Spinti dal vento

La sera il vento si era poi intensificato e, nella notte, aveva soffiato facendo anche danni qua e là, tra i boschi, nei giardini, strappando tegole e coppi, facendo volare coperture e cartelloni.

Anche il recinto delle pecore, pur se parzialmente riparato, era stato spazzato dal vento. I resti del mais , dove le pecore non ci dormivano sopra, erano stati spinti contro la rete. Un bel divertimento cercare poi di raccoglierla ed arrotolarla! Per fortuna comunque la rete aveva retto e non si era piegata a terra.

La terra era dura, quasi levigata dalla forza del vento, che aveva portato via ogni particella mobile. Il gregge non doveva aver riposato bene, quella notte. E le raffiche continuavano, fredde. Il Pastore si complimentava per non aver seguito i colleghi, rimandando la tosatura a giorni più miti.

Nell’attraversare i campi arati, nuvole di polvere si alzavano al passaggio delle pecore. C’era tutto un via vai di trattori che si affrettavano ad arare altri campi, in ritardo con i lavori a causa della pioggia e del fango nelle settimane precedenti.

Qua e là rimanevano delle stoppie ancora da arare e i padroni ben volentieri consentivano il pascolamento del gregge. L’erba non mancava e così le pecore potevano riempirsi bene le pance prima di affrontare il cammino che le attendeva nel resto della giornata.

Dovendo passare tra campi e prati, sempre seguendo le stradine di campagna destinate anche a pista ciclabile, le pecore dovevano essere sazie e tranquille. Con quel vento però non c’era nessun ciclista in circolazione! Cielo terso, aria limpida e fredda nonostante il sole, le raffiche continuavano ad imperversare.

Il test per vedere quanto le pecore sono soddisfatte dal pascolo è la curva: se la fanno senza uscire nel prato e nella striscia di stoppia che c’è tra una parte del gregge e l’altro, allora vuol dire che il pastore ha lavorato bene… e ha dei buoni cani! Presto comunque era prevista una tappa, nel bosco lungo il torrente.

Lì le pecore potevano brucare, bere e riposarsi. Anche i pastori pranzano, poi spostano le auto e si riposano fin quando viene il momento di ripartire. Il guado è stato in parte danneggiato dai temporali dell’estate precedente, ma è ancora transitabile.

Si cammina e ci si ferma a pascolare. Si attraversano strade trafficate, si porta l’auto del pastore a destinazione, poi gli aiutanti “di giornata” rientrano a casa. Rimaniamo in due a compiere l’ultimo tratto. E’ uno strano effetto, sto tornando nel mio paese di nuovo con un gregge, solamente in qualità di aiutante. Ma forse davvero questa volta è riconosciuto il mio ruolo come “pastore”…

La meta sembra vicina, ma di strada da fare ce n’è ancora. Dalle cascine si affaccia della gente che saluta. Sono a “casa”, qui tutti mi conoscono, ormai è abbastanza normale vedermi insieme ad un gregge di pecore.

Finalmente si lascia l’asfalto e si risale un pezzo nei boschi, per arrivare al prato che il gregge pascolerà e dove dormirà. Al mattino eravamo venuti a vedere il percorso esatto, per il Pastore questa è la prima volta che viene in zona e non conosce i passaggi, i luoghi, i confini. Meglio che valuti anche lui se quello che ho visto io come luogo di arrivo possa effettivamente andare bene.

Il gregge, nonostante avesse già ben pascolato tutto il giorno, si affretta a brucare anche quello che si trova davanti nel prato. C’è solo più da tirare le reti per il recinto… Per qualche settimana niente più lunghi spostamenti, solo piccoli tratti per andare da una zona di pascolo all’altra.

Il vento porterà la primavera?

Il vento aveva iniziato a soffiare il giorno prima. Sembrava che le lunghe giornate piovose fossero un lontano ricordo, quei giorni in cui il Pastore quasi era pentito di non aver già lasciato la pianura.

