Racconto di Natale

Gli allevatori lavorano anche il giorno di Natale. Non sono gli unici. Sono in tanti a donare il loro tempo e le loro forze per altri anche quando la maggior parte della gente fa festa. Quando si ha a che fare con gli animali, questi vanno nutriti, accuditi. Qualcuno avrà persino passato la notte di Natale in stalla: c’è la luna piena, è facile che vi siano stati dei parti. Chissà, nasceranno agnelli, capretti, vitelli a cui facilmente verrà dato il nome di Natalina o Natalino.Volevo raccontarvi una favola di Natale, una di quelle favole che però fanno anche riflettere. Ha il lieto fine? Lo scoprirete leggendo. (NB: le foto non fanno riferimento a luoghi o animali protagonisti di questo racconto. Non è importante dove è successo, può anche darsi che sia accaduta la stessa cosa in vallate differenti, sempre in questi giorni).

Era un’annata strana, quella, lassù nella valle. I comignoli fumavano nell’inverso, dove il sole comunque tramontava prima, ma non c’era neve fin su sulle punte. Non sembrava proprio che stesse arrivando il Natale. Si sentivano ancora le campanelle degli animali al pascolo, addirittura. Si finiva l’erba con le manze, le pecore in asciutta, le capre. C’era chi rastrellava ancora foglie, chi spargeva il letame sui prati. Prima o poi la neve sarebbe arrivata? Non si stava male, così, ma non era nemmeno normale.

Le capre brucavano golose qualche ciuffo di erba, ma poi correvano su per i boschi, dove trovavano ghiande, castagne. E’ nella loro indole, è naturale che sia così. Non si può metterle nelle reti, tanto vale chiuderle in stalla a fieno, a questa stagione. Ma sarebbe davvero un peccato, con tutto quello che possono ancora pascolare all’aperto. Stanno anche meglio fisicamente! Solo che quel giorno capitò quel che a volte succede. Di chi è stata la colpa? Dopo, tutti si rinfacciavano qualcosa a vicenda: se le avessi lasciate in stalla, se tu non fossi stato a spargere letame, se tu avessi sentito le campane quando prendevano via. Alla fine però la sintesi di tutto era: se non ci fossero i lupi sempre pronti ad attaccare, come sono tornate alcune, sarebbero tornate tutte!

Quella sera infatti il gregge non rientrò. L’indomani si andò a cercarle e se ne trovò una parte, ma altre mancavano. Erano andate in alto, perché non c’è neve, perché c’è da mangiare, perché qualcosa le aveva spaventate. Infatti si faticava a farle scendere, arrivavano nel bosco e si bloccavano, adesso avvertivano il pericolo che prima avevano ignorato. I cacciatori la domenica videro due lupi che ne stavano divorando una, li videro con i loro occhi, li spaventarono, li misero in fuga e avvisarono i pastori. La ricerca continuava: in un altro vallone, quasi contemporaneamente, venne avvistato un lupo solitario. Sali, scendi nei valloni, cerca. Continua a maledirti per averle lasciate fuori, ma maledici anche i predatori, chi continua a dire “sono solo cani”. Li senti anche ululare, li senti che si chiamano da un versante all’altro, li senti tu che sei lì, non quelli scettici, che a quell’ora sono già in casa con la stufa o il riscaldamento acceso. Una capra vecchia torna da sola, arriva alla stalla, spaventata. Un passo dopo l’altro, per caso si trova la campana, insanguinata, di un’altra delle capre mancanti. Due non rientrano, così dopo oltre una settimana si perde la speranza. Il giorno di Natale è quindi offuscato da ciò che è successo.

Qual è la morale della favola? Che non puoi più permetterti di sbagliare. Nelle “favole vere”, le capre parlano con il lupo, nella realtà concreta, è il pastore a fare infiniti dialoghi mentali mentre arranca alla ricerca dei suoi animali: li maledice, chiede loro perché non sono rimasti lì vicino alla stalla, perché sono andati lassù. La colpa non è del lupo, certo… Ma nelle favole, il pastore può difendere le sue caprette. Nella realtà invece gli vengono ancora a chiedere se è poi ben sicuro che fossero lupi e non cani… Quella forse è la cosa che più lo fa imbestialire.

E così il giorno di Natale ha un retrogusto amaro di sfiducia. Si pensa ad altri colleghi che, stufi, hanno fatto che vendere gli animali. Ci si chiede se anche per i propri non ci saranno altre soluzioni, perché non si possono obbligare le capre a far le pecore, perché è impossibile gestirle diversamente, perché anche d’estate in montagna sono costantemente in pericolo e… e adesso i lupi praticamente sono davanti alla porta della stalla in fondovalle.

Questa è la favola del Natale 2015. Mi spiace se non è stata di vostro gradimento. Nemmeno a coloro che hanno avuto attacchi in questi giorni la cosa ha fatto piacere. E di lupi ormai ce ne sono tanti… come avvisa questa scritta sgrammaticata, ma veritiera per chi fa l’allevatore.

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Uno scherzo di Carnevale?

Vi racconto una storia, vorrei che foste voi, dati alla mano, esperienze personali come testimonianze, a dirmi se è uno scherzo di Carnevale o realtà vera. Ovviamente i lettori “curiosi” resteranno a bocca aperta, perchè certe cose le si conoscono solo dal di dentro. Chi invece ha un’azienda agricola potrà dirci davvero se sto raccontando una barzelletta oppure ho riportato un fatto che potrebbe essere capitato a qualcuno di noi.

Chi vive di pastorizia al giorno d’oggi si potrebbe dire che in realtà sopravviva… Ci sono leggi che dicono che, al di sotto dei 7000 euro (avete letto bene, settemila) di reddito anno, non vi sia l’obbligo di fatturare, per un’azienda agricola. Non so quale sia quella “soglia di povertà” di cui ogni tanto si sente parlare alla Tv, ma comunque questo è ciò che succede. Nel momento in cui alla fine dell’anno il nostro piccolo pastore (che vive solo di quello, non ha un altro lavoro integrativo) si accorge che la somma delle autofatture ha superato (anche solo di poche centinaia di euro) questa soglia, capisce non di essere diventato ricco, ma di avere qualche grana in più.

Il gregge è sempre quello, nè piccolo, nè grosso, ma la legge è quella e allora tocca andare al Sindacato che segue tutte le pratiche, compresa la contabilità, e dire come stanno le cose. Tanto per cominciare, fogli da firmare e… PAGARE! Pagare per cosa? Ma per il lavoro che ti FARANNO tenendoti la contabilità dell’IVA ecc ecc ecc. Pagare un lavoro in anticipo, questa cosa suona davvero strana, eppure c’è da sborsare e tacere.

