Adesso vi racconto una storia 5.2

La puntata precedente è qui. Come sempre, è interamente frutto di fantasia.

Siamo rimasti soli

“Sandro! Mangia! Guarda che qui dobbiamo star bene noi, visto che siamo rimasti in due!”, gli aveva detto Domenico.
Ma lui non aveva più appetito. Da giorni non era più riuscito ad andare all’ospedale da suo padre: le pecore stavano partorendo ed il lavoro era aumentato, come ogni anno. Alla sera si lasciava cadere vestito sulla branda, senza nemmeno sfilarsi i pantaloni sporchi, e sperava che il sonno venisse presto a portarlo via da tutti quei pensieri che gli vorticavano nella testa. Preoccupazioni per il futuro, la paura di non farcela da solo, le spese, l’incapacità nel gestire tutto.
Al mattino andava a vedere dove passare con il gregge, ma la responsabilità lo stava schiacciando e troppi dubbi affollavano la sua mente.
“Farò bene a passare lì? Non è che poi si ammucchiano, in quel passaggio stretto… E Domenico, dietro, che la farà a parare il grano?”
Una sera si era scontrato con un contadino.
“Chiamo i Carabinieri!”
“Chiamali pure, è notte, io di qui non mi sposto più”
“Prendo il fucile e sparo alle pecore.”
“Spara a me, almeno la facciamo finita!”
“Tutti gli anni ne passa uno nuovo, basta, non ne posso più di voi pastori. Compratevi la terra, poi fate quello che volete.”
“Sono anni che passiamo di qui, noi.”
“Bugiardo come tutti i pastori. Non ti ho mai visto!”
“Sono il figlio di…”
“Ah. Io avevo sempre solo trattato con tuo padre.”
“E’ all’ospedale.”
“Mi spiace. Bhè, per questa sera ti puoi fermare, ma il recinto fallo laggiù, non qui al confine con il grano. Domani mattina però ti voglio vedere che te ne vai, altrimenti…”
E lui voleva andarsene, davvero. Tutti quei confini, sulle colline, quelle case ristrutturate con anche la piscina, cascine con davanti il cartello “bed&breakfast”, dove venivano i turisti a dormire. Lì vicino non ti volevano più, anche se i turisti magari scattavano le foto, perché di notte i cani abbaiavano, inquieti per la presenza del gregge.
“Te ne devi andare.”
Se lo sentiva dire anche nel sonno. Quando c’era suo padre, succedeva nello stesso modo, ma almeno erano in due ed il vecchio aveva la scorza dura, sapeva trovare la scappatoia, la battuta giusta, oppure scovava il modo di rabbonire anche i più arrabbiati. Non sempre, ma Sandro adesso viveva male tutto ciò, senza poter sfogare la rabbia e la frustrazione con qualcuno. Almeno avesse avuto una compagna, un’amica, ma la sua vita raminga ed il lavoro, insieme a quel carattere un po’ chiuso, solitario, non gli avevano mai dato l’occasione di far nascere una storia d’amore.
Paolo lo venne a trovare e lo accompagnò all’ospedale. Suo padre non lo riconobbe nemmeno, anche l’altro occhio era fisso nel vuoto, così si fermarono poco e tornarono dal gregge.
“Non riuscirà più a vederle, le pecore.”
Per la prima volta le lacrime rigarono quel volto buono di montanaro, negli occhi la paura e tanta tristezza.
“Perché non ti cerchi qualcuno? Non trovi un aiutante?”
“Non è facile, e poi non è solo quello. Sono io che non ce la faccio. E’ la mia vita, ma non così…”
“Ed un socio? Un altro pastore a cui unire il tuo gregge, magari vendendone un po’?”
“La fai facile… Non sai, tu. E poi, non è che, tra colleghi, si vada d’accordo facilmente.”
Suo padre morì in una notte di primavera, di quelle in cui l’aria inizia ad essere tiepida e si vedono già le prime zanzare. Il gregge era vicino al fiume, in un vasto incolto circondato da sterpaglie secche. Gli telefonarono dall’ospedale al mattino, lui rispose mentre teneva in braccio un agnello ancora bagnato, nato forse nello stesso momento in cui suo padre se n’era andato.
“Sì. Devo pensarci io a tutto? Ah. Va bene. Vedrò come riesco a fare.”
Tirò un calcio nella polvere, sferrò un pugno al tronco di una gaggia, con la mano sanguinante e gli occhi lucidi compose il numero di Paolo.
“Scusa, ciao. Mi aiuti? Dobbiamo fargli il funerale.”
Volle venire anche Domenico, così rimase a guardia del gregge il garzone di un altro pastore, che si offrì di passare a prenderli ed accompagnarli in chiesa. Sandro fu di poche parole, ma non pianse più. I commercianti c’erano tutti, vennero a fargli le condoglianze e sussurrarono poche parole, sempre le stesse: “Se hai bisogno, cercherò di aiutarti, anche in memoria del tuo povero papà…”
Alla sera, si sedette sul secchio rovesciato accanto alla roulotte. Grattando sulla testa la vecchia Lena, la cagna di suo padre, le parlò come ad una persona.
“Non c’è più, adesso. E noi, cosa facciamo? Ha ancora senso che stiamo qui? Io stavo bene dietro alle pecore, davanti non mi sento a mio agio. Prima, forse… Ma ora non riesco più a continuare.”
Subito si liberò delle capre, vendendole ad un appassionato che gliele cercava da tempo. Riuscì a spuntare un buon prezzo, ma non erano i soldi il suo obiettivo.
“Che farai, dopo?”, gli chiedeva Paolo.
“Il mio lavoro è questo, non so fare altro.”
“E allora? Vuoi vendere il gregge e dici che non puoi essere altro che pastore! Non capisco.”
“Non eri proprio tu che dicevi che cercano pastori, in giro?”
“Andrai a lavorare per altri? Non ci credo!”

Continua…

Adesso vi racconto una storia 5.1

Una nuova storia a puntate: come al solito, in questa serie di post si raccontano vicende che magari potrebbero essere successe, ma qui è la mia fantasia a narrarle così.

6.1 Pensare al futuro

 

Era successo all’improvviso, ma quelle non sono cose che puoi preventivare. O forse sì, perché bisognerebbe avere almeno un minimo di riguardo per il proprio corpo, per la salute, pure se fai il pastore. Ma loro… e chi mai andava dal medico?

D’altra parte, anche lui, da ragazzino, si ricordava di quella volta che aveva la febbre talmente alta da non reggersi in piedi, e così il primo giorno si era fatto trascinare su per le salite dalle pecore, tenendosi alla loro coda. Poi il padre l’aveva caricato sull’asino, buttandogli addosso il mantello nero e dicendogli di aggrapparsi forte alla cavezza.

Non sapeva se suo padre avesse avuto qualche avvisaglia del male che adesso l’aveva colpito così, portandoglielo via, allontanandolo dal gregge, dal lavoro, dalla sua vita.

Sandro quel mattino si era stupito di non sentire i soliti rumori alle prime luci dell’alba, poi aveva avvertito il mugolio della cagna.

“Cosa succede?” aveva chiesto.

C’era un suono strano, una sorta di rantolo.

Quei primi due giorni erano stati un caos: le telefonate agli amici, l’ambulanza che era venuta fin lì, per la strada di campagna tutta sassi e buche. Suo padre se n’era partito così e lui era andato a trovarlo all’ospedale una sola volta. Non era più lui: la metà della faccia era immobile, senza espressione, dall’altra parte c’era quell’occhio, l’unica cosa rimasta viva. Lottando con il suo corpo, era riuscito a chiedergli se le pecore era riuscito a riempirle.

E lui era rimasto con le pecore, per trovare loro da mangiare. Assurdamente si ripeteva che, se tutti gli animali fossero stati bene in quei giorni, anche suo padre sarebbe tornato.

Sandro era confuso, spaventato. I primi tempi aveva reagito chiudendosi nel silenzio e gridando qualche ordine con rabbia a Domenico, l’aiutante di sempre, che dimostrava ancora più anni di suo padre… eppure era lì, con il suo passo leggermente zoppo ed il sorriso perenne disegnato tra la barba ed i baffi. Era venuto qualche amico a dargli una mano, all’inizio.

“Sandro… Che farai adesso?”

“Tiriamo avanti… Aspettiamo che il papà si riprenda.”

“Sandro… Tuo padre…”

“E’ ancora vivo, è un uomo forte!”

Non pensavano mai al futuro, loro. Si era sempre vissuti alla giornata, un po’ per filosofia di vita, un po’ per necessità. Programmare voleva dire farsi poi il sangue cattivo quando le cose andavano diversamente da quel che si era pensato, ed era così il più delle volte. Chissà se suo padre aveva mai pensato a quel giorno in cui avrebbe dovuto andarsene, smettere? Non gliene aveva mai parlato. D’altra parte, tra di loro non c’erano confidenza intime. Padre e figlio, ma era come se fossero due colleghi e poco più.

Poi era arrivato il commerciante. Come un avvoltoio, era stato uno dei primi a telefonare per informarsi sulla salute del pastore, ma Sandro non aveva nemmeno risposto. Allora era venuto di persona, con il solito tirapiedi a fargli da autista.

“Guarda lì, delle disgrazie del genere capitano sempre a quelli che se le meritano di meno…”

“Capitasse a te, beccamorto che non sei altro!”, macinava Sandro nella sua testa, ma ovviamente davanti chinava mestamente il capo annuendo.

“Te le pago bene, ci conosciamo da una vita, io e tuo padre… Le cure costano, anche la sorella di mia moglie aveva avuto un ictus e…”

“Non vendo. Se sei venuto per quello, puoi andartene subito.”

Erano sempre stati suo padre, Domenico e Sandro: da quando lui aveva finito le scuole medie, aveva lasciato la casa degli zii e si era unito al gregge. Era normale, scontato che fosse così.

Quella era la sua vita, gli piaceva, non rimpiangeva la scuola, non era mai stato un tipo estroverso e così non cercava nemmeno le feste e le cene con tanta gente. Suo padre andava raramente alle fiere, soprattutto per fare affari, prendere qualche contatto, scambiare le notizie. Lui no, perché in quelle occasioni altrimenti il gregge sarebbe rimasto abbandonato a se stesso.

Non che fosse sempre e solo con le pecore, ogni tanto c’erano delle commissioni da fare, prendere i contatti con i contadini, andare con il trattore a caricare del fieno nei momenti difficili dell’inverno… Solo che lui era sempre “il figlio di…”.

Gliel’aveva fatto notare quel ragazzo che, da qualche tempo, veniva a trovarlo. Si erano conosciuti per caso, un giorno in cui il gregge era passato nel suo paese. Il biondino li aveva accompagnati per un pezzo, chiacchierando con Sandro che chiudeva la fila. Era nata una sorta di strana amicizia, il pastore e lo studente di legge, il silenzioso e quello delle mille domande. Lo studente era curioso per natura e vedeva anche quelle cose che il pastore dava per scontate, quelle che erano così da sempre e quindi “normali” ai suoi occhi. Paolo, così si chiamava, aveva dovuto presentarsi da solo, perché Sandro non gli aveva nemmeno chiesto il suo nome.

“Ti dà fastidio se vengo qui, ogni tanto?”

“No, no, fai pure… Solo che magari, a volte, noi non abbiamo tanto tempo per…”

Un giorno Paolo gli aveva chiesto: “Ma perché non ti presenti mai con il tuo nome? Al telefono, con i contadini, usi sempre il nome di tuo padre, come lasciapassare.”

