Ogni animale rispecchia il carattere di chi lo alleva

Da quanti anni non salivo alla Vagliotta? Più di dieci… mi sa proprio che l’ultima volta era stata per nel 2015, quando giravo a far interviste per “Vita d’Alpeggio”. Non è per me così vicina la Valle Gesso. E’ quasi più lungo il viaggio in auto che la salita a piedi all’alpeggio.

Il sentiero è uno di quelli che ti portano in quota quasi senza accorgertene. Un motivo c’è e vale per la maggior parte dei sentieri da queste parti: qui venivano a caccia i reali e bisognava portarli su con tutto il loro seguito, quindi bisognava tracciare dei percorsi agevoli. Per chi volesse conoscere meglio questo aspetto storico, vi rimando alla pagina del Parco. In quel giorno io salivo, ancora all’ombra e al fresco, inebriata dal profumo dei maggiociondoli in fiore.

Non c’era silenzio, l’aria, oltre al profumo dolce, portava il fragore del torrente gonfio di acqua. Tutto molto bello, romantico e pittoresco per un’escursione, ma immaginate doverlo fare molte molte volte, a piedi, nel corso di tutta l’estate? Anno dopo anno… mentre gli anni passano, appunto. Viveri e materiali arrivano su ad inizio stagione con l’elicottero. “Sono venticinque anni che saliamo qui, anche se è da un po’ che vorremmo cambiare… Il figlio Nicolò sta giù, lui è più trattorista. Fossimo da un’altra parte dove si può andare e venire magari verrebbe anche lui, ma non so se starebbe qui fisso cinque mesi.

Prima di arrivare all’alpeggio, incontro il gregge che scende verso il pascolo, dopo la mungitura del mattino. Pecore roaschine e capre. “Doveva esserci Marilena… lei ti ha detto di venire su, ma io… io sono più per le pecore, è lei quella delle capre, anche all’inizio eravamo partiti uno con le pecore e uno con le capre. E’ anche questione di carattere, ogni animale rispetta il carattere di chi li alleva!

Con Aldo inizia una lunga chiacchierata sui temi più vari. Ci si conosce da anni ed è capitato più e più volte di incontrarsi un situazioni e contesti differenti. Prima di parlare di capre, ci raccontiamo mille cose, spaziando dal tema delle speculazioni sugli alpeggi, al lupo, alla figlia veterinaria in Francia e molto altro ancora. “Volevamo andar via di qui, ma non è facile trovare altri alpeggi, sai bene come funzionano le cose in questi anni… preferisco essere qui che altrove per conto di altri. Il gias sopra non l’hanno fatto aggiustare perchè noi parlavamo di andarcene. Ma, se anche fosse stato così, poteva venire qualcun altro e sarebbe servito comunque, no?

Aldo si dice contento del progetto del mio nuovo libro: “Vita d’alpeggio, quello sì che era stato bello. Gli altri sui pastori… sai, questi grandi pastori, a me non piacciono. Te l’avevo già raccontato, quando era arrivato uno di loro con il suo gregge e ci aveva pascolato i prati che a noi servivano per lungo tempo, lui è passato senza rispettare niente…“. Mentre il sole inonda i magri pascoli della Vagliotta, ci mettiamo a parlare di capre: “Prima del lupo stavano meglio, le mungevi, le aprivi, loro facevano il loro giro e tornavano alla sera.

Adesso sono costrette a pascolare con le pecore, ma mettono meno latte, il pascolo della capra e della pecora sono differenti. Rispetto ai pastori che allevano solo per la carne, chi munge ha un altro rapporto con gli animali. Poi ne ha anche di meno. Adesso abbiamo tante capre bionde. Per caso abbiamo preso una Toggenburg, abbiamo visto che anche stando fuori pativa meno e aveva tanto latte.

Il gregge è da poco in alpeggio, ma di formaggi ce ne sono già: quelli freschi degli ultimi giorni, le ricotte del mattino e formaggi stagionati prodotti nelle settimane precedenti: “Si vende qualcosa anche qui, ma soprattutto agli stranieri. Noi facciamo bio da sempre, è stata una scelta, una filosofia, un modo di differenziarci. Andiamo a fare mercatini, anche lontano, soprattutto in Francia, là la gente capisce di più.

Il gregge è poco lontano dalle baite, così i cuccioli di Pastore di Pirenei sono partiti con gli animali, ma poi sono rientrati a casa. Qui non ci sono problemi con i cani dei turisti, dato che si è nel parco ed è vietato introdurre cani, anche al guinzaglio. I pastori dei Pirenei con questo gregge (gli adulti) hanno correttamente segnalato la mia presenza sul sentiero, poi mi sono venuti incontro scodinzolando e cercando qualche carezza.