Nonostante gli affari dell’anno non siano andati un granchè bene e le vendite natalizie non siano state eccezionali, con agnelli rimasti per lo più invenduti (nel suo gregge, ma anche nel gregge di tutti gli amici e colleghi con cui ha avuto modo di parlare scambiandosi gli auguri durante le feste), il fisco dice che adesso lui è un imprenditore agricolo potente, ricco! Visto che così dev’essere, almeno riuscire a fare qualcosa di nuovo per guadagnare qualcosa in più, perchè 7.000 euro comunque al giorno d’oggi sono una miseria e le spese sono sempre tante. Per fortuna che qua e là qualche contributo arriva per integrare, o meglio, per pagare i costi d’affitto dell’alpeggio, per pagarsi la mutua e la pensione, quelle cose lì.

Però il pastore ha sentito parlare di iniziative per valorizzare la carne dei suoi animali. Gli hanno accennato alla possibilità di far lavorare la carne di pecora e di capra, trasformandola in salumi. Glieli hanno anche fatti assaggiare. Lui già sapeva che la carne di pecora è buona, anzi, ben migliore dell’agnellino che troppa gente si ostina a comprare. Questi salumi sembrano una cosa interessante e allora gli sarebbe piaciuto provare. Tutto in regola, lui porta la pecora a macellare, la ritira e la consegna a chi gliela lavora e poi lui venderà i salumi, sottovuoto o stagionati, tutto a norma con permessi, nessuna necessità di avere un macello o una sala per la lavorazione carni. Giusto un cassone refrigerato per il trasporto.

Ma l’impiegata del Sindacato gli dice che… No. La carne non è un prodotto agricolo. E nemmeno il salume. Visto che comunque la sua resta una piccola azienda, con contabilità semplificata, visto che le spese che ha e che avrà non sono quelle di una grande azienda che acquista macchinari, terreni e può scaricare IVA, con quel regime fiscale la carne non la può vendere, è un prodotto commerciale. Lo potrebbe fare solo con una contabilità separata (cambiando di nuovo tutte le carte che stava firmando in quel momento), con costi aggiuntivi, obbligo di registratore di cassa, registri, apertura e chiusura della cassa giornaliera ecc ecc ecc. L’impiegata lo sommerge con un mare di parole, prospettando difficoltà che gli fanno pensare che il gioco non valga la candela.

Lui non pensava di mettersi a fare il salumiere, ma giusto far trasformare una pecora ogni tanto, per avere quell’entrata in più. Ovviamente non potrà farlo quand’è lontano isolato in alpeggio, non avrà tempo e modo di farlo durante la transumanza. Ma, da piccola azienda com’è, poteva essere uno sbocco. Di fronte a queste difficoltà aggiuntive, di fronte a nuovi ostacoli burocratici, carta in più da fare (e lui non ama la carta, che gli tocca seguire di notte, quand’è stanco, perchè tutto il giorno è impiegato dal pascolo, dalla cura del gregge), rischi di sbagliare o dimenticare qualcosa ed incorrere in sanzioni… Bhè, scuote la testa e pensa che allora sono sempre solo belle parole quelle che sente dire in giro, ma la realtà è differente. Quelli come lui, i piccoli che mantengono vivo il territorio, i custodi della biodiversità animale (e non solo), alla fine sono destinati a soccombere. Il loro prodotto di qualità viene inghiottito dalla massa senza riconoscimenti e tutti quei bei progetti di cui qualcuno si riempie la bocca davanti alle telecamere… ma poi, nella realtà?

Adesso a voi il compito di dirmi se davvero “è la legge”, come ha sentenziato l’impiegata, o se al nostro amico pastore hanno fatto uno scherzo di Carnevale e ci sia la possibilità di vendere un prodotto di carne trasformata come quei salumi, senza doversi impelagare in contabilità separata ecc ecc ecc.

Vota il racconto

Questo post viene pubblicato in automatico durante la mia assenza…

Ho partecipato ad un Blog Contest su “altitudini” con questo racconto. E’ stato selezionato nella rosa dei possibili vincitori, che verranno valutati dalla giuria entro il 24 settembre. Da oggi, 25 settembre, fino al 5 ottobre, potete però votarlo come “giuria popolare” lasciando un commento secondo il regolamento, se vi piace. Commentate il post originale sul sito di altitudini e non qui, mi raccomando! Le foto sono reali, il testo è un mix di realtà e fantasia. Buona lettura.

Messaggi in codice

…Oggi una storia liberamente ispirata da una frase ascoltata al telefono…

"Questa sera non le chiuderò piene…", e la voce era sconsolata, delusa ed arrabbiata. La voce di chi sa che, per quel giorno, non riuscirà a far bene il proprio lavoro. Oltretutto, non potrà soddisfare le esigenze dei suoi animali. Perchè, si sa, il pastore è veramente felice solo quando gli animali hanno di che saziarsi.

Se il suo telefono fosse intercettato, qualcuno potrebbe pensare chissà cosa. Più che mai in quei giorni d’inverno si parlava d’erba, l’erba che non c’era, l’erba che non si trovava. Per loro erano discorsi normali, ma un estraneo avrebbe pensato ad un linguaggio in codice, loschi traffici, strani spostamenti. Invece no, l’erba era proprio erba, ed era bassa, gialla, bruciata dal freddo, fatta marcire dalla neve. La stagione avanzava, ma ad un giorno di sole caldo seguivano altre piogge e persino previsioni di neve, quando ormai il mese era quello che portava l’inizio della primavera.

"Ci sarebbe un bel pezzo con l’erba verde, ma lì il padrone è uno cattivo che non vuole… E’ capace di chiamare i Carabinieri già solo a veder passare le pecore, quindi meglio girare al largo. Però è un peccato, perchè fa male al cuore lasciarla là, con la miseria che c’è in giro…". Ed i pastori non osavano salire sulle colline, con il fango che già c’era e quello che si sarebbe formato con le nuove piogge previste di lì a breve. Così si temporeggiava, pascolando quel poco che c’era. Dopo i giorni di suolo innevato e gelato, ai primi raggi di sole caldo improvvisamente sembrava che ci fosse già chissà cosa, ma era stata un’illusione di breve durata, tempo di pascolare quei due tre pezzi con l’erba più verde.

Eppure altri "colleghi" dicevano che l’erba si era già mossa fin troppo, là nelle colline, tanto che i contadini si innervosivano a sentir ancora parlare di pecore. Eppure un tempo fino a San Giuseppe nessuno ti diceva niente, se pascolavi nei prati. Il gregge si spostava a cercare altri pascoli, da quelle parti non poteva più stare, e si lasciava alle spalle la cascina dell’uomo cattivo, quello che denunciava qualunque pastore passasse nei suoi possedimenti, a prescindere dai danni eventualmente arrecati. Non faticava a far accorrere le forze dell’ordine, da quelle parti il Maresciallo non era amante dei pastori, a differenza di molti altri paesi in cui, alla fine, i Carabinieri di mezza età finivano per chiacchierare con il pastore, ricordando con lui i tempi in cui, al paese, da bambini, andavano ad aiutare il nonno o il padre a pascolare le pecore e le capre.

