Alla scoperta di angoli di Valsesia

Oggi un lungo reportage dalla Valsesia, visto che domani sarò impegnata altrove e non riuscirò ad aggiornare queste pagine. Come sapete, sabato ero attesa a Cravagliana per la presentazione di "Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora". Perchè non approfittarne per andare ad esplorare un po’ quelle montagne?

E così sabato mattina mi sono avviata su per la Val Mastallone, nel comune di Fobello, seguendo il sentiero che risale la Valle di Baranca. Non avevo in mente una meta precisa… Sapevo che avrei trovato un lago, degli alpeggi… Insomma, si andava all’avventura.

Il sentiero lastricato sale in modo regolare fino al pianoro dell’Alpe Baranca. Qui finalmente il suono di qualche campanaccio: c’erano queste poche vacche al pascolo e, più lontano sui pendii ripidi e sassosi, si sentivano delle campanelle di un gregge di capre. Credo che il senso di pace e tranquillità emerga anche solo dalle foto…

Questa vacca si lascia immortalare in un curioso primo piano. Gli animali sono davvero pochi, credo appartengano ai gestori del rifugio. D’altra parte, lo spazio qui è poco, non sono montagne adatte a mandrie immense, subito dopo il piano iniziano i versanti ripidi.

Unendo l’attività dell’allevamento a quella dell’accoglienza dei turisti in questo alpeggio trasformato in rifugio, si riesce a vivere lo stesso, senza abbandonare la montagna per rivolgersi ad altre attività o senza dover avere un grande numero di animali. Certo, non sarà facile, ma evidentemente qualcuno ce la fa.

Continuo a salire verso il lago, chiedendomi se incontrerò ancora altri animali più a monte, visto che la cartina segna un grosso alpeggio. Il panorama è quello "classico" della "montagna da cartolina". Non c’è quasi nessuno in giro, la fioritura dei rododendri è nel suo momento di massimo splendore, l’aria è fresca, viene da pensare agli automobilisti in coda sulle strade verso il mare di cui parlavano alla radio qualche ora prima!

Per arrivare al lago tocca fare una piccola digressione sul sentiero, al fine di passare una slavina che ancora ingombra parte di un canalone. In questo modo il primo colpo d’occhio sul lago è dall’alto, su tutta la conca. Un bel posto, ma non si vedono animali, nè selvatici, nè allevati dall’uomo.

L’alpe è deserto, fatta eccezione per qualche escursionista, salito dalla Valle Anzasca. Ci sono numerose baite, qui all’Alpe Selle, ma per adesso non c’è nessuno ad utilizzarle. Sembra un villaggio in miniatura, addirittura una delle baite porta una scritta, ancora parzialmente leggibile, con su scritto "Albergo del…". Qui? A 1824 metri di quota? Quando, questo era un albergo? Per chi?

Finalmente un incontro, con un branco di cavalli. Scoprirò alla sera a chi appartengono ed anche che, più avanti nella stagione, qui pascolerà un gregge di pastori vaganti di Bannio Anzino. Sono arrivata troppo presto, non è ancora stagione, le pecore sono più a valle. I cavalli sono così lucidi che paiono strigliati, dopo il primo momento di timidezza, si lasciano fotografare ed accarezzare, specie questo puledro dal pelo soffice.

Alle spalle dei cavalli il colle che ho deciso sarà la mia meta di giornata. Infatti è ancora presto, a Cravagliana mi aspettano nel tardo pomeriggio. Se il tempo lo consente, c’è ancora spazio per camminare e per concedersi magari un riposino, visto che la sveglia è suonata molto presto. In compagnia di due escursionisti lombardi incontrati per caso, si procede chiacchierando verso il colle.

Dal Col d’Egua ci si affaccia verso Carcoforo. Purtroppo le nuvole coprono il Monte Rosa e tutte le cime più alte. Che montagne ripide, da queste parti… Non sembrano quelle "delle mie valli", specialmente per quanto riguarda i pascoli. Avrò modo di commentare la cosa in serata, durante la presentazione del libro. Comunque il vallone lungo il quale sono salita per arrivare fin qui è ancora abbastanza dolce ed erboso, in proporzione. Purtroppo il tempo cambia, c’è aria di temporale… Un rapido pranzo e poi si scende velocemente. Alla fine, per fortuna non pioverà, ma è meglio porsi verso il basso, con il pensiero ormai rivolto alla serata.

Sulla presentazione del libro potete leggere qui, la foto invece si riferisce alla simpatica prosecuzione della serata nel bar della Locanda del Cacciatore, che mi ospitava. Si è continuato a parlare di pastorizia, di vicende e personaggi, con numerose richieste di scrivere un altro libro… Bisogna vedere chi offre di più, tra il Biellese e la Valsesia!! Scherzi a parte, ce n’è da girare in queste vallate, ed i personaggi da intervistare e fotografare non mancherebbero di certo. Vedremo… Comunque, alla fine, per il giorno successivo vengo indirizzata all’Alpe Campo, sopra a Sabbia.

Mi avevano detto che il sentiero saliva, eccome se saliva! Si parlava anche tanto dei tempi di percorrenza, ma comunque nessuno potrà smentire quello che sto scrivendo, perchè alla fine non ho trovato accompagnatori per l’escursione! Dalla piazzale al fondo della strada sterrata fino al Campo, pur con due soste a scattare foto, un’ora e venti minuti di cammino. L’immagine sopra comunque non rende a sufficienza l’idea di quanto salga il sentiero. Poi il caldo e l’umidità non facilitavano di certo le cose.

Si esce dal bosco qui, dove questo simpatico cartello avverte gli escursionisti su un’importante regola da osservare in montagna! Di lì in avanti dovrebbero aprirsi i pascoli dell’Alpe Campo, ma anche su questo avrei qualcosa da ridire. Le campane si sentono, gli animali ci sono, ma… i pascoli?

Le manze si avvicinano, avvolte in nuvole di mosche fastidiose. Fa davvero caldo e c’è un’umidità che non promette nulla di buono, soprattutto pensando a quello che può esserci giù in pianura. Gli animali hanno ombra a sufficienza per andare a ripararsi, ma è meglio approfittare delle ore "meno calde" del mattino per pascolare, ovviamente.

Con le vacche Brune non ho mai problemi a scattare foto. Anzi, la difficoltà sta nel fatto di evitare che l’obiettivo diventi vittima del naso o della lingua dell’animale. Meglio però continuare il cammino, altrimenti poi come la mettiamo con i tempi di salita? E poi non si sa mai cosa possa riservare la giornata, probabilmente nebbia in quota, ma con questo caldo potrebbe esserci il rischio di temporali.

Ecco i pascoli! Qualcuno di voi, un po’ più tecnico ed esperto, potrebbe avere qualcosa da ridire, specialmente visto che avevo già letto un commento sulle capre al pascolo nelle felci, l’altro giorno. Bene, ecco qui un bel versante a felci, ginestre, betulle ed "erbaccia grama", che però viene mangiata dalle manze e dalle pecore, poco più a monte. Animali di bocca buona… certe pecore viziate di mia conoscenza non starebbero a lungo, qui.

