E buona Pasqua sia!

Sono esterrefatta. In questi giorni, nonostante tutti gli impegni, ho cercato di seguire in rete un po’ del delirio agnello sì-agnello no. Mi ha fatto piacere vedere che la pastorizia italiana, specialmente dalla Sardegna, ha fatto sentire la sua voce, soprattutto attraverso le donne! Tutto questo gran polverone adesso, poi se ne staranno abbastanza buoni almeno fino a Natale. Molti non sono nemmeno vegetariani, se la prendono con l’agnello e a Pasquetta faranno grigliate di maiale…

Come vedete, la “strage” di Pasqua non è stata tale da azzerare il gregge. Si è venduto quello che c’era da vendere: tutti i giovani maschi che non saranno utilizzati per la riproduzione e quelle giovani femmine che, per qualche motivo, non verranno allevate. Agnelli e agnelloni chi con due mesi di vita, chi magari anche di sei mesi (visto che a Natale le vendite erano state abbastanza scarse).

Mi scappa da ridere nel cogliere certe contraddizioni. Il mercato locale subisce le conseguenze delle importazioni di carne/animali vivi da altri paesi stranieri (specie dall’Europa dell’Est), mentre gli immigrati vengono a cercare il pastore per avere carne di qualità! Loro sì che sanno dove trovare un buon agnello! Pasqua cattolica, Pasqua ortodossa, tutte e due cadono nella stessa data e così, pur con prezzi alla vendita non proporzionati a tutto il lavoro che sta dietro ad un agnello… si va avanti, con buona pace di chi augura ai pastori di scomparire: “Ormai gli allevatori devono farsene una ragione e cominciare a pensare a un cambio di lavoro. Soprattutto i piccoli, che sono schiacciati dagli allevamenti intensivi. A far fallire questi ultimi ci penseremo noi! GO VEGAN!“, commenta su Facebook un (sic!) laureato in Produzioni Animali, Conservazione e Gestione della Fauna.

E il cammino del gregge continua. Al caldo quasi esagerato dei giorni scorsi, si è sostituito un freddo non anomalo, ma comunque nettamente percepibile. La sera sembra di essere in montagna, grazie all’aria tersa e fresca. Pare che debba arrivare anche della pioggia, da una parte necessaria, dall’altra non tanto gradita ai pastori.

Infatti tutta quest’erba alta, a tratti già “vecchia e dura”, se bagnata dalla pioggia non sarà così appetibile per il gregge. Però, con foraggio in abbondanza e quasi l’imbarazzo della scelta per dove pascolare, alla fine sarà comunque una Buona Pasqua! Auguri a tutti e… vi lascio con questa bella riflessione di un cittadino comune (Stefano Quadri, da Recanati), non un pastore, che prende posizione sulle “campagne” pasquali. Nata come “sfogo”, su facebook ha visto centinaia di condivisioni.

(foto S.Quadri)

“IO ANCHE QUEST’ANNO SALVO IL PASTORE. Ultimamente leggo sempre più interventi a difesa degli agnelli che stanno assumendo i contorni di una guerra santa. Non sono queste le battaglie da combattere, specie in un periodo di crisi come questo; non si può dare addosso ad un settore che coinvolge migliaia di imprese e lavoratori, in nome di un buonismo animalistico. Chi vuol essere vegano o vegetariano lo fa per scelta e come ogni scelta va rispettata ma non può scendere nel fanatismo e non può accusare di scarsa sensibilità chi non condivide questo stile di vita. Gli agnelli, come i vitelli, come i bufalini non vengono ammazzati per crudeltà! Innanzitutto questi animali in natura non avrebbero tale consistenza numerica se non avessero rilevanza economica…o credete che se smettessimo di mangiarli orde di agnelli, vitelli e bufalini salterebbero felici brucando l’erbetta? Questi animali vengono macellati per la carne e perché altrimenti non si potrebbe utilizzare il latte (che verrebbe bevuto dall’agnello) per il consumo, per i formaggi, per gli yogurt. Dietro ad ogni latticino c’è necessariamente una morte! (senza parlare di quegli animali di cui nessuno si preoccupa come se avessero meno dignità, come le galline!) Bisogna sì, consumare meno carne, preoccuparsi che sia buona, possibilmente di produzione nazionale, far si che la macellazione non sia cruenta, ma la popolazione mondiale non può prescindere da un’alimentazione anche carnivora; o pensate che 10 miliardi di persone possano vivere solo brucando erbetta? E tutti coloro che lavorano nella filiera carne? (Agricoltori, pastori, mangimifici, grossisti, macellai, ristoratori, allevatori ecc.) che cosa si mettono a fare? Vogliamo preoccuparci di cose serie? Ci sono milioni di bambini che muoiono di fame, inquinamenti di ogni tipo, guerre…..e mi venite a demonizzare gli agnelli? Ho letto in questi giorni di gente che augurava ai barconi di immigrati di affondare!!! Io sono ateo ma chi si professa cristiano e mostra sensibilità per gli agnelli, non si vergogna? …poi magari da ai cani crocchette di carne di agnello perché è anallergica! Vorrei dire mille altre cose, sui cellulari, sui computer, sulle macchine e le tantissime altre modernità che dovremmo veramente limitare ma non voglio annoiare, sperò però che qualcuno rifletta e basta fare populismo sugli animali… lasciatelo fare alla Brambilla e a Berlusconi con Dudù, vediamo di scrivere cose intelligenti e costruttive. BUONA PASQUA A TUTTI (con agnello, per chi vuole!)”

