Come una volta, ma fino a quando?

Devo ancora completare il racconto delle mie giornate (ed incontri) nel Nord Piemonte. Prima di rientrare a casa, ero passata da una delle tante piccole aziende tradizionali che ci sono a Trasquera. Gli animali sono lì, appena sopra alla strada, poi esce Marina.

Ha un sacco con del pane e la prima ad accorrere è una coppia di pecore vallesane. Il villaggio è praticamente deserto, ma si vedono e sentono animali al pascolo un po’ ovunque.

Dopo arrivano le capre, che stavano brucando un po’ più in alto. Ci sono delle Vallesane e delle Sempione, queste ultime (bianche a pelo lungo) molto rare, si tratta di una razza quasi estinta. “Qui capre ce ne sono sempre state, prima di me le aveva mia mamma, mia nonna, abbiamo sempre avuto le vallesane. Il nonno, il bisnonno, tutti avevano capre. Lavorando, per me è un hobby. Vado a lavorare in Svizzera, il confine è poco lontano, qui tanti vanno a lavorare fuori. Qui c’è solo un’azienda che ne ha più di cento (non vallesane), loro lo fanno per mestiere, tutti gli altri invece fanno altri lavori. Si tengono più che altro per passione.

Adesso le metto in stalla di sera, perché stanno per partorire, altrimenti le tengo dentro solo se nevica, al massimo stanno in stalla due mesi. In estate le tengo giù fino ad agosto, perché le mungo, poi le metto su in alto, ma vado una volta alla settimana a vederle, altrimenti vengono troppo selvatiche. Aumentasse la presenza del lupo… come si fa? Non si può pascolarle con le reti, d’estate fossero giù come adesso che girano tra le case, la gente si lamenterebbe, ma comunque il lupo, se c’è, arriva anche qui, non è che non viene perché ci sono le case.

Marina mi spiega che la frazione è abitata da 11 persone, sono tre famiglie, tutti parenti, nessuno si lamenta per gli animali che girano tra le case. Una gestione diversa sarebbe impensabile: così tutto funziona, sia per il tempo da dedicare agli animali, sia per il loro benessere. La presenza stabile del lupo farebbe scomparire interamente questa realtà. “I giovani non hanno più tanto la passione, i più giovani sono quelli della mia età, i giovanissimi no, perché non è un mestiere redditizio. Forse se lo fai con tante, ma devi proprio avere l’azienda, attrezzarti, fare spese. Siamo duecento persone in tutto il comune. L’Associazione degli allevatori ha 15 aziende, ci sono anche allevatori di Varzo, l’abbiamo fatta per gestire i soldi che il Comune ci da per organizzare la festa che facciamo ad ottobre.

Prima di lasciare Trasquera, incontro ancora altri animali che si spostano liberi tra le case. Sembra che ogni gregge abbia un suo territorio e non vada a mescolarsi con gli altri. Si sentono campanelle un po’ ovunque.

Nei prati (allora ancora senza neve), c’è qualcuno che sta rastrellando foglie. E’ Simona, anche lei alleva capre, ma le sue non sono nè quelle che ho incontrato sulla strada, nè quelle che si vedono più a valle. Il paesaggio, grazie alla presenza di tutti questi appassionati allevatori, è bello, pulito, curato. Prati sfalciati, poi pascolati, concimati. Foglie raccolte, portate via per essere utilizzate come lettiera in stalla.

Nel “centro” del paese, l’unica bottega, poco sopra, in pascoli ancora al sole, trova di che sfamarsi un gregge di pecore. Non si vede molta gente in giro, anche i turisti sono pochi, forse la maggior parte è nell’altro vallone, a San Domenico. Qui si può approfittare delle giornate insolitamente miti e della scarsa neve per fare escursionismo lungo i percorsi segnalati.

