…poi ho detto… proviamo!

Sono un tipo un po’ strano, lo so. Dovrei gioire per la rinascita della montagna, di quei villaggi che ho frequentato quando erano avvolti dalla vegetazione, silenziosi, totalmente abbandonati. Adesso che arriva la strada, le gru spostano materiale, i muratori lavorano per farli tornare in vita, io però non sento più le voci di un tempo, quelle di chi quelle case le aveva costruite ed abitate.

Per salire a Campofei ho scelto comunque di percorrere l’antico sentiero partendo da Colletto, non la nuova strada. Dove non arrivano i mezzi è ancora tutto come un tempo, o meglio, il tempo sta facendo il suo corso, i tetti crollano, le travi marciscono, gli alberi si richiudono sulle case. Non so cosa sia giusto e cosa sbagliato, sicuramente però chi oggi tornerà in questi luoghi condurrà una vita molto molto diversa da quella di un tempo.

Queste sono le frazioni di Castelmagno, luoghi dove un tempo si conduceva la più povera delle vite. Le testimonianze di allora le si possono trovare nei musei, oppure nei libri: “I prati erano sempre pieni di gente: uno spettacolo. Tutti si adoperavano perchè fossero sempre puliti (…). Appena era possibile si dissodava una nuova zona, si allargavano i terreni coltivabili, magari di nascosto (…). Era la fame che spingeva tutti a questo infinito lavoro…”. “Mio papà, le prime calze che portava gliel’ha fatte mia mamma quando s’è sposata, adoperando un suo paio. Prima non le aveva mai portate.” Queste e tantissime altre testimonianze si possono leggere nel libro “Rescountrar Castelmagno”, testimonianze raccolte da obiettori di coscienza che, tra il 1976 e 1978, svolsero il servizio civile a fianco dei montanari che ancora vivevano lassù. Oggi invece quelle borgate sono state acquistate da aziende agricole composte da imprenditori del settore vitivinicolo che, grazie ai capitali posseduti, hanno intrapreso progetti di recupero e ristrutturazione.

Di Valliera avevo già parlato lo scorso anno in occasione della transumanza. Quest’anno invece sono venuta a Campofei per incontrare ed intervistare Roberta, che già conoscevo. “Ho sempre avuto 2-3 caprette fin da piccola, i miei sono nel settore della viticoltura, siamo di Barolo. Ad una fiera nel mio paese avevo conosciuto Roberta Colombero, lei aveva il banco dei formaggi, sono poi andata a trovarla in cascina e d’estate ho fatto la transumanza con loro. Dovevo stare solo pochi giorni, invece sono rimasta su quasi tutta la stagione fino a settembre. Ho fatto due estati con loro. I soci che gestiscono l’azienda qui hanno chiesto se quest’estate volevo venire su con le capre, ci ho pensato e ho detto di sì.

Quello che colpisce è la giovane età di Roberta (classe 1999), che è quassù ufficialmente come stagista per la scuola, anche se in realtà farà tutta la stagione. Con lei poi c’è Giorgia, la sorellina di 8 anni. “Più che aiutare, tiene tanta compagnia! Ci siamo solo noi qui, di giorno ci sono i muratori, alla sera resta solo il cuoco dell’agriturismo. Erano venute altre due stagiste, ma non si sono fermate. Una dovrebbe tornare… Mi ha fatto riflettere l’idea di venire su da sola, ma poi ho detto… proviamo! Il papà viene su venerdì, sabato e domenica, la mamma quando riesce. Quando viene papà c’è anche Eleonora, la più piccola che ha 5 anni.

Oltre alle due capre camosciate di Roberta, ci sono altri animali dell’azienda agricola, nove in mungitura, oltre ad alcune vitelle di Roberta. “Mi piacciono di più le mucche, non mi trovo male con le capre, da sola sono più facili da gestire. In futuro non lo so cosa farò, vorrei continuare nel settore, ma non ho idea come. Qui mungo al mattino, porto al pascolo le vitelle, poi le capre. Al pomeriggio faccio i formaggi nella cucina dell’agriturismo. In base a che ora finisco, le mungo e le metto fuori o viceversa.

