Ci va passione e pazienza, soprattutto nei momenti duri

Cristina e Ivo li conosco di persona, ero stata da loro quando stavo realizzando il libro sui giovani allevatori “Di questo lavoro mi piace tutto”, ma lei mi ha mandato un contributo anche per quanto riguarda l’allevamento delle capre nella loro azienda. Lascio a loro la parola.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Viviamo a Sparone in provincia di Torino, abbiamo un allevamento di capre da latte, in totale sono 22 più nove capretti. Sono per lo più meticce, poi ci sono alcune saanen, alcune camosciate e fiurinà.
Ho scelto gli incroci perché sono più resistenti e si adattano di più al pascolo soprattutto in media/alta montagna.
Incrociando con le saanen si riesce ad ottenere un ottimo risultato sulla produzione di latte, ma allo stesso tempo hai degli animali più rustici che si adattano meglio al territorio.
La mia prima capra si chiamava Nicoletta e l’aveva comprata mio padre quando ero un bambino, purtroppo poi una mucca l’ha schiacciata.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Ho un allevamento di mucche per lo più valdostane e alcuni incroci da latte. Ho scelto di integrare la mia azienda con le capre un po’ per passione, un po’ perché il formaggio caprino era ricercato.
La capra è un animale socievole, molto gestibile, con il pregio che mangia in zone dove le mucche non si fermerebbero, ripuliscono il sottobosco e tutti i rovi e le piante che crescono intorno ai pascoli.
Non mi piace la loro testardaggine e il fatto che rosicchiano ogni cosa.
Sono degli animali molto tranquilli, socievoli e si affezionano molto a chi li accudisce.
Momenti difficili purtroppo ce ne sono sempre. Circa un anno fa ho dovuto dimezzare il numero da 40 a venti capi: alcune erano vecchie e i parti sono andati male o partorivano prima del tempo previsto o i capretti morivano. È stato un anno bruttissimo perché vedi i tuoi sforzi e il tuo lavoro andare in fumo, anche i veterinari non sapevano cosa dire, probabilmente era stato portato dal brutto tempo che c’era stato in estate (forti piogge e estate fredda).

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Una scena che tutti dicono divertente (ma per me non lo è stato) risale a parecchi anni fa, una sera d’estate mi metto a mungere nel cortile all’aperto le capre, ad un certo punto il becco si è messo ad inseguirmi, probabilmente avevo toccato una capra in calore e a lui non era piaciuto, alla fine ho dovuto mungerla il mattino seguente.
Un altro aneddoto molto carino è vedere quando le mie due bimbe vogliono mungere, partono con il secchio in una mano e lo sgabello dall’altra, tutte decise, si avvicinano alle capre finché non riescono a fermarne una, poi si mettono lì e provano a mungere.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Mungo per la maggior parte dell’anno di solito da marzo fino ad inizio novembre. Lavoro il latte e produco delle forme di caprino, faccio anche del misto (50% capra, 50% vacca), sto anche provando a fare la ricotta di capra.
Per ora il formaggio lo vendiamo direttamente noi sui mercati, soprattutto nel circuito di Campagna Amica. I nostri prodotti saranno cari, ma non carissimi, bisogna pensare che sono produzioni di nicchia, fatti in modo artigianale, che purtroppo stanno scomparendo, non abbiamo più un mercato che tuteli i nostri prodotti e abbiamo purtroppo dei costi da sostenere. Se non c’è richiesta il prodotto si accumula, non avendo abbastanza spazio sei obbligato a svenderlo.
Sono dell’idea che il nostro paese sarebbe in grado di coprire tutte le richieste di latte, carne e formaggio, perché l’allevamento è sempre stato presente nella nostra tradizione fin dai tempi più antichi, importando dall’estero stiamo facendo morire la nostra terra, le nostre razze e le nostre tradizioni.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Il mondo dell’allevamento è cambiato profondamente, una volta si allevava per avere del cibo in tavola, ora esistono i piccoli appassionati che tengono le bestie per pura passione o bellezza, e aziende discretamente grandi che vanno dai trenta a più di 100 capi. Ora come ora se si vuole campare con l’allevamento bisogna produrre in quantità per poi vendere i tuoi prodotti e riuscire a ricavare i soldi per vivere. Invece una volta tutte le famiglie avevano due o tre capre o mucche con alcuni piccoli appezzamenti di terreno e in tutti i cortili non mancavano galline e conigli. Tutto questo permetteva alle famiglie di sfamarsi, ora non è più così. Ci sono meno aziende, ma con grandi dimensioni che producono per sé e per gli altri. Di sicuro l’allevamento non è più visto come fonte di cibo primario, ora tutti puntano a lavori d’ufficio o simili, dove a fine mese si prende lo stipendio, se fai l’allevatore non hai sempre la certezza di avere la solita resa tutti i mesi, ci sono imprevisti di vario genere e di sicuro non è un lavoro semplice perché ci devi essere 24 ore su 24, no ferie, no mutua, no festività. Diciamo che è un lavoro duro che molte persone non hanno idea di cosa voglia dire fare sacrifici e spaccarsi la schiena per tirare avanti. Ovviamente ci va passione e pazienza soprattutto nei momenti duri.
In più secondo me il mondo dell’allevamento non è sufficientemente valorizzato e purtroppo in molte occasioni viene pubblicizzato in maniera negativa. Non siamo tutti allevamenti intensivi dove le bestie vengono trattate come numeri e disprezzate, per noi non è così, hanno un nome, un carattere diverso e si cerca di aiutarle e rispettarle il più possibile. Una cosa sbagliata di cui si parla molto in questi tempi e che amareggia tutti è l’arrivo di latte e derivati dall’estero e quello che fa male è capire che alla gente non importa mangiare bene, mangiano qualsiasi porcheria senza guardare la qualità e la provenienza dei prodotti, basta che costino poco.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

In azienda non sono da solo, mi aiuta la mia compagna Cristina Boggiatto, che da due anni si occupa a tempo pieno delle capre, poi mia madre e mia sorella si occupano dei mercati, e mio padre che mi aiuta con le mucche e in estate a fare il fieno. Io mi occupo per lo più delle vacche e nel periodo estivo, se non sono in alpeggio, do una mano a mio padre con il fieno.
Pascolo all’aperto da marzo a novembre, alcune volte anche parte di dicembre se il tempo permette.
Con le capre al pascolo sta soprattutto Cristina e sovente insieme ci son anche le nostre bimbe Gabriella (6 anni) e Elisa (3 anni). Di solito le capre pascolano 3-4 ore al giorno, mentre in alpeggio sono libere di pascolare tutto il giorno, tranne la sera che le chiudiamo nei recinti.

