Ai nostri bambini non manca niente

Sempre alla fiera di Campertogno (VC), ho intervistato un’altra allevatrice di capre, Anna. Lei, i suoi animali, i suoi formaggi, erano già comparsi su queste pagine l’anno scorso, quando per l’appunto ero stata alla fiera in Valsesia per la prima volta. Quest’anno però ne ho approfittato, tra un cliente e l’altro, per farle un po’ di domande.

C’è la fila alla bancarella, chi fa acquisti e chi scambia quattro chiacchiere. La foto l’ho scattata al mattino presto, poi man mano i prodotti hanno iniziato a scarseggiare. “All’inizio facevamo solo robiole, poi anche yoghurt, perchè nessuno faceva yoghurt di capra qui, così abbiamo provato. Facevamo solo freschi, in seguito abbiamo iniziato anche con gli stagionati. Marco, mio marito, lavora al caseificio di Piode. Faccio solo questa fiera, abbiamo i nostri clienti fissi, poi a Pratosesia adesso c’è la Cooperativa Alla Fonte che ci prende una buona parte delle produzioni.

Anche il gregge di Anna e Marco arriva alla fiera. “Marco è originario di qui, cercavamo qualcosa a Campertogno quando ci siamo sposati e abbiamo deciso di venire in valle, ma non trovavamo case adatte, solo appartamenti, noi volevamo poterci scaldare a legna. Avevamo già il progetto di allevare, io aspettavo la nostra prima bimba, così il sindaco di Mollia ci ha dato una casa in affitto, perchè davamo garanzia di voler davvero fare qualcosa sul territorio. Abbiamo chiesto i contributi UE per fare la stalla. Ieri era l’anniversario, 15 anni da quando siamo venuti qui nel 2001… La stalla l’abbiamo costruita nel 2004.

Io sono laureata in Scienze Forestali, Marco in Agraria. Lui lavorava in un’azienda di frisone da latte come dipendente capostalla. Guadagnava bene, adesso non sarebbe così semplice lasciare un lavoro del genere. Io invece ero impiegata in una cooperativa di gestione di un’azienda ospedaliera per anziani. Abbiamo scelto le capre perchè qui il territorio si presta di più che non i bovini, le puoi pascolare fuori anche d’inverno. L’unico aspetto negativo è che… non si va mai da nessuna parte! Fin quando i bambini non andavano a scuola, facevamo qualche giorno a novembre. Ci piace il Trentino, o la Valle d’Aosta. Mi hanno chiesto cosa manca ai nostri bambini… Niente! Anche se magari non faranno questo mestiere, la famigliarità con cui trattano gli animali, è un qualcosa che servirà loro per qualsiasi cosa, nella vita. Giulio vorrebbe pecore da latte… Maddalena è appassionata di cavalli, hanno 12 e 14 anni.

Abbiamo una cinquantina di capre, 8 mucche e 2 cavalli. Per le capre, abbiamo cercato animali di razza, selezionati. Li abbiamo presi all’università di veterinaria a Torino, 11 femmine. All’inizio abbiamo allevato i capretti. Adesso i maschi li macelliamo e riusciamo a smaltirli nel giro degli amici e clienti. Le femmine le vendiamo per allevamento, diamo la certificazione di razza e indennità CAEV, quindi vendiamo una capretta anche a 200 euro. Ne abbiamo vendute in Toscana, in Sardegna. Per me è un’esperienza assolutamente positiva, che coinvolge tutta la famiglia, fa parte della nostra vita. Oltre all’azienda agricola, io faccio anche la supplente alla scuola dell’infanzia.

La fiera di Campertogno

E’ vero, dopo un po’ le fiere possono anche essere “banali”… Ma non per chi è del posto, per chi ci va per incontrare gente, avere un luogo, un’occasione in cui ci si ritrova tutti anche senza darsi appuntamento. Ci sono fiere più o meno grandi, più o meno conosciute. Quella di Campertogno non l’avevo mai vista e così…

Ma prima, ancora un evento per domenica, da aggiungere a quelli che vi ho segnalato l’altro giorno. Siamo a Trasquera (VB), dove il 25 ottobre si tiene “Al sun di Sunei“, XIV esposizione caprina. Grazie ad Emanuele che ci ha segnalato questa manifestazione.