Vento e sole, mentre lentamente continuava il cammino del gregge. A tappe, pascolando qua e là, ci si spostava nella “nuova zona”, dove trascorrere qualche settimana, in attesa della primavera e del momento di salire in alpeggio.

Si attraversa la strada trafficata, ma nel primo pomeriggio non c’è nemmeno tanta gente. Si pascola qua e là qualche prato abbandonato e qualche incolto. Le nuvole corrono veloci, verso le montagne il vento solleva la neve in turbini di tormenta.

Davanti la strada, i parcheggi, asfalto, cemento e centri commerciali, dietro il gregge che pascola in quel terreno che, per ora, è lì in attesa forse di nuovi capannoni. Forse la crisi invece fermerà tutto lì e continuerà ad essere un punto di passaggio e sosta temporanea per qualche gregge.

Arriva qualche amico a dare una mano e si riparte di nuovo. C’è la ciclostrada da sfruttare come percorso, una via di campagna asfaltata e destinata al transito misto di biciclette e mezzi agricoli. Anche le greggi la utilizzano spesso.

In questo modo si evitano le strade trafficate e si passa in mezzo a prati e coltivazioni senza fare danni. Ovviamente le pecore devono essere “ben piene” per non gettarsi sul grano, sull’erba medica o sul mais (quando ci sarà). Qualche ciclista si mette da parte, non c’è molto movimenti, in settimana e con il vento che soffia…

Si svolta verso un pioppeto, qui gli effetti delle piogge sono ancora visibili nonostante il vento e il sole degli ultimi giorni. Ci sono vaste pozzanghere ed acqua che scorre. Le pecore non si fermano a mangiare, vanno oltre verso una stoppia.

In questa meliera le pecore pascolano bene. Qualcuno resta a sorvegliare il gregge, altri tornano indietro a prendere le macchine, passano amici del Pastore a fare quattro chiacchiere. Il vento intanto soffia più forte, a raffiche.

L’ultimo spostamento avviene attraversando un campo arato. Il vento ha indurito la terra, sembrano blocchetti di cemento, gli animali camminano a fatica. Dal fango alla polvere che si alza con il passaggio degli animali… Per la sera, il gregge si fermerà a dormire in un’altra meliera, poi ci si sposterà ancora.

Era una buona terra

Spesso le greggi vaganti, specialmente in primavera, si trovano a pascolare anche in aree abbandonate. E’ la stagione in cui i prati sono destinati alla fienagione, ma l’erba ormai cresce ovunque.

Qui nell’area industriale ci sono ancora spazi non completamente costruiti. Oltre alle aiuole, lembi di terreno dove forse verrà ancora edificato qualcosa, oppure la crisi interromperà l’espansione degli edifici. Sembra che tutti quei capannoni ci siano da sempre, eppure non sono poi così tanti anni da quando è sorto questo polo in periferia della cittadina. “Era una terra buona, questa! Prati e campi…

Ma prati e campi sono dovuti arretrare, lasciando spazio ad asfalto e cemento. Le pecore hanno già pascolato un po’, ma meno di quanto ci si poteva aspettare. Il caldo del giorno prima, poi il vento che ha iniziato a soffiare quel mattino. Da una cascina vicina, gli amici del Pastore portano la botte dell’acqua con il trattore: magari gli animali hanno sete e dopo pascoleranno meglio.

Ci si aspettava bevessero di più, invece le pecore non si affollano intorno alla botte come previsto. Dalle finestre degli uffici qualcuno si affaccia a scattare foto, ma sembra più che altro un villaggio fantasma. Passa qualche auto, qualche furgone, molto più trafficata la strada provinciale che costeggia l’area industriale.

E’ ora di andare altrove, lasciarsi alle spalle quella “terra buona” ormai impoverita e destinata ad altri scopi. Si costeggia l’edificio sede di un settimanale locale, accanto al quale il gregge ha passato la notte, poi si andranno a cercare altri pascoli.