(foto C.Boggiatto)

(foto C.Boggiatto)

Avevo già un’azienda, quindi con le capre è solo aumentato un po’ il lavoro. Con i tempi che corrono non c’è niente di facile, la capra è un animale che si adatta molto al territorio, quando hai un po’ di pascoli e di bosco dove possono mangiare, sei quasi a posto, certo non puoi abbandonarle a sé stesse. Bisogna rifornirsi di fieno di secondo taglio per l’inverno, mettere in conto spese veterinarie, ma soprattutto bisogna avere passione e pazienza. Per noi le capre sul nostro territorio sono una risorsa perché ripuliscono i pascoli e tutti gli appezzamenti semi-abbandonati sulle rive dell’Orco che scorre proprio vicino a noi. Possono essere un problema se ci sono piante da frutta, perché ovviamente bisogna cercare di non fargli causare danni agli alberi. Non bisogna mai lasciarle incustodite, possono scappare in giardini o negli appezzamenti di terreno non nostro, tutto sta al nostro controllo diretto, bisogna sempre starci dietro.

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Donne con la passione per le capre

Sta finendo la stagione delle rassegne, delle fiere, delle manifestazioni zootecniche in generale. Dovrebbe arrivare l’inverno, se le stagioni faranno ancora il loro corso come una volta, periodo in cui si stava a casa, si sistemavano gli attrezzi, si facevano mille lavoretti in attesa del riprendere le attività all’esterno. Era così un tempo, oggi sono cambiate tante cose. Non c’è più la coltre di neve che, per mesi, imponeva un “riposo” quasi forzato. E poi, chi alleva, spesso non fa soltanto quello, magari svolge attività di tutt’altro tipo, per vivere.

Nel corso delle ultime rassegne delle capre a cui ho partecipato, ho visto e incontrato anche delle donne: ragazze giovani, soprattutto. Altrimenti questo mi sembra un mondo un po’ maschile, specialmente poi quando si parla di battaglie delle capre. Ma è proprio così? Non del tutto, visto che nella finale di Locana è proprio stata una capra di Alessia, la ragazza nell’immagine, ad aggiudicarsi il titolo di regina.

Alle rassegne (qui siamo ieri a Vico Canavese) le allevatrici portano i loro animali per avere un riconoscimento del loro lavoro, della loro passione. Si sceglie, all’interno del proprio gregge, l’animale che si reputa il migliore e lo si sottopone all’esame degli esperti, che premieranno quelli che più rispondono agli standard di razza.

A Locana ho intervistato Eleonora, che ho poi ritrovato proprio a Vico, suo paese d’origine. “Prima le capre le aveva mia nonna, le ha sempre avute. Lei teneva le ciucche (senza corna) perchè le piacevano e poi per il latte, ne hanno di più. Quando io e la mia gemella eravamo piccole, ce ne ha comprate due, una a testa.

La nonna era famosa per i formaggi a Vico, non bastavano mai. Io adesso mungo solo un po’ in primavera, poi le mando via in montagna, a Felice in Val Soana. Lavoro al Bennet a Castellamonte, le capre sono solo una passione. A volte arrivo a casa dal lavoro alle 17, ma comunque le pascolo fino alle 19. Mio marito Giuseppe ha 60 pecore, ma anche lui fa altro, lavora in fabbrica. Quando le pecore sono giù, se ne occupa anche mio suocero. Le capre le porto alle rassegne di Locana e Vico Canavese.

A me le capre piacciono soprattutto colorate. E’ proprio solo una passione, perchè se uno guardasse tutto… andrebbe a fare altro!” Una soddisfazione, così come è una soddisfazione venire alla rassegna con i propri animali e ricevere anche un riconoscimento. Anche se la soddisfazione maggiore è il momento delle nascite, mi racconta Eleonora.

Ad entrambi gli appuntamenti c’era anche Marcella, ma lei alla passione per l’allevamento, unisce quella delle battaglie delle capre. “Io le capre le ho da due anni e mezzo, ma mio papà le ha sempre avute. Prima lavoravo in fabbrica, adesso sono disoccupata. Le ho prese perchè mi piacciono tanto.  Mi piace portarle alle battaglie, ho cominciato per gioco, un amico mi ha detto di portarle anche se era lontano da dove sto io, abito nel Biellese. Ne ho portata una a Carema lo scorso anno e si è subito qualificata per la finale di Locana. Avevo solo quella e si è qualificata. È stata una soddisfazione, venivano da me a complimentarsi gli allevatori che ne avevano tante!

Le capre le ho comprate. Loro sanno darti affetto. Io le vizio tanto. Quando faranno i capretti, le femmine sarà dura venderle perchè mi affeziono troppo. Mio papà dice che non è il lavoro per me, perchè mi dispiace poi dover dar via degli animali o mandare al macello i capretti. Vengo a queste manifestazioni anche per scambiare idee. Quello delle battaglie è un mondo soprattutto maschile, a parte qualche ragazzina giovane. A Locana ce n’erano due, Alessia e Sara. Io sono io… non c’è nessuno che mi aiuta! Probabilmente tanti uomini vengono alle battaglie, ma a casa le mogli badano alle bestie che restano in stalla. L’uomo così ha più tempo per queste cose. Ma se si ha tutti e due la passione, dovrebbe esserci la parità, essere presenti tutti e due insieme.

La passione l’ho presa dal nonno

Gabriel mi aveva contattata su Facebook chiedendomi se andavo anche da lui per l’intervista ai caprai. Non lo conoscevo e non sapevo quanti anni avesse. Poi mi ha spiegato chi è suo nonno, che avevo già visto alla battaglia delle capre di Locana. Non mi aspettavo però di trovare un ragazzino di 12 anni.

Gabriel e suo nonno Giovanni sono in alpeggio in un vallone laterale della Valle Orco, dove non ero mai stata prima. La stretta strada sale fin su alla diga e al lago di Teleccio, ma loro li incontro prima, una piccola baita ristrutturata proprio accanto alla strada. Le capre chiuse nelle reti, al riparo di un grosso masso. Gabriel è già sulla porta che mi aspetta, impaziente, anche se io sono in anticipo rispetto all’ora prevista. Mi dice che solitamente c’è anche la nonna, ma in questi giorni è andata via, poi mi porta subito dalle capre. L’intervista la faccio ad entrambi prima che inizino i lavori di giornata.