Scendeva la sera e le pecore avevano mangiato poco, veramente poco. Erano state tutto il giorno a capo chino, ma non si erano saziate. Per di più, quando il pastore aveva visto da lontano un pioppeto che sembrava appena un po’ più verde, le aveva condotte dentro, per poi trovarsi faccia a faccia proprio con quell’uomo, proprietario anche di quell’appezzamento ormai lontano dalla sua cascina. Aveva già il telefono in mano. "Sto chiamando i Carabinieri!!". "Dai, su, non sapevo fosse tuo qui, vado via, le tiro via subito, me ne vado, dai…". "Figuriamoci se non lo sapevi…"

E il gregge se n’era andato, mentre il pastore al telefono si lamentava per il fatto che, pur avendo deciso di spostarsi, anche se fosse rimasto al pascolo fino a notte inoltrata, le avrebbe comunque chiuse vuote, non sazie. Una giornata di lavoro mal fatto… e niente gli avrebbe risollevato il morale, quella sera. Se mai qualcuno intercettasse le telefonate dei pastori, anche se non parlano più il gergo dei vecchi tempi, faticherebbe a comprendere le loro parole, le loro emozioni. In fondo, se le pecore hanno mangiato poco oggi, vuol dire che brucheranno di più domani, no? A dire il vero non è proprio così che succede…

Fine della transumanza!

Percorrere quella strada in macchina in quella stagione mi pareva strano. Quante volte, da giugno ai primi di ottobre, ma poi… Sì, certo, capita, ma in quei casi la destinazione è un’altra. Invece ieri si andava proprio là, verso l’alpeggio.

Non a caso, forse, era proprio San Martino. Sapete cosa vuol dire “fare San Martino”? Traslocare, cambiare residenza, spostarsi con armi e bagagli. E dire che i camion avevano lasciato Novalesa ormai da parecchie settimane… Che cosa ci facevano i pastori lassù, in quell’assolato pomeriggio d’autunno, con i larici che parevano fiamme giallo-arancio e la neve che aveva già imbiancato le cime e non solo?

L’avevano detto in tanti, cacciatori e bracconieri, escursionisti ed alpinisti: “C’è su una pecora con l’agnello, ha la campana”.

Per fortuna c’era la campana…

La strada era fangosa, viscida, poi ad un certo punto iniziavano ad esserci macchie di neve. C’era la traccia di altre auto che ci avevano preceduti, un fuoristrada, forse due. Una curva, due curve, infinite curve, poi un rettilineo all’ombra, neve, troppa neve, fondo gelato, l’auto che sbanda, rallenta, si ferma.

Il pastore impreca, sulla sinistra il dirupo, sulla destra la sponda che sale ripida, nessuno spazio per fare manovra e quell’ingombrante trailer attaccato dietro, che rende le manovre ancora più difficili.

Basterà a malapena una mezz’ora di sudore freddo, sbandamenti, perizia alla guida, imprecazioni a mezza voce, rami usati come freno e come mordente, paglia che, da lettiera, diventa fondo stradale. Alla fine si torna con le ruote sulla terra, si fa manovra e si abbandonano giù i mezzi.

Poi si parte, con la capra al guinzaglio. Saranno lei e la sua campana a fungere da richiamo per la pecora? Basterà questo animale guida, più docile di una pecora, anche se sicuramente dal carattere più deciso ed indipendente?

L’hanno vista lassù, tra le baite ed il sentiero che sale al rifugio. Speriamo. Mentre si sale, il pastore lancia versi di richiamo e si tendono le orecchie, ma in risposta c’è solo il grido dell’aquila, i versi acuti dei gracchi. Le uniche campane, a tratti, sono quelle delle vacche laggiù a Novalesa, oppure quelle del campanile.

Per fortuna c’è il sole, non una nuvola, niente nebbia. C’è neve, a tratti accumulata dal vento, in altri invece erba secca, chiazze di erba più verde e persino qualche fiore: un tarassaco schiacciato a terra, una coppia di genzianelle blu come il cielo. La capra approfitta di una sosta per dare un morso ad un ciuffo di gialét: “Puoi poi raccontarlo alle altre, quando torneremo giù!

Tre persone, una capra, un cane, chissà quale sarà l’esito.

Alla fine c’è la certezza, si è sentito chiaramente il tintinnio di una campanella. Sarà di lì? Sarà di là? Forse è la montagna che fa strani scherzi con i suoni. Ma poi finalmente la vediamo. Con il cannocchiale ed il teleobiettivo della macchina fotografica è come poterla toccare, c’è lei ed il suo agnello, che non ha mai visto da vicino l’uomo.

L’animale ci guarda, scende dall’agnello, poi si siede. La chiamiamo a lungo, senza risultato.

Che fare? Tanto per cominciare, decidiamo di mangiare, in fondo sono le due del pomeriggio! La capra viene lasciata “libera” grazie ad una lunga corda. Lei guarda la pecora, bela, le va incontro. Si spera, ci si illude.

Quando “si va all’attacco”, come dice il pastore, le cose non vanno proprio così lisce. Saranno corse, scivoloni sulla neve e sull’erba secca, la capra che punta i piedi, cane e pastore che svaniscono lasciando una traccia disordinata sui pendii ripidi. Ogni tanto squilla il telefono, la voce concitata ora si dispera, ora annuncia di averla indirizzata sul sentiero basso che porta alle baite.

Foto di questi momenti non ce ne sono, la macchina era al sicuro nello zaino, con una mano si tirava la corda della capra, con l’altra ogni tanto si toccava terra. Nonostante tutto, mi veniva da pensare agli alpinisti ed ai loro equipaggiamenti da centinaia, migliaia di euro, mentre là sotto il pastore scivolava lungo il pendio, tra neve e fango, con un paio di stivali ai piedi, jeans infangati ed un pile sporco e consumato.

Dopo l’ennesimo squillo, la voce è tornata serena, si legge una nota di trionfo: “Le ho preso l’agnello, mi viene dietro!

Scendiamo quanto più rapidamente ce lo consente il terreno: erba secca dove le vacche non sono arrivate a pascolare, accumuli di neve in cui anche la capra sprofonda, tracce dei sentieri delle pecore, giù in basso il tintinnio della campana ed i richiami del pastore.

Il sole sta calando, presto tramonterà, le giornate sono sempre più corte.

Eccoli, finalmente, ci stanno aspettando in un tornante della strada. Qui la foto di rito ci va, ma bisogna fare in fretta. L’agnello tocca a me, e sono una quindicina di chili di argento vivo, che si divincolano come se volessi fargli del male. Un musetto vispo ed arrogante, tipico di quegli agnelli che sono cresciuti senza essere toccati dall’uomo.

Dai che ti è andata bene… Poteva essere il lupo… Mi sa invece che già a Novalesa dovranno mangiarsi le patate senza arrosto! Magari qualcuno ci aveva fatto un pensierino…”.