Quando ridiscendo il gregge è sopra al sentiero: le pecore stanno andando a cercare ombra. Non è facile fare i pastori quassù, sicuramente è servita tanta passione, tenacia, spirito di sacrificio per tornare, anno dopo anno, per 25 stagioni. Sono pascoli difficili, pascoli da pecore, chissà cosa succederà quando Aldo e Marilena troveranno un’altra montagna o, semplicemente, smetteranno di affrontare questa salita?

Il sole adesso scalda i fiori del maggiociondolo, ancora più profumati. Qualche anno fa Aldo aveva avuto problemi alle ginocchia, è quasi un miracolo che possa ancora camminare in montagna, soprattutto su di qui. Lui però non è tanto da pascolo: “Preferisco fare tutte le altre cose, se sono al pascolo mi viene da pensare, mentre sono lì fermi, a tutto quello che c’è da fare…

Ovunque, comunque pastori

La scorsa settimana ho avuto l’opportunità di assistere alla proiezione del film “Ilmurrán“, dato che è stato proiettato nel mio paese. Avevo sentito parlare di questo progetto nel 2014, invitata a presentare uno dei miei libri nel Monregalese. Uno degli organizzatori della serata era il papà del regista di quest’opera. Lo ammetto, inizialmente ero rimasta un po’ perplessa di fronte all’idea di portare una ragazza Masai in alpeggio in Valle Gesso.

Poi ero stata, nel corso di quella stessa estate, a trovare i pastori, che conoscevo da tempo. Era un’estate difficile, spesso piovosa, fredda. Mi ero fatta dire da loro cosa fosse questa storia del film e mi avevano raccontato della Masai che, insieme al regista, ogni tanto andava su per le riprese. “Povera ragazza, patisce il freddo, non è abituata!“, aveva commentato Silvia, la pastora, con il senso pratico che la contraddistingue.

Ma lassù i pastori erano abituati al fatto che passasse un po’ di tutto. Quelle montagne povere, nel Parco delle Alpi Marittime, vedono un gran transito di turisti. I gias sono lungo il sentiero, Silvia di gente in tutti gli anni che era salita lì in alpeggio ne aveva vista non poca. E i pastori sono anche abituati a dover sopravvivere adattandosi a tutto ciò che capita: le condizioni meteo, i pascoli, il mondo intero che li circonda, con tutti i suoi personaggi, anche quelli più strani. Adattarsi per sopravvivere.

Per fortuna io avevo trovato una bellissima giornata di sole, forse una tra le pochissime di quella stagione. Avevo trascorso alcune ore al pascolo con Simone, poi ero tornata a valle. Del film avevo sentito ancora parlare, un’amica la scorsa estate mi aveva anche regalato il libro che lo accompagnava, ma per scriverne qui aspettavo di vederlo.

(foto dal web)

L’opera è bella, le immagini emozionanti, mi sembrava di essere là, vivere quei momenti con i pastori. Ho apprezzato l’idea di lasciare il tutto in lingua originale con sottotitoli, Silvia parla la parlata del Kyè, Leah invece parla Inglese, ma ciò non impedisce al pubblico di seguire perfettamente. Non è una storia, è una testimonianza.

(foto dal web)

Il regista, Sandro Bozzolo, ci racconta l’incontro tra due mondi distanti solo apparentemente. Quando mettiamo insieme due donne pastore, alla fine parlano la stessa lingua. Sono due guerriere, ciascuna a modo proprio (il titolo significa appunto “i guerrieri”, ma in lingua Masai è solo maschile, non femminile). “Se mungesse con due mani, sarebbe perfetta!“, commenta ad un certo punto Silvia. Leah invece pronuncia la frase più significativa del film: “Non bisogna far morire i pastori per scrivere poi dei libri su di loro“. Vale per i Masai, per il Piemonte, per tutta questa realtà e, più in generale, per ogni mestiere, ogni tradizione. Un unico appunto: se non avessi letto il libro, se il regista non avesse in sala fornito alcune spiegazioni prima della proiezione, avrei faticato a capire non il messaggio del film., ma il perchè una Masai sale lungo una mulattiera per raggiungere un alpeggio sulle Alpi. Questo nulla toglie alla bellezza delle immagini ed alle riflessioni successive. Qui il sito del progetto Ilmurrán, i contatti, la parte dedicata alle scuole: “Il bisogno di stabilire un’empatia, di dare la possibilità agli studenti delle scuole di confrontarsi con una loro collega venuta da lontano. Leah ha tracciato il suo cammino personale nel solco dell’educazione, e la sua naturale prosecuzione passa attraverso la volontà di lasciare nuovi semi di coscienza. Per questo motivo abbiamo ideato un formato destinato alle scuole, incentrato sui temi non negoziabili della conoscenza reciproca, dell’integrazione, della sensibilizzazione verso il patrimonio antropologico racchiuso nell’agricoltura.” Il film è stato autoprodotto e non ha ricevuto sponsorizzazioni.

