Otto montagne

C’è un libro che dovete leggere, se non l’avete ancora fatto. La maggior parte dei libri che ho letto nella mia vita, li ho presi in biblioteca, perché se avessi dovuto acquistarli a questo punto avrei una casa con i muri fatti di volumi, talmente tanti sono i titoli che ho “divorato”. Raramente cerco un libro sulla base di recensioni, di solito mi affido al caso. Vado allo scaffale dei nuovi arrivi e mi lascio ispirare da qualcosa, una frase nella quarta di copertina, un titolo, la copertina stessa. Con “Le otto montagne” di Paolo Cognetti pensavo di leggere un romanzo “di montagna”.

Non pensavo però di trovare la “montagna” nell’accezione di chi vi sale in alpeggio con il bestiame. Montagna intesa come alpeggio, “lui la chiama così“, dice uno dei protagonisti. Ho letto le recensioni solo una volta terminata la lettura di questo meraviglioso libro, scritto con uno stile scorrevole, in grado di far rivivere (specialmente a chi la montagna la conosce bene) sensazioni, paesaggi, suoni, rumori e persino odori. Ero lì durante la mungitura, vedevo i momenti della lavorazione del latte, guardavo con tristezza l’alpeggio vuoto e abbandonato, le baite crollate, sentivo i campanacci.

Le recensioni sono tutte positive e al suo Autore, quasi mio coscritto, hanno portato un meritato successo. I posti di cui parla mi sono meno famigliari di altri, ma mi sembrava comunque di conoscerli. Ho poi cercato on-line i riferimenti ed ho scoperto di essere stata in alcuni di quei luighi, ma ho solo sfiorato il vallone in cui è ambientato il cuore del romanzo. Però non è quello il punto: in questa o in quella valle, io mi ci ritrovavo a camminare per quel sentiero. Vivevo il cambiamento delle stagioni, la transumanza verso l’alpeggio, i pascoli che via via vengono mangiati, l’ora speciale della sera, la mia preferita quando ero lassù, quella in cui il tempo si dilata, i suoni sono più profondi, c’è una pace che non ho mai ritrovato altrove.

Anche i protagonisti mi pareva già di averli incontrati, per lo meno quelli della montagna. Prevedevo le loro risposte, i loro comportamenti, il loro attaccamento a quelle baite, agli animali, al lavoro, ai luoghi di origine. Chi scrive le recensioni parla del rapporto padre-figlio, parla della montagna intesa come territorio, come scuola di vita, come luogo in cui ci si confronta con sé stessi meglio che non altrove. Tutto vero, e l’Autore è molto bravo a tratteggiare i suoi personaggi, il loro carattere, i conflitti interiori, la trama del romanzo.

Ma io mi sono soprattutto lasciata trasportare lassù (il lago non è questo, ma è poco lontano…) nelle quattro stagioni, specialmente quella estiva e quella autunnale, la salita in alpeggio quando ormai è tutto pascolato, bruciato dal gelo, con le fiamme dorate dei larici. L’aria che cambia dopo quel certo temporale, i raggi che si fanno obliqui… Certe descrizioni sono identiche nei miei occhi, nei miei ricordi, forse le ho già riportate da qualche parte anche nei miei libri o su queste pagine virtuali. Chi ha scritto “Le otto montagne”, la montagna la conosce bene, l’ha vissuta. Non è solo opera di fantasia, questo romanzo, ma… anche senza conoscere l’Autore, posso immaginare che nelle pagine della sua opera ci siano tante ore spese lassù, nella montagna dei pascoli, in quella del bosco e pure in quella più altra, delle pietraie e dei nevai.

Molte volte i libri “di montagna” hanno come protagonisti quelli che “vanno” in montagna. Qui invece c’è chi la abita chi la vive, chi cerca di resistere, chi vuole riportare in vita l’alpeggio abbandonato, sfalciare e pascolare i prati che altrimenti verrebbero invasi di cespugli e alberi.