Amici e parenti vengono a trovarmi, a volte se qualcuno mi porta il sabato sera vado a trovare Roberta in Valle Maira e andiamo a ballare. Le capre le munge mio papà, poi il latte lo lavoro io quando torno. Mi hanno intervistata su “La Stampa”, grazie ad un fotografo delle mie parti, di lì è partito tutto, sono anche venuti quelli de “La vita in diretta”, mi hanno cercata altri, ma non abbiamo accettato. Tanti non capiscono, per tanta gente è semplice, ma lo fai solo se ti piace davvero. Anche le amicizie, mica tutti capiscono! Al sabato e alla domenica do anche una mano nell’agriturismo e nell’orto, faccio le camere…

Per molti la storia di Roberta può sembrare eccezionale, incredibile. E’ da ammirare la sua scelta, ma non dimentichiamoci che ci sono decine e decine di figli di allevatori che aiutano le famiglie tutto l’anno. Magari non stanno da soli in alpeggio, ma vanno al pascolo e mungono un numero ben maggiore di animali. Nessuno però parla di loro. Qui sicuramente il luogo e il “contorno” aiutano a dar visibilità. Purtroppo siamo in una società che vive molto di immagine… conta di più una storia ben confezionata e ben proposta che tante realtà di cui nessuno parla.

Io mi auguro che ci possa essere un futuro per quello che ho visto a Campofei. Mentre scendevo dalla strada (sotto al temporale e alla grandine, quindi non ho fatto foto), sono passata a Valliera, che ormai è stata interamente recuperata e ristrutturata. “Se il prossimo anno non torno, le capre le ridarò indietro. Adesso dovrebbero arrivarne altre 10, che partoriranno poi in autunno. Ho ancora due anni di scuola da fare, quest’anno perderò le prime due settimane. Oggi viene su il professore a vedere e compilare i fogli per lo stage.

Nell’agriturismo, non ancora aperto ufficialmente (uno dei soci dell’azienda agricola mi spiega che questo è ancora un anno di prova, per ora vengono su loro con gli amici, poi quando sarà tutto a posto si darà il via) assaggiamo vari formaggi tra cui quelli freschi di Roberta, che ha imparato a caseificare nelle scorse stagioni in alpeggio.

Questa era Campofei una quindicina di anni fa. Oggi qui non si è più isolati, spesso Roberta ha il telefono in mano per comunicare con il resto del mondo.  Passato, presente e futuro, chissà quale sarà lo sviluppo di questo luogo? Lo scorso anno il gregge era stato affidato ad altri, ma l’esperienza non era stata positiva. “E’ stato un caso che mi abbiano dato le capre, loro le avevano già, me le hanno date a gennaio. Quando vado a scuola al mattino va mio papà in stalla, la sera vado io.

I lavori di ristrutturazione proseguono, grazie ai capitali si possono sicuramente recuperare le case senza snaturarle: di sicuro non tornerà a vivere il paese, come quando quassù si abitava per 365 giorni all’anno. Mi avvio per la discesa mentre il temporale si avvicina, farò una tappa a Campomolino per parlare con chi invece vive e lavora tutto l’anno lassù…

Una realtà diversa

E’ da un po’ che penso a come scrivere questo post. Come sapete, a me piace toccare con mano le realtà prima di esprimermi e in questo caso non sono riuscita a farmi un’idea sufficientemente completa per parlarvene approfonditamente. Posso quindi solo raccontarvi le sensazioni che ho avuto, mescolandole con alcune informazioni che mi sono state date e che ho appreso on-line.

Lo scorso fine settimana ero stata invitata in Valle Grana, a Castelmagno, per la transumanza che saliva a Valliera. Era un evento “organizzato”, con tanto di accompagnatore e pranzo in rifugio. Ritengo che queste iniziative siano utili, sia per promuovere il territorio, sia per far conoscere una realtà, quella dell’allevamento di montagna, sempre meno conosciuta. Direi che è l’allevamento in generale a perdere il contatto con il resto del mondo, o meglio, è la società che si distacca dal mondo rurale. Belle parole se ne fanno parecchie, ma quanti conoscono davvero cosa vuol dire allevare, andare in alpeggio, ecc ecc?

Il camion scarica gli animali all’imbocco della strada che sale al Colletto, quindi la mandria lentamente risale verso la sua destinazione. Il gruppo di “turisti” aspetta in un punto panoramico, è stato chiesto di stare lontani dal luogo dove gli animali scendevano dal camion, dato che poteva essere rischioso. Non è facile infatti mettere delle persone “inesperte” tra gli animali, specie se di grosse dimensioni e potenzialmente pericolose come le vacche. Di transumanze io ne ho fatte tante e questa avviene molto placidamente, eppure un signore fa gesti con le mani e dice di togliersi, perchè: “…adesso vengono su veloci, poi dopo si calmano! Lo scorso anno due sono morte di infarto, per essere venute su troppo veloci.

E’ vero che la strada è molto ripida, ma qui c’è qualcosa che non mi torna. Innanzitutto mancano i rudun. Una transumanza non è tale senza i campanacci! Non si mettono solo in caso di lutto! In terra cuneese poi… a Castelmagno! Qualche vacca ha delle campanelle da pascolo e niente più. Visto poi che la transumanza era “organizzata” con turisti e c’erano anche dei ragazzi che filmavano per qualche progetto… non è sicuramente questa una tipica transumanza rappresentativa da mostrare al pubblico!