Il sole sta tramontando, lassù la strada dell’alpeggio è una traccia netta nella neve, passeranno mesi prima di tornare quassù. E’ questione di un attimo caricare capra, pecora ed agnello nel trailer, il cane sul fuoristrada, e giù facendo attenzione a fango, neve, ghiaccio. Il pastore ha fretta, il suo gregge (le pecore degli agnelli) stanno aspettando nelle reti. Arriverà da loro quando sarà notte, ma la missione è compiuta. Sarebbe stato molto peggio tornare indietro a tarda sera senza aver concluso nulla. Adesso la transumanza è veramente conclusa, tutti gli animali sono in pianura!

 

Questo non è un racconto di fantasia, ma quello che è successo l’11/11/09. Sarebbe stata una bella storia per il mio nuovo libro, vorrà dire che servirà da spunto per il prossimo!

Ci raccontano una storia 2

Vi lascio per qualche giorno con la seconda parte della storia di Gianni (qui la prima puntata). Appena riuscirò, ci saranno tanti racconti di transumanze, di alpeggio, di pascolo vagante. Per chi sentirà la mancanza degli aggiornamenti quotidiani… Potete andare indietro nelle pagine, magari vi siete persi qualcosa.

Era quasi sera e Battista decise che avremmo dormito lì.

Il pastore portò  gli agnellini che erano sugli asini alle rispettive madri ed uno lo allattò con un ciuccio fissato ad un bottiglione pieno di latte,   Walter tagliò alcuni bastoni che usammo per appendere la padella appoggiati a treppiede e legati in alto, io cercai legna secca e accesi il fuoco.

Mentre veniva buio cenammo con una minestra calda un po’  di formaggio e della “bernia” cioè dei salami di pecora fatti da Battista su al Pianale, salami molto asciutti e magrissimi, scuri, affumicati su legna di rododendro per farli asciugare e poterli conservare a lungo. Li tagliavamo con l’opinel a fette sottilissime per poterli masticare, avevano un gusto particolare e buono. Proprio non so cosa mangiarono i cani.

Intanto Battista aveva preparato il “paiun”, il letto formato con alcuni teli e coperte militari stesi a terra e con un paio di coperte fatte da velli di agnello cuciti insieme, caldissime. Il letto, nel quale dormimmo comodamente in tre affiancati, era poi coperto da un ultimo telone militare che copriva anche la testa.

Ricordo come fossero ora le sensazioni di quel momento: l’odore del fuoco da campo che mi era rimasto sulle mani, l’odore dei teli militari e delle coperte di vello, il tepore che ne scaturiva dopo pochi minuti, il rumore del torrente a dieci metri di distanza, il belare di qualche agnello, la campanella al collo dell’asino che pascolava un po’  lontano. Poi, scostando il telo che copriva il volto, l’aria gelida della notte che scendeva il vallone come l’acqua del torrente; il cielo! il Cielo! l’incredibile cielo stellato che sembrava vivo e pulsante con tutte le stelle a migliaia che brillavano insieme come mai avevo visto. “Ricordati di tutto questo” pensavo, ed in effetti ho ricordato.

Walter mi disse il giorno dopo che nella notte si svegliò e si stupì che mancasse Battista  e pensò  che fosse andato a trovare la Maria, una malgara che aveva la baita un po’ più a valle.. insomma,   … assenza giustificata.

Al mattino sveglia alle cinque, un freddo pungente, accendemmo il fuoco per scaldare il caffè ed intanto recuperammo gli asini che erano sempre a zonzo, di nuovo un po’ di latte all’agnellino con la mamma svogliata,  caricammo tutto sugli asini e via verso il Maccagno.

Attraversammo il torrente e poi risalimmo il vallone del Toso, le pecore camminavano sempre lentamente, dopo qualche ora arrivammo all’alpe Lamaccia un piccolo laghetto alpino, sulle sponde paludose c’erano i tipici fiori di questi laghetti: i piumini. Poi arrivammo all’alpe Prato, uno stupefacente pianoro di almeno mezzo chilometro di diametro perfettamente regolare e con l’erba alta e bella, chiuso in un anfiteatro circolare di montagne, una roggia dall’incredibile sezione quadrata con il fondo di ghiaia fine e pulita ed un’acqua di cristallo vi  scorreva serpeggiando .

Walter ed io eravamo la retroguardia, chiacchierando ci gustavamo l’ambiente, in effetti questi non sono sentirei molto battuti, anche in piena estate è rarissimo che passi qualcuno in quanto si è già a diverse ore di cammino da qualunque paese e fa un effetto strano trovarsi così lontani da case e strade. Uno dei cani stava con noi ma non si sognava neanche di eseguire i nostri ordini quando qualche capo si staccava dalla fila per andare a pascolare fuori dal sentiero, però  prima o poi il cane ci andava da solo a recuperare le pecore sparse. Battista era sempre davanti, lontano.

E poi ancora su verso un alto colle e oltre quello, dove scomparvero i rododendri e anche l’erba scomparve lasciando il posto a licheni e muschi sul terreno arido e sassoso. Ecco si aprì il vastissimo Pian del Loo , un enorme catino remoto e desolato che digrada verso la valle d’Aosta.

Qui la vista si perde nelle grandi distanze e lo spirito si solleva e pare di essere in un deserto di montagna, non si vedono tracce umane né baite né armenti né sentieri né nulla di antropico. Inoltre le creste che chiudono in lontananza questo catino paiono basse per cui si ha la sensazione di essere arrivati e di non dover più salire.

Sulla destra ecco il colle del Maccagno, da qui non pare granché , ma fu poi dura superarlo, pian piano ci avvicinammo attraverso il pianoro fino alla base del colle poi per fortuna il sentiero era abbastanza a posto e riuscimmo a passare  senza dover scaricare gli asini nei punti più ripidi.

Mentre salivamo un gregge di capre dall’aria selvaggia passava poco sopra di noi su dei pinnacoli di pietra rischiando di farci cadere pietre addosso. Saltavano con la massima disinvoltura da un pinnacolo all’altro, da rimanere allibiti.  Ricordo che un vecchio caprone nero, diabolico, con la barba biancastra larga come una mano e lunga più di mezzo metro mi guardava dall’alto con quelle pupille oblunghe ed inquietanti.

A risalire il colle impiegammo più di mezz’ora e da lassù Walter ed io ci aspettavamo di vedere l’alpe Maccagno che sapevamo molto bello, invece l’alpe è molto più in basso e non era in vista.