La muntagnina dei 3000

Regalarsi un attimo di respiro e andare a trovare un’amica virtuale. Questo strano mondo dove tutto accade in rete… anche conoscere una montanara vera che, dalla sua casetta battuta dal vento, scrive, commenta, pubblica foto che ci mostrano i suoi animali, la sua vita, i suoi dipinti.

Lassù da lei l’inverno se ne sta appena andando. Davanti a casa c’è ancora neve, mentre dietro, tra l’erba secca schiacciata a terra, il sole e il caldo degli ultimi giorni hanno fatto sbucare i crocus. Ma di neve quest’inverno ne è caduta davvero tanta, sommando tutte le singole precipitazioni. Nel vallone dove lei sale in alpeggio infatti è ancora tutto bianco.

Il versante opposto, sopra al centro di Balme (siamo nelle Valli di Lanzo, TO), invece ha già un aspetto più primaverile, con i primi prati verdi, dove scendono a pascolare gli stambecchi. E i racconti di Polly parlano non solo dei suoi animali, quelli che adesso sono in stalla, oppure a razzolare nel cortile o ancora a fare le fusa sul letto… Ci sono allocchi salvati e nutriti, stambecchi ammalati, camosci, civette curiose…

Polly non è sola, ci sono tutti i suoi animaletti, gli amici che passano, i “vicini” di casa in quel paese che, d’inverno, conta meno di 100 persone, ma che viene poi invaso dai turisti e villeggianti d’estate, quando lei sale via via sui vari alpeggi con le vacche, le capre e l’asino. Però lei vive tutto l’anno in montagna e ciò fa di lei un “tipo strano” per chi arriva dalla pianura. “Lei è una muntagnina dei tremila…“, l’aveva apostrofata un turista. Quando c’è troppa gente, si rimpiange quasi la solitudine. C’è chi ti ruba le lose dal tetto della baita per cuocervi la carne e chi ti vuole denunciare perchè sali facendo portare un carico all’asino (viveri e pane per i cani), chi parcheggia sui prati e poi vuole soldi perchè le vacche hanno rotto lo specchietto.

Lei dice di esser comunque sempre stata un “tipo strano”. “Nella vita ho fatto un po’ tutto quello che volevo fare…” e certi atteggiamenti, il suo modo di essere, venivano giudicati anche dai compaesani. Ma Polly ha persino ricoperto cariche nell’amministrazione comunale (“…siamo quattro gatti, bastano tre voti e vieni eletto!“) e nelle associazioni locali.

Racconta di come un tempo si riuscisse a vivere facendo questo mestiere. “D’estate salivi all’alpe con le bestie in affitto, mungevi, facevi le tome e quello che ti davano per le bestie serviva per mantenere le tue d’inverno. E qui l’inverno comunque è sempre lungo… Però riuscivi a mettere qualcosa da parte, avere dei soldi per sistemare le baite, pagare le bollette, tutto. Oggi fatichi a sopravvivere.

Chi lo direbbe che una muntagnina dei 3000, classe 1955, quando non è in alpe e quando non ha lavori da fare con i suoi animali, si collega on line e parla con il mondo via Facebook? “Tre anni fa mi hanno portato un computer, i miei amici me l’hanno assemblato, poco per volta ho imparato…“. E adesso ha anche al seguito sempre la macchina fotografica digitale, per cogliere istanti di ciò che la circonda e condividerli con tutti noi che siamo sparsi qua e là per le valli, la pianura. La sua risata è contagiosa, la sua energia trascinante. Eppure la vita le ha già dato tante batoste, ma lei sembra non arrendersi mai e scherza persino raccontando dell’operazione all’anca.

Tanta passione per gli animali, rabbia contro questo mondo “al contrario”, dove la gente non capisce più da dove derivi ciò che mette nel piatto. Parla dei figli, dei due nipoti che appena possono corrono dalla zia per aiutarla nei lavori. “Hanno l’idea di andare avanti con questo mestiere, i gemelli. Fanno l’agrario a Pianezza.” Fin quando ci saranno persone come Polly, la montagna sarà viva e vitale: l’importante è che ci siano sempre eredi pronti ad affiancare e assorbire la conoscenza e la passione di questi veri montanari.