I “turisti” stavano in coda, qualcuno si muoveva tra gli animali per scattare qualche foto e filmare. Io ho cercato di scambiare quattro chiacchiere con i margari, ma ci ho capito poco. Già sapevo qualcosa sull’azienda che gestisce l’alpeggio di Valliera, ma pensavo che gli animali fossero condotti diversamente. Qui ci troviamo di fronte ad un’azienda agricola molto anomala per le nostre realtà. I margari sono solo dei dipendenti, così come chi si occupa della caseificazione e altri ancora.

A questo punto vi consiglio di andare sul sito dell’azienda agricola Des Martins per capire qualcosa di più di questa realtà. In sintesi, un gruppo di amici vignaioli del Barolo hanno fatto una scommessa… e un investimento. Hanno cioè creato questa realtà. Allevamento, alpeggio, produzione di formaggi rinomati e di qualità. Con le loro conoscenze e i loro canali sicuramente sanno come procedere con la commercializzazione, il marketing, ecc ecc

Però questa per me era una transumanza strana. Forse sono io che sbaglio, forse questa è la strada “giusta” per lasciare alle spalle gli speculatori che affittano le montagne senza metter su le bestie. Qui gli animali ci sono, anche se non sono della razza tradizionalmente allevata da queste parti, anche se non hanno i rudun al collo, anche se alcuni faticano non poco ad arrivare a destinazione. Però mi faceva riflettere anche la strada perfettamente asfaltata, mentre quella di fondovalle ha mille cantieri, frane, buche, problemi difficili da risolvere con i fondi pubblici sempre più scarsi.

Non ero mai più stata a Valliera. Frequentavo questi posti vent’anni fa, scattando immagini alle case abbandonate, vittime della totale emigrazione verso terre più facili, sogni meno faticosi. Oggi le case sono quasi tutte recuperate, c’è la strada asfaltata. Chissà chi aveva ragione? Chi è fuggito, chi è rimasto, chi sta tornando, chi viene qui e ristruttura un intero villaggio per farne una specie di buen retiro? Ricordiamo che il Castelmagno, formaggio dalle origini antichissime, nasce come “toma rimpastata” perchè la produzione era così scarsa (pochi animali, magari solo una vacca per famiglia, guardate come sono ripidi i pendii!) che bisognava impastare insieme la cagliata di più giorni per avere una forma di formaggio!

La transumanza arriva a Valliera e resto colpita dalla frase di una signora che vorrebbe che le donne davanti alle vacche si “levassero” perchè lei possa scattare una foto alle bestie. Nessuna consapevolezza (e rispetto) del fatto che si trattasse di chi lì stava lavorando, contenendo e sorvegliando gli animali. La sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato continua a pranzo (ottimo, presso il Rifugio La Valliera), perchè nelle vere transumanze si mangia tutti insieme con i margari, si ascoltano gli aneddoti, si fa una vera festa e si “entra” un po’ in questo mondo. Qui è una realtà diversa e solo il tempo dirà se paga più questo o il rimanere attaccati con i denti alla tradizione. La mia opinione è che la via di mezzo sia sempre la migliore. Molti margari dovrebbero sapersi innovare, tenendo gli aspetti buoni della tradizione, ma evolvendosi in altri per stare al passo con il XXI secolo. Comunque, buona estate anche a questi animali e a tutti coloro che lavoreranno con questa mandria.

PROPAST: i problemi della pastorizia… e della montagna

Il 9 marzo l’incontro per il progetto PROPAST si è tenuto in Valle Maira, presso la sede della Comunità Montana che riunisce la Valle Maira e la Val Grana. La presenza di pubblico è stata superiore ad ogni aspettativa e la sala era gremita di allevatori arrivati dalle varie parti delle vallate e dalle cascine di pianura. Il Presidente Colombero, che ha aperto la seduta, si è subito detto molto felice dell’affluenza, sostenendo di non aver mai visto tanta gente ad una riunione, segno che l’argomento interessava e c’era effettivamente qualcosa da dire.
 

 
E così è stato. Problemi dell’allevamento di montagna, ma soprattutto della montagna in quanto territorio e gente che vi abita. Colombero infatti ha subito sottolineato come il lupo sia la risultante di una serie di problemi della montagna e della ruralità, primi fra tutti l’abbandono e l’avanzata del bosco. “Cento anni fa, quando è sparito il lupo, le montagne erano pelate ed era pieno di gente, adesso il lupo è tornato, è pieno di boschi e di gente ce n’è sempre meno.
 

