Annunci vari

Ricevo e giro diversi annunci: Jurgen cerca corna di capra (contattarlo in Tedesco o Italiano) rosnerj@hotmail.com.

Paola di Caselle Torinese  (Paolablandino@gmail.com) ha 6 capretti tibetani da piazzare.

Alfio cerca socio per l’alpeggio. “Sono un allevatore di capre e pecore, ho un’alpeggio x300 pecore circa sulle pendici del monte Verzel in Valle Sacra. Cerco un pastore che non abbia molti capi (considerato che io ne ho 50 in asciutta più 20 agnelle lacaune/meticce, direi 200 circa) x collaborazione estiva, conosci qualcuno che puo’essere interessato?

Ecco ancora un’immagine dell’alpeggio di Alfio e dei suoi animali. L’alpeggio è l’alpe Pistone. Mi ricorda un po’, così a vederlo dalla foto, un certo alpeggio in Val d’Angrogna dove ho trascorso buona parte dell’estate scorsa…

Leonardo (leonardo-78@hotmail.it) sta disperatamente cercando un secchio in rame di quelli che si usano per mungere capre e pecore. Vuole regalarlo a suo nonno, ma non riesce a trovarne uno. Lui abita tra Marche ed Umbria, ma cerca ovunque sia possibile reperire questo oggetto.

Ultimo annuncio: a qualcuno interessano capretti con 4 corna? Ce ne sono nati ben quattro, tutti maschi. Se a qualcuno interessassero, contattatemi.

Una lettera che sta già facendo discutere

Ci sono quei momenti quando non riesci più a trattenerti e allora le cose le devi dire. Nel mio caso io le scrivo, le scrivo di getto, come mi vengono dal profondo del cuore. Un evento in particolare ha fatto nascere la lettera che, di seguito, riporto integralmente. E’ stato questo articolo della scrittrice Dacia Maraini sul Corriere della Sera. Mi ha colpita soprattutto perchè ho sempre apprezzato la Maraini come scrittrice, soprattutto per la sensibilità nella costruzione dei personaggi femminili nei suoi romanzi. E allora ho scritto… Le ho scritto una lunga lettera con il cuore. L’ho inviata in redazione, ho cercato di contattarla attraverso il suo sito privato, ho telefonato al CdS ed ho rispedito la lettera, ma non ho avuto riscontri. Nel frattempo ho letto anche questo articolo di Annibale Salsa su L’Adige. Dulcis in fundo, ho visto un servizio di Sveva Sagramola a Geo&Geo ieri sera ed ho letto un comunicato stampa della CIPRA Italia che mi ha spinta ad inviare la stessa lettera anche alla trasmissione RAI ed a Francesco Patorelli, direttore di CIPRA Italia. Oggi la mia lettera è stata ripresa su L’Adige e ne parlano sul Forum del Centro per lo Studio e la Documentazione sul lupo qui. Una lunga premessa ad una lunga lettera. Ho già detto tutto lì.

Gentile signora Maraini,

 ho letto il suo articolo “Non sparate sul lupo. Cattivo solo per le favole” nella pagina della Cultura del Corriere della Sera. Ho sempre apprezzato i suoi scritti e la grande sensibilità che traspare nei suoi romanzi.

Per questo ho deciso di scriverle, da donna a donna, perché ritengo sia importante far conoscere la verità sul lupo. Le scrivo dal Piemonte, dalla provincia di Torino.

Purtroppo ci sono e continuano ad esserci troppe strumentalizzazioni intorno a questo tema e si vuol far credere che ci siano branchi di lupi pronti ad assalire gli abitanti dei villaggi.

I branchi di lupi ci sono, è vero che scendono nei paesi, infatti negli ultimi 10 anni ci sono stati numerosi casi di lupi investiti su strade e ferrovie nelle vallate alpine (Val di Susa, Val Chisone). La gente li vede, li sente, trova i resti delle loro prede non lontano dalle case. Questo genera sicuramente paura, il timore del lupo è qualcosa di atavico che abbiamo dentro di noi. Io li ho sentiti ululare un mattino prima dell’alba, in alta montagna, e mi è letteralmente venuta la pelle d’oca.

Il vero problema per il quale però in Piemonte si è chiesto il contenimento del numero di lupi è un altro: non solo la paura di quei pochi che vivono in piccoli villaggi di montagna che d’inverno contano poche decine di abitanti, ma i danni all’allevamento tradizionale degli alpeggi.

Io sono la compagna di un pastore. Lui è originario della Val Pellice, più precisamente di Angrogna. Per lui, come per la maggior parte dei suoi “colleghi”, il gregge è la vita. Il pastore non dice: “Le pecore hanno pascolato un prato nel tal posto”, ma: “Ho mangiato l’erba…”.

Sarebbe bello che il lupo fosse un animale spazzino che preda solo bestie malate, vecchie, caprioli e camosci ormai stanchi di vivere. E’ furbo, è intelligente, il lupo. Viene detto anche nel Suo articolo. Potendo scegliere, lo fa. E la pecora, animale domestico, è più facile da catturare. Se poi è bella grassa, rappresenta un succulento boccone. Lo sa che i pastori hanno notato che, se una pecora con dei problemi, alla quale magari è stata fatta una puntura di antibiotico, resta indietro, il lupo non la prende?

Noi nell’estate 2011 abbiamo avuto 30 perdite per causa del lupo. Nel 2010 una ventina. Ed attacchi più o meno consistenti ci sono stati anche negli anni precedenti. Il gregge è composto da circa 400 animali di proprietà del mio fidanzato ed altrettanti “presi in guardia” da piccoli allevatori locali, che, secondo la tradizione, li affidano al pastore affinché li porti in alpe d’estate, cosicché loro possano occuparsi della fienagione in fondovalle, fieno prezioso per il mantenimento dei loro ovini nel lungo inverno.

Sono quindici anni che il lupo è presente sull’alpeggio dove saliamo. Claudio, il mio fidanzato, è sempre stato su quelle montagne, prima con i genitori, poi con lo zio che l’ha indirizzato sulla strada della pastorizia. I suoi genitori invece allevano bovini. Conosce ogni sasso, ogni cespuglio, ogni leggenda e storia di quella montagna che già i vecchi avevano denominato Infernet.