Torniamo in Valsesia. Partita da casa con il bel tempo, via via che mi avvicino a destinazione, incontro nuvole e anche un po’ di pioggia. Poi per fortuna le brume si dissolvono pian piano, regalando alla fiera una bella giornata di sole autunnale. Al di là del Sesia c’è già folla di bancarelle e di gente.

Gli animali arrivano pian piano, una mandria per volta. Sono numerosi gli allevatori locali che partecipano a questa manifestazione, quindi è bello anche godersi la sfilata, il passaggio sul ponte. Poi le bestie verranno legate, ciascuna al suo posto.

Non solo bovini, arrivano anche greggi di capre e, più tardi, di pecore. Aumentano gli animali e aumentano le persone, il pubblico affluisce nel corso di tutta la giornata, forse anche attratto dal tempo che continua a migliorare.

La fiera presenta anche un buon numero di bancarelle di tutti i tipi: salumi, formaggi, dolciumi, artigianato di vario genere. Anche se sono lontana da casa, sono in molti da queste parti a conoscermi, sia tra gli allevatori, sia anche tra gli espositori, così si finisce per essere spesso fermi a chiacchierare.

Arriva anche una mamma in costume, l’unica che, nella giornata di festa, abbia conservato l’uso dell’abito tradizionale per queste occasioni. Oggi sembra solo più folklore, ma un tempo era la norma, il celebrare la giornata con il vestito “elegante”, il costume della tradizione, che ovviamente variava di valle in valle o anche di paese in paese.

Continuano ad arrivare mandrie, annunciate dal suono delle campane, c’è chi scende e chi risale la valle. Si respira davvero aria di festa, un’atmosfera viva. Tutti gli animali arrivano a piedi dalle aziende di Campertogno e da quelle dei comuni vicini.

Sono spesso i giovani o i giovanissimi ad assumersi il compito di guidare gli animali in questa giornata. Ogni volta, vedendo queste scene, mi viene inevitabilmente da pensare ad altri ragazzini, magari più smaliziati nell’ambiente cittadino, ma incapaci di fare qualcosa, qualunque cosa che sia manuale e che possa essere assimilato ad un’attività lavorativa. Qui un po’ ci si diverte, un po’ si impara un mestiere, si impara ad essere responsabili.

Mi colpisce anche questo ragazzino che gira per la fiera pubblicizzando e cercando di vendere i suoi oggetti in legno, “idee regalo fatte a mano”.

Di animali ce ne sono già tanti, ma continuano ad arrivarne, chi prima, chi dopo, in base alla distanza, ai lavori da fare al mattino prima di partire per la fiera. In prevalenza si tratta di vacche di razza Bruna, ma non solo. Ci sono anche incroci e… le Highland, anche qui non mancano animali di questa razza che, come vi dicevo, si sta diffondendo un po’ ovunque.

Tra una mandria e l’altra, un giro per la fiera per visitare tutte le bancarelle, che offrono davvero una gran scelta di tutti i prodotti del territorio e non solo. Dietro ai formaggi e altri latticini, incontro anche una “collega” con la mia stessa laurea, adesso allevatrice di capre con il marito, una scelta che permette di vivere in montagna tutto l’anno.

Ancora animali, ancora giovani. Ecco in questa mandria le vacche di razza Highland di cui vi parlavo in precedenza, mescolate alle razze più tradizionali del posto.

In attesa dell’ora di pranzo, la porchetta finisce di cuocere a fuoco lentissimo. Ce ne sarà per tutti, quando verrà il momento di sedersi a tavola. Prima però devono ancora esserci le premiazioni.

Tra le bancarelle, ritrovo anche una vecchia conoscenza, Giuseppe, con i suoi basti, campane, finimenti e lavori artistici di intaglio del legno. Insomma, venire da queste parti è stato un buon modo per ritrovare tanti amici dell’area Biellese-Valsesiana che non vedevo da tempo.