Poco più in là, ecco altre capre. Che silenzio ci sarebbe, senza tutti questi animali, che senso di vuoto. Non potessero essere lasciati liberi, a questa stagione sarebbero in stalla, dato che non c’è abbastanza da mangiare per tirare delle reti entro cui metterli al pascolo. Girando a piacimento invece si sfamano, un po’ nei boschi, un po’ nei prati.

Le giornate sono corte, la valle è stretta, il sole tramonta presto. E’ raro ormai trovare ancora realtà del genere, dove sopravvivono forme di gestione che altrove sono impossibili da attuare a causa dei predatori. Solo la presenza di queste piccole greggi libere al pascolo può garantire un paesaggio tanto pulito e curato, a questa stagione.

Continuando a scendere, prima di lasciare Trasquera, faccio ancora altri incontri. Un piccolo gregge mi attraversa la strada con tutta calma, un altro è fermo a ruminare nei prati ormai all’ombra.

Anche prima di arrivare a Varzo ci sono altri piccoli gruppi di pecore e di capre. Una volta era così un po’ dappertutto, ma ormai nella maggior parte delle valli non è più possibile tenere così gli animali. Visto che sono solo tutti allevamenti di appassionati, se dovessero aumentare le spese e il tempo da dedicarvici per cercare di difenderli dai predatori, probabilmente la gran parte di queste greggi verrebbe venduta.

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Non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro

Rieccomi, con l’anno nuovo, ad aggiornare queste pagine con nuove storie. Prima della fine del 2016, in quelle giornate eccezionalmente calde che hanno seguito il Natale, sono andata a fare delle interviste che mai avrei creduto di poter realizzare in inverno.

Invece quel giorno, già al mattino (ero partita da casa a notte fonda), mi accingevo a salire prima in camicia, poi in maglietta, con il Lago Maggiore che si apriva sotto i miei occhi. Sono a pochi chilometri dal confine svizzero, ho lasciato la strada che costeggia il lago e porta in terra elvetica per salire lungo una stretta stradina tra case e ville, con molte auto dalle targhe tedesche parcheggiate davanti ai cancelli.

Cinzago, una frazione quasi fantasma. Per uno dei quegli strani giochi del destino qui, al ritorno, in modo del tutto casuale, incontrerò un compagno di università che non vedevo da quindici anni… Ma la storia che vi devo raccontare è un’altra. Le indicazioni di Gaia e Matteo per raggiungere la loro azienda erano così precise e dettagliate da incutere timore, come se il percorso fosse difficile da individuare.

Lasciata la macchina prima della frazione, i cui vicoli hanno l’ampiezza dei tempi in cui non esistevano i mezzi a motore, la attraverso e cammino…

Cammino in un bosco di querce e grossi alberi di agrifoglio coperti di bacche rosse, fino alla chiesa di San Bartolomeo. Poi proseguo ed inizio a salire con pendenze maggiori lungo un sentiero quasi lastricato, a gradini, scivolosi per la coltre di foglie secche. Sto andando ad un alpeggio, ma un alpeggio che oggi è abitato tutto l’anno, per incontrare delle persone davvero speciali.

Si cammina sempre nel bosco fin quando si incontra il cartello dell’azienda agricola e si esce sui pascoli, recuperati a fatica dopo anni di abbandono. Siamo ad Agher (Prati d’Agra), all’azienda agricola di montagna Chindemi. “Vivevo a Milano, a 18 anni sono andato via da casa e sono andato in Aspromonte a fare il pastore. I miei nonni erano siciliani, facevano gli allevatori di vacche e di cavalli. I miei genitori non hanno detto niente, per loro tutti i lavori andavano bene, bastava che fossero onesti. Siamo andati anche in Svizzera in Canton Ticino a Tesserete, con le capre“, racconta Matteo. “Io invece sono nata in periferia di Parigi, mia nonna era svizzera, di Ginevra, mia mamma della Val Solda in Lombardia, ma insegnava a Parigi.  Da bambina non pensavo di allevare capre! Sono tornata in Val Solda da ragazzina. Giravo tanto in montagna a piedi. Ho fatto il liceo artistico a Milano, sono uscita con il massimo dei voti. Mi è sempre piaciuto fare cose pratiche, artigianato. Mia mamma è mancata quando avevo 17 anni, io vivevo da sola con lei. Ho incontrato Matteo prima della maturità, c’è subito stata una grande affinità di idee, di conoscenze, di ambienti e situazioni umane. Camminare è sempre piaciuto a tutti e due. Le scelte che si fanno, devono essere condivise e consapevoli. Ha sempre funzionato tutto, nonostante le difficoltà. In Calabria siamo andati insieme, siamo molto adattabili. Ci piace conoscere le culture. Abbiamo vissuto presso famiglie per conoscere, imparare i lavori agricoli“, completa il quadro Gaia.