E’ un alpeggio difficile, spesso c’è la nebbia e non se ne va per giorni. E’ ripido, sassoso, con molti cespugli perché ormai lassù non salgono decine di persone come un tempo, ma solo lui con il suo gregge. Non si vive più con due vacche e venti pecore, si fatica a campare con quattrocento.

In alpeggio purtroppo tocca adattarsi: nel nostro caso si paga un affitto al Comune, che però non ha mai aggiustato le baite. Queste stanno crollando, l’unica più o meno in piedi ha muri attraverso i quali passa il vento, quando piove c’è il fango sul pavimento perché la “casa” è addossata alla roccia e l’acqua a lungo andare filtra. Non si può accendere un fuoco all’interno e ci sono allegre famiglie di topi che ti passano fin sulla faccia mentre dormi. Il letto è un “soppalco” costruito con alcune assi e pali. Il materasso erba secca e qualche vecchia coperta. Bisogna camminare per oltre un’ora e mezza lungo un ripido sentiero per arrivare lì, portando su tutto a spalle, viveri per te e per i cani. Più volte si è tentato di fare il carico con l’elicottero, per portare almeno il sale per le pecore, il pane per i cani, ma la nebbia il più delle volte ha mandato a monte il tutto.

Le baite non possono essere aggiustate perché sono del Comune, così ci si arrangia con teli di nylon e riparazioni precarie. Perché affrontare la spesa della costruzione di un nuovo edificio… quando l’anno prossimo il Comune potrebbe affittare ad un altro?

E perché non cercare un altro alpeggio? Perché non è semplice trovarne di liberi. E’ una lunga storia anche questa, ci sono meccanismi complicati da sintetizzare, perverse storie di alpeggi affittati ad allevatori di pianura pronti a sborsare cifre che mai un pastore potrebbe permettersi (e loro invece lo fanno per accaparrarsi i contributi CEE, senza peraltro portare in alpeggio i loro animali).

Poi su quell’alpeggio c’è la sua vita. Nella parte bassa ci sono pascoli ed edifici di proprietà, che lui e la sua famiglia hanno ristrutturato a spese loro. Si potrebbe utilizzare quelli, camminando un po’ di più, ma avendo una vita civile.

Il lupo però non lo consente…

La mia lunga premessa serviva infatti a dare un’idea di quello che c’è lassù nelle montagne dove i lupi mettono in pericolo le greggi e gli uomini.

Per l’uomo il pericolo fino ad ora non è stato l’attacco alla persona, ma la sofferenza, lo stress, il senso di impotenza, la frustrazione, il danno economico e morale.

“Convivere” con il lupo per un pastore vuol dire essere sempre insieme al proprio gregge. Bisogna chiudere le pecore nei recinti (e le reti mobili vanno spostate frequentemente, per il benessere degli animali… il tutto a spalle…), quindi devi essere lì dal mattino presto fino alla sera tardi. A volte degli animali restano indietro nella nebbia e così tendi le orecchie al suono delle campanelle, poi parti con la pila a cercarli. Quelli che non trovi, sono condannati. Quest’estate io ero in alpeggio e, ogni volta che ciò è successo, al mattino vedevi già i corvi che giravano. Allora andavi a raccogliere i cadaveri e, se ti andava bene, curavi quelle ferite.

Di notte finisce che non dormi più, al minimo abbaiare del cane maremmano da difesa salti in piedi ed esci con la pila. Un pastore mi ha raccontato di aver sognato un attacco al proprio gregge. Svegliatosi, non è più riuscito a prendere sonno ed ha dovuto andare a controllare che non fosse successo niente di male alle pecore.

Fai di tutto, dai tutto te stesso per gli animali, i tuoi animali che magari hai salvato da piccoli, allevandoli con il biberon quando la mamma non aveva latte a sufficienza, e poi te li trovi uccisi, divorati.

Arrivi a capire il lupo, è un animale, deve mangiare, ma non capisci perché non puoi difenderti come facevano i tuoi nonni, i tuoi bisnonni. Almeno sparare, per far paura. Perché l’ultima pecora prima di scendere dall’alpeggio a fine stagione te l’ha presa dietro alle baite, in pieno giorno, senza timore dell’uomo. Il lupo non ha più paura dell’uomo. Quando ti vede, si allontana, ma non scappa.

Ti alzi alle 6:00 e vai a letto alle 23:00 se non oltre. Non puoi allontanarti un giorno, un’ora. Se non ci fosse il lupo, alle cinque o alle sei di sera potresti scendere alla tua baita dove c’è una stufa, un letto, mangiare e riposare, stare con la famiglia. Invece no, e se non c’è nessuno con te, alla sera molte volte sei così stanco che o non mangi, o sbocconcelli qualcosa di freddo.

Per colpa del lupo noi non possiamo farci una famiglia: non si può più crescere un bambino lassù, in quelle condizioni… E non vogliamo nemmeno stare lontani 4-5 mesi, soprattutto in quella stagione che è (era) la più bella per chi fa questo mestiere. Dobbiamo per lo meno trovare un altro alpeggio, con una baita in cui si possa vivere civilmente.

Tentare di difendersi dal lupo è anche un costo non indifferente, per un’azienda dal bilancio ridotto come la nostra. 5-6.000 euro a stagione non sono pochi (spesi tra reti, pagare un aiutante estivo, alimentazione dei cani anti-lupo, medicinali per le pecore ferite…), per non contare poi tutti i danni indiretti. Le pecore producono meno, quelle genericamente “disperse” dopo un attacco al gregge non vengono rimborsate, ecc ecc ecc.

Viene persino voglia di smettere, ma se un pastore vende le pecore gli muore qualcosa dentro.

 Questa è la nostra storia, io mi sento impotente quando Claudio è sconvolto dopo l’ennesimo attacco. La sua non è rabbia, è disperazione. Mi dice: “Ma che vengano qui con me, quelli che ci tengono tanto al lupo! Vengano su con me a fare una settimana della vita che faccio io!”.