Eccolo il torrente lungo cui giocavano i protagonisti, da bambini, torrente che cambierà, che si ingrosserà con le alluvioni, che verrà sfruttato dall’uomo per produrre energia. Ma che, in alto, continuerà a scorrere in mezzo a pascoli e rocce. Anche nel libro c’è qualche capra, che pascola incustodita alle alte quote… C’è la vita dell’alpe ritratta nella sua cruda realtà, senza eccessi di poesia. C’è il margaro che nasce con quella “malattia” e non potrà mai lasciare quel suo mondo, la sua montagna.

Leggete “Le otto montagne”, non rimarrete delusi. Scorre fluido come il torrente lungo il quale salirete e ridiscenderete molte volte con i protagonisti. E’ una bella storia, dura e spigolosa come i montanari, una storia che emoziona più volte, dall’inizio alla fine. Una storia che mi ha fatto riflettere anche su vicende personali. Una storia di territorio e radici, ma anche di valori antichi.  A me ha lasciato dentro un senso di malinconico struggimento, ma anche una gran voglia di andare a vedere quel vallone. Non chiedetemi dov’è… leggete il libro e provate anche voi a scoprirlo!

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Meglio di così non si poteva dire

Una lettrice di questo blog (grazie!!!!!!) mi aveva consigliato un libro. Non poteva farmi regalo più grande… perchè questo libro l’ho divorato, mi sono emozionata, ho vissuto le scene, le situazioni, i vari momenti che vengono raccontati. Così, per tutti gli appassionati di pastorizia, suggerisco un bel regalo di Natale. “La vita del pastore. Storia di un uomo e del suo cane, di un territorio e di un gregge” di James Rebanks, edizioni Mondadori. Anzi, fate una bella accoppiata, insieme alle mie “Storie di pascolo vagante”.

Vedete, anche le capre sono interessate a questo libro! Scherzi a parte, quando l’ho iniziato, non mi aspettavo proprio un libro così. Rebanks racconta la sua vita di ragazzo, di uomo, ma soprattutto di pastore. Un pastore molto particolare, un pastore speciale, che nasce nella realtà rurale del Lake District, ma poi va molto oltre il suo mondo, fino a Oxford all’università. Grazie alla lettura di molti, moltissimi libri (e dire che, da bambino, ha abbandonato la scuola appena possibile per lavorare in fattoria!), capisce meglio quanto è prezioso quello che ha intorno a sé, ma soprattutto impara ad esprimere nel migliore dei modi i suoi sentimenti per ciò che lo circonda. E così ecco un meraviglioso libro sulla pastorizia, con tanti spunti di riflessione, cruda realtà, splendidi panorami, passione per gli animali e per un mestiere che è una scelta di vita.

(foto J.Rebanks)