Le vacche sono ormai tutte al loro posto, manca solamente più il gregge. Appassionati e curiosi si aggirano per la fiera, dove animali e bancarelle si alternano lungo il percorso.

Finalmente arrivano anche le pecore, precedute come sempre dalle capre. Per il gregge questa non è solo la partecipazione ad una fiera, ma una vera e propria tappa durante la transumanza, dato che la partenza dall’alpeggio è avvenuta solo nei giorni precedenti.

Un po’ di indecisione nell’attraversare il ruscello, ma poi le pecore prendono il via e sfilando una dietro l’altra dietro ai giovanissimi pastorelli, per entrare poi nel campo sportivo, dove verranno lasciate riposare e pascolare.

Una foto di gruppo per celebrare l’arrivo, poi anche questi giovani potranno mescolarsi alla folla nella fiera, per chiacchierare con gli amici già presenti fin dal mattino. Il tempo intanto volge sempre più al bello e il sole scalda, contribuendo alla piena riuscita della fiera.

Come anche in altre vallate del Piemonte, allevamento vuol dire giovani, giovani che non si vergognano più (come invece accadeva in passato) di mostrarsi in mezzo agli animali, di aver scelto o ereditato questo lavoro. Casualmente ascolto il discorso di alcune persone che, riferendosi a non so chi tra i loro conoscenti, commentano negativamente: “Ma hai sentito che ha smesso di andare a scuola per andare a pascolare? Poteva andare avanti con gli studi, invece ha preso un diploma e poi fa il pastore!“. Meglio un pastore felice che un laureato frustrato disoccupato…

E’ tempo di premiazioni, sia per i casari e i formaggi, giudicati da esperti, sia per gli allevatori che hanno partecipato con i loro animali. Concluse le cerimonie ufficiali viene per tutti il momento di mettersi a tavola.

Dal momento che il viaggio di rientro è lungo più ancora del solito, appena concluso il pranzo in compagnia, per me è meglio fare un rapido (si fa per dire!) giro di saluti prima di ripartire. Fotografo ancora uno dei pastorelli del futuro insieme alla sua capretta preferita, poi riparto da Campertogno. Meritava venire almeno una volta a questa fiera!

Con passione e determinazione

Siete in tanti ad invitarmi: “Vieni a trovarci!“, ma dal momento che questo blog non “rende” niente e viaggiare costa, non posso arrivare da tutti, non subito, almeno. Alarico mi invitava da tempo, già un paio di anni fa dovevo andare a trovarlo in alpeggio, finalmente quest’anno ho trovato l’occasione giusta, mettendo insieme varie cose.

Dovevo andare in Valsesia a presentare il mio libro, così ho anticipato la partenza e sono arrivata a Campertogno al mattino presto. Le indicazioni erano precise, così ho imboccato il ripido sentiero lastricato che, di gradino in gradino, risaliva il versante, tra i boschi. Piloncini e chiesette lungo il percorso, fino ad uscire temporaneamente dai faggi.

Un pianoro, delle baite, un laghetto, erba pascolata e suoni di campanacci in lontananza. Era un’altra giornata calda e soleggiata, l’estate è tutt’altro che finita. Sapevo che anche qui doveva esserci un alpeggio, ma la mia meta era ancora più lontana.

Passo accanto alla baita, ci sono le oche e una capra all’aperto, alcune vacche poco sotto, i maiali, mentre gli altri animali probabilmente sono ancora in stalla per la mungitura. Un cenno di saluto al margaro, che mi suggerisce anche il sentiero giusto per andare al Vallone: “…quello sotto che scende, che tanti si sbagliano e vanno sopra!“. Ringrazio e proseguo, ma il sentiero comunque è segnato con la vernice.

Ancora nel bosco, i cartelli già avvisano che è un territorio di pascolo e invitano i turisti a tenere i cani al guinzaglio in prossimità degli animali e dell’alpeggio. Quanti lo fanno davvero? Sarebbe una buona norma da seguire sempre, anche senza cartelli, perchè non sappiamo come i nostri animali reagiscono di fronte ad altri animali (cani, pecore, vacche o capre che siano), sia perchè potrebbero essere loro in pericolo di fronte ad animali “estranei”.