Fare il pastore, tutta la vita!

Parto nonostante le previsioni incerte, ma per fortuna il cielo è limpido e l'aria fresca. Almeno al mattino riuscirò a raggiungere la mia meta, spero di trovare i pastori che sto cercando. Le tracce ci sono ed infatti li incontro al Gias Chiot della Sella, dove i panni stesi al vento annunciano da lontano la presenza di qualcuno. Ci sono anche le pecore, che si stanno avviando al pascolo.
 

Simone l’avevo già incontrato insieme a sua madre Silvia nel 2005, quando giravo per scrivere “Vita d’alpeggio”. Sono oltre quarant’anni che questa famiglia sale qui nel Vallone della Meris, all’alpeggio Chiot – Sella. Madre e figlio, mentre il marito svolge tutt’altra professione. “Mettevamo il secchio sotto la fontana, ma l’acqua veniva giù goccia a goccia e ci metteva un’ora a riempirsi… Mia madre era molto più pulita di me ora (ma la semplice baita è pulita ed ordinata, ndA), si è cosumata le ginocchia al fiume a lavare. Lavava una prima volta, poi scaldava l'acqua, lavava una seconda. La vita che abbiamo fatto…”, sta raccontando Silvia a degli amici in visita. Oggi le cose sono un po’ cambiate, ma non poi così tanto, se si considera che siamo nel XXI secolo. “E’ passata una turista e mi ha chiesto se poteva usare il mio bagno… Ma qui, anche se hanno messo un po’ a posto le baite, anche se non siamo più nei vecchi gias come una volta, il bagno non c’è e non c’è mai stato. C’è il pannello solare al primo Gias, ma altrimenti niente luce, niente acqua. Il caseificio non l’hanno fatto, su al terzo gias tocca dormire in tenda, io con le mie gambe non ce la faccio più ad andare dietro alle bestie… Paghi l'affitto e non ti danno niente! Al giorno d'oggi non si può andare così, anche per i giovani. Spendono soldi in delle cose inutili e per noi nessuno fa niente. Parlano, parlano, ma… Un giorno l'altro mi metteranno magari in galera, io qui non potrei fare i formaggi. Ma almeno là starò tranquilla, mi riposerò. In un altro vallone c'è l'alpeggio attrezzato con il caseificio, l'hanno messo all'asta e l'hanno dato ad uno che salirà con un gregge di montoni da vendere ai marocchini. E' così che ci aiutano…”.
 

Dietro alle bestie, al pascolo, ci va Simone. Un gregge di pecore roaschine ed un gregge di capre. L’unica concessione alla modernità, su di qui, è il quad parcheggiato davanti al Gias del Chiot. “La prima volta che l’ho usato, sono arrivato su e volevo venderlo! Una volta presa la mano, però è comodo, visto che altrimenti bisogna andare e venire a piedi.” Simone ha aperto le reti e gli animali si incamminano. Queste sono montagne poco nebbiose, ventilate, il problema può essere la siccità e dove far bere le pecore.
 

Una volta l’erba era migliore, si gestiva diversamente il pascolo. Su quei pendii adesso c’è tutto quello che qui chiamiamo carèl, le pecore non lo mangiano. Quando si dava fuoco, si bruciavano i pascoli a fine stagione, non ce n’era così tanto. E queste? Si andava al pascolo con una zappetta e toglievi tutte queste piante. Adesso non si può, figurati… E’ parco, non puoi toccare i fiori, è vietato. Stanno invadendo tutti i pascoli qua in basso, guarda che roba! Da bambino mia nonna mi aveva insegnato a fare un gioco, prendevo i frutti di questa pianta, li staccavo e quelli erano le vacche da portare al pascolo. Ci divertivamo così. Ma poi bisognava lavarsi bene le mani perché fa vomitare.” Il Vincetoxicum hirundinaria sta colonizzando a perdita d’occhio i pascoli del vallone, nessun animale lo pascola e così si diffonde liberamente a discapito delle erbe che possono invece piacere a pecore e capre.
 

