Le capre sono arrivate per caso

Quando ho chiesto on-line chi volesse essere intervistato, chi avesse una storia da raccontare per il mio libro su capre&caprai, Mauro è stato uno di quelli che mi hanno contattata. Approfittando di altre commissioni da fare in zona, in una bella giornata di sole e vento mi sono recata in bassa Valle Maira.

Questi sono gli ultimi giorni prima di salire in montagna, in alpeggio, per chi ci va. Purtroppo quest’anno in questo periodo le condizioni meteo sono tutt’altro che favorevoli. Le transumanze avvengono comunque, ma chi deve fare il fieno invece incontra problemi ben maggiori. Anche chi è già in alpeggio spererebbe di poter rivedere il sole. Mauro e le sue capre erano appena sopra alla pianura, ma non mancava molto alla transumanza.

Le ho solo da 3-4 anni. Ho cominciato con i cavalli, i Merens, il primo l’ho comprato quando avevo 15-16 anni, quest’anno sta per nascere il sesto, ne ho solo una che partorisce. Le capre sono arrivate per caso: tornando dalla fiera di Barcellonette, sono passato da un amico che vendeva delle camosciate. Mi sono innamorato del becco, ma poi ho preso anche 3-4 capre! Adesso ne ho 33 più una decina di capretti femmine.

Il gregge aspettava nelle reti, ma Mauro le apre e le mette al pascolo nei boschi circostanti. “Lavoro in fabbrica sui tre turni, tutto il tempo libero vengo qui da loro. Pago il fieno e la montagna, per fortuna i pascoli qui non li devo pagare. Lavorando non ho tempo per mungere regolarmente, così le camosciate le ho scambiate con delle fiurinà. Ho preso delle meticce, poi la prima valdostana.

Le tengo solo per la passione, se devo guardare la resa, non ne avrei più nessuna. Ho fatto un po’ di formaggi, ne ho mangiati e regalati. Queste, quando tolgo il capretto, asciugano in fretta. Andare al pascolo mi piace, ma quando non posso le tengo nelle reti. Se c’è da andare via un giorno, quello prima devi massacrarti a preparare tutto. Ma non sono pentito!

Presto le capre partiranno per l’alpeggio. “Le carichiamo, non andiamo su a piedi. Ci sarebbe il modo passando da Montemale, ma non puoi però seguire con un mezzo, se ce n’è qualcuna che non cammina. C’è poi un ragazzo che le guarda: le mie capre, una ventina di altri e 500 pecore. Andrò su una o due volte alla settimana a vederle. I primi giorni dopo che sono su ti senti sfasato, fa strano non dover più venire a tirare le reti e andare al pascolo!

Pian piano inizi a conoscere e trovi da comprare. Ho trovato tanti contatti su facebook. Le prime fiurinà le ho prese così. Anche il becco. Questa non è una zona tanto da capre, chi le ha sono tutte meticce. Per sapere come fare quando avevo qualche problema, all’inizio telefonavo a Mario del Puy, poi pian piano ho iniziato a capire. Avendo i cavalli, qualcosa già lo sapevo.

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Dante si paragonava ad una capra

C’è stata una nevicata tardiva, ma il sole scalda quei versanti ben esposti della Valle Maira. Siamo in bassa valle, a San Damiano Macra e, al fondo del paese, si svolta a destra, inerpicandosi verso la borgata Podio.

Lo Puy, come dice il nome, è collocato su di un poggio. Ormai qui regna l’abbandono quasi totale, ma, specialmente con la neve, tutti i versanti intorno alla borgata mostrano ben evidenti i segni dei terrazzamenti. Un tempo era tutto coltivato, sfalciato, pascolato…

Non ci sono grossi cartelli che portano all’azienda Lo Puy, solo frecce in legno disegnate a mano. Ma la gente comunque arriva, i prodotti sono rinomati. Sarà lo stesso Giorgio, più tardi, ad ammettere di aver “sempre curato poco le relazioni con il pubblico, ma la Val Maira è seguita dal turismo. E’ stato soprattutto un passaparola.

Il punto vendita è ancora chiuso, l’attività di produzione dei formaggi sta appena per ricominciare. Si vende qui, si forniscono negozi e ristoranti, poi c’è anche l’agriturismo che assorbe parte dei prodotti. Il casaro è lo stesso Giorgio, che ha imparato “…facendo, leggendo, chiedendo. Ho seguito i corsi delle cattedre ambulanti di Moretta che si sono tenuti in valle, ma sono stato anche in Provenza per gli aggiornamenti. Molto è frutto dell’esperienza. Seguo vari modi per fare la cagliata lattica, ma quel che conta specialmente è la stagionatura, un aspetto che da noi è spesso trascurato, oppure certi metodi sono addirittura impediti dalle normative.