“Dici che faccio così?”

Ed adesso il padre non c’era più e Sandro si trovava alla guida del gregge. Qualche amico e conoscente gli stava dando una mano per spostarsi, a volte si arrangiava tirando delle reti dove arrivava e tornando indietro a piedi per riprendere la macchina. Però non era il problema della persona in più o in meno: lui era fatto sì per essere pastore, ma non per prendersi quelle responsabilità e quei grattacapi che la pastorizia di oggi esigeva.

Quel mattino i Vigili erano arrivati presto: “Te ne devi andare entro oggi, c’è l’ordinanza del Sindaco.”

“Per favore, abbiate pazienza, mio padre è all’ospedale ed oggi io non ho gente che mi possa aiutare a spostarmi.”

“Ci dispiace, ma è così. Ti scortiamo noi, te ne devi andare o scatta la multa.”

Ne aveva passate tante, nella sua via, così pensava di farcela, all’inizio. Poi però, poco per volta, venne preso dallo sconforto.

(Continua…)

Adesso vi racconto una storia 4

Come sempre, in questa serie di post quello che state per leggere è frutto di fantasia.

Una storia del futuro e del passato

 

La porta si chiuse e loro rimasero soli.

Lei era indaffarata in cucina, lui sedeva davanti alla TV, ma poi si alzò e andò sulla porta a guardarla.

“Vieni qui…”

“Un attimo, metto questo in forno, poi preparo tavola.”

“Dai a me. Cos’è, anche la candela, stasera? Cos’hai in mente?”

“Voglio festeggiare. Per la prima volta dopo tanti anni siamo da soli, in questa ricorrenza. Come una volta.”

Tovaglia, piatti, bicchieri, il pane croccante che aveva preparato lei.

“La accendo?”

“E perché no, visto che c’è.”

La luce tremula della candela  brillò nella cucina.

“Potevamo mangiare di là…”

“Noi due soli sul tavolo grande? Preferisco averti vicino a me!”

Non ci furono scambi di doni, solo una cena semplice, ma gustosa, con qualche tocco in più rispetto ai giorni normali. Dopo il dolce, lui le impedì di mettersi subito a riordinare.

“Vieni di là per un attimo.”

“Proprio tu, che lavori sempre e non lasci indietro niente da fare!”

Si sedettero sul sofà, vicini come due fidanzati, anche se ormai i capelli erano grigi, bianchi, striati.

“Ne è passato di tempo, e ce l’abbiamo fatta.”

“Alla faccia di tutti! Dicevano che non saremmo neanche arrivati a sposarci, e invece…”

“Problemi ne abbiamo avuti tanti, ti chiedo scusa per…”

“Ma cosa dici adesso! Scuse? Non ne voglio sentire, lo sai! Sono cose del passato, le lacrime le abbiamo già versate allora, poi siamo andati avanti. Insieme, uniti, e che gli altri parlassero pure dietro e davanti. La vita era la nostra!”

“La mia battagliera…”

“Eh, battaglie. Io non sono mai stata una lottatrice, l’ho dovuto fare per… sopravvivere.”

Si guardarono, pensando a quello che era stato l’inizio difficile della loro storia. Mettersi con un pastore, vivere con un pastore. Le lontananze, le difficoltà di ogni tipo, gli “altri” intorno a loro.

“Ti sei sempre preoccupata più di quello che dovevi. Avevo ragione su quello, no?”

Lui rideva, e gli occhi erano quelli del ragazzo di allora, quegli occhi che però si adombravano e si abbassavano quando lei non ce la faceva più e tirava fuori come un fiume in piena i suoi malesseri, le sue richieste.

“Cambiamenti ce ne sono stati tanti, ma… Non è detto che sia stato tutto per colpa mia.”

“Perché dici colpa?”

“Di tante cose me ne hanno fatta una colpa!”

“Non ricominciare… Lascia perdere.”

“Tu non hai mai voluto parlarne, di questa come di tante altre cose. Il mio silenzioso…”

Gli scompigliò affettuosamente i capelli ricci.

“Adesso siamo vecchi.”

“Meglio diventare vecchi che morire giovani.”

Sulle pareti c’erano le foto di tanti anni fa: lui con il gregge in montagna, la transumanza, gli inverni in pianura.

“Il mio rimpianto è di non esserci conosciuti prima.”

“Chissà… magari non sarebbe successo nulla, magari… se fossimo stati più giovani, forse cambiavi lavoro per seguirmi. E’andata così.”

Lei si alzò. "Vado a mettere a posto in cucina, poi andiamo a letto? Sono stanca…"

Erano passati più di trent’anni da quel San Valentino quando, per la prima volta, erano andati via insieme, a cena fuori, e si erano fermati lontano da casa per la notte. Non erano due ragazzini nemmeno allora, ma forse proprio per questo l’emozione era stata ancora più grande.

“Chissà i ragazzi…”

“Eh, beata gioventù! Adesso tocca a loro!”

Andarono a dormire presto, l’indomani c’erano i soliti lavori da fare e, una cosa dopo l’altra, sarebbe arrivata di nuovo la sera.

“Buon San Valentino, amore.”

“Anche a te. Se non fossi stato un pastore, adesso…”

“Non saremmo qui. Ti ho incontrato perché eri un pastore, tutto si è basato su quello, non finirò mai di dirlo.

“Ti voglio bene, tanto, continuo a volertene.”

“Anch’io.”

Adesso vi racconto una storia 3.5

Siamo arrivati all’ultima puntata. Le precedenti 4321 spero le abbiate lette. Chissà cosa vi aspettate, come finale…

Un’altra partenza

 

“Scendiamo, è tardi, Luisa ha preparato pranzo.”

Stefano sciolse la corda legata intorno alla cavezza e diede una voce all’asino, che lo seguì docilmente. Anche gli altri animali si mossero ed iniziarono ad avviarsi lungo il sentiero.

Annalisa camminava in silenzio a fianco del pastore, con il sorriso sulle labbra.

“Adesso…”

“Adesso niente. Mangiamo pranzo, ci riposiamo un’ora, poi torno dalle pecore con Franco ed alla sera le chiudiamo nelle reti. C’è ancora erba per un paio di giorni, poi iniziamo a scendere lungo la valle. In questa stagione, da un giorno all’altro potrebbe arrivare la neve.”

“Intendevo dire, adesso tu… noi…”

“Se vuoi stare qui qualche giorno, ti dovrai adattare. I giorni della transumanza sono difficili, pieni di rischi, di problemi. Certi tratti della valle li percorriamo di notte, per non intralciare il traffico. Il nostro cammino è lungo, fino alla pianura del Veneto, e cerchiamo di metterci il più tempo possibile, per far pascolare gli animali. L’inverno è lungo da far passare. Abbiamo una roulotte, dormiamo vicino alle pecore. A volte Franco va a casa, io sto sempre lì.”

Il sorriso di Annalisa si spense.

“Ti avevo avvisata.”

Lei però era ancora convinta di farcela. Stava pensando di trasferirsi, trovare un lavoro che le permettesse di essere libera si stare con lui, di tanto in tanto. Una casa a metà strada tra i pascoli invernali e l’alpeggio. Magari trovare un alpeggio con un’abitazione civile, dove stare anche lei durante le ferie. Imparare, potergli dare una mano.

Ognuno assorto nei propri pensieri, arrivarono alla baita. C’era odore di cibo, Franco era già a tavola con un bottiglione di vino aperto ed anche Stefano se ne servì abbondantemente. Lei esitò ad entrare.

“Che fai, non ti fermi con noi? Le presentazioni non sto a farle, tanto conosci già tutti.”

Loro parlavano, discutevano sull’organizzazione del lavoro per le giornate seguenti. Luisa disse che sarebbe andata a prendere la roulotte e li avrebbe aspettati nel fondovalle. “Viene anche mio cugino, per qualche giorno potrà esserci a dare una mano.”

“E’ sufficiente che ci sia qualcuno fin quando arriviamo fuori dal paese, poi ci si arrangia, come sempre. L’assicurazione alla roulotte l’hai rinnovata?”

Mangiarono velocemente, bevendo numerosi bicchieri. Ogni tanto Franco la guardava con uno sguardo che non le piaceva per nulla.

“E’ presto… Un’oretta, poi ci mettiamo all’opera?”

“Va bene, così poi io scendo, ho delle commissioni da fare giù.”

Luisa salì con Franco al piano di sopra, con gli scarponi pesanti che facevano tremare e scricchiolare il pavimento in legno.

“Nella nostra vita, ci sono dei momenti che non hai tempo nemmeno per… andare al gabinetto. Quando c’è la transumanza, ecco, è uno di quelli. L’anno scorso ce n’era uno che voleva venire a fare un film, ma l’ho fatto scappare. Non posso mettermi a badare anche a loro, oltre alle pecore. Tanto la gente ha già l’idea che i pastori siano burberi, silenziosi… E allora chissenefrega!”

Poi, per un attimo, la guardò con uno sguardo dolce. “Non ce l’ho con te… Solo che non puoi pensare di venire qui e cambiarmi la vita. Voi donne pensate sempre di fare così. Vuoi vedermi ogni tanto? Vieni… Portami le notizie dei colleghi del Piemonte, scatta qualche foto, specialmente alle pecore, alle montagne. Mi farà piacere guardarle insieme a te. Per il resto, io sono e resto libero.”

Le passò una mano intorno alle spalle e la attirò verso di sé.

“Ascoltami: hai imparato molto, non sei più quella che era arrivata su al lago. Le pecore, la pastorizia, come dicono anche i Piemontesi, sono una malattia. Probabilmente, in qualche modo, non riuscirai più a guarirne, indipendentemente da quello che è successo oggi, indipendentemente da me. Per essere pastore però devi nascere pastore.”

“E se io cercassi di seguirti? Aiutarti quando posso? Venire a vivere…”

“Torna in Piemonte. Vivi la tua vita, esci con gli amici, vai in montagna, ogni tanto fermati a chiacchierare con un pastore, per vincere la malinconia. Trovati un uomo “normale”, uno magari con mille problemi, ma che voglia vivere tra le quattro mura di una casa, che desideri una famiglia. Non pensare di chiudermi in gabbia. Così potremo rimanere amici.”

Aveva maledettamente ragione, il pastore dagli occhi magnetici. Era duro ammetterlo, ma era la verità. Si strinse a lui, contro la sua barba, sentì l’odore del sudore, del fumo di legna bruciata, mescolati a quel profumo inconfondibile di lana, di pecora.

Quando Franco e Luisa scesero, loro erano già fuori, a guardare con il binocolo le pecore, ferme a ruminare nella conca erbosa.

“E’ venuto bene, il servizio fotografico?”

Lei si era lavata via le lacrime con l’acqua fresca della fontana che zampillava lì vicino, Stefano rispose con una battutaccia al socio e risero insieme. Non era il suo mondo, c’era un muro che la respingeva. Si fermò ancora tutto il pomeriggio, poi decise di tornare giù, da Chiara.

“Allora te ne vai… Non sono io che ti mando via, spero che tu abbia capito le mie parole.”

“Ho capito, hai ragione tu, anche se mi sarebbe piaciuto provare.”

“Te l’ho detto come la penso sul provare. Non girarti indietro, anche questa è stata una cosa utile, hai imparato qualcosa. Anch’io l’ho fatto, è sempre così, per tutto. Sopravviverai.”

“Vorrei almeno poterti trovare, sapere come fare a contattarti.”