I panorami dobbiamo immaginarli, nel testo c’è solo un paio di foto in bianco e nero, ma poi io ho cercato su Facebook ed ho trovato il profilo di James, così ho preso in prestito un po’ di immagini. Mi è venuta anche voglia di andare da quelle parti, con un pizzico di paura nell’incontrare James e fotografarlo… potrei essere scambiata per una turista, come quella che aveva immortalato suo nonno mentre sistemava i muretti. “(…) il nonno si voltò dall’altra parte e si allontanò. “Andate al diavolo” mormorò sottovoce. Considerava i turisti che arrivavano a frotte nelle belle giornate di sole come delle scocciature, come delle formiche: venivano a rompere le scatole e avevano delle idee strane, ma bastava un po’ di cattivo tempo che sparivano di nuovo, lasciandoci continuare ciò che contava davvero. Il “tempo libero” per lui era un concetto strano, moderno e preoccupante; l’idea che una persona potesse salire su di una montagna solo per il gusto di farlo era poco più che una follia. (…) Non credo capisse che queste persone avevano un altro modo di intendere il “possesso” del Lake District. L’avrebbe trovato strano come entrare in un giardino della periferia di Londra e dire che era “un po’ anche suo” perchè gli piacevano i fiori.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Sono molte le considerazioni di James sul territorio, sul diverso modo di intenderlo, tra chi ci è nato e ci lavora da generazioni… e chi invece arriva da fuori e dice di volerlo tutelare. Ma chi lo tutela più di tutti è chi ci lavora: “E’ la voce che c’è nelle nostre teste a tenere in vita il Lake District, a riparare i muretti, a bonificare i campi e mantenere le pecore ben curate e nutrite. Molte di queste cose sfidano le leggi dell’economia. Alcuni nostri amici trascorrono anche cinquanta e più giorni all’anno a ricostruire i muretti delle loro fattorie, quando la soluzione moderna sarebbe di lasciarli cadere e rivendere le pietre. Lo fanno perchè va fatto.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Ma soprattutto ci sono le pecore: agnelli, agnelloni, montoni… Tutto il rito delle fiere, l’orgoglio di avere animali belli e invidiati. “L’autunno rappresenta il culmine di tutto ciò che fa di noi quelli che siamo. (…) In questo periodo la campagna dell’Inghilterra del Nord pullula letteralmente di centinaia di aste e fiere diverse.” “Saper riconoscere tra centinaia di esemplari disponibili quello più adatto al tuo gregge richiede un certo talento. E’ una cosa della massimo importanza. Il valore e la reputazione delle tue pecore possono aumentare o diminuire rapidamente in base a queste decisioni. Un buon gregge possiede uno stile e una natura particolari che riflettono centinaia di scelte fatte a monte, a volte nell’arco di diversi decenni o addirittura secoli.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono mai stata da quelle parti e non so come sia l’inverno… Ma Rebanks ce lo fa vivere con le sue parole, quando lo accompagniamo a cercare le pecore nei vari recinti. Non è pascolo vagante, ma sono razze nate e selezionate per vivere in questi ambienti, con questi climi. “Neve. I pastori temono e detestano la neve abbondante e le raffiche di vento. La neve uccide. Seppellisce le pecore. Ricopre l’erba e le rende ancora più dipendenti da noi per la loro sopravvivenza. Così non sopportiamo l’euforia degli altri. Palle di neve. Pupazzi di neve. Slitte. Ci fa paura. Un po’ di neve è innocua, possiamo dare il fieno alle pecore e quelle riusciranno a sopportare il freddo. Ma la combinazione di neve e vento è letale. (…) Una volta che avete visto delle pecore morte dietro ai muretti dopo che la neve si è sciolta, o degli agnelli morti là dove sono nati, non potete più amare la neve con tanta innocenza. Eppure, pur temendo e detestando i suoi effetti peggiori, ammetto che rende la valle bellissima.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è il pastore, ci sono le pecore e ci sono i suoi cani. “Un cane esperto sa portare fuori con attenzione le pecore da un dirupo, spostandosi a destra o sinistra o fermandosi di scatto al fischio del padrone. Un cane giovane o male addestrato non ce la farebbe, o peggio, rischierebbe di spaventarle e farle scappare sul ghiaione o sulle pareti rocciose.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

C’è una pastorizia diversa da quella a cui siamo abituati e diverse sono le razze, ma leggendo è tutto chiaro, anche per noi che stiamo a migliaia di chilometri di distanza. “E poi ripetiamo questo ciclo daccapo, proprio come facevano i nostri antenati prima di noi. E’un sistema di allevamento rimasto invariato nei secoli. E’ cambiato per dimensioni (dato che le fattorie si sono annesse l’un l’altra per poter sopravvivere, quindi ora ce ne sono di meno), ma non nella sostanza. Se portaste un vichingo sulle nostre montagne, capirebbe benissimo cosa stiamo facendo e com’è organizzato il nostro anno agricolo. La tempistica di ciascuna mansione varia a seconda delle valli e delle fattorie. Le cose sono scandite dalle stagioni e dalla necessità, non dalla nostra volontà.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