Anche l’agriturismo “La Chabrochanto” è ancora chiuso. “Anche se i formaggi si vendono bene, lavori sempre e non paghi comunque tutti gli investimenti fatti, anche se siamo stati aiutati dai finanziamenti ricevuti. Ci sono i mutui da pagare… L’avessi saputo subito che le cose andavano così, l’agriturismo non lo avremmo fatto. Troppi costi. Tanti sacrifici e ci sono comunque quei momenti dell’anno che non hai nemmeno i soldi per pagare un paio di scarpe…

Mentre aspetto Giorgio, mi intrattengo con gli unici altri abitanti della borgata: alcuni gatti che si godono il sole. “Quando ho finito gli studi, volevo comunque tornare in montagna. Parte delle mie origini sono in Valle Po, ma lì mia moglie, che è medico, non aveva sbocchi professionali. Siamo stati un anno e mezzo in Val Grana, poi abbiamo trovato qui della terra e delle case da ristrutturare. Abbiamo scelto il posto perchè era tutto abbandonato e non c’erano altre aziende agricole, non c’era concorrenza.

Le prime capre le abbiamo prese nel 1999. All’inizio avevamo bestie di diversa provenienza, “nostrane”, sperando che fossero bestie che, come un tempo, producevano bene anche con pascoli poveri, ma i capi buoni si sono persi. Mungevamo troppo poco, così abbiamo scelto di prendere delle bianche, delle Saanen. Abbiamo scelto quelle perchè, all’epoca, in Piemonte, c’era già una buona selezione sulla razza. La selezione però non ha fatto perdere la rusticità, così stiamo al pascolo al’aperto fin quando si può.

Tutta la famiglia lavora in azienda: oltre a Giorgio, c’è il figlio Mario, il maggiore, che presto farà l’insediamento. “La figlia e la moglie lavorano soprattutto all’agriturismo, ma adesso la figlia studia ancora e mia moglie ha ripreso anche il lavoro da medico per far quadrare i conti. Poi ci sono i tre figli piccoli che vanno ancora a scuola. Inoltre c’è Lara che ha una decina di capre in società con noi, anche se lei soprattutto si occupa delle ceramiche.

Fin da giovane frequentavo i pastori, non ho mai concepito l’allevamento senza fare formaggio, è il senso ultimo della pastorizia. La vocazione della capra è il latte e il formaggio, il capretto è un sottoprodotto, è inevitabile mangiarlo, i capretti maschi non si allevano. Come numeri, non si possono tenere troppe capre, sia per il territorio, sia perchè la capra è gerarchica, fanno gruppi, si dividerebbero, non si potrebbero gestire.

La nostra chiacchierata avviene fuori dalla stalla, con i cani intorno, seduti su dei tronchi di legno. “Le soddisfazioni sono quelle di tagliare un buon formaggio e condividerlo con gli amici, oppure mangiare un buon capretto alla brace, o anche la capra anziana che ti ha accompagnato per degli anni. Poi la relazione che hai con gli animali andando al pascolo… Se non potessi andare al pascolo, non alleverei! Il capraio è spesso un mestiere “di ritorno”, trovi anche tanta gente “assurda” che ha fatto ogni tipo di mestiere prima. La capra è più intelligente, con lei hai un rapporto migliore. Dante si paragonava ad una capra, mentre i conformisti erano pecore matte…

La borgata torna viva solo d’estate, quando qualcuno torna alle case di origine. Adesso anche le ristrutturazioni sono ferme, ma servirà ancora del tempo (e dei soldi) per terminare tutto. Giorgio mi racconta anche disavventure burocratiche, la capra che pascola in bosco non è consentita, “…ma quelli erano prati, campi, la capra cerca di ripulire! L’università fa gli studi sul pascolamento sostenibile, ci mandano su i tesisti, ma poi ci tolgono i contributi perchè dicono che dalle foto aeree c’è troppo bosco e quindi sosterrebbero che non pascoliamo. Non puoi nemmeno insistere troppo, perchè altrimenti ci multano persino perchè non si potrebbe andare con le capre nei boschi…

Prima di ripartire, passo ancora da Lara, a vedere l’esposizione delle sue opere. Pregevoli lavori in una bellissima ambientazione… Ma le difficoltà, per chi ha scelto di vivere e lavorare quassù, sono davvero tante. Come sempre, un conto è teorizzare il ritorno alla montagna, un altro è viverlo sulla propria pelle.

