancora all’ombra e al fresco, inebriata dal profumo dei maggiociondoli in fiore.

Non c’era silenzio, l’aria, oltre al profumo dolce, portava il fragore del torrente gonfio di acqua. Tutto molto bello, romantico e pittoresco per un’escursione, ma immaginate doverlo fare molte molte volte, a piedi, nel corso di tutta l’estate? Anno dopo anno… mentre gli anni passano, appunto. Viveri e materiali arrivano su ad inizio stagione con l’elicottero. “Sono venticinque anni che saliamo qui, anche se è da un po’ che vorremmo cambiare… Il figlio Nicolò sta giù, lui è più trattorista. Fossimo da un’altra parte dove si può andare e venire magari verrebbe anche lui, ma non so se starebbe qui fisso cinque mesi.

Prima di arrivare all’alpeggio, incontro il gregge che scende verso il pascolo, dopo la mungitura del mattino. Pecore roaschine e capre. “Doveva esserci Marilena… lei ti ha detto di venire su, ma io… io sono più per le pecore, è lei quella delle capre, anche all’inizio eravamo partiti uno con le pecore e uno con le capre. E’ anche questione di carattere, ogni animale rispetta il carattere di chi li alleva!

Con Aldo inizia una lunga chiacchierata sui temi più vari. Ci si conosce da anni ed è capitato più e più volte di incontrarsi un situazioni e contesti differenti. Prima di parlare di capre, ci raccontiamo mille cose, spaziando dal tema delle speculazioni sugli alpeggi, al lupo, alla figlia veterinaria in Francia e molto altro ancora. “Volevamo andar via di qui, ma non è facile trovare altri alpeggi, sai bene come funzionano le cose in questi anni… preferisco essere qui che altrove per conto di altri. Il gias sopra non l’hanno fatto aggiustare perchè noi parlavamo di andarcene. Ma, se anche fosse stato così, poteva venire qualcun altro e sarebbe servito comunque, no?

Aldo si dice contento del progetto del mio nuovo libro: “Vita d’alpeggio, quello sì che era stato bello. Gli altri sui pastori… sai, questi grandi pastori, a me non piacciono. Te l’avevo già raccontato, quando era arrivato uno di loro con il suo gregge e ci aveva pascolato i prati che a noi servivano per lungo tempo, lui è passato senza rispettare niente…“. Mentre il sole inonda i magri pascoli della Vagliotta, ci mettiamo a parlare di capre: “Prima del lupo stavano meglio, le mungevi, le aprivi, loro facevano il loro giro e tornavano alla sera.

Adesso sono costrette a pascolare con le pecore, ma mettono meno latte, il pascolo della capra e della pecora sono differenti. Rispetto ai pastori che allevano solo per la carne, chi munge ha un altro rapporto con gli animali. Poi ne ha anche di meno. Adesso abbiamo tante capre bionde. Per caso abbiamo preso una Toggenburg, abbiamo visto che anche stando fuori pativa meno e aveva tanto latte.

Il gregge è da poco in alpeggio, ma di formaggi ce ne sono già: quelli freschi degli ultimi giorni, le ricotte del mattino e formaggi stagionati prodotti nelle settimane precedenti: “Si vende qualcosa anche qui, ma soprattutto agli stranieri. Noi facciamo bio da sempre, è stata una scelta, una filosofia, un modo di differenziarci. Andiamo a fare mercatini, anche lontano, soprattutto in Francia, là la gente capisce di più.

Il gregge è poco lontano dalle baite, così i cuccioli di Pastore di Pirenei sono partiti con gli animali, ma poi sono rientrati a casa. Qui non ci sono problemi con i cani dei turisti, dato che si è nel parco ed è vietato introdurre cani, anche al guinzaglio. I pastori dei Pirenei con questo gregge (gli adulti) hanno correttamente segnalato la mia presenza sul sentiero, poi mi sono venuti incontro scodinzolando e cercando qualche carezza.

Quando ridiscendo il gregge è sopra al sentiero: le pecore stanno andando a cercare ombra. Non è facile fare i pastori quassù, sicuramente è servita tanta passione, tenacia, spirito di sacrificio per tornare, anno dopo anno, per 25 stagioni. Sono pascoli difficili, pascoli da pecore, chissà cosa succederà quando Aldo e Marilena troveranno un’altra montagna o, semplicemente, smetteranno di affrontare questa salita?

Il sole adesso scalda i fiori del maggiociondolo, ancora più profumati. Qualche anno fa Aldo aveva avuto problemi alle ginocchia, è quasi un miracolo che possa ancora camminare in montagna, soprattutto su di qui. Lui però non è tanto da pascolo: “Preferisco fare tutte le altre cose, se sono al pascolo mi viene da pensare, mentre sono lì fermi, a tutto quello che c’è da fare…

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Un giro in Valle Orco

La meta non era quella. Ma poi al mattino il tempo sembrava davvero pessimo. Giù in pianura non ne parliamo, quindi più che provare a risalire una valle e sperare… Alla fine, come si dice, la fortuna premia gli audaci. Mentre nel fondovalle le nuvole stagnavano, compatte, contro le montagne, man mano che si saliva sembrava esserci qualche spiraglio.

Lungo la strada, ad un certo punto, ecco un gregge di capre con il loro anziano pastore. L’erba è bagnata, il cane abbaia perchè due capre stanno facendo battaglia. Due parole su questa stagione dal tempo ballerino, poi si prosegue, dopo aver avuto alcune indicazioni su altri allevatori presenti in zona.

Il secondo incontro, sempre casuale, di giornata, è con un altro gregge di capre vicino ad un alpeggio. Sono bellissime capre e non occorre molto tempo per capire chi sia il padrone. Simone dice di essere più un margaro che un capraio, ma la qualità dei suoi animali è risaputa. “Le abbiamo da vent’anni, non abbiamo mai comprato, sempre allevato le caprette.

Ci sono anche alcuni bovini davanti all’alpeggio. “Ho anche la passione delle mucche nere, le reine. Sono andato a scuola, ho fatto due anni di meccanico, quando ho avuto 16 anni mi sono messo a lavorare in stalla, una volta avevamo solo 4-5 mucche. Quest’anno è il quarto anno che vengo in alpeggio.

Adesso sono appena salito. Sono da solo, mio papà lavora in fabbrica, poi sta giù a fare il fieno. Mia mamma veniva su con me, poi si è ammalata, è mancata lo scorso anno. Faccio formaggi, qui sulla strada si vendono bene. Faccio solo tome. Mi sono messo a posto per lavorare il latte anche giù in cascina. Le capre non le mungo, poi per fare i formaggi di capra richiederebbero un altro locale separato!

Una volta le portavo alle battaglie, mi piaceva, ma poi ho smesso per le troppe polemiche. Adesso ci godo di più a vederle tranquille nel prato a pascolare.”

Tanti turisti le prendono per stambecchi, uno mi ha chiesto se facevo la toma, di stambecco! Faccio anche una lavorazione come quella della fontina, ma ovviamente non posso chiamarla così. L’ho chiamata Ceresolina. Grazie al nome, la gente la compra di più della toma normale! Ormai però non comprano più la toma intera.

Salutato Simone, il viaggio prosegue. Poco sopra, a Ceresole, appena prima della diga, c’è un gregge che sta per andare al pascolo. In questo inizio di stagione è facile fare incontri così, lungo la strada, perchè la maggior parte degli allevatori sta salendo. O meglio, sale chi può pascolare nel fondovalle, visto che agli alpeggi c’è ancora ben poco, quando non addirittura la neve!

Il gregge è quello di Ettore, appena arrivato quassù con la sua transumanza. Il pastore non si scompone per il tempo, è abituato a prendere quello che viene. Si lamenta per le pecore zoppe, quest’anno il clima purtroppo sta favorendo la zoppina, cosa che ho già riscontrato anche presso altri pastori.