James va all’università, ma non abbandona mai la fattoria. “Quando le montagne del Lake District comparvero davanti a noi mi sentii di nuovo a casa. Mi sembrava che mi stessero abbracciando come degli amici e strinsi i pugni gridando: SONO A CASA! (…) Ero andato a Oxford per dimostrare qualcosa a me stesso e forse anche agli altri. Ma non ero molto soddisfatto. Non avevo più voglia di dimostrare nulla.” “Questa fattoria oggi è tutto il mio mondo. La mia famiglia. Le mie pecore. La mia casa. Non mi pento mai di essere qui, nemmeno nelle lunghe giornate grigie e piovose – e per fortuna, perchè ne abbiamo parecchie.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Potrei citarvi non so quanti altri passi del libro, la poesia, ma anche il crudo realismo con cui ci viene presentato questo mondo così ricco di difficoltà, fatica. La fienagione, la pioggia sul fieno che lo fa marcire, la nebbia, i ruscelli che si ingrossano, le epidemie che colpiscono le pecore. La soddisfazione per i risultati, la bellezza dei capi migliori. “A volte penso che il nostro senso di appartenenza abbia a che fare con tutto il maltempo che abbiamo sopportato, che consideriamo questa terra casa nostra perchè vento, pioggia, grandine, neve, fango e tempeste non sono riusciti a sloggiarci.

(foto J.Rebanks)

(foto J.Rebanks)

Non sono le Alpi, ma anche qui ci sono montagne. “I giorni in cui riportiamo le pecore in montagna sono tra i miei momenti preferiti dell’anno. Niente può eguagliare la sensazione di libertà e spazio aperto che provi quando lavori con il gregge e i cani sui terreni comuni. Sfuggo al senso di assurdità che cerca di divorarmi in pianura. La mia vita ha uno scopo, un significato tangibile e sensato.” “Non c’è niente di meglio che lavorare su queste montagne, sempre che non si congeli dal freddo o ci si ritrovi inzuppati di pioggia (sebbene anche questo ti faccia sentire vivo come non capita nella vita moderna, dietro un vetro). Il senso di atemporalità che c’è quassù è emozionante.

James Rebanks dice tutto quello che c’era da dire, difficile poterlo fare meglio. Leggetelo… poi fatemi sapere se è piaciuto anche a voi!

Qualcosa sul libro

Sono passati quasi tre mesi dall’uscita di “Storie di Pascolo Vagante” (Laterza Editore) e non ho ancora riscontri su come stiano andando le vendite, però ho già avuto numerose soddisfazioni nel vederlo comparire qua e là. Per chi se le fosse perse, segnalo un’intervista radiofonica a “Il posto delle parole”, ma anche la puntata di Pascal su Radio 2 Rai.

Questo venerdì sarò a Pramollo (TO), presso la Proloco di Rue, nell’ambito della rassegna Fogli d’Autunno, per la presentazione (ore 20:30, venerdì 2 dicembre 2016). Vi aspetto numerosi! ATTENZIONE!! SERATA ANNULLATA e RIMANDATA A DATA DA DESTINARSI!!!!

Ma vorrei sapere da quelli più lontani, da quelli che non incontro alle presentazioni, come “sta andando” il libro. Così ecco a voi un sondaggio. Grazie fin da ora a tutti quelli che risponderanno. Vi ricordo che ci sono ancora anche i miei precedenti libri in vendita… e un libro è sempre un ottimo regalo di Natale!

Ovviamente, ogni commento ulteriore è ben accetto!

Si procede

Il libro sulle capre va avanti, sto scrivendo i testi, poi inserirò le interviste, quelle già fatte, quelle che mi state mandando via internet (grazie! se altri volessero aggiungersi chiedendomi il questionario, siete tutti benvenuti). Ne farò ancora qualcuna sul campo, non tantissime, ma… da qualcuno di voi arriverò ancora.