Per chi si fosse incuriosito, intanto consiglio di fare un giro in Valle Maira, dove l’architettura delle povere case di montagna presenta dettagli veramente unici. Questa invece è la pagina de Lo Puy. Per chi conosce il film “Il vento fa il suo giro”, le capre del pastore erano state imprestate da questo gregge!

Un passo indietro

Finalmente il sito delle immagini sembra aver ripreso a funzionare a dovere, quindi anche i vecchi post dovrebbero avere di nuovo tutte le foto al loro posto! Oggi facciamo un passo indietro, vi ho mostrato le discese dall’alpeggio con pioggia e neve, ma ho ancora in arretrato immagini delle settimane precedenti. Nei prossimi giorni invece vi mostrerò gli scatti presi alle varie fiere e vi segnalerò gli appuntamenti (moltissimi!) per il fine settimana.

Queste foto le avevo scattate a fine settembre in Val d’Aosta. Stavo facendo due passi quando, più in basso della strada che stavo percorrendo, ho visto l’inconfondibile chiazza chiara di un gregge. Così sono scesa e l’ho raggiunto. Gli animali erano nel recinto, era poco prima di mezzogiorno, probabilmente erano stati messi al pascolo prima, dato che erano tutti fermi, tranquilli, a ruminare.

Di questo gregge avevo sentito parlare il mese prima quando ero stata a trovare Andrea, il pastore Biellese, a Gressoney. Credo infatti che sia il gregge di un pastore valdostano che, anni fa, era stato nel Bellunese e la cui foto compare nel libro “Transumanze” dell’amico Adolfo Malacarne. Non c’era nessuno in zona, quindi non ho potuto chiedere conferme. Era comunque un gregge con pecore di razze diverse, anche qualche Rosset/incroci ed un buon numero di capre.

Altrove, sempre in Vallée, lungo la strada ho fatto numerosi altri incontri. Più che normale, da queste parti, dove comunque l’allevamento è ancora molto praticato. Siamo a mezza quota, non è alta montagna. Guai non ci fossero gli animali, mancherebbe qualcosa alla vista, all’udito e il paesaggio sarebbe molto molto diverso.

Non mi stancherò mai di ripetere che gli animali selvatici sicuramente possono regalarci grandi emozioni, quando riusciamo ad avvistarli. Ma che dire di quelli domestici che, per di più, sono alla portata di tutti? Questo quadretto era lì, bordo strada, salendo verso il Col di Joux. Mi è bastato accostare, scendere dall’auto e scattare le foto!

A volte mi sembra di essere ripetitiva, ma poi continuo a leggere certi commenti, ascoltare certi discorsi, e allora capisco che bisogna proseguire nello spiegare che questa montagna, la montagna “bella da vedere”, non nasce così. Il paesaggio lo modella l’uomo, lo può fare per esigenze turistiche, di svago, certo, ma il paesaggio che piace, quello che “sembra” naturale, è un bosco che però viene tagliato perodicamente per il legname o, ancora di più, un prato che viene sfalciato, un pascolo che viene utilizzato dagli animali.

Prima della neve ero anche andata a fare una gita in Valle Maira. C’era già stata una prima spruzzata alle quote più alte e quasi me lo sentivo che sarebbe stata l’ultima camminata lassù. L’autunno stava iniziando a dare i suoi primi segnali e molti margari erano già scesi, altri avevano gli animali in basso, per finire l’erba prima di partire.

A questa stagione un giorno c’è un sole splendido, cielo blu e aria ancora tiepida, ma basta poco affinchè tutto cambi rapidamente. I bovini di razza Piemontese mi osservano passare accanto a loro, proprio all’inizio del sentiero. Poco oltre scavalco di nuovo il filo elettrificato del recinto, più a monte non incontrerò nessuno, la stagione d’alpeggio è finita.

Solo il silenzio, lassù. C’è la prima neve, l’erba è ormai bruciata dal secco e dal freddo, dove non batte il sole il terreno è già gelato. Solo ogni tanto i fischi delle marmotte, che si godono l’ultimo sole prima del lungo letargo. Vedo anche un branco di camosci e, per qualche minuto, osservo un ermellino curioso che gioca a nascondino a pochi metri da me.