L’Alpe del Vallone è “messa lì”, sul versante, senza nemmeno un po’ di piano intorno. Alarico mi accoglie con gioia, finalmente ci conosciamo. Classe 1995, questo giovanissimo allevatore aveva iniziato a scrivermi alcuni anni fa, raccontandomi la sua passione, la sua voglia di dedicarsi agli animali, nonostante la famiglia cercasse di indirizzarlo verso la prosecuzione degli studi (perito aeronautico!!). Inizialmente era andato a dare una mano a questo o a quell’allevatore, quasi di nascosto si era accordato per salire in alpeggio nella stagione estiva, un anno in un posto, un anno nell’altro. Lo scorso autunno, libero ormai dagli impegni scolastici, aveva preso la decisione di acquistare delle capre…

E quest’anno, con le sue capre più quelle prese in affido, è salito su questo piccolo alpeggio. Vi sono anche delle pecore, pure quelle in guardia. Un paio di baite in condizioni non perfette, una crollata, ma tutte dalla storia antica, molto antica. Mi mostra una scritta sull’architrave, 1687! E vi sono alcuni altri dettagli architettonici decisamente particolari, per essere in montagna, in un posto oggi così sperduto. Alarico mi spiega che gli è stato concesso in uso l’alpeggio da amici, in cambio lui lo tiene pulito e fa anche qualche lavoro di sistemazione.

Per esempio, sta cercando di risistemare la baita il cui tetto è crollato. Ha rimesso in sesto il muretto a valle, poi adesso sta tirando fuori tutte le piode franate all’interno. “Con l’elicottero il padrone porterà poi su il materiale e la rimettiamo a posto. Anche quell’altra baita ha un muro che sta cedendo, bisogna sistemarle prima che vadano giù del tutto, com’è invece successo alle case là di fronte.

Altra stranezza, vedere delle vere e proprie stanze in alpeggio e non i soliti pagliericci. Alarico usa l’altra baita, mi spiega che sarà necessario perlinare il tetto anche della “cucina”, quando tira vento, grandina o c’è tormenta, entra aria, freddo, umidità e anche la neve. Per non parlare poi della parete addossata alla roccia: “Quando piove forte scorre proprio l’acqua, per quello c’è uno spazio, le assi del pavimento non vanno contro, l’acqua passa giù e scorre via nella cascina (la stalla, ndA)…”. Alarico è su da solo, mi spiega di avere tempo per tutte queste sistemazioni, visto che deve solo mungere le capre, poi le lascia pascolare senza accompagnarle.

Il prossimo anno voglio prendere su qualche manza, per guadagnarmi anche qualche soldo in più.” Vacche quassù? Sì… un tempo pare ne salissero non poche, una sessantina, quando la montagna era meno sporca, meno invasa da alberi e cespugli. Sulle assi della camera da letto è tutto un “diario” degli avvenimenti del passato, con scritte più o meno leggibili e date anche del 1800. Nel 1948 si era partiti con le vacche il 7 ottobre, con la neve, l’anno seguente il 1 ottobre.

Poco sopra c’è un altro alpeggio, le baite sarebbero in condizioni migliori: “Però non c’è l’acqua vicino e lì è un posto che attira i fulmini, quindi preferisco stare qui come abitazione.” Di gente non ne passa molta, c’è un sentiero, ma sono zone poco frequentate. Dalla cima lì di fronte, con una grossa croce in vetta, si gode di un bel panorama a 360° sulle vallate laterali della Valsesia e, non ci fossero le nuvole, anche sul Monte Rosa.

Rientro alla baita e Alarico sta preparando le miacce, piatto tipico valsesiano. Le farciremo con formaggio di capra e anche nella pastella ha usato, ovviamente, il latte dei suoi animali. Altre ancora le mangeremo con il prosciutto, ma qualsiasi ripieno è adatto. Una tira l’altra, ma poi è meglio fermarsi… Altrimenti chi sale ancora a cercare le capre? La sera solitamente si ritirano da sole verso la stalla, ma quel giorno saliamo noi.