Era mezzogiorno e ci fermammo tra grandi massi a mangiare nel sole caldo. Il nostro compito era finito lì, salutammo il pastore con un po’ di nostalgia aspettando di rivederlo l’anno seguente di nuovo a Montesinaro. Ogni commiato porta in sé il germe dell’emozione, ed è fertile il terreno della montagna. Walter ed io prendemmo la strada del ritorno, scendemmo dal colle, attraversammo il Pian del Loo poi i  Lozonei, arrivammo al colle della Mologna Grande, passando deviammo un po’ sulla destra per andare a vedere un piccolo lago, poi dal colle giù al Rifugio Rivetti e da lì un’ora e mezza ancora e arrivammo a Piedicavallo, guarda caso giusto per cena…

 

 

Ponderano, dicembre ’98, notte

Ci raccontano una storia

Ricevo da Gianni (e pubblico molto volentieri) una storia di vita vissuta, un racconto sulla pastorizia accaduto una quarantina di anni fa. Buona lettura.

Con Walter ed il pastore Battista, verso il Maccagno – prima parte

  

Avevo da poco compiuto i tredici anni ed ero a Montesinaro nell’ultima settimana di agosto del 1965  quando Walter, un mio amico di poco più grande di me,  mi chiese se volevo andare con lui ad accompagnare Battista a “muovere” il gregge dalla Valdescola all’alpe Maccagno, in Valsesia. Naturalmente accettai con gioia.

Battista era un pastore che tutte le estati portava il suo gregge all’alpe Pianale, a 1890 metri nella solitaria e selvaggia Valdescola, un vallone impervio che scende dal monte Bo verso sud ovest.

All’Alpe Pianale si arriva in circa due ore da Montesinaro, per un sentiero poco battuto nella parte iniziale e quasi inesistente nella parte alta, conosciuto solo dai pastori e da qualche cacciatore.

L’Alpe è posta al centro del vallone ma molto in alto e consiste in sei o sette baite a valle di una serie di massi che le riparano dalle slavine invernali, chiamarle baite è certamente esagerato in quanto si tratta di monolocali alti sì e no un metro e sessanta, il tetto è di “lose” pietre piatte ricavate sul posto, all’interno c’è un angolo per il fuoco, un tavolo basso ed un giaciglio di assi. Il prato dove sono poste é in forte pendenza.

Tutti gli anni dall’inizio di luglio alla seconda metà di agosto il pastore viveva lì, da solo, con due cani due asini e più di 400 pecore che si disperdevano per pascolare nei canaloni più impervi.

Ogni due settimane scendeva a Montesinaro con l’asino a fare provvista, in genere scendeva al sabato mattino, si fermava la sera al bar o a casa di malgari suoi conoscenti e poi nella notte o la domenica mattina risaliva all’alpeggio. Battista era un bell’uomo di circa trentacinque anni ma ne dimostrava un po’ di più, aveva una voce bassa baritonale, teneva sempre un bastone di frassino, bianco lungo e diritto che gli arrivava oltre la spalla, col quale accompagnava il passo ampio e cadenzato, quasi maestoso. Nonostante la differenza di età si può dire che fosse nostro amico, era piacevole starlo ad ascoltare e sapeva tante cose.

Era molto considerato tra i malgari perché esperto nella cura delle pecore e mucche e spesse volte si rivolgevano a lui prima di chiamare il veterinario. Notevoli i due cani (ricordo che uno si chiamava Franco l’altra, forse, Ligera) erano bianchi e grigi, almeno uno di loro aveva gli occhi bianchi, erano silenziosi e riservati ed eccezionali nel loro lavoro. Radunare le greggi in montagna su terreni scoscesi è un lavoro delicato, occorre procedere con calma per non spaventare le pecore che rischierebbero di cadere, ma soprattutto la strada da percorrere dal momento dell’ordine fin quando è stato raggiunto il gruppo di pecore può essere molta, i cani si trovavano quindi ad eseguire da soli un ordine ricevuto vari minuti prima. L’ordine di Battista era impartito a bassa voce e rinforzato a volte con un breve fischio quando i cani già erano lontani, i cani non correvano quasi mai come chi sa che non deve disperdere energie né prendere rischi. Avevano mascelle formidabili in grado di spezzare le durissime ossa lunghe degli agnelli “come grissini” diceva Battista,  a volte riuscivano a prendere una marmotta ed era una festa.

L’invito di Walter mi rese orgoglioso, avevo allora 13 anni e la chiamata a partecipare a queste fasi importanti della vita dei pastori mi fece sentire accettato come uno di loro, mi pareva di aver superato un esame.

L’appuntamento con il pastore era per le sette del mattino alla “Ciobia dal deire”  (Pian degli Agnelli sulle cartine), nella vallata dove scorre il rio Chiobbia, a un’ora da Montesinaro.

Già il giorno prima Battista aveva radunato lì le pecore e gli asini carichi con tutti i suoi “bagagli”, teli, coperte, attrezzature per la cucina, derrate alimentari, medicinali, attrezzi…

Non so per quali sentieri abbia fatto passare gli asini per raggiungere il Pian degli agnelli, tra le due valli c’è una cresta impressionante.

Alle sei del mattino Walter passò a chiamarmi a casa, lui arrivava da Piedicavallo, alle sette eravamo all’appuntamento, c’erano le pecore e gli asini, Battista arrivò verso le otto dicendo che gli mancavano sei pecore, facemmo una piccola colazione poi lui ripartì verso il monte Bo per un’altra perlustrazione e noi rimanemmo vicino al gregge con il compito di riprendere gli asini che pascolavano nei dintorni. Se ne partì lentamente seguito dai cani col suo passo cadenzato determinato e tranquillo in mezzo a massi instabili e rododendri, senza sforzo apparente nonostante la forte pendenza e l’assenza di sentiero, in direzione della cresta degli Altari .  Più tardi lo vedemmo, poco più che un puntino scuro,  camminare sulla cresta altissima sopra di noi e ogni tanto un raggio di luce che perforava la nera silhouette rivelava l’ampiezza del suo passo, i cani lo seguivano, anche loro due nere ombre, pochi metri dietro.

Tornò  per le undici, non aveva trovato le pecore ma decise comunque di partire, caricammo gli asini. Un paio di agnellini troppo piccoli per camminare vennero messi nelle tasche del basto, ficcati dentro come seduti, ne sporgevano solo le zampine davanti il collo e la testa.

Ancora una volta contò le pecore facendole passare in un’apertura tra due muretti , le contò dando ad ognuna un colpetto col bastone mentre passavano, erano 412.

Lentamente, lui davanti conducendo gli asini noi dietro ed i cani sui lati, si formò  la lunga teoria di pecore montoni ed agnelli. A mezzogiorno giungemmo all’alpe Finestre e qui il gregge si fermò  per via del caldo, le pecore non vollero continuare, si disposero tutte in gruppo ognuna con la testa sotto la pancia delle vicine, rimasi impressionato dalla loro estrema cocciutaggine, anche aizzando i cani non ci fu modo di rimetterle in movimento, la pecora morsa dal cane faceva qualche passo indietro per poi rificcare subito la testa sotto le altre. Si vedevano solo schiene ed occupavano pochissimo spazio, se non le avessimo contate poco prima avrei detto che ce n’era al massimo un centinaio.