Anche sul versante francese non c’è più nessuno. Del gregge restano solo le tracce, l’erba brucata, gli escrementi secchi, i sentieramenti sui pendii. Vento e silenzio, la montagna è vuota. La montagna atteneva la neve a coprire i pascoli, a rifornire le falde che alimenteranno i laghi, i torrenti, per la prossima stagione.

Proseguo il cammino, di nuovo in Italia, scendendo in un altro vallone. Mi sembra di sentire una campanella da qualche parte, poi l’abbaiare di un cane. Dovrebbe esserci un gregge, un pastore, in questo alpeggio, ma pensavo fossero già scesi. Trovo tracce inequivocabili della loro presenza, ma risalgono a pochi giorni prima. Alla baita c’è in effetti ancora il recinto, un cane da guardiania, una pecora con gli agnelli…

Ecco, sulla vecchia strada militare che risale dal fondovalle, un’ennesima versione di cartello che segnala la presenza di cani da guardiania, questo è bilingue, in Italiano e Inglese. Ora di togliere anche questo e metterlo da parte per la prossima stagione.

Il gregge doveva essere sceso forse anche solo quel mattino, o il giorno precedente, infatti si trovava sul versante opposto, nei pascoli che utilizza ad inizio e fine stagione. Pascoli aridi, magri, ma adatti per le pecore, un po’ come quelli che si incontrano in Francia.

Ecco ancora uno scorcio panoramico che immediatamente identifica la testata della Val Maira, con il profilo caratteristico della Rocca Provenzale a monte dell’abitato di Chiappera. Guardando questa foto mi viene da chiedermi come poteva essere  il paesaggio qui in tempo, quando sicuramente c’era gente che rimaneva in montagna con gli animali tutto l’anno, non come ora che mandrie e greggi salgono dalla pianura. Quei tempi in cui tutti avevano qualche bestiola, una vacca forse, due pecore, due capre…

Si sale quando è stagione

La transumanza è già stata qualche giorno fa, più precisamente sabato 5 luglio, ma tra problemi tecnici e viaggi vari, io ve la racconto soltanto oggi. Una transumanza di salita all’alpe ai primi di luglio? Sì… quando la quota è elevata e si aspetta di avere l’erba “giusta”.

Così i camion arrivano in valle quando ancora non è giorno, ma si vede appena la prima luce dell’alba. La notte è stata lunga, per i margari non c’è stato riposo: prepara tutto, poi carica le bestie nel cuore della notte, il giorno prima già si era fatto un giro a portare materiale e qualche animale.

Tempo di scaricare tutto, fare una rapida colazione e si parte a tutta velocità. Come viene aperto il cancello del recinto, le vacche si incamminano letteralmente di corsa e bisogna faticare non poco sia per contenerle, sia per star loro dietro. Ecco come scaldarsi nell’aria fredda del mattino!

Si attraversano le prime borgate, si sale e sale anche il sole, fino ad inondare la mandria in transumanza. Le schiene emettono vapore, una vera e propria nuvola che avvolge tutto. Il cammino però è ancora lungo, ci sono ancora numerose frazioni e borgate da oltrepassare prima di raggiungere la zona dei pascoli.

Ci sono già mandrie qua e là, questo per qualcuno è territorio d’alpeggio, così in questo caso gli animali hanno potuto salire prima. L’aria è frizzante, il cielo abbastanza limpido, si riuscirà a portare a termine la transumanza senza pioggia? Per fortuna pare di sì. Ma non ci sarà da patire il caldo, nei giorni successivi. Anzi, addirittura la neve farà la sua comparsa sulle cime.

Una tappa per separare le manze dalle vacche da latte. Uomini e animali si riposano, ma per le persone c’è già subito altro da fare: piantar picchetti e tirare fili, poi dividere gli animali che inizieranno qui la loro stagione d’alpe da quelli che invece salgono fino all’alpeggio più in alto.

Terminato questo lavoro, è ora di fare una colazione un po’ più sostanziosa. I chilometri percorsi a piedi sono parecchi, la stanchezza grava su tutti e qualcuno quasi si assopisce, mentre sorveglia gli animali (che però pascolano placidamente senza tentare la fuga).