“Succederà, se deve capitare. D’estate siamo sempre qui. Il resto del cammino è lungo, sempre uguale e sempre diverso, ogni anno. Trova tu il modo, se proprio vuoi tornare. Ogni tanto sicuramente mi capiterà di pensare a te, tu cerca di non pensare troppo a me.”

Si salutarono con una stretta di mano, cercando di non pensare a quello che c’era stato tra loro. Arrivò alla macchina che era quasi notte, il fuoristrada di Luisa non c’era più. A Chiara disse che il pastore era stato freddo, con lei, quindi aveva capito che era meglio andarsene. Proprio vero, che sono persone strane, solitarie.

Non cercò più di ritrovarlo. Aveva fatto stampare ed ingrandire una bella foto che lo ritraeva di spalle, intento a guardare verso il gregge, nella cornice delle montagne e del cielo terso di inizio autunno. Gli amici che entravano nella stanza apprezzavano sempre quello scatto, dicevano che comunicava qualcosa di profondo, metteva malinconia.

Il caso la portò ancora spesso ad incrociare il cammino delle tante greggi nomadi ed ogni volta lei si fermava per un saluto, quattro chiacchiere. Fu uno dei pastori del Piemonte a farle vedere un libro realizzato in Trentino, dove c’era anche un’immagine ed una breve intervista con Stefano.

“Sono nato per fare il pastore, dalla vita non voglio altro che poter continuare indisturbato il mio cammino insieme al gregge. Non mi infastidisce il maltempo, il freddo, gli orari, tutto quello che, per chi vede da fuori, è un sacrificio. Questo è il mio lavoro, lo conosco a fondo e mi piace. Non mi manca nulla. Non ero destinato ad una casa, ad essere sedentario. Mi chiedono sempre se non mi pesano le rinunce imposte dal mio mestiere, ma io non desidero nulla più di quello che ho.”

Era proprio lui, non era cambiato nulla.

“Ogni giorno per me è una partenza, un’altra, nel mio cammino infinito. Spero che nulla debba mai fermarlo.”

Forse non era il fatto che aveva incontrato un pastore… forse era solo quello sbagliato. D’altra parte ci sono uomini così, nati per essere liberi e non per dividere la loro vita con una compagna. In quel momento lei si vedeva con un alpinista, uno che tutti dicevano che non avrebbe mai passato una domenica con una donna al di sotto dei 2000 metri di quota. Invece il fine settimana appena trascorso erano andati sì in montagna, ma per vedere una mostra fotografica e poi si erano dedicati a scoprire piccoli angoli semisconosciuti, dove scattare foto, una passione che li accomunava. Avevano anche incontrato un gregge, che si spostava da un alpeggio all’altro. Lei così gli aveva raccontato che, un tempo, aveva avuto la passione per la pastorizia nomade.

“Non me ne avevi ancora mai parlato… Sai, qualche anno fa, mentre ero nelle Dolomiti ad arrampicare, una sera sono stato ospite di un pastore. Dormiva in tenda, io ero rimasto su per vedere il tramonto e stavo scendendo al rifugio, ma poi ho incontrato lui, mi sono messo a chiacchierare… Che tipo! Alla fine abbiamo bevuto un bicchiere insieme, un po’ di pane, formaggio, salame. Mi aveva raccontato un po’ della sua vita, del suo lavoro. Sembra impossibile che oggi, nel XXI secolo, ci sia ancora gente che fa questo mestiere.”

Allora, avete altri suggerimenti e critiche? Così ne terrò conto per i prossimi racconti. Da adesso in poi, con i miei nuovi impegni, non posso più garantire un’assiduità pari ad adesso. Cercherò di tenere aggiornato il blog, conto anche su di voi per avere immagini e storie di pastori di altre parti del Piemonte e d’Italia.

Adesso vi racconto una storia 3.4

Siamo arrivati alla quarta puntata, (le precedenti 321) credo le abbiate lette e… non è la fine! Il racconto si concluderà con la numero 5. Prima di lasciarvi in compagnia dei personaggi, ringrazio Chiara per il disegno che ritrae il (vero) pastore che mi ha ispirato (guardandone una foto, non lo conosco davvero, per cui il carattere gliel’ho inventato io) la storia.

La donna del pastore

Tornata in Piemonte, Annalisa decise di mettersi sulle tracce di altri pastori. Si fece aiutare da quella ricercatrice che le aveva risposto via e-mail e, durante le escursioni in montagna, raggiunse numerosi alpeggi dove salivano le greggi che, nell’inverno, attraversavano la pianura e le colline della sua regione. Generalmente ebbe una buona accoglienza, incontrò altri personaggi eccezionali, che la aiutarono a capire meglio la vita del pastore nomade.

“Tu sei sposato?”, chiese ad uno dei giovani.

“Chi vuoi che se lo prenda, un pastore! Non è una vita da donne… Oppure ci va una donna disposta a sopportare tante, troppe cose.”

Un altro rise e le chiese se si proponeva lei come moglie. “Sono già un po’ maturo, ma adesso non va di moda l’uomo con i capelli brizzolati?”

“Mia moglie è una santa… Gliene ho fatte passare tante, in gioventù. Un pastore, però, si sa…”

C’erano anche delle coppie relativamente giovani, che sembravano ben assortite e stabili, con bambini piccoli. Ebbe però difficoltà a parlare con loro, le donne dei pastori.

“Sei una giornalista?”.

Ovunque incontrava diffidenza, risposte brusche. Solo una Francese parlò volentieri e le raccontò le lunghe assenze, le giornate al pascolo con lui, i problemi nel seguire i figli, l’intolleranza della gente. “Da noi, nel mio paese, invece c’è più rispetto, non sei guardato male se fai il pastore. Il guaio è che non sempre posso stare con lui. Adesso che i figli sono un po’ più grandi… ma di sacrifici, quanti ne abbiamo fatti. Devi poi anche fidarti al cento per cento, del tuo uomo, perché lui non c’è mai e… chi te lo dice che non fa come le pecore, che pascolano nei prati che non sono loro? O ti fidi, oppure ti sta bene che sia così.”

I suoi amici la davano per dispersa: non partecipava più alle loro gite ed evitava di raccontare loro cosa stava facendo. Qualcuno credeva che avesse una storia d’amore in corso che, per qualche motivo, non era disposta a condividere con nessuno. In un certo senso, questa era la verità.

Pensava spesso a Stefano e provava un grande desiderio di tornare da lui. Guardava le foto che aveva scattato lassù vicino al lago, poi un giorno la sua amica del Trentino le mandò un’e-mail.

“Cara Anna, sono tornata là dove eravamo salite insieme. Di ritorno da una gita sulle vette, abbiamo incontrato il gregge con il pastore che cercavi. Un viso davvero particolare, una persona piacevole. Con me c’era una ragazza che fa la pittrice ed ha fatto questo schizzo, ho pensato che ti facesse piacere averlo. Verrai ancora da queste parti, adesso che l’autunno sta iniziando a tingere le montagne? Il pastore ci ha detto che presto sarà ora di transumanza e mi sono fatta dire dove passerà, più o meno.”

Annalisa non ci pensò due volte, la sua mente era già là. Questa volta si sentiva più forte e non si sarebbe fatta prendere di sorpresa dalle parole del pastore.

Tornò da Chiara e decise di confidarsi con lei. Non era uno degli amici che la conoscevano da una vita e le era sempre sembrata una persona sufficientemente schietta e genuina da poter anche capire la sua infatuazione per questo mondo strano, cosa che invece non riusciva ai suoi amici di città.

“In effetti, quella persona, lo Stefano, il pastore, ha un qualcosa di singolare che ti impedisce di andar via senza più pensare a lui. Vuoi che venga con te domani o preferisci tornare da sola?”

Annalisa provò prima la carta dell’incontro casuale a due. Salì dove l’amica le aveva indicato e, questa volta, aveva già imparato a leggere i segni della presenza del gregge. Coglieva anche nell’aria i suoni e gli odori di questo mondo, che sembrava potesse appartenerle, nonostante tutto.

Fu con grande soddisfazione che riuscì ad arrivare all’accampamento del pastore: questa volta si trattava di una casa in pietra, un edificio che aveva visto sicuramente giorni migliori, intorno al quale era ammassato un po’ di tutto in un gran disordine. Era il mattino presto, era partita dall’auto prima dell’alba ed aveva notato un vecchio fuoristrada ammaccato ed infangato, chiaramente un’auto da pastore.

Tutta la sua sicurezza svanì nel vedere uscire dalla casa una donna robusta, con i capelli legati a coda, una maglietta a maniche corte ampia, piuttosto sbiadita, dei jeans aderenti che faticavano a trattenere il loro contenuto. La donna urlò qualcosa ai cani che abbaiavano, legati alla catena, e si avviò sul retro.

Annalisa si avvicinò titubante e cercò di sorridere alla donna, quando riapparve.

“Buongiorno… Chiedo scusa per il disturbo, io cercavo il pastore.”

“Mio marito adesso non c’è, è già salito su dagli animali, oggi li spostano più in basso, tra pochi giorni si scende.”

La testa le sembrò di colpo vuota, leggera, un brivido la scosse.

“Sono venuta a dare una mano anch’io, per la transumanza lo faccio sempre, poi d’inverno giù nel piano si arrangiano, da me viene solo a farsi lavare la roba quando proprio sta in piedi da sola. Per il resto, in tutto l’anno lo vedo poco, solo d’estate sta con me, perché su resta solo il suo socio.”

“Ma allora suo marito… non è Stefano!”. Annalisa aveva ripreso a respirare.

“Ma per carità! Il mio uomo è il Franco. Lo Stefano non ha mogli, a lui bastano quelle degli altri!”

La risata sguaiata della donna la infastidì. Voleva andarsene immediatamente da quella baita, salire su, respirare l’aria frizzante di settembre.

“Se vuoi andare su da loro, segui il sentiero. Stamattina tirano giù gli animali nel piano, poi forse domani o il giorno dopo iniziano a scendere. Sei una fotografa?”

“Sì… Vengo dal Piemonte, avevo già incontrato Stefano quand’era nell’altro vallone, al lago.”

Salutò e riprese a salire. Era contenta di sapere che il suo pastore era libero, così come le aveva detto, e cercava di non pensare al fare ammiccante della donna quando aveva parlato delle mogli degli altri. Dicerie… Gelosie, mai ascoltare le voci della gente.

Finalmente, ecco il gregge. I cani lo stavano radunando, lassù in alto… Adesso Annalisa aveva imparato ad apprezzare i disegni creati dagli animali in movimento, la destrezza dei cani, sentiva come proprio di quel paesaggio il rumore delle campanelle e dei belati. Lo stesso panorama, senza quei suoni, le sarebbe sembrato privo di qualcosa di fondamentale.

Quando arrivò più vicina al gregge, agitò una mano in segno di saluto. Dall’alto, una voce le rispose: “Oh, la mia Piemontese! Alla fine mi hai ritrovato!!”

Gli uomini scesero, Franco era un uomo tutto di un pezzo, dai lineamenti grossolani di certa gente di montagna. Aveva un che di ironico nello sguardo, sembrava che, guardandole, giudicasse le persone allo stesso modo di un animale da vendere o da acquistare. Il cappello di feltro verde che gli copriva la fronte aveva perso la sua forma originaria, a forza di star posato lì, e la camicia a quadri era aperta sul davanti a mettere in mostra una grossa catena d’oro con un crocifisso. La stretta di mano era micidiale e, sul viso abbronzato, si aprì un sorriso sarcastico.

“Una donna che viene dal Piemonte per lo Stefano…”

“E’ una specie di fotografa, mi aveva incontrato quasi per caso, quando ero di là al lago, nella tenda!”