Il gregge è poco più a monte. Quasi non vedi le pecore, sprofondate tra le felci e questi ciuffi di erba dura e scivolosa. Non mi avvicino troppo per non spaventarle, non mi conoscono e non vorrei che facessero qualche strano gesto, su questi pendii così scoscesi.

Continuo la salita ed arrivo ad un colletto nei pressi dell’alpeggio, dove incontro Enrico. Bastano poche parole perchè io venga immediatamente riconosciuta e… fa un certo effetto che accada qui, dove non sono mai stata. Mi viene tassativamente ordinato di essere ospite per il pranzo! Ma prima proseguo il mio cammino, almeno fino all’Alpe Laghetto. Purtroppo il panorama non è nelle migliori condizioni, però con questo clima i rododendri sprigionano quel profumo caratteristico che, anche ad occhi chiusi, parla di montagna… Mi spiega Enrico che hanno problemi con i contributi di pascolo su questo vallone: "Non hanno nemmeno fatto le foto aeree, per loro non è pascolo, ma le mie vacche sono lì sotto che mangiano!"

All’Alpe Laghetto il lago è solo un ricordo, una torbiera colonizzata da erbe tipiche di questi ambienti. Le baite sono ancora chiuse, silenziose, solo più avanti nella stagione gli animali verranno condotti quassù a consumare questi pascoli.

A ridosso delle baite, strani cumuli di rocce dalle colorazioni intense: c’era un’antica miniera di nichel, di cui restano anche alcuni fabbricati ormai crollati. Le rocce hanno un odore particolare, forte, ed ogni sasso ha un peso incredibile. Non posso attardarmi troppo nelle considerazioni geologiche, l’invito a pranzo mi attende e c’è ancora da affrontare la discesa.

Scelgo il sentiero di cresta, la nebbia si è un po’ alzata, così riesco ad apprezzare almeno un po’ di panorama oltre i pascoli punteggiati dai fiori gialli del Leonthodon. Il versante sinistro invece è incredibilmente ripido, adatto al più a delle capre, dotate di buon senso di equilibrio!!

E le capre le incontro all’Alpe Campo. Il gregge sta spostandosi dalle baite verso i pascoli. Vi sono numerose Vallesane, le capre dal mantello bicolore, una razza tutelata perchè a rischio di scomparsa. Mentre le campanelle si allontanano, punto decisamente verso l’alpeggio, dove i cani mi hanno già avvistata.

C’è un maremmano cha abbaia sospettoso ed ha quasi un qualcosa di famigliare… Ne scoprirò la provenienza più tardi, a tavola, e così saprò che io e lei ci siamo incontrate quando era ancora cucciola, su altre montagne, altre valli. Perchè questo mondo alla fine è piccolo, più di quel che si possa credere! Fuori dalla baita, le campane più belle appese, così come vuole la tradizione. Non manca nulla qui: galline, pulcini, cani, un gatto, maiali…

Enrico è alle prese con la polenta: "Non è ancora pronta…", ma così c’è tempo per chiacchierare ancora un po’, prima di sedersi a tavola con il resto della famiglia e gli amici in visita. Si sta bene quassù, il caldo è rimasto più in basso, quindi anche un bel piatto di polenta può andar bene, anzi… è quanto di meglio uno si possa aspettare! Parlando del più e del meno, vengo a sapere che abbiamo amici comuni in Val Pellice, Franco e Daniela.

L’occasione per incontrarsi era stata l’assegnazione del Premio Fedeltà alla Montagna: "…e l’anno scorso siamo stati nelle valli di Lanzo, l’hanno dato a dei fratelli di quelle parti lì". Nella baita, foto e cartoline. Nelle altre piccole costruzioni, la centralina idroelettrica che fa sì che qui si possa avere la mungitrice, il televisore, il frigorifero… Il sentiero per salire è lungo e faticoso, ma c’è pure la teleferica, fortunatamente. Un altra piccola baita è stata adibita a caseificio: "Certo, ci hanno fatto tribolare, all’inizio, con i permessi e tutto. Volevano questo, e quello… Ma adesso c’è da riconoscere che è davvero più comodo lavorare così, si fa più in fretta a pulire, a lavare.

Ci sono anche i nipotini, uno prende in braccio gli agnelli che girano intorno alle baite: sono qui "in infermeria", allevati con il biberon, visto che sono stati scartati dalle madri. Il bimbo mi spiega che il border collie si chiama Genepy… Suo nonno mi dice che, con le capre e le pecore, tanto quanto questi cani possono andar bene, ma con le vacche proprio no. "Più che altro però sono cani che vanno bene da spettacolo, per gli animali vanno meglio i nostri."

Tutti a tavola, adesso! Mescolando l’Italiano ed il dialetto, con la polenta ad accompagnare il tutto, parlando di transumanze, episodi capitati in passato ed altri più recenti, animali smarriti, lupi a due e quattro gambe… "Ma certe cose, se fai poi un nuovo libro, non scriverle!". E’ bello girare le montagne e trovare nuovi amici… Viene l’ora del rientro, la strada è lunga, non tanto quella da scendere a piedi, ma il viaggio nel caldo, sull’asfalto, lungo l’autostrada. Due ore esatte per rientrare a casa… In fondo allora la Valsesia non è poi così lontana!

Assenze, appuntamenti, foto…

Per qualche giorno forse non mi leggerete… Mi si prospetta una settimana molto, molto densa di impegni. Portate pazienza, quando potrò aggiornare il blog avrò però molto da raccontare. Il primo appuntamento è per il 24-25-26, quando parteciperò al convegno "Lupi, genti, territori" a Torino ed Entracque (CN). Qui il programma dell’iniziativa. Tra l’altro… guardando attentamente l’interno del depliant, ho visto un agnello che mi osservava ed aveva un che di famigliare! Per fortuna, in basso a destra, c’era il riferimento della pagina web da cui è stata tratta quella foto, scattata dalla sottoscritta in Val Maira anni ed anni fa, quando "pascolo vagante" era una definizione che avevo sentito forse un paio di volte, ma comunque già avevo incontrato il Pastore e nella mia mente già iniziava a farsi strada l’idea di scrivere su questo mondo. La foto originale comunque la trovate qui, su una delle pagine del mio sito.

Per il 30 maggio invece aspetto qualcuno di voi (chissà… magari è la volta buona per conoscere lettori di altre terre, a parte BB che gioca in casa!) a "Lento come una pecora, il ritorno dei pastori". Ci vediamo a Fiumalbo (MO), allora! Altre pecore, altre transumanze, altri pastori…

Ancora un appuntamento: il 31 maggio presenterò "Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora" presso la sede dell’Università di Agraria a Grugliasco (TO), in Via Leonardo da Vinci. Ore 14:30, Aula B. Vi segnalo nel sito apposito le due recensioni recentemente apparse su L’Allevatore Magazine e su Piemonte Parchi.