Approfittando della sosta, una vacca pensa bene di partorire. Per fortuna fa tutto da sola e il piccolo apre gli occhi sul mondo tra i larici e un ruscello fragoroso. Ovviamente mamma e piccolo non continueranno il cammino, per quel giorno. Di lì a poco dei ciclisti raggiungeranno la transumanza e richiameranno l’attenzione dei margari: “C’è un cane morto indietro dove ci sono le mucche…“. Eppure i cani ci sono tutti! Il suddetto cane risulterà essere per l’appunto il vitello che riposa nell’erba…

Ci sono ancora parecchi chilometri da percorrere, così si riparte. Questa strada la conosco bene, l’ho percorsa varie volte, sia in auto, sia in bici, così i suoi strappi, i suoi tornanti, i suoi rettilinei sono impressi nella mia mente. Per la prima volta però in quell’occasione l’ho affrontata con una mandria in transumanza.

Ecco il momento in cui si esce dal bosco e si iniziano ad attraversare quei bei pascoli in fiore. Amo questa valle, i suoi panorami di ampio respiro che difficilmente si intuirebbero quando sei giù lungo la strada di fondovalle. Gli altri alpeggi lì intorno sono ancora vuoti, ma quelle mandrie iniziano a pascolare a quote più basse. A parte i ciclisti e qualche escursionista, c’è poco traffico. Forse la gente si è fatta spaventare dalle previsioni, o dalla nebbia che al mattino gravava sulla pianura… Uno strano mese di luglio!

Verso il Monviso già si accumulano le nuvole, ma sulla transumanza continua a splendere il sole. Le vacche adesso si sono calmate, vuoi la stanchezza (il cammino è lungo anche per loro), vuoi la separazione dalle manze. Ormai però non manca più tanto e tutti ne sono felici, perchè chi ha letteralmente passato la notte in bianco inizia ad essere molto molto provato.

Ecco la mandria a destinazione. Per il momento si arriva lì, sono quelli i primi pascoli da brucare. La baita è qualche decina di metri più a monte, ma poco per volta gli animali verranno via via spostati. Erba sembra essercene in abbondanza e si spera che la stagione sia buona. Chiuso il recinto, si sale tutti all’alpeggio per il pranzo, dopo qualcuno andrà a riposare, altri torneranno a valle. La stagione d’alpeggio inizia anche quassù all’Alpe Valanghe nel Vallone di Marmora (CN).

Siccità, pioggia, neve…

Venerdì mattina, alle prime luci dell’alba, in un cielo finalmente nuvoloso, solcato da fulmini, ho attraversato una pianura ancora riarsa, dove dominavano colori spenti: il giallo, il marrone, ma non quelli vivaci dell’autunno, quelli impolverati della siccità. Niente verde nelle stoppie, mais secco in piedi, prati sfalciati dove non era ricresciuto nulla, incolti poco appetibili, fiumi in secca, le cui sponde non avevano vegetazione erbacea fresca, verde. Al ritorno già qualcosa era cambiato, dopo soli due giorni. Stava tornando il verde, favorito dalle piogge e dalla terra ancora calda. Adesso in pianura l’erba crescerà, ma…

Foto: Silvio Acchiardi

Intanto in montagna ha nevicato. In queste foto dell’amico Silvio (prese da Facebook), possiamo farci un’idea di cos’è successo in questo fine settimana in Valle Maira (CN) e nelle altre vallate dove le precipitazioni nevose sono cadute abbondanti.

Foto: Silvio Acchiardi

Qualcuno è dovuto scendere, specialmente con le vacche, complice anche la precedente siccità e la carenza di erba che già faceva pensare di anticipare il rientro in pianura. Altri sono rimasti, confidando nel previsto rialzo delle temperature, che sta trasformando la neve in pioggia e farà sciogliere quella caduta a terra.

Comunque sia, anche se tornerà l’estate, come dicono (d’altra parte siamo ad inizio settembre!!), ormai i versanti hanno cambiato colore. Anche laddove l’erba c’era, con la pioggia e la neve gli animali ne sprecano di più, calpestandola e sporcandola con gli zoccoli. Poi l’erba vecchia marcirà e chissà se si farà ancora in tempo a pascolare una ricrescita che fino ad ora non c’era stata?

Chi ormai è sceso, si preoccupa di quello che (non) c’è in pianura. Durante la mia breve permanenza in Trentino, ne ho approfittato per incontrare un pastore che doveva essere nel comune che mi ospitava, ma per la carenza d’acqua era ormai sceso in pianura sul versante veneto, in periferia di Schio (VI). Proprio quel mattino, prima dell’alba, aveva attraversato la cittadina. “Non ce l’ho fatta in tempo ad avvisare, qui di solito funziona così, avviso il Comune quando passo e loro, per quella volta, cambiano il giorno di pulizia strade. Ma quest’anno è andata così, tutto di corsa, non sono mai arrivato qui al primo di settembre! Adesso piove, le strade si puliscono da sole…“.