E’ ora di andare al pascolo, così il pastore chiama il gregge, che si sposta poco sotto a pascolare altri prati. Non conosco quale sarà il suo tragitto, ma guardando verso l’alta valle mi sa che dovrà far durare l’erba quaggiù, in attesa che la neve sciolga.

Pensavo di non incontrare più animali, di lì in poi, invece ecco ancora qualche mucca, alcune capre e un’agnella che pascolano di fianco al Lago di Ceresole. Forse sono appena arrivati dalla pianura. Il cielo intanto si sta aprendo sempre di più ed esce il sole. Così si prosegue verso l’alta valle.

Veramente di lì in poi non ci sono più altre mandrie e greggi, arriveranno solo più avanti. Siamo nel Parco del Gran Paradiso e gli stambecchi sono abbastanza facili da vedere. Questo branco di più di 20 animali è ben mimetizzato tra le rocce, ma si lascia avvicinare senza troppi problemi. Ovviamente bisogna rispettarli, muoversi piano e non far rumore, poi si può stare a lungo ad osservarli.

Mi viene da sorridere nel pensare che, si trattasse di un gregge di capre lasciate libere ed incustodite, sarebbe molto più difficile avvicinarle così. Ci sono animali di diverse età, tra cui alcuni maschi molto vecchi, a giudicare dal palco. Riposano, si godono il sole, mangiucchiano…

Più in alto ancora, alla diga del Serrù, la primavera e l’estate sono ancora lontane. La strada è aperta fin qui, più oltre bisogna proseguire a piedi, il Colle del Nivolet è ancora chiuso. Quassù non è ancora stagione di alpeggio, almeno per qualche settimana. Fa anche freddo, quindi è meglio ridiscendere.

Ancora un’immagine in cui ben si coglie cosa vuol dire, a queste quote, l’avanzare delle stagioni, dell’erba, delle fioriture. Buon alpeggio a tutti quelli che trascorreranno l’estate in Valle Orco. E intanto, giù nel fondovalle e nella pianura, si scatenava l’ennesimo temporale…

La pianura e la montagna

E’ da qualche settimana che voglio scrivere un post su questi argomenti, alla fine mi sono decisa a farlo dopo una chiacchierata casuale con un escursionista settantenne incontrato ieri per caso salendo con le ciastre sulla neve della Valle Po. La montagna fa di queste cose: le persone sconosciute si incontrano e cominciano a chiacchierare unite dal luogo in cui si trovano. Ma non tutti quelli che frequentano la montagna lo fanno ugualmente, non tutti la vivono e la sentono nello stesso modo.

Ieri di gente su quella montagna ce n’era davvero tanta, ma molti puntavano ad una meta decisamente turistica. Qualcuno addirittura saliva con il servizio “navetta” operato dal gatto delle nevi e dalla motoslitta. Moltissimi salivano a piedi, con le ciastre appunto, o con gli sci e le pelli. Per alcuni la meta era la vetta, per altri la stazione di arrivo degli impianti, in disuso, trasformata in luogo di accoglienza e incontro per questi turisti. Dalla cima, lassù, si sentiva in basso la musica a tutto volume e si vedeva il brulicare della folla. Ma quella non è la mia montagna. Tutti quelli che c’erano su per la montagna ieri, erano lì per divertirsi, anche se in modo diverso. Alcuni cercavano il silenzio, il panorama, la soddisfazione di raggiungere una cresta e affacciarsi dall’altra parte, la sensazione della neve, dell’aria, il lasciar vagare i pensieri. Altri la compagnia, il divertimento, l’ebbrezza della velocità, la mangiata di gruppo, il frastuono della musica.

Sulla via del ritorno ho attraversato questo che… non è un villaggio. Sono delle meire, piccole baite, sede di alpeggio per numerose famiglie, un tempo. Oggi credo che qui salga un unico margaro con la sua mandria, si vede in basso la stalla nuova. I turisti passano, ma quanti riflettono?

Io ho vagato tra le baite silenziose, gli unici suoni erano gli scricchiolii della neve sotto le mie ciastre, le gocce d’acqua della neve che scioglieva da qualche tetto. Però tendevo l’orecchio ad altre voci, altri suoni. I suoni estivi, i cani, le campane, i muggiti, i richiami dell’uomo. Ma anche suoni più antichi, quando qui era tutto un brulicare di gente. “Le Meire di Pian Croesio (1846m) sono raggruppate al centro di una vasta conca di pascoli sul versante notte del territorio comunale. Quando erano tutte abitate il carico di bestiame risultava addirittura eccessivo e, nelle annate siccitose, veniva a mancare l’erba. Allora si mandavano i bambini a rubarla oltre la cresta spartiacque in territorio di Sampeyre, suscitando le proteste dei locali pastori.” (testo integrale qui)

Vi ho parlato tante volte del mio vagabondare in quella terra di mezzo che è la montagna dell’uomo. O che ERA la montagna dell’uomo, mentre oggi il più delle volte è vittima di crolli e di abbandoni. C’è qualcosa che mi chiama in questi posti, e sono le voci di quelle pietre che parlano, che raccontano storie di un passato non così remoto. Un passato duro, difficile, ma che a volte incontro concretamente, come nel caso del manoscritto che mi è stato affidato dal suo Autore, per farne un libro. Proprio l’altro giorno ho trascritto questa frase: “…Adesso non esistono le mucche in queste stalle e stanno crollando soffitti e mura. E chi le viene l’ambizione a non lasciarle crollare fanno le tavernette come sale di aspetto…“. Ma chi va in montagna per “divertimento”, si pone certe domande? Fa certe riflessioni? O attraversano questi luoghi solo come uno sfondo, troppo presi a pensare al dislivello, alla meta, al materiale di cui è fatto il loro abbigliamento tecnico, o ancora parlando di teorie su come valorizzare la montagna?

Veniamo ad un argomento di cui tanto si sta parlando in queste settimane, intorno al Re di Pietra, il Monviso che svetta all’orizzonte sovrastando le cime delle vallate tra la provincia di Torino e Cuneo. Qualcuno si è studiato di fare un bel parco naturale. Ma, tanto per cambiare, hanno pensato il tutto giù in pianura, lontano dalla montagna. Hanno tracciato confini e fatto progetti e hanno deliberato. Poi sono arrivati nelle valli e hanno pensato di portare le perline colorate agli indigeni, ma hanno trovato un’accoglienza non molto calorosa. Anche se per tanti versi ci sono divisioni, rivalità, screzi, questa volta interi comuni si sono uniti, com’è successo a Bobbio Pellice. O ancora: “Mercoledì 18  febbraio a Piasco i sindaci di Casteldelfino, Sampeyre e Piasco hanno ribadito il loro no secco, lo stesso ha fatto la Coldiretti, applauditi in un salone pieno di montanari della val Varaita. L’ass.re alla montagna Valmaggia ha sentito tutti e poi ha confermato che la proposta andrà avanti e entro fine marzo il Parco sarà cosa fatta. Questi sono i rapporti tra il Monte e il Piè. Evviva! Andiamo proprio bene“, scrive Mariano Allocco per l’associazione AlteTerre.

Questa è la Conca del Prà, uno dei luoghi più conosciuti, apprezzati, frequentati dai turisti di queste parti che amano la montagna, senza esigenze di raggiungere le alte vette. E’ stata anche la meta di una delle mie prime escursioni in montagna, da bambina. Serve un parco, per tutelarla? E’ in pericolo? Perchè bisogna fare questo parco???

Qui ci sono già strutture turistiche, un rifugio, un agriturismo d’estate, poi la Ciabota, che potremmo definire una locanda di alta montagna, non rifugio, non agriturismo anche se la famiglia che la gestisce ha anche gli animali. Ci sono gruppi di baite, tutte ben aggiustate ed utilizzate in vari modi. Cosa aggiungerebbe il parco a tutto questo? Ho sentito parlare di “opportunità”, ma mi dicono che, alle riunioni, queste grossi vantaggi per chi vive e lavora in quei territori, anche magari solo per pochi mesi all’anno, non sono stati spiegati in modo esaustivo. E, soprattutto, non si sono capiti i vincoli a cui si dovrebbe sottostare, nell’area sottoposta a tutela. Se restasse tutto com’è… che senso ha creare un parco, che bene o male delle spese le comporta?