 
Hanno poi preso la parola Michele Corti, che ha illustrato gli obiettivi del progetto e la finalità di questi incontri, e Luigi Ferrero della Regione Piemonte, che ha parlato del fondamentale ruolo della pastorizia e del pascolamento nella gestione del territorio, ricordando che “…un pascolo ben gestito, ben pascolato, ha una capacità di assorbimento (delle precipitazioni atmosferiche) del 20% superiore.
Nonostante fossimo lì per ascoltare gli allevatori, gli interventi si sono susseguiti tra “interruzioni” di vario tipo e l’incontro ha avuto più le caratteristiche di un convegno che non di un dibattito/tavola rotonda. Le tematiche emerse sono però state molto interessanti e, specialmente in confronto con i due incontri precedenti (Valle Stura e Valle Pellice), inizia a delinearsi una situazione molto variegata, con problemi di fondo simili, ma emergenze molto differenti, con una scala di priorità che cambia di volta in volta. Si parte a parlare del lupo, presente stabilmente in valle con segnalazioni che si susseguono nei diversi comuni.

 

 
Fortunato Bonelli, allevatore stanziale a Prazzo, ha quasi totalmente abbandonato gli ovicaprini, concentrandosi sui bovini. Conosce bene la realtà francese dell’Ubaye e mette in guardia tutti dei pericoli che ci si troverà ad affrontare: “Si passerà alla caccia sistematica ai vitelli, nella Vesubie ci sono stati attacchi a puledri, il problema grosso non lo conosciamo ancora, sarà impossibile l’allevamento dei bovini con vitello al seguito sui pascoli. Quello dell’allevamento stanziale economicamente è una realtà di cifre piccole, ma è fondamentale per la presenza umana sul territorio e la conservazione dell’ambiente. I vitelli nati qui vengono mandati subito al pascolo. La Val Maira storicamente non ha tradizione di allevamento ovino, c’erano dei giovani che avevano iniziato, ma poi con l’apparizione del lupo hanno smesso quasi tutti o sono passati ai bovini. Secondo me non si potrà più fare l’alpeggio come oggi, gente come noi non si può permettere di lasciare su una persona che faccia guardia al lupo.
 
 
 
Interviene anche un rappresentante dei cacciatori, poi è la volta di Martini Bartolomeo, di Boves, che sale in alpeggio sulle montagne di Limone Piemonte. “Ero un pastore vagante, ma le pecore le ho vendute quasi tutte per colpa del lupo, ho provato a prendere le vacche, mi ha attaccato anche quelle, quest’anno. E’ venuta su una ragazza della scuola da pastori della Francia, era veramente preparata, è stata su otto giorni, ma… Quelli come noi, che sanno com’è, che hanno le loro bestie, stanno su anche in condizioni così, perché da noi non c’è la strada, non c’è la baita, non c’è niente. A me poi il Sindaco di Limone ha vietato di fare i recinti, perché disturbano i turisti, ed anche di tenere i cani, perché spaventano e mordono i turisti, fanno danno al turismo.
 

 
Da Celle Macra parla il signor Giovanni Giraudo. “A sei, sette anni, andavo al pascolo con le mucche. Adesso ho un bambino di otto anni e non mi fiderei a lasciarlo al pascolo da solo con le pecore. Io non voglio i soldi di rimborso, mi sono selezionato le mie pecore negli anni, con quei soldi non posso ricomprare la mia pecora! Non è solo una questione di soldi, è una questione affettiva, noi i nostri animali li conosciamo per nome. Anche i recinti, cosa servono? Il lupo gira intorno, le spaventa, loro buttano giù le reti. Con le 80-100 pecore che ho, le lasciavo al pascolo nelle reti tirate, perché non posso permettermi di pagare una persona per sorvegliarle. Prima ci rendeva già poco, adesso non ci rende più niente. Prima sono arrivati i lupi a due gambe a portarci via tutto, adesso quelli a quattro… E la montagna ormai è tutta boscata, anche se potessi, non riusciresti nemmeno più a sparargli, al lupo. Anche i Sindaci non si rendono conto… Nella nostra montagna, che affittiamo dal Comune, non c’è niente, non si può nemmeno portare su una roulotte. Inoltre qui servirebbe un macello di valle, visto che ormai in casa non puoi nemmeno più ucciderti una gallina.
Queste cose… bisognerebbe portarle in piazza, i nostri rappresentanti non ci rappresentano! Diventa tutto un bosco, e mi dispiace per la Valle Maira, che è la mia valle…
Interviene allora Corrado Bertello della Coldiretti, dicendo che con i meccanismi di filiera corta si sta cercando sempre più di rendere il produttore protagonista dall’inizio alla fine.