Approfittammo della sosta per pranzare chiacchierando con il malgaro fuori dalla sua baita. Ricordo la graziosa visione della sua figlioletta dodicenne che usciva nel sole dal buio della baita con il grembiule allacciato ed il fazzoletto in testa, bella con gli occhi vivissimi ed i colori accesi dall’aria di montagna, mi rimase nella mente per giorni e giorni anzi, sebbene con altra valenza, c’è ancora.

Passata l’ora calda ripartimmo e di nuovo si distese la fila di pecore, davanti le più ardite, i montoni a metà fila erano i più indisciplinati poi alla fine le meno forti gli agnelli piccoli e le claudicanti.

Giungemmo così al colle del Croso, più di 1900 metri, e da lì per uno stretto sentiero in mezzo alla vegetazione scendemmo al Toso in Valsesia dove scorre il torrente Sorba che porta molto più a valle al paesino di Rassa in Valsesia.

(continua)

Adesso vi racconto una storia 6… o forse no?

Ecco a voi un nuovo racconto. Leggetelo con attenzione e… per una volta, dimenticatevi la premessa che faccio sempre, quando pubblico una storia.

Un odio inspiegabile

 

Andrea quel giorno doveva fare delle consegne dall’altra parte delle colline. Era una giornata di primavera, con l’aria finalmente tiepida, ed i prati brillavano per il giallo dei girasoli in mezzo all’erba. Qua e là macchie bianche di ciliegi e pruni, mentre i peschi stavano già perdendo i petali rosa.

“Ormai i pastori saranno tutti lungo i fiumi, i contadini li avranno spinti lontano dai prati!”, pensava l’uomo.

Pur avendo scelto un’altra strada rispetto a quella della campagna, le sue radici restavano lì ed aveva una grande passione per quello strano mondo dei pastori vaganti, che ogni hanno passavano con le loro greggi dietro a casa sua. Si era dato da fare in Comune affinché questa opportunità gratuita venisse sfruttata per ripulire diverse zone incolte ed aveva cercato di parlare con i suoi concittadini, affinché nessuno protestasse quando passavano le pecore. Tranne in un caso, con quell’egoista che non dava nemmeno il permesso per passare davanti alla sua cascina quando veniva organizzata la gara di mountain-bike, con tutti gli altri si era trovato l’accordo. Adesso, quando arrivava il “loro” pastore, facevano anche una festa e, tutti insieme, si trovavano nei locali della Proloco a mangiare l’agnello offerto come ringraziamento.

Andrea guidava lungo la strada a curve che scendeva dalle colline. Il nastro luccicante del fiume si stava avvicinando, l’acqua era ancora scura per le recenti piogge.

Con l’occhio allenato di chi si guarda intorno, Andrea vide subito il furgone di un pastore, parcheggiato in uno slargo lungo la strada di campagna che si lasciava indietro campi e prati per inoltrarsi tra i pioppeti e sfociare sul greto del fiume.

L’uomo cercò le pecore, ma non le vide.

Continuò il suo viaggio, terminò le consegne e, sulla via del ritorno, si fermò in un bar appena dopo il ponte, a prendere un caffè.

“E qui viene il bello… Perché tu mi puoi dire: <<E cosa centra questo, con i pastori?>>. Aspetta, che adesso ti racconto!”

Mentre Andrea era appoggiato al bancone, aspettando il suo caffè, entrarono nel bar due guardiaparco, un ragazzo ed una ragazza sulla trentina. Ordinarono anche loro un caffè, poi si guardano intorno ed, apparentemente in modo casuale, chiesero se qualcuno avesse visto in giro il pastore.

Ci fu un momento di silenzio, il barista scosse la testa, ma un vecchietto seduto ad un tavolino si girò bruscamente. “Sì… Certo che l’ho visto, andava verso la riva del fiume. Perché? Come mai lo cercate?”

“Siamo alle solite! Lo cerchiamo per fargli la multa che si merita. Lo sa bene che nel Parco non ci può stare, ma quello fa il furbo e vuol farci passare per scemi! Avanti ed indietro con le sue pecore”, replicò subito il guardiaparco, accendendosi in volto.

L’anziano contadino non si scompose. “Ma ditemi un po’… Perché nel Parco non ci può stare? Me lo spiegate una buona volta, cosa fa di male?”

“Mangia l’erba e rovina tutto!”

“Ah… Tutto qui? Almeno pulisce un po’ ‘sti gerbidi, visto che oramai nessuno lo fa più!”

Nel locale tutti ascoltavano attenti e qualcuno annuiva vigorosamente.

“I gerbidi sono parte integrante del Parco e vanno mantenuti come sono!”

Un sorriso ironico attraversò il volto segnato dagli anni e dal lavoro. “Già… Noi paghiamo le tasse per mantenere gente che i gerbidi li guarda, anziché pulirli…”

Il bar venne attraversato da una risata spontanea e da numerosi cenni di assenso.

I guardiaparco persero la loro sicurezza, imbarazzati chiesero il conto, pagarono e si avviarono verso la porta.

Il vecchietto, rivolto a tutti ed a nessuno, lanciò nell’aria un’ultima frase. “I pastori… Io mi ricordo quelli che passavano di qui prima che voi nasceste, c’erano quando io ero bambino. Non sarà certo il Parco a farli andare via! Hanno sempre fatto così, in primavera vanno via dai prati e si spostano lungo il fiume. Continueranno a farlo, è il loro lavoro.”

I guardiaparco uscirono senza replicare, salirono sul pick-up e se ne andarono, mentre nel bar continuva la discussione.

Tutti gli avventori, tranne Andrea, erano gente del posto ed iniziarono a commentare l’utilità del Parco, i problemi che ha creato.

“Non siamo più padroni a casa nostra! Un giorno mi hanno fermato perché scendevo con il motorino ad andare a vedere i miei campi e volevano farmi la multa! Ovvio che non avevo dietro i documenti, ma gliel’ho detto che lì i terreni erano miei, quindi al massimo erano loro che dovevano andarsene!”

E l’immondizia? Ce n’è dappertutto, quella che il fiume porta ad ogni piena, quella che qualcuno scarica lungo le strade sterrate un po’ nascoste. Ma loro non fanno nulla!”

“Girano con il fuoristrada, guardano con il binocolo, e cercano il pastore per fargli la multa!”

“Se qualcuno mi tocca i miei prati o i miei campi, chiamo i Carabinieri! Ma l’unica volta che è capitato un danno, il pastore mi ha pagato. Aveva pestato un angolo di un grano, perché all’operaio in fondo al gregge era rimasto indietro un agnello e le pecore avevano sconfinato.”

“Hai visto che roba giù nei gerbidi? Se fa di nuovo una piena, e l’altro giorno già ci siamo andati vicini, è molto meglio che le pecore facciano pulizia, altrimenti…”

Andrea uscì mentre la gente stava ancora parlando.

“Sai cosa mi ha colpito più di tutto? L’atteggiamento del guardiaparco, che si vedeva che aveva un odio forte verso i pastori, quasi avesse vecchi rancori personali o chissà cos’altro.”