Nei regolamenti dei parchi c’è sempre scritto che si deve tener conto delle attività agricole preesistenti, ma ovunque chi sul territorio già c’era, dopo l’istituzione di un parco naturale si trova ad avere vincoli ulteriori, spese, problemi. Se vogliamo controllare i carichi di bestiame, esistono già dei regolamenti comunali, così come esistono organi di controllo per il rispetto delle normative vigenti a tutela del territorio nel suo complesso (CFS, ASL, ecc.). Se mi dite che il parco porta benefici nel senso che arriveranno fondi per migliorare la vita e il lavoro delle persone che qui operano, allora ben venga. Ma perchè la sensazione invece (visto il modo con cui è stato imposto dall’alto, senza sentire la gente) è che il parco sia creato da chi teorizza una montagna naturale, senza l’uomo? E’ come per il discorso del lupo… Mi pulisco la coscienza difendendo ad oltranza la wilderness, anche (e soprattutto) se abito in città, mi sposto in auto, ho tutto quello che la modernità passa al giorno d’oggi. Ma devo fare qualcosa per l’ambiente, allora decido che la montagna deve essere incontaminata, deve contare più il lupo del pastore, l’escursionista che sale la domenica, piuttosto di chi abita e lavora lassù 4-5 mesi all’anno.

Solo per fare un esempio, le baite. Immagino che, nel parco, si debbano rispettare certe tipologie costruttive, impiegare certi materiali. E ciò, oggigiorno più che mai, comporta delle spese non indifferenti. Chi le coprirà? Se ho la “fortuna” di essere nel parco, mi costa tre volte tanto ristrutturare e adeguare l’alpeggio, mentre chi è 100 metri più in là, fuori dal confine, invece può continuare ad usare la lamiera per il tetto? Ci sarebbe da scriverne per ore. Ma la mia conclusione è che non possiamo da una parte rovinare la montagna con località di turismo di massa (penso a chi si trova a dover pascolare tra rottami nella pista da sci, moto, mtb, quad e altro ancora che sfrecciano sulle piste sterrate, campi da golf ecc), poi dall’altra creare dei bei parchi a immagine di chi la montagna non la vive in prima persona.

Un gregge di servizio

Oggi voglio parlarvi di una cosa nuova. Un progetto che coinvolge un parco naturale e le pecore. In Italia, non in Francia! Il progetto è questo e si chiama LIFE Xerograzing. Sul sito che vi ho indicato, trovate tante informazioni e dettagli, per chi volesse, c’è anche una pagina Facebook qui.

Adesso però passiamo ad analizzare la riunione tenutasi venerdì scorso 22 novembre a Bussoleno (TO), uno dei due comuni coinvolti direttamente nel progetto. Comuni, Università di Torino e Parco Alpi Cozie hanno presentato al pubblico il progetto nelle sue varie fasi progettuali e operative, dando poi spazio al pubblico per domande e suggerimenti. Ottenere l’approvazione di un progetto LIFE dall’Europa non è semplice, quindi c’era un certo orgoglio nell’avere avuto successo in questa sfida.

Il pubblico ascoltava attento, ma ancora prima della presentazione dettagliata serpeggiava un certo scetticismo e qualche malumore, alimentato anche da articoli usciti qua e là sui giornali e on-line, dove si polemizzava apertamente sulle cifre e sugli obiettivi, senza tentare di capire il significato e l’importanza di un progetto del genere. Innanzitutto, com’è stato ben spiegato, i progetti LIFE stanziano soldi per l’ambiente, quindi quel milione di euro non era comunque possibile girarlo per le industrie o per gli ospedali che chiudono. E poi, proprio oggi, con negli occhi le alluvioni che hanno flagellato alcune parti d’Italia… possibile che vediamo sempre e solo gli effetti, sordi a chi parla di prevenzione, di corretta pianificazione territoriale, ecc ecc? L’area interessata è anche spesso oggetto di incendi, quindi ripulire delle superfici abbandonate preverrà rischi di dissesto ed eviterà che si spendano soldi per dover estinguere l’ennesimo fuoco sulle montagne.

Il progetto potete leggerlo nel dettaglio sul sito, se siete interessati a conoscerne le singole parti, ma io qui cerco di farvi una rapida carrellata dei punti che maggiormente potrebbero interessare anche chi non vive da quelle parti, usando le slides dell’intervento di Giampiero Lombardi dell’Università di Torino. Siamo nella zona SIC delle Oasi Xerotermiche (qui la scheda), un’area abbastanza unica per le sue caratteristiche ambientali (e quindi per la flora, prima che per la fauna), che presenta ancora visibili segni di uso agricolo antico, ma che oggi è sempre più vittima dell’abbandono da parte dell’uomo.

Questo territorio è, tra gli appassionati, famoso per le fioriture delle orchidee selvatiche (oltre che per la presenza di numerose altre specie botaniche rare), messe a rischio dall’abbandono, perchè l’espansione della vegetazione arborea ed arbustiva riduce la biodiversità, andando ad invadere i prati e i pascoli nelle zone più impervie e gli antichi coltivi e terrazzamenti nelle aree più facilmente raggiungibili.

Già in passato qui c’era un utilizzazione da parte di greggi, con un pascolo di animali locali e, in determinate stagioni, il passaggio di greggi transumanti. Oggi anche quest’attività è scomparsa quasi del tutto. Il territorio ne sta risentendo ed è messa a rischio persino la sua stessa fruibilità, dato che anche i sentieri vengono invasi dai cespugli.

Per gli addetti ai lavori, questi sono concetti ben noti da tempo. Quante volte ve ne ho parlato anche sulle pagine di questo blog? Purtroppo mi è capitato anche di dover raccontare vicende in cui Parchi naturali accusavano le greggi di mettere a rischio la biodiversità vegetale (e animale)… Mi viene da sorridere se ripenso a quando proprio si citavano le orchidee come specie minacciate dal pascolamento. Certo, eravamo in altri territori (parchi fluviali), ma a me sembra che, se si mantiene pulita l’area di pascolo, ci sono e ci saranno sempre fioriture evidenti e varie.

Quindi? Quindi anche aree soggette a tutela (parchi, riserve, ecc) presentano determinati ambienti di pregio che non si mantengono senza intervento umano! Mi piacerebbe che questo concetto lo comprendessero anche tutti coloro che si definiscono “ambientalisti”, senza conoscere fino in fondo il significato della parola. Esistono sì le riserve naturali integrali, ma per tutto il resto del territorio, l’uomo gioca la sua parte, nel bene e nel male. Una corretta ed equilibrata presenza/utilizzazione da parte dell’uomo è FONDAMENTALE per preservare l’ambiente.

Veniamo allora al cuore del progetto, che durerà 5 anni. Come gestire quelle aree di pregio? Le colture agrarie ormai sono improponibili, bisognerebbe lavorare come 100-200 anni fa e non ci sarebbe alcun reddito (erano colture di sussistenza). Anche lo sfalcio sarebbe arduo, vista la quasi totale assenza di viabilità e le pendenze. Rimane quindi il metodo più naturale, il pascolamento degli ovini.

Così il progetto prevede di istituire un “gregge di servizio”, 150 pecore da affidare ad un pastore (ma che resteranno proprietà del parco), da utilizzare per il pascolamento delle aree individuate. Per ora si tratta di terreni di proprietà comunale, poi ci si auspica di coinvolgere anche i privati. Alcune aree verranno prima decespugliate, poi si realizzeranno recinzioni fisse per il contenimento degli animali, punti acqua e punti sale, sistemazione di sentieri, ecc ecc.