Cosciotto di agnello alle erbe

Mentre continuano le campagne degli “animalisti”, sempre più infarcite di luoghi comuni, falsità e immagini tendenziose che mirano ad impressionare e confondere chi non sa niente di pastorizia… qui si prosegue a cercare di fare opera di valorizzazione di una carne allevata in modo sano e naturale. Poco fa ho addirittura sentito lo spot radiofonico di una catena di supermercati (Sidis, Migros ecc.) che raccomandava di mangiare il loro pollo, per non macellare agnelli e capretti per Pasqua. Invito tutti voi a boicottare tali punti vendita!!!

Dopo aver acquistato dal macellaio di fiducia il vostro agnello (italiano, meglio ancora locale!), siete pronti a cucinarlo? Ecco un taglio classico, quello del cosciotto.

Cosciotto di agnello alle erbe

Ingredienti:

  • 1,5 kg di cosciotto d’agnello
  • pepe nero
  • 4 spicchi d’aglio (o scalogno)
  • 1 cucchiaio di timo tritato
  • 5 bacche di ginepro
  • 1 cucchiaio maggiorana tritata
  • 3 cucchiai di olio EVO
  • sale q.b.
  • carta alluminio

Preparazione:
Macinare il pepe, tritare l’aglio (se non lo amate, usate scalogno e/o erba cipollina) ed il ginepro. Mescolare l’olio, il timo e la maggiorana, aggiungere i gusti tritati precedentemente, salare e rimestare il tutto. Strofinare su tutti i lati il cosciotto d’agnello con la salsina ottenuta e avvolgerlo in un involucro di alluminio. Adagiare in una teglia e cuocere in forno a 180 gradi per 2 ore. Otterrete una carne saporita, succosa e tenera. Da servire con patate al forno.

Una lettera per il Ministro

Visto che l’informazione si premura di dedicare ampio spazio a chi, ignorando completamente il mondo dell’allevamento (specie quello tradizionale), parla contro il consumo di carne (ovicaprina soprattutto)… Visto che la pastorizia è relegata a “simpatici quadretti di colore” o trasmissioni “di nicchia”… Visto che è sempre maggiore la NON CONOSCENZA di una realtà che è alle basi delle tradizioni, della cultura, del territorio, dell’ambiente e dell’economia dell’Italia fin dall’antichità… Mi sono permessa di scrivere questa lettera.

Egregio Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, ministro@mpaaf.gov.it

Egregio Viceministro Andrea Olivero segreteria.viceministro@mpaaf.gov.it

 Le scrivo in merito all’intensificarsi delle campagne contro la macellazione di agnelli e capretti che, come ogni anno, sotto Pasqua si fanno maggiormente pressanti e particolarmente crude, al fine di indignare l’eventuale consumatore e scoraggiare l’utilizzo di tali carni.

 Sempre più queste campagne, grazie anche ad alcuni personaggi pubblici, arrivano ai mezzi d’informazione, senza che vi sia alcun spazio per un contraddittorio.

Inoltre, la maggior parte dei messaggi, contengono inesattezze e menzogne sia su come gli animali vengono allevati, sia sulle modalità di macellazione.

Chi è ignorante in materia, facilmente può lasciarsi influenzare da tali campagne che (falsamente) parlano di metodi di macellazione cruenti (ben diversi dalla realtà e da quanto stabilito dalla legge) e di uccisione di animali praticamente neonati.

 Il settore dell’allevamento ovicaprino, uno dei meno assimilabili all’allevamento intensivo, profondamente radicato nelle nostre tradizioni (agricole, zootecniche, culinarie, ma anche culturali) e nel paesaggio, soffre pesantemente della crisi, sia per quanto riguarda la filiera del latte, sia quella della carne.

Parallelamente a tali campagne denigratorie, assistiamo ad un crollo dei prezzi alla vendita per effetto di massicce importazioni di animali/carne dall’estero.

 Chiedo che il Ministero, insieme alle Associazioni di Categoria, si adoperi al fine di contrastare tali campagne di disinformazione, che infangano e denigrano l’onesto lavoro di allevatori, veterinari e macellai con veri interventi mirati alla conoscenza, valorizzazione e recupero delle tradizioni pastorali e dei loro prodotti derivati.

 Ringraziando per l’attenzione, colgo l’occasione per porgere i miei più cordiali saluti.

 Marzia Verona – Cumiana (TO) – allevatrice e scrittrice

Chiedo invece a tutti voi, allevatori e simpatizzanti, consumatori, food bloggers, macellai, amici di pastori, di copiare questa lettera e inviarla ai due indirizzi indicati. Se la condividete, diffondetela quanto più possibile. Segnalo anche un gruppo Facebook “Noi che mangiamo carne ovicaprina a Pasqua e non solo” dedicato a chi vuole contribuire a diffondere la corretta informazione sull’allevamento ed il consumo di carne ovicaprina. Grazie per l’aiuto che, in questo modo, cercherete di dare alla pastorizia italiana.