Io quella vita la sto facendo, ma non è vita, meno che mai nel XXI secolo.

Vorrei che almeno venissero raccontate anche queste storie e non solo dire teoricamente che è bello il lupo e bisogna proteggerlo assolutamente.

Se l’uomo, se il pastore abbandona la montagna, crolla un ecosistema. Se smettesse lui, venderanno le pecore tutti quei piccoli appassionati che ne tenevano cinque, dieci, cinquanta nel fondovalle e gliele affidavano per l’estate. Così si smetterà di falciare quei prati che servivano per il fieno. Sarà abbandonata la montagna, sarà abbandonato lo spazio intorno alle frazioni in basso. Andranno a perdere anche i sentieri che salgono all’alpeggio, quei sentieri che ogni volta che li percorrevi sistemavi una pietra, toglievi un ramo, davi due colpi di zappa perché le bestie passassero con meno pericolo… e con loro anche gli escursionisti che sarebbero venuti dopo. Non ci sarà più la fontana vicino alle baite. Per chi la montagna la frequenta da turista, è più facile godere della vista di un gregge di pecore che non riuscire a scorgere un lupo. L’escursionista di passaggio, magari in difficoltà per qualcosa lassù dove non prende nemmeno il telefonino, al pastore poteva sempre chiedere aiuto, un’indicazione o anche solo scambiare quattro chiacchiere.

Noi e tutti gli altri che fanno questa vita dura, ma piena di soddisfazioni semplici, non c’è l’abbiamo con il lupo. Ce l’abbiamo con chi non capisce la montagna e i suoi abitanti. Il lupo cacci il capriolo, il camoscio, il cinghiale, ma dateci la possibilità di difenderci quando invece arriva vicino alle nostre pecore. Volete aiutare il lupo? Allora aiutate i pastori. Aiutateci a risolvere i problemi che hanno fatto sì che il lupo fosse la goccia che fa traboccare il vaso: abbiamo bisogno di baite decenti, abbiamo bisogno che il nostro lavoro torni ad avere un valore, mentre adesso a fatica con i ricavi si coprono le spese, abbiamo bisogno di meno burocrazia, di affitti degli alpeggi abbordabili.

Persone come Lei, persone che possono parlare a milioni di altre persone, ci aiutino a far sentire la nostra vera voce. Per favore, non contribuite ad alimentare quelle voci che dicono che qui vogliamo sterminare i lupi così, tanto per passare il tempo. Io non so quanti siano i lupi, nessuno ci sa dire un numero preciso, ma non è un lupo da solo che, in una notte, divora completamente 3-4 pecore. Però non mi interessa discutere sui numeri, vorrei solo che anche noi potessimo avere una vita senza arrivare sull’orlo della disperazione e, per di più, leggere poi articoli dove si dice che il lupo mangia solo la pecora zoppa.

 Spero che questa mia lettera Le venga recapitata.

Cordiali saluti, Marzia Verona - Cumiana (TO)

E’ molto difficile immaginare cos’è realmente questa attività

Scrivono, i giovani, e non solo dal Piemonte. Fanno sentire la loro voce anche da altre parti d’Italia e mi fa piacere poter mostrare altre realtà. Chissà, magari anche favorire idee, contatti, scambi (per lo meno di opinioni, di modi di lavorare). Quello che mi ha colpito di Vincenzo, rispetto alla maggior parte degli altri giovani intervistati fino ad ora, è il suo non avere amici allevatori. Anche sulla sua pagina Facebook non ho incontrato le solite immagini alle quali sono abituata: niente animali, giusto una sua foto con il trattore. A lui la parola.

Mi chiamo Vincenzo Mercurio, sono nato il 13/03/1993. Abito a Botricello in provincia di Catanzaro, la mia zona è pianeggiante e in parte collinare, abbastanza abitata. Vivo con la mia famiglia, ho un gregge di pecore sarde e frisone, perchè sono ottime per il latte e le frisone per la carne degli agnelli.

La mia passione nasce da quando ero piccolo, mio padre aveva una piccola azienda, una specie di passatempo con qualche vacca e vitelli. Abbiamo sempre avuto animali in famiglia, il mio maestro è stato mio padre. All’inizio era un’azienda per produzione di carne bovina, solo che da qualche anno abbiamo fatto il passaggio con gli ovini. E’ un’azienda ancora piccola, ma ci stiamo modernizzando pian piano. Produciamo un po’ di formaggio privato e vendiamo il latte sfuso a un commerciante. 

Per ora la mattina scuola, poi il pomeriggio dalle 2 inazienda, si inizia a preparare da mangiare per la notte e alle 4 quando ritornano si inizia a mungere fino alle 6. Studio all’ultimo anno economia aziendale, anche se non c’entra quasi nulla con questa vita.

Mi piace il lavoro nei campi con i mezzi e la sera quando rientra il gregge. La mia soddisfazione è vedere il lavoro svolto alla perfezione e la mia più grande soddisfazione è la mia azienda: ogni tanto mi fermo e guardo tutto con il sorriso pensando di essere cosi fortunato ad avere tutto questo. La cosa che non piace molto è quando c’è da modificare qualche capannone, sennò di altro non mi posso lamentare. Per il futuro spero di poter ampliare tutto con attrezzature tutte moderne.

L’allevatore di oggi rispetto a quello del passato si può ritenere fortunato perchè con la modernizzazione che abbiamo in questi tempi questo lavoro pesa molto meno rispetto al secolo scorso. Da alcune persone l’allevatore non viene visto molto bene, diciamo che sono i soliti cittadinotti che non amano la “puzza” e che si vergognano a lavorare con molti animali, sempre nella sporcizia, mentre altre persone rimangono affascinate da questo mondo. Alcuni persino rimangono con l’idea che un giorno possano avere anche loro l’opportunità di fare tutto ciò.