“Ah… Ed adesso sei tornata per la transumanza? Io sono Franco, il suo socio. D’estate faccio le ferie, torno al mio paese per stare un po’ con mia moglie e prepararmi all’inverno. Aiuto mio fratello con le vacche, invece lo Stefano qui, lui le pecore non le molla mai!”

“Sì, ho conosciuto sua moglie, l’ho incontrata giù alla casa…”

“Vuoi venire con me? Devo salire là a prendere le mie cose, carico tutto sugli asini, sono ancora lassù.”

Stefano la invitò a seguirla, lei non rifiutò, ma colse lo sguardo malizioso con cui il socio sottolineò la cosa.

“Ci vediamo giù per pranzo.”

Per il primo tratto di sentiero, nessuno dei due parlò, poi fu lei a prendere l’iniziativa.

“Ho conosciuto tanti pastori dalle mie parti… Tutte le volte che potevo, andavo a cercarne uno. Forse ho preso quella che loro chiamano la malattia, perché adesso sogno le pecore persino di notte, qualche volta.”

“E’ così che comincia… Ma non tutti riescono ad andare avanti. Ce n’è uno giovane di qui che vuol vendere tutto prima di scendere dalla montagna. Va bene a noi, perché giù in Veneto ci contendevamo i pascoli. Come sempre, tra noi colleghi siamo tutti amici e nemici nello stesso tempo.”

Iniziarono a parlare di pastori e pastorizia, della stagione, degli alpeggi del Piemonte, di quello che lei aveva imparato chiacchierando con l’uno e con l’altro.

“Hanno problemi come qui da noi? Adesso che iniziamo la transumanza, è finita la pace… Franco si perde i mesi più belli, dice che va in ferie, ma le mie vacanze sono queste.”

Lei raccontò di quello che aveva avuto un incidente mentre risaliva la valle, che era stato investito con i suoi animali da un pazzo ubriaco e drogato alla guida, poi dell’altro, ormai anziano, che si ostinava ad andare in alpeggio, perché voleva morire tra le sue pecore, piuttosto che cederle al commerciante per due soldi e sapere che quelli poi li avrebbero mangiati i suoi figli, giovani ingrati che facevano quasi finta di non avere un padre pastore.

“Tutto il mondo è paese… Nonostante quello, tu sei tornata qui da me. Non l’hai trovato, un pastorello dalle tue parti? Uno meno selvatico di me?”

“Io non sto cercando un pastorello!”

“E fai bene… Te l’ho detto, siamo gente un po’ così. Ci piacciono le donne, sicuro, ma non è detto che sia sempre la stessa! Non l’hai scoperto, quello, dalle tue parti?”

“Ho trovato un po’ di tutto. Famiglie, giovani, anziani soli, pastori con le donne che li aspettano a casa…”

“Aspetta e spera!”

“Perché dici così?”

“Il Franco, d’inverno, ogni tanto va a casa, ma ha anche varie amiche in giro. E non pensare che la Luisa stia indietro… Finché va bene a tutti e due…”

Abbandonarono l’argomento e tornarono a parlare dell’estate, dei pascoli, dell’orso e del lupo. Arrivarono alla baita, Stefano chiamò gli asini e caricò sul basto la tenda, varie masserizie, poi chiuse la porta con una catena e lucchetto.

“Su di qui, ai pastori danno solo le montagne peggiori. Dove ci sono le strade e le malghe belle, quelli sono posti da vacche, da formaggi, masi e agriturismi. Va bene che almeno qui c’è erba buona, il problema è che tocca camminare un paio d’ore.”

Si passò la mano nei capelli e la guardò.

“Ma tu… pensi davvero che potresti fare questa vita? Cosa ci fai qui? Sei stata al pascolo in un giorno di tormenta? Sai cosa vuol dire l’inverno, per un pastore vagante? No, non te lo immagini nemmeno…”

Gli era cresciuta la barba, come nel disegno mandato da Chiara. Era la persona più affascinante che avesse mai visto e, anche se continuava a negarlo persino a sé stessa, quella che provava non era solo curiosità, ma un sentimento molto più profondo.

“Sei una bella donna, simpatica. Hai carattere, altrimenti non saresti arrivata fin qui. Ma questa determinazione, pensi che ti basti per vivere al fianco di un pastore? E poi… io amo troppo la mia solitudine. Non ti voglio prendere in giro: non credo di poter vivere accanto ad una donna dicendo “per sempre”, non è cosa che fa per me.”

“Nemmeno… provare?”

Eccola, la sua risata, quella che brillava negli occhi.

“E’ la cosa più stupida da dire. Questo non è un mestiere che provi. Una volta che hai le pecore, devi andare avanti assecondando i loro bisogni. Non puoi deluderle… e nemmeno rivenderle se non ce la fai. Cioè, quello sì, ma vorrebbe dire far ridere i commercianti. Con una donna dev’essere uguale, per me. Io non me la sento, quindi non provo, preferisco continuare così. Magari, da vecchio, mi pentirò, ma almeno me la prenderò solo con me stesso e saprò che non ho deluso o fatto soffrire nessun altro.”

“Stai facendo soffrire me…”. Ecco, l’aveva detto.

“Ti sembra soltanto. Non sono nessuno, per te. Potevo rimanere una foto in bianco e nero sul giornale, come quella di un attore o di un cantante.”

“Invece no, ci sei, sono qui che ti parlo e siamo noi due, da soli.”

L’asino ragliò proprio in quel momento e tutti e due scoppiarono a ridere all’unisono. Quella risata li avvicinò come nient’altro prima e lei si ritrovò a perdersi negli occhi di lui, finalmente senza abbassare lo sguardo.

…Continua…

Per qualche giorno il blog non verrà aggiornato. Domani sarò al convegno in Valle Orco, poi sulle orme di vari pastori. Il perchè ve lo racconterò la prossima settimana, ma non so come e quando tornerò on-line.

Adesso vi racconto una storia 3.3

Prima di parlarvi di trattative, incontri e difficoltà dei pastori, sfuggiamo per qualche istante alla realtà ed andiamo avanti con il racconto del quale mi chiedete a gran voce il seguito (qui la prima e la seconda puntata).

Il pastore passa e va

 

Anche per una allenata come lei, era difficile star dietro al passo del pastore. Lo seguì in silenzio, camminando dopo i cani che gli stavano vicini. Non c’era nulla che stesse andando per il verso giusto e, quell’uomo, dal vivo la sconvolgeva ancora di più che non in foto.

Un berretto di lana marrone conteneva a fatica i capelli neri, sul volto segnato dal sole e dal vento, la stessa barba nerissima, di pochi giorni. Spalle larghe, corpo muscoloso, atletico, slanciato. Camminava senza fatica, appoggiandosi con naturalezza al bastone, con la maglia di lana buttata di traverso sulla spalla.

“Ti interessa la pastorizia? Ecco un gregge. Conosci le razze delle pecore?”

“Io… Ti stavo dicendo che sono venuta qui a cercare te. Non conosco le razze, non so mungere, non ci capisco nulla di tutte queste cose, anche se ultimamente ho letto molti libri sui pastori. Un giorno ho visto una tua foto ed ho sentito che dovevo cercarti, tutto qui. Avevo pensato a cento altri modi in cui dirtelo, ma non ne sono stata capace, così mi sono limitata ai fatti. Non so niente di pastori e pastorizia, sei il primo con cui parlo, che faccia questo mestiere. Se lo vorrai, mi racconterai tu qualcosa, altrimenti adesso me ne vado e…”

“Calma, calma, le cose fatte di fretta vengono sempre male. Siediti qui. La vedi quella pecora? Tra pochi giorni partorirà. Io preferirei che non mi nascessero gli agnelli in montagna, dove è più pericoloso perché c’è l’aquila, la volpe… Tra una settimana o poco più, mi sposto dall’altro versante e non so se l’agnello ce la farà a seguirmi. La pastorizia è un mestiere fatto di tante piccole cose come questa. E’ una grande passione, una malattia per le bestie. Ti sacrifichi per loro, ma lo fai con piacere. Se non ami questa vita, non puoi improvvisarti pastore. Quando ho scelto di diventare pastore ero un bambino… Me lo sono sentito dentro, vedevo le greggi passare, dovevo seguirle. Un vecchio pastore, il Toni, mi ha fatto da padre e da maestro. Ogni tanto, quando sono giù nel piano, scappo una sera dalle pecore e vado a far festa con gli amici. Oppure un mattino vado ad una fiera, le bestie aspettano qual paio d’ore in più. Parliamo, beviamo qualche bicchiere, ma tutti i giorni io ci devo, essere, con i miei animali. Questa è la pastorizia. Le mie bestie non hanno mai visto una stalla, mai! Sono libero, ma la mia libertà finisce dove iniziano gli obblighi verso le mie pecore. Guardale, come sono belle.”

L’uomo guardava il gregge ed i suoi occhi adesso avevano il colore verde dell’acqua del lago, con l’erba che si rifletteva nello specchio d’acqua. Lei gli guardò le mani grosse, forti, profondamente segnate, con una cicatrice che risaltava chiara sulla pelle scurita dal sole.

“Dal Piemonte… Perché hai visto una foto?”

Lei prese dallo zaino il portafogli e tirò fuori il ritaglio di giornale, ormai consumato.

“Ah, quella che mi ha fatto il Carlo! E’ un fotografo di Trento. So che poi è uscita una mostra ed un libro, me l’avevano regalato. E tu sei venuta qui per questa? Ma sei un po’ matta, dimmi un po’…”

Fischiò, ed i cani fecero girare le pecore.

“Mi ha colpita il tuo sguardo, ecco tutto. Non ho mai visto degli occhi così.”

Sentendosi sempre più stupida, Annalisa arrossì come un’adolescente. Cosa ci faceva lì? Era stata tutta una follia. Però non riusciva ad andarsene da quella pietra, provava un’attrazione indicibile per quell’uomo che stava parlando con lei come se la conoscesse da sempre e non dimostrava sorpresa, fastidio o rabbia nei confronti delle sue parole sciocche.

“I miei sono occhi di pastore, che guarda lontano, verso la sua meta di fine giornata. Non sa dov’è, così la cerca con lo sguardo. Quelli come me non conoscono il loro futuro: ignorano cosa porterà loro la giornata che stanno vivendo, non osano nemmeno pensare al domani. L’occhio del pastore deve saper cogliere ogni dettaglio per individuare l’animale che sta male prima che sia troppo tardi. O accorgersi di una mancanza nel gregge.”

La donna era ancora una volta sorpresa. Pensava che il pastore non la prendesse sul serio, che la considerasse una povera pazza, ed invece le aveva dato la risposta alla domanda che era nata in lei quando aveva visto quegli occhi per la prima volta. Adesso sapeva cos’era quello sguardo, da cosa derivava. Nello stesso tempo, lo temeva ancora di più, perché aveva paura che potesse leggerle dentro.

“Noi pastori dobbiamo capire i nostri animali. Loro non parlano, o meglio, lo fanno in un modo che noi non siamo in grado di comprendere. E così li studiamo, tutto il giorno. Se non ci sono problemi, ci limitiamo a sorvegliarli, che non scappino, che non bruchino quello che non devono. Altrimenti una testa alzata dal pascolo, uno sguardo fisso è sufficiente a dirci che c’è qualcosa che non va, quell’animale sta male.”

“Ma, la tua vita… Ci sono solo le pecore?”