Piove anche sulle montagne che avevano ospitato il gregge d’estate. Montagne meno alte di quelle frequentate dai pastori piemontesi, montagne che comunque non ti consentono di rimanere in quota fino ad ottobre. “C’è stata tutta una serie di problemi, ho anche dovuto dividere il gregge e mandarne metà da un’altra parte. Qui avevo affittato diverse malghe, tutta roba piccola, lunghi spostamenti da fare tra una e l’altra, ma il problema principale era che mancava l’acqua. Mi sarei messo a posto io le vasche e tutto, ma il Comune dice che è un’opera edilizia e servono i permessi, così le mie pecore non potevano più bere. Con un’erba dura e secca come c’era quest’anno…“.

Si lamenta per lo stato degli animali, che hanno patito tutti i problemi che ci sono stati in montagna, dalla salita tardiva alla carenza d’acqua. Parla a lungo, questo giovane che racconta di come abbia iniziato a fare il pastore ad otto anni di età. Pur nella sua ancor breve carriera, di difficoltà ha dovuto affrontarne molte. Certi discorsi sono quelli di sempre, gli spazi di pascolo che si riducono, la tolleranza sempre minore nei confronti della pastorizia, certi “colleghi” che si comportano scorrettamente, rovinando il nome della categoria e facendo sì che sia sempre più complesso praticare il pascolo vagante.

Qui sembra verde, ma Cristian afferma che è una delle poche belle stoppie che ha visto. “Stamattina ho portato a casa delle pecore che avevano partorito e ne ho approfittato per vedere dove spostarmi. Non c’è niente! In certi posti l’erba non è venuta, in molti altri il sorgo è ancora tutto da tagliare. Non sono mai sceso così presto, nemmeno nel 2003 quando c’era stata quella siccità. Ma anche allora, nonostante tutto, nelle stoppie c’era tutto questo sorgo selvatico bello verde e lo mangiavano bene. Quest’anno niente.” Da un lato all’altro dell’Italia le storie di pascolo vagante rimbalzano, spesso molto simili tra di loro…

Come in un film western

Siamo tornati in Valle Stura per il secondo appuntamento con la famiglia Giordano (fienagione in fondovalle + alpeggio in quota) finalizzato alla realizzazione del film sui pastori nell’ambito del progetto ProPast.

La pioggia tanto attesa si era presentata ad intralciare le operazioni di fienagione, ma poi il giorno dopo la mattinata era splendida e ci siamo avviati molto presto a raggiungere l’alpeggio. Visto il carico delle attrezzature, ci era stato consigliato di salire dal Vallone dell’Arma e non dal sentiero utilizzato da Battista, da suo cognato e dal loro aiutante Andrea per arrivare alla Montagnetta. Qualche esitazione all’inizio per colpa della segnaletica mal posizionata (ed errata nelle tempistiche), ma poi ci siamo avviati sulla strada giusta.

Il posto è splendido, la vecchia strada militare abbandonata in alcuni tratti è franata o ingombra di pietre, ma attraversa questo paesaggio di rocce calcaree compiendo svolte e tornanti dietro ciascuno dei quali uno si aspetterebbe di veder arrivare un cowboy a cavallo avvolto nel poncho…

In effetti girare qui un film non sarebbe male… Ah, già, noi lo stiamo facendo! Ma non è fiction, non è fantasia, si tratta di vita reale, anche se qualcosa di ciò che vi mostreremo sembrerà incredibile a molti.

Finalmente, dopo un lungo cammino con le attrezzature, arriviamo al Colle del Vallonetto e scorgiamo laggiù la baita, il recinto e le pecore. Ci aspetta ancora la discesa, sempre lungo l’antica strada militare.

Giusto in tempo per vedere l’uscita del gregge dal recinto… Tra ciuffi di erba secca e dura, che nemmeno le pecore mangiano più, e nuvole di polvere che si posa ovunque (anche sugli obiettivi di macchina fotografica e telecamera), gli animali seguono il pastore, che anche oggi li condurrà al pascolo.