Il mio tempo libero ormai è solo la sera, lo occupo per riposarmi e uscire un po’ con gli amici. Diciamo che la maggior parte del mio tempo è dedicato a loro, gli animali, non solo al gregge, ma anche ai miei inseparabili cani. Amici allevatori non ne ho, ma alcuni posseggono qualche animale da cortile come galline conigli, ecc. Da una parte vorrei che lo fossero, così ci sarebbe aiuto reciproco. Le difficoltà sono ormai i soldi che bisogna togliere al giorno d’oggi per mettersi in regola e il tempo che ci vuole per mettersi in regola…

Vorrei solo dire a tutti i giovani allevatori che nonostante questo periodo di crisi ce la faremo a realizzare il nostro sogno, e vorrei dire che per me e per molti altri che la pensano così, che questa è la nostra vita, la nostra scelta, il nostro futuro!

Vorrei aggiungere che è facile leggere quattro righe e pensare a questa attività, ma è molto difficile immaginare com’è realmente, perchè solo vivendo e provando questa attività le persone possono capire il vero valore dell’agricoltura e dell’allevamento.

Grazie anche a Vincenzo per la sua testimonianza, che ho riportato quasi integralmente, e per le immagini che ci mostrano la sua terra, i suoi animali.

Dal Piemonte e dalla Francia

Si moltiplicano gli “inviati” di questo blog. Il primo reporter è Carlo, che già qualche giorno fa ci aveva mandato immagini di greggi nella neve nella pianura della provincia di Novara.

Un altro gregge è passato nel suo paese e questa volta Carlo ha documentato pascolo, spostamenti, il lavoro dei cani. Qui vediamo i pastori, e mi sembra proprio di riconoscere Ernestino.

Ti mando altre foto di un altro gregge di passaggio da Cameri (NO). Questo gregge proveniente dalle nostre valli del VCO comprende anche asini, cavalli e capre (oltre ovviamente alle pecore).

L’ho seguito un po’ ieri e oggi nei suoi spostamenti ed ho apprezzato in modo particolare il lavoro del cane che di nome fa Orso.


Prontissimo agli ordini del pastore, in un batter d’occhio radunava le pecore e le allineava per potre fare uno spostamento in modo veloce e ordinato.


C’erano al seguito altri due cani di cui uno mi sembrava un po’ irruento verso le pecore tanto da provocare ire e improperi da parte non solo del pastore ma anche di un asino, vedi foto (mia moglie Vittoria nello scattare la foto ha avuto fortuna, ma lei non lo ammetterà mai!!).

Molto belle le foto di Carlo e Vittoria, a testimoniare le giornate di pascolo vagante nella neve per quei pastori che o non hanno fermato le pecore, o sono riusciti a ripartire prima di altri. Anche se questa vita la vivo, un’immagine così riesce sempre ad emozionarmi.

E’ ancora inverno. Presto però tutti ricominceremo a scattare immagini senza la neve ed all’improvviso sarà tutto verde. I pastori smetteranno di lamentarsi per la carenza di pascoli ed inizieranno a dire che non riusciranno a finire tutta l’erba prima di salire in montagna. Categoria difficile da accontentare…

Cambiamo panorama, stagione e tipo di pecore. Ci tengo particolarmente a mostrarvi queste foto, perchè forse per la prima volta è un pastore ad inviarmele. Non un appassionato, un hobbista, ma un pastore il cui gregge conta all’incirca 500 capi.

Lui è Benoit Gaffet, dalla Francia, che qualche tempo fa aveva lasciato un messaggio qui sul blog. “bonjour je suis français je regarde votre blog depuis plusieurs année (uniquement les images,au début j’imaginé le texte). je suis berger dans le sud de la france avec 500 brebis mérinos d’arles et quelques chévre du roves en nomade une partie de l’année. j’espére vous envoyé des photos prochainement (je ne suis pas fort pour l’informatique).

Nonostante io (ahimè) non parli Francese e lui non parli Italiano, ci si capisce sulla lunghezza d’onda della pastorizia. E così ecco alcune delle immagini del suo gregge nelle varie stagioni dell’anno, con le pecore Merinos d’Arles e le capre Rove.

Il gregge al pascolo. Mi piacerebbe sapere sa Benoit se sale in alpeggio e su quale montagna. Magari d’estate è appena dietro al confine, chissà? E adesso dove sarà Benoit? Nella pianura della Crau? Quando riuscirò io ad andare da quelle parti, dove i miei bisnonni emigrarono in cerca di fortuna all’incirca 100 anni fa? Non per fare i pastori, ma fu comunque il Sud della Francia ad accoglierli.

Ecco ancora un’immagine da parte del nostro amico francese. Spero ci siano anche altri pastori da altre parti dell’Europa e non solo a seguire il blog. Qualcuno l’ho già incontrato su Facebook. Non avrei mai pensato, nel 2007, che queste pagine sarebbero diventate un punto d’incontro per la pastorizia da varie parti non solo d’Italia, ma anche più in là… Senza confini, proprio come il cammino dei pastori.

E’ qualcosa che ho dentro fin da piccola

Un’altra testimonianza di una giovane appassionata. Non ho niente da aggiungere, parlano le sue parole e le sue foto. Ho sintetizzato alcune parti, ma la versione integrale sarà sul libro.

Mi chiamo Cristina Crestani e sono nata il 31/03/1982. Abito in una piccola frazione di Coggiola (BI), Viera. E’ un paesino arroccato su una montagna a 800 mt s.l.m. Salendo si vedono boschi abbandonati e ogni tanto piccole isole verdi. Il comune di Coggiola conta circa 2000 abitanti, ma ormai è in fase di abbandono in quanto i giovani emigrano poiché non c’è lavoro. Vivo con mio marito Andrea, muratore, e i nostri figli: Marco di 3 anni e mezzo ed Elena di 5 mesi e mezzo. Ho le capre e i cani. Non ho un’azienda, ho solo un allevamento: è un hobby. Le capre che han tanto latte o che fanno capretti maschi le mungo e do il latte ai bimbi o faccio formaggio (primo sale o tome) da destinare all’autoconsumo o ad amici e parenti. I capretti maschi sono destinati al macello sempre per amici o parenti o per noi. 

Non so dirti come nasce la mia passione per gli animali, è qualcosa che ho dentro fin da piccola, forse fin dalla nascita o da quando, a passeggio con il nonno per boschi e prati facevo finta che i “termo” di pietra (ossia le pietre arrotondate alla sommità che servono per delimitare gli appezzamenti di terra) fossero stalle e immaginavo di pascolare le mucche, o da quando alla domanda “cosa vorresti fare da grande?” rispondevo “la pastorella”.