Ho sempre avuto capre, ho iniziato con una… quando lavoravo, le teneva mio papà, buonanima. Adesso è 17 anni che sono in pensione, lavoravo all’Azienda“, così racconta nonno Giovanni. E l’Azienda è l’AEM, azienda energetica municipale, che ha costruito le dighe e le centrali idroelettriche da queste parti. La passione del nonno è poi passata al nipote. “Sto su tutta l’estate, so mungere, qualche volta faccio io il formaggio.

Qui c’è una novantina di capre, ma ci sono altri due allevatori che le mandano in montagna con Giovanni e suo nipote. “Abbiamo la malattia per le battaglie, vediamo quelle che vincono tra le altre mentre sono qui, o al pascolo, e si sceglie quali portare. Quest’anno sono 30 anni che le facciamo, qui in valle. C’è gente che ha le bestie come mestiere, che hanno anche le mucche, e altri che hanno solo le capre per passione.

Mi piace portarle alle battaglie, se vincono mi piace ancora di più. Ho fatto la prima media, devo fare la seconda. Purtroppo quando ci sono poi le fiere e le battaglie io sono già in quella prigione… Preferirei andare tutti i giorni a piedi fino a Ceresole piuttosto che stare lì. Aiuto mio nonno anche quando siamo giù, non solo qui in montagna. Le capre che mi piacciono di più sono quelle cannellate.

Il latte munto serve ad allevare due agnelli che Gabriele ha avuto dal pastore che sale negli alpeggi più a monte. Quando invece c’è più latte, si fa anche qualche formaggio per autoconsumo.

Le mungiamo, poi le apriamo, le lasciamo da sole, in giornata andiamo su 2-3 volte con la macchina lungo la strada per vedere dove sono. Poi la sera andiamo a chiamarle per riportarle giù. Solo l’altra sera che pioveva sono arrivate da sole. Per adesso problemi con il lupo qui non ce ne sono stati.

Il gregge sfila lungo la strada asfaltata. C’è poco traffico, qualche turista straniero scende a piedi con grossi zaini, seguendo gli itinerari a tappe. “Saliamo all’inizio di maggio e solitamente stiamo su fino ad ottobre.

Al fondo del rettilineo, le capre vengono fatte deviare verso il torrente. “Vorrei avere 60 capre. Dopo la scuola voglio allevare capre, il nonno però dice che devo farle rendere. Penso che farò l’agrario… I miei sono d’accordo che faccio questo. Le capre mi piacciono perchè… le porto alla battaglia. La notte prima sono agitato, non dormo!

Un giro in Valle Orco

La meta non era quella. Ma poi al mattino il tempo sembrava davvero pessimo. Giù in pianura non ne parliamo, quindi più che provare a risalire una valle e sperare… Alla fine, come si dice, la fortuna premia gli audaci. Mentre nel fondovalle le nuvole stagnavano, compatte, contro le montagne, man mano che si saliva sembrava esserci qualche spiraglio.

Lungo la strada, ad un certo punto, ecco un gregge di capre con il loro anziano pastore. L’erba è bagnata, il cane abbaia perchè due capre stanno facendo battaglia. Due parole su questa stagione dal tempo ballerino, poi si prosegue, dopo aver avuto alcune indicazioni su altri allevatori presenti in zona.

Il secondo incontro, sempre casuale, di giornata, è con un altro gregge di capre vicino ad un alpeggio. Sono bellissime capre e non occorre molto tempo per capire chi sia il padrone. Simone dice di essere più un margaro che un capraio, ma la qualità dei suoi animali è risaputa. “Le abbiamo da vent’anni, non abbiamo mai comprato, sempre allevato le caprette.

Ci sono anche alcuni bovini davanti all’alpeggio. “Ho anche la passione delle mucche nere, le reine. Sono andato a scuola, ho fatto due anni di meccanico, quando ho avuto 16 anni mi sono messo a lavorare in stalla, una volta avevamo solo 4-5 mucche. Quest’anno è il quarto anno che vengo in alpeggio.

Adesso sono appena salito. Sono da solo, mio papà lavora in fabbrica, poi sta giù a fare il fieno. Mia mamma veniva su con me, poi si è ammalata, è mancata lo scorso anno. Faccio formaggi, qui sulla strada si vendono bene. Faccio solo tome. Mi sono messo a posto per lavorare il latte anche giù in cascina. Le capre non le mungo, poi per fare i formaggi di capra richiederebbero un altro locale separato!

Una volta le portavo alle battaglie, mi piaceva, ma poi ho smesso per le troppe polemiche. Adesso ci godo di più a vederle tranquille nel prato a pascolare.”

Tanti turisti le prendono per stambecchi, uno mi ha chiesto se facevo la toma, di stambecco! Faccio anche una lavorazione come quella della fontina, ma ovviamente non posso chiamarla così. L’ho chiamata Ceresolina. Grazie al nome, la gente la compra di più della toma normale! Ormai però non comprano più la toma intera.

Salutato Simone, il viaggio prosegue. Poco sopra, a Ceresole, appena prima della diga, c’è un gregge che sta per andare al pascolo. In questo inizio di stagione è facile fare incontri così, lungo la strada, perchè la maggior parte degli allevatori sta salendo. O meglio, sale chi può pascolare nel fondovalle, visto che agli alpeggi c’è ancora ben poco, quando non addirittura la neve!

Il gregge è quello di Ettore, appena arrivato quassù con la sua transumanza. Il pastore non si scompone per il tempo, è abituato a prendere quello che viene. Si lamenta per le pecore zoppe, quest’anno il clima purtroppo sta favorendo la zoppina, cosa che ho già riscontrato anche presso altri pastori.

E’ ora di andare al pascolo, così il pastore chiama il gregge, che si sposta poco sotto a pascolare altri prati. Non conosco quale sarà il suo tragitto, ma guardando verso l’alta valle mi sa che dovrà far durare l’erba quaggiù, in attesa che la neve sciolga.

Pensavo di non incontrare più animali, di lì in poi, invece ecco ancora qualche mucca, alcune capre e un’agnella che pascolano di fianco al Lago di Ceresole. Forse sono appena arrivati dalla pianura. Il cielo intanto si sta aprendo sempre di più ed esce il sole. Così si prosegue verso l’alta valle.