La pianura è spazzata dal vento, il cielo è terso, limpido. Si attraversano delle stoppie, ma è già stato sparso il letame e gli animali non pascolano. Per fortuna il Pastore ha trovato un luogo lì vicino dove fermare gli animali, ancora stanchi dal lungo spostamento del giorno prima.

Si tratta di un vasto piantamento di ciliegi, ancora senza fiori e senza foglie, sotto i quali c’è una bella erba verde. “Fai attenzione che non pelino le piante!“, si è raccomandato il proprietario. Basterà fare attenzione, di erba ce n’è in abbondanza… Appena un animale alza la testa, bisogna intervenire. Sono i giorni giusti, con il caldo arrivato all’improvviso, le piante non tarderanno a coprirsi di fiori e allora sarebbe poi stato impossibile condurre qui il gregge.

Transumanza e vento

Una giornata grigia, autunnale, in pianura. Le previsioni però annunciavano un fortissimo vento che avrebbe dovuto sferzare le valli, arrivando in seguito a sfociare un po’ ovunque. E’ solo da un certo punto della valle in poi che le cose cambiano, la foschia scompare e si vedono le montagne.

Soffia, il vento, soffia a raffiche. Il pastore sta partendo, io porto più in giù la mia auto e poi gli vado incontro a piedi. Le foglie gialle dell’autunno sono tese in direzione del vento che scuote i rami. Alcune piante hanno già perso le loro foglie e crepitano sotto i piedi, altre danzano nell’aria fredda che le porterà chissà dove.

Il gregge lo incontro quasi su al lago, dove lo avevo lasciato. C’è stato qualche piccolo imprevisto, una pecora che aveva partorito, le solite vicende da mettere in conto. Quassù il vento soffia, ma non è fortissimo. Gli aghi dei larici comunque cadono in una sottile pioggia arancione, che scende tra i capelli, sui vestiti, nella lana delle pecore. Il pastore si volta, ride: “Ce n’è poi ancora sempre, anche se ne ho vendute…

Si scende seguendo la pista sterrata nell’inverso della valle, ogni tanto si taglia senza timore di portare danno a nessuno. L’erba che c’è ancora, non verrà più pascolata. Dall’altra parte, su in alto, ci sono ancora vacche al pascolo, ma la stagione ormai è finita. Il pastore se ne va, arriva il freddo…

Il vento sta spazzando il cielo, anche le ultime foschie si dissolvono dietro alle creste. Ci si lascia alle spalle le montagne, si scende anche quest’anno. E’ transumanza, ma è anche pascolo vagante. Le pecore mangiano, poi ci si sposta un tratto, fino a trovare altri pascoli per sfamare gli animali. Una tappa per la notte e al mattino ci si incammina nuovamente.

Il gregge arriva sulla strada asfaltata che porta ad un villaggio. Adesso non c’è nessuno, ma il pastore mi spiega che è meglio non attraversare in mezzo alle case. Ci sarebbero sicuramente lamentele per “lo sporco” lasciato dalle pecore sul lastricato di pietre. Il gregge prosegue tagliando fuori dal paese, io riprendo l’auto e raggiungo la destinazione finale.

Più a valle il vento soffia ancora più forte. Il sole si avvia a tramontare dietro alle montagne, gli ultimi raggi incendiano gli alberi. E’ una montagna diversa, una montagna che solo i suoi abitanti conoscono. I turisti a questa stagione sono quasi assenti, in pianura fino a poco fa c’era addirittura una brutta giornata di nebbia. Cammino cercando nell’aria il suono delle campanelle, dell’abbaiare dei cani, i richiami dei pastori.

E il gregge ricompare, nel bosco, su di un’antica mulattiera. Il vento soffia sempre più forte, la fila delle pecore si è allungata a dismisura, non si capisce bene dove finisca, se tutti gli animali stanno seguendo o se si siano divisi. I cani in coda al gregge abbaiano seguendo gli ordini dell’altro pastore. Sembra che tutto vada per il meglio e si può ripartire.

C’è da attraversare la valle e portarsi sull’altro lato. Il gregge risale, attraversare la statale non è difficile, c’è pochissimo traffico. Pecore, capre, asini sfilano lentamente, i pochi automobilisti scendono dalle auto e ammirano la transumanza.