Bianca, la capra da cui tutto ha avuto inizio

Tutto è partito nel 2006. Il mio amico Marco mi ha chiesto di tenere una capra con il suo capretto: avrebbe ripreso la capra quando il suo gregge sarebbe sceso dall’alpeggio e il capretto era in paga del favore. A settembre è tornato a prendersi la capra, ma a fine ottobre ho chiesto che me la riportasse: non potevo più farne a meno. A febbraio del 2007 è nata la prima capretta e da lì mi sono pian piano ingrandita. Nel 2010 ho comprato una cascina tutta mia, l’ho sistemata e a marzo 2011 le mie capre hanno avuto la loro prima casa e io ne sono stata felicissima! Io prima ho avuto sempre solo cani e gatti. La famiglia di mio marito invece aveva un asino, e dei maiali, galline e conigli e in passato aveva tenuto dei vitelli. La mia famiglia non ha mai avuto animali se non galline e conigli, ma uno zio di mia nonna aveva le mucche e io, al ritorno dall’asilo, andavo a prendere il latte in cascina e a volte mi faceva provare a mungere.

Nocciolina "prima"

A inizio 2008 Marco mi ha regalato una capretta che lui voleva uccidere perché piccola e con le gambe corte: è stato amore a prima vista. L’ho portata a casa e l’ho allevata “a mano”. Ora la mia Nocciolina è la mia preferita. E’ solo un animale, ma è meglio di un cane: non mi abbandona mai e se la chiamo porta tutto il gregge da me. A volte, quando mi siedo nel prato vuole venire in braccio come quando era piccola, ma ora pesa 50 Kg. E’ dolce e simpatica.

Nocciolina "dopo"

I miei all’inizio erano scettici, non capivano, ora si sono abituati alla cosa e mi appoggiano e mi aiutano, anche se forse lo fanno solo per amor mio, non perché capiscono a fondo il mio amore incondizionato per le mie capre.

Mi piace il silenzio e i ritmi di vita dell’alpeggio e mi piacerebbe viverlo, ma con la situazione famigliare che ho non mi è permesso. Ho un altro lavoro e non posso campare solo allevando capre. La mattina in cascina va mio suocero, così sistema sia i suoi che i miei animali, mentre io entro in fabbrica alle 8.00. Al pomeriggio esco alle 14.30 dalla fabbrica e salgo, sovente con i bambini, in cascina, slego le capre, pulisco la cascina, do loro da mangiare e le raggiungo al pascolo. Passeggiamo circa 2 ore e poi torniamo in stalla, le lego e le saluto. Quando invece ci sono i capretti salgo ancora dopo cena, verso le 22,00 (dopo aver messo a letto i bimbi) a far poppare i capretti in modo che abbiano tre pasti al giorno.

Marco al pascolo

Sono fortunata ad avere un lavoro che mi dà da mangiare tutti i giorni (le capre non me lo permetterebbero), ma è un lavoro che non sento mio. Faccio l’impiegata in un’azienda che lavora il legno: sono responsabile dell’ufficio acquisti Il mio percorso di studi è stato errato fin dal principio: Liceo Scientifico e poi Ingegneria Chimica a indirizzo tessile, ma dovevo fare agraria e poi al limite veterinaria. Quando si è giovani si fanno tanti errori.

E’ un lavoro che cerco di fare al meglio perché mi permette di mangiare tutti i giorni e mantenere i figli. Dell’ “allevatore” mi piace tutto, è gratificante curare i propri animali, parlare con loro, capirli, aiutare una capra a far nascere il caprettino, a vedere che loro ti capiscono e che ti vogliono bene.

Mi soddisfa arrivare fuori dalla cascina, chiamare “Nocciolina” e sentire “BEEEE”, mi soddisfa vedere Marco che vuole provar a mungere una capra o che vuole accarezzare i capretti, vederlo fare fieno. Mi soddisfa guardare le mie capre e vedere che mi vogliono bene. Il mio tempo libero è dedicato interamente alle mie capre e ai miei figli, per questo li faccio crescere insieme.

Mi piacerebbe ingrandirmi, avere più capi di quelli attuali, una cascina più grande e fare del mio hobby il mio lavoro principale per poter vivere su quello, ma la vedo dura. E’ il mio sogno. Ma la resa è poca, bisognerebbe avere un grande capitale da investire per fare un grande cascinale e avere tutto a norma, bisognerebbe avere molti più capi di quanti ne posseggo ed essere più comodi (alla mia cascina si arriva solo attraverso una piccola strada sterrata in salita percorribile con jeep o trattori non molto grossi). Le difficoltà sono tante: non ho aiuti economici, i confinanti dei miei terreni preferiscono vendere a forestieri piuttosto che a me che ho le bestie, la burocrazia mi fa fare mille corse: fogli su fogli per una capra che muore, o per una che devi uccidere… Ma soprattutto la malattia che colpisce i capretti mi ha messo in ginocchio. I primi anni in cui avevo le capre, figliavano sempre maschi, ed ero costretta a comprare capre, poi quando hanno cominciato a figliare femmine è arrivata la malattia e non riuscivo a curarle. Ora forse ho trovato il medicinale: l’hanno scorso non me n’è morto nessuno.

Che coppia!

Alcuni ti ammirano in quanto fai una cosa che nessuno fa più. Altri ti criticano perché non vedono il motivo di tenere le bestie al giorno d’oggi, soprattutto per chi, come me, non deve campare su questo lavoro. Io non sono un’allevatrice  e non conosco i problemi che hanno i giovani che lo fanno davvero per mestiere. Ma vorrei comunque dire di stare sempre uniti e di combattere per il proprio amore e per la propria indole perché solo mostrando alla gente che non siamo pazzi forse ci appoggeranno e ci daranno una mano.

Voglia di tornare al pascolo

Splende il sole, scioglie lentamente la neve e il ghiaccio. I pastori vaganti sognano di poter presto riprendere a pascolare, anche se non è facile. Bisogna sapere dove ci sono prati con sotto l’erba, prati il cui terreno non patisca il calpestamento nel momento del disgelo. Non è facile “ripartire” dopo essere stati “fermi”.