Poco per volta dovrà selezionarle per avere animali sia produttivi, sia di suo gradimento. Quest’inverno andrà anche in un’altra cascina, quella che aveva preso lo scorso anno era in un posto molto freddo. “Non sono ancora andate al becco, ho provato a toglierli per un po’ e poi rimetterli, ma ancora niente…“. Alarico sta imparando, sta facendo esperienza, tante cose le ha apprese andando ad aiutare in questa e quell’azienda, vedendo anche realtà molto diverse tra loro.

La sua è una bella storia, mi auguro che possa continuare negli anni, con sempre maggiori soddisfazioni. Sta bene lassù, nel suo isolamento, ma contemporaneamente non è un giovane solitario e fuori dal mondo. Appena il telefono ha il segnale, ecco che arrivano i messaggi degli amici e si combina per uscire la sera. Per lui “uscire” significa scendere a piedi, poi prendere la moto e raggiungere il fondovalle, la casa dei genitori. “Ma a me andrebbe bene anche essere in un alpeggio dove stai sempre su e non usi il telefono, vai giù una volta alla settimana per portare i formaggi e fare la spesa!

Quella che deve scendere subito sono io e, più in basso, nella radura, osservo da lontano questa scena, con i bambini che rincorrono le mucche, forse per portarle alla mungitura. Quella che ho “incontrato” è un’altra bella storia, una di quelle che più mi piace raccontare qui, forse anche per risollevarsi il morale tra i vari problemi che affliggono la montagna, l’allevamento. L’auspicio è che Alarico, con il passare degli anni, riesca ad avviare la propria azienda ed avere il successo che merita.

I colori della Valle Nera

Ho passato il fine settimana in Valsesia, una valle un po’ lontana da raggiungere, per me. In questo caso ero stata invitata dall’Associazione Culturale per Frasso, una frazione di Scopello, al fine di tenere una proiezione su alpeggi e pastorizia. Approfittando dell’occasione, ne ho approfittato anche per fare una gita…

Ma già prima, lungo la strada principale che risale la valle, avevo compiuto una breve sosta per immortalare un gregge “parcheggiato” accanto alla via. Le tracce che seguivo da parecchi chilometri mi facevano presupporre che, prima o poi, l’avrei incontrato. La transumanza sicuramente era avvenuta di notte ed adesso gli animali stavano riposando. Anche qualcuno dei pastori recuperava le ore di sonno nell’auto lì vicino…

Come meta per la mia gita avevo deciso di risalire la Val Vogna, dov’ero stata solo una volta anni fa, con la neve e senza spingermi molto lontano. Adesso però c’è il sole e la fioritura multicolore ovunque, nei prati e nei giardini. Inoltre ci sono le caratteristiche architetture walser da ammirare.

In una delle case di una delle frazioni incontrate sul mio cammino c’è un estratto da un libro che avevo letto anni fa. “La Valle Nera”, di E. Neubronner. Si parla di abbandono, si parla della “fatalità” che fa morire i villaggi e della Val Vogna che tornerà ad essere la Valle Nera, nera di selve, di boschi.

Oggi non sembra così, ma uno dei colori incontrati è proprio il giallo delle ginestre di cui si parla in quel testo, le ginestre che invadono i pascoli, i prati. Colorate di giallo per qualche giorno e poi solo più una selva cespugliosa impenetrabile, figlia dell’abbandono. Qua e là, tra alberi, ginestre ed altri cespugli, dei recinti fissi che fanno intuire un’utilizzazione animale, ma quelle che scorgo in alto, su ripidi versanti, seminascosti tra la vegetazione, sono bestie ben strane! Mi sembra di riconoscere degli Highlands neri, dalle lunghe corna appuntite, arrampicati come capre in luoghi inaccessibili ad altri bovini.