Il punto adesso è individuare il pastore, mentre si pensa a redigere il “piano di pascolo” da seguire. Vi sono terreni ad uso civico, quindi la precedenza ovviamente sarà data ad un allevatore locale. Verrà istituito un apposito bando per individuare il pastore che si occuperà della gestione, ovviamente impegnandosi a seguire le direttive dei ricercatori del progetto, al fine di poter monitorare gli effetti in campo. Cinque anni di progetto finanziato, ma il tutto dovrà essere portato avanti anche oltre, per almeno una trentina di anni, in un’ottica di continuità e reale gestione del territorio. Ci sono già state manifestazioni di interesse da parte di alcuni allevatori, ma tramite bando pubblico si sceglierà quello con le caratteristiche più idonee.

I costi del progetto hanno fatto discutere, ma a me le domande che sono venute in mente sono state di altro genere. 150 ovini sono un numero quasi da hobbista, tanto più che saranno di proprietà del Parco e l’allevatore potrà solo vendere gli agnelli. Avrà il pascolamento di quelle aree per quel certo periodo all’anno, ma dovrà mantenere i capi per tutti i restanti mesi. Quindi? Quindi ovviamente serve un’azienda già esistente sul territorio, con un numero di capi maggiore, attività integrative (es. mungitura e caseificazione). Ci sono realtà simili? Mi auguro di sì e mi auguro davvero che questa sia una buona opportunità da sfruttare anche per dare alla pastorizia il suo giusto riconoscimento. Non facciamo sempre solo polemiche, ma trasformiamo i nostri dubbi/perplessità in critiche costruttive. Ci saranno altre riunioni sul territorio, ma comunque possiamo far arrivare per via telematica i nostri suggerimenti e idee qui.

Pascoli in appalto nel Parco del Po!

Ma sì, avete letto bene… non potevo non dare risonanza ad una simile notizia che contrasta piacevolmente con altre politiche di divieti all’interno dello stesso parco fluviale.

Ovvio che non si tratterà delle stesse aree dove da anni parchi e pastori sono in “lotta” per la questione del pascolamento. Però a mio avviso consentire il pascolamento in modo ufficiale ed affidando i terreni a qualcuno permetterebbe anche di risolvere alcuni problemi. Adesso non so dove siano precisamente queste aree indicate nel bando, o che caratteristiche abbiano… e non so se vi saranno pastori eventualmente interessati, però la notizia è di quelle positive che mi piace riportare.

Ecco il bando che riguarda il Parco del Po cuneese, nei comuni di Revello e Cardè. Che vinca il migliore! Mi auguro che, per il futuro, possano esserci iniziative simili anche altrove, nelle zone “calde” della pastorizia nomade, visto che il problema pastori/parchi fluviali è comune a tutte le aree d’Italia in cui cui esistono queste due realtà (una delle due più antica dell’altra…).

Per difendere la biodiversità

Per sentir dire al di fuori dei convegni specifici che pastoralismo significa difesa della biodiversità, mantenimento della biodiversità, basta passare il confine. In Francia il pastoralismo, l’allevamento ovino è tradizione, è economia, è paesaggio e, giustamente è biodiversità, appunto.

Non c’è nemmeno da spiegarlo, fa parte della tradizione, della cultura. In Italia invece sono discorsi “di nicchia” che difficilmente escono dalle aule universitarie o dalle sale dei convegni. Ripetiamolo ancora una volta: un gregge in montagna svolge molteplici funzioni. I pastori conducono in quota le greggi per sfamarle durante la stagione in cui i prati di fondovalle sono destinati alla fienagione. E’ così che è nata la pratica dell’alpeggio e della transumanza alpina. C’è chi ne ricava carne (vendendo agnelli, agnelloni…), chi munge e produce anche latticini. Ma gli animali pascolano, “puliscono” i versanti, mantengono la vegetazione erbacea o, addirittura, la migliorano laddove si incontrano situazioni di abbandono.

Pascolamento è biodiversità vegetale. Dove diminuisce o cessa l’azione di pulizia del gregge, si diffondono i cespugli. Invece di centinaia di specie vegetali, troviamo distese quasi monospecifiche di rododendro, ginepro, mirtilli, cespugli di ontano. Servono anche queste specie, certo, ma la biodiversità è avere tante specie e tanti ambienti. In un pascolo troviamo più vegetali, fioriture più evidenti e, di conseguenza, più insetti, più predatori di questi insetti e così via. Occorrono anni per recuperare un pascolo abbandonato.

In Italia si fanno tante parole… In Italia occorre essere schierato, per ogni cosa c’è il PRO e il CONTRO. Sapete bene su che toni spesso si sposta il “dibattito” sulla questione lupo… Troppo spesso si grida invece di ragionare, ma a volte anche il più moderato perde le staffe di fronte a certi “ragionamenti” di chi non vuole nemmeno sentire le parole e le ragioni dei pastori. In Francia invece, pur essendo anche lì il dibattito molto acceso, di sicuro la questione è sentita e non solo nel ristretto ambito addetti del settore zootecnico / ambientalisti. E’ di questi giorni la notizia che il Parco Nazionale delle Cévennes abbia fatto domanda per rivedere la legge nazionale in materia di protezione del lupo, chiedendo l’autorizzazione a “tiri di difesa” contro il lupo. Qui l’articolo, significativa la frase “L’agropastoralisme produit de la biodiversité. Nos systèmes d’élevage produisent de la biodiversité. La présence du loup remettrait en cause cette biodiversité. Nous avons fait notre choix.“, pronunciata dal Presidente del Parco. In altri articoli sul web (qui) si trova poi quest’altra dichiarazione: “Les instances du Parc ont donc décidé de “porter un message. Nous demandons aussi à être relayés par les parlementaires, pour obtenir une révision rapide du Plan loup. Une manière de mettre l’État devant ses responsabilités“.” Ci si appella allo stato, affinchè vengano prese decisioni a livello nazionale.

E il lupo non preda solo ovini, anche in Piemonte sta aumentando il numero di bovini vittime di attacchi (direttamente  o indirettamente, perchè messi in fuga e poi precipitati o feriti). Qui, sul bel sito francese Eleveures et Montagnes, si trovano tante informazioni sulla situazione in Francia. Solo nell’area PACA (Provenza, Alpi, Costa Azzurra), nel 2012 si sono avuti 1138 attacchi (+22%) con 3873 capi uccisi (+26%). Sono numeri che non hanno bisogno di ulteriori commenti, eppure sappiamo che in Francia da anni hanno adottato e mettono in pratica i vari strumenti per prevenire le predazioni.

In Piemonte non siamo ben messi. L’autunno ha registrato numerosi attacchi, ma in tutta la stagione le segnalazioni si sono susseguite, anche in aree di espansione, dove prima il predatore non era ancora mai stato segnalato o dove aveva fatto solo sporadiche apparizioni. Lì il bilancio è stato ancora più grave, perchè come sempre accade, ha trovato animali ancora liberi, non sorvegliati costantemente e senza la presenza dei cani da guardiania. Mi domando quando anche da noi si potrà pensare di fare concretamente qualcosa senza essere accusati di voler sterminare i lupi! Dare al pastore la possibilità di difendere il suo gregge, indurre i predatori a temere l’uomo, così da allontanarli e far sì che tornino a rivolgersi maggiormente alle prede “selvatiche”, come fanno quando gli alpeggi sono vuoti e greggi e mandrie si trovano altrove.

Fare il pastore, tutta la vita!

Parto nonostante le previsioni incerte, ma per fortuna il cielo è limpido e l'aria fresca. Almeno al mattino riuscirò a raggiungere la mia meta, spero di trovare i pastori che sto cercando. Le tracce ci sono ed infatti li incontro al Gias Chiot della Sella, dove i panni stesi al vento annunciano da lontano la presenza di qualcuno. Ci sono anche le pecore, che si stanno avviando al pascolo.
 