Il gregge si allarga a pascolare nei prati aridi e negli incolti a monte del paese. Questi un tempo erano campi, si vedono ancora muretti, terrazzamenti, ma ormai hanno preso il prevalere erba, cespugli ed alberi. In passato ricordo di essere andata al pascolo con questo gregge su, oltre i pini, in radure ancora erbose, ma il pastore mi spiega che quest’anno farà solo una tappa notturna e riprenderà il cammino il giorno successivo.

Aspettando il tramonto

Al mattino era una bella giornata, con aria frizzante e cielo limpido. Il gregge era al sicuro nel recinto ed aspettava l’arrivo del pastore. A dire il vero, gli animali non sembravano troppo ansiosi di andare al pascolo, infatti erano ancora quasi tutti seduti o sdraiati, con qualche capra inerpicata sulle rocce.

La partenza infatti fu molto lenta, occorse un lungo tempo prima che tutte le pecore si mettessero in marcia e scendessero verso la slavina che ancora ingombrava il sentiero. Nonostante l’abbaiare del cane, sembrava davvero che gli animali non avessero voglia di andare al pascolo.

Si fermavano addirittura sulla neve, guardandosi intorno. Qualche agnello giocava e si spintonava con i compagni, certe pecore si allontanavano dalla fila, prendendo una direzione opposta. Il pastore presagiva una difficile giornata, al pascolo. "Quando fanno così… E’ perchè sono viziate, hanno troppi vizi."

Finalmente, oltrepassato il costone costellato di pietraie, si arrivò nei pascoli e, senza alcuna fretta, gli animali iniziarono a mangiare. L’erba era abbondante, fitta, di un bel verde intenso, ma le pecore continuavano ad essere svogliate. Il pastore, con l’aiuto del cane, cercava di evitare che gli animali andassero dove volevano a piacimento e rimase a sorvegliarli fin verso mezzogiorno, poi tornò alla baita, mentre il gregge si fermava nei pressi del bosco di larici.

Al pomeriggio le condizioni meteo erano decisamente mutate. Il gregge aveva girato il costone ed era da qualche parte oltre le baite del Carolei. Strutture semplici, eppure caratteristiche nella loro architettura, un altro pezzo di quella "piccola storia" di cui abbiamo già parlato altre volte. Il loro inserimento nel paesaggio è perfetto, quello che stupisce è la forma dell’abitazione accanto alla stalla, decisamente inconsueta con il suo tetto ad una falda sola.

Questo antico alpeggio è disabitato ormai da anni e, tra qualche tempo, non servirà nemmeno più come riparo per la pioggia, dato che le baite stanno crollando. Rimarrà un cumulo di pietre, sulle quali la mano dell’uomo resterà eternamente presente con queste scritte riportanti i nomi dei pastori che hanno abitato qui in passato, le loro date di nascita, il giorno in cui hanno realizzato l’incisione.

Per trovare il gregge, fu necessario orientarsi nella nebbia, tendere le orecchie per sentire un belato, uno scampanellio. Gli animali, lasciati incustoditi, avevano percorso un tragitto abbastanza lungo, spostandosi sia in distanza, sia salendo in quota. Il pastore fischiò e mandò il cane ad abbassare le pecore. "E’ ancora un po’ presto per andar su, care mie! Iniziate a mangiare l’erba che c’è qui, poi nei prossimi giorni vedremo…". La nebbia si fece sempre più fitta e sembrava che filtrasse meno luce, quasi che stesse scendendo improvvisamente la sera. Un tuono rumoreggiò lontano.

Il temporale era in arrivo e la nebbia si dissolse improvvisamente, mostrando un cielo scuro, attraversato da nuvole gonfie d’acqua. Gli animali si raggrupparono e, mentre iniziavano a cadere le prime gocce di pioggia, si fermarono tutti vicini gli uni agli altri. Lampi e tuoni si susseguivano sempre più intensi, il rumore rimbombava tra le montagne e non si poteva far altro che aspettare, seduti a terra, con gli ombrelli a riparare il più possibile dalla pioggia.