“E’ la classica domanda che mi fanno tutti. Sì, ci sono quasi solo loro. Vivo per il mio gregge, mi sacrifico per lui. Te l’ho detto, mi piace far festa quella volta, andare ad una fiera, ospitare un gruppo di amici qui in montagna, perché mi raccontino la novità. Ma poi la mia vita è il mio mestiere, e sono felice così.”

Annalisa prese coraggio. “Però, una famiglia…”

“Ci sono pastori che ce l’hanno, qualcuno ha anche la moglie insieme, nelle pecore. Sono dei casi rari, donne che venivano già da famiglie di pastori. Però, se hai dei figli piccoli… No, io ho scelto un’altra strada. Non puoi chiedere alla tua compagna di fare una vita così. Una donna… la prima cosa che ti chiede, è di cambiare lavoro.”

“Perché dici così?”

“L’ho già sperimentato di persona ed allora ho detto basta. Il pastore passa e va, di donne sul suo cammino ce ne saranno sempre, ma una al suo fianco… o è destinata ad attese di settimane, mesi, o è condannata ad un’esistenza che non riesce a sostenere per sempre. Così va a finire male, io non voglio soffrire o far soffrire. I patti sono chiari fin dal primo giorno.”

“Ma che razza di discorso è questo? Tu allora non hai mai conosciuto il vero amore, quello che…”

“Sentimi bene, Annalisa dal Piemonte. Fino a qualche ora fa, io non sapevo nemmeno che tu esistessi ed io, per te, ero un ritratto su di un foglio di giornale. Adesso sei qui che mi fai la morale? Il temporale è passato… io non ti mando via, ma se stai qui possiamo parlare di tante cose, anche della mia vita, ma non mi devi giudicare, perché non mi conosci.”

Mortificata ed arrabbiata con sé stessa, perché il discorso continuava a prendere delle vie impreviste ed imprevedibili, cercò di correre ai ripari.

“Scusami, è che parlare con te… Non sono abituata a gente che mi si confidi così tanto, senza nemmeno conoscerci.”

“Ti è capitato un pastore chiacchierone, ma solo quando ne ha voglia. Se non fosse stata giornata, probabilmente saresti scesa a valle senza nemmeno trovarmi. Oppure ti avrei risposto con poche parole, fino a stufarti e mandarti via.”

Rise di nuovo, e gli occhi brillarono.

Chiacchierarono fino al tardo pomeriggio, poi lei decise di scendere a valle.

“Come posso rimanere in contatto con te?”

“Sei stata capace di trovarmi una volta… magari ci riuscirai ancora. Io il telefonino non ce l’ho, una casa ed una residenza nemmeno. Se veramente vorrai incontrarmi…”

“Dimmi almeno dove, quando!”

“Te l’ho spiegato, il pastore non sa mai dove e quando. Più o meno sto in montagna fino alla fine di settembre, alla prima neve… poi giù, lungo i fiumi, ed ancora in pianura. Cercami.”

Non riuscì ad ottenere nulla di più di quelle parole. Stava per andarsene, quando le venne in mente di non aver neppure scattato una foto.

“Posso…?”

“Fa come ti pare, ma non chiedermi di mettermi in posa.”

Lo salutò stringendogli la mano, quella di lui era calda, forte. Sentì il suo sguardo che la seguiva fino a quando il sentiero la portò fuori dalla sua vista. Scese con le sue parole che continuavano a rimbombarle nella testa. Senza dubbio aveva incontrato una persona eccezionale, ma cosa poteva fare adesso?

…Continua…

Adesso vi racconto una storia 3.2

Ci eravamo lasciati con un …continua… (qui la prima puntata).

Il temporale sul lago

 

La vita continuava, ma Annalisa aveva dedicato molto tempo alle sue ricerche. Adesso sapeva che il pastore si chiamava Stefano, aveva persino trovato uno spezzone di un’intervista che lo riguardava, sempre in internet. Trentotto anni, senza famiglia: “…la mia vita sono le pecore. Il telefonino? Mai avuto. La tv? Sì, quella delle stelle.

Ormai sapeva parecchie cose anche sulla pastorizia e sui pastori nomadi, perché aveva letto tutto quello che era riuscita a trovare sull’argomento, però non ne aveva più fatto parola con nessuno degli amici e conoscenti, da quando aveva visto che riceveva solo sguardi perplessi e commenti ironici. Non poteva nemmeno dar loro torto: la sua ormai era una fissa, una specie di follia, un qualcosa di inspiegabile da cui non riusciva a liberarsi. Doveva incontrare quel pastore e guardare di persona nei suoi occhi.

Per qualche settimana era uscita con un ragazzo, un amico di amici che le era stato presentato ad una festa, ma ultimamente aveva lasciato passare molto tempo tra un incontro e l’altro e non sempre rispondeva alle sue telefonate. Non voleva ammetterlo nemmeno a sé stessa, ma la causa del poco interesse per quel bravo ragazzo simpatico era… lui, il pastore Stefano.

“Vado a trovare un’amica in Trentino, una che ho conosciuto su di un forum di montagna in internet…”, aveva detto a tutti. Non era del tutto una bugia, perché Chiara esisteva davvero e, con lei, aveva effettivamente combinato di salire all’alpeggio dove avrebbe dovuto incontrare Stefano.

Si sistemò in una piccola pensione a gestione famigliare, poi andò a trovare l’amica ed organizzarono la gita. Era però ancora troppo presto e, all’inizio di luglio, lassù ai laghi non c’era traccia delle pecore. Parlarono con il gestore del rifugio, che confermò la presenza del gregge.

“C’è un pastore tutti gli anni, ultimamente è lo Stefano, uno della Valtellina. Non so se però salirà lui anche quest’anno… Comunque, di solito arrivano più tardi, verso fine mese, prima sono nell’altra vallata, poi passano dal colle e stanno qui per un po’.”

Annalisa in cuor suo gioì della cosa, perché voleva incontrare Stefano da sola. Concluse la gita con Chiara, passò ancora una bella serata in sua compagnia, poi le disse che avrebbe girato per qualche giorno da sola, si sarebbe fatta viva eventualmente per organizzare un’altra gita, aveva altre amiche da incontrare.

L’indomani cambiò vallone. Con un batticuore che non ricordava fin dai tempi delle medie(quando aveva deciso di invitare al suo compleanno quel biondino dell’altra classe), iniziò a salire lungo il sentiero che sperava potesse condurla da lui. Le sue letture non l’avevano preparata a sufficienza, altrimenti avrebbe saputo interpretare tutti quei segni che le parlavano lungo il sentiero: i cespugli brucati, la corteccia strappata ed incisa dai denti delle capre, i sentieri paralleli sul versante, frutto di anni ed anni di pascolamento ovino. Poi i luoghi dove il gregge aveva sostato, dove il pastore aveva chiuso gli animali durante la notte. Ciuffi di lana impigliati nei rami bassi dei cespugli, gli escrementi tondeggianti di pecore e capre, quelli più grossi degli asini.

Annalisa saliva di buon passo lungo il sentiero, tendeva le orecchie per sentire i belati, i cani, ma il vento non portava suoni. Il bosco si apriva su delle vaste distese erbose, più in alto si innalzavano le pareti dolomitiche, le nuvole si specchiavano nei laghi. Già, le nuvole… Il cielo si stava coprendo. Ma dov’era il gregge? Aveva di nuovo fallito? Armeggiò nello zaino e prese il binocolo: per lunghi minuti percorse invano i fianchi delle montagne, poi salì ancora fino al lago superiore, per vedere se vi fosse qualcuno, una baita, qualche traccia degli animali e dell’uomo. Rapidamente il cielo stava cambiando colore e nuvole gonfie di pioggia scendevano dalle montagne, mentre il vento iniziava a soffiare. Non lontano dalla sponda del lago, vide una tenda vicino alla quale pascolavano tre asini. Iniziavano a cadere i primi goccioloni di un violento temporale estivo ed, anche se era attrezzata con gli indumenti adatti, per un attimo Annalisa si sentì smarrita. Il coprizaino color argento e la mantella a poncho la riparavano a sufficienza, ma avrebbe preferito trovare un qualche riparo. Si guardò intorno, non c’era l’ombra di una malga né di un rifugio. Tornare a valle, adesso che forse era arrivata?

“Vuole prendersi tutta l’acqua addosso stando qui, oppure il temporale le fa più paura di un brutto pastore sporco e puzzolente come me, e così accetta un mio invito?”

Si girò e lui era lì. Le pecore erano dall’altra parte del lago, stavano sparpagliandosi sui dossi erbosi, ma lui ed i suoi cani erano diretti alla tenda.

“Oggi proprio non ci ho preso, con le previsioni, così ho lasciato giù l’ombrello… Sa, gli ombrelli da pastore sono pesanti quando sono asciutti, e bagnati sono ancora peggio. Se proprio non piove già dal mattino, uno preferisce lasciarli giù. Mentre sono qui però vado a prepararmi un caffé caldo in tenda. Se vuole approfittarne…”

“Io, veramente… Grazie, sì… Non pensavo neanch’io che venisse a piovere, non ho guardato le previsioni…”

Mentalmente si dava della stupida. Tutti questi mesi a fantasticare su questo incontro, e poi adesso era lì a farfugliare, mentre lui chiacchierava spedito, senza timidezza o ritrosia e faceva fare a lei la figura dell’incapace.

“Arriva anche la grandine: quando il temporale scende di là, è grandine di sicuro.”

Un fulmine seguito a breve dal tuono squarciarono la valle. Non esitò ad entrare nell’anticamera della grossa tenda, dove lui stava già togliendosi la cerata ed il cappello. Il famoso sguardo era lì che la trafiggeva e si posava sul suo volto rigato dalla pioggia, sui capelli incollati sotto il cappuccio, sul corpo infagottato dalla mantella. Due laghi di montagna, come si era immaginata, ed adesso avevano il colore dell’acqua scura sotto le nuvole del temporale.

“Grazie ancora, io…”

“Aspetta a ringraziare, non hai ancora assaggiato il mio caffé! O magari preferisci un tè?”

Era passato al tu senza esitazioni. C’era un tavolino da campeggio, il fornello, una pagnotta già tagliata, una bacinella per terra, una scodella, una bottiglia di vino in un angolo.

“Se invece preferisci un buon bicchiere, c’è anche quello, perché il pastore difficilmente è astemio.”

“No, no, il caffé va benissimo. Io sono…”

“Una che si è persa, sembrava. Oppure che ha perso qualcosa. Ti ho vista salire, sembrava che cercassi qualcosa.”

“Mi hai vista…?”

“Al pastore non sfugge mai nulla. Dev’essere così, per non perdere un agnello, un animale debole, zoppo, saperlo vedere nel gregge, seguirlo al pascolo, individuarlo tra mille.”

“Mille? Hai così tante pecore nel tuo gregge?”

“Ah, non so… Quando provo a contarle, mi stufo e mi vien voglia di andare a letto. Magari, se stai qui con me stasera, le contiamo insieme e…”

Rise, e negli occhi si accese una miriade di stelline luccicanti. Annalisa non ce la faceva a sostenere quello sguardo, per ben due volte aveva distolto gli occhi quando avevano incrociato quelli di lui.

La caffettiera iniziava a sibilare e gorgogliare, lui le si parò davanti.

“Non è che cercavi me? Mi sa di sì… Mi guardi come se mi conoscessi, io però non so chi sei, ti avessi già vista, me lo ricorderei, perché non dimentico mai una faccia, tanto meno di una donna!”

Lei rimase senza fiato.