 


 
Anna Arneodo di Coumboscuro afferma invece che i Coltivatori non ascoltano i problemi della montagna, ma solo quelli dei grandi allevatori di pianura.
 

 
Il Vicesindaco di Cartignano e rappresentante della Coldiretti Giovanni Fina ribadisce l’utilità del progetto PROPAST, che mette al centro l’allevatore e la montagna. “Adesso serve un progetto NO LUPO. E’ fondamentale creare davvero un sistema con le amministrazioni locali e ridurre la burocrazia. Coldiretti si è spesa per la montagna… Tutti i settori dell’economia montana devono essere collegati: agricoltura, allevamento, turismo, perché uno da solo non riesce a far vivere la montagna. I margari hanno un ruolo fondamentale per la montagna.
 

 
Torna a parlare il pubblico dei protagonisti con Antonio Garnero di Elva: “Adesso bisognerebbe mettere un contributo per eliminare il lupo. Nel 1860 c’era stata una delibera che pagavano 20 lire, che era il valore di una mucca, all’epoca, a chi uccideva un lupo. Diamo anche adesso un premio!
Il senatore Carlotto, autore della Legge per la Montagna del 1994, afferma che i problemi della montagna, in generale, devono essere affrontati in modo drastico.

 

 
Sergio Serra di Marmora prende la parola e, in modo colorito, inizia ad elencare una serie di problemi che affliggono chi, come lui, si ostina a vivere e lavorare lassù, ad oltre 1200m di quota. “Un po’ di tempo fa ho letto che raccoglievano firme per il lupo… Ma si rendono conto??? Noi siamo soli, siamo rimasti in quattro gatti, per portare i bambini a scuola devi scendere e fare 60 km al giorno. D’estate con i turisti non puoi nemmeno passare per la strada con le vacche, portarle a bere alle fontane! Siamo quattro bunumas, siamo come gli indiani nella riserva, chi ci difende ancora? Il lupo è il colpo di grazia, non so cos’altro ci possiamo aspettare! E’ venuta su la Forestale, mi ha fatto la multa perché avevo sparso il letame sulla neve, come si è sempre fatto. Qui ormai è finita… Come fai a metterti a posto con le leggi? Tu che hai 10 mucche e porti fuori il letame con la carriola? No, dovresti fare la concimaia… Ma noi siamo a 1500 metri in montagna, non possiamo competere con la pianura!!
 

 
Lara, che lavora insieme a Giorgio e Marta a Lo Puy, si presenta dicendo di essere originaria della Valsugana: “Da noi c’è un’altra attenzione per la montagna. Qui siamo così in pochi, non abbiamo potere. La situazione ormai è al limite, forse questo progetto nasce troppo tardi.
C’è allora chi si lamenta per il divieto di pascolo in bosco: “Ma ormai qui c’è solo più bosco! Non è più come una volta che non vedevi una pianta, tutto pelato!!”. Chi invece denuncia il problema dei contributi: “Li hanno presi quelli che portavano su i tori, che hanno mandato alle stelle il prezzo delle montagne, ed a noi non solo li hanno tolti, ma ci chiedono pure indietro i soldi!!
Ferrero replica che si sta tentando di fare qualcosa, perché quelle sono leggi europee che ben si applicano ai pascoli irlandesi, ma la situazione alpina crea difficoltà immense ed è complicato riuscire a farle rientrare negli schemi computerizzati.

 


 
Salvatore Ghio, di Celle Macra, allevava cavalli ed ovini. “Sono un ex allevatore di ovini, li ho venduti appena ho saputo che stava arrivando il lupo. Stavo a Cuneo, sono tornato al paese, ho aderito a tutto quello che c’era: PSR, bio, razze in via d’estinzione… Le pecore ho scelto di venderle alla comparsa del lupo, per vedere intanto se cambiava qualcosa. Il primo anno ho avuto un puledro morto, ma non si è potuto dimostrare nulla, dicevano che erano cani, canidi. Ho smesso di produrre, non ho più fatto partorire le cavalle, quest’anno riprenderò a produrre, allevo Merens, una razza di montagna, adatta al territorio difficile in cui sto. Sono i terreni “peggiori”, ma adatti per gli ovini. Il problema è complesso, è di natura storica, sociologica, politica, economica… Ci va una commissione speciale che segua azienda per azienda, caso per caso, in base a tutte le caratteristiche. Ogni azienda ha le sue problematiche, i contributi vanno dati in base a come si lavora, non dalle foto aeree. Per il lupo, ci vorrebbero delle aree entro le quali farlo stare, magari anche alimentandolo.
 