Il cielo si fece sempre più scuro, mentre il primo temporale scendeva verso la valle ed un secondo era in arrivo al suo seguito. Qualche animale scrollava la schiena e le orecchie dalla pioggia, ma nessuno si accingeva a tornare al pascolo. I pastori rabbrividivano, calando il berretto sulla fronte ed alzando il colletto delle maglie. Le mani che stringevano il manico degli ombrelli erano intirizzite, il fondo dei pantaloni ormai fradicio.

Arrivò anche Albino, quando ormai la pioggia era quasi terminata, ma il cielo stentava a rasserenarsi. Le pecore esitavano, sembrava che non avessero voglia di rimettersi al pascolo: "Quando fanno così, bisognerebbe chiuderle presto nel recinto! Vedi che poi domattina pascolano poi volentieri!". Parole… perchè poi invece quella sera al recinto si arrivò ancora più tardi delle altre volte.

Dopo la pioggia arrivò anche il vento, pulendo il cielo dalla perturbazione e pitturandolo di uno splendido tramonto. C’era una luce strana, irreale, ed anche le pecore si tinsero delle tonalità rosa-arancio delle nuvole. Quei momenti mi ripagavano del freddo patito poco prima e, pur con le mani ancora intirizzite, scattavo foto alle nuvole che cambiavano forma e colore.

La perturbazione si spostò verso la pianura mentre il cielo si infiammava di giallo, arancio, rosa. Le pecore lentamente si apprestavano a seguire il pastore verso il recinto, ma, pur con un breve tratto di cammino, fu uno spostamento di una lentezza esasperante e si arrivò a destinazione che ormai era praticamente notte. Bisognava ancora mungere un paio di capre e poi finalmente si potè tornare alla baita per cenare.

Tempo variabile

Quando, al mattino, si parte dalla baita, si pensa di prendere pioggia per la gran parte del giorno, visti i nuvoloni che ci sono in cielo e che sembrano avere la meglio sull’azzurro che ancora regna sopra la pianura. Ombrello e giacche impermeabili vengono caricati in macchina, poi si parte per una lunga giornata al pascolo.

 

Lassù il ricovero del pastore è vuoto, lui è già insieme al gregge, il paiun aspetterà fino a tarda sera, quando lui ritornerà insieme ai cani. "Una dorme ai miei piedi, una di fianco alla testa… L’altra notte, quando pioveva e nevicava, il vento faceva sbattere il nylon, avevo paura me lo portasse via, ma per il resto si dorme bene, qui."

Il gregge è sparpagliato tra il versante ed il pianoro dove l’erba è bassa, in cielo splende il sole e le nuvole si rincorrono lungo le creste, spinte dal vento. Il vello degli animali è pulito, la pioggia (e la neve!) dei giorni scorsi ha lavato la lana.

"Lasciamole mangiare qui ancora un po’, prima di farle scendere nella Cumba Borgna facciamo pranzo, così non dobbiamo portarci dietro tutto nello zaino…". Il vento soffia a raffiche, il berretto è ben calato sulle orecchie, le nuvole corrono e forse si eviterà la pioggia? Meglio pranzare quando c’è ancora il sole. Quassù viene una fame, con quest’aria frizzante… Le pecore invece pascolano svogliate.

Si pranza, si ascoltano le ultime notizie alla radio, le pecore ruminano sedute nell’erba, poi finalmente decidono di incamminarsi verso il basso, restano indietro solo due neo-madri che hanno appena partorito. Il lago cambia colore continuamente, c’è traffico laggiù lungo la strada, ma quassù non c’è proprio nessuno. Eppure, all’improvviso, un incontro imprevisto, passa una donna che si ferma a chiacchierare. Ama il Moncenisio, lei, che da ragazza partiva da Torino per passare l’estate lavorando in quell’alpeggio francese che si vede dall’altra parte del lago. Così oggi, come dipendente della Forestale, si trova a far da tramite "tra il mondo dei margari e quelli che vengono a lamentarsi perchè le vacche hanno le campane e disturbano, fanno la cacca e puzza… cittadini che non capiscono, che sanno solo lamentarsi! Non so come fate ad andare ancora avanti, a resistere, con tutto quello che c’è oggi, i problemi, tutta quella burocrazia…". Poi scende veloce per tornare alla sua auto, parcheggiata laggiù lungo il lago.