“Io, veramente, sì, cioè. Ah, accidenti! Non so come iniziare il discorso. Intendo dire… Ti conosco, ma…”

“Magari bevi il caffé, levati ‘sta mantella tutta bagnata, poi ti do anche un bicchiere di vino ed allora poi mi racconti tutto. Io non ho fretta, sono abituato a far passare il tempo mentre guardo gli animali al pascolo.”

Lei obbedì come un automa. Dopo il bicchiere di caffè caldo zuccherato, prese anche il bicchiere di vino che lui le aveva posato sul tavolo.

“Io mescolo… caffé e vino, una meraviglia. Allora, che mi dici di te?”

“Mi chiamo Annalisa.”

Lui non rispose e non fece cenno di presentarsi.

“Vengo dal Piemonte… Mi piace andare in montagna e… sì, insomma, mi sto interessando di pastorizia.”

“Sei una giornalista? Una dell’università? Qui ogni tanto ne arrivano… Con la macchina foto, con i questionari, fanno un sacco di domande e se ne vanno pensando che i pastori si lamentino sempre, mentre dovrebbero essere felici della bella vita che fanno. Tu però sei arrivata con il temporale, quindi vedi già subito che le cose non vanno proprio sempre bene. Però… di pastori dalle tue parti ce n’è abbastanza, senza correre fin quassù da un tipaccio come me. Lo sai che, se ti facessi sparire nel lago, nessuno ti troverebbe? E’ un posto poco frequentato, questo!”

Rise di nuovo, ma era una risata gentile, che si contrapponeva alle parole minacciose dette poco prima.

“Sto scherzando… I pastori sono pericolosi sono nei confronti di altri pastori.”

Lei aveva mille cose da dirgli, ma non sapeva come fare. Fuori il temporale si stava già allontanando e rombava nel fondovalle. Un asino ragliò forte ed il pastore si riscosse.

“E’ stato un piacere. Non sopporto quelli che parlano tanto. Vieni a vedere le pecore o prosegui la gita?”

Aveva già fatto sparire bicchieri e caffé, aveva ripreso il bastone e stava uscendo.

“Ma io sono venuta qui per incontrare te!”

“Sì?”

Gli occhi la trafissero da parte a parte.

“…allora vieni in là, ed intanto mi dici…”

(…Continua…)

Adesso vi racconto una storia 3.1

Un regalo per l’Epifania. Un nuovo racconto, questa volta a puntate. Non è ancora stato scritto tutto, ma io so già come andrà a finire. E’ un altro esperimento da parte mia, perchè questa volta più che mai ho lasciato libera la mia fantasia. Fatemi sapere che cosa ne pensate e… ditemi se il seguito vi interessa! Come sempre, prima dei racconti, leggete le avvertenze!

Un ritaglio di giornale

 

Annalisa stava preparandosi per andare in montagna. Era la prima gita invernale dell’anno, quindi era andata a prendere nell’armadio gli scarponi pesanti, adatti alla camminata nella neve che aveva in mente. Era tutto pronto: lo zaino, le racchette, i bastoncini. Meglio però dare un po’ di liquido impermeabilizzante sugli scarponi… Così li tirò fuori dalla scatola, però, nell’infilare la mano all’interno, si accorse che c’era ancora la carta di giornale rimasta lì dall’anno precedente. La estrasse velocemente, ma lo sguardo cadde su di un’immagine . Posò lo scarpone e cercò di stendere il foglio di carta. Questo si lacerò: era fragile, in parte scolorito dall’umidità, ma quel volto, quegli occhi…

Era la pubblicità di una mostra fotografica e Annalisa non riuscì a leggere dove si era tenuta. Due occhi magnetici, dolci e penetranti nello stesso tempo, un viso con la barba di pochi giorni, un cappello, un mantello, poi non si vedeva il resto della figura.

“Pastori”, diceva il titolo della mostra. Ma non si leggeva il nome dell’autore, il luogo, le date.

Continuò le sue operazioni, lasciando il foglio stropicciato sul tavolo. Più tardi andò a cercare su internet, per trovare informazioni riguardanti la mostra.

Ebbe fortuna, dopo non molte ricerche aveva appuntato su di un foglio scarabocchiato il nome del fotografo, il suo indirizzo e-mail, un paio di altri riferimenti di persone che si occupavano di pastorizia. Nello stesso tempo, sotto i suoi occhi erano passate decine e decine di foto con greggi immensi, in cammino sulle strade, lungo i fiumi, tra le nebbia, nella neve e sui pascoli alpini.

Era ora di andare a letto, l’indomani la sveglia sarebbe suonata presto e gli amici l’attendevano in piazza. Nella notte quegli occhi tornarono a visitarla: la guardavano, le leggevano dentro e la turbavano, muovevano qualcosa di profondo nel suo cuore.

Si svegliò prima del suono della sveglia e fece che alzarsi, visto che mancava una decina di minuti all’ora prevista. Preparò il thermos di tè caldo, i panini, il cioccolato, fece colazione cercando di evitare quel pezzi di carta lì sull’angolo del tavolo.

“Chi sei? Cosa vuoi da me? Lasciami in pace!” esclamò alla fine.

“Mrrrr?”, miagolò interrogativo il gatto, pensando che la padrona ce l’avesse con lei.

In auto, con gli altri, era abbastanza taciturna.

“Che c’è, Anna? Dormito male?”

“Mah… Strani sogni. No, niente.”

Il paesaggio era incantato, la galaverna scintillava sugli alberi e, alla nebbia del fondovalle, aveva fatto seguito uno splendido cielo blu ed un sole che faceva brillare la spolverata di neve fresca della notte.

Il gruppo si mise in cammino lungo la strada innevata, alternandosi a batter pista nella neve fresca. Oltrepassarono un villaggio abbandonato, con case semi crollate ed un fienile dove c’erano ancora delle balle stipate, di un giallo oro che contrastava con il candore del paesaggio.

Gli amici chiacchieravano allegri, Anna vedeva quegli oggi dappertutto, persino nella neve.

“…dicci un po’… Non è che sei innamorata, eh? Mi sembri su di un altro pianeta, oggi!”

Marco si era avvicinato e stava scrutando attentamente l’amica. “Sei di nuovo alle prese con un’altra storia senza speranza?”

Tutti risero benevolmente.

“No, è che… niente, lasciamo perdere. Mi è successa una cosa strana, ma non c’è niente, è meglio dimenticarla e non pensarci più.”

A volte però ci sono dei segnali che sembrano bersagliarti e, più cerchi di evitare una cosa, più ti si presenta sotto diversi aspetti. La comitiva chiacchierava allegramente, si commentavano le condizioni della neve, le gite compiute da amici comuni, i film visti al cinema recentemente.

“L’avete già visto, voi, quel film che ha avuto tanto successo? Quello girato in Val Maira, che parla di un pastore che va a stabilirsi in un villaggio di montagna e riceve un’accoglienza diffidente da parte della comunità che vi abita?”

“Ah, sì, “Il vento fa il suo giro”. Bello, splendide le immagini… La storia però è un po’ lenta, non succedono grandi cose…”

“Non puoi mica girare un film d’azione ogni volta! E’ di una delicatezza e di una poesia… Secondo me ha dei personaggi molto azzeccati, specialmente nei ruoli di contorno, le gente del paese.”

Anna si era di nuovo rabbuiata. Un pastore? E’ vero, aveva sentito nominare quel film, ma non l’aveva ancora visto.

Intanto erano arrivati ad un altro villaggio, immerso nella neve, dove però si levava un filo di fumo da uno dei camini. C’erano dei cavalli che si aggiravano intorno alla fontana, qualcuno aveva messo delle balle di fieno in una greppia ed alcuni animali stavano mangiando.

“Guarda che belle sculture!”

Sui muri delle case, qua e là era intervenuta una mano umana in tempi recenti, aggiungendo dei bassorilievi con scene di vita di montagna: la raccolta del fieno, il taglio della legna e la pastorizia. Anna, per qualche istante, ebbe la sensazione che il volto che occupava la sua mente sarebbe uscito dal vicolo tra le case entro pochi istanti. Invece c’era solo un cane che abbaiava rabbioso, da qualche parte più in basso.

Gli amici proseguirono la gita, raggiunsero il colle, mangiarono pranzo sotto il sole caldo, riposarono per qualche tempo e poi si avviarono sul cammino del ritorno. Invece del lungo percorso della salita, la prima parte della discesa avvenne con una corsa spensierata giù per il pendio, nella neve fresca e soffice. Sulla strada si fermarono ad aspettare i ritardatari, ma Marco continuava a fissare Anna. “Prima di arrivare alle macchine, mi devi però dire cosa c’è.”

“Ma niente, ti dico… Una serie di strane coincidenze, ma sono cose senza senso.”

“Però ti hanno turbata.”

Nell’attraversare la borgata dei cavalli, questa volta incontrarono anche il loro proprietario: un artista amante degli animali e della montagna, rifugiatosi lassù per vivere appieno le sue passioni.

“E’ vero, sono bloccato dalla neve, ma non mi dispiace. E’ da qualche anno che sto qui, per qualche tempo ho avuto la compagnia dell’ultimo abitante, un vecchio pastore, ma è morto lo scorso inverno ed adesso sono solo. Però ci sono loro e tutti gli altri animali selvatici. Poi, dalla primavera, tornano su i margari con le loro bestie, i pastori…”

“C’è un pastore che viene qui…?” osò chiedere Anna.

“Sì, un ragazzo della valle, un tipo di poche parole, gira gli alpeggi più alti, quelli abbandonati.”

“E d’inverno?”

“Ah, non lo so… Scenderà in qualche stalla, non gli ho mai chiesto. Ho fatto qualche foto quando passa in transumanza, mi servono come ispirazione per i miei lavori.”

Durante la discesa, Anna si confidò con gli amici.

“Ho trovato una foto, la foto di un pastore. Era su di un vecchio giornale, ma non riesco a togliermi dalla mente quel viso, quello sguardo. Ho deciso che lo devo trovare, sapere chi è.”

“…magari è una foto vecchia, adesso ha 70 anni…”

“Non importa, voglio sapere chi c’è dietro a quello sguardo. Sai, come per tutte le cose che sono state scritte sulla Gioconda… C’è gente che sviene davanti a quel quadro. Bene, io invece sono rimasta sconvolta da quella foto.”

Gli amici un po’ risero, un po’ la presero in giro, poi arrivarono alle macchine, scesero a valle, si fermarono in un bar a bere una cioccolata e ciascuno tornò a casa.

Anna accese il computer e scrisse un’e-mail al fotografo.

“Buonasera. Mi chiamo Anna, per caso ho visto una pubblicità della sua mostra tenutasi lo scorso anno, quella sui pastori. Volevo sapere come trovare il catalogo e, se fosse possibile…”

No, non poteva chiedergli il nome del pastore. L’avrebbe scambiata per una povera pazza…

“…e, se fosse possibile, avere da lei qualche informazione sui luoghi dove sono state scattate…”

Magari sul catalogo c’era scritto tutto. Cancellò di nuovo. Ringraziò e salutò.

Passavano i giorni, non ricevette nessuna risposta dal fotografo. Allora scrisse ad altri indirizzi che aveva trovato ed, intanto, nel tempo libero continuò a documentarsi sulla pastorizia nomade. Un mondo sconosciuto si stava aprendo davanti a lei e l’idea di spazi infiniti e libertà sconfinata rappresentavano un richiamo fortissimo.