Questa giovane famiglia, che adesso ha tre bambine, ha fatto la scelta di vita di stabilirsi quassù. ” Le varie vicende ci hanno portato qui, il tanto lavoro non ci spaventa. Il primo anno eravamo senza luce, senz’acqua, senza niente. Da ragazzino venivo in vacanza in questi luoghi. C’è turismo, per la vendita funziona. Era tutto abbandonato da trent’anni. Ci sono 12 ettari di terra. Era in vendita, poi 60 ettari ce li davano in comodato d’uso. Sembrava dovessero fare una pista, invece niente, però c’è la teleferica.  Qui c’è un’ottima esposizione, gli inverni non sono lunghi e c’è abbondanza d’acqua. Adesso sono dieci anni che siamo qui. Pensavamo già di tenere capre, perché  sono gli animali ideali per sfruttare il territorio.

Ci sono state difficoltà sociali e umane soprattutto quando le bambine hanno iniziato a dover andare a scuola. Gaia mi racconta tutti i dettagli di questa vicenda quasi dolorosa, tra istruzione parentale, scuola steineriana, frequenza parziale: “Ogni anno comunque facevano l’esame di stato presso la scuola, con ottimi risultati. La scuola a casa per noi era una necessità, ma la mentalità di paese non capiva.  Quest’anno invece frequentano quotidianamente e io sto giù in settimana. Per il commercio è meglio, porto giù i prodotti.

Matteo non riusciva, da solo, a gestire tutto: gli animali, il recupero dei pascoli, la mungitura, la caseificazione. “Prima con 70 verzasca faticavo troppo, quando arriveranno le altre, avrò poi 40-50 camosciate, sono più mansuete e riesco a gestirle meglio. Mungo a mano, ma da quest’anno lo farò a macchina perché inizio ad avere i primi dolori. Pascolo, do fieno, ce lo facciamo portare con l’elicottero, mettendo insieme dei trasporti anche per altri. Integrazioni ne faccio il meno possibile. Leggo le analisi del latte e integro il necessario. Pascolo con recinti mobili, mentre con le verzasca facevo pascolo guidato con il cane.

Ci sarebbe spazio per pascolare anche un gran numero di capre, ma le forze umane non sono inesauribili. C’è stato quindi un periodo di pausa: venduti gli animali, la famiglia si prende una pausa e va in Francia. “Per le razze autoctone devi avere degli aiuti dalle istituzioni, altrimenti non ce la fai. In Piemonte la Verzasca non è tra le razze per cui danno il contributo, così abbiamo deciso a malincuore di venderle. Facendo i conti non ci stavamo dentro, anche se avevamo migliorato la genetica. Siamo stati un periodo in Francia, abbiamo lavorato in aziende e in fiere, fatto corsi. Là organizzano tanti corsi e i docenti sono allevatori e casari, si fa molta pratica. Comunque c’era l’idea di tornare qui. La comunità faceva circolare ogni tipo di voci, dalla galera al divorzio! Noi sentivamo il bisogno di fare un periodo di formazione.