E la pioggia alla fine arriva, brevi scrosci di goccioline fini fini, accompagnati da vento freddo. Le pecore prima si fermano, poi ripartono quando smette di piovere. I pastori cercano riparo contro le rocce, impossibile aprire l’ombrello con queste raffiche! Piove, smette, ricomincia, poi torna ancora il sole.

L’impermeabile comunque serve a riparare dall’aria anche quando non piove… Le pecore sono nervose, vanno avanti ed indietro, infastidite dal vento. "C’era più erba su in alto che qui… Troppo freddo, questa conca, troppa aria!". Tra non molti giorni sarà ora di abbandonare questo versante, passare la diga ed andare a pascolare dall’altra parte del lago, quindi tornare lentamente verso i primi pascoli utilizzati ad inizio stagione, dove ormai l’erba è ricresciuta.

A fine giornata bisogna far risalire il gregge verso l’alto, così si dividono i compiti, perchè le pecore impiegheranno qualche tempo ad andare su. "Tu vai a prendere le due che hanno fatto e le porti al recinto degli agnelli? Tu invece porti su la roba da mangiare avanzata ed il fornellino dove lui ha il paiun? Così poi vieni giù con la macchina e mi prendi per la strada…"

Laggiù però c’è una pecora che ha appena partorito, ma il pastore vede subito che non ha latte a sufficienza per allevare il piccolo, così lo prende in braccio e lo porta su, mentre le pecore sfilano lentamente davanti a lui, spronate dall’abbiaiare del cane.

Soffia, il vento, spazza le nuvole e si insinua tra il berretto ed il colletto della maglia. Alla fine saranno poi oltre le otto di sera, quando finalmente si ripartirà in auto per tornare alla baita, un lungo viaggio sulla strada sconnessa ed erosa dalle piogge.

Arriva la bufera?

Nel giorno di Pasquetta la gente si preparava al pic-nic. Mentre loro erano ancora a casa a stipare in macchina tavolini, sedie pieghevoli, borse frigo zeppe di cibarie, scatole di colombe, uova di Pasqua ed altre leccornie, i pastori stavano già preparandosi al solito pranzo delle 10:30. Qualche difficoltà nel condire la pasta, visto che l’olio nella bottiglia era gelato! "Stamattina le pecore avevano la schiena coperta di brina…". Sì, l’aria non è primaverile, probabilmente i più sceglieranno una meta al coperto, per questa Pasquetta!

La prima meta del gregge è il fiume, per l’abbeverata e per pascolare un po’ di artemisia. Le pecore scendono verso le rive scavalcando l’immondizia accumulata sulle sponde dalle piene dell’acqua, ma anche direttamente dall’uomo: chi infatti può aver lasciato lì le due sedie tra le quali si incagliano gli animali? E quel frigorifero? E le decine e decine di bottiglie, taniche di pastica, bidoni di ferro arrugginito…

Il figlio del pastore guarda il gregge di suo padre e suo zio, che ridiscende verso il letto in secca del Po per evitare una famiglia di "merenderi" che ha piazzato il tavolino proprio in mezzo alla strada… Le bistecche saranno aromatizzate da un po’ di polvere, le persone non ci degnano nemmeno di un saluto, probabilmente infastidite dal nostro passaggio. Non si rendono nemmeno conto della deviazione che il pastore ha fatto per evitarli…

Si passa sotto l’autostrada in una nuvola di polvere identica a quella della scorsa primavera. Ricordo bene quel giorno, la strada veniva percorsa in senso inverso, c’erano le gaggie fiorite, un caldo soffocante, il terreno fessurato per la siccità. Oggi cambia solo la temperatura, che è probabilmente di 20 gradi più bassa! Anche il Po sembra avere ancora meno acqua dell’anno scorso. Nella terra nemmeno i segni delle pozzanghere che si sono asciugate, perchè di pioggia è da tanto, troppo tempo che non se ne vede.