L’unica risposta utile la ricevette da una ragazza, ricercatrice all’università. “Cara Anna, grazie per avermi scritto. Io ho seguito i pastori nomadi per la mia tesi di laurea, conosco molti di loro in tutto il Nord Italia e… ti assicuro che sono dei personaggi particolari! Mi sono appassionata al loro mondo, al loro lavoro, capisco che molti altri possano rimanerne affascinati guardando delle immagini o leggendo dei racconti su questa realtà. Viverla però è un’altra cosa, bisogna provare per credere. Non ho ben capito se tu stai anche facendo una ricerca sulla pastorizia, o…? Fammi sapere e, se posso, cercherò di aiutarti.”

Cosa dirle? “Sai chi è quel pastore con lo sguardo magnetico?”

La ringraziò e le chiese semplicemente di fornirle delle indicazioni sui libri migliori da leggere, se ce n’erano, riguardanti la pastorizia sulle Alpi.

La ricercatrice le spedì un lungo elenco di titoli, molti dei quali francesi, tra i quali c’era anche il catalogo di quella mostra. Non fu facile riuscire ad ordinarlo, ma alla fine il corriere portò il pacco a casa di Annalisa. Ormai era primavera, si avvicinava il tempo della salita delle greggi in alpeggio.

Il viso era lì, che la guardava dalla copertina. In bianco e nero, ma quegli occhi dovevano essere del colore di un lago di montagna.

Adesso Anna sapeva che quel pastore conduceva il suo gregge in una vallata del Trentino e sapeva anche che presto pure lei sarebbe andata lassù, a trovare la cura per quella che era diventata un’ossessione.

(…Continua…)

Adesso vi racconto una storia 2

Come sempre, prima della lettura, leggere attentamente le avvertenze! Ecco a voi un racconto natalizio… senza il lieto fine che ci si potrebbe aspettare.

 

Racconto di Natale con la memoria corta

 

Mancava qualche settimana a Natale quando il pastore ricevette una telefonata.

“Michele? Buongiorno, sono Franco, di Podio. Ti ricordi di me, vero? Avevi pascolato i miei prati, anni fa… Ho la cascina grande, quella sulla collina, dietro alla chiesa.”

“Ma certo che mi ricordo. Adesso è un paio d’anni che non passo di lì, ma non sono ancora così vecchio da non ricordare le cose, eh eh! Tutto bene, da quelle parti? Erba ce n’è? Magari quest’anno passo di nuovo di lì, mi sa che sarà un inverno difficile…”

Franco chiacchierò per un po’, con il pastore discussero del prezzo dei vitelli, che continuava a calare, e di quello degli agnelli che era fermo da anni.

“Adesso sono anche Asessore in Comune, all’agricoltura.”

“Hai fatto carriera, eh? Ti sei messo nel posto giusto per tutelare un po’ i tuoi interessi!”

“Sai com’è, nessuno lo voleva fare, mi hanno chiamato per mettermi in lista, io non pensavo uscissimo, e invece…”

Michele si stava chiedendo quale fosse il motivo di quella telefonata. L’agricoltore non telefona al pastore, se non c’è qualcosa in ballo.

“Senti un po’, qui in Comune quest’anno vogliono di nuovo organizzare il Presepe vivente. Erano anni che non si faceva, ma avrebbero deciso di riprendere questa tradizione. Abbiamo pensato che un vero pastore con il gregge… almeno per la sera della vigilia di Natale…”

Ecco dove voleva arrivare, l’allevatore-assessore. Michele cercò di barcamenarsi, come pastore era in gamba a dare risposte evasive, cercando di non lasciarsi invischiare, ma nello stesso tempo non poteva permettersi di offendere o inimicarsi nessuno, tanto meno un assessore.

“Sai com’è il nostro mestiere, fino all’ultimo non sai quello che fai, quel che succede. Se non ci sono imprevisti, sisì, vedrò di venire con un po’ di pecore…”

“Ti ringrazio tanto, sarà una cosa in grande, ci sarà anche la TV, faremo un filmato e poi vendiamo le cassette. Lo dico all’Assessore alla Cultura, sarà felicissimo della tua presenza!”

Ovviamente, nel paese le prove per il Presepe andavano avanti da tempo, il pastore ed il suo gregge erano solo un elemento di contorno, fondamentale ma non paragonabile agli attori che recitavano la loro parte, preparata ed imparata fin dall’estate. Le madri avevano cucito i costumi, in tanti avevano lavorato alle scenografie: il piccolo paese sulle colline voleva fare le cose in grande.

Lentamente, giorno dopo giorno, arrivò anche la fine di dicembre e Franco telefonò nuovamente a Michele.

“Sono Franco, l’Assessore.”

Adesso si presentava con il suo titolo, non mancò di notare il pastore.

“Tutto pronto per il Presepe, lì da voi?”

“Ahhh, ti ricordi allora!”

“Eh, certo. I pastori ricordano tutto, tranne i posti dove le loro pecore hanno pascolato, se qualcuno glielo viene a chiedere con la faccia arrabbiata.”

“Domani sera, ce la fai ad essere qui per le nove, magari anche le otto e mezza?”

“Faremo il possibile… Speriamo che non capiti qualcosa proprio domani.”

A casa, la moglie di Michele aveva storto il naso.

“Verrò ad accompagnarti, ma almeno la sera della Vigilia avremmo potuto star tranquilli, per una volta. I parenti ci avevano invitati, non ci vedono mai… Possibile che devi sempre farti coinvolgere in queste cose?”

“Dici sempre che non esci mai, poi ti lamenti anche quando ti porto fuori una sera!”

Così, la sera del 24, aveva chiuso mezz’ora prima le pecore, ne aveva fatta salire una quindicina sul camioncino, poi era venuto a casa, si era lavato e pettinato, aveva indossato la “divisa” da pastore ed aveva cenato con la famiglia. Mentre la figlia ed il genero si preparavano per andare a Messa con i bambini, lui e la moglie si erano avviati verso le colline.

“Papà, l’hai preso il mantello nero? E il cappello?”

C’era tutto. Arrivarono accanto alla piazza, iniziava già a radunarsi gente ed i figuranti battevano i piedi a terra, soffiando sulle mani intirizzite. Il vigile guidò il pastore in una piazza secondaria, dove parcheggiare il camion e scaricare gli animali; nel frattempo, arrivò anche Franco che, con grandi sorrisi, salutò il pastore e gli spiegò cosa doveva fare.

“Adesso viene il regista, ti spiega dove devi metterti e come muoverti. Hai anche il cane? Perfetto… Allora… E’ qui, il pastore è qui! Ti lascio con lui, io devo andare.”

“Buonasera.”

“Ah, il pastore… Che bel mantello, complimenti. Per lei non c’è stato bisogno di un costume. Venga con me.”

“Non ci sono solo io, ho il mio seguito, non posso lasciarle qui.”

“Già, le pecore. Allora vi porto tutti quanti vicino alla capanna. Abbiamo fatto un piccolo recinto, quando qualcuno vi farà segno, andrete dietro agli altri “pastori” e vi fermerete davanti alla grotta. Lei non deve dire niente, parlano gli altri, poi li seguite quando se ne vanno. Capito tutto? Benissimo, venite.”

Sembravano tutti abbastanza agitati, ma poi la rappresentazione ebbe inizio, davanti ad un folto pubblico. L’atmosfera natalizia venne completata da qualche fiocco di neve che iniziò a cadere con grande gioia dei bimbi e preoccupazione dei genitori, che pensavano al ritorno a casa in auto.

Il pastore imprecò sottovoce: l’ultima cosa che si augurava, era di avere un bianco Natale.

Quando fu il loro turno, le pecore si comportarono bene e seguirono la capra che Michele teneva legata con una corda. Nonostante fossero terrorizzate dall’ambiente inusuale, non cercarono di scappare e rimasero tutte raggruppate.

Il Presepe vivente terminò quasi a mezzanotte, Michele e la moglie si affrettarono a riportare le pecore al camioncino, ma vennero fermati da Franco accompagnato da alcune persone.

“Michele, ti presento il Sindaco e l’Assessore alla Cultura…”

“Buonasera, piacere. Volevamo ingraziarla per aver contribuito alla riuscita del nostro Presepe. E’ importante che ci siano ancora persone come lei, che tengono vivo questo mestiere così antico. D’altra parte, furono proprio i pastori a dare il primo benvenuto a Nostro Signore…”

“Grazie. Complimenti, davvero una bella manifestazione. Avete fatto un gran lavoro.”

Michele e sua moglie scendevano con prudenza dalle strade di collina imbiancate da una leggera spruzzata di neve.

“Certo che, almeno un panettone o una bottiglia, potevano dartela…”, commentò lei.

“C’è la crisi! E’ già tanto che non ci abbiano chiesto un agnello, con i tempi che corrono.”, rise il pastore.

Passarono le settimane e, ai primi di febbraio, Michele si trovò vicino a Podio con il suo gregge. Nei campi e nei prati l’erba stentava a comparire, le giornate erano ancora piuttosto fredde e non si sentiva ancora l’aria della primavera.

“Mi sa che quest’anno girerò di nuovo per Podio, Vallescura e Pratiglio, perché dalle parti di Riva invece hanno arato tutto e non c’è nulla da pascolare.”

“Tanto lì sono in debito con te, no?”

Il pastore fece il suo ingresso nel comune in una giornata di nebbia. Pascolò alcuni prati ai piedi della collina, dove il contadino venne a salutarlo insieme al nipotino: “Nonno! E’ il pastore del Presepe!!”

Poi risalì lungo la valle, evitando i campi di grano ed i vigneti. Al mattino, il sole splendeva sulla schiena delle pecore, argentate di galaverna: tutto il paese poteva vedere il gregge accampato in quel grosso prato. Non era ancora mezzogiorno che già arrivava la macchina dei vigili, con il lampeggiante acceso.

“Eccoli, che vengono a portami il panettone in ritardo!”

“Buongiorno. Lei deve lasciare il Comune, c’è un’ordinanza…”

“Ma io avevo messo il vostro Comune sul libretto e non mi era stato negato l’ingresso. Poi conosco dei contadini, loro mi lasciano mangiare l’erba. E’ tutto a posto, non ho mai avuto problemi in questo paese, non ho mai fatto danni.”

“Ha tempo fino a domattina, deve uscire da Podio.”

Michele aspettò che il vigile si allontanasse, poi fece il numero di Franco.

“Pronto, sono Michele, il pastore. Pronto?”

Cadde la linea e, successivamente, il numero risultò non raggiungibile. Alla sera, dopo aver chiuso le pecore, Michele passò davanti alla cascina dell’Assessore. Suonò il campanello, scatenando una gran cagnara nel cortile. Uscì un ragazzino.

“Non c’è il papà?”

“No… Ha una riunione in Comune, stasera.”

“Digli che il pastore lo ringrazia per l’aiuto. Che, se vuole, sa dove trovarlo.”

Michele cercò di sfuggire ai lampeggianti, il giorno dopo, ma non è facile nascondere la traccia di mille e più pecore. Alla sera arrivarono due pattuglie dei vigili.

“Ieri ero stato chiaro, non mi prenda in giro, adesso la scortiamo fuori dal Comune. O lo facciamo subito, o scrivo anche un bel verbale.”

“Sono io che mi sento preso in giro. Non ho bisogno di nessuna scorta, me ne vado con le mie gambe. Portate i miei saluti al Sindaco ed all’Assessore all’Agricoltura e ditegli che il pastore le cose se le ricorda, loro invece hanno la memoria corta. Direi che è il caso di dire… da Natale a Santo Stefano!”

Adesso vi racconto una storia 1

Prima della lettura, leggere attentamente le avvertenze!!