Un altro colore della valle è l’arancione delle reti da cantiere, presenti in quasi tutte le borgate attraversate. Sembra che qui l’edilizia, sotto forma di ristrutturazioni, sia un’attività fiorente che non conosce crisi. Si sostituiscono legni, si riparano muri in pietra, si rimettono in sesto i tetti con le tipiche beole sovrapposte. I muratori parlano il dialetto locale, ma le persone che visitano i cantieri in compagnia degli impresari hanno accenti lombardi. Quale sarà il destino di queste case? Torneranno ad essere dei gioiellini, ma non ci saranno più le vacche nelle stalle, il fieno appeso ad asciugare sulle strutture in legno…

Questi nuovi abitanti temporanei oggi apprezzano il panorama che circonda le loro future case per le vacanze (dubito che verranno ad abitare stabilmente qui, in villaggi raggiungibili solo a piedi, con teleferiche che li collegano al fondovalle), ma sanno di cos’è frutto questo panorama? Solo un’attività zootecnica viva fa sì che vi siano prati da sfalciare e pascoli… da pascolare! Quando tutte le stalle saranno vuote e silenziose, le ginestre, le rose selvatiche, le ortiche ed altre malerbe muteranno il paesaggio e renderanno più ardua la percorribilità dei sentieri.

Chi verrà a trascorrere in queste case giorni di relax non dovrà lamentarsi per il suono delle campane, per i muggiti, e soprattutto non dovrà schifarsi per l’odore delle stalle, del letame sparso sui prati e sui pascoli a garanzia di buona erba (e fioriture) future. Ogni medaglia ha il suo rovescio, non si possono avere i prati multicolori senza il marrone della ciunta, come viene definita nel dialetto locale. E senza il suo odore acre, ma naturale.

Spero che siano concetti ben chiari a tutti, ma ahimè capita spesso di sentire il malcontento da parte di chi ha qualche animale nelle vecchie stalle. Le gente non tollera più i “disagi” connessi alla zootecnia. A dire il vero, molte volte però sembrano essere gli “antichi” abitanti di queste case a lamentarsi. Il cittadino capisce di più, mentre chi se n’è andato a cercare fortuna altrove, oggi ritorna schifando le stalle dov’è magari nato e cresciuto. Si atteggia a signore e arriccia il naso. Questi bei prati, comunque, se non serviranno a diventare fieno per alimentare animali locali, seccheranno e si trasformeranno in inestetiche e pericolose praterie secche.

Poi il mio cammino è proseguito su su per la valle, purtroppo ho mancato una transumanza, i cui suoni ho sentito risuonare alla mia sinistra nel bosco, diretta ad un alpeggio che scorgevo lassù… Io ho raggiunto altri alpeggi, ancora silenziosi. L’intero vallone che sale all’Alpe Maccagno è deserto, ma d’altra parte l’erba è sempre più bassa, via via che si sale a quote maggiori. In generale però i buoni pascoli sono scarsi, le poche aree pianeggianti e non ingombre di rocce e massi sono spesso invase dai romici. Molte baite non mostrano più segni di utilizzazioni recenti, ma piuttosto sono intaccate dall’abbandono e rischiano di crollare.

Raggiungere l’Alpe Maccagno richiede un lunghissimo cammino. Salire con uno zaino leggero contenente solo una maglia ed un pranzo leggero è cosa da poco, in confronto a quello che tocca a chi qui salirà con gli animali. Ogni passo della mia salita mi porta a pensare a cosa vuol dire alpeggiare qui: trasportare viveri e sicuramente niente più dell’indispensabile per i mesi da trascorrere quassù. Scendere con le tome, risalire con nuove scorte. Qui poi, su queste montagne, è impensabile pensare a grandi numeri di animali, la mandria non potrà essere tanto più grande di quelle che salivano nel secolo scorso. Quanta passione serve per vivere qui? E fino a quando si riuscirà a farlo, con la situazione economica attuale?