E adesso qualche foto che ho ricevuto da voi nelle scorse settimane (sempre grazie a tutti quelli che me le mandano! Ne ho tante lì in archivio, poco per volta pubblico tutto). Queste vengono dal Biellese, in questi ultimi tempi sempre di più questa terra di antichissime tradizioni pastorali mi richiama per andare alla sua scoperta! Poco per volta esplorerò, seguendo suggerimenti ed inviti degli amici. Siamo ad Oropa in una giornata… tipica! Era il giorno della fiera della Pezzata Rossa e le foto ce le manda Antonio, il nostro amico produttore di riso.

Ecco una delle protagoniste della fiera. Questa razza locale è una buona produttrice di latte, che ben si presta al territorio di cui è originaria ed all’alpeggio (dove si producono ottimi formaggi). Tra le razze da tutelare perchè a rischio di estinzione… era stata oggetto di una domanda d’esame rivoltami dal professore di Zootecnia all’Università!

Nebbia, nebbia fitta… Se quest’anno frequenterò un po’ di più queste vallate, riuscirò ad apprezzarle anche con il sole? Per adesso il caso ha voluto che nel Biellese, in montagna, io abbia sempre incontrato giornate nebbiose, come questa.

Tra le foto che mi ha mandato Antonio, la sua preferita è questa di un allevatore e del suo cane: effettivamemente molto suggestiva da vedere, un po’ meno da vivere, perchè qui siamo alla fiera, ma il pensiero corre immediatamente a quelle lunghe, interminabili giornate trascorse al pascolo, immersi nella nebbia per ore ed ore.

Sempre da Oropa, queste strane campane con i loro collari in legno. Rimaniamo ancora un istante da quelle parti, spostandoci verso la Val Sesia, dove domenica 30 maggio ci sarà anche la fiera a Fobello, XII edizione della Fiera della Val Mastallone. Spero che qualcuno faccia un giro e mi mandi qualche foto, visto che non ho il dono dell’ubiquità e sarò a Fiumalbo, nelle stesse ore…

Appuntamenti a cui non mancare e qualche segnalazione

Cosa fare questo fine settimana? Non c’è che l’imbarazzo della scelta… Se siete apassionati di allevamento, pastorizia, ecc… ce n’è per tutti i gusti, in tutte le valli, in tutte le regioni. Vi segnalo gli eventi di cui sono a conoscenza.

Prima di tutto un convegno a cui avrei dovuto partecipare. Terzo seminario sulle transumanze alpine a Ponte di Legno (BS). Qui il programma delle due giornate (3-4 ottobre), qui maggiori dettagli. Parteciperanno, tra gli altri, molti amici di questo blog. Quattro anni fa questo convegno era stato l’occasione per presentare per la prima volta la mia ricerca sui pastori vaganti ed avevo incontrato chi mi ha poi permesso di trovare un editore per la mia opera. Auguro un buon convegno a tutti! Spero che qualcuno fotografi la transumanza del gregge e mi mandi qualche immagine!

Qualche fiera: qui vicino, ad Oulx (Val di Susa, TO), 515° Fiera Franca, Fiera del Grand Escarton. Qui il programma di sabato 3 e domenica 4. La rassegna zootecnica è alla domenica. Chissà, magari riesco a fare un giro…

Cambiamo vallata. In Valsesia, domenica 4 ottobre, 12° fiera dell’Alta Valsesia, 6° Meeting della Razza Bruna, ad Isola di Campertogno (VC). Sempre in valle, seguiranno altre manifestazioni zootecniche nei fine settimana successivi (vedi anche qui).

Mi segnalano poi questo articolo sulla transumanza dall’Aquila a Foggia lungo il Tratturo Magno. Il cammino insieme al gregge ha preso il via il 29 settembre. Mi piacerebbe che qualche partecipante fosse a conoscenza di questo blog e mi contattasse per raccontarci com’è andata e come stanno le cose da quelle parti.

Samy e Guido hanno inserito qui una carrellata di foto del gregge di Valter all’Alpe Tartarea (Valle Po – CN). Ricordando la stagione che va a terminare…

Sabato e domenica comunque… occhio alle transumanze, ce ne saranno sicuramente molte! Macchina fotografica alla mano e buoni reportages, vi aspetto!

Una transumanza di qualche giorno fa

Ci ha scritto Marco, raccontandoci una transumanza avventurosa a cui ha preso parte attivamente. Colgo l’occasione per dire che mi fa un grande piacere fare da tramite e pubblicare qui le vostre foto e (ancora di più) i vostri racconti. Magari, in futuro, spetterà più a voi che a me fornire materiale per questo blog, se volete che continui ad esistere… Già una volta vi avevo detto che non sapevo se avrei potuto continuare ad aggiornarlo, come vedete non sempre i post sono costanti e puntuali come un tempo… Ma se sarete (anche) voi a mandarmi storie di pascolo vagante (e non solo), continueremo sicuramente il cammino insieme.

Veniamo a Marco, che è salito per aiutare Maria Pia a compiere la transumanza. Come spesso accade in questi casi, non tutto è filato liscio! Un "sabato pomeriggio son salito in alpeggio, e come prima bella notizia, da Pia ho saputo che una pecora e un agnellone si eran scartati e non eran rientrati in mandra la sera!!! Domenica sveglia presto, bisognava far i soliti lavori, andar a vedere dove si eran cacciati i due ovini infami e prepararsi per scender con l’asina a Scopello. Dopo aver scovato le due bestiacce, Pia decide di mandar le capre al pascolo in quel vallone così alla sera torneranno anche quelle!!!"

Questo è l’interno della baita dove i nostri sono rientrati alla sera… Tutto l’indispensabile, niente di più… Non tutti gli alpeggi hanno TV ed energia elettrica.

"Ridiscesi verso le splendide baite che avrai ammirato dalle foto, cerchiamo di sistemare un po’ le lamiere del tetto e contattiamo il camion per caricare l’asina…". Il telefonino per fortuna prende, unico accenno di modernità da queste parti, a quanto pare!

Il camion "arriverà dopo le sei di sera, ma, visto che a scendere la strada non è come al Tour, ma un vero e sentiero all’avventura, a mezzogiorno si carica Minnye e si scende. La discesa si fa senza alcun problema e prima delle due siam al punto d’incontro con il camion…"

Le fatiche non sono ancora finite per i nostri "eroi", e così il racconto di Marco prosegue. "Pia torna su per poter poi andar a recuperar capre e far i lavori, mentre io con l’asina e Musca aspetto il camion che, per fortuna, è puntuale. Caricata l’asina, devo riparire per l’alpe e, per non farmi prender dalla notte, la prendo quasi di corsa e in un’ora e 20 min salgo."