 
Riprende la parola il Presidente Colombero: “Qui è una questione MONTANA, il problema lupo è solo l’ultimo arrivato! Serve una politica della montagna, ma a Roma non gliene importa niente… Questo progetto, se ha già solo le possibilità per mettere in rete tutto quello che c’è attualmente, è già buono. Ci sono esempi positivi, lavoriamo si quelli! Siamo in trincea, ha ragione Sergio, saremo quattro gatti, ma facciamoci sentire! Io vado in Provincia, in Regione, ma è la GENTE che deve farsi sentire, scrivere lettere, così si accorgono che ci siamo, che ci siete ancora. E’ positivo oggi vedere una riunione tanto partecipata.

 


Parla ancora Giovanni Cesano, allevatore di bovini a Prazzo. “Ho circa cinquanta capi bovini. Siamo all’esasperazione: cinghiali, cervi… adesso cosa dobbiamo aspettare, l’orso? Noi siamo montanari, siamo tenaci, ci arrangiamo, ma adesso c’è anche la crisi e non ne possiamo più. Io ho tre figli… Verrà un giorno che sarà tutto fai da te, se vorrai restare in montagna. Non fossimo tenaci, non vivremmo qui. Però adesso mi sa che a stalla vuota, chiudiamo le porte. Non so se ce la faremo ancora, bisogna essere ottimisti, certo, ma…
 

 
Il pastore Antonio Lenardi di Stroppo interviene per aggiungere alle problematiche già commentate dai colleghi, quella della frammentazione fondiaria. “Non sai nemmeno più chi sono i proprietari, alla fine non metti i numeri dei mappali e così mi hanno bocciato le richieste di risarcimento per i danni dei cinghiali!
Alberto Pasero, margaro che sale in alpe sui pascoli di Canosio, difende la sua categoria: “Il margaro è l’unico che salvaguarda ancora la montagna, una volta la passione era quello che sosteneva ancora il margaro, ma poi adesso vedi certe cose… Se viene a mancare la passione è finita.
In conclusione, questo incontro ha messo in luce un gran numero di gravi problematiche non soltanto della pastorizia, ma della montagna in generale, nel corso di tutto l’anno (e non solo nella stagione d'alpeggio), specialmente di quelle montagne meno abitate come in Valle Maira, vallata priva di collegamenti con la Francia, quindi poco frequentata salvo nei periodi più “turistici”. C’è veramente tanto da lavorare (soprattutto a livello politico ed amministrativo) per far sì che la montagna non muoia, non ci si può sempre e solo affidare sulla tenacia, sulla cocciutaggine e sulla passione dei montanari, siano questi allevatori, pastori, margari, boscaioli, artigiani…

Una cresta panoramica

Sabato ero in Valle Grana ed è stata una di quelle occasioni in cui l’utile si unisce al dilettevole. A Coumboscuro c’era il Roumiage di Settembre, mi interessava andare a sentire in convegno che si teneva nel pomeriggio, ma soprattutto il concerto di Davide Van de Sfroos alla sera. Viste le condizioni meteo più che mai favorevoli, ho approfittato della trasferta per fare anche una gita in montagna. Da quelle parti c’ero stata recentemente, quando avevo incontrato il pastore Mario.

Sulla strada della salita, appena dopo aver abbandonato la macchina, abbiamo infatti incontrato il suo gregge, ancora chiuso nel recinto, collocato esattamente dov’era settimane prima. D’altra parte Mario diceva di non poterlo fare altrove, lì in basso, visto che ovunque ci sono rocce, cespugli e ripidi pendii. Certo, gli animali non stanno benissimo, sempre nello stesso posto… ma è uno dei tanti prezzi che bisogna pagare per colpa del lupo.

Era una bellissima giornata luminosa e non troppo calda, al mattino si vedeva ancora la luna che si avviava a tramontare dietro alle montagne. La nostra meta di giornata non era lontanissima, visto che per le 15:00 dovevo essere al convegno… possibilmente presentabile e non in scarponi e maglietta!

Purtroppo i pascoli su in alto mostravano scarsi segni di pascolamento: qui le pecore dovevano essere passate rapidamente ed in alcuni punti il pastore non le ha nemmeno mai condotte. Troppa la paura del lupo, troppi i disagi: come portare fin lassù, da solo, a spalle, le reti e la batteria? Come occuparsi contemporaneamente dell’indispensabile fienagione per la stagione invernale? E così avanzano i cespugli, i rododendri, i mirtilli…

Appena un po’ più in là, sulla dolce cresta che sale dalla Valle Stura, il pascolo è utilizzato, eccome se è utilizzato! Già da lontano si avvistavano le sagome bianche delle vacche… ma non era che l’avanguardia di un gruppo molto numeroso di animali, disseminati qua e là sui pascoli ormai sempre più gialli.