Fa già caldo, anche se molto più in basso nei canaloni c’erano ancora i resti delle valanghe invernali e primaverili, insieme a tanta legna portata a valle negli anni precedenti. “Quando ha fatto le grandi nevicate tre anni fa qui è stato un disastro. Su all’ultimo gias una volta si entrava piegandosi, ma era fatto apposta perché la neve ci passasse sopra. Invece alzandolo è successo che la valanga ha portato via tutto e mi tocca dormire in tenda. Sono tre anni che chiedo il container con la domanda per il pascolo gestito, ma il Parco si è opposto per l’impatto ambientale. E i bivacchi che ci sono? Quelli non fanno impatto?
Più tardi Silvia dirà che una trentina di anni prima l’affitto dell’alpe veniva pagato 100.000 lire: “…e, con il frutto della prima settimana, te lo ripagavi. Si scendeva tre volte la settimana con il mulo a portare giù ricotte e formaggi.
 


 

Simone apre anche le capre, che si dirigono verso altri pascoli rispetto al gregge. Il principale cruccio di questo giovane pastore, classe 1985, è quello non poter essere autonomo rispetto ai vincoli che regolano quasi ogni aspetto del suo mestiere ed inoltre non vedere sufficientemente apprezzato e valutato il suo prodotto. "Mia madre voleva che facessi altro perché dice che non c’è futuro, ma dev’essere una cosa che ho preso con i geni, una malattia… Anche quelle poche volte che sono andato in gita con la scuola, dopo due giorni le pecore mi mancavano proprio, senti che non sei a posto."
 

"Quando sono su mangio sempre al sacco, mi alzo presto, mungitura, colazione abbondante, poi mungiamo di nuovo la sera e si va a letto sempre abbastanza tardi. Più avanti nella stagione le facciamo asciugare perché su non possiamo lavorare il latte e, dovendo stare sempre insieme alle pecore, non posso venire a portarlo giù qui. Da quando c’è il lupo non le puoi lasciare da sole.” In zona il predatore è ricomparso nel 1997. “E’ il primo anno che ho i cani, incontri con il lupo non ne hanno ancora avuti, ma per il resto sono davvero soddisfatto. Sono dei Pirenei, forse sono più lenti dei Maremmani, ma sono migliori. Non ho avuto problemi né con le pecore, né con i miei cani. Ed anche con i turisti va tutto bene e qui ne passano tanti. Certo, ci sono i cartelli, ma hai sempre paura che qualcuno passi lo stesso in mezzo e non sai come reagisce il cane."
 

Le pecore salgono in fila sui ripidi pendii, troveranno erba da pascolare più a monte, ma il sole caldo le infastidisce. "Quando le senti che si spaventano e scappano per il lupo, tu sei lì e non puoi fare niente… Anche per quello il recinto lo facciamo sempre in basso, vicino alle baite. Se le senti che si agitano, esci a controllare. Cerchi di spostarlo almeno una volta la settimana, ma alla fine tutte le parti pianeggianti restano rovinate, a farle dormire sempre lì. Essere da soli è dura. Adesso ci siamo io e mia madre, ma poi? Da solo non potrei far tutto, o lavori il latte o vai al pascolo. Le ragazze, se sanno che fai il pastore… Amici ne ho tanti, qualcuno che ha le bestie, le vacche. Qui conosci tanta gente, quelli che passano. Certo, non è che riesci a vederti tanto, alla sera tu vai a dormire perché al mattino devi alzarti presto, ma a me piace conoscere gente nuova anche per scoprire cose che vanno meglio rispetto a quello che facciamo noi.
 

"Una volta quelle che mungevi scendevano comunque, solo che avevi i recinti in pietra, quelli che vedi ancora là in basso, e le mettevi lì. Tutte le altre invece pascolavano libere andando in alto ed i pascoli restavano mangiati meglio e concimati. Lavoravi il latte ed andavi su a vederle e portare il sale due, tre volte la settimana. Potevi scendere di giorno a portare i formaggi, adesso invece tocca andare la sera dopo che hai finito i lavori e ritorni su al mattino presto. Per fortuna che c’è almeno il quad.
 

