Seguendo le tracce e i suoni

Nonostante tutto la stagione è finita. Non parlo dell’estate e delle sue manifestazioni meteo non sempre gradite a tutti, parlo della stagione d’alpeggio. Se per questi lunghi mesi ho patito varie “mancanze”, più che mai in questo particolare momento la sensazione è viva. Quelle giornate che sono le più belle, lassù. E’ vero che al mattino fa freddo, che può esserci la brina, che le ore di luce si riducono, ma ci sono quei colori, quelle luci…

Incapace quindi di restarmene a casa, parto per una valle a caso, una valle dove non tornavo da anni. Come dicevo l’altro giorno chiacchierando durante un lungo viaggio in auto, mi piacciono le zone dove ci sono rocce calcaree che regalano una flora (quand’è stagione) e un panorama unico nel suo genere. Fa freddo, ma camminando veloce ci si scalda. Prima si sale nel bosco, poi finalmente si sbuca sui pascoli. Pascoli ahimè silenziosi. Tracce di discesa del gregge fin qui non ne avevo viste, solo i cartelli che avvisano della presenza dei cani da guardiania. Però appena fuori dagli alberi, nella prima radura, vedo l’erba brucata, gli escrementi quasi freschi delle pecore. Porte e finestre del gias sono però sprangate, restano da raccogliere le reti del recinto. Chissà se il gregge è sceso o si è solo spostato altrove?

Ovviamente al gias superiore non c’è nessuno già da tempo. Il sole brilla, appena offuscato da una leggera velatura. L’aria è fredda, i colori iniziano a mostrare qualche tonalità autunnale. Sul vallone domina il silenzio: non un belato, non una campanella, non un grido o un fischio, l’abbaiare di un cane. Tra qualche settimane tutte le montagne saranno così e allora non mi piacerà più venire a camminare su di qui, senza la certezza di incontrare un pastore, un margaro con cui scambiare quattro chiacchiere mentre gli animali pascolano placidamente.

Da certe montagne si scende prima, da altre dopo, dipende dalla disponibilità di foraggio, dalla quota, dal numero di bestie. Se lassù scarseggia il cibo, inutile rimanere, conviene abbassarsi. Quest’anno poi in basso l’erba non manca, viste le precipitazioni che hanno caratterizzato tutta l’estate.

Anche nel vallone confinante, dove doveva esserci una mandria di bovini, il gias è chiuso e silenzioso. Solo gli sbuffi dell’acqua nella fontana risuonano accanto alla baita. Gli animali non devono essersene andati da molto, le buse sono ancora morbide, velate appena da una sottile crosticina. Ci sarebbero due opzioni, scendere per la via più diretta e compiere un giro che mi porta ad altri alpeggi: visto che è ancora presto, decido di prolungare la mia camminata, anche nella speranza di incontrare ancora qualcuno.

Sul sentiero che scelgo di percorrere ci sono effettivamente i segni del passaggio della mandria, ma i ripidi pascoli circostanti sembrano non essere stati utilizzati. Solo intorno ad un altro gias intermedio le vacche hanno brucato e sostato, altrimenti i pendii mostrano chiaramente i segni di un progressivo abbandono. Felci, eriche, mirtilli, piccoli alberi di sorbo e maggiociondolo si avviano a colonizzare completamente quello che un tempo era un pascolo.

Il gias è aperto, manca la porzione superiore della porta. Dentro, i segni dell’utilizzo dell’uomo. Nessuna comodità, proprio solo l’essenziale: un fornello, un materasso appeso per metterlo in salvo dai roditori, un tavolo, il focolare.

I resti di un filo che delimitava il confine, poi il sentiero si fa meno pulito, qui le vacche non sono passate. Fin dove erano arrivate, non c’erano erbe o frasche a nascondere il cammino. Inizialmente perdo le speranze anche di incontrare la mandria, ma poi sento in lontananza risuonare i campanacci, così proseguo fiduciosa il mio cammino.

Vedo il basto fuori dalla porta, poi accorrono i cani e subito esce il margaro, che si tranquillizza vedendomi accarezzare i suoi animali senza timore. Iniziamo a chiacchierare e poco dopo sopraggiungono anche due escursioniste. L’uomo racconta di esser arrivato lì appena pochi giorni prima, sceso dagli alpeggi superiori. Ormai è tempo di rientrare in cascina, qui si fermerà ancora una settimana o poco più, in base all’erba che c’è ancora da pascolare ed alla data in cui i camion potranno venire a caricare la mandria. Quel mattino era sceso fino a valle per andare a fare la spesa, caricando poi gli acquisti sul basto della cavalla. Esistono ancora anche queste realtà apparentemente “fuori dal tempo”.

La mandria pascola godendosi la giornata di sole. “Ne abbiamo visto poco, quest’anno…“. Ci racconta anche dei lupi, che hanno attaccato i suoi animali. “Un vitello l’hanno sbranato. La veterinaria mi ha fatto vedere, aveva proprio l’ematoma sul collo dove l’hanno preso. Poi una vacca, ma forse quella l’hanno prima spinta giù e poi mangiata. Solo che… come si fa? Non posso tenere le bestie chiuse nei fili, e tanto se vuole il lupo passa sotto al filo!

Mia figlia ha preso due di quei cani bianchi, ma… non so…“. I due cuccioloni non sono assolutamente aggressivi con le persone, ma non stanno con i bovini. “Con le pecore è diverso, con le vacche secondo me non funzionano. Le vacche, quando hanno il vitello, caricano le persone, figuriamoci i cani! Quindi loro mica stanno lì insieme! Sono sempre qui a dormire vicino alla baita. Gli altri cani… la sera a volte abbaiano. Ci sono delle volte che vanno in là un pezzo e poi tornano indietro ringhiando, vedi che hanno paura. Quelle volte lì c’è il lupo di sicuro, perchè con una volpe o un cinghiale non fanno così.

Ultimi giorni e poi si scende. Discesa a piedi, poi giù ci saranno i camion per portare tutte le vacche nella cascina di pianura. Le due donne si incamminano, noi continuiamo a chiacchierare: “E’ bello per una volta parlare con qualcuno che ne capisce… Qui gente ne passa tanta, anche se il sentiero è più lungo, per andare al rifugio molti passano di qui perchè è meno ripido. Ma molta gente non sa cosa vuol dire questa vita, questo lavoro!

E i colori sono proprio quelli che precedono la discesa. Qui siamo a quasi 1700 metri, forse pascolerà ancora qualcosa più in basso, ma sarà solo un passaggio veloce durante la transumanza. Anche in questo vallone ci sarà solo più il silenzio.

Nell’ultima radura che incontro prima di rientrare nel bosco, ecco i segni di quelli che presto resteranno quasi gli unici abitanti di queste quote. I cinghiali hanno completamente rivoltato il cotico erboso. In questa stagione è facile osservare questi danni un po’ ovunque sui pascoli. E’ un problema sia per chi deve sfalciare, sia per il pascolo vero e proprio, perchè in seguito a questa “aratura” la qualità dell’erba peggiora.