Simone l’avevo già incontrato insieme a sua madre Silvia nel 2005, quando giravo per scrivere “Vita d’alpeggio”. Sono oltre quarant’anni che questa famiglia sale qui nel Vallone della Meris, all’alpeggio Chiot – Sella. Madre e figlio, mentre il marito svolge tutt’altra professione. “Mettevamo il secchio sotto la fontana, ma l’acqua veniva giù goccia a goccia e ci metteva un’ora a riempirsi… Mia madre era molto più pulita di me ora (ma la semplice baita è pulita ed ordinata, ndA), si è cosumata le ginocchia al fiume a lavare. Lavava una prima volta, poi scaldava l'acqua, lavava una seconda. La vita che abbiamo fatto…”, sta raccontando Silvia a degli amici in visita. Oggi le cose sono un po’ cambiate, ma non poi così tanto, se si considera che siamo nel XXI secolo. “E’ passata una turista e mi ha chiesto se poteva usare il mio bagno… Ma qui, anche se hanno messo un po’ a posto le baite, anche se non siamo più nei vecchi gias come una volta, il bagno non c’è e non c’è mai stato. C’è il pannello solare al primo Gias, ma altrimenti niente luce, niente acqua. Il caseificio non l’hanno fatto, su al terzo gias tocca dormire in tenda, io con le mie gambe non ce la faccio più ad andare dietro alle bestie… Paghi l'affitto e non ti danno niente! Al giorno d'oggi non si può andare così, anche per i giovani. Spendono soldi in delle cose inutili e per noi nessuno fa niente. Parlano, parlano, ma… Un giorno l'altro mi metteranno magari in galera, io qui non potrei fare i formaggi. Ma almeno là starò tranquilla, mi riposerò. In un altro vallone c'è l'alpeggio attrezzato con il caseificio, l'hanno messo all'asta e l'hanno dato ad uno che salirà con un gregge di montoni da vendere ai marocchini. E' così che ci aiutano…”.
 

Dietro alle bestie, al pascolo, ci va Simone. Un gregge di pecore roaschine ed un gregge di capre. L’unica concessione alla modernità, su di qui, è il quad parcheggiato davanti al Gias del Chiot. “La prima volta che l’ho usato, sono arrivato su e volevo venderlo! Una volta presa la mano, però è comodo, visto che altrimenti bisogna andare e venire a piedi.” Simone ha aperto le reti e gli animali si incamminano. Queste sono montagne poco nebbiose, ventilate, il problema può essere la siccità e dove far bere le pecore.
 

Una volta l’erba era migliore, si gestiva diversamente il pascolo. Su quei pendii adesso c’è tutto quello che qui chiamiamo carèl, le pecore non lo mangiano. Quando si dava fuoco, si bruciavano i pascoli a fine stagione, non ce n’era così tanto. E queste? Si andava al pascolo con una zappetta e toglievi tutte queste piante. Adesso non si può, figurati… E’ parco, non puoi toccare i fiori, è vietato. Stanno invadendo tutti i pascoli qua in basso, guarda che roba! Da bambino mia nonna mi aveva insegnato a fare un gioco, prendevo i frutti di questa pianta, li staccavo e quelli erano le vacche da portare al pascolo. Ci divertivamo così. Ma poi bisognava lavarsi bene le mani perché fa vomitare.” Il Vincetoxicum hirundinaria sta colonizzando a perdita d’occhio i pascoli del vallone, nessun animale lo pascola e così si diffonde liberamente a discapito delle erbe che possono invece piacere a pecore e capre.
 

Fa già caldo, anche se molto più in basso nei canaloni c’erano ancora i resti delle valanghe invernali e primaverili, insieme a tanta legna portata a valle negli anni precedenti. “Quando ha fatto le grandi nevicate tre anni fa qui è stato un disastro. Su all’ultimo gias una volta si entrava piegandosi, ma era fatto apposta perché la neve ci passasse sopra. Invece alzandolo è successo che la valanga ha portato via tutto e mi tocca dormire in tenda. Sono tre anni che chiedo il container con la domanda per il pascolo gestito, ma il Parco si è opposto per l’impatto ambientale. E i bivacchi che ci sono? Quelli non fanno impatto?
Più tardi Silvia dirà che una trentina di anni prima l’affitto dell’alpe veniva pagato 100.000 lire: “…e, con il frutto della prima settimana, te lo ripagavi. Si scendeva tre volte la settimana con il mulo a portare giù ricotte e formaggi.
 


 

Simone apre anche le capre, che si dirigono verso altri pascoli rispetto al gregge. Il principale cruccio di questo giovane pastore, classe 1985, è quello non poter essere autonomo rispetto ai vincoli che regolano quasi ogni aspetto del suo mestiere ed inoltre non vedere sufficientemente apprezzato e valutato il suo prodotto. "Mia madre voleva che facessi altro perché dice che non c’è futuro, ma dev’essere una cosa che ho preso con i geni, una malattia… Anche quelle poche volte che sono andato in gita con la scuola, dopo due giorni le pecore mi mancavano proprio, senti che non sei a posto."
 

"Quando sono su mangio sempre al sacco, mi alzo presto, mungitura, colazione abbondante, poi mungiamo di nuovo la sera e si va a letto sempre abbastanza tardi. Più avanti nella stagione le facciamo asciugare perché su non possiamo lavorare il latte e, dovendo stare sempre insieme alle pecore, non posso venire a portarlo giù qui. Da quando c’è il lupo non le puoi lasciare da sole.” In zona il predatore è ricomparso nel 1997. “E’ il primo anno che ho i cani, incontri con il lupo non ne hanno ancora avuti, ma per il resto sono davvero soddisfatto. Sono dei Pirenei, forse sono più lenti dei Maremmani, ma sono migliori. Non ho avuto problemi né con le pecore, né con i miei cani. Ed anche con i turisti va tutto bene e qui ne passano tanti. Certo, ci sono i cartelli, ma hai sempre paura che qualcuno passi lo stesso in mezzo e non sai come reagisce il cane."
 

Le pecore salgono in fila sui ripidi pendii, troveranno erba da pascolare più a monte, ma il sole caldo le infastidisce. "Quando le senti che si spaventano e scappano per il lupo, tu sei lì e non puoi fare niente… Anche per quello il recinto lo facciamo sempre in basso, vicino alle baite. Se le senti che si agitano, esci a controllare. Cerchi di spostarlo almeno una volta la settimana, ma alla fine tutte le parti pianeggianti restano rovinate, a farle dormire sempre lì. Essere da soli è dura. Adesso ci siamo io e mia madre, ma poi? Da solo non potrei far tutto, o lavori il latte o vai al pascolo. Le ragazze, se sanno che fai il pastore… Amici ne ho tanti, qualcuno che ha le bestie, le vacche. Qui conosci tanta gente, quelli che passano. Certo, non è che riesci a vederti tanto, alla sera tu vai a dormire perché al mattino devi alzarti presto, ma a me piace conoscere gente nuova anche per scoprire cose che vanno meglio rispetto a quello che facciamo noi.
 

"Una volta quelle che mungevi scendevano comunque, solo che avevi i recinti in pietra, quelli che vedi ancora là in basso, e le mettevi lì. Tutte le altre invece pascolavano libere andando in alto ed i pascoli restavano mangiati meglio e concimati. Lavoravi il latte ed andavi su a vederle e portare il sale due, tre volte la settimana. Potevi scendere di giorno a portare i formaggi, adesso invece tocca andare la sera dopo che hai finito i lavori e ritorni su al mattino presto. Per fortuna che c’è almeno il quad.
 