Il primo gias è quello ristrutturato con il pannello solare ed una stanza per la caseificazione, dove però manca l'acqua. “Fare il caseificio e poter lavorare il latte in montagna ed in pianura è uno dei miei sogni, anche perché qui arriva gente da Torino o da Milano e dice che non ha mai mangiato un formaggio così. Giù ne trovano a 30 euro il chilo e non ha questo sapore. Soldi ce ne sono pochi, altrimenti quello che vorrei è comprare una piccola cascina con un po’ di terra e… fare il pastore, per tutta la vita! E’ quello il mio sogno.” Lo so che forse io non dovrei dire che qui si fa il formaggio, perchè le strutture non sono idonee, ma secondo me è importante invece denunciare questa situazione, con persone capaci, in gamba, che producono ottimi formaggi e nessuno che si interessa della loro situazione. Eppure l'affitto lo pagano e perchè non ci si adopera per sistemare quella stanza per la caseificazione??
 

Silvia lo fa da una vita. Io non ho mai mangiato una ricotta di pecora buona come la sua. Metterla in bocca è un qualcosa di unico, con quel leggerissimo gusto di fumo che deriva dal fuoco a legna su cui fa scaldare il siero. Certo, le leggi proibirebbero anche quello. "Non è mai morto nessuno, a mangiare i miei formaggi." Penso alle mozzarelle blu e mi arrabbio, mi arrabbio con chi fa le leggi a tavolino, con chi sta seduto negli uffici e non conosce la realtà, con chi non immagina nemmeno cosa voglia dire vivere e lavorare in alpeggio.
 

Mi piace tutto di questo lavoro, alle parti brutte non ci dai peso. Tra il lupo ed altro, adesso non sei mai autonomo. Più va avanti così e meno sai che futuro ti puoi aspettare… Le cose più belle sono avere una bella pecora, vederla al pascolo. La Roaschina deve avere certe caratteristiche, il naso, la testa, le corna… Preferisco avere un bel cavial che cento milioni! Ogni tanto c’è quel momenti di sconforto in cui ti viene da pensare di mollare tutto, magari quando tutta la stagione è andata bene e poi alla fine succede l’incidente, il lupo te ne ammazza dieci in un colpo. Ma è quell’attimo, il giorno dopo ti è già passata. Quel che c’è di bello qui è la serenità, se ti tolgono quello è finita.
 

Sono così semplici, i sogni di Simone. A differenza della maggior parte dei suoi coetanei, è addirittura felice del fatto che su di qui il cellulare non prenda  per niente. Lui sta bene con le sue pecore, solo che non si sente più libero. Chiede solo di poter fare il suo lavoro, essere rispettato e poter raccogliere i frutti delle sue fatiche. Non arricchirsi, ma solo essere pagato il giusto. "Le soddisfazioni di questo mestiere sono altre, non i soldi. Però devi poter vivere…".
 

D'inverno il gregge gira cercando pascoli fino ai mesi più rigidi, poi si affitta una sede. "Ma non è mai semplice trovare una cascina dove vogliamo le pecore. Ci sono tanti pregiudizi, dici che hai le pecore e dicono subito di no. La solita storia delle zecche, che poi non è vera… Tutta colpa anche di certe mele marce che ci sono in giro e vanno a fare danni, le conseguenze le pagano tutti gli altri pastori. Adesso c’è anche una legge nuova che dice che, nelle zone di mezza montagna, non puoi fare pascolo vagante, devi comunque avere una seconda sede, un posto dove ricoverarle. L’abbiamo trovato, ma non c’è la concimaia, ed è diventata obbligatoria perché non puoi mettere subito il letame sui prati, deve colare giù il liquido. Ma quando le pecore dormono fuori, sui prati? Non so… Abbiamo chiesto al padrone della cascina se era disposto a farla, ma il preventivo è stato di 25.000 euro!!! Certo che non te la fa! Una volta affittavi la cascina, pagavi le care (il quantitativo di fieno, ndA) e ti davano l’alloggio, la legna per scaldarti, la luce. Adesso devi pagarti tutto tu. Abbiamo cercato una concimaia da affittare per far vedere di essere a posto, ma le cascine che ne avevano una vecchia e le hanno ristrutturate per fare alloggi le hanno buttate giù. Non so… E’ un bel problema.
 

Il posto è splendido, la vista spazia verso i monti, il lago presso il quale c'è un rifugio dove tante volte sono salita per delle escursioni, in passato. “Il futuro… Non so. Non devono continuare a spendere soldi per niente. Il Parco per noi non ha voluto il container, ma hanno fatto il centro per il lupo ad Entracque. Comprano le capre dai macellai per darle da mangiare ai lupi che hanno lì… Io vorrei solo poter vivere come una persona normale, non c’è niente da inventare, bisogna solo far conoscere il nostro mestiere, i nostri prodotti, far capire il loro valore. La nostra roba vale di più perché dà di più! Bisogna valorizzarla. Gli animali sono controllati, seguiti, non come certa roba che arriva dall’estero. Se non si capisce questo, tra quarant’anni le montagne saranno vuote. Giovani adesso ce ne sono ancora, avrebbero la passione, ma i genitori spesso li scoraggiano, così come faceva mia madre. Li pilotano verso altro, perché non c’è più la rendita, anche con le vacche.
 