Alimentare le pecore però inizia a costare un po’ troppo… E poi qua e là l’erba inizia a spuntare, a ciuffi. Nelle sponde più esposte al sole poco per volta sta scomparendo la neve. Anche le pecore cercano l’erba…

Il freddo ormai è superato. Lo hanno subìto quasi di più gli agnelli nati prima, in quell’inverno tiepido ed anomalo, che non quelli nati nel gelo dei dieci, quindici gradi sotto zero. E adesso anche loro sono pronti per affrontare la primavera che verrà, i pascoli, gli spostamenti.

Tanto per cominciare si godono il sole che inizia a scaldare. Le madri mangiano fieno e pascolano quel che inizia ad uscire da sotto la neve, loro dormono o giocano correndo e saltando.

Gennaio e febbraio, i mesi più duri per i pastori. Passeranno anche quelli, anche quest’anno. Alla fin fine da queste parti le cose non sono poi andate così male, molto peggio è stato ed è ancora per chi aveva mezzo metro e più di neve. Prima o poi comunque ritorneranno per tutti le giornate del pascolo vagante.

Valorizzare le produzioni della pastorizia

Uno degli ahimè tanti problemi della pastorizia è lo scarso valore dei prodotti, che purtroppo si affianca all’aumento delle spese e dei costi. Non entro nei dettagli della situazione per chi produce latte, perchè non conosco abbastanza questo settore, ma per chi alleva agnelli e agnelloni le cose non vanno sicuramente bene. I motivi sono tanti ed alcuni sono persino complessi da comprendere… Ad esempio come faccia comunque a costare meno la carne d’importazione (Europa dell’Est o altro), nonostante la crescita dei costi di trasporto!! Comunque, uno dei modi per fare qualcosa di concreto ad esempio è valorizzare i prodotti. Avvicinarsi alla carne ovicaprina (locale!!!!) ed imparare anche a conoscerla, perchè molti consumano agnello e capretto solo a Pasqua, ignorando le tante preparazioni possibili ed anche il consumo di carne di bestie di taglia maggiore (pecora, capra, agnellone, castrato, ecc.). In molte regioni italiane il consumo è presente e costante, nel mio Piemonte invece si è andato via via perdendo. “Costa cara e c’è poco da mangiare…“, ho sentito dire riguardo alla carne d’agnello. Certo che se volete solo le costolette di agnellino, ovvio che sarà così, in macelleria. Ma ci sono tanti altri tagli e, prendendo la mezzena, potrete spendere meno e dilettarvi in tanti diversi piatti.

Oggi voglio quindi proporvi la ricetta di quello che ho cucinato e mangiato io ieri sera. Un piatto ricavato da ciò che, anche per chi la carne di agnello ogni tanto la mangia, potrebbe essere considerato uno scarto. E allora ecco le Frattaglie di agnello in umido con polenta!

Ingredienti: Interiora di un agnello (o pecora) – fegato, polmone, rognoni, milza -, mezzo bicchiere di vino rosso, mezzo bicchiere di aceto, un cucchiaio di grappa, cipolla, aglio o scalogno, (pomodori pelati), 1 foglia di alloro, bacche di ginepro, timo, origano, rosmarino, santoreggia, sale, pepe, olio evo

Preparazione: pulite bene da tutto il grasso le interiora (fondamentale per togliere il gusto troppo intenso di agnello), tagliatele a tocchetti. In una pentola soffriggete cipolla e aglio (o scalogno, se preferite), quando imbiondisce versate i tocchetti di interiora, fate rosolare, sfumate con la grappa. Mescolate con tutti gli aromi tritati finemente, coprite ed iniziate la cottura a fuoco moderato. Aggiungete poco alla volta il vino e l’aceto, salate e pepate a piacimento. Eventualmente si può unire anche un po’ di salsa di pomodoro o pomodori pelati. Continuate la cottura senza far asciugare troppo la carne. Io non so dirvi i tempi esatti perchè sul putagè ad un certo punto l’ho messa da una parte che continuasse a bollicchiare mentre andavo in stalla per l’ultima poppata dei capretti.

Credo che questa ricetta, di cui ho trovato versioni più o meno simili in diversi siti, faccia riferimento all’area centro-meridionale. Io l’ho abbinata a qualcosa di tipicamente settentrionale come una buona polenta integrale di mais pignoletto. Accompagnate con vino rosso e… buon appetito!

E’ (anche) colpa loro!

Uno dei motivi per cui la mia presenza qui sul blog non è più costante è puntuale è facilmente spiegabile con delle immagini.

E’ la stagione delle nascite dei capretti. Avendoli qui vicino a casa, parte della loro “gestione” spetta a me. E poi c’è la neve a complicare il tutto. Adesso finalmente le temperature si stanno alzando, splende il sole, scioglie il ghiaccio e si inizia a sperare di poter “ripartire” con il gregge. Non che dopo ci sia poi da girarsi i pollici, ma in questi giorni davvero non c’è di che tirare il fiato.

A differenza degli agnelli, le cui nascite avvengono più o meno costantemente durante tutto l’anno (a meno che non intervenga il pastore per evitare i parti in un certo periodo e concentrarli in un altro), il calore delle capre normalmente è verso la fine dell’estate. Qui potete trovare un po’ di informazioni scientifiche su questo tema. Nell’immagine invece vedete Fiocco, il primo nato del 2012, intento a giocare ed esplorare il suo piccolo mondo.

Per adesso è d’obbligo il confinamento in stalla, visto il clima all’esterno. Nonostante la capra sia meno esigente della pecora in fatto di pascoli (specialmente per quanto riguarda le razze locali, più rustiche ed adattate all’ambiente montano ed all’allevamento estensivo), nel momento dei parti e dell’allattamento del capretto risulta essere più delicata degli ovini. Infatti solo pochissimi agnelli sono stati messi in stalla con le loro mamme…

Qualche capra ha voluto strafare, come la vecchia Alpina che ha ben pensato di partorirne addirittura quattro. Tre femminucce e, per ultimo, un maschio, il più forte ed astuto della brigata. Questo quartetto comunque richiede cure particolari ed un box a parte, poichè anche la mamma è stata provata dal parto e loro necessitano di integrazioni al suo latte, insufficiente per allevarli tutti.