Il gregge avanza, si ferma brevemente tra la sponda del fiume ed un pioppeto povero di erba. Lì dove la scorsa primavera la sosta era stata di più di mezza giornata, oggi si passa in un’ora o poco più. Poi si riparte, sollevando nuvole immense di polvere bianca soffocante. Si invecchia di colpo, da queste parti: capelli, baffi, ciglia e sopracciglia si imbiancano precocemente, gli occhi strizzati nel bianco abbacinante, colpi di tosse e starnuti.

Finalmente un pioppeto con un po’ d’erba, dopo uno in cui sono stati passati i dischi e non è più cresciuta l’erba, un altro dove alla base delle piante è stato messo del concime chimico, pericolosissimo se ingerito dagli animali. Ormai conosco bene queste zone, è il terzo anno che anch’io mi trovo a frequentare questi posti. Ricordo che l’anno scorso, proprio in questi pioppeti, si era alzato un vento improvviso ed avevamo creduto che finalmente fosse la pioggia in arrivo. Era venuto notte prima del tempo, ma poi erano cadute solo poche gocce, mentre si tiravano le reti del recinto. Mi pare che però nei giorni successivi la pioggia fosse poi arrivata…

E così si spera che anche questo vento sia portatore di acqua. Inizia a soffiare all’improvviso, trascinando con sè nuvole grige e nere. Gli alberi scricchiolano e si piegano, la polvere viene spazzata via. E’ un vento freddo, gelido, viene quasi da pensare che possa nevicare! Si lascia indietro qualche pezzo di erba per quando ci si troverà sulla strada del ritorno nei giorni successivi e ci si dirige ad un altro pioppeto.

Qui il vento ulula ed il cielo diventa sempre più nero, ma si capisce già che è solo una tempesta di aria fredda, l’acqua non arriverà. Gli amici in visita si stringono nelle giacche, i pastori sfregano le mani intirizzite, che pazza primavera! Eppure di qui a pochi giorni sembra che arrivino i tosatori, speriamo almeno che le temperature si alzino un po’.

La bufera passa così com’era arrivata, il vento si calma e torna il sole. Anche questa giornata si avvia alla fine, nell’incertezza di quello che riserverà l’indomani. Sembrano così lontani quei giorni in cui, nel cuore dell’inverno, si diceva: "Quando sarà marzo non ci saranno più problemi di erba!". E’ quasi aprile, eppure i problemi restano, complicati da molte altre cose, la maggior parte delle quali il pastore non può prevedere o non riesce ad indirizzare come vorrebbe…

Nel buio della sera che avanza passa un’auto sulla strada sterrata. E’ un ex aiutante dei pastori che rientra a casa: "Ho fatto festa con gli amici, ho bevuto un po’, così passo da queste strade… L’argine, poi sotto il ponte di Casale, ho seguito la vostra pista!". I pastori ed i loro amici conoscono il territorio palmo a palmo, un mondo parallelo che potrebbe continuare a vivere, anche faticosamente come ha sempre fatto da secoli, se solo non si scontrasse con tanta intolleranza ed ottusità…

Soffia il vento

Ieri il vento ha soffiato tutto il giorno, in montagna la tormenta la si vedeva già al mattino, ma è stato soprattutto alla sera e poi di notte che le raffiche hanno sferzato valli e pianure. Già a letto, lo sentivo fischiare ed ululare, poi dei rumori di qualcosa che veniva trascinato via nel cortile, forse un secchio, forse una baccinella. Nel dormiveglia mi sono venute in mente le tante notti di vento su in montagna…

Quando giorno e notte i ripidi pendii e le rocce sono sferzate dal vento, che sibila tra i muri e scuote i tetti in lamiera. Quante volte ho pensato che non era poi tanto improbabile che il tetto volasse via? E poi ho scoperto che, infatti, era successo, in passato. Lentamente sono scivolata nel sonno ed ho di nuovo fatto quel sogno. Sono già due sere che si ripete, solo che questa volta mi ricordo anche i colori, vividi, reali.