Veramente di lì in poi non ci sono più altre mandrie e greggi, arriveranno solo più avanti. Siamo nel Parco del Gran Paradiso e gli stambecchi sono abbastanza facili da vedere. Questo branco di più di 20 animali è ben mimetizzato tra le rocce, ma si lascia avvicinare senza troppi problemi. Ovviamente bisogna rispettarli, muoversi piano e non far rumore, poi si può stare a lungo ad osservarli.

Mi viene da sorridere nel pensare che, si trattasse di un gregge di capre lasciate libere ed incustodite, sarebbe molto più difficile avvicinarle così. Ci sono animali di diverse età, tra cui alcuni maschi molto vecchi, a giudicare dal palco. Riposano, si godono il sole, mangiucchiano…

Più in alto ancora, alla diga del Serrù, la primavera e l’estate sono ancora lontane. La strada è aperta fin qui, più oltre bisogna proseguire a piedi, il Colle del Nivolet è ancora chiuso. Quassù non è ancora stagione di alpeggio, almeno per qualche settimana. Fa anche freddo, quindi è meglio ridiscendere.

Ancora un’immagine in cui ben si coglie cosa vuol dire, a queste quote, l’avanzare delle stagioni, dell’erba, delle fioriture. Buon alpeggio a tutti quelli che trascorreranno l’estate in Valle Orco. E intanto, giù nel fondovalle e nella pianura, si scatenava l’ennesimo temporale…

Ancora battaglie

Andare a Locana per la rassegna e la battaglia delle capre è sempre una garanzia per vedere begli animali ed anche in gran numero. Così ovviamente è l’occasione per l’incontro di tanti appassionati, sia piemontesi, sia valdostani.

Quest’anno il freddo era meno intenso che nelle passate edizioni, ma comunque il luogo dove si tiene questa manifestazione in questa stagione di ore di sole ne ha ben poche e l’umidità del vicino ruscello si fa sentire. Man mano al mattino arrivavano i vari gruppi di animali, sui camioncini quelli che provenivano da più lontano, a piedi quelli locali.

La razza più rappresentata è ovviamente la Valdostana, sia perchè è tra esemplari di questa razza che avverrà la battaglia, sia perchè sono questi gli animali allevati prevalentemente da queste parti. E qui a Locana se ne vedono davvero di pregevoli, in tutte le diverse colorazioni.

Come vi ho già detto moltissime volte, ben vengano le battaglie se questo fa sì che si mantenga la razza, che si continui ad allevare questo tipo di animali. E’ una passione, ma anche uno “strumento” di gestione del territorio, sia per quello che riguarda i pascoli, sia per la fienagione.

Un serio problema è quello legato alla ricomparsa del lupo, dato che questi animali per la maggior parte dei casi non viene munta, quindi venivano lasciati liberi di pascolare in montagna. Pensate il danno affettivo, pensate al valore di un capo accuratamente selezionato come possono essere questi bellissimi esemplari. Senza contare poi il pregio se si tratta di capre che ottengono risultati all’interno del circuito delle battaglie!

I confronti inizieranno al pomeriggio, prima ci saranno i riconoscimenti anche per la mostra, questi saranno i premi. Ma a dire il vero non è questa la parte che mi interessa. Sì, perchè ogni volta che vado ad una di queste manifestazioni, sento parlare di polemiche e scontri più o meno accesi non tra gli animali, ma tra le persone!

Perchè bisogna rovinare con le parole una bella giornata di festa che attira tanti appassionati e molti sono giovani o giovanissimi? Non si possono considerare questi incontri come un semplice momento di ritrovo tra persone che hanno la stessa “malattia”?

Una passione che, non mi stuferò mai di mostrarvelo, inizia davvero dalla più tenera età. Sentiamo parlare di giovani che sprecano la loro vita, che se la rovinano in maniera assurda, invece con questa sana passione imparano anche un mestiere, imparano a prendersi cura degli animali, capiscono il valore delle cose, il tempo da dedicarci.

Le battaglie iniziano al pomeriggio, ma non mi fermerò a lungo. Le lascio a chi ha proprio la malattia per questo, rientro dalle mie capre, ormai le giornate sono sempre più corte. Gli echi delle polemiche mi arriveranno poi tramite gli amici, e ciò mi fa davvero dispiacere. Quindi, per tutti quelli che mi stanno facendo la battuta: “Porti poi anche le tue capre alle battaglie?“. Tranquilli… no, non lo farò. Mi basta vederle giocare tra di loro quando ne hanno voglia!!

Battaglia delle capre… o delle persone?

Domenica scorsa sono stata gentilmente invitata a Locana per la Battaglia delle capre, dove ho anche esposto i miei libri. Per fortuna il maltempo aveva concesso una tregua proprio solo per quella giornata!

Sono bei momenti di allegria e di incontro. Al mattino era tutto un fermento di bancarelle che venivano montate, camioncini che portavano animali dai paesi vicini, altri gruppetti di capre che arrivavano a piedi, alla spicciolata. Non solo capre con le corna, visto che nella mostra veniva poi anche premiata la categoria delle “ciuche“, cioè capre acorni.

I partecipanti sono stati numerosi, per un totale di circa 450 capi. C’era chi scaricava dall’auto anche solo due capre e chi arrivava con un bel gregge. Però sono rimasti anche dei posti liberi e non ho visto alcune delle “solite facce” che incontravo da queste parti. Io non sono addentro ai meccanismi di questi eventi, ma avevo già sentito parecchie polemiche lo scorso anno.

Quest’anno, mentre giravo per le capre in mostra, qualche amico mi ha raccontato un po’ i motivi delle defezioni. Perdonatemi, ciascuno avrà le sue sacrosante ragioni, ma… per buttarla sul ridere, direi quasi che, tra le transenne, bisognerebbe mettere le persone a prendersi a testate. Non dovrebbe questo, innanzitutto, essere un momento di festa, una giornata in cui ci si incontra in allegria?

Amici, non prendetevela con me. Volevo solo farvi capire come, dal di fuori, possono essere viste queste “beghe”. Io vengo qui, vedo gli animali, questa mi piace, questa meno. Poi sento parlare di divisioni, di battaglie organizzate separatamente, mi dicono che anche in Val d’Aosta c’è stata una scissione tra la sede storica della finale e un altro evento. Ricordo quando, qualche anno fa, intervistando i giovani proprio in questa sede mi dicevano: “Grazie alle battaglie, a queste giornate di festa, sono in tanti che continuano a tenere animali, è una passione, hai l’orgoglio di vedere i tuoi animali che ottengono risultati.