Qui la vita è dura, Battista, suo cognato ed il giovane Andrea si alternano nella cura e conduzione del gregge, tre giorni ciascuno. Si sale con i viveri misurati per quel periodo, anche perchè la capanna è così piccola da non permettere di ammassare molte cose. E poi tutto pesa, sulle spalle, a partire dal pane. La buona Lucia, giù a casa, prepara pietanze da portare su, perchè “…uno a scatolette e salame si rovina lo stomaco!“.

Nei pressi del recinto c’è una carcassa, o meglio, le ossa e un po’ di lana. Battista ci spiegherà che si trattava di una pecora malata, lasciata indietro in una rete accanto al recinto. “Al mattino era viva, poi gli avvoltoi l’hanno uccisa e mangiata. Ne ho contati 18, l’altro giorno! Hanno pulito tutto lì sotto, dove un’altra pecora era morta. Non so, stava bene, poi di colpo è andata giù, morta. Forse una pietra, non so. Ma l’altra era viva…“. Gli avvoltoi di cui si parla sono i grifoni. “Sono arrivati dalla Spagna, così dicono. Non so… Sono enormi! Dicono che mangiano solo carogne, ma…“. E infatti questo è quanto riportato comunemente a riguardo dell’avvoltoio grifone. Può darsi che la pecora sofferente fosse peggiorata o che fosse morta nel frattempo e quindi gli animali se ne siano cibati. Qualche ornitologo ci sa dire di più?

Il gregge avanza, Battista ci spiega che oggi andrà lassù, verso la cresta di confine, ha ancora dell’erba da finire di pascolare. Le pecore devono accontentarsi di quello che c’è, stanno già pascolando versanti che di solito erano destinati al mese di settembre. E poi? “Quando siamo saliti di erba ce n’era, ma dopo si è fermata… Andiamo avanti fin quando ce n’è e poi scendiamo, non si può fare altro“.

Un torrente, ancora un po’ d’acqua che, come in tutte le aree carsiche, compare e scompare all’improvviso, giusto per permettere al gregge di dissetarsi. Venisse a mancare anche quel poco d’acqua, bisognerebbe scendere subito.

La solitudine quassù non è totale: “In questi giorni passa molta gente, anche in bici, poi tanti stranieri a piedi, Tedeschi… Se sono lì vicino al sentiero si fermano a far due parole, quello sì. La moglie non so se è tranquilla quando sono quassù da solo… Ma è così. Mio figlio no, lui qui non sta. Ma è giovane, anch’io da giovane non sarei stato.” Questo discorso Battista lo ribadisce più volte ed io non riesco a spiegarmelo, perchè il giovane dovrebbe essere più pronto ad affrontare il “pericolo”, che poi è rappresentato “solo” dall’isolamento, specialmente di notte.

Le pecore salgono rapide sui pendii scoscesi ed assolati, c’è il vento e Battista si avvia per il versante più “dolce”. In poco tempo è in cresta e dopo mi confiderà di non essere più agile come un tempo, d’altra parte ormai gli anni sono quasi settanta “…e c’è anche un po’ di asma!“.

Meglio non ripeterlo alla troupe che a fatica trasporta fin qui, ad oltre 2.700 metri, telecamera, cavalletto, microfono e macchina fotografica! Certo, il panorama una volta in cima è mozzafiato e pare di avere tutto a portata di mano, anche quella strana cosa bianca in mezzo a tanta roccia. Battista non sa cos’è, gli spiego che è il Monte Rosa, con i suoi ghiacciai. “Di qui Elva non si vede, dall’altra punta più in là sì…“. Poi lascia che gli spieghi cosa vediamo, i nomi degli alpeggi e dei loro conduttori, chi è quello con i bèru (le pecore), poi i nomi dei pochi paesi che si scorgono, le vallate, le montagne. E’ stato in Francia a lavorare da pastore, Battista, prima solo d’inverno, vicino ad Arles, e poi anche d’estate “…e andavamo in un alpeggio in faccia a La Grave, guardavo un gregge di 2.000 merinòs!“, ma altrimenti non ha viaggiato molto fuori dalla sua valle.

Terminiamo l’intervista, ci spiazza con qualche battuta, poi racconta della figlia che “…non so se tornerà. Ma è anche giusto, si fa la sua vita. Prima avevamo paura, perchè lui ha già tre bambini, ma poi abbiamo visto che le vogliono un gran bene e allora adesso siamo più tranquilli. Il futuro però non so. Finchè possiamo noi… mio cognato ha 14 anni meno di me. Però Daniele su qui non ci sta, di notte. Non so, per adesso è così, poi si vedrà. Quel ragazzo che adesso è da noi, Andrea, è proprio bravo. Trovasse un lavoro da star qui d’inverno, ma non trova niente, è difficile.