Non so dove fossi, c’era un lago, ma non era quello della foto. Il gregge era compatto, in transumanza, accompagnato dai pastori. Pastori sconosciuti, ma bastavano poche parole per intendersi, ed era come se avessimo già trascorso una vita insieme. Erano in tanti, ricordo uno giovane e poi altri di mezza età, alti, con la barba, lo sguardo che vede lontano, ma che nello stesso tempo ti legge dentro, lo sguardo di tutti i pastori. Ed io, come se niente fosse, aiutavo nella transumanza. Poi il sogno si confonde e non saprei dire cos’è successo dopo, quando ci siamo lasciati alle spalle quel lago così blu.

Anche nel sonno sono circondata dalle pecore! E’ quasi una persecuzione… Però mi ricordo che, quando ho iniziato a frequentare i pastori, poco per volta questo mondo è entrato a far parte della mia vita ed ho capito che non avrei più potuto farne a meno quando ne sentivo la mancanza. Passava una settimana, 10 giorni, ed avevo bisogno di tornare lassù a chiacchierare con Il Pastore, ascoltare i suoi aneddoti sui piccoli fatti quotidiani, farsi accarezzare dal sole caldo di fine settembre ed ascoltare i belati, lo scampanellio. Ed è stato anche lui il primo a "farmi lavorare": tener fermo un agnello dalla zampa rotta mentre lui improvvisava una rozza e precaria steccatura con asticelle di legno e nastro isolante…

All’inizio erano solo visite ad amici, poco per volta le cose sono cambiate. Un giorno Fulvio me l’ha fatto notare: "Si vedeva che il passo non era quello di una turista, sapevi muoverti tra gli animali, ma le prime volte venivi su con le racchette (i bastoncini da trekking, ndA), poi sei passata alla cana, poi hai preso in braccio un agnello, poi…". E’ vero. Ci sono cose che oggi mi vengono istintive, mentre un tempo non sapevo come muovermi, avevo paura di sbagliare, di fare danno più che non essere utile.

Quando ero stata alla festa della transumanza di Die, in Francia, ricordo che la gran parte dei turisti che erano venuti ad assistere alla seconda giornata, quella della salita in alpeggio, erano "preparati". Sveglia prima dell’alba, abbigliamento ed attrezzatura adatta, molti anche con il loro bravo bastone, e sapevano come muoversi, dove mettersi per non spaventare gli animali, per incanalarli nel posto giusto, come veri e propri aiutanti dei pastori. Una simile moltitudine di persone si trasformava in un valido aiuto, altrimenti avrebbe anche potuto essere un impiccio, perchè basta poco per spaventare gli animali, dividerli, spingerli verso il posto sbagliato, provocare una disastrosa ammucchiata. Avevo invidiato quei turisti così "pratici" ed abili nell’arte della pastorizia.

Poi, come diceva Fulvio, le cose sono cambiate. A furia di osservare, vedere, sentire… Perchè molte cose devono essere istintive, devi sapere dove metterti e cosa fare prima che te lo spieghino, dato che nelle situazioni di emergenza il tempo per farlo non c’è. A volte li vedo, i pastori: uno sguardo, un cenno con la mano da lontano, e si capiscono, sanno cosa l’altro ha deciso: partire, spostarsi in avanti, correre verso una strettoia, tornare indietro per vedere se sono rimasti degli agnelli addormentati. E così il vento soffia, nel sogno sapevo anch’io istintivamente cosa fare, nella realtà ci vuole più tempo, però probabilmente mai riuscirò a distinguere le singole pecore all’interno di un gregge. Per quello devi nascere pastore!