Rientro sui miei passi mentre in cielo si rincorrono nuvole che porteranno violenti temporali nella bassa valle, ma niente pioggia sui pascoli assetati, dove la poca neve dell’inverno è quasi del tutto scomparsa già adesso. Anche il tempo mette in dubbio il futuro di queste valli. Altre riflessioni le faremo poi la sera, in compagnia del folto pubblico arrivato a Frasso per sentir parlare di alpeggi e pastorizia…

La pastorizia “fa spettacolo”

Riprenderemo ancora il tema su cui vi ho lasciato riflettere per qualche giorno, tanto più che ho ricevuto commenti e contributi molto interessanti da chi lo ha letto. Adesso però è il caso di parlare di tante iniziative che vedranno la pastorizia protagonista nelle prossime settimane e non solo. Visto però lo stato dei fatti, mi auguro che ci siano sì occasioni di festa (ce n’è bisogno per tirare un po’ il fiato, perchè c’è davvero poco da festeggiare), ma che in tutte si trovi il momento e lo spazio per le riflessioni sulle problematiche, al fine di far sì che si tenti di risolverne almeno alcune.

Di iniziative a cui partecipare qua e là per l’Italia ce ne sono in abbondanza. Io vi parlo di quelle per le quali sono stata contattata, anche se non potrò prendere parte a tutte, per motivi logistici e… temporali! Questo sabato, in Val Chisone (TO), “Salita all’alpeggio” da Prà Catinat all’Alpe Selleries con la mandria della famiglia Agù. Cercate su Facebook la pagina de “La Formaggeria di Agù”.

Sempre questo fine settimana, mi volevano in Toscana, per la XVI Fiera dell’agnello e della pecora zerasca. Sarebbe stato bello fare un giro, chissà che il prossimo anno non si riesca ad organizzare qualcosa di ufficiale?

Qui l’intero programma, non trovo un sito ufficiale, ma solo articoli come questo qui.

Cambiamo zona, per questo evento il sito c’è ed è questo. Si tratta di partecipare ad una vera transumanza in Liguria, con l’unico pastore che ancora movimenta a piedi i suoi animali. L’appuntamento è per il 22-24 giugno 2012.

Se invece volete incontrare me, in attesa che inizino le presentazioni del mio nuovo libro (dall’autunno, anche se forse il libro uscirà prima), potreste venire a Frasso di Scopello (Valsesia, VC), il 23 giugno prossimo, per una serata in cui si parlerà di alpeggi e pastorizia nomade.

A fine mese invece sarò in aree lontane dal mio solito territorio. Ritroverò persone con le quali ho avuto modo di collaborare in passato (un fotografo rumeno, una giornalista giapponese) addirittura ad Amatrice. Sono stata invitata a partecipare a questo convegno, nell’ambito del Viaggio della Transumanza ad Amatrice (RI). Peccato non potersi fermare per vedere l’evento della transumanza, ma una visita al gregge la farò di sicuro!

Sull’argomento e per conoscere altre date, altri appuntamenti, vi consiglio anche questo articolo su Qualeformaggio.

Un’ultima considerazione personale… Considero queste iniziative una buona opportunità innanzitutto per far conoscere la pastorizia e mettere in contatto il pubblico con la sua realtà. L’importante però è aver ben chiare alcune cose: la transumanza è sì una festa, ma quelle che vedrete saranno comunque “ad uso turistico”, quindi la vera transumanza è ancora diversa. La seconda è che bisogna sì parlare di pastorizia, transumanze, ecc…, ma non bisogna nemmeno esagerare “costruendo” eventi ad hoc, dove allevatori ed animali “sono lì apposta”. La transumanza è sì uno spettacolo, ma non trasformiamola in un circo.

A tal proposito, vi anticipo che anche quest’anno, in occasione della discesa del gregge che montica all’Alpe Tour di Novalesa, il Comune organizzerà nuovamente una festa a tema con la pastorizia, evento clou della quale sarà il passaggio degli animali nel centro del paese. Prima e dopo potremo ammirare nei cortili e per le vie bancarelle dove trovare lana, feltro, campane, formaggi e molto altro. Ma avremo modo di riparlarne!! L’appuntamento comunque sarà per il 29-30 settembre.