La sera arriva, le strutture sono quelle che sono, ma… con un po’ di calore si sta subito meglio. "Pia sta tirando le reti, così io accendo il fuoco e preparo cena, ma quando arriva… notizie buone non ne porta, le due bestiacce son rimaste scartate…"

Se non c’è posto all’interno per dormire… che si fa? "Dopo aver dormito sotto le stelle (vedi foto) al mattino alle sette si parte…". Per fortuna che c’erano le stelle e non nuvole e pioggia! Bella e facile, la vita del pastore…

I nostri vanno "a recuperar le due bestiacce, ma riusciamo a metterle con le capre solo alle nove!! Scendiamo alle baite, sistemiamo le ultime cose ci prepariamo. Quando partiamo sono le dodici e venti!!! Dopo una lunga giornata alquanto faticosa sotto il sole cocente e lungo sentieri impervi e assai sporchi di felci, alle otto e mezza di sera arriviam ai Gait. …non male come transumanza…i commenti io li risparmio, ma tu sei libera di farli!". Non ne ho fatti molti neanch’io, quindi tocca a voi che leggete.

Grazie a Marco per racconto e foto. Spero presto di poter anche andare a trovare Pia, prima che si rimetta in cammino anche quest’anno.

Inizio stagione in Valsesia

Sabato volevo fare un giro in Valsesia e Flavio mi fa: "Sicura di voler andare da quelle parti? Tanto di bello da vedere non c’è… Comunque, se vai in Val Sorba, vedi in che razza di posti siamo andati in montagna nel Novanta." Per BELLO lui intende alpeggi con ampi pascoli ed erba buona. In effetti, quelle cose lì non le ho trovate.

Partita da Rassa, dopo un tratto di ripida pista ho iniziato a camminare su sentiero, passando accanto ad alcune baite ristrutturate (qui siamo all’Alpe Sorba) e ad un Bed&Breakfast. Qui ho chiesto informazioni su eventuali alpeggi: "Le mucche sono scese ieri…". Ma su in alto, non ci sono pecore? Quando nomino anche il pastore che dovrebbe esserci, allora la signora si sbottona un po’ e chiede anche agli altri, ma nessuno mi sa dire con precisione dove possa essere il gregge. Lì, oppure là, oppure già tornato indietro…

Proseguo nel bosco tra faggi ed abeti bianchi, con piazzole in cui sono state ricostruite le carbonaie, pannelli sul forno da calce ed altre informazioni didattico/turistiche. Ogni tanto qualche radura erbosa, poi si esce nei "pascoli". Ci sono i segni delle slavine dello scorso inverno, tracce di frane, rocce dappertutto, cespugli. All’alpe Massucco quasi non riesco a vedere l’alpeggio, nascosto dietro un roccione e perfettamente mimetico. Un piccolo pianoro dove le vacche sono sicuramente state, tante pietre, erba di scarsa qualità. Una marmotta fischia e si nasconde nella tana.

Il sentiero sale fiancheggiando il fiume, non sempre è così evidente, ma comunque è abbastanza ben segnato. Mangio mirtilli e lamponi in grande quantità, ma dopo aver visto una grossa vipera scura sul sentiero, faccio più attenzione a dove metto le mani. Dopo il "punto d’appoggio" dell’Alpe Toso, il sentiero sale più ripido e mi sembra di sentire delle campane. Arrivo in un pianoro dove l’acqua limpida e trasparente disegna chiazze di colore più verde e finalmente vedo i bovini.

C’è un gruppo di manzette che cerca di trovare erba tra i tanti sassi. Come mi vedono, si avvicinano curiose e quasi si spintonano per entrare tutte nell’inquadratura. Sono state lasciate qui da sole, probabilmente verranno fatte scendere più avanti, finiranno di pascolare l’erba che c’è quassù, in questa conca attraversata dal torrente.

Poco dopo, al fondo della conca, incontro un nevaio e dei rododendri fioriti. Siamo all’incirca a 1700 metri di quota e sembra che qui la stagione sia soltanto all’inizio. Se su di un versante ci sono mirtilli enormi in grande quantità, sull’altro l’erba è tenera, verde brillante, mirtilli appena in boccio, campanule, potentille ed altri fiori che di solito vedi ai primi di luglio. Salendo verso l’alpeggio successivo, pare proprio di essere indietro di due mesi rispetto al calendario.

All’alpe Lamaccia, accanto all’omonimo lago, una conca invasa dai rumex. Quello che potrebbe essere pascolo, sono invece specie invasive. Qui ci sono tracce del passaggio del gregge e le uniche baite ancora in piedi portano i segni della presenza umana, con dei nylon a copertura del tetto. Le rive del lago sono tutte un brulicare di piccole rane. Il cammino pare infinito, sono solo a quota 1900m e non vedo una persona da quando ho lasciato l’alpe Sorba. Più avanti incontro due escursionisti, chiedo loro se hanno visto il gregge, ma arrivano dai laghi e non dal Prato.

Il pianoro dell’Alpe Prato (2198m) è una specie di apparizione, dopo aver seguito il sentiero tortuoso tra le rocce. In quest’ultimo tratto la vegetazione è proprio quella di inizio stagione e le pecore l’hanno brucata qua e là. Dopo tanti sassi e ripidi pendii, vedere quella conca verde sembra incredibile. La foto non riesce a rendere appieno la sensazione di affacciarsi lì, pareva davvero un miraggio.

Arrivati sul posto ci si accorge però che il pianoro in origine era un lago glaciale ed oggi è per la gran parte una specie di torbiera, attraversata da un ruscello tortuoso dove guizzano alcune trote. Anche questo verde non è quindi un vero pascolo, ma il gregge ha mangiato quello che c’era di appetibile, nei giorni precedenti. Si vedono le tracce delle pecore, ma non gli animali in carne ed ossa.

Le baite sono quelle che sono, poco più di un cumulo di pietre con la forma di una casetta. C’è però un casotto squadrato che pare risistemato di recente e si rivelerà essere un container rivestito di pietre, abitazione del pastore. Ci sono alcune museruole, un paio di scarponi sulla finestrella, qualche altro segno dell’uomo, ma il gregge proprio non si vede. Che sia all’Artorto? Oppure dietro al colle di Loo, verso il Lazoney, addirittura dietro, in val del Lys?

Sembra di sentire delle campanelle ed, anche se la traccia delle pecore pare andare nella direzione contraria, mi avvio lungo il vallone. Qualcosa c’è, ma sono solo gli asini. Il gregge non dev’essere sceso da molto, a giudicare dall’erba ancora schiacciata. L’ho mancato solo di un paio di giorni. Che fare? Ridiscendere al Prato? Salire al Colle di Loo, solo per il panorama? Cammino da quasi quattro ore, soste per mirtilli e foto comprese.

Cercare il gregge all’Artorto, ammesso poi che sia lì, vuol dire ridiscendere al pianoro e poi risalire. Di là potrei poi tornare in Val Sorba, ma il bivio visto al mattino indicava un sentiero evanescente già in partenza, che sembrava scomparire sul ripido versante, tra cespugli e tracce di frane. E se poi le pecore invece fossero state altrove? Probabilmente no, altrimenti non ci sarebbero stati gli asini e quel paio di scarponi. E poi la vegetazione è ancora indietro, nessun pastore lascerebbe indietro quell’erba, specie in un posto dove ce n’è così poca. E così salgo verso la Bocchetta della Gronda, pensando a Flavio che mi aveva suggerito appunto di fare un giro ad anello.