Questa volta la fantasia non ha avuto un grande ruolo in questa storia. Tranne l’ambientazione, il nome del protagonista, qualche pennellata di colori primaverili, il resto è tutto vero. Qui un amico mi diceva che mi aveva mandato un’e-mail per narrarmi la scena a cui aveva assistito, ed è quella che vi ho descritto sopra. Non si chiama Andrea, ma questo è ininfluente. Vorrei smetterla di parlare di problemi con i Parchi fluviali, vorrei che si trovasse l’accordo, vorrei che si trovassero delle zone dove le pecore devo star lontane per qualche reale necessità di protezione… ed altre dove invece il pascolamento sia consentito, affinchè i pastori possano continuare il loro mestiere.

Tra l’altro… qui vi parlavo dell’Artemisia, ricordate? Un mio amico all’università, appassionato botanico, mi scrive: "Ci sono diversi lavori che studiano la dispersione di infestanti tramite le pecore (alcuni erano atti di convegni che non ritrovo piu’), il concetto è che le pecore mangiano i semi delle infestanti (es. se pascolano stoppie di grano, oppure greti infestati) e poi le restituiscono su pascoli, campi, ecc. Da noi potrebbe succedere da zone golenali a campi, il pascolo se ben gestito non consente alle annuali di insediarsi. Un altro filone di ricerca è il trasporto tramite il pelo. Ti allego un lavoro che parla positivamente dell’effetto del trasporto." Dal momento che l’Artemisia viene pascolata prima della fioritura, quando pertanto non ci sono semi… ditemi come fanno le pecore a diffonderla!

Adesso vi racconto una storia 5.4

Ultimo episodio della storia (qui le altre puntate 321). Adesso devo pensare al prossimo racconto… Chissà come e quando mi verrà l’ispirazione?

Vivere per le pecore

L’estate passò con giornate di sole, con bufere di pioggia mista a neve, vento e pascoli che poco a poco cambiarono colore, fin quando fu il momento di scendere. Ogni tanto i padroni erano saliti a vedere gli animali e, giù nei paesi, parlarono bene dell’Italiano. Curava le pecore zoppe, le portava al pascolo fino a tarda sera, non ne aveva persa nemmeno una. In tutta la stagione, morì solo una vecchia pecora, che già in primavera era salita con qualche acciacco di troppo. Un’agnella venne azzoppata da una pietra ed il proprietario salì a riprendersela. Il lupo non si fece vedere, per fortuna, e nemmeno l’orso che scorrazzava in altre valli venne a dar fastidio.
Sandro era un po’ frastornato da tutta quella gente che veniva a parlargli, a stringergli la mano, a complimentarsi per la bellezza degli animali ed a far domande. Non era più abituato alla confusione, dopo i mesi trascorsi lassù. Era sceso solo un paio di volte in tutta la stagione, quasi sempre c’era stato qualcuno che gli aveva portato i viveri per la settimana.
“Tornerai, il prossimo anno?”
“Vedremo…”
“Ma ti sei trovato bene, no?”
“Sì. E’ una bella montagna, per gli animali.”
Venne Paolo a riaccompagnarlo a casa.
“Mi spiace non essere riuscito a fare un giro prima… Però ho dovuto lavorare duro per la tesi. Adesso ce l’ho fatta, sono laureato.”
"Tu ce l’hai fatta. Sai quello che farai dopo, più o meno. Hai una strada tracciata da percorrere. Io invece…"
"Sandro! Da quando ti preoccupi del futuro?"
"Da quando non ne ho più uno."
Ed il futuro avvocato non riuscì a strappargli molto altro. Il ragazzo un po’ introverso, ma felice di fare la sua vita, non c’era più. Questo pastore che voleva lasciarsi sconfiggere dall’esistenza non sembrava disposto a confidarsi. La sua unica ammissione riguardò gli animali, come sempre.
"Non ho più delle pecore di cui prendermi cura, cosa ci sto a fare?"
Paolo allora gli parlò della Francia, su cui si era documentato. Pastori che badavano a greggi di grosse dimensioni, in territori sconfinati, ma delimitati per ciascun allevatore.
"Sarei sempre il servo di altri."
"E allora, cosa proponi?"
"Non lo so."
Discussero, quasi litigarono, il pastore gli disse che non poteva capire, lui veniva da un altro mondo, cosa ne sapeva di pastorizia!
"Ce n’è, di gente che lavora sotto padrone! Lo dicevi anche tu, che almeno non hanno preoccupazioni!"
"Non si può parlare con te, sei un avvocato e sai sempre girare le parole dalla parte giusta."
E di Sandro parlarono in tanti, nella valle. C’era chi diceva che avrebbe ricomprato le pecore, chi invece affermava che avrebbe fatto una brutta fine, perchè un vero pastore non deve mai vendere tutti suoi animali.
"Ce ne sono, che l’hanno fatto, e poi un giorno li hanno trovati appesi…"
"Se iniziasse ad attaccarsi alla bottiglia, farà una brutta fine."
Ed invece Sandro non beveva altro che l’acqua della fontana davanti a casa. Ripulì il bosco della cugina, tagliò la legna e la accatastò ordinatamente. Rimise anche in sesto la casa, poi un giorno sparì. Era la primavera e qualcuno pensò che fosse tornato in Svizzera. Paolo venne a cercarlo, gli dissero che se n’era andato. Il cellulare restituiva solo il disco registrato del gestore della telefonia, l’utente non era raggiungibile.
"Uno così, viveva per le pecore."
Passarono gli anni e, poco per volta, ci si dimenticò di lui. In paese non aveva nulla, i pochi parenti non avevano ricevuto nessuna notizia. Solo gli altri pastori, ogni tanto, si chiedevano che fine avesse fatto.
"Poteva venire a lavorare con me, gliel’avevo chiesto. Gli vendevo un po’ di pecore, così cercava di rimetter su un gregge. Era cresciuto ad una buona scuola, quella di suo padre, ma non aveva mai avuto abbastanza libertà e non sapeva camminare da solo, alla fine."
Paolo ormai era diventato un avvocato affermato e con un buon giro di clienti. Quasi per caso, un giorno un’amica della moglie gli raccomandò un cliente e si trovò così a rappresentare un pastore in una causa. C’era di mezzo una denuncia per danni, ma anche fatti più gravi di minacce. Il caso andava per le lunghe, la Giustizia faticava a fare il suo corso, come sempre, così quel giorno Paolo aveva in agenda l’ennesimo incontro con il suo assistito.
Questo entrò con una rivista in mano, una di quelle che lui comprava e metteva lì per ingannare l’attesa dei clienti: "Avvocato… Ma l’ha visto questo giornale, lei?"
Dalle pagine patinate del National Geographic, un volto scavato, cotto dal sole e dal vento, con due occhi dove si leggeva quel pizzico di malinconia che hanno tutti gli emigranti lontani dalla loro terra. Il sorriso buono però si allargava davanti ad un gregge che pascolava nelle immense distese verdi della Nuova Zelanda e comprendeva anche un ragazzino lentigginoso con il cappello in testa, decisamente rassomigliante al pastore.
"Avvocato, lo sa che questo qui io lo conoscevo? Era il figlio di un grande pastore, poi un giorno è sparito!"
Paolo guardò con più attenzione. Sotto il cappello, tra la barba folta venata di bianco, quello era indubbiamente il suo amico.
"Lo conoscevo anch’io. Sandro. Come sarà arrivato là?"
L’articolo diceva poco, quelle parole sul "pastore ed il suo gregge" facevano sperare che gli animali fossero di proprietà dell’uomo nella foto. Magari un giorno sarebbe andato in Nuova Zelanda a cercarlo, per farsi raccontare cos’era successo in questi anni.