Si scrive e si rilegge anche quando sono al pascolo, fonte di ispirazione e distrazione nello stesso tempo! Intanto l’altro libro, “Storie di pascolo vagante”, continua il suo cammino. Voi l’avete già letto? Se siete in Liguria, zona Savona, volevo segnalarvi che questo venerdì, 11 novembre, ore 18:00, sarò appunto a Savona alla libreria Ubik di Corso Italia 116. Sabato 19 novembre invece sarò a Cuneo nell’ambito di Scrittorincittà, corso Dante 41 – Centro incontri della Provincia – sala rossa, ore 14:30.

Ancora una segnalazione: sabato su l’Avvenire, è uscita un’intervista che mi è stata fatta qualche settimana fa. Qui per leggere l’articolo on-line. Unica nota, i giornalisti esagerano sempre un po’, chi ha fatto i titoli mi presenta come una che “per anni ha condotto le greggi”. Capisco che “faccia più figo” presentarmi così, ma non voglio prendermi meriti che non ho. Per anni ho vissuto la vita e la realtà del pascolo vagante, ma non sono mai stata io ad occuparmi del gregge in prima persona.

Ascoltate l’intervista

Sicuramente il mio nuovo libro, “Storie di pascolo vagante”, porterà questo mondo, quello dei pastori, anche laddove normalmente era ignorato. Aver pubblicato come una casa editrice importante e conosciuta come Laterza fa sì che vi sia un’efficiente campagna stampa, per cui il primo contatto è stato addirittura con la RAI.

Vi siete persi la diretta ieri? Nessun problema. Potete ascoltare l’intervista QUI.

Scusate se do così tanto spazio al mio libro, tralasciando gli aggiornamenti con nuove “storie”. Questa pubblicazione è stata un traguardo dopo quasi 10 anni di post scritti solo per passione su queste pagine virtuali. Ma di sola passione non si vive… se volete continuare a leggere anche queste pagine virtuali, devo riuscire ad avere un ritorno economico dai miei libri, visto che il blog è totalmente gratuito!

Inizio anche a ricevere recensioni sul mio “lavoro”. Mi permetto di condividerne una che ho appena letto, ringraziando l’autore per le belle parole. Aspetto tutte le vostre impressioni! Grazie. Nei prossimi giorni, impegni vari permettendo, riprenderò con gli arretrati e le “storie” normali.

Le storie di pascolo vagante alla radio

Cari amici, domani molti di voi potranno conoscermi “quasi dal vivo”. Sono stata invitata a presentare il mio nuovo libro, che trae spunto proprio da questo blog, e pertanto si intitola proprio “Storie di pascolo vagante“. So che in tanti lo state già leggendo, e vi ringrazio per questo.

Qualcuno mi chiede: “Ma di cosa parla?” Parla di tutto quello che vi ho raccontato qui, in queste pagine virtuali, in questi 9 e più anni. Non ci sono immagini, solo testo. Spiego cos’è il pascolo vagante, le sue “leggi”, quelle scritte dall’uomo e quelle della natura. Racconto delle problematiche che incontrano i pastori. Narro le transumanze verso i monti, quelle di discesa e il cammino quotidiano del gregge alla ricerca di pascoli. Parlo anche di me e di come ho incontrato i pastori vaganti.

Cerco di sfatare luoghi comuni e l’eccesso di romaticismo attribuito a questo mondo da chi lo osserva solo dal di fuori. Domani ne parlerò anche alla radio durante la trasmissione Farhenheit su Rai Radio3, alle ore 16:00. Se volete “incontrarmi”, sintonizzatevi. Sono molto contenta che sia stata proprio la radio a cercarmi, spero con le parole di riuscire ad evocare le atmosfere del pascolo vagante. Per le immagini… venite a cercarle qui o nel mio libro fotografico uscito nel 2014!