Anche i laghi sottostanti hanno visto il passaggio del gregge, ma oggi posso solo fotografate i miei amati eriofori, mentre uno stormo di rondoni mi sibila intorno con delle picchiate fulminee. Avevo intravisto altri due escursionisti, dal colle, ma paiono già essere svaniti. C’è un sentiero che sale, dietro al Baitino della Gronda, ma una freccia indica Rassa verso il basso, com’è giusto che sia, anche se la traccia è solo immaginabile, nell’erba.

Ancora una foto a questa matassa di girini, chiedendomi se ce la faranno mai a diventare rane. L’aria è fredda, nonostante la splendida giornata di sole, e può darsi che alla sera già le temperature si avvicinino allo zero. Pare di essere ad inizio stagione, è vero, ci sono dei nevai che degradano in uno dei laghi, ma in realtà la stagione è alla fine e presto sarà autunno. Fino al fondovalle, di foto non ne scatto più. E’ una discesa difficile lungo un sentiero che non c’è, segnato per fortuna recentemente con tacche di vernice rosso sangue che compaiono costantemente sulle rocce che emergono dall’erba e dai cespugli. Le storte e le scivolate costringono a camminare con prudenza, dimenticandosi anche di mangiare mirtilli. I cespugli mi graffiano le gambe, continuo solo perchè indietro è troppo lungo tornare, e poi giù nel fondovalle si vede un ampio sentiero battuto, vacche ed alpeggi.

Attraversato il torrente (il ponte non c’è più, è stato divelto da alluvioni o slavine), mi lascio alle spalle quella tremenda discesa, complicata nella parte finale dalle piante coricate al suolo dalla neve dell’inverno. Adesso che sono di nuovo in zone utilizzate dagli animali, il sentiero è ben battuto, l’erba è pascolata e la montagna ha un altro fascino. Ci pensino, quelli che dicono che il lupo porta turismo… Se la montagna diventasse terra solo più di lupi, orsi, linci, cinghiali, non riusciremmo nemmeno più a fare una gita! Il suono dei campanacci e dei muggiti è rassicurante. E’ tardi, molto tardi, ma sapere che d’ora in poi camminerò sul sentiero fa dimenticare parte della fatica.

Ancora due foto all’Alpe Salei. L’alpeggio abitato dai margari probabilmente è quello più a monte, dove si sta dirigendo il grosso della mandria. Mi manca il tempo (e le forze?) per risalire fin là, così bevo di gusto dalla gomma che porta l’acqua alla vasca per le vacche e mi accingo a scendere senza aver incontrato nessuno. Il sentiero adesso è una mulattiera che corre nel mezzo della conca dove gli alberi faticano a drizzarsi dopo tutta la neve che hanno sostenuto nei mesi passati. Altri invece sono stati sradicati e portati a valle dalle slavine. Poi il sentiero entra nel bosco, mentre sotto corre il torrente spumeggiante.

Si iniziano a vedere villaggi potenzialmente abitabili, anche se raggiungibili solo a piedi. Questo, visto dal basso, pare un miraggio, con case ristrutturate che sembrano quasi "moderne", posate lassù per sbaglio da un architetto pazzo. Non guardo più nemmeno il nome sulla cartina, ma continuo a camminare, perchè so che il vallone è ancora lungo ed è sempre più tardi. L’unica sosta è per raccogliere un fungo cresciuto proprio lungo il sentiero (una "crava nera", che va ad aggiungersi alle garitole del mattino).

Rassetta mi accoglie con questa improbabile staccionata che protegge un prato all’inglese sostenuto da un possente muro. Il resto della frazione è ancora abbastanza "autentico", la gran parte delle case è ritrutturata ed utilizzata, vedo un gruppo di amici intenti a giocare a carte, ci si scambia un cenno di saluto.

Il sentiero diventa strada sterrata più a valle delle borgate. Il torrente continua a scendere disegnando pozze e scivoli sulle rocce. Suona il telefono: "Sei tornata raggiungibile?". Sto rientrando nella civiltà, ho camminato quasi nove ore, con una piccolissima pausa per mangiare un boccone di pranzo e varie soste a far foto. Salire in alpeggio da queste parti è un vero atto di coraggio. "Hai visto in che razza di posti siamo stati? Certo che il Moncenisio è un’altra cosa…"

A Rassa il sole è già tramontato, mentre al mattino alle nove non era ancora arrivato ad illuminare le case. Siamo solo ai primi di settembre, figuriamoci cosa vuol dire qui l’inverno! I piedi fanno male e la stanchezza pervade un po’ tutti i muscoli, dalle spalle alle gambe. "Pensa quando caricavo il mulo, da ragazzino, e salivo su fino al Prato… A camminare ben veloce, ci mettevo due ore e mezza. La Val Gronda, da dove sei scesa, quella no, non la conosco. Ma quelle non sono belle montagne, per passare una stagione con un gregge ti devi spostare cinque o sei volte e magari non basta neppure."

I nostri inviati viaggiano

E’ da qualche tempo che non pubblico le vostre foto, e ne ho una grande quantità, pertanto ci saranno altre puntate. …anche perchè sono sicura che mi manderete ancora altre immagini.

Iniziamo da Laura, che è stata all’alpe Maccagno, in Val Sesia. Una lunga camminata, come per la gran parte degli alpeggi, da quelle parti. E non parliamo solo di un ora di cammino, ma tre o quattro! Lungo il sentiero, ancora diversi canaloni innevati, che hanno causato non pochi problemi al margaro nel momento della salita.

Ci sono anche alcuni cavalli, lassù, per i quali è stato necessario aprire un passaggio nella neve a colpi di piccone. Germano, il margaro, tutte le settimane scende per fare la spesa e portare a valle il formaggio, il famoso Maccagno, appunto!

Qui Laura ha immortalato i margari al lavoro, con tanto di sgabello per la mungitura pronto per l’uso. Non credo ci siano molte concessioni alla modernità, in un alpeggio così lontano dalle vie di comunicazione! A quanto pare ci sono dei giovani che continuano a portare avanti l’attività, nonostante l’isolamento e le difficoltà. Laura dice che lì il cellulare non prende, da nessuna parte, quindi l’isolamento è ancora maggiore. Se per disgrazia dovesse capitare qualcosa… Che si fa?

Ancora uno scatto alle protagoniste del mondo dell’alpeggio, intente a mangiare il sale. Visto che da quelle parti transitano numerosi escursionisti biellesi, valdostani ed anche stranieri, saranno in molti ad immortalarle per una foto ricordo.

Cambiamo regione, andiamo in Val di Scalve, sopra a Schilpario (BG), insieme ad Arianna. Da quel che mi scrive, questa potrebbe essere Pamela, la capra che ti segue come un cagnolino.

Ecco poi il resto del gregge insieme ai pastori, Roberto e Tobia, insieme ai loro cani. Da queste e da altre immagini che ho ricevuto… vien voglia di partire ed andare lì, perchè sembra veramente un bellissimo posto. Sto aspettando che Arianna mi dica perchè Roberto si sta già preparando alla transumanza… Qui in Piemonte generalmente i pastori fanno quasi la gara a chi scende per ultimo! Altro che gli inizi di settembre…

Ancora un’immagine di Tobia con cane e gregge. Per i pastori e per il gregge sta quindi per ricominciare il lungo cammino, la transumanza, il pascolo vagante in pianura, le strade trafficate e tutto il resto.