Poi Battista va dal suo gregge, che si è sparpagliato per la montagna. Non deve sconfinare, anche se dietro i pendii sono ripidi e difficilmente le vacche saliranno fin lì. La nostra macchina non dovrebbe essere lontana, vediamo sotto la strada della Gardetta, ma raggiungerla è meno scontato di quel che sembra e sicuramente impieghiamo molto più della mezz’ora preventivata dal pastore.

Natale senza luna, chi ha due pecore…

Nei miei vagabondaggi per intervistare giovani è capitato anche di passare per Dronero e così ho fatto visita a Silvio, che qualche tempo prima mi aveva scritto: “Io sono operaio un po’ per obbligo, comunque abbiamo un azienda piccola, a conduzione famigliare che ci impegna tutti. Titolari dell’azienda sono mio fratello e sua moglie, io sono il vecchio, mio fratello è del ’73 e mia cognata del ’89, qiundi mi chiedevo se lei ti può interessare x il libro…“.

Prima siamo passati a salutare il fratello giovane, che era al pascolo con il gregge nei prati vicino a casa. Pecore nella poca erba, l’ultima se verrà a nevicare, mentre le capre preferivano foglie e cespugli. Qui, se nevica, l’inverno è lungo, quindi in questa stagione parlare del tempo è d’obbligo, così vengo a scoprire un modo di dire che mai avevo sentito prima: “Natale senza luna, chi ha due pecore ne vende una.” Speriamo che i vecchi detti sbaglino…

A casa ci aspetta Ylenia con il piccolo Giorgio, di nove mesi. “Già mio papà aveva bestie, mucche capre e pecore. Questo è un lavoro che si fa per scelta, io avevo studiato alle magistrali, ma tanto all’università non volevo andare. Mi sono sposata, ma tanto facevo questo già a casa. I miei suoceri ci aiutano sempre, io adesso che ho lui non posso lavorare come prima, ma anche mio cognato ci aiuta part-time. Sono allevatrice e mamma, il lavoro triplica, ma comunque si cerca di fare tutto!

Nel cortile della cascina trovano posto, ora in una stalla, ora nell’altra, tutti gli animali. D’estate invece si sale in alpeggio: “Le mucche in un vallone qui sopra, per le pecore invece adesso abbiamo dovuto prendere un pastore che le guardi, dopo tutti i danni che abbiamo avuto con il lupo. E’ un ragazzo rumeno davvero bravo.“. E’ poi Silvio a spiegarmi i dettagli, a mostrarmi le foto delle pecore sbranate: “Dicevo che era il lupo e mi prendevano per pazzo, ma poi…“. Mi racconta del ragazzo che sorveglia le pecore, le loro e quelle di altri proprietari. “Un vero pastore, alle bestie ci tiene proprio, ambizioso nel lavoro, pulito e ordinato.

Ylenia spiega che in azienda si occupa di “…quello che capita. Mungiamo le mucche e vendiamo a Valle Stura, ma adesso con il bimbo logicamente non posso. Di questo mestiere mi piace tutto, altrimenti non si farebbe. Comunque io sono più per le mucche, a casa avevamo tutto, ma io le preferisco.” Ed anche qui gli animali non mancano, tra Porcellini d’India, gatti, cani, un maiale nano…

Quando parto, incontro il gregge di ritorno. “Se non nevica, adesso che finisce l’erba, andremo per ghiande e castagne, anche se con la malattia che c’è adesso di castagne se ne trova sempre meno.” Giorgio è contento di andare in stalla, vedere gli agnelli ed i vitellini. “Aveva tre mesi quando l’ho portato in montagna a vedere le pecore un giorno. Dicevano che era troppo piccolo e non dovevo, ma una volta tutte le donne salivano in alpeggio con i bambini.

Il gregge rientra a casa. Qui, se verrà a nevicare, la neve durerà fino a primavera. Per adesso le intenzioni non sembrano affatto quelle. Il sole tramonta sulle montagne della Val Maira, saluto Ylenia, Silvio e Franco, li lascio ai loro lavori di fine giornata.

…ancora a tutti i miei auguri di Buon Natale, sperando davvero che la frase riportata da Silvio non sia veritiera!!