Adesso vi racconto una storia 5.3

Qui la prima e la seconda puntata della storia.

Vendere e partire

Il giorno che vennero i camion a caricare, Domenico piangeva. Per la prima volta, si spense il sorriso anche su quel volto semplice. Non aveva pianto al funerale, non per mancanza di affetto, ma perché non voleva farsi vedere debole dal suo padrone, anche se ormai il pastore non poteva più rimproverargli nulla, in quell’occasione. Però qui, davanti alle pecore che salivano sulla pedana, si mise a parlare loro, tra le lacrime.
“Piccola, non ci vedremo più… Tra un po’ sarai mamma, questa volta cerca di prenderlo, l’agnello. Io non ci sarò più, con te.”
Sandro distolse gli occhi, chiamò i cani e si allontanò. Venne il commerciante a cercarlo, lui era là accanto alla roulotte, con Lena e Turbo. Firmarono le carte sul cofano della macchina, i contanti passarono di mano, insieme ad un assegno. Sandro aveva lo sguardo sfuggente come quello di una bestia selvatica.
Quando il rombo dei motori dei camion si allontanò definitivamente, andò da Domenico.
“Cosa vuoi fare, adesso? Ti porto al tuo paese?”
“Io là non ho più nessuno, credo. Sono 15 anni che non ci torno. Penseranno che sono morto. Portami da un altro pastore.”
Fu la fidanzata di Paolo a trovare gli annunci su internet: cercarono un posto in Svizzera, dove si parlasse Italiano. Lo stipendio era buono ed il consorzio che richiedeva un pastore rimase soddisfatto dalle referenze. Combinarono l’incontro ed accompagnarono loro Sandro oltreconfine. L’uomo guardava fuori dal finestrino, parlava poco e commentava solo il paesaggio.
“Chissà se qui passa qualcuno con le pecore… Quel prato sembra mangiato. C’è della bella erba, qui.”
Arrivarono in Svizzera e, per la prima volta, gli occhi del pastore ripresero a brillare, guardando le montagne intorno, con le cime ancora innevate.
“Mi piace, sembra un po’ la valle da dove veniamo noi.”
Sandro incontrò i soci del Consorzio che gestiva l’alpeggio, alcuni dei quali proprietari delle pecore che gli sarebbero state affidate. Gli mostrarono alcune foto dei pascoli, dell’abitazione, poi passarono a parlare degli animali.
“Sarà un gregge di 600-700 capi. Ci sono 5 proprietari con più animali ed una decina di piccoli allevatori che magari hanno anche solo 10-20 pecore ciascuno.”
“Ce ne saranno che partoriscono in quel periodo?”
“No, noi programmiamo i parti, non ce ne saranno nel periodo estivo.”
“C’è il lupo, su quella montagna?”
“Eh… Da qualche anno sì. Avrai anche due cani da difesa. Ovviamente devi chiuderle, la sera.”
“Da noi sono 10 anni che abbiamo a che fare con quelle bestiacce… Purtroppo so bene cosa vuol dire.”
Sandro non contrattò nemmeno il prezzo che gli venne offerto. Glielo convertirono in euro e lui annuì. Sarebbe stato il suo primo stipendio e, probabilmente, i primi soldi che finivano direttamente nelle sue tasche, a parte quelli della vendita del gregge.
“Si sale agli inizi di giugno.”
“A fine maggio sarò qui.”
Una stretta di mano dopo la firma sul contratto, ed il pastore aveva, in qualche modo, perso la sua libertà. Nello stesso tempo, l’aveva anche acquisita, ma non riusciva ancora a rendersene pienamente conto.
Passò quei due mesi che lo separavano dall’inizio del nuovo lavoro a dare una mano qua e là per la stagione della tosatura, ma non fece parola con nessuno della Svizzera. Una lontana cugina gli lasciò l’uso di una casa umida nel villaggio di origine, con una stufa a legna che riempiva di fumo la cucina ogni volta che veniva accesa. Qualcuno ogni tanto lo invitava ad una fiera, o anche solo a bere un bicchiere al bar, ma Sandro rifiutava con qualche scusa e tornava al suo rifugio solitario.
Paolo venne a trovarlo prima della partenza.
“Vado in treno, non ti scomodare.”
“Buona fortuna, allora. Verremo a trovarti.”
E così il pastore partì. Per la prima volta la transumanza la fece senza seguire i suoi animali, con il grosso zaino a spalle, gli scarponi già calzati nei piedi ed i due cani che lo seguivano spaesati nelle stazioni. Non era il loro mondo, quello fatto di viaggiatori ben vestiti, tabelloni con gli orari e le destinazioni.
La corriera lo portò alla sua destinazione finale e prese alloggio in una locanda dalle finestre fiorite. Chiese informazioni alla padrona ed il giorno dopo salì verso l’alpeggio che l’avrebbe ospitato nell’estate. Era una bella giornata di sole e riuscì a farsi un’idea generale del posto. Camminò a lungo, guardò l’erba, i pascoli più alti dove la neve formava ancora delle grosse chiazze grigiastre, i due laghi in cui si rifletteva il cielo e le vette rocciose. Salì, scese, si spostò avanti ed indietro. La baita era piccola, ma accogliente, funzionale. Forse non si sarebbe trovato male, lì…
Nei giorni successivi andò a vedere due delle greggi che gli sarebbero state affidate: animali diversi dai suoi per taglia e fisionomia, avrebbe dovuto abituarsi, per riuscire a riconoscerli. I proprietari li avevano già marchiati con vernici dai colori brillanti e Sandro storse un po’ il naso di fronte a quel Carnevale. Ma doveva adattarsi.
Il giorno della partenza, tutti gli animali vennero radunati un uno spiazzo, contati e disinfettati con un bel bagno.
Sandro stava lì, appoggiato al suo bastone, con i cani accucciati al fianco. Sorrideva agli allevatori, chiacchierava con loro, chiedeva informazioni su certi animali, raccontava qualche piccolo aneddoto del Piemonte. Nei suoi occhi però c’era un guizzo di malinconia, di tristezza.

…Continua…