Domani l’appuntamento non è qui

Cari amici che seguite queste storie di pascolo vagante… sia che siate tra coloro che lo leggono dall’inizio, quindi dall’aprile 2007 (sì, tra pochi mesi saranno 10 anni!), sia che l’abbiate scoperto dopo, anche solo da poco tempo, domani vi invito a non aprire questa pagina sul vostro computer, tablet, smartphone. Non fatelo!

Domani dovete andare in libreria! Domani dovete aprire un sito di vendita di libri on-line! Domani escono le storie di pascolo vagante in formato cartaceo (o e-book, per chi è più moderno). Il mio nuovo libro, il mio primo libro che potrà essere reperito ovunque senza difficoltà. Qui sul sito della casa editrice Laterza trovate qualche indicazione in più sul contenuto. Certamente quest’opera è stata pensata soprattutto per quel pubblico che il pascolo vagante nemmeno sa cosa sia e che mai è incappato in queste pagine virtuali. Per loro sarà un viaggio totalmente di scoperta. Per voi invece sarà un “tornare a casa”. Spero che lo apprezzerete.

E’ vero che ultimamente abbiamo camminato sempre meno con il gregge, ma la vita ha portato così, si seguono le strade che man mano ci si trova davanti, anche se portano in posti diversi. Se non vi interessavano le “storie” che sto raccontando ultimamente, avrete abbandonato questo blog. Nel libro comunque c’è solo ciò che riguarda la pastorizia e il pascolo vagante propriamente detto. Sarò molto felice di ricevere via via le vostre impressioni, commenti, recensioni e… perchè no, foto dove mi mostrate il luogo in cui lo state leggendo. Perchè questa volta, grazie alla casa editrice che pubblica e distribuisce su tutto il territorio nazionale, c’è la possibilità di andare molto molto più lontano…

Appuntamenti vari

Un po’ di segnalazioni, anche se sicuramente gli eventi in questa stagione sono moltissimi. Inizio con un convegno  cui parteciperò.

In Veneto, a Vicenza, venerdì 17 giugno alle ore 15:00 si terrà l’incontro “I pastori, i custodi degli animali e dell’ambiente: verso politiche migliori per sostenere il pastoralismo. Casi di studio dal mondo”. Qui il programma completo. L’ingresso è libero. Per chi fosse interessato, avrò con me le mie pubblicazioni.

Sempre questo fine settimana, dal 18 al 20 giugno, a San Bernardo di Conio festa del Pastore, transumanza da Albenga al Bosco delle Navette. Qui tutto il programma nel dettaglio, per unirsi a gregge e mandria e seguire la transumanza.

Altre due feste in Francia. Sono stata ieri a quella di Nevache (abbastanza deludente, rispetto a passate esperienze oltralpe… ma ve ne parlerò prossimamente). Locandine fotografate nelle vetrine di Barcellonette: domenica 26 giugno, a Guillaumes e sabato 2 luglio proprio a Barcellonette. Il 17-18-19 invece c’è una delle più storiche manifestazioni di questo genere in Francia. C’ero stata anni fa e mi era davvero piaciuta: a Die, nel Vercors. Ecco il sito dove trovate tutte le informazioni.

Un appuntamento ancora più rivolto al futuro. La casa editrice Laterza mi ha comunicato definitivamente la data di uscita del mio prossimo libro, il primo che uscirà su scala nazionale. “Storie di pascolo vagante” sarà in tutte le librerie dall’8 settembre prossimo. La scelta della copertina, molto sofferta, non rispecchia il mio punto di vista. Mi assicurano che funzionerà a livello di pubblico, dato che quest’opera vuole farmi conoscere anche a chi è completamente digiuno di questa realtà. Mi affido quindi a chi ha esperienza nel settore… io avrei preferito una copertina meno cupa e drammatica, ma soprattutto una copertina con il pascolo vagante…

Ovunque, comunque pastori

La scorsa settimana ho avuto l’opportunità di assistere alla proiezione del film “Ilmurrán“, dato che è stato proiettato nel mio paese. Avevo sentito parlare di questo progetto nel 2014, invitata a presentare uno dei miei libri nel Monregalese. Uno degli organizzatori della serata era il papà del regista di quest’opera. Lo ammetto, inizialmente ero rimasta un po’ perplessa di fronte all’idea di portare una ragazza Masai in alpeggio in Valle Gesso.