L’ultima generazione

Ho scritto un libro parlando di giovani allevatori. In effetti, nel settore dell’allevamento, sembra che un minimo di ricambio generazionale ultimamente ci sia. Stando a certe statistiche ed articoli che vanno di gran moda, in generale parrebbe che il ritorno alla terra sia il settore che va per la maggiore. Forse, in certe aree d’Italia, è anche vero. Guardandomi intorno però vedo un’altra realtà

Vivo in un paese originariamente agricolo, progressivamente trasformatosi in area residenziale, con l’agricoltura relegata ai margini, lavoro a tempo perso, erba vista come un fastidio e non come risorsa per il pascolo e la fienagione, boschi sempre più abbandonati e in espansione verso aree un tempo coltivate. Di qui si parte e si va a lavorare ogni giorno verso uffici e fabbriche…

Quello dove sono nata, era un paese famoso per la frutta. L’attività più praticata agli inizi del XX secolo era quella del commerciante di frutta. Addirittura, già nell’Ottocento, le “mele di Cumiana” erano così famose da andare in Inghilterra e addirittura in India o nelle Americhe, esportate dal Cavalier Cirio. E oggi? Oggi la frutticoltura su vasta scala, quella “che rende” si è spostata in altre aree. Quelle dove per chilometri, lungo i rettilinei di pianura, vediamo grandi frutteti avvolti da reti antigrandine. E qui il bosco si mangia i vecchi frutteti e pure i vigneti.

Quanto erano buone le mele coltivate in collina! Molto meglio di quelle che vengono sugli alberi piantati in pianura… Per non parlare poi delle varietà antiche di una volta, centinaia di varietà, soppiantate da quelle 2-3 che andavano per la maggiore. Oggi resistono alcuni frutteti. Piccoli appezzamenti, meli, peri, kiwi, peschi, niente a che vedere con i frutteti della pianura anche come forma di gestione delle piante. Anche belli da vedere, in un paesaggio vario e curato, specialmente adesso che è primavera.

Ma anche questi vanno verso l’abbandono. Poco per volta i più lontani dalle borgate vengono lasciati perdere e comunque, a mandare avanti questi frutteti, sono comunque persone di una certa età. Molti di loro sono in pensione, altri curano il frutteto come secondo lavoro. Altri ancora sono anziani che continuano per passione. Ma che reddito da ancora questa agricoltura? Per non parlare poi dei problemi legati alla fauna selvatica: cinghiali che mangiano la frutta sui rami più bassi o che rivoltano interi campi di patate. Caprioli e cervi che brucano tutto ciò che riescono a raggiungere.

Persino i piccoli frutteti famigliari devono essere protetti da fili elettrici, se si vuole raccogliere qualcosa. Ma il gregge passa, anno dopo anno, in un territorio sempre più abbandonato. “Mio fratello voleva insegnare a mio figlio come curare le piante da frutta e la vigna, ma lui non ha voluto, perchè tanto non gli interessa…“, racconta una signora che sta vangando l’orto. Cosa resterà a queste nuove generazioni?

Il padrone dei prati che stiamo pascolando, nel poco tempo libero tiene ancora pulite e curate viti e piante da frutto. Racconta di quando tutta la collina era una vigna e spiega dove, nei boschi, ci sono ruderi di case ormai invisibili. “Non c’è più nessuno che fa il fieno, giusto Tizio che ha preso due capre e allora si è messo a tagliare qualche pezzo. Altrimenti qui tutti hanno la preoccupazione di tagliare l’erba almeno vicino alle case, che non venga troppo alta“.

E i rovi, neanche tanto lentamente, avanzano dai lati e anche dal centro del (ex)prato. Chissà quanto duro lavoro le generazioni passate hanno speso per ricavare spazi dove coltivare, sfalciare, costruire. Ora, le nuove generazioni, escono di casa in auto e riempiono il carrello al supermercato con mele che arrivano da chissà dove, fragole e pomodori in qualsiasi stagione. Si indignano al pensiero di mangiare un agnello, acquistano carne già porzionata e pronta per la cottura, bevono acqua che arriva dall’altro angolo dell’Italia ed ignorano la collocazione delle fontane intorno alla loro frazione…

Quel giallo che non è siccità

Quest’anno non c’è il problema dell’erba. Anzi… l’erba “viene vecchia”, le greggi tribolano a pascolarla tutta, cresce, le graminacee mettono la spiga e le pecore non “puliscono” i prati come sarebbe logico all’inizio di aprile. Già, perchè sembra quasi di essere a maggio! Quell’erba che tanto serve ai pastori per alimentare le loro greggi invece infastidisce altri.

Ti sposti lungo le strade ogni giorno ed inizi ad avere gli incubi. Hai paura che qualcuno abbia buttato sostanze chimiche lungo il tuo cammino. Che si tratti di strade tra i campi, vie tra le case, strade di grande traffico, a questa stagione incombe il pericolo dei disseccanti/diserbanti. Le pecore, mentre si spostano, qualche boccone qua e là lo brucano sempre.