L’Agher è un… porto di montagna! Sembra che non passi giorno senza che vi siano visitatori di ogni tipo. Escursionisti, soprattutto stranieri, che contribuiscono ad acquistare una buona fetta di prodotto, gente che sale apposta per il formaggi, gruppi scout dalla Lombardia. “I turisti sono contenti di venire qui e trovare gente che parla Inglese e Francese. Noi non vogliamo essere isolati, vogliamo che la gente venga qui e faccia rivivere la montagna facendo turismo.  Bisogna raccontare il formaggio per far conoscere e capire. Le soddisfazioni più grandi sono le capre che stanno bene, il formaggio che viene apprezzato, ma anche le persone che vengono a trovarci. Facciamo la festa del 25 aprile e vengono 150 persone grazie al passaparola. Mi spiace che siamo più apprezzati all’esterno che non sul territorio, qui tanti ci vedono come hippy e fricchettoni che vanno a vivere in montagna. Non siamo così, chi ha voluto, ha capito. Noi non vogliamo essere fuori dalla società, vogliamo farne parte a modo nostro.

Matteo ripete più volte che il loro è un modello che può essere copiato e riproposto, visto che funziona lì, pur tra le tantissime difficoltà che la famiglia Chindemi ha incontrato in questi anni. Sicuramente la loro personalità contribuisce a far sì che l’Agher sia diventato un punto di riferimento sul territorio, e non solo per i prodotti caseari. Mi mostra il suo “nemico”, le felci, con cui sta combattendo una dura lotta per recuperare i pascoli. “Una volta qui d’estate tagliavano il fieno e più in alto pascolavano vacche, e 150 capre.” Sono ben accetti anche volontari che vadano a dare una mano, l’azienda è nel circuito Wwoof, ma per essere sicuri che chi arriva sia necessariamente concreto e motivato, viene preventivamente sottoposto ad un colloquio via skype. La tecnologia è molto importante per questa azienda, proprio per far parte della società. “Le attrezzature del caseificio le ho trovate usate su internet, una che aveva attrezzato tutto e poi dopo neanche un anno ha chiuso.

Come sempre, queste e altre considerazioni da me raccolte andranno a far parte del prossimo libro sulle capre…

Buone feste… con una curiosità

Auguri a tutti quelli che vengono ancora su queste pagine, anche se non sono più aggiornate come un tempo. Anche se non si parla quasi più di pascolo vagante. Auguri a tutti quelli che passeranno le feste lavorando, sui pascoli o in stalla.

(immagine dal web)

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Per tenervi compagnia in queste giornate, volevo rendervi partecipi di una curiosità che ho scoperto facendo ricerche per il mio prossimo libro. Altro che renne! Gli elfi che portavano i doni erano accompagnati da… capre o caproni!

(immagine dal web)

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Vediamo di capire meglio la faccenda. Il Babbo Natale che conosciamo noi, come sappiamo, è un’invenzione commerciale legata alla Coca Cola. Tutta la sua storia la possiamo leggere qui, per capire come da San Nicola si è arrivati a Babbo Natale nelle sue illustrazioni più classiche. Ma nelle tradizioni del Nord Europa, a distribuire i doni ai bambini era il Julbocken, la capra di Natale. Su questo sito potete trovare delle belle illustrazioni in merito.

(immagine dal web)

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La slitta trainata da capre o caproni nasce probabilmente dal mito dio del tuono Thor,  che si spostava su carro trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir) dotate di poteri magici. Thor infatti se ne cibava durante i suoi viaggi, ma conserva le pelli e le ossa dalle quali, il mattino successivo, le capre rinascevano.

A questo punto non mi resta che rinnovare i miei auguri a tutti voi per giornate felici in compagnia dei vostri cari… e dei vostri animali, se siete allevatori. Che il futuro riservi giorni migliori, soddisfazioni e gratificazioni, dalla vita e dal lavoro.