Poi ero stata, nel corso di quella stessa estate, a trovare i pastori, che conoscevo da tempo. Era un’estate difficile, spesso piovosa, fredda. Mi ero fatta dire da loro cosa fosse questa storia del film e mi avevano raccontato della Masai che, insieme al regista, ogni tanto andava su per le riprese. “Povera ragazza, patisce il freddo, non è abituata!“, aveva commentato Silvia, la pastora, con il senso pratico che la contraddistingue.

Ma lassù i pastori erano abituati al fatto che passasse un po’ di tutto. Quelle montagne povere, nel Parco delle Alpi Marittime, vedono un gran transito di turisti. I gias sono lungo il sentiero, Silvia di gente in tutti gli anni che era salita lì in alpeggio ne aveva vista non poca. E i pastori sono anche abituati a dover sopravvivere adattandosi a tutto ciò che capita: le condizioni meteo, i pascoli, il mondo intero che li circonda, con tutti i suoi personaggi, anche quelli più strani. Adattarsi per sopravvivere.

Per fortuna io avevo trovato una bellissima giornata di sole, forse una tra le pochissime di quella stagione. Avevo trascorso alcune ore al pascolo con Simone, poi ero tornata a valle. Del film avevo sentito ancora parlare, un’amica la scorsa estate mi aveva anche regalato il libro che lo accompagnava, ma per scriverne qui aspettavo di vederlo.

(foto dal web)

L’opera è bella, le immagini emozionanti, mi sembrava di essere là, vivere quei momenti con i pastori. Ho apprezzato l’idea di lasciare il tutto in lingua originale con sottotitoli, Silvia parla la parlata del Kyè, Leah invece parla Inglese, ma ciò non impedisce al pubblico di seguire perfettamente. Non è una storia, è una testimonianza.

(foto dal web)

Il regista, Sandro Bozzolo, ci racconta l’incontro tra due mondi distanti solo apparentemente. Quando mettiamo insieme due donne pastore, alla fine parlano la stessa lingua. Sono due guerriere, ciascuna a modo proprio (il titolo significa appunto “i guerrieri”, ma in lingua Masai è solo maschile, non femminile). “Se mungesse con due mani, sarebbe perfetta!“, commenta ad un certo punto Silvia. Leah invece pronuncia la frase più significativa del film: “Non bisogna far morire i pastori per scrivere poi dei libri su di loro“. Vale per i Masai, per il Piemonte, per tutta questa realtà e, più in generale, per ogni mestiere, ogni tradizione. Un unico appunto: se non avessi letto il libro, se il regista non avesse in sala fornito alcune spiegazioni prima della proiezione, avrei faticato a capire non il messaggio del film., ma il perchè una Masai sale lungo una mulattiera per raggiungere un alpeggio sulle Alpi. Questo nulla toglie alla bellezza delle immagini ed alle riflessioni successive. Qui il sito del progetto Ilmurrán, i contatti, la parte dedicata alle scuole: “Il bisogno di stabilire un’empatia, di dare la possibilità agli studenti delle scuole di confrontarsi con una loro collega venuta da lontano. Leah ha tracciato il suo cammino personale nel solco dell’educazione, e la sua naturale prosecuzione passa attraverso la volontà di lasciare nuovi semi di coscienza. Per questo motivo abbiamo ideato un formato destinato alle scuole, incentrato sui temi non negoziabili della conoscenza reciproca, dell’integrazione, della sensibilizzazione verso il patrimonio antropologico racchiuso nell’agricoltura.” Il film è stato autoprodotto e non ha ricevuto sponsorizzazioni.