Scendo, passo ancora da Silvia, siamo daccordo che ci vedremo ancora, magari quando Simone verrà alla fiera a Luserna. Il tempo è passato veloce, le nuvole hanno occupato il cielo e c'è aria di temporale. Volevo salire ancora da altri pastori, ma pure lì manca la strada e così rinuncio, tornerò un'altra volta, il viaggio verso casa richiede quasi due ore e mentre guido medito ancora sulle semplici parole di Silvia e Simone. Ce n'è ancora da fare, se si vuole veramente operare in modo costruttivo per gli alpeggi e coloro che li utilizzano!

Lupo: ma allora come stanno le cose?

Tre giorni di convegno sul lupo, due a Torino ed uno, ieri, ad Entracque (CN). Un importante evento con partecipanti internazionali da tutta Europa, testimonianze e studi condotti in varie parti d’Italia, addetti ai lavori, studiosi del lupo, veterinari, guardiaparco, CFS…

E così si è discusso di lupi, genti e territori. La giornata più interessante, per quello che riguarda chi legge questo blog, è stata sicuramente la prima, in cui si parlava dei danni da lupo su bestiame, obiettivi e strategie. Cercherò di farvi una sintesi dei punti salienti.

E’ stato fatto il punto sulle tecniche di prevenzione, che sostanzialmente sono tre: la presenza costante del pastore, le recinzioni elettrificate (mobili e non) ed i cani da guardiania. Singolarmente nessuna delle tre cose è sufficiente. I tipi di recinzione possono essere diversi, in base alla tipologia di bestiame da proteggere, al territorio dove vengono impiegate, alla forma di gestione (pascolamento/riposo notturno). Ciascun tecnico ha presentato le sue esperienze, i risultati di questi anni, le tecniche impiegate, i danni subiti, le forme di indennizzo, aiuto ed assistenza. Che si parlasse di Spagna, Polonia, Germania, Scandinavia o Italia, in sostanza le situazioni erano molto simili. In Francia però la cifra investita per indennizzi ed aiuti è di gran lunga maggiore rispetto ad altri paesi.

Più volte è stata ripetuta la frase: "L’allevatore non deve sentirsi abbandonato" e si è parlato di piani di prevenzione ed assistenza studiati a misura delle singole situazioni. La pastorizia "tradizionale" su piccola scala non può però più esistere con il lupo/orso/grandi predatori in genere. Non possono più essere lasciati animali "abbandonati" in montagna senza presenza costante dell’uomo, il pastore professionista deve sempre sorvegliarli, pertanto le situazioni più problematiche si incontrano laddove queste realtà sono invece ancora presenti. Hobbisti, allevatori che integrano varie attività agricole con la pastorizia, ecc… Per loro non ci sono soluzioni, perchè ovviamente non sarebbe economicamente possibile stipendiare un pastore, a meno di accorpare più greggi (ma non sempre il territorio lo consente).

Il Piemonte, per quello che riguarda rimborsi ed indennizzi, sembra essere tra le aree all’avanguardia. Assistenza tecnica, fornitura di cani da guardiania, indennizzi per i capi uccisi (da canidi e non solo da lupo), indennità aggiuntiva in base al numero di animali da cui è composto il gregge (per animali dispersi, aborti, stress…), premio di pascolo gestito, assistenza veterinaria per animali feriti. Sono stati forniti numeri sulle predazioni (142 nel 2009, con 376 capi uccisi, di cui il 77,9% sicuramente da parte del lupo). Per non perderci con i numeri, qui gli interessati possono scaricare il Report 2009 sul lupo in Piemonte.

Gli esperti francesi hanno sottolineato la valenza emotiva della deroga alle normative europee: in Francia, in particolari situazioni, può essere data l’autorizzazione all’abbattimento del lupo (ma non nei parchi naturali). Prima si tenta il tutto per tutto per la prevenzione e difesa, ma in casi estremi di pericolosità si tenta l’abbattimento. Nel 2009 non sono stati abbattuti (legalmente) lupi. "La gente è soddisfatta, perchè sente di potersi difendere". Interessante sapere che è stato dimostrato che l’attuazione delle misure preventive (recinzioni, cani da guardiania) determina una perdita di peso media di 6kg negli animali nella stagione estiva.