Il primo gias è quello ristrutturato con il pannello solare ed una stanza per la caseificazione, dove però manca l'acqua. “Fare il caseificio e poter lavorare il latte in montagna ed in pianura è uno dei miei sogni, anche perché qui arriva gente da Torino o da Milano e dice che non ha mai mangiato un formaggio così. Giù ne trovano a 30 euro il chilo e non ha questo sapore. Soldi ce ne sono pochi, altrimenti quello che vorrei è comprare una piccola cascina con un po’ di terra e… fare il pastore, per tutta la vita! E’ quello il mio sogno.” Lo so che forse io non dovrei dire che qui si fa il formaggio, perchè le strutture non sono idonee, ma secondo me è importante invece denunciare questa situazione, con persone capaci, in gamba, che producono ottimi formaggi e nessuno che si interessa della loro situazione. Eppure l'affitto lo pagano e perchè non ci si adopera per sistemare quella stanza per la caseificazione??
 

Silvia lo fa da una vita. Io non ho mai mangiato una ricotta di pecora buona come la sua. Metterla in bocca è un qualcosa di unico, con quel leggerissimo gusto di fumo che deriva dal fuoco a legna su cui fa scaldare il siero. Certo, le leggi proibirebbero anche quello. "Non è mai morto nessuno, a mangiare i miei formaggi." Penso alle mozzarelle blu e mi arrabbio, mi arrabbio con chi fa le leggi a tavolino, con chi sta seduto negli uffici e non conosce la realtà, con chi non immagina nemmeno cosa voglia dire vivere e lavorare in alpeggio.
 

Mi piace tutto di questo lavoro, alle parti brutte non ci dai peso. Tra il lupo ed altro, adesso non sei mai autonomo. Più va avanti così e meno sai che futuro ti puoi aspettare… Le cose più belle sono avere una bella pecora, vederla al pascolo. La Roaschina deve avere certe caratteristiche, il naso, la testa, le corna… Preferisco avere un bel cavial che cento milioni! Ogni tanto c’è quel momenti di sconforto in cui ti viene da pensare di mollare tutto, magari quando tutta la stagione è andata bene e poi alla fine succede l’incidente, il lupo te ne ammazza dieci in un colpo. Ma è quell’attimo, il giorno dopo ti è già passata. Quel che c’è di bello qui è la serenità, se ti tolgono quello è finita.
 

Sono così semplici, i sogni di Simone. A differenza della maggior parte dei suoi coetanei, è addirittura felice del fatto che su di qui il cellulare non prenda  per niente. Lui sta bene con le sue pecore, solo che non si sente più libero. Chiede solo di poter fare il suo lavoro, essere rispettato e poter raccogliere i frutti delle sue fatiche. Non arricchirsi, ma solo essere pagato il giusto. "Le soddisfazioni di questo mestiere sono altre, non i soldi. Però devi poter vivere…".
 

D'inverno il gregge gira cercando pascoli fino ai mesi più rigidi, poi si affitta una sede. "Ma non è mai semplice trovare una cascina dove vogliamo le pecore. Ci sono tanti pregiudizi, dici che hai le pecore e dicono subito di no. La solita storia delle zecche, che poi non è vera… Tutta colpa anche di certe mele marce che ci sono in giro e vanno a fare danni, le conseguenze le pagano tutti gli altri pastori. Adesso c’è anche una legge nuova che dice che, nelle zone di mezza montagna, non puoi fare pascolo vagante, devi comunque avere una seconda sede, un posto dove ricoverarle. L’abbiamo trovato, ma non c’è la concimaia, ed è diventata obbligatoria perché non puoi mettere subito il letame sui prati, deve colare giù il liquido. Ma quando le pecore dormono fuori, sui prati? Non so… Abbiamo chiesto al padrone della cascina se era disposto a farla, ma il preventivo è stato di 25.000 euro!!! Certo che non te la fa! Una volta affittavi la cascina, pagavi le care (il quantitativo di fieno, ndA) e ti davano l’alloggio, la legna per scaldarti, la luce. Adesso devi pagarti tutto tu. Abbiamo cercato una concimaia da affittare per far vedere di essere a posto, ma le cascine che ne avevano una vecchia e le hanno ristrutturate per fare alloggi le hanno buttate giù. Non so… E’ un bel problema.
 

Il posto è splendido, la vista spazia verso i monti, il lago presso il quale c'è un rifugio dove tante volte sono salita per delle escursioni, in passato. “Il futuro… Non so. Non devono continuare a spendere soldi per niente. Il Parco per noi non ha voluto il container, ma hanno fatto il centro per il lupo ad Entracque. Comprano le capre dai macellai per darle da mangiare ai lupi che hanno lì… Io vorrei solo poter vivere come una persona normale, non c’è niente da inventare, bisogna solo far conoscere il nostro mestiere, i nostri prodotti, far capire il loro valore. La nostra roba vale di più perché dà di più! Bisogna valorizzarla. Gli animali sono controllati, seguiti, non come certa roba che arriva dall’estero. Se non si capisce questo, tra quarant’anni le montagne saranno vuote. Giovani adesso ce ne sono ancora, avrebbero la passione, ma i genitori spesso li scoraggiano, così come faceva mia madre. Li pilotano verso altro, perché non c’è più la rendita, anche con le vacche.
 

Scendo, passo ancora da Silvia, siamo daccordo che ci vedremo ancora, magari quando Simone verrà alla fiera a Luserna. Il tempo è passato veloce, le nuvole hanno occupato il cielo e c'è aria di temporale. Volevo salire ancora da altri pastori, ma pure lì manca la strada e così rinuncio, tornerò un'altra volta, il viaggio verso casa richiede quasi due ore e mentre guido medito ancora sulle semplici parole di Silvia e Simone. Ce n'è ancora da fare, se si vuole veramente operare in modo costruttivo per gli alpeggi e coloro che li utilizzano!

Storie di intolleranza senza senso: bisogna informare di più!

Esempi positivi e negativi che si sovrappongono e fanno rifletter su QUANTO bisogna ancora lavorare per far sì che la gente capisca davvero cosa vuol dire ambiente. Io ho sempre creduto di essere "ambientalista" ed "ecologista", ma poi leggo, vedo e sento quello che dicono certi… ambientalisti e mi chiedo: "Ma chi davvero fa qualcosa per l'ambiente???". Leggete questa storia, segnalata su Facebook dall'amico Michele Corti.

Lettera al Cittadino (quotidiano di Lodi) del 6 giugno 2011
Le pecore nel Belgiardino: che disastro
Chi nel mese di aprile e fino a due settimane fa circa ha fatto bellissime passeggiate nel verdeggiante e profumato bosco di Belgiardino, cosparso di fiori e ricco di promettente sottobosco, non riconoscerà ora più quell'oasi di verde ne
lla devastata landa lasciata dal passaggio delle pecore.
E la sottoscritta, che in marzo, al primo sbocciare delle violette, approfittando del rado bosco invernale, aveva ripulito il sottobosco – dove possibile – da immondizia di ogni genere, aiutata nell'impresa da volontari collaboratori intervenuti a rimuovere i sacchi raccolti, ha fatto evidentemente un servizio alle pecore e non ai cittadini amanti della natura, come suo intento.
Le pecore, però, irriconoscenti, muovendosi in branco hanno mosso il terreno e portato alla luce nuovi vecchi residui alluvionali di spazzatura, prima nascosti sottoterra odal verde lussureggiante, che aveva cercato di stendervi sopra un pietoso velo. Nonostante la cocente delusione, la sottoscritta è già tornata all'opera di ripulitura, ma poco potrà fare per i fiori, gli arbusti e i tanti getti di alberelli divorati dalle pecore.
[…] Comunque sia non sembrano certo esserci le condizioni per poter permettere che un prezioso sottobosco, foriero di rigenerazione del bosco, venga elimitato da orde di pecore affamate. certo anche loro devono pascolare e nutrirsi.
Sì, ma non in una zona dove terre coltivate e logistica hanno lasciato solo uno spazio irrisorio all'ambiente naturale originario. In tutto questo contesto il Belgiardino ha anche ospitato la "Camnada Ludesana": che cosa avranno pensato i partecipanti vedendo il parco pelato e pieno di escrementi animali?
Semplicemente quello che è sotto gli occhi di tutti: che anziché curarlo per il cittadino, il Parco Adda Sud preferisce lasciare il Belgiardino in pasto alle pecore.
Ma perché questo stato di cose non permanga, io chiedo a tutti gli amanti della natura e del parco di chiedere entro aprile dell'anno prossimo al direttore del Parco Adda Sud – come farò io – di dirottare le pecore verso altri siti, più ampi e in migliori condizioni di salute.