Capre e non solo (anche una ricetta)

Cari amici, voglio svelarvi a cosa sto “lavorando”. Mentre finisco di correggere le bozze del nuovo libro, già penso al nuovo progetto. Così… ecco che il libro che seguirà sarà dedicato al mondo della capra. Pecore, pastori, pascolo vagante già li conoscete bene. Certo, se siete appassionati, continuerete a seguirmi anche quando parlerò di quell’argomento. Ma non avendo più un gregge all’interno del quale muovermi e lavorare, ho meno stimoli di un tempo e meno materiale da raccontare. Così, visto che adesso ho anche delle capre di mia proprietà… un amico un giorno mi ha suggerito di scrivere su questo mondo particolare. Ci ho riflettuto su ed ho pensato che potrebbe davvero essere un’ottima idea. E’ vero che qualche libro c’è già, ma cercherò di fare qualcosa di diverso. Tra capre (razze, attitudini, etologia), caprai, formaggi, casari, ricette, battaglie, storia, leggende e molto altro ancora. Che ne dite? Come territorio, per questioni logistiche esplorerei soprattutto Piemonte e Val d’Aosta, ben sapendo che il mondo caprino avrebbe tantissimo da dirmi in tutta Italia.

Per cominciare però… ecco una maglietta dedicata alla passione caprina. Potete vederla e ordinarla su questo sito, ci sono due settimane di tempo per fare l’ordine, ma non verranno realizzate se non se ne richiedono almeno 50. Quindi… fatevi avanti, il prezzo è più che vantaggioso (12 €)!

Poi passiamo alla pentola che sta borbottando sulla mia stufa. Questa sera ho cucinato uno stufato di becco castrato. Ricette per questa carne non ne ho trovate, quindi ho improvvisato. Ingredienti: carne di becco castrato 6-700g, una cipolla, un rametto di rosmarino, un finocchio medio, due gambi di sedano, semi di anice, finocchio e cumino, curry, coriandolo, bacche di ginepro, due cucchiai di gin, pepe, sale, olio evo. Preparazione: ho tritato la cipolla con il rosmarino, mentre la carne iniziava a rosolare nella pentola di terracotta con poco olio evo. La carne era stata ben sgrassata da tutto il grasso “duro”, quello che ha l’odore intenso. Anche se il becco era castrato, un po’ di gusto si sente comunque. Quando la carne iniziava ad essere colorita, ho aggiunto il trito e ho rimesso il coperchio, continuando a rosolare a fuoco vivace per 5 minuti. Tenete conto che io cucino sulla stufa a legna. Intanto ho tritato il finocchio ed il sedano insieme ai semi misti. Prima di aggiungere questo secondo trito, ho sfumato con il gin ed ho salato con sale grosso. Infine ho aromatizzato con le bacche di ginepro schiacciato e le spezie (quantità a piacere, senza esagerare). Ho rimesso il coperchio ed ho lasciato cuocere per almeno un’ora, aggiungendo di tanto in tanto dell’acqua bollente. Come contorno, lo accompagnerò con il cous cous.

La carne di becco è poco utilizzata per il suo sapore decisamente intenso. Vengono castrati i caprettoni che non saranno usati per la riproduzione, per avere una carne più delicata sia nel gusto, sia nella consistenza. Possono essere castrati anche dei becchi già adulti ai quali non si vuole più consentire l’accoppiamento all’interno del gregge, ma ciò è meno frequente. Quando si vuole “cambiare il sangue”, il becco viene venduto ad altri allevatori, oppure portato al macello. Se qualcuno ha delle ricette o se, dalle sue parti, c’è l’usanza di utilizzare carne di becco o di castrato… mandatemele! Saranno utili anche per il libro. Anzi, tutte le ricette a base di carne caprina e formaggi caprini (ricotta ecc ecc) che mi vorrete mandare, saranno le benvenute. Scrivetemi qui.