Ci scrive poi Nico, da Conegliano Veneto, amico di Loris, anche lui con la "malattia" per le pecore. E’ un giovane che studia agraria all’università, ma la sua passione inizia da bambino, quando a nove anni già allevata capre nane. Successivamente si è indirizzato verso le pecore biellesi.

Qui vediamo altri esponenti del gregge, ma Nico ci racconta di aver dovuto dar via le capre, che scavalcavano la recinzione, limitandosi quindi alle pecore. Passato il periodo degli esami di settembre, Nico vuol però dedicarsi a qualche lavoro di ristrutturazione, per poter tenere anche qualche capra camosciata. Aspettiamo allora le foto!

Ancora uno scatto inviatoci dal nostro nuovo amico, con questa pecora alla quale manca solo il sonoro, ma di cui possiamo intuire il belato rivolto al fotografo!!!

C’è poi il "solito" Mauro, il ciclista sempre pronto ad immortalare pecore e pastori durante le sue escursioni in MTB. Qui è salito verso il colle dell’Urina, in Val Pellice, ed ha incontrato un gregge con pecore di razze diverse.

Anche qui si notano ancora ben evidenti i canaloni innevati, che forse nemmeno il caldo anomalo delle ultime settimane è riuscito a sciogliere completamente.

C’era anche il pastore, intento ad intagliare una canaula (un collare in legno per appendere la campana). A quanto pare non mi conosce, e Mauro se n’è stupito… Ma non è detto che tutti i pastori sappiano della sottoscritta e di questo blog!

Restiamo in Val Pellice, poco lontano dalle immagini precedenti, e siamo all’Alpe Crosenna, dove i miei genitori hanno fotografato questi simpatici maialini intenti a fare la siesta. Eh sì, la vita d’alpeggio è proprio una grande fatica…

Per l’abbeverata, acqua fresca a volontà. Vorrei vedere la transumanza di questi maiali, giù per il sentiero di Crosenna… La volta che ho partecipato alla discesa delle vacche, loro erano già in fondovalle. Se comunque capitate da quelle parti, mi raccomando: assaggiate il Seirass, che è una meraviglia. Anche questa volta non delude le aspettative…

Le altre immagini le lascio per la prossima volta, sono quasi tutte di origine "straniera", perchè avete fatto dei bei viaggi, durante le ferie…

Ci raccontano una storia 2

Vi lascio per qualche giorno con la seconda parte della storia di Gianni (qui la prima puntata). Appena riuscirò, ci saranno tanti racconti di transumanze, di alpeggio, di pascolo vagante. Per chi sentirà la mancanza degli aggiornamenti quotidiani… Potete andare indietro nelle pagine, magari vi siete persi qualcosa.

Era quasi sera e Battista decise che avremmo dormito lì.

Il pastore portò  gli agnellini che erano sugli asini alle rispettive madri ed uno lo allattò con un ciuccio fissato ad un bottiglione pieno di latte,   Walter tagliò alcuni bastoni che usammo per appendere la padella appoggiati a treppiede e legati in alto, io cercai legna secca e accesi il fuoco.

Mentre veniva buio cenammo con una minestra calda un po’  di formaggio e della “bernia” cioè dei salami di pecora fatti da Battista su al Pianale, salami molto asciutti e magrissimi, scuri, affumicati su legna di rododendro per farli asciugare e poterli conservare a lungo. Li tagliavamo con l’opinel a fette sottilissime per poterli masticare, avevano un gusto particolare e buono. Proprio non so cosa mangiarono i cani.

Intanto Battista aveva preparato il “paiun”, il letto formato con alcuni teli e coperte militari stesi a terra e con un paio di coperte fatte da velli di agnello cuciti insieme, caldissime. Il letto, nel quale dormimmo comodamente in tre affiancati, era poi coperto da un ultimo telone militare che copriva anche la testa.

Ricordo come fossero ora le sensazioni di quel momento: l’odore del fuoco da campo che mi era rimasto sulle mani, l’odore dei teli militari e delle coperte di vello, il tepore che ne scaturiva dopo pochi minuti, il rumore del torrente a dieci metri di distanza, il belare di qualche agnello, la campanella al collo dell’asino che pascolava un po’  lontano. Poi, scostando il telo che copriva il volto, l’aria gelida della notte che scendeva il vallone come l’acqua del torrente; il cielo! il Cielo! l’incredibile cielo stellato che sembrava vivo e pulsante con tutte le stelle a migliaia che brillavano insieme come mai avevo visto. “Ricordati di tutto questo” pensavo, ed in effetti ho ricordato.

Walter mi disse il giorno dopo che nella notte si svegliò e si stupì che mancasse Battista  e pensò  che fosse andato a trovare la Maria, una malgara che aveva la baita un po’ più a valle.. insomma,   … assenza giustificata.

Al mattino sveglia alle cinque, un freddo pungente, accendemmo il fuoco per scaldare il caffè ed intanto recuperammo gli asini che erano sempre a zonzo, di nuovo un po’ di latte all’agnellino con la mamma svogliata,  caricammo tutto sugli asini e via verso il Maccagno.

Attraversammo il torrente e poi risalimmo il vallone del Toso, le pecore camminavano sempre lentamente, dopo qualche ora arrivammo all’alpe Lamaccia un piccolo laghetto alpino, sulle sponde paludose c’erano i tipici fiori di questi laghetti: i piumini. Poi arrivammo all’alpe Prato, uno stupefacente pianoro di almeno mezzo chilometro di diametro perfettamente regolare e con l’erba alta e bella, chiuso in un anfiteatro circolare di montagne, una roggia dall’incredibile sezione quadrata con il fondo di ghiaia fine e pulita ed un’acqua di cristallo vi  scorreva serpeggiando .

Walter ed io eravamo la retroguardia, chiacchierando ci gustavamo l’ambiente, in effetti questi non sono sentirei molto battuti, anche in piena estate è rarissimo che passi qualcuno in quanto si è già a diverse ore di cammino da qualunque paese e fa un effetto strano trovarsi così lontani da case e strade. Uno dei cani stava con noi ma non si sognava neanche di eseguire i nostri ordini quando qualche capo si staccava dalla fila per andare a pascolare fuori dal sentiero, però  prima o poi il cane ci andava da solo a recuperare le pecore sparse. Battista era sempre davanti, lontano.

E poi ancora su verso un alto colle e oltre quello, dove scomparvero i rododendri e anche l’erba scomparve lasciando il posto a licheni e muschi sul terreno arido e sassoso. Ecco si aprì il vastissimo Pian del Loo , un enorme catino remoto e desolato che digrada verso la valle d’Aosta.