Stellina è stata l’unica a nascere all’aperto, insieme al gregge, senza riportarne conseguenze negative. Molti pastori poi hanno capre e pecore insieme e non dispongono di strutture per ricoverarle, quindi i capretti nascono e crescono all’aperto. Ci si tempra da piccoli…

Nonostante tutto quello che c’è da fare in questi giorni, capita anche che io mi fermi per qualche istante a guardarli. Passa la stanchezza, passa la fatica, ti dimentichi delle taniche d’acqua portate su a braccia, della strada scivolosa, del freddo patito, quando vedi i capretti che saltano dappertutto con la loro faccetta furba. Raramente mi porto la macchina fotografica in stalla, tanto è quasi impossibile farli stare fermi per fotografarli! Se non aggiorno sempre il blog come un tempo comunque è anche colpa loro!

La mia passione era pari a quella di qualsiasi ragazzino

In quanti mi avete chiesto in questionario, in quanti mi state mandando la vostra storia di giovani appassionati di allevamento… E’ la volta di Marco Cattaneo, dalla Lombardia. A lui la parola e la macchina fotografica per immortalare le sue capre (ci ha mandato solo foto dei suoi animali e nessuna sua…).

Ti vorrei raccontare la mia storia. Sono nato il 29 agosto del1996 a Clusone (BG). Fino a 4-5 anni fa la mia passione era più una curiosità verso gli animale era pari a quella di qualsiasi ragazzino, poi una delle sere d’agosto del 2008 lo zio di un mio amico (anche questo mio amico ora ha delle capre) mi regalò una capretta nana che prima teneva in giardino, ma non so perché me la regalò. In quell’anno il mio amico Jacopo, nipote di quello della capra, ne prese 2 e le tenemmo insieme fino all’estate poi lui le prese e le portò da lui. Da quel momento ci siamo ancora aiutati, ma ognuno ha i suoi animali.

Per Natale mi regalarono due capre, mamma e novella, bellissime, poi vendetti la nana e un mio amico mi regalò un’altra capra, quindi adesso avevo 3 capre che feci coprire, ma a quei tempi non pensavo di allargarmi. Comunque il primo anno mi nacquero solo maschi l’anno dopo le feci ricoprire: 2 capre partorirono 2 femmine, ma morirono 3 novelle e la novella di due anni prima.

Quindi sono arrivato a quest’anno con 3 fattrici, un becco che ho tenuto dai piccoli, un’asina che mi è stata regalata 2 anni fa dai miei per il compleanno. Adesso hanno partorito in due, per adesso un maschio a testa, vedrò come andrà la terza capra.

Spero per il futuro prossimo, 3-4 anni, di arrivare ad avere 15 capre in modo di avere una piccola entrata, non per i soldi adesso, ma per avere un qualcosa quando non andrò più a scuola. Frequento l’ istituto agrario statale di Bergamo, ma l’anno scorso sono stato bocciato e quindi sto ripetendo; la scuola non mi piace soprattutto perché non si parla di animali.

Grazie Marco, anche a te l’augurio di realizzare i tuoi sogni, i tuoi progetti. D’altra parte nella tua zona la tradizione per l’allevamento c’è… Clusone a me fa subito venire in mente i pastori bergamaschi, la fiera delle pecore, ecc. Buon proseguimento e cerca di finire la scuola. Anche se non si parla di animali (ahimè… in un istituto agrario!), quello che imparerai ti tornerà utile, prima o poi. Anche un allevatore deve sapersi districare tra uffici e burocrazia, oggi più che mai.

Realizzare un sogno… e fare progetti

Solo alcuni tra voi che leggete conoscono la mia storia personale. Anche se ovviamente quello che scrivo qui non è frutto di fantasia (quando lo è, lo dico prima), il mio grado di protagonismo nelle vicende che narro varia a seconda dei luoghi, delle situazioni, dei soggetti di cui parlo. Continuo a scrivere di pastorizia, ma sempre più la pastorizia la vivo dall’interno, in prima persona. Da un anno a questa parte sto “facendo progetti”, anche se si sa che i pastori alla fin fine improvvisano sempre, perchè l’imprevisto è sempre in agguato.

Quel pomeriggio sul tardi mettersi in cammino lungo la strada che di solito si percorre in primavera per salire verso i monti è stato l’inizio della realizzazione di un sogno. Le pecore sembravano perplesse, conoscevano la strada e sapevano anche che la stagione non era quella giusta. Questa transumanza però le stava portando altrove. Un sogno si realizza lavorandoci ed erano mesi che ci si impegnava a fare in modo da poterlo concretizzare. Studiare il percorso, trovare i pascoli una volta a destinazione, ultimare la stalla per le capre in vista dei parti…

Tre giorni scarsi di transumanza per un viaggio che a molti sembrava “impossibile” e che invece è avvenuto in tutta tranquillità. Partenze al mattino presto, cercando di intralciare il meno possibile il traffico laddove si dovevano attraversare strade principali. Poi avanti, pascolando qua e là quel poco che la stagione poteva ancora offrire.

Vecchi ponti per attraversare i fiumi, fiumi poveri d’acqua, messi a dura prova dalla siccità prolungata. Camminare verso casa, perchè il pascolo vagante prevede sì il movimento delle pecore, ma anche quello dei pastori. Non si dorme più accanto al gregge, si torna a casa, alla famiglia. Ed il viaggio avanti e indietro ormai è un lusso che fatichi a permetterti, con le spese che ci sono.