Un altro gregge locale che arriva a piedi. Parlando con un amico, ci siamo trovati d’accordo sulla sterilità delle polemiche, che danneggiano solo la visione d’insieme della categoria: “Per fare contenti tutti, la finale a rotazione anno per anno, tanto non parliamo di spostare strutture enormi. Transenne e rimorchi ce ne sono ovunque. Secondo me sarebbe uno stimolo per chi organizza, cercando di far meglio. Molto probabilmente ci sarebbe il ritorno di molti allevatori per la politica “sono venuti da noi, noi andiamo da loro“. Come la Champions League… Eliminatorie in tutta Europa, la finale ogni anno gira.

Ecco le capre al peso, prima della battaglia, per stabilire chi deve battersi contro chi, per non avere uno squilibrio tra gli animali. Lo scorso anno mi ricordo polemiche sui giudizi degli incontri, come se qualcuno fosse stato favorito rispetto ad altri. Bisognerebbe avere giudici super partes, di altre zone. Insomma, non si può trovare delle soluzioni senza le solite polemiche? Così da avere una bella giornata di festa e basta? La categoria dev’essere unita, di problemi ce ne sono già così tanti…

Oltre agli animali, c’erano anche le bancarelle. Artigianato, un po’ di generi alimentari e poi normali banchi da mercato. Sarebbe bello riuscire a caratterizzare di più queste manifestazioni, come si fa in Francia, per esempio. Anche perchè poi chi vendeva borse o articoli che niente hanno a che fare con il settore, si lamentava per non aver realizzato niente, a fine giornata.

Prima di pranzo, c’è stata la premiazione dei migliori capi della mostra, categoria per categoria. Bei momenti per chi, con passione, ha selezionato ed allevato i suoi capi.

Foto di gruppo e poi tutti a tavola. Quest’anno per fortuna sono migliorate almeno le tempistiche. In passato le battaglie si concludevano sempre a notte fonda e, visto il clima, c’era da prendere tanto freddo mentre si assisteva agli incontri.

Freddo ed umido hanno anche influito sulla mia macchina fotografica, che faceva i capricci, pertanto non ho immagini degli scontri finali. Mi auguro di assistere a queste manifestazioni in futuro, senza più polemiche e mugugni. Già ci sono gli animalisti che ogni tanto hanno delle brillanti idee a riguardo… Almeno gli allevatori, si cerchi di essere compatti! Mettiamo da parte vecchi e nuovi rancori…

La “mia” montagna

Tante volte in queste pagine vi ho parlato di montagna, oltre che di pastorizia, di alpeggi, di allevamento. Cos’è la montagna? Possono esistere tante diverse montagne? Sicuramente sì. C’è la montagna che piace a chi la frequenta per diletto (chi solo d’inverno, con la neve, chi solo d’estate, chi in tutte le stagioni), chi la frequenta per sport, chi a piedi, chi in bici, chi in auto, in moto. C’è chi ci lavora come studioso, come tecnico, osserva le rocce, le frane, le foreste, i ghiacciai. C’è chi ci abita e ci lavora tutto l’anno. C’è chi sale con gli animali per la stagione d’alpe.

Nello stesso posto, ciascuno ci vede qualcosa di diverso. Una bella fioritura di ginestre e rododendri è anche un “brutto segnale” di abbandono della montagna. Sicuramente una volta qui non c’erano tutti questi cespugli. Gli uomini e le donne che abitavano la moltitudine di baite diroccate disseminate a tutte le quote, la montagna la dovevano tener pulita per avere pascoli. E la legna serviva per scaldarsi, cucinare, fare il formaggio.

Per chi in montagna ci “va”, questo è un elemento accessorio. Un qualcosa che può capitare di incontrare sul percorso. A volte persino un fastidio. Molti non si chiedono nemmeno cosa ci facciano lì gli animali, da dove provengano, a cosa “servano”. E’ paradossale, ma mi è capitato di sentire i commenti più assurdi. Come ho già avuto modo di dire molte volte, non sono pochi coloro che, abitando in città, ma non solo, hanno completamente perso il contatto con la realtà rurale.

Facendo una gita in montagna, ciascuno la vede con occhi diversi. Allo stesso modo altrove capiterà per altri ambienti, presumo che il mare del pescatore e quello del turista da spiaggia siano molto differenti! E così io qui guarderò i pascoli e le antiche baite in rovina, un altro invece ammirerà le rocce che si innalzano al di sopra degli spazi verdi. Le pareti, le vette, l’alpinismo. D’altra parte, lo sappiamo, per il mondo degli alpeggi la “montagna” è tutto ciò che gli animali possono pascolare. Per gli altri è la cima, la catena montuosa.

Io qui guardo il pianoro, lo spazio dove potrebbero pascolare degli animali. Penso alla vita che faceva chi un tempo saliva in alpe. Oggi invece da queste parti vengono lasciati quasi liberi (tranne qualche filo qua e là) bovini che non richiedono la presenza continua dell’uomo. Così mi scriveva l’altro giorno un’amica: “Tutto quello che hai descritto lo provo anche io. Se ad esempio vado a camminare qui dalle mie parti, la gente mi appare ridicola per come gira e parla… ma alla fine sono persone normali che non hanno avuto le mie stesse esperienze. Certo, preferisco anche io andare in montagna, ma sulla “mia” montagna, perché lì sono libera e la sento un po mia. La gente che puoi incontrare è un po’ diversa dal mio e dal nostro modo di vedere…“.

Mi piace vedere, incontrare animali selvatici, ma la montagna mi sembra vuota quando non sento una campanella, un belato, un muggito. Se durante un’escursione percorro un intero vallone senza segni di “vita d’alpeggio”, mi manca qualcosa. Come attraversare un villaggio fantasma.

Trovare un antico alpeggio ad oltre 2600 m di quota (Alpe la Motta, Vallone di Noaschetta) a me fa riflettere e non poco sulla vita dei pastori di un tempo. Da queste parti ora passano escursionisti, alpinisti e guardiaparco. La vita di questi ultimi, anche se votata alla montagna, alla solitudine, alla natura, ha poco in comune con quella del pastore e del margaro.

Certe esperienze della vita ti lasciano un segno. Anche se non sei nato in un certo mondo, una volta che ne hai fatto parte, non riesci più a tornare indietro. La montagna ti parla in un certo modo e non puoi non ascoltarla. Sai leggere certi segni. Non arrivi magari alle vette dove c’è da scalare, ma puoi essere felice lo stesso. Chi ha dovuto, per mille motivi, lasciare la sua montagna, ne parlerà sempre con nostalgia, anche se lassù ha fatto una “vita grama”.