Non c’era una nuvola, in cielo, e tutte le vette delle Alpi Marittime facevano da sfondo agli animali. Bestie selvatiche e sospettose, che non si lasciavano assolutamente avvicinare e sembravano quasi pronte a "caricare" gli incauti escursionisti, specie quelli che si avvicinavano troppo con la macchina fotografica. Sarà che avevo la fedele cana appesa al braccio… Comunque non mi è successo nulla e spero che presto il mio compagno di gita mi spedisca le foto che testimoniano i fatti che vi sto raccontando.

Qui gli animali non mancavano proprio. Anzi… sembravano fin troppi, per i pascoli ancora a disposizione! Su tutta questa cresta panoramica che divide la Val Grana dalla Valle Stura, si contavano innumerevoli macchie bianche composte da bovini come questi (qui la razza Piemontese la fa da padrona). Più in basso, ho visto piste sterrate che raggiungevano alpeggi in condizioni non propriamente ottimali: uno sembrava la casacca di Arlecchino, per i teli multicolori che coprivano i tetti delle baite… Ed anche lì, vicino alle case, altre mandrie. Abbandono da una parte, eccesso di sfruttamento dall’altra?

Continua il cammino verso la vetta del Monte Grum, alle nostre spalle questo strano paesaggio che sicuramente farà fare dei confronti agli amici che abitano in vallate strette, sassose, ripide. Mi sembra di sentirli, mentre vedono queste foto… Laggiù, all’orizzonte, le Alpi declinano verso il mare, gli Appennini, le Langhe.

Questi invece sono i pascoli della prosecuzione della vallata, con le creste e le vette della Valle Stura, Valle Grana, Val Maira ed altre ancora che si mescolano, si intersecano. I pascoli e gli alpeggi del Castelmagno, li guardo con i binocolo, vedo anche nuove strade che tagliano le montagne, che raggiungono baite. La montagna è ancora viva, anche qui.

Sulla via del ritorno, ancora uno scatto ad una delle mandrie, che riposa placidamente, ma è pronta a scattare sull’attenti non appena mi avvicino. Scendiamo, scorgiamo le pecore arroccate su di una rupe, seminascoste tra gli alberi. Il pastore ci vede, grida qualcosa, prima pensiamo parli con il cane, invece ci sta chiedendo l’ora. "A l’è ‘n bot e mes…". Ringrazia e chiede ancora se abbiamo visto per caso un agnello. Purtroppo no. Un lavaggio sommario nel torrente, un rapido cambio di abbigliamento e sono pronta per andare a Coumboscuro.

Da segnalare, in quest’ultima parte della giornata (a parte il bel concerto, ma fin troppo breve), l’assaggio di un formaggio "tipo Castelmagno" prodotto per autoconsumo dal pastore Mario. Insieme a pochi privilegiati (tra cui Michele Corti, autore della foto che ho inserito qui), ho assaggiato una fetta tagliata da una forma con un anno di stagionatura: erborinato, latte misto pecora-capra… Un sogno! Un saluto ed un grazie agli organizzatori del Festenal, è stata una bella festa.

Posti da lupi

Martedì ero in Valle Grana (CN), per la conferenza stampa durante la quale è stato presentato il progetto "Sostenibilità dell’allevamento pastorale in Piemonte: individuazione e attuazione di linee di intervento e supporto" (vedi qui su Ruralpini il dettaglio). Il pubblico ha molto applaudito gli interventi, congratulandosi con la Regione e l’Assessore Sacchetto per aver finalmente dato il via a qualcosa di concreto a sostegno della montagna, di chi ci abita/lavora, degli alpeggi, della pastorizia. Ma di questo progetto avremo modo di parlare ancora per lungo tempo, visto che durerà tre anni… Adesso però vi voglio raccontare di Mario Durbano, il pastore che era presente anche alla conferenza stampa e che ci aspettava per farci vedere il gregge, il suo alpeggio e raccontarci del lupo. Il progetto infatti nasce per far sentire concretamente agli allevatori la presenza delle Istituzioni al loro fianco: non solo il lupo è una specie protetta, ma lo devono essere anche i pastori, che sono ugualmente importanti per il territorio montano e per la stessa biodiversità!

Mario l’avevo conosciuto anni fa, nel 2003, quando avevo fatto il censimento degli alpeggi e, tra le valli, mi ero occupata anche della Valle Grana. Per la prima volta all’epoca ero salita a Frise, frazione di Monterosso Grana. Ci sono tornata con i professori Corti e Battaglini, promotori, ideatori e collaboratori al progetto. Qui il racconto di Michele Corti sulla giornata (e ci sono anch’io… in veste di "reporter" per il blog). Dopo qualche incertezza sulla strada, siamo arrivati al gregge, dove ci aspettava Mario. Era sicuro che saremmo andati da lui… Per fortuna non ci siamo lasciati scoraggiare dall’ora e dal tempo! Mario inizia subito a parlare a ruota libera, ovviamente in dialetto. Le pecore sono ancora chiuse nel recinto, il pastore le ha spostate qui per scendere alla conferenza stampa.