Qualche momento di apprensione durante gli attraversamenti della ferrovia, ma solo alla fine si scoprirà che c’era lo sciopero dei trasporti ed il treno visto al mattino probabilmente era l’unico ad essere transitato di lì per il resto della giornata. Fanno paura, i binari. Fa paura pensare al gregge lì che passa ed il treno che teoricamente potrebbe arrivare, senza possibilità di fermarsi. Si sapevano gli orari, ma… e se ci fosse stato un ritardo? Non uno, ma diversi attraversamenti da compiere ai passaggi a livello ed un breve tratto di cammino a fianco della ferrovia…

E’ stato bello passare nei paesi e vedere la gente che si affacciava sorpresa, incuriosita. Sorrisi, saluti, per una volta nessuno che si lamentava, anche perchè si erano scelte le vie meno trafficate possibile, cercando di fare anche attenzione agli orari ed ai giorni in cui si passava.

C’era anche da sfiorare una cittadina e nelle intenzioni iniziali si pensava di attraversarla la domenica mattina, quando sicuramente non ci sarebbe stato nessuno in giro. Poi però le previsioni meteo ed una serie di quei fattori imprevedibili hanno fatto sì che le cose andassero diversamente. I disagi al traffico comunque sono stati minimi perchè, per fortuna, c’era un gran numero di strade alternative.

Il gregge entra in città per pochi istanti, molti probabilmente non fanno nemmeno in tempo ad accorgersi che sta succedendo qualcosa di strano, altri puntano il dito e scattano foto. Gli animali ormai sono rassegnati alla novità ed avanzano docilmente, anche tra asfalto e condomini. Tra poco però il paesaggio tornerà ad essere quello più consono alla pastorizia.

Ancora una volta seguire il gregge vuol dire scoprire nuove vie, ma questa volta accade ad un passo da casa. Molti tratti della transumanza poi saranno lungo le strade che per anni ho percorso in mountain-bike. Il territorio visto sul cammino del gregge però ha un altro aspetto, l’angolazione da cui si guarda è differente: si notano prati, cespugli, vie secondarie…

E si trovano pascoli abbondanti con un’erba verde come non si vedeva da mesi e come non si vedrà per chissà quanto tempo nel luogo più impensato. Ciò permette di fare una lunga tappa e di ripartire poi con le pecore “piene”. Anche i pastori pranzano, nonostante non sia ancora mezzogiorno… Ma la giornata è iniziata molto presto e finirà tardi!

Il cielo si abbassa, l’aria cambia. Le pecore erano troppo brave, mansuete, in questi ultimi giorni. Curavano l’erba con l’attenzione di chi sa che presto questa sarà coperta forse per giorni, forse per settimane. E sapevano loro che quel grigiume sulle colline era la prima neve che stava arrivando. Un inverno strano, questo. Dopo si è detto che erano le temperature più basse dal 1956 e nessuno si ricordava già più di quelle giornate eccezionalmente calde solo qualche settimana prima. Forse le più calde da chissà quanto tempo.

Nevicava, ma sembrava uno scherzo. La neve non si fermava sull’asfalto, né sulla terra, ancora cada. Non dura, non tiene, non farà paura. Ma la natura è ancora quella che comanda e se inverno dev’essere, inverno sarà. Intanto il gregge continuava la sua marcia, con gli animali che brucavano qua e là lungo la strada.

Discese tra i boschi, con gli animali che mangiavano ghiande. Non castagne, perchè la malattia che arriva da Oriente ha fatto sì che quest’anno non ci fossero frutti. E chissà che questo freddo non contribuisca a fare un po’ di pulizia tra le piante e gli animali nocivi non adatti a questi climi?

Il clima adatto, il paesaggio giusto per immagini che parlano da sole sulla difficile vita del pastore. Ormai manca poco, i chilometri di qui alla meta sono sempre meno. Ma la neve? Cosa accadrà? Arriverà a coprire tutti quei prati, quell’erba che con tanta fatica avevo trovato? Giorni, settimane a girare, a parlare con la gente, a chiedere il permesso di pascolare prati molto spesso abbandonati, dove le pecore potranno fare pulizia. Ore a parlare, a spiegare, a presentarsi,a  riallacciare amicizie di famiglia ed anche lontane parentele.

Si fa il punto della situazione prima di partire per l’ultima tappa. Tutto sta andando bene, gli animali hanno trovato di che pascolare e ormai c’è solo più qualche strada da attraversare, ma con questo tempo sembra non esserci molto traffico in giro. Bisogna però muoversi perchè la sera scenderà presto.

Gli animali procedono in fila, ben sorvegliati, ma comunque senza accennare a sconfinare verso i campi seminati. In alcuni tratti capita a me di essere in testa agli animali ed anche quello fa parte della realizzazione del sogno. La neve continua a cadere, ma per adesso il terreno non è imbiancato.

Proprio entrando nel territorio di casa però cambia qualcosa, la temperatura si abbassa di quel poco e la neve inizia a tenere. Qualunque cosa accadrà, ormai siamo a casa. Le capre potranno partorire in stalla, dal gregge si potrà arrivare a piedi, se proprio dovesse nevicare tanto da chiudere le strade. Quel sogno che si sta realizzando ne fa nascere tanti altri, ma per realizzarli la pastorizia dovrebbe essere un mestiere redditizio… Questa neve invece fa pensare soprattutto alle spese che si dovranno affrontare.

Nel prato che è il nostro punto di arrivo le pecore tracciano strisce nelle neve, buttandosi a pascolare a sazietà. Anche se nevica, siamo felici per essere arrivati. Certo, non si potrà partire subito con tutti i progetti: pascolare i prati di casa, organizzare le visite con le scuole, andare a far pulizia nei terreni comunali dove il gregge sarà un utile ed economico tosaerba di piacevole impatto visivo. E poi la pulizia di tutti gli appezzamenti intorno alle frazioni di collina, dove la gente tiene pulito giusto perchè non entrino i rovi e le vipere fino in casa…

E che dire poi dei primi parti nella stalla nuova? Solo chi ha animali può capire cos’ha significato per me aiutare questo capretto nero (gemello nato per secondo) nel venire alla luce. E’ la prima volta che lo facevo, ero da sola, ma l’avevo visto succedere più e più volte. Fa un certo effetto provare su un qualcosa di vivo… ma dopo la soddisfazione è immensa. Di qui in avanti cercherò sempre più di concretizzare i nostri progetti per vivere di pastorizia. Non abbandonerò la scrittura, ma questa è la mia vita…