Gli alpeggi visti “dall’altra parte”: un’intervista ad una proprietaria che vorrebbe ristrutturare, ma…

Poco meno di due settimane fa, nel corso di un seminario sull’abbandono/ritorno alla montagna, ho incontrato Raffaella, proprietaria di alpeggi in Valle Orco. Mi aveva già contattata qualche tempo prima per alcune informazioni relative alla proprietà degli alpeggi, a livello regionale. “Vorrei fare un’osservazione all’Assessore alla Montagna, riguardo ai destinatari dei nuovi contributi per gli alpeggi, che sono esclusivamente alpeggi di proprietà degli enti pubblici, come indicato a questo link. Ti sembra giusto che solo gli enti pubblici possano usufruire di questi fondi, e per di più al 90% a fondo perduto? Quando, e non credo di essere l’unico caso, ci sono alpeggi di proprietà privata dati in affitto da anni allo stesso all’allevatore per mantenere una continuità, senza fare ogni anno una gara per accaparrarsi l’allevatore che gli da’ il  maggior canone di affitto, come fanno gli enti pubblici, ma si accontentano di affitti che a malapena coprono le spese annue, come nel nostro caso di manutenzione e mantenimento teleferica. Non sarebbe più giusto che di questi 3,5 milioni destinati alla ristrutturazione delle strutture d’alpeggio (ricoveri per il margaro, locali di caseificazione) una parte venisse destinata anche ai proprietari privati che molte volte riescono, se ottengono un contributo a fondo perduto, ad attivarsi e fare i lavori in tempi più rapidi e senza spreco di denaro pubblico?“. Ho trovato l’argomento interessante e stimolante, quindi ho chiesto a Raffaella se era disponibile per un’intervista.

Pian Crest (foto R.Blessent)

Cosa vuol dire essere il proprietario “privato” di un alpeggio? Vuol dire spendere nel corso degli anni molte energie, sia in termini di lavoro sia in termini finanziari, per mantenere in piedi gli alpeggi, evitando il degrado e l’abbandono. Se poi come nel nostro caso, non si è allevatori e quindi si da’ in affitto la montagna e le baite, raramente si è beneficiari di politiche volte all’aiuto economico, perché queste sono dirette agli allevatori; anche quando si tratta di contributi per mettere a norma i locali di servizio, oppure installare pannelli fotovoltaici, i beneficiari sono gli allevatori, che nel caso siano anche i proprietari dell’alpeggio, possono accedervi e beneficiarne altrimenti risulta precluso.

Come l’hai gestito in questi anni? Il merito di aver evitato che le strutture degli alpeggi diventassero semplici ruderi va al mio papà e alla mia mamma, che con coraggio nel 1977, hanno costruito una teleferica, hanno ristrutturato le strutture esistenti, rifatto i tetti dove stavano crollando, rifatto in cemento i letamai, costruito nel primo alpeggio anche una cucina e stanza per il malgaro. Tutto questo è stato possibile grazie a un contributo che a quei tempi la Regione Piemonte aveva stanziato per gli alpeggi. Anche se l’alpeggio viene dato in affitto ad un allevatore, a noi rimane tutta l’attività di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici e della teleferica, e la gestione della movimentazione della teleferica per fornire il servizio di trasporto al malgaro. 

Come avviene il rinnovo del contratto? Automaticamente, con l’interesse dell’allevatore a tornare in baita l’anno successivo; da parte nostra non abbiamo mai pensato di metterlo all’asta ogni anno o ogni due o tre anni richiedendo la maggiore offerta economica da parte di allevatori interessati, per noi viene prima il rapporto di fiducia e il mantenimento dei pascoli e dell’alpeggio.

Alpe Pian Crest (foto R.Blessent)

Qual è il tuo alpeggio? Chi lo utilizza? Da circa un secolo, a partire dal mio bisnonno, la mia famiglia è proprietaria di due alpeggi nella Valle di Ribordone, l’Alpe Pian Crest, a mt. 1860 s.l.m.  e l’Alpe Mandetta a mt. 2004, entrambi localizzati lungo il sentiero che sale al Monte Colombo, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Lo utilizza un malgaro che sale lì dal 1998, ossia da quindici anni, con una sessantina di mucche e una trentina di capre. Prima di lui e della moglie c’è stata una famiglia che è salita per venticinque anni di fila, fino alla pensione.

Com’è il rapporto con chi utilizza l’alpeggio? Il rapporto è buono, è fondato sulla fiducia, sul rispetto e sulla collaborazione.

Com’è la condizione generale degli alpeggi nella tua valle? Sono soprattutto pubblici o privati? Gli alpeggi sono quasi tutti privati, solo due sono di proprietà pubblica, di cui uno è costituito da una baita con la stalla per pochi animali e assenza di pascoli. In generale ci sono alcuni alpeggi, che sono stati ristrutturati, perché il proprietario li utilizza direttamente come allevatore, oppure ci sono altri casi, simili al nostro, dove il proprietario pur non essendo allevatore ha cercato con grande fatica di evitare il decadimento delle baite e l’abbandono dei pascoli. Tuttavia durante gli ultimi cinquant’anni c’è stato un forte abbandono degli alpeggi, anche perché nelle nostre valli sono pochi gli alpeggi serviti da piste; in alcuni casi di baite fatiscenti, succede che sono affittati i pascoli e l’allevatore manda su le mucche asciutte e le tiene all’aperto, prende ugualmente i contributi per la monticazione, ma non fa caseificazione in quota.

Secondo le tue conoscenze dirette, c’è richiesta di trovare alpeggi liberi? Credo di sì, anche se gli alpeggi ristrutturati liberi in questa zona sono difficili da trovare, si tende più a favorire la continuità nella gestione dell’alpeggio, a discapito del ricambio a tutti i costi solo per interesse!

Alpe Mandetta (foto R.Blessent)

Cosa necessiterebbe oggi all’alpeggio di tua proprietà? Ci sarebbe da ristrutturare e adeguare alle normative i locali di caseificazione, ci sarebbe da installare una centralina o fare un impianto fotovoltaico, avremmo necessità di ammodernare i servizi igienici, qualche posto letto in più, magari risistemando il fienile.