Qui la vista si perde nelle grandi distanze e lo spirito si solleva e pare di essere in un deserto di montagna, non si vedono tracce umane né baite né armenti né sentieri né nulla di antropico. Inoltre le creste che chiudono in lontananza questo catino paiono basse per cui si ha la sensazione di essere arrivati e di non dover più salire.

Sulla destra ecco il colle del Maccagno, da qui non pare granché , ma fu poi dura superarlo, pian piano ci avvicinammo attraverso il pianoro fino alla base del colle poi per fortuna il sentiero era abbastanza a posto e riuscimmo a passare  senza dover scaricare gli asini nei punti più ripidi.

Mentre salivamo un gregge di capre dall’aria selvaggia passava poco sopra di noi su dei pinnacoli di pietra rischiando di farci cadere pietre addosso. Saltavano con la massima disinvoltura da un pinnacolo all’altro, da rimanere allibiti.  Ricordo che un vecchio caprone nero, diabolico, con la barba biancastra larga come una mano e lunga più di mezzo metro mi guardava dall’alto con quelle pupille oblunghe ed inquietanti.

A risalire il colle impiegammo più di mezz’ora e da lassù Walter ed io ci aspettavamo di vedere l’alpe Maccagno che sapevamo molto bello, invece l’alpe è molto più in basso e non era in vista.

Era mezzogiorno e ci fermammo tra grandi massi a mangiare nel sole caldo. Il nostro compito era finito lì, salutammo il pastore con un po’ di nostalgia aspettando di rivederlo l’anno seguente di nuovo a Montesinaro. Ogni commiato porta in sé il germe dell’emozione, ed è fertile il terreno della montagna. Walter ed io prendemmo la strada del ritorno, scendemmo dal colle, attraversammo il Pian del Loo poi i  Lozonei, arrivammo al colle della Mologna Grande, passando deviammo un po’ sulla destra per andare a vedere un piccolo lago, poi dal colle giù al Rifugio Rivetti e da lì un’ora e mezza ancora e arrivammo a Piedicavallo, guarda caso giusto per cena…

 

 

Ponderano, dicembre ’98, notte

Ci raccontano una storia

Ricevo da Gianni (e pubblico molto volentieri) una storia di vita vissuta, un racconto sulla pastorizia accaduto una quarantina di anni fa. Buona lettura.

Con Walter ed il pastore Battista, verso il Maccagno – prima parte

  

Avevo da poco compiuto i tredici anni ed ero a Montesinaro nell’ultima settimana di agosto del 1965  quando Walter, un mio amico di poco più grande di me,  mi chiese se volevo andare con lui ad accompagnare Battista a “muovere” il gregge dalla Valdescola all’alpe Maccagno, in Valsesia. Naturalmente accettai con gioia.

Battista era un pastore che tutte le estati portava il suo gregge all’alpe Pianale, a 1890 metri nella solitaria e selvaggia Valdescola, un vallone impervio che scende dal monte Bo verso sud ovest.

All’Alpe Pianale si arriva in circa due ore da Montesinaro, per un sentiero poco battuto nella parte iniziale e quasi inesistente nella parte alta, conosciuto solo dai pastori e da qualche cacciatore.

L’Alpe è posta al centro del vallone ma molto in alto e consiste in sei o sette baite a valle di una serie di massi che le riparano dalle slavine invernali, chiamarle baite è certamente esagerato in quanto si tratta di monolocali alti sì e no un metro e sessanta, il tetto è di “lose” pietre piatte ricavate sul posto, all’interno c’è un angolo per il fuoco, un tavolo basso ed un giaciglio di assi. Il prato dove sono poste é in forte pendenza.

Tutti gli anni dall’inizio di luglio alla seconda metà di agosto il pastore viveva lì, da solo, con due cani due asini e più di 400 pecore che si disperdevano per pascolare nei canaloni più impervi.

Ogni due settimane scendeva a Montesinaro con l’asino a fare provvista, in genere scendeva al sabato mattino, si fermava la sera al bar o a casa di malgari suoi conoscenti e poi nella notte o la domenica mattina risaliva all’alpeggio. Battista era un bell’uomo di circa trentacinque anni ma ne dimostrava un po’ di più, aveva una voce bassa baritonale, teneva sempre un bastone di frassino, bianco lungo e diritto che gli arrivava oltre la spalla, col quale accompagnava il passo ampio e cadenzato, quasi maestoso. Nonostante la differenza di età si può dire che fosse nostro amico, era piacevole starlo ad ascoltare e sapeva tante cose.

Era molto considerato tra i malgari perché esperto nella cura delle pecore e mucche e spesse volte si rivolgevano a lui prima di chiamare il veterinario. Notevoli i due cani (ricordo che uno si chiamava Franco l’altra, forse, Ligera) erano bianchi e grigi, almeno uno di loro aveva gli occhi bianchi, erano silenziosi e riservati ed eccezionali nel loro lavoro. Radunare le greggi in montagna su terreni scoscesi è un lavoro delicato, occorre procedere con calma per non spaventare le pecore che rischierebbero di cadere, ma soprattutto la strada da percorrere dal momento dell’ordine fin quando è stato raggiunto il gruppo di pecore può essere molta, i cani si trovavano quindi ad eseguire da soli un ordine ricevuto vari minuti prima. L’ordine di Battista era impartito a bassa voce e rinforzato a volte con un breve fischio quando i cani già erano lontani, i cani non correvano quasi mai come chi sa che non deve disperdere energie né prendere rischi. Avevano mascelle formidabili in grado di spezzare le durissime ossa lunghe degli agnelli “come grissini” diceva Battista,  a volte riuscivano a prendere una marmotta ed era una festa.

L’invito di Walter mi rese orgoglioso, avevo allora 13 anni e la chiamata a partecipare a queste fasi importanti della vita dei pastori mi fece sentire accettato come uno di loro, mi pareva di aver superato un esame.

L’appuntamento con il pastore era per le sette del mattino alla “Ciobia dal deire”  (Pian degli Agnelli sulle cartine), nella vallata dove scorre il rio Chiobbia, a un’ora da Montesinaro.

Già il giorno prima Battista aveva radunato lì le pecore e gli asini carichi con tutti i suoi “bagagli”, teli, coperte, attrezzature per la cucina, derrate alimentari, medicinali, attrezzi…

Non so per quali sentieri abbia fatto passare gli asini per raggiungere il Pian degli agnelli, tra le due valli c’è una cresta impressionante.

Alle sei del mattino Walter passò a chiamarmi a casa, lui arrivava da Piedicavallo, alle sette eravamo all’appuntamento, c’erano le pecore e gli asini, Battista arrivò verso le otto dicendo che gli mancavano sei pecore, facemmo una piccola colazione poi lui ripartì verso il monte Bo per un’altra perlustrazione e noi rimanemmo vicino al gregge con il compito di riprendere gli asini che pascolavano nei dintorni. Se ne partì lentamente seguito dai cani col suo passo cadenzato determinato e tranquillo in mezzo a massi instabili e rododendri, senza sforzo apparente nonostante la forte pendenza e l’assenza di sentiero, in direzione della cresta degli Altari .  Più tardi lo vedemmo, poco più che un puntino scuro,  camminare sulla cresta altissima sopra di noi e ogni tanto un raggio di luce che perforava la nera silhouette rivelava l’ampiezza del suo passo, i cani lo seguivano, anche loro due nere ombre, pochi metri dietro.