Ci voleva almeno un po’ di inverno

E’ improvvisamente arrivata la primavera, ma adesso la sento davvero come una presenza reale. Non sopportavo il caldo anomalo nei mesi scorsi, fiori che sbocciavano quando doveva esserci il ghiaccio e la neve, farfalle che volavano quando invece doveva essere tutto immobile, in riposo.

Per arrivare davvero, doveva esserci almeno un giorno di inverno. Certo, ci sono state alcune giornate di nebbia, di freddo, altri tentativi di nevicata, ma dopo questa (16 marzo), all’improvviso nei giorni successivi sembra proprio di aver cambiato stagione. L’aria si è fatta più limpida, il cielo più azzurro e, ai primi raggi di sole, l’erba ha iniziato a muoversi.

La neve qui era già andata via tutta già nella notte, complice la pioggia, quindi l’indomani ci si può avventurare fuori dalla stalla a pascolare, evitando quei punti dove ancora c’era acqua. Il capretto nato pochi giorni prima era ben felice di questa esplorazione: tutto è nuovo, tutto è interessante, tutto è da scoprire!

Anche le api, riscaldate dal sole, erano in fermento: una cosa in più da studiare, mentre la mamma pascola l’erbetta tenera intorno alle arnie. L’inverno ormai dovrebbe essere alle spalle, anche se potrebbe ancora verificarsi qualche nevicata, complici i flussi di aria fredda. Per adesso però le giornate sono decisamente primaverili e l’erba crescerà per tutte le greggi…

La campagna a fine inverno

Sta finendo un inverno mai iniziato sul serio. La neve non si è praticamente mai fatta vedere, anche la pioggia ha dato ben poco fastidio, solo qualche giorno adesso, dopo settimane e mesi di quasi totale siccità. In fondo l’erba nei prati e nelle stoppie non è mai mancata. Presto arriverà davvero la primavera, l’erba non solo nei prati, ma anche nei boschi e lungo i fiumi.

Dove le pecore avevano dormito, “pascolavano” gli aironi. Il gregge ha sempre un suo seguito, animali che trovano da mangiare dopo il suo passaggio. Oltre agli aironi bianchi e un cenerino, sono numerosi anche gli uccelli più piccoli, ballerine ed altri ancora. Anche questa è biodiversità.

Il gregge è già più avanti nella campagna. Le pecore con gli agnelli sono in stalla, quindi il Pastore riesce a spostarsi anche da solo, se si tratta semplicemente di attraversare stoppie, campi arati e percorrere strade di campagna sterrate, dove intorno non vi è il grano già nato.

Il terreno porta ancora le tracce delle piogge dei giorni precedenti. Non si può sicuramente andare a pascolare nei prati nuovi e nel loietto, bisogne cercare stoppie, incolti o altre zone dove il gregge non faccia danno, con il terreno fangoso che c’è da queste parti.

Si riparte in mezzo ai campi: l’inverno secco e senza neve ha fatto sì che i contadini riuscissero ad arare tantissime stoppie del mais, quindi un po’ ovunque ci sono solo distese di terra scura senza più niente da pascolare. Il gregge segue tranquillo, le pecore hanno mangiato abbondantemente e non c’è nemmeno molto da pascolare lungo la strada.

C’è un primo attraversamento dell’asfalto da affrontare. La strada è larga, il traffico non è eccessivo, ma è meglio controllare che non succedano incidenti. Una volta che tutte le pecore sono dall’altra parte, prendo il furgone e vado a ritrovare il gregge dove interseca nuovamente una strada.

Le pecore arrivano in mezzo ai campi e attraversano anche la seconda strada, poi proseguono nella pianura. Il Pastore mi spiega più o meno dove devo andare, non sa nemmeno lui dove riuscirà a passare tra i campi arati. Il cielo è limpido e l’aria nemmeno troppo fredda, anche se le previsioni annunciavano, per i giorni successivi, vento e calo delle temperature.