Quando vedi la fascia già secca, ormai non c’è quasi più pericolo. Il problema è transitare dove quei prodotti sono stati gettati da poco: non hanno ancora avuto effetto e l’erba pare verde. Le pecore (ma anche le vacche) brucano e dopo succede l’irreparabile. Vedi un animale che sta male, guarda fisso, non mangia. Alcuni abortiscono, altri deperiscono per mesi, altri ancora muoiono dopo poche ore.

E così, la primavera degli alberi in fiore, del pericolo scongiurato di dover fermare le pecore, del dover interrompere il pascolo vagante perchè non c’è erba a sufficienza… ha anche lei i suoi lati negativi. Ma questo accade solo per colpa dell’uomo. L’uomo che non usa più la falce, l’uomo che non ha più bisogno di ogni singolo ciuffo d’erba, ma vede “erbacce” che disturbano il suo vigneto, il suo frutteto, l’orto o anche solo il cortile o lo spazio davanti al cancello.

Io, a prescindere dal discorso legato all’allevamento, mai e poi mai getterei queste sostanze chimiche al piede del melo di cui poi mangerò i frutti! Meno che meno nel cortile dove gira il mio cane o dei bambini giocano liberamente! Di questo problema avevo già parlato in passato e, addirittura dagli uffici della Provincia, mi avevano risposto che sono prodotti innocui. Sta di fatto che, se una pecora bruca erba trattata con disseccanti, ne patisce conseguenze più o meno gravi. Ma tanto questo non interessa a nessuno e quindi si continuano ad impiegare tanto nell’orto famigliare quanto nella grande produzione agricola.

Notizie e annunci vari

Ricevo varie richieste per annunci di vario tipo. Iniziamo con un gregge…

Mi chiamo Salvatore e faccio il pastore. Vorrei sottoporvi un’offerta relativa all’acquisto del mio modesto gregge di pecore. Con mio grande rammarico sto cercando un potenziale acquirente poichè ho necessita’ di cessare questa bellissima attività che tanto mi appassiona.

L’offerta riguarda un gregge di circa 400 capi incrocio biellese/comisana e circa 50 capre. La mia richiesta, sicuramente discutibile, e’ di 100 euro ciascuna. In allegato le invio anche qualche immagine che ho scattato proprio oggi. Sono della provincia di Asti, comune di Viarigi.  3293027040

 

Se acquistate il gregge e vi mancano i cani… Ecco un altro annuncio! “Vivo in provincia di Venezia, e da quando, finalmente, ho avuto la fortuna di trasferirmi in campagna, mi sono presa una coppia di cani da pastore bergamasco: una razza che non conoscevo direttamente ma che ho scelto fidandomi del consiglio di conoscenti esperti, e che adesso posso confermare in pieno, perchè è veramente un cane eccezionale, equilibrato e socievole, e lo è in virtù del fatto che da secoli è utilizzato come cane da lavoro in montagna con le greggi e con le mandrie. Ora, io non ho animali e i miei cani sono essenzialmente da compagnia e da guardia, ma discendono direttamente da cani da lavoro delle valli bergamasche e lo si vede bene perché hanno proprio l’aspetto e il temperamento rustico “di una volta” (e, per dirla tutta, hanno poco dell’aspetto del bergamasco da esposizione canina, con lo strascico di taccole fino a terra, che va per la maggiore adesso ma che non ha niente a che fare con i cani da lavoro!).

Ora, a gennaio mi hanno fatto una bellissima cucciolata di 10 cuccioli, che chiaramente sto cercando di dare via…ma sto facendo una fatica tremenda, perché dalle nostre parti questa razza è praticamente sconosciuta, e chi ne ha sentito parlare è convinto che sia un cane ingestibile, enorme e pieno di pelo lungo fino a terra…Così ho pensato che nel mondo della pastorizia ci sia più possibilità che siano apprezzati e conosciuti per le loro qualità e quindi ti volevo chiedere se puoi darmi dei suggerimneti, o magari addirittura dei contatti diretti, anche tramite il tuo blog, per mettermi in contatto con pastori / allevatori di queste parti (diciamo, in generale, del nord-est) che potrebbero essere interessati a prendere un cucciolo di pastore bergamasco. Per correttezza dico da subito che non posso permettermi di regalarli, cerco perlomeno di rifarmi delle spese che sto sostenendo per tirarli su (compresa registrazione, vaccini oltre che ahimè pedigree…perché ce l’hanno), però diciamo che “faccio bene” e che sono disposta a trattare…soprattutto se vanno a finire in montagna e in mezzo alla natura! Per contatti, 335 7030637.

Quando avete gregge e cani… dovete allora preoccuparvi per l’alpeggio. E qui ci sono i veri grandi problemi! Per parlare di questi temi e soprattutto per capire un po’ dove andremo a finire, tra nuova PAC, speculazioni e molto altro ancora, ecco un convegno a Saluzzo (CN). Qui qualche dettaglio in più sui temi del convegno.”