Nel video sentite subito parlare di lupo. Qui il pastore racconta di un attacco che probabilmente ha coinvolto anche il suo vecchio cane, che non è più tornato. Mario dice che il lupo sente l’odore dell’uomo, quindi lascia sempre vicino al recinto uno zaino, una maglia, qualcosa di suo, per allontanare il predatore.

I professori ed il pastore: Mario continua a raccontare le sue disavventure. Un tempo mungeva anche qualche animale, scendeva a fare i formaggi, poi il fieno. Ma adesso non si può più. E’ da un paio di anni che qui il lupo "picchia secco", vuoi per il sistema di condurre le pecore, vuoi per il territorio difficile. Anche stando sempre con il gregge, come fai a sorvegliare le pecore in quei posti? Veri e propri posti da lupi! "Non c’è nemmeno un posto buono per fare il recinto. Devo portarle sempre qui, quando sono più in basso. E’ l’unico posto un po’ pulito. Altrimenti… con tutti i cespugli, le reti toccano nei rami e scaricano la corrente. Su alto poi non mi fido ad usare le reti basse, ho quelle più alte, ma le porti su una per volta, a spalle, a piedi, sono pesanti… E anche la batteria!"

Mario racconta degli attacchi. Forse qui è arrivato più tardi che altrove, il predatore, ma si è trovato bene. "Lo scorso anno, 15 volte. In totale, una settantina di pecore, tra quelle uccise e quelle ferite che sono morte dopo." Nonostante questo, il pastore non è propriamente arrabbiato, più che altro sembra rassegnato. Anche perchè una volta è il lupo, l’altra l’alluvione… "Quelle che mi aveva portato via l’acqua, non me le hanno rimborsate. Prima mi hanno detto una cosa, poi un’altra, alla fine volevano le fatture dell’acquisto di nuove pecore. Facciamole adesso! No, non andava più bene…". E’ la rassegnazione di chi fa questo mestiere lontano dal mondo, dagli uffici, dalla burocrazia, e dà quasi per scontato che nessuno lo aiuti.

"Se non vi dispiace, le apro…". Eh sì, povere pecore, devono mangiare anche loro! Mario parte di corsa, sembra abbia un’energia inesauribile. Chiama le pecore, queste si avvicinano alla rete e si preparano ad andare verso i… pascoli. Chiamarli così è un eufemismo. Questa non è sicuramente una bella montagna, una montagna facile. E Mario è rimasto l’ultimo pastore, da queste parti. Per il resto, solo qualche altro margaro con le vacche.

Il gregge sfila velocemente davanti ai nostri occhi. C’è un miscuglio di razze, tante pecore di quelle "di una volta", che ormai nelle grandi greggi non vedi quasi più. Pecore "musche", dalla faccia e gambe spruzzate di nero, pecore con abbozzi di corna, pecore con faccia e gambe rosso-marroncine. E’ un gregge piccolo, viene da chiedersi come si possa ancora vivere con così pochi animali. Certo che Mario non può permettersi di pagare un aiutante che resti con gli animali mentre lui scende a casa per fare un po’ di fieno o altri lavori.

Il gregge attraversa il torrente, sollevando nuvole di polvere. I pascoli sono sull’altra sponda, ripidi pendii confinanti con una boscaglia di felci ed ontani, che degrada verso il bosco di faggi. Mario continua a raccontare, a descrivere gli incontri con il lupo, la capra uccisa qualche giorno prima, i capretti che ha dovuto portare a casa per salvarli… ma ovviamente bisogna occuparsene, allattarli…

Non so se l’immagine riesce a rendere l’idea del posto e del versante. Questa è una di quelle situazioni in cui i vari accorgimenti anti-lupo faticano ad essere applicati. Cosa bisogna fare allora? Abbandonare la pastorizia? Così questa montagna morirà completamente, il sentiero per il Bivacco Rousset sparirà nella vegetazione… Inizia a gocciolare, si fa tardi, le pecore spariscono nel bosco. Mario torna al recinto per prendere un contenitore per raccogliere un po’ di mirtilli. Ci salutiamo, speriamo di non deludere le sue aspettative… che si possa davvero fare qualcosa a sostegno della pastorizia! Perchè queste realtà non devono scomparire, sarebbe una sconfitta troppo grossa per la montagna.