Ci raccontano una storia

Ricevo da Gianni (e pubblico molto volentieri) una storia di vita vissuta, un racconto sulla pastorizia accaduto una quarantina di anni fa. Buona lettura.

Con Walter ed il pastore Battista, verso il Maccagno – prima parte

  

Avevo da poco compiuto i tredici anni ed ero a Montesinaro nell’ultima settimana di agosto del 1965  quando Walter, un mio amico di poco più grande di me,  mi chiese se volevo andare con lui ad accompagnare Battista a “muovere” il gregge dalla Valdescola all’alpe Maccagno, in Valsesia. Naturalmente accettai con gioia.

Battista era un pastore che tutte le estati portava il suo gregge all’alpe Pianale, a 1890 metri nella solitaria e selvaggia Valdescola, un vallone impervio che scende dal monte Bo verso sud ovest.

All’Alpe Pianale si arriva in circa due ore da Montesinaro, per un sentiero poco battuto nella parte iniziale e quasi inesistente nella parte alta, conosciuto solo dai pastori e da qualche cacciatore.

L’Alpe è posta al centro del vallone ma molto in alto e consiste in sei o sette baite a valle di una serie di massi che le riparano dalle slavine invernali, chiamarle baite è certamente esagerato in quanto si tratta di monolocali alti sì e no un metro e sessanta, il tetto è di “lose” pietre piatte ricavate sul posto, all’interno c’è un angolo per il fuoco, un tavolo basso ed un giaciglio di assi. Il prato dove sono poste é in forte pendenza.

Tutti gli anni dall’inizio di luglio alla seconda metà di agosto il pastore viveva lì, da solo, con due cani due asini e più di 400 pecore che si disperdevano per pascolare nei canaloni più impervi.

Ogni due settimane scendeva a Montesinaro con l’asino a fare provvista, in genere scendeva al sabato mattino, si fermava la sera al bar o a casa di malgari suoi conoscenti e poi nella notte o la domenica mattina risaliva all’alpeggio. Battista era un bell’uomo di circa trentacinque anni ma ne dimostrava un po’ di più, aveva una voce bassa baritonale, teneva sempre un bastone di frassino, bianco lungo e diritto che gli arrivava oltre la spalla, col quale accompagnava il passo ampio e cadenzato, quasi maestoso. Nonostante la differenza di età si può dire che fosse nostro amico, era piacevole starlo ad ascoltare e sapeva tante cose.

Era molto considerato tra i malgari perché esperto nella cura delle pecore e mucche e spesse volte si rivolgevano a lui prima di chiamare il veterinario. Notevoli i due cani (ricordo che uno si chiamava Franco l’altra, forse, Ligera) erano bianchi e grigi, almeno uno di loro aveva gli occhi bianchi, erano silenziosi e riservati ed eccezionali nel loro lavoro. Radunare le greggi in montagna su terreni scoscesi è un lavoro delicato, occorre procedere con calma per non spaventare le pecore che rischierebbero di cadere, ma soprattutto la strada da percorrere dal momento dell’ordine fin quando è stato raggiunto il gruppo di pecore può essere molta, i cani si trovavano quindi ad eseguire da soli un ordine ricevuto vari minuti prima. L’ordine di Battista era impartito a bassa voce e rinforzato a volte con un breve fischio quando i cani già erano lontani, i cani non correvano quasi mai come chi sa che non deve disperdere energie né prendere rischi. Avevano mascelle formidabili in grado di spezzare le durissime ossa lunghe degli agnelli “come grissini” diceva Battista,  a volte riuscivano a prendere una marmotta ed era una festa.

L’invito di Walter mi rese orgoglioso, avevo allora 13 anni e la chiamata a partecipare a queste fasi importanti della vita dei pastori mi fece sentire accettato come uno di loro, mi pareva di aver superato un esame.

L’appuntamento con il pastore era per le sette del mattino alla “Ciobia dal deire”  (Pian degli Agnelli sulle cartine), nella vallata dove scorre il rio Chiobbia, a un’ora da Montesinaro.

Già il giorno prima Battista aveva radunato lì le pecore e gli asini carichi con tutti i suoi “bagagli”, teli, coperte, attrezzature per la cucina, derrate alimentari, medicinali, attrezzi…

Non so per quali sentieri abbia fatto passare gli asini per raggiungere il Pian degli agnelli, tra le due valli c’è una cresta impressionante.

Alle sei del mattino Walter passò a chiamarmi a casa, lui arrivava da Piedicavallo, alle sette eravamo all’appuntamento, c’erano le pecore e gli asini, Battista arrivò verso le otto dicendo che gli mancavano sei pecore, facemmo una piccola colazione poi lui ripartì verso il monte Bo per un’altra perlustrazione e noi rimanemmo vicino al gregge con il compito di riprendere gli asini che pascolavano nei dintorni. Se ne partì lentamente seguito dai cani col suo passo cadenzato determinato e tranquillo in mezzo a massi instabili e rododendri, senza sforzo apparente nonostante la forte pendenza e l’assenza di sentiero, in direzione della cresta degli Altari .  Più tardi lo vedemmo, poco più che un puntino scuro,  camminare sulla cresta altissima sopra di noi e ogni tanto un raggio di luce che perforava la nera silhouette rivelava l’ampiezza del suo passo, i cani lo seguivano, anche loro due nere ombre, pochi metri dietro.

Tornò  per le undici, non aveva trovato le pecore ma decise comunque di partire, caricammo gli asini. Un paio di agnellini troppo piccoli per camminare vennero messi nelle tasche del basto, ficcati dentro come seduti, ne sporgevano solo le zampine davanti il collo e la testa.

Ancora una volta contò le pecore facendole passare in un’apertura tra due muretti , le contò dando ad ognuna un colpetto col bastone mentre passavano, erano 412.

Lentamente, lui davanti conducendo gli asini noi dietro ed i cani sui lati, si formò  la lunga teoria di pecore montoni ed agnelli. A mezzogiorno giungemmo all’alpe Finestre e qui il gregge si fermò  per via del caldo, le pecore non vollero continuare, si disposero tutte in gruppo ognuna con la testa sotto la pancia delle vicine, rimasi impressionato dalla loro estrema cocciutaggine, anche aizzando i cani non ci fu modo di rimetterle in movimento, la pecora morsa dal cane faceva qualche passo indietro per poi rificcare subito la testa sotto le altre. Si vedevano solo schiene ed occupavano pochissimo spazio, se non le avessimo contate poco prima avrei detto che ce n’era al massimo un centinaio.

Approfittammo della sosta per pranzare chiacchierando con il malgaro fuori dalla sua baita. Ricordo la graziosa visione della sua figlioletta dodicenne che usciva nel sole dal buio della baita con il grembiule allacciato ed il fazzoletto in testa, bella con gli occhi vivissimi ed i colori accesi dall’aria di montagna, mi rimase nella mente per giorni e giorni anzi, sebbene con altra valenza, c’è ancora.

Passata l’ora calda ripartimmo e di nuovo si distese la fila di pecore, davanti le più ardite, i montoni a metà fila erano i più indisciplinati poi alla fine le meno forti gli agnelli piccoli e le claudicanti.

Giungemmo così al colle del Croso, più di 1900 metri, e da lì per uno stretto sentiero in mezzo alla vegetazione scendemmo al Toso in Valsesia dove scorre il torrente Sorba che porta molto più a valle al paesino di Rassa in Valsesia.

(continua)

  1. …ma sono le cime di casa! la zona la conosco bene….dal colle del croso la vista è interessante e ci sono delle belle baite sotto..! quest’anno la zona avrà ancora un sacco di neve…!!!!

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