Costolette di castrato croccanti al sesamo

Menù di Pasqua? Per chi consuma carne ovicaprina solo in questo evento… certo. Ma altrimenti è un piatto appetitoso per qualsiasi situazione. Il castrato è un agnellone pesante che è stato appunto castrato (lo sapete, non si possono tenere troppi maschi e soprattutto non tutti i maschi in un allevamento); la sua carne è tenera, succulenta e senza l’odore più marcato che invece contraddistingue il montone.

La stessa ricetta però può essere preparata con costolette di agnello riducendo i tempi di cottura in funzione dello spessore e della maggiore tenerezza della carne di animale più giovane. Ricordatevi però… scegliete sempre carne italiana per avere maggiori garanzie e per aiutare la pastorizia locale a non scomparire.

Costolette di castrato croccanti al sesamo

Per 2 persone:

4(6) costolette di castrato, 1 uovo, farina, grissini senza grassi (al sesamo o normali, in questo caso procuratevi anche dei semi di sesamo), olio evo, burro, sale

Battete leggermente la carne, tagliate le pellicine esterne in più punti per far sì che non si arricci nella cottura, passatela nella farina, nell’uovo sbattuto e infine impanatela con i grissini sbriciolati non troppo finemente. Se non avete i grissini al sesamo (come me), mescolate alla panatura dei semi di sesamo sfusi. Mettete a scaldare la padella per friggere (io ho usato il wok) con olio e burro, adagiatevi le costolette e fatele dorare da entrambi i lati. Il tempo di cottura varia a seconda della carne scelta. Per l’agnello possono essere sufficienti 3-4 minuti, qualche minuto in più per il castrato. Toglietele dalla padella, scolatele dal grasso sulla carta assorbente, salate e servite caldissime, con un contorno di insalata.

Tutto ciò che sta intorno alla tosatura

Arriva la stagione e… inizia il solito valzer della tosatura. Come e quando tosare? Guardare la luna, guardare i costi, guardare il meteo e dipendere dagli altri. Iniziamo però a dire che BISOGNA tosare le pecore. Più si va avanti, più c’è progresso e più la gente ammattisce. Non che non lo sapessi, ma preparando questo post ho voluto vedere un po’ cosa si dice in giro della tosatura… C’è chi fa di tutto per recuperare e valorizzare la lana e chi addirittura consiglia di utilizzare le fibre sintetiche perchè tosare sarebbe maltrattamento.

Prendiamo fiato e vediamo un po’ quel che si dice in giro. Quando inizia a fare caldo, in primavera, i pastori tosano le pecore. O meglio, così fanno quelli che le pecore le tengono al pascolo tutto l’anno. Chi invece le chiude in stalla, solitamente le tosa nel cuore dell’inverno, magari a gennaio o febbraio, di modo che abbiano la loro lanetta quando usciranno a mangiar erba e che non abbiano troppa lana quando sono dentro. Le temperature, nelle stalle con un numero giusto di animali, anche in pieno inverno infatti sono gradevoli se non calde!

Se le pecore non venissero tosate, starebbero male. Il caldo, certo, ma poi parassiti, infezioni della pelle, rami e rovi che si impigliano… Sporcizia che favorisce lo svilupparsi di infezioni. Guardate il posteriore di questa pecora non tosata dopo il parto. Ogni tanto capitano delle diarree e lo sporco resta attaccato nella lana anche per lungo tempo, formando quelle che, nella pagella della qualità della lana consegnata a chi ce la ritira, sono state definite “caccole”. Queste possono anche essere pesanti e sicuramente fastidiose per l’animale, quando si sposta e sfregano contro le gambe.

Ormai non si tosa per reddito, tosare è un costo, ma lo fai proprio per il benessere dell’animale.  Così chi può magari se le tosa con l’aiuto di amici. Avendo tempo, attrezzatura e la capacità di farlo. Ma avendo anche il luogo adatto per riuscire a tosare e saziare il gregge nello stesso tempo. Una faticaccia, un impegno (ecco perchè non ho più aggiornato il blog ultimamente!) e pure un certo costo per i macchinari impiegati. Ma i pastori, tutti, comunque le pecore le tosano, una o due volte all’anno. Certi vaganti che scendono presto dall’alpe infatti tosano pure in autunno per evitare che, lungo i fiumi, negli incolti, troppi semi, rovi, spine restino aggrovigliati nel vello.