…poi guarda all’orizzonte in direzione del torrente e dovresti vedermi comparire…“, queste erano state le parole del Pastore. Già capire dov’è il torrente, in pianura, non è semplice. Per fortuna non era una giornata di nebbia. Lì il terreno è un po’ più sabbioso, quindi si riesce ad attraversare anche camminando sui campi arati. Finalmente ecco il gregge, una lunga fila chiara tra cascine, alberi e campi. Sempre meno alberi. Un tempo qui c’erano numerosi pioppeti, ma pian piano sono stati tagliati e non ne hanno ripiantati altri.

Ancora un tratto di strada asfaltata prima della destinazione. Il Pastore un tempo aveva tutta la sua zona di pascolo da queste parti, ma il taglio dei pioppeti ha privato il suo gregge di buona parte del pascolamento primaverile. Prati e campi, campi e prati, le pecore devono trovare altrove una zona per trascorrere la parte della stagione che precede la salita in montagna.

Per quel giorno la meta è un vasto incolto. O meglio, si trattava di un prato seminato ad erba medica, dove però quest’erba non è nata, per cui a breve il contadino passerà l’aratro e provvederà a riseminare. Prima quindi ha chiesto al pastore se voleva far pascolare le erbe infestanti cresciute sul terreno. Il gregge non sembra molto soddisfatto, mangia solo quel che piace di più, ma lo spazio è tanto, quindi troverà di che sfamarsi a sufficienza. L’indomani si vedrà…

Un tardo pomeriggio al pascolo

Più o meno i posti sono quelli, quindi guido con un occhio alla strada e uno ai prati circostanti. Vedo prima un gregge abbastanza grosso, ma non è quello che sto cercando, che individuerò poco dopo, nei prati accanto alla strada.

La giornata è alla fine: anche se le ore di sole stanno aumentando, il pomeriggio è ancora breve. Mi sono attardata altrove a chiacchierare e così arrivo da Giovanni mentre il sole sta tramontando. Il vento in pianura è finalmente cessato, ma soffia ancora in montagna, così nel cielo si rincorrono veloci delle nuvolette che assumono via via colori e forme diverse.

Il gregge pascola tranquillo, anche se il pastore mi dice che, in giornata, le pecore hanno già mangiato parecchio mais nelle stoppie, quindi gli animali sono più nervosi e tendono a voler andare sempre avanti, in pezzi nuovi. Il gregge si è ridotto nei numeri rispetto ad un tempo, ma gli animali sono sempre belli come qualità e come stato di salute.

Le nuvole si rincorrono in cielo. La notte precedente, non lontano di lì, favoriti dal vento e (probabilmente) dalla mano di qualcuno, si erano sviluppati alcuni incendi che avevano portato addirittura alla chiusura dell’autostrada. Non è stato un brutto inverno per i pastori vaganti: nelle stoppie il mais non è marcito o ammuffito, non c’è stata neve o fango, però le montagne intorno con i loro pendii secchi e le evidenti chiazze di nero dov’è passato il fuoco in questi mesi di siccità sono strane, innaturali.

Come sempre da quelle parti la concentrazione di greggi è elevata, ma Giovanni non si lamenta. Non ha più bisogno di girare tanto con quel numero di animali. L’aria cambia dopo il tramonto, fa più freddo, le previsioni parlano di una perturbazione in arrivo e sarebbe la prima di questo inverno. Probabilmente non si vedrà la neve, fa troppo caldo… Ma anche se fosse neve, ormai è febbraio.

Per i pastori è ora di riportare il gregge al recinto, per me di rientrare a casa. Le capre non hanno ancora iniziato a partorire, cercherò di fare una visita quando ci saranno i capretti. Scende la sera, dalla quiete senza tempo del pascolo vagante, poche decine di minuti dopo mi ritroverò imbottigliata nel traffico caotico della tangenziale. L’incredibile coesistere di mondi così diversi, nel XXI secolo…

Gli antichi detti o il “nuovo” clima?