Perchè hai scritto una lettera alla Regione? Ritengo ingiusto che la Regione Piemonte preveda come beneficiari di due serie di contributi consistenti per gli alpeggi soltanto gli Enti pubblici, senza tenere conto che in questo modo le vallate che presentano quasi la totalità di alpeggi privati non avranno alcun beneficio per la continuazione e la ripresa della zootecnia alpina. Tanto più che proprio l’anno scorso nella Valle Orco e Soana era stato organizzato un convegno sul futuro degli alpeggi promosso da un consigliere regionale, con lo scopo di raccogliere dati sulle problematiche e sulle esigenze degli alpeggi piemontesi, ai fini della futura PAC, erano state esposte cinque tipologie di alpeggio, di queste solo una pubblica e non della nostra valle, per altro un alpeggio comunale ristrutturato con un esborso consistente di fondi pubblici, per la capienza di poche mucche, con pochi pascoli, e ovviamente l’asta  è due anni che va deserta.

Quale pensi possa essere il futuro degli alpeggi? Senza politiche montane favorevoli e senza contributi pubblici non vedo grandi possibilità di futuro!

Vallone di Ribordone da Pian Crest (foto R.Blessent)

Nella “tua” valle è diffuso il fenomeno delle speculazioni sugli alpeggi? No, che io sappia! Anzi al Convegno di venerdì 30 novembre alla Facoltà di Agraria, mi hanno particolarmente stupito e impressionato le cifre da “capogiro” che sono state menzionate per l’affitto di alpeggio, si è parlato di 37.000 € annui di canone, credo di aver capito soprattutto nel cuneese. Cifre raggiunte proprio per effetto della speculazione. Cifre a dir poco assurde. Quando da noi risulta improponibile anche solo un 10% di una cifra del genere. (A dire il vero le cifre citate sono state di 70.000 €/anno… ndA)

Per quali ragioni pensi che il bando regionale sia stato emanato solo per gli alpeggi pubblici? Per privilegiare alcune zone, dove è alta la percentuale di alpeggi pubblici e, per fornire un’altra fonte di entrata per gli Enti Pubblici, considerato infatti che per i Comuni, la percentuale di contributi a fondo perduto è del 90%, ristrutturare un alpeggio diventa un investimento redditizio, viste le cifre da capogiro dei canoni annui di alpeggi pubblici ristrutturati, serviti magari anche da strade! Tutto questo, permettimi di dirlo, a discapito degli allevatori e dei pastori che fanno seriamente questo lavoro e che faticano ad andare avanti in questo periodo di crisi. Non credo che così si aiuti la zootecnia alpina e l’agricoltura di montagna!

Alpe Mandetta (foto R.Blessent)

Questo lungo post vuole innanzitutto mostrare la realtà d’alpeggio vista anche dall’altra parte. Purtroppo devo però dire che molti proprietari privati d’alpeggio non sono così attenti e presenti come Raffaella, motivo per cui troviamo alpeggi abitati (privati) in condizioni ben peggiori di quelle in cui versano attualmente gli alpeggi di cui ci parla lei. Per concludere, se anche voi vi state ponendo la stessa sua domanda riguardo ai finanziamenti, rispondo come ho già risposto a lei. Secondo me il finanziamento è stato offerto solo al pubblico per evitare ulteriori speculazioni, nell’auspicio che il pubblico abbia maggiore interesse a mantenere la destinazione d’uso dell’alpe. Altrimenti poteva esserci il rischio che dei privati chiedessero finanziamenti per ristrutturare baite e trasformarle in abitazioni per vacanze o altro. Ma credo anche che a ciò si potesse ovviare ponendo dei vincoli (tipo quello dell’utilizzo da parte di un allevatore per xy anni), ma non me ne intendo di questi meccanismi, pertanto non mi resta che attendere, insieme a Raffaella, una risposta da parte dell’Assessore.

Tante storie

Letteralmente non so cosa raccontarvi prima… Ma essendo piuttosto impegnata, utilizzo un po’ del materiale arretrato e do spazio a tre piccole storie che ho ricevuto da voi che seguite il blog.

Prima di tutto però un promemoria per i due appuntamenti di questa settimana con le presentazioni di “Di questo lavoro mi piace tutto”: venerdì 14 dicembre, ore 21:00, presso il Salone comunale di Brosso (TO) e soprattutto, per gli amici del Veneto, sabato 15 dicembre, ore 20:30 a San Zeno di Montagna (VR), presso Cà Montagna. Vi aspetto numerosi!!!

(Foto S.Meglia)

Tra i tanti, mi scrive l’amico Silvio, appassionato di campane, per raccontarmi di aver incontrato il personaggio di cui parlavo qui. “Purtroppo non riesco a mandarti il video che ho fatto del passaggio di quel “piccolo pastore”, una vera sinfonia per occhi ed orecchie di appassionati del genere, ma ti allego una foto di quelle capre.

(Foto S.Meglia)

Ero riuscito a dialogare un po con lui e mi aveva raccontato la storia della
provenienza delle sue cioche acquistate in gioventù quando lavorava da
manovale edile credo “lontano da casa” (Saluzzo se non sbaglio) con
tanti sacrifici  per 500 lire (credo l’una) o una cosa simile .

(Foto N.Borno)

Nathalie invece ci mandava delle foto dalla Val Pellice. “Ti mando le foto che abbiam fatto alle due campane che hanno vinto il terzo e primo premio nel concorso “vota la più bella” della festa d’autunno di Villar Pellice. Le foto ritraggono i propretari, Danilo e Didier Garnier.

(Foto N.Borno)

Nathalie giustamente vuole ringraziare anche chi queste campane le ha realizzate… “Queste sono le persone da cui sono state comprate, Walter e Silvia della Selleria Giachetti. Se vorrai aggiungerle alle tue ci farai contenti.” Eccole finalmente e scusa se ti ho fatto aspettare così tanto per vederle pubblicate.

(Foto D.Brunasso)

Attraverso Facebook invece mi scrive Davide. “Mi chiamo Davide, ho 18 anni abito a Locana, ho sempre avuto fin da piccolo la passione per le bestie. Andare a scuola non mi è mai piaciuto, adesso ho un quindicina di capre, ma lavoro da muratore perchè andare avanti solo con poche capre così sarebbe impossibile. Mi piacerebbe tenerne di più solo che lavorando è difficile.