Chi il mondo della pastorizia non lo conosce, eppure lo giudica duramente, arriva a dire che tosare è maltrattamento. Leggete questo articolo e soprattutto i commenti dei lettori: c’è da rimanere ancora una volta allibiti nel sapere cosa pensa certa gente. Fermo restando che sono contraria al mulesing (qui in Italiano), una pratica in vigore in Australia e Nuova Zelanda su pecore merinos per ridurre le infezioni da parte delle larve di mosche (ma che consiste nello scuoiamento dell’area perianale), per tutto il resto… ma questa gente sa come si lavora in un allevamento in Italia o, più in generale, in Europa? Sul Sud America sono informati, ecco cosa scrivono: “La lana merino argentina è, ad esempio, condizionata dalle condizioni climatiche della Patagonia, con grandi differenze di temperatura tra estate e inverno e tra giorno e notte e con molto vento: è, quindi, una lana molto più arricciata di quella australiana, che protegge, appunto gli animali dalle intemperie. Per lo stesso motivo non ci sono mosconi e non c’è nemmeno la problematica del mulesing, anche se, anche in questo caso, quando gli ovini iniziano a produrre meno lana sono destinati al macello.

No alla lana e sì al sintetico! “Indossare lana significa, quindi, indossare violenza e morte. Ma indossare lana non è necessario. La lana può essere sostituita da tessuti, altrettanto caldi e morbidi, come il pile, il velluto, la microfibra, la ciniglia, il caldocotone, il cotone felpato, l’acrilico, la spugna di cotone; in particolare, nella trama del cotone invernale (caldocotone) si trovano microscopiche camere d’aria che isolano perfettamente dal freddo. Oltre ai materiali citati ve ne sono numerosi altri senza crudeltà, vegetali o sintetici, come, ad esempio, il lino, la viscosa, l’acrilico, la canapa, il fustagno, il goretex, il nylon, il poliestere, il thinsulate, il polarguard, il fibrefill e la cordura.” Meglio l’inquinamento, meglio le sostanze non naturali, i derivati dal petrolio… Pur di non avere a che fare con le sostanze animali, non considerano nemmeno le campagne sulla non sostenibilità del cotone. Ad ognuno la sua guerra… Io guardo le pecore al pascolo e dico che, per la loro forma di allevamento naturale, ciò che deriva da loro è più che mai sostenibile!

Tosare un piccolo gregge senza aiuti esterni può essere fattibile, ma quando superi i 2-300 animali le cose si complicano. Così, se arriva in zona una squadra di tosatori, alla fine ti affidi a loro. E inizia in balletto… Domani, no dopo-domani. Non hai mai certezze. C’è di mezzo il meteo, le attrezzature che a volte si inceppano, così si inizia a rimandare e tu non sai bene come fare sia per cercare gente che venga a dare una mano (c’è da tirare pecore, da insaccare lana), sia per essere nel “posto giusto”. Sei lì che aspetti di sapere e scopri che si rimanda ancora…

Allora ti rimetti in cammino per trovare un altro posto adeguato per l’indomani, sperando che sia davvero la volta buona. Sposta il gregge, sposta il recinto già allestito… All’imprevidibilità del pascolo vagante, con la tosatura si aggiunge sempre quell’incertezza in più e non è facile gestire tutto. Magari hai già preparato da mangiare o ti domandi se alla fine sarà un pranzo “sul campo” o una cena, da offrire alla squadra e a chi ti aiuterà. Ammesso di trovare qualcuno, così all’improvviso, in settimana.

Un’altra variabile è quella del tempo. I tosatori dicono che la pioggia non li spaventa, ma lo scorso anno la lana praticamente non ci è stata pagata, avendo tosato ed imballato con la pioggia. Già normalmente non c’è da guadagnarci, ma almeno prendere quel qualcosina… Nuvole in cielo, aria umida, previsioni molto incerte.

Si pascola più che si può, l’indomani le pecore dovranno attendere, per riprendere a brucare a piacimento. Ma comunque il disagio della tosatura finisce qui, qualche ora di “digiuno”, a cui il pastore farà seguire un pascolamento prolungato fino a notte inoltrata per recuperare il tempo perso. La fatica della giornata richiederebbe un riposo anticipato per l’uomo, e invece, tanto le pecore i pastori le maltrattano, anche in questa occasione si sacrificano loro stessi per il benessere del gregge.

Alla fine ecco la squadra al lavoro. Solo questa foto, perchè poi non ho più avuto modo di prendere in mano la macchina, con tutto il lavoro di raccolta ed insaccamento della lana. Si è lavorato a ritmo serrato tutto il mattino, con le nuvole incombenti. Qualche goccia è poi caduta, ma solo a lavoro ultimato, per fortuna! Questa volta, dopo Francesi, Spagnoli, Neozelandesi, Polacchi e non so cos’altro, i tosatori erano Italiani, dalla provincia di Rieti. “Nostro padre e nostro nonno prima di lui venivano anche qui in Piemonte a tosare, fino al 1993… Noi adesso nel Nord Italia tosiamo soprattutto in Veneto.

E così ecco il gregge pronto per la primavera. Quando sarà ora di salire in montagna, sulle schiene ci sarà già quel dito di lana a proteggere gli animali dall’aria più fine e dal sole estivo. Tosatura è benessere anche perchè, appena liberate dal vello, ecco le pecore muoversi veloce, alimentarsi più avidamente (che fatica per i pastori star loro dietro, i primi giorni) e… sì, anche riprodursi! Non è uno scherzo, venite a vedere come aumenta l’attività dei montoni appena dopo la tosatura!