Simonetta Saccardi
 

 
Per fortuna c'è anche chi, su youtube, carica le foto di un gregge che svolge un'utile opera di pulizia nei parchi di Torino… Allora, voi che ne dite? Come si fa ad indignarsi perchè le pecore "portano alla luce l'immondizia"? No comment poi riguardo agli escrementi… Ma è mai possibile che ci sia tanta ignoranza? Spero che il parco risponda adeguatamente spiegando che l'erba pascolata ricrescerà (se uno non capisce, bisogna spiegare anche le cose più ovvie) e rifiorirà più bella di prima, invece di seccare ed ingiallire. L'immondizia la signora Saccardi andrà a toglierla di nuovo? Bene! Un plauso alla sua iniziativa. Se ci fossero state erbacce e rovi, invece sarebbe rimasta lì. Volevo comunque specificare che non l'hanno portata le pecore, ma gli uomini! Adesso almeno il parco è davvero ripulito e ricrescerà la vegetazione, in meno tempo di quello che l'indignata signora può pensare. Cara Simonetta, io, da amante della natura, dell'ambiente e del paesaggio, auspico che sempre più parchi, amministrazioni comunali, ecc… si affidino a greggi di pecore per la pulizia ed il pascolo. Gli escrementi sono concime naturale che favoriranno l'ecosistema (vegetale ed animale). Meglio secondo lei rumorosi ed inquinanti mezzi meccanici?

Verdiana Morandi, segretaria dell'Associazione Pastori del Triveneto, qualche mese fa mi segnalava l'ennesimo caso assurdo. Leggete qui dal Gazzettino on-line, quotidiano del Nord Est.
"Magredi, sì all’Italian Baja no alle pecore. Domenica 20 Marzo 2011,
SAN QUIRINO – (mm) «Vietato l'ingresso alle pecore»: potrebbe presto campeggiare questo cartello nell'area dei Magredi. Auto, quad e moto dell'Italian Baja corrano pure (la gara attraversa oggi e domani la zona dei guadi), ma gli ovini pascolino altrove. Questo lo sfogo del sindaco Corrado Della Mattia che, facendosi portatore delle lamentele di coltivatori e cacciatori, dichiara «guerra» alla transumanza sregolata. «Non se ne può più. Sto valutando di firmare un'ordinanza per fermare questo fenomeno, in particolare nel periodo estivo – annuncia Della Mattia -. Le pecore brucano l'erba, rovinano i campi, lasciano deiezioni ovunque e sono portatrici di malattie, favorendo la diffusione di zecche». Della Mattia, numero uno dell'Aci provinciale e regionale, è anche presidente del comitato organizzatore dell'Italian Baja, la corsa che si sta svolgendo proprio sui Magredi. «Altro che Baja – sbotta il sindaco -, gli ambientalisti pensino ai danni ambientali causati dal passaggio continuo delle pecore. Loro sì che rovinano il territorio». La transumanza «è sempre più frequente: si verifica in pratica tutto l'anno. Si è poi
passati da qualche centinaio di pecore ad anche oltre mille capi a pastore – osserva Della Mattia -. Spesso chi conduce questi greggi, perlopiù extracomunitari, "finge" di transumare, di fatto stanziando sul territorio. Una cosa che non possiamo accettare».
"
Avanti con i luoghi comuni sulle zecche (quante volte dobbiamo ancora ripeterlo che le pecore non portano le zecche, ma anche loro ne sono vittime se queste sono già presenti sul territorio????). Se veramente sono stati danneggiati dei campi, allora i responsabili pagheranno il danno, ma… "le pecore brucano l'erba" mi sembra una lamentela quantomeno ridicola!!!! E poi… sì ai fuoristrada e no alle pecore? Qualcuno mi spiega questo fatto?
Mi scrive Verdiana: "Son stata all'incontro sul piano di gestione dei Magredi di Pordenone… dopo 4 ore son finalmente arrivati alla misura sul pascolo… che veniva semplicemente VIETATO senza previsione di alcun compenso! Abbiamo chiesto un incontro specifico con la regione FVG… dato che dicevano di aver molta fretta… e dato che han detto che han cercato così tanto i pastori e non son riusciti a contattare nessuno… Ma pensa te! Quante bugie in una mattinata sola! Naturalmente Coldiretti neanche del fatto, interesse zero! E' inutile.. ci vuole TANTISSIMO tempo e gente che abbia duecentomila competenze… come fa un pastore a lavorare e tutelarsi da sta gabbia?". Verdiana non è solo figlia e nipote di pastori, ma è laureata e specializzata in Sviluppo Sostenibile e Gestione dei sistemi agroambientali.

L'unica speranza è che si riesca a fare TANTA informazione corretta, che i VERI ambientalisti facciano sentire la loro voce, che si parta con piani di educazione scolastica. Non solo fattorie didattiche, ma visite "in campo" con le scuole a questi Parchi dove ci sono gli animali, far capire la loro importanza per TUTTO il territorio.
 

Il prezzo della paglia, la legge forestale ed altre storie

"Sei impegnata? Perchè… avrei bisogno. Ce ne dobbiamo andare di qua, e veloce… Mi sa che o porti rogna, o avevi ragione, perchè ci sono già macchine che girano e penso che ci stiano cercando." Non sono nuova a queste storie, le ho già vissute altrove e, come sempre, le trovo assurde. Cambia la provincia, ma siamo sempre lì, anche se gli spazi sono diversi.

Così il gregge se ne deve andare. Il pastore aveva già parlato con un po' di gente in giro, aveva saputo che certi pascoli erano stati affittati, ma in qualche pioppeto avrebbe potuto mangiare. E le stoppie? Lì c'era da ridere… La motivazione quest'anno è quantomeno particolare. "Ah, quest'anno… La paglia ha certi prezzi! Vale più del fieno!! Allora mio figlio (mio marito, mio genero, dipende dall'interlocutore) adesso la imballa per fare gias." C'è ancora fango ovunque, le nuvole e le previsioni porteranno nuova pioggia, voi ci credete che andranno ad imballare adesso, nel mese si marzo? In compenso, da quando hanno visto girare pecore, un buon numero di contadini si sono affrettati a tirar fuori le botti del liquame e fanno avanti ed indietro verso le meliere che erano state trinciate, impedendo così il pascolamento delle infestanti.

Si attraversa il paese con la scorta, a quanto pare vogliono essere ben sicuri che si vada via di qui. Gliel'abbiamo detto che l'intenzione era quella di spostarsi e passare il ponte, ma evidentemente non ci credevano. Prima il problema era che i terreni erano stati affittati ad altri… Ma chiarito quel punto, sono le capre a diventare colpevoli. "Il pascolamento in bosco è vietato." Ma… ma perchè nel NUOVO regolamento forestale è rimasto questo strascico di una legge degli anni Trenta, quando il bosco era in pericolo? Oggi… ben venga la pulizia operata dalle capre per far sì che il bosco non invada tutto. Se poi andiamo a guardare i boschi qui lungo il fiume, con tutto il loro campionario di specie invasive non autoctone… Discorsi già fatti mille volte, ma per questa volta mi mordo la lingua a metà, un sorriso ed un grazie a chi ci aiuterà nella "transumanza".