(Foto D.Brunasso)

Ricevere tutte queste immagini e queste piccole grandi storie ogni volta mi emoziona e aiuta a dare un senso a queste pagine che giorno dopo giorno si allungano in un virtuale libro infinito. Oggi ho incontrato gli studenti di due classi dell’Istituto Agrario di Osasco e, anche se sono stati in pochi ad intervenire dopo la proiezione di immagini/presentazione del libro, mi ha fatto piacere incontrare altri giovani appassionati, anche una ragazza, Katia, che la scorsa estate ha passato una stagione in alpeggio. “Non ho animali, abito in un condominio, ma volevo fare quell’esperienza. Avevo paura di lasciare indietro tutti i miei amici, la mia vita, anche se per un breve periodo… I primi giorni è stata un po’ dura, ma poi mi è piaciuto e non vedo l’ora che sia di nuovo stagione di salire in montagna…“.

Un giro in Valle Orco

Ieri sono andata in Valle Orco in occasione della Battaglia delle Capre e Rassegna ovicaprina che, come ogni anno, si teneva a Locana. Lungo la strada avevo già visto due “punti di sosta” per il viaggio di ritorno: una mandria vagante in pianura e un gregge ancora nel fondovalle.

Molti animali arrivavano con i camion, dalle vallate più o meno vicine (Valchiusella, Valli di Lanzo, varie parti del Canavese), ma le greggi locali venivano condotte lì direttamente a piedi, annunciate da un gran scampanellio e solitamente precedute dai bambini, felici ed orgogliosi del ruolo “da protagonisti”.

Anche quest’anno c’è stato un buon numero di capi in mostra, principalmente capre di razza valdostana, ma non solo. Non ho seguito la premiazione della mostra, quindi non ho dati (ammesso che gli speakers l’abbiano detto) sulla consistenza numerica, ma l’idea generale è che ce ne fossero tante, capre. Ed anche molti allevatori!

Quest’anno si potevano vedere solo capre, infatti il gregge che nelle passate edizioni veniva condotto a Nusiglie in occasione della rassegna prima di spostarsi poi in pianura, era assente. Alcuni allevatori locali mi hanno detto che se n’era andato prima dalla valle a causa delle predazioni subite. Quest’anno infatti l’argomento lupo era ben presente tra i partecipanti alla fiera, dal momento che anche molti allevatori di capre delle valli in cui è diffusa la passione per le battaglie sono stati colpiti.

A Locana ho anche incontrato numerosi amici, vecchi e nuovi. Alcuni mi hanno fermata e salutata, altri… magari diranno che sono maleducata! Perdonatemi, vedo tanta di quella gente, oppure tanti mi riconoscono dalle foto qui su internet, ma io non riesco a ricordarmi tutti i vostri volti, quindi fermatemi e ditemi chi siete!! Tutte le altre immagini scattate ieri che non vedete qui sono pubblicate su Facebook.

Invece di aspettare le premiazioni, sono andata a fare un giro in alta valle. Oltre ad una volpe che si è fatta fotografare accanto alla strada, a Ceresole il suono delle campanelle mi ha condotta verso un piccole gregge di capre che era stato fatto uscire dalla stalla per andare a pascolare ancora un po’ d’erba nel bosco, visto che la neve qua e là si era sciolta.

Al mio ritorno, le battaglie non erano ancora iniziate, anche se alcuni animali stavano facendo le prove! Il tendone del pranzo però era ancora affollato, tutti sapevano che non si sarebbe dato il via molto presto. Faceva già abbastanza freddo, il sole era già tramontato dietro alle creste innevate. “Come al solito si finirà che viene notte!“.

Sono stata avvicinata da un “nuovo amico”, Mario dalle Valli di Lanzo, tra i promotori de “Li Apassiunà dle Crave dla Val ed Lans“, di cui mi ha fatto una tessera onoraria. Un suggerimento a Mario: create un sito o almeno una pagina Facebook per parlare del vostro gruppo! Così da condividere iniziative, passione, interessi, curiosità…

Mario mi diceva che nel suo gruppo ci sono soprattutto giovani (lui è uno dei più vecchi o forse il più vecchio in assoluto). Non è difficile da credere, visto che la passione inizia proprio da piccoli. Poi gli appassionati di capre e di questi incontri molte volte non sono pastori per professione, ma hanno un certo numero di capi proprio solo per passione, passatempo, hobby, chiamiamolo come vogliamo.

Le capre che dovevano partecipare alla battaglia erano contrassegnate con un numero bianco sul mantello. Chiacchierando del più e del meno, sono venuta a sapere che gli appassionati delle battaglie sono abbastanza preoccupati per questo dilagante estremismo animalista ignorante, che in svariate occasioni ha già richiesto anche l’intervento di avvocati ecc… Ma è possibile che chi non sa (ignorante, appunto) abbia maggiori diritti di chi lavora, di chi è seguito dal personale addetto (ASL, ecc)? Comunque in più occasioni è stato necessario dimostrare che le “battaglie” non sono corride cruente, bensì manifestazioni duranti le quali animali di diversa provenienza vengono fatti incontrare e, come avviene in natura, questi cercano di stabilire la loro dominanza.

Infatti in alcuni casi addirittura per lunghi minuti gli animali si studiavano senza nemmeno un contatto fisico, o si aggiravano nel recinto facendosi i fatti loro. Di sicuro gli incontri più spettacolari si avevano passate le prime selezioni, ma si stava facendo tardi ed ho abbandonato il campo di gara quando si erano svolti solo i primi incontri.

Per la via infatti volevo ancora fermarmi da un pastore. Sì, un pastore vagante che non vedevo dal lontano 2005… Ettore sale in alta valle con il suo gregge (poco tempo fa ho postato delle immagini inviatemi da un amico che l’ha incontrato quest’estate) e solo adesso sta lentamente scendendo verso la pianura. La neve è sì caduta, ma non così abbondante da spingerlo ad accelerare la discesa. Meglio arrivare giù il più tardi possibile: “…perchè c’è sempre più concorrenza… Pastori, altri con le vacche, tutti che girano, una volta non era così.” E, grazie ad alcuni, aumentano anche i Comuni dove c’è il divieto assoluto di pascolo.

Un po’ dopo, ormai in pianura, lungo una strada trafficata, mi fermerò nel buio per salutare anche Marco, vagante con una mandria di bovini. Impossibile scattare foto… Anche con lui si parlerà di questo problema e del timore che, per fermare chi si comporta scorrettamente, tutti dovranno pagarne le conseguenze: “Va a finire che ci obbligheranno tutti a chiuderle in stalla…“.