Non sono passati molti mesi da quando cercavamo di leggere i segni che potevano far capire come sarebbe stato l’inverno. Ci sono i giorni “di marca”, i detti popolari, quelle piante, quegli animali che… Bene, aveva nevicato sulla foglia e l’inverno non ha dato noia (fino ad ora non è quasi stato inverno). I quaranta giorni e una settimana di Santa Bibiana si sono addirittura estesi. Le vespe e i sorbi che annunciavano tanta neve per ora non hanno funzionato, a meno che febbraio riservi delle sorprese.

Questi sono i giorni della merla e si va in montagna in maglietta. Una montagna spoglia dalla neve, dove le sorgenti sono secche non per il gelo, ma proprio perchè l’acqua non c’è più. Al massimo un esile filo. Se fa caldo durante i giorni della merla, dicono che la primavera arriverà tardi. Poi com’era quella cosa del Natale con la luna piena? Non dicevano che, quando succede, ci sarà la Pasqua con la neve?

Ho ben paura che la “saggezza popolare” non sia più sufficiente di fronte a spettacoli del genere. Questi sono i pascoli del Vallone di Pramollo (TO), nei pressi del Colle di Lazzarà. “Prima o poi pioverà, prima o poi arriverà la neve“. Speriamo, e speriamo che non arrivi “tutta insieme”, a portare alluvioni, su di un terreno duro, compatto, polveroso, riarso: servirebbero lente piogge per far sì che l’acqua lo ammorbidisca pian piano e penetri in profondità.

Qui gli allevatori spargono il letame sui pascoli, a fine stagione. In certi alpeggi lo si fa ancora con l’acqua, la cosiddetta “fertirrigazione”, qui il pianoro permette di passare con la botte e il trattore. Questa operazione si fa affinchè la neve copra tutto e, quando scioglie, il concime lentamente penetra nel suolo, garantendo un nuovo pascolo abbondante la primavera/estate successiva. Per il momento ciò non è successo.

Bisognerà cambiare tutto? Adesso sembra che già molto sia cambiato rispetto ad un tempo. Non si vive più in certi posti, in altri si passa solo a pascolare salendo e scendendo dall’alpeggio. Ci sono stati momenti forse più caldi di questi, altri ancora con climi ben più rigidi. Non è solo questione di chiedere “la calamità naturale” quando il clima causa qualche danno, con gli animali se non c’è da mangiare e da bere, non puoi stare. Specie se sono animali con certe esigenze, abituati ad un certo clima.

Sulla via del ritorno della mia gita, incontro proprio degli animali che non sono di queste parti! Se prima ragionavo sull’adattamento delle nostre razze autoctone a questi sbalzi di clima (non me le vedo le nostre capre in cima agli alberi, come in Africa sulle acacie a brucare non si sa bene cosa), adesso mi domando come stiano questi camelidi (alpaca e lama) da queste parti. Il pregio del loro pelo penso derivi anche dal clima in cui vivono (sulle Ande, a quote che arrivano anche ai 5000 m).

Personalmente sono sempre un po’ perplessa quando vedo allevare animali che non appartengono alle razze locali: non che non siano belli, non che non si possano ottenere buoni risultati anche lontano dalle zone di origine, però se dovessi lanciarmi in un allevamento “di nicchia” per valorizzare un prodotto/un territorio, cercherei di puntare sulle razze autoctone, magari quelle più a rischio di estinzione. Se in un certo ambiente si è evoluta una razza, sarà quella che maggiormente riuscirà a sopravvivere anche di fronte ai mutamenti. Oppure dovremo presto passare ad altri camelidi? Quelli del deserto? Perdonatemi la provocazione… speriamo presto di vedere le montagne ricoperte di un bel manto di neve, scorta d’acqua anche per chi sta in pianura e apre il rubinetto senza porsi troppe domande.

L’acqua è già un problema

Che strano, stranissimo inverno. Nessun problema di neve, per ora, niente fango, un po’ di freddo, ma neanche eccessivo. Però il “bel” tempo ha i suoi risvolti negativi.