Ci sarebbe molto altro di dire, riportando dati, esperienze, ma concluderei la sintesi della prima giornata citando alcuni interventi della tavola rotonda finale. Bosser, della Regione Piemonte, ha sottolineato la necessità di considerare il lupo) ed in generale i grandi predatori) a livello alpino e non solo a livello locale. "La tutela del lupo passa innanzitutto attraverso la tutela dei pastori", e questa frase è stata il tema più volte ripreso nel dibattito conclusivo.

Hanno preso la parola anche tre pastori: Cristiano Peyrache di Bellino, "vecchia" conoscenza di questo blog, quasi l’ultimo dei pastori di quel vallone laterale della Val Varaita, per colpa del lupo. Cristiano ancora una volta ha sottolineato la loro difficile situazione, la drastica riduzione da 15 a 2 pastori, la necessità di intervenire (e non solo con indennizzi). Michele Baracco, dal Monregalese, ha invece espersso la sua opinione su come anche il lupo abbia diritto di vivere ed esistere: nel suo caso la convivenza è possibile ed attuabile. Giorgio "Giors" Bergero ha raccontato la sua storia di pastore vagante, i primi attacchi al suo gregge, fino a capire che si trattava di lupo, puntando il dito sull’eccesso di burocrazia per denunciare gli attacchi. "Così alla fine i vostri grafici sono giusti fino ad un certo punto, perchè non è che denunciamo poi tutti gli attacchi, visto che devi telefonare ad uno, all’altro, aspettare i veterinari per vedere la pecora morta, per avere l’autorizzazione ad interrarla, ecc…". Interventi sentiti, vissuti, ma dai toni comunque pacati.

Tralascerei la sintesi della seconda giornata, in cui è stato fatto il punto sul monitoraggio delle popolazioni di lupo in Europa. Interessante confronto tra le strategie e gli obiettivi dei vari stati, tra Norvegia, Spagna, Svezia, Polonia, Francia, Svizzera (in questo caso si parlava di lince), Piemonte.

Veniamo al terzo giorno (ieri) ad Entracque: accolti dalle campane di una mandria di vacche al pascolo poco lontano dalla sede del Parco delle Alpi Marittime, i partecipanti superstiti delle tre giornate (e quelli iscritti appositamente a questo terzo incontro, che dava l’occasione di visitare in anteprima il centro sul lupo) si sono ritrovati con una bella giornata di sole.

Nonostante l’inaugurazione di questa struttura sia prevista tra un paio di settimane, in occasione del convegno abbiamo avuto la possibilità di vedere l’area destinata ai lupi e l’allestimento museale. Qui e qui sulle pagine del Parco alcuni dettagli sul Centro. Si tratta di un recinto di 8 ettari (con un recinto più piccolo internamente), dove attualmente è ricoverata una lupa che è stata ferita in Emilia Romagna. Prossimamente si prevede l’arrivo di due lupi maschi. Per i visitatori sarà forse raro vedere dal vivo il lupo dalla torretta che vedete sullo sfondo, ma all’interno del percorso museale vi sono delle telecamere che possono permettere questi avvistamenti.

Il museo multimediale è molto ben realizzato. Si entra qui, di fronte alla casa del Parco di Entracque (loc. Casermette) ed è stato fatto un grande investimento. Quasi interamente sotterraneo, il percorso ci accompagna sulle tracce del lupo grazie a Caterina, che realizza filmati su lupo un po’ in tutto il mondo, ma in particolare da queste parti. A livello emozionale, specialmente per i bambini, ritengo il tutto molto ben riuscito. Permettetemi però qui una riflessione: a questo percorso, si affiancherà poi un secondo, nel paese Entracque, sul rapporto uomo-lupo (dalle fiabe all’interazione con le attività antropiche attuali). Spero che si usi la stessa sensibilità, la stessa passione utilizzata per far capire che il lupo non fa paura… per mostrare cosa vuol dire la presenza del lupo per un pastore, cosa significa trovare morte le pecore che uno ha cresciuto con passione. Nel filmato si diceva che il lupo non è crudele, caccia per vivere, per sfamare i suoi cuccioli. Giusto, pienamente daccordo. Però perchè dobbiamo dire che è giusto che cacci anche capre e pecore allevate dall’uomo? Stipendiamo il pastore, diamogli una funzione di operatore sul paesaggio, manutentore di ecosistemi alpini, paghiamolo per il suo mestiere! …allora poi ne riparliamo…

I visitatori hanno apprezzato, ho sentito commenti che mettevano in relazione questo centro a quello realizzato in Francia, i guardiaparco presentavano la loro "creatura" con giustificato orgoglio e passione. C’era chi metteva in dubbio la preoccupazione popolare e diceva che la maggior parte degli avvistamenti è legata a cani, anche non inselvatichiti, ma sfuggiti temporaneamente ai padroni. C’era anche chi esprimeva le sue perplessità su di un investimento simile per una sorta di "zoo" realizzato da un parco. Opinioni, qualunque cosa uno faccia, andrà sempre incontro a critiche.