Ci insegnano anche la strada per evitare il centro e così sfiliamo nelle vie secondarie. C'è un vecchio in un orto, si emoziona al passaggio del gregge. Quando mi vedrà ripercorrere a ritroso la strada per andare a recuperare l'auto, inizierà a raccontarmi di un ragazzo che ha visto alla TV. "Sai? Padre chirurgo e madre maestra, 18 anni e fa il pastore…!". Gli dico che lo so, lo conosco, è di Biella. "Anch'io avevo delle pecore da ragazzo, ma poi… Che bello vederle passare adesso, che spettacolo, sì…".

La nostra scorta ci evita di correre troppi rischi nel passaggio più difficile, così posso precedere il gregge di pochi passi e fare anche le foto. Si cammina velocemente e non si sa bene dove andare, questo è il bello di quella giornata! Ma stiamo per uscire dalla "zona calda" e per adesso questo è sufficiente, poi si vedrà.

Sul ponte le pecore esitano, il rumore delle loro stesse zampe sulle assi le spaventa, ma alla fine tutte imboccano la strettoia. Per fortuna c'è chi ci aiuta a fermare le auto, altrimenti qui sarebbe stato un bel guaio. In qualche modo adesso si farà passare qualche altro giorno, sempre attendendo la primavera. Sembra davvero di portare a spasso le pecore, in quei giorni… Chilometri e chilometri, quasi solo per fare qualcosa in attesa che venga sera! Finirà l'inverno, finiranno le piogge? Perchè i pascoli lasciati indietro necessitano di giorni di sole per asciugare ed essere utilizzabili. Vana speranza, ma di quello parleremo poi.

Ringraziamo i nostri guardiani/aiutanti, che gentilmente ci hanno scortato fin qui. Capita raramente che un pastore abbia un aiutante stipendiato dallo Stato!! Siamo arrivati al di là del fiume e l'ultima raccomandazione è di tenersi ben alla larga dal corso d'acqua, anche se su questa sponda i campi di mais arrivano proprio a confinare con le sue rive. L'equazione Parco Fluviale + pecore continua a non funzionare. Mi domando se in quei campi non vengano usati antiparassitari e diserbanti, quelli sì dannosi per flora e fauna selvatica…

La meliera è vasta, mentre il gregge si allarga lì, bisogna andare a vedere dove passare e dove fermarsi per la sera. Lunghi giri, si parla con uno e con l'altro, tra l'abbaiare dei cagnetti nelle cascine. La paglia è cara… E siamo di nuovo alle solite! "Io vi lascerei, ma la terra non la lavoriamo più noi… Una volta passava sempre un marghè… Dovete andare a chiedere a quelli della cascina laggiù…".

E' già quasi notte quando, più o meno, si capisce dove passare, dove pascolare e dove fermarle. Si parte, bisogna attraversare la strada prima che faccia buio! Ci sarebbe forse qualcosa da pascolare in queste stoppie, ma bisogna andare avanti. E poi… siamo ancora verso il fiume! Il pastore chiama le pecore, queste lo seguono senza fretta, ignare delle avventure delle ore precedenti.

Il recinto è già pronto, c'è parecchio mais a terra, quindi i pastori possono già chiudere le pecore all'interno. E l'indomani? L'indomani si vedrà, come sempre. Poteva andar peggio, ma… fondamentalmente, cosa c'era di male? I fiumi, si sa, sono sempre stati salvezza e pericolo. Un tempo il pericolo era rappresentato solo dalle piene, dalle alluvioni, oggi invece bisogna guardarsi prima da altro, anche in quei giorni in cui non hai altri posti dove andare e ti serve quel terreno sabbioso che fa scolare via l'acqua e permette di fare un recinto senza sprofondare nel fango.

Vari reportages

In attesa di abbandonare il mio isolamento e reclusione forzata causa influenza, pesco abbondantemente dal materiale che mi avete mandato voi in questi mesi e settimane.

C'è ancora anche una foto natalizia di Clà, con la pecorella sarda che il suo amico Donato le ha mandato dalla Sardegna. A tal proposito, permettetemi una breve riflessione (anche se l'argomento meriterebbe pagine e pagine) sul caso del Poligono di Quirra, intorno al quale la gente si ammala e muore, gli agnelli nascono con due teste… Leggete qui e qui. Ve ne parlo perchè l'altra sera ho visto in TV una combattiva signora, Mariella Cao, che mi ricordo aver incontrato ad un convegno in Valcamonica insieme ad una delegazione sarda, proprio per parlare di pastorizia e poligoni militari…

Veniamo a temi più leggeri, sempre con Clà. Qui siamo a Santena, il suo paese, dove… sono arrivate le pecore. Non ci sarebbe niente di eccezionale nella notizia, se non che queste pecore siano state volute per pulire il Parco Cavour, per poi spostarsi verso i parchi di Torino. Continua questa valida iniziativa!

La nostra amica (e non solo lei) si chiede cosa stiano mangiando le pecore… Però in questi giorni difficili di inizio marzo, quando nevica invece di esserci aria di primavera, qualunque pascolo è benvenuto, anche il più magro!!

E così il gregge finalmente qui viene riconosciuto per le sue funzioni plurime: fonte di reddito per l'allevatore, tosaerba economico e naturale, che non inquina, bensì contribuisce anche a concimare naturalmente il prato. E poi c'è l'impatto paesaggistico e, perchè no, educativo, perchè i bambini potranno vedere le pecore, potranno imparare qualcosa dal vivo, senza avere tra loro e la natura uno schermo (della TV, del computer…).

Ultima immagine di Clà, scattata in Liguria sotto alberi di ulivo. Altro clima, qui l'erba è decisamente più verde, anche se la foto è stata scattata qualche tempo prima delle precedenti…

Adesso invece andiamo a conoscere un nuovo amico. "Mi chiamo Gian Maria, ho 25 anni, vivo a San Giuliano Vecchio, in provincia di Alessandria e mi mancano pochissimi esami per laurearmi in giurisprudenza. Vista, però, la mia grandissima passione per le capre e l'interessamento per quelle razze meno comuni, nel pomeriggio di sabato 25 settembre 2010, sono andato in Svizzera e precisamente ad Arogno (Canton Ticino) per incontrare un' allevatrice di capre, Annina, affiancata dal marito."

"Mi son spinto in territorio elvetico per vedere da vicino una razza di capre in via di estenzione ma grazie alla fondazione prospecierara (www.prospecierara.ch) si sta cercando di recuperarla e salvaguardarla. Mi son spinto in territorio elvetico per vedere da vicino una razza di capre in via di estenzione ma grazie alla fondazione prospecierara (www.prospecierara.ch) si sta cercando di recuperarla e salvaguardarla."

"Nello specifico sto parlando della CAPRA GRIGIA, della quale ero interessato ad acquistarne alcuni capi (2 femmine e 1 maschio) ma visti i problemi burocratici, anche se con un pò di fatica quasi superati, e quelli economici per portare gli animali a casa mia, per il momento ho deciso di rinunciarvi."

"Vorrei comunque inviarti alcune foto di quella giornata, in modo che anche altre persone possano conoscere, attraverso il tuo blog, altre razze poco conosciute e realtà differenti da quelle degli allevamenti, in questo caso caprini, di tipo intensivo, del quale non sono pienamente d'accordo."

Ancora altre immagini del gregge. Gian Maria ci dice ancora:"Non sono d'accordo perchè si snatura la vita, l'istinto e le capacità dell'animale a scapito di un quantitativo di prodotti, latte e formaggi, standardizzati; ma non è meglio un bel formaggio d'alpeggio, fatto in modo naturale e con il latte di capre che possano andare a cercarsi loro quale erba mangiare? Penso proprio di si."

C'è qualche altro appassionato di questa razza che magari vuol mettersi in contatto con il nostro amico? Magari anche dalla Svizzera, visto che so che molti leggono anche da oltreconfine (e ne approfitto per salutare gli amici!!).