Quando arrivo dal gregge, il Pastore sta abbeverando le pecore. E’ costretto a farlo, altrimenti non mangerebbero più. L’erba è verde, ma non trovando acqua per dissetarsi, le pecore non pascolano come dovrebbero. Appena inizia a scaricare l’acqua nei bidoni, si ammassano le une contro le altre per venire a bere.

Per adesso si procede pascolando l’erba dei prati di pianura: si prepara il pezzo con le reti e poi si fanno entrare gli animali. Potrebbe andare peggio, potrebbe esserci la neve, oppure troppa pioggia e fango, ma questa siccità a lungo andare presenterà il suo conto. Prima o poi dovrà piovere, dovrà nevicare almeno in montagna. Anche i fossi, i torrentelli che scorrono tra le pianure in molti casi sono asciutti. Il sole che è tornato a scaldare l’aria  fa sciogliere pian piano quelli che erano ghiacciati. C’è ancora tempo per “recuperare”, ma il rischio di un’emergenza idrica è tutt’altro che remoto.

Tutti i giorni bisogna chiamare un contadino che venga a portare l’acqua. Non si può fare diversamente. Le temperature si stanno nuovamente rialzando, se solo piovesse un po’, in poco tempo ci sarebbe erba anche sotto i pioppeti. Non bisogna ancora pensare che le difficoltà che non si sono patite in inverno verranno scontate in primavera, ma un susseguirsi di mesi con condizioni meteo così strane non consente assolutamente di azzardare previsioni. E se la siccità si prolungasse? E se arrivasse una stagione delle piogge particolarmente intensa?

Anche gli animali hanno avuto comportamenti un po’ strani. Le capre per esempio: tantissimi allevatori avranno i parti molto più avanti nella stagione. Questo dovrebbe essere il momento in cui nascono i capretti, e invece solo pochissimi sono venuti alla luce in questi giorni. In certi greggi ci sono capre che sono tornate in calore anche più di una volta. Non è da escludere che il caldo anomalo della scorsa estate non abbia giocato la sua parte in tutto questo.

Pecore degli agnelli e capre sono in stalla, però grazie al bel tempo di giorno vengono messe al pascolo. Escono anche gli agnelli già più robusti, seguono le mamme nel breve spostamento verso il prato dove ci sono già le reti. Certo, il bel tempo dicono che non stufa mai, però…

Altro gregge dal Veneto

In attesa di avere foto e storie “mie” da raccontarvi, attingo alle riserve di immagini ricevute dagli amici. Qui siamo di nuovo in compagnia di Leopoldo con il gregge di Matteo Froner a Loreggia (PD).

C’è anche un capretto giocherellone…

…e due capre che fanno battaglia!

(tutte le foto di L.Marcolongo)

Le immagini sono del mese di marzo 2015. Buon proseguimento a tutti, allevatori, pastori, amici dei pastori. Io torno alle bozze del mio libro…

Poco meno di un anno fa

Immagini che avevo ricevuto poco meno di un anno fa dall’amico Leopoldo. Risalgono a fine febbraio 2015 e sono state scattate a Rosà (VI), dove ha incontrato il gregge del pastore Teodoro Daprà. “Ero andato a portare le foto stampate a Teodoro e così ne ho fatte di nuove… Teodoro è sempre molto gentile. Mi è venuto a prendere perché era in una zona difficile da spiegare. C’era anche Mattia Piotto (quello più giovane), pastore anche lui, ma, mi pare, con poche pecore. C’era anche Sergio Borgogno, quello con la barba, che aiuta Teodoro.

(tutte le immagini di L.Marcolongo)

Teodoro ha i migliori cani che io abbia mai visto. Quei cartelli di divieto di pascolo che vedi, sono un vivaista Coldiretti. Uno che ama le piante, ma non le pecore.

Grazie per la bella carrellata fotografica, come sempre.