Per chi volesse leggere altri articoli con notizie tendenziose e errate (almeno per la nostra realtà) legate alla tosatura, eccone alcuni: La lana è vegan? Come vivere un inverno caldo e cruelty free: no alla lana. Cosa non va nella lana? (in quest’ultimo articolo almeno si raggiunge il meglio con queste affermazioni: “Le povere pecore di routine sono prese a calci, pugni e tagliate durante il processo di tosatura.“)

PS: La nostra lana va a finire qui e di conseguenza qui, Biella The Wool Company.

Star bene dentro o fuori?

Dopo l’inverno mite, ecco un inizio di primavera decisamente incerto. E pensare che, gli anni passati, solo adesso si iniziava a tirare il fiato, sapendo che d’ora in avanti non ci sarebbero più stati problemi di erba…

Quest’anno invece l’erba “è già vecchia”. Mette la spiga, gli animali non la brucano più tanto volentieri e “non puliscono bene” i prati. Però meglio così che non avere l’ansia di non sapere dove portare al pascolo il gregge! Clima mite, piante in fiore, sembrava proprio che la primavera iniziasse in anticipo e nel migliore dei modi.

Quando però ormai il calendario aveva appena superato il 21 marzo, ecco un’aria gelida, nuvole pesanti e cupe, vento, pioggia ed un improvviso scoppio di tuono. Un temporale in piena regola, con raffiche di acqua a cui, improvvisamente, si sostituisce la grandine. Lunghi, interminabili minuti di chicchi grossi anche come nocciole che si abbattevano sugli albicocchi in fiore, sui giardini, sui prati e sugli orti. Che cambiamento di panorama (e di temperatura) dopo!

C’è di nuovo bisogno del maglione, dopo. E si sospende l’idea di proseguire la tosatura, poichè adesso la lana non è più un fastidio, sul dorso delle pecore. Non è facile indovinare il giusto momento per quest’attività. La stagione è quella giusta, ma va a finire che, se tosi a marzo, poi piove. Se aspetti aprile, piove e fa freddo lo stesso…

Chi ha gradito gli accumuli di grandine (che in certi luoghi sono rimasti fino a due giorni dopo il temporale) è stata ad esempio Mirka. Con buona pace degli animalisti, di chi vede ad ogni costo il “maltrattamento degli animali”… Eccola che, in una giornata fredda e ventosa, scava ben bene nel mucchietto di ghiaccio e ci si corica con grande soddisfazione.

Marzo pazzerello, e così ecco anche il ritorno del sole, insieme all’aria frizzante e al cielo limpido. Ogni tanto c’è qualcuno che chiede se gli animali non patiscono, a star fuori. Ma possibile che il dentro-fuori sia l’unico parametro di benessere per l’uomo moderno? Un essere vivente che associa al “fuori” il malessere, il disagio. Chi cerca la vita all’aria aperta è uno “strano”, un alternativo. Così non ci rendiamo conto che gli animali, specie quelli autoctoni, sono fatti per vivere all’aperto nel clima del posto.

Così la gente ti chiede dove le porti, quando incontra il gregge lungo la strada. Ti guardano un po’ strano quando rispondi: “A pascolare!“, come se quella fosse l’ultima delle cose che pensava di sentire in qualità di destinazione. Ci sono dei momenti in cui mi sento un po’ un alieno a camminare alla testa di un gregge lungo una strada! E’ proprio vero che dovresti sempre stare il più lontano possibile dal resto del mondo, perchè nella nostra società sembra che si capisca sempre meno tutto ciò che riguarda la terra, l’agricoltura, l’allevamento.

Quando piove, sono “poverine” le pecore, non il pastore che le guida e magari salta persino il pranzo per far pascolare loro. Solo ieri un signore, affondando la mano nel vello, esclama: “Adesso ho capito perchè non patiscono sotto la pioggia o la neve!“.  Toccare per credere…

Viene voglia di non vedere più nessuno, di non dover far sempre le stesse parole. Ti stufi a dover spiegare le stesse cose giorno dopo giorno, specialmente quando vedi che la gente non vuole capire e se ne va con la sua idea in testa. Quelli che stanno “dentro”, ti dicono che è rilassante vedere fuori il tuo gregge al pascolo e ti invidiano. Tu a volte daresti non so cosa per fermarti un paio d’ore a riposare, perchè la pastorizia non è affatto rilassante, quando la pratichi e non solo quando la guardi.

Per non parlare poi di quando, per far sì che le pecore mangino abbastanza, decidi di spostarle ancora quando è ormai sera. Loro sono soddisfatte, tu concludi la tua giornata ancora più tardi, la sera. Le pecore stanno bene quando hanno mangiato a sazietà. Fuori brucano liberamente anche sotto la pioggia, dentro attendono che qualcuno venga a riempire la mangiatoia…