Tornò  per le undici, non aveva trovato le pecore ma decise comunque di partire, caricammo gli asini. Un paio di agnellini troppo piccoli per camminare vennero messi nelle tasche del basto, ficcati dentro come seduti, ne sporgevano solo le zampine davanti il collo e la testa.

Ancora una volta contò le pecore facendole passare in un’apertura tra due muretti , le contò dando ad ognuna un colpetto col bastone mentre passavano, erano 412.

Lentamente, lui davanti conducendo gli asini noi dietro ed i cani sui lati, si formò  la lunga teoria di pecore montoni ed agnelli. A mezzogiorno giungemmo all’alpe Finestre e qui il gregge si fermò  per via del caldo, le pecore non vollero continuare, si disposero tutte in gruppo ognuna con la testa sotto la pancia delle vicine, rimasi impressionato dalla loro estrema cocciutaggine, anche aizzando i cani non ci fu modo di rimetterle in movimento, la pecora morsa dal cane faceva qualche passo indietro per poi rificcare subito la testa sotto le altre. Si vedevano solo schiene ed occupavano pochissimo spazio, se non le avessimo contate poco prima avrei detto che ce n’era al massimo un centinaio.

Approfittammo della sosta per pranzare chiacchierando con il malgaro fuori dalla sua baita. Ricordo la graziosa visione della sua figlioletta dodicenne che usciva nel sole dal buio della baita con il grembiule allacciato ed il fazzoletto in testa, bella con gli occhi vivissimi ed i colori accesi dall’aria di montagna, mi rimase nella mente per giorni e giorni anzi, sebbene con altra valenza, c’è ancora.

Passata l’ora calda ripartimmo e di nuovo si distese la fila di pecore, davanti le più ardite, i montoni a metà fila erano i più indisciplinati poi alla fine le meno forti gli agnelli piccoli e le claudicanti.

Giungemmo così al colle del Croso, più di 1900 metri, e da lì per uno stretto sentiero in mezzo alla vegetazione scendemmo al Toso in Valsesia dove scorre il torrente Sorba che porta molto più a valle al paesino di Rassa in Valsesia.

(continua)

Cani, capre ed antiche tradizioni

Sono stata due giorni in Valsessera e Valsesia, durante il weekend. L’occasione era quella di andare a trovare la mia amica Maria Pia, prima che ripartisse al seguito del gregge vagante. Pensava di poter trascorrere l’inverno a casa con le sue capre, ma la scarsità di ghiande e castagne le ha fatto cambiare idea. Le capre sono già con il gregge di Carlo Alberto, presto scenderà anche lei verso la pianura.

Prima mi sono fermata da Marco, un giovane pastore di capre. Volevo chiacchierare un po’ con lui a proposito di cani da pastore, per scrivere uno degli ultimi racconti per il mio nuovo libro. Non mancavano i soggetti, intorno a noi… tra cui questo ed un altro cucciolo, tutti e due della "razza d’Oropa". Un cane nasce buono? "Se il padre e la madre sono ottimi cani da lavoro… I figli hanno buone probabilità di esserlo, ma è un po’ come per le persone, dipende poi da come vengono allevati."

Marco in questo momento fa un po’ il vagante e dorme su di una branda parzialmente riparata da un telo accanto al suo piccolo gregge. Lasciare gli animali da soli potrebbe riservare brutte sorprese, al mattino… In montagna basta un recinto elettrificato a tenere lontano il lupo, di notte. Nel fondovalle ci va ben altro per allontanare i lupi a due gambe!! Mi racconta di come avrebbe voluto acquistare una baita e ristrutturarla, fare una piccola stalla. "Ne avevo trovata una su in alto, zona di boschi… Per fare i lavori però dovevo chiedere dei contributi, perchè altrimenti non ce la facevo. Niente da fare, è catalogata come zona residenziale nel piano regolatore comunale, quindi… Niente stalle a meno di 100 metri dalle altre case. E lì, sparse nel bosco, qua e là delle case ci sono, magari dove la gente viene solo d’estate. Quindi non se ne parla. E’ così che aiutano i giovani che hanno voglia di lavorare. I boschi si chiudono, ci sono solo più rovi, i pascoli scompaiono."

Anche più tardi, con Maria Pia, torniamo su questi discorsi, mentre facciamo quattro passi verso il Monte Barone. Un tempo si pascolava dappertutto, passavano greggi dirette verso la Valsesia. Riesce difficile immaginarlo, su quei pendii così ripidi, specialmente oggi che sono completamente coperti dalla vegetazione. Su in alto, dove non crescono gli alberi, anche ad occhio nudo si vedono chiaramente vaste chiazze di brugo. Qui, più in basso, le sue capre pascolavano quello che trovavano, accontentandosi anche delle foglie dure e dei semi della Molinia. Un botanico, tra l’altro, trova di che appassionarsi, da queste parti… tra ciclamini in fiore, erica carnea e Daphne cneorum.

Il giorno successivo siamo in Valsesia, più precisamente in Val Vogna. Facciamo le turiste, ma il nostro punto di vista è un po’ particolare, dato che guardiamo soprattutto i pascoli! Quelli che si vedono e quelli che immaginiamo, coperti dalla neve. Pia era passata qui con un gregge più di trent’anni fa, diretta verso la Val d’Aosta. La montagna sembra ancora viva e curata. Uno scampanellio ci dice che gli animali sono ancora qui anche adesso. Vediamo infatti un piccolo gregge.

Poco più avanti, lungo il sentiero lastricato, ci vengono incontro alcune capre, dirette verso quel poco di pascolo che c’è ancora. Questi animali si accontentano più di ogni altro, visto che riescono a nutrirsi anche di parti più legnose, cortecce, erbe dure e secche. Ci sono alpeggi ancora utilizzati, ma i numeri non sono quelli delle vallate del Torinese o del Cuneese, con anche 200 e più vacche! "L’alpeggio che è nostro, dove da tempo non sale nessuno, ha una superficie di 200 ettari, ma lo danno per 40 capre. Tanto per farti capire in che condizioni sono ormai i pascoli…"

Queste sono zone walser, lo testimonia l’architettura particolare delle case. La prossima nevicata coprirà quel poco di verde che c’è ancora ed inizierà il lungo inverno per quelle persone che cercano di resistere, vivendo quassù con i loro pochi animali. Le greggi e le mandrie che occupano i pascoli di alta quota in estate sono ormai tutte scese a valle, al chiuso nelle stalle o vaganti lungo i fiumi e le stoppie. Un tempo non era così, tante cose erano differenti. Basta ad esempio guardare la stalla all’interno della casa museo a Pedemonte (Alagna): quanto erano piccole le vacche? Una bruna di oggi mai e poi mai riuscirebbe a stare in quello spazio ristretto, con una mangiatoia così bassa. Altri tempi, altra economia.

Fino