Fortunato, nella sua sfortuna

Era una di quelle mattinate primaverili già calde, quei giorni in cui il pastore ormai ha la testa in montagna, lontano dall’erba alta lungo i fiumi, dai pioppeti e dalle nuvole di zanzare che ti divorano al calar della sera. Tutti erano intenti alle solite mansioni quotidiane: controllare le nascite, caricare gli agnelli sul rimorchio al seguito del fuoristrada, ritirare le pentole dove i cani avevano mangiato.

In una nuvola di polvere, arrivò a tutta velocità un pick up. Lo sguardo corse subito alle portiere: nessun simbolo, nessuna scritta, non erano quelli del Parco che venivano per l’ennesima volta a trovare qualcosa da dire o a scrivere un’altra multa.

“Finalmente vi ho trovati…”

Il viso cordiale di un contadino sorridente confermò lo scampato pericolo e tutti si rilassarono.

“Non siamo ancora venuti nei tuoi pioppeti… Vieni già a chiederci la mancia ancora prima che ti mangiamo l’erba, eh?”

“Ma cosa dici… Lo sai che non ho mai voluto niente, da voi! Mi va bene che facciate un po’ di pulizia, ma dovete fare attenzione, come sempre. Però mi fido, lo so che voi non rovinate le piante.”

“Fossero tutti come te, i pioppicoltori… Devi dirglielo, ai tuoi colleghi, di piantare l’ibrido che hai messo tu, quello con la corteccia ruvida, così le pecore non pelano.”

“Sentite, ragazzi, starei qui a chiacchierare volentieri, ma devo andare in città e sono un po’ di fretta. Venivo a dirvi che c’è un cane nel mio pioppeto, quello lungo vicino alla lanca del fiume. E’ vostro? L’hanno visto i miei figli che erano andati a fare un giro in bici, non sapevo se…”

I due fratelli si guardarono: non mancava loro nessun cane, ma sapevano che in quel pioppeto dall’altra parte del fiume era passato un “collega”.

“Hai fatto bene a dircelo, andiamo a vedere.”

L’uomo salutò e ripartì a gran carriera, diretto verso gli uffici cittadini, a chieder ragione di certi fogli che gli erano arrivati a casa per posta.

“Ci sarà solo un cane, o anche altro?”

“Conoscendolo, fossi in te andrei in là con il trailer, perché potresti anche trovare delle pecore, una vacca, un asino…”

Quel tratto di fiume era frequentato da diversi pastori, che lo percorrevano a distanza di poche settimane l’uno dall’altro. Negli anni piovosi, questo tempo era sufficiente per consentire all’erba di ricacciare, garantendo così il pascolo per tutti. Non molti giorni prima, i due fratelli avevano fatto una perlustrazione mattutina, per valutare la situazione e decidere dove passare gli ultimi periodi prima della salita in alpeggio. Avevano incontrato il collega più indietro di dove avrebbe dovuto essere e l’avevano bruscamente invitato ad accelerare l’andatura, perché in quel periodo lui avrebbe già dovuto essere alla confluenza dei fiumi, pronto per mettersi lentamente in cammino verso la montagna.

“Tu hai tutto il tempo per salire all’alpe, noi invece stiamo qui fin quando non vengono i camion a prenderci, lo sai bene.”

“Sisì, sisì… Mi era scappato il garzone, non potevo muovermi e…”

“Non contare tante balle, la prossima volta che passiamo di qui non vogliamo più vederti, intesi?”

“Ma sì, dai, non arrabbiatevi… Lo sai che noi siamo sempre stati amici, adesso non facciamone una questione…”

Amici? Certo, come tutti i pastori, che sono amici solo quando sono lontani centinaia di chilometri gli uni dagli altri e non corrono il minimo rischio di mangiarsi l’erba a vicenda.

“Buon viaggio, eh? Se vuoi, ti diamo anche una mano a caricare gli agnelli, poi…”

I pastori, con il loro mestiere, non possono pretendere di avere gli abiti puliti e stirati alla perfezione, ma quello appena incontrato era un caso disperato.

“Certo che l’Andrea l’acqua la vede solo quando piove… E lì intorno alla roulotte… Che Vietnam! Immondizia dappertutto, e credi che tiri su tutto, quando deve partire?”

Nei pressi dell’accampamento dei due fratelli invece regnava una sorta di ordine essenziale. In quel momento il loro aiutante stava bruciando la paglia che aveva tolto dal rimorchio e tutta l’immondizia era chiusa in un sacchetto. Non era stata fatta la raccolta differenziata, ma almeno non rimaneva nulla per terra.

“Vai tu a vedere? Io inizio ad aprirle, tanto stamattina non ci spostiamo di qui. Mentre ci sei, passa in paese a prendere una confezione di acqua, mi sa che oggi farà di nuovo caldo.”

Nel pioppeto il cane c’era davvero. I suoi guaiti disperati si sentivano da lontano, ma cessarono quando sentì l’auto che si stava avvicinando. Era un grosso cucciolone dal pelo lungo, legato con un cordino lungo non più di due metri al tronco di un pioppo. Le pecore se n’erano andate di lì non più di tre, quattro giorni prima: se Andrea fosse realmente partito dopo l’avviso dei fratelli, il cane sarebbe già morto di fame o di sete.

“Bello? Hey, bello, qui, bravo…”

Il cane si appiattì a terra, come se avesse voluto scomparire tra le terra e l’erba secca. La coda tra le gambe, le orecchie basse, tutto tremante, guardava l’uomo che si avvicinava.

“Che animale… Lasciare un cane così. Cosa gli hai fatto, che ti hanno abbandonato? Hai combinato qualche disastro?”

Il tono dolce del pastore fece sì che il cane lo guardasse sollevando appena le sopracciglia pelose. Come lui si mosse appena, l’animale cercò di fare un balzo indietro, con un guaito lamentoso.

“Dai, vieni qui. Non è che mi mordi, adesso. Non voglio farti del male.”

Il cane ringhiava sommessamente, ma era talmente debole che lasciò fare e fu finalmente libero. Per non farselo scappare, con il cordino il pastore fece una sorta di collare, poi prese una corda e lo tenne legato, quindi lo condusse a bere al fiume.

“Coraggio, ti sto salvando la vita. Il tuo ex padrone avrebbe fatto meglio ad ucciderti subito con un colpo in testa, piuttosto che lasciarti a morire di fame e di sete. Se non ti sentiva il Gianni, chi ti trovava quaggiù?”

Dovette trascinare il cane e non poteva nemmeno toccarlo o cercare di accarezzarlo, perché la bestia aveva timore di ogni suo gesto, soprattutto sembrava terrorizzato dal contatto con la mano dell’uomo.

“Quante te ne hanno date, eh?”

Al fiume, il cane iniziò a bere ed andò avanti per lungo tempo, prima con foga, poi leccando l’acqua con vero piacere.

“Adesso che ti porto in là, c’è poi anche qualcosa da mangiare, povera bestia… La faccia furba non ce l’hai, mi sembri un po’ tonto, ma se tutti gli stupidi dovessero essere abbandonati legati ad un albero…”

Il cane venne sfamato e legato alla catena vicino al rimorchio. Temevano che, lasciato libero, potesse fuggire: per i primi giorni era meglio che familiarizzasse con gli altri cani e con le persone. Ci volle molto tempo prima di potergli dare una carezza e, in quell’occasione, il cane si emozionò, facendosi la pipì addosso, come un cucciolo di pochi mesi.

“E dire che sei già abbastanza grosso! Cresci ancora un po’ e diventi un bisonte! Ma chissà quante ne hai passate, quello là è proprio un animale.”

Venne il momento di salire in alpeggio ed il cane, intanto battezzato Killer, affrontò la transumanza con tutti. Avevano già provato ad usarlo come cane da lavoro, ma non erano riusciti a farsi obbedire e Killer andava dove voleva lui, con una predilezione per gli asini.

“Tienilo legato, Bruno, quello è un casinista, meglio se riusciamo qualcuno a cui regalarlo.”

In tutta l’estate l’avevano condotto al pascolo solo un paio di volte. Walter non lo voleva tra i piedi, Bruno invece cercava di addomesticarlo ed era già riuscito ad accarezzarlo e farlo giocare, ma appena faceva un movimento più brusco, il cane scappava guaendo come se fosse stato picchiato.

“Ha un sovraosso sulle costole…”

“Quel cane ne ha prese così tante che adesso non ne fai più niente. Un cane così non lavorerà mai.”

“Va bene da guardia… Abbaia come un matto quando arriva qualcuno, guarda che faccia cattiva che fa!”

Walter scuoteva la testa.

Quando tornarono in pianura d’autunno, Bruno se lo prese dietro, in sostituzione della sua cagnetta che aveva appena partorito. Sperava che imparasse dal vecchio Fiume, uno dei migliori cani che avesse mai avuto. Killer però era un fallito. Scappava per tornare al sicuro sotto al rimorchio quando erano al pascolo, si rifiutava di seguire il gregge sulle strade asfaltate e non obbediva agli ordini, perché scambiava ogni grido per un rimprovero da cui fuggire con la coda tra le gambe.

“Allora, come va il cane?”

“Lo vuoi? Stiamo cercando una cascina per darlo via…”

“Mi avevi promesso un cucciolo della Linda…”

“Dai, questo è bello, guarda come ti vuole bene!”

Inspiegabilmente, Killer aveva subito legato con l’amica di Bruno. Davanti a lei non scappava e non ringhiava: al contrario, si godeva le carezze e si alzava sulle zampe posteriori, appoggiandole quelle anteriori sul petto con estrema delicatezza, inaspettata in un cane così grosso e goffo.

“Volevo un cucciolo per educarlo fin da piccolo e…”

“Lui è educatissimo!”

Alla fine lei, dopo un’intera giornata trascorsa al pascolo, con il cane sempre alle calcagna, il naso umido che si scontrava costantemente con le sue gambe a cui rimaneva appiccicato, si lasciò convincere e lo portò a casa.

“Tu sì che vai a star bene…”, commentò Bruno. Suo fratello Walter invece non aveva sentimentalismi verso i cani, per lui erano strumenti di lavoro, da non viziare mai, ma da trattare bene affinché garantissero una buona resa lavorativa.

La ragazza faticò non poco, i primi giorni il cane si lasciava toccare solo da lei, scappava davanti a tutti e non se ne parlava minimamente di fare la guardia.

“Bel cane che mi hai dato, se arriva qualcuno, va a nascondersi con la coda talmente tra le gambe che gli arriva fin davanti sul naso!”

Poco per volta Killer si abituò alla nuova vita e capì che lì nessuno lo avrebbe mai picchiato, anche se ricevette rumorosi rimproveri quando rincorse le galline ed i gatti di casa. Imparò a non avere paura delle macchine e degli ombrelli, si abituò alle passeggiate nei boschi insieme ai nuovi padroni, ma non ne voleva sapere di dormire nella cuccia, dalla quale aveva tirato fuori tutti gli stracci.

“Povera bestia, piove a dirotto e lui è lì fuori…”

Fosse stato un buon cane da pastore, avrebbe trascorso tutta la vita a lavorare all’aria aperta, altro che cuccia imbottita!

Il nome era poco adatto al suo carattere, perché sembrava incapace di far male ad una mosca, anche se ogni tanto rincorreva per gioco il gatto di casa, facendogli la posta sotto l’albero di ciliegio fino a quando non accorrevano i padroni a sgridarlo.

Tanti e diversi sono i destini dei cani da pastore, compagni insostituibili dell’uomo, ma non sempre fortunati nell’incontro con i loro datori di lavoro.