Sapete che io sono la solita pecora nera… Quindi non sono andata a mangiare con tutti gli altri. Visto che sembrava esserci un momento di incertezza sui tempi e sui modi organizzativi dopo la visita al Centro, sono partita per i fatti miei e sono salita nel vallone di Trinità, dove non tornavo da anni. Una piccola camminata per stimolare l’appetito e sono arrivata al Gias dell’Ischietto. Non sono ancora saliti gli animali, da queste parti, anche perchè la parte alta del vallone è ancora interamente innevata.

Mentre invece guidavo sulla via di casa, ho fatto un incontro che sarebbe stato utile inserire nel programma del convegno. Nei prati di fondovalle ho scorto un gregge. Ho frenato, ho invertito la marcia, ho parcheggiato e sono scesa nel prato profumato dal timo serpillo, guardata con sospetto dal pastore, che richiamava i suoi cani affinchè non mi venissero contro. Non è stato difficile attaccare discorso, spiegare il perchè della mia presenza da quelle parti, chiedergli dove saliva poi in montagna…

Beppe ha 75 anni, è di Valdieri, continua la sua attività in un alpeggio difficile da raggiungere: "Ho chiesto che mi mettano almeno un po’ a posto la strada per salire, il sentiero… E’ un posto che passa poca gente. Quando c’è il fieno da fare, lascio la moglie al pascolo ed io scendo e salgo in moto. Ma è sempre più brutto, il sentiero! Adesso ho chiesto che vengano a vedere per il pannello, la valanga l’ha portato via, almeno avere un po’ di luce la sera! Ho chiesto alla Forestale, perchè il Parco… Poi dipende dalle persone, certo. Mauro, quello che è morto sotto la valanga: tutti i pastori ed i margari sono andati al Rosario. Lui passava sempre da tutti, ti dava una mano, portava su qualcosa. Adesso quelli giovani si tengono alla larga, non so, se hanno paura o cosa."

Parliamo di lupi, ovviamente, mentre il cucciolo prima diffidente adesso gioca con me. "Bisogna esserci sempre insieme, mai lasciarle sole. Il maremmano io non ce l’ho, ne avevo uno, ha morsicato persino la morosa di mio figlio. Sono bestie difficili da tenere, come fai quando sei giù qui che magari vengono i bambini a vedere le pecore? Vado al pascolo come una volta, sempre, mi porto dietro qualcosa per il pranzo, sia con il sole, sia con la nebbia che non vedi di qui a là, con la pioggia, tutto. E’ dura! Con il lupo è anche peggio! Fanno le riunioni sul lupo a Cuneo alle due del pomeriggio, come facciamo ad andare? Devono metterle alla sera, l’ho detto a quello della Forestale. Per chi comunque ne ha poche, con il lupo viene che smetti di fare questo lavoro."

Mi racconta di Silvia, che è già salita con il gregge, mentre Aldo e Marilena non vogliono andare su al loro alpeggio per colpa del lupo. L’anno scorso hanno avuto una quarantina di capi morti. Loro fanno formaggio ed hanno sempre lasciato che il gregge salisse da solo, mentre svolgevano i vari lavori della caseificazione. Poi la montagna è difficile, ripida, le capre vanno verso la zona più impervia dove trovano fronde da pascolare. Chiacchieriamo ancora a lungo, sotto il sole caldo ed il vento che, come sempre, batte la valle. Adesso è tutto verde, ma questi sono posti dove l’erba ingiallisce presto. "Se smetteranno di salire le pecore… l’erba peggiorerà anche per i selvatici! Se la pascolano presto le pecore, poi ributta su ed a fine stagione c’è un po’ di verde. Lo capiscono questo? Anche i sentieri, già tanti vanno a perdere così. Poi le nostre montagne sono piccole, non puoi portare su chissà quanti animali. Con il lupo è tutto più difficile, non so dove andremo a finire. Quest’estate comunque ti aspettiamo, vieni su una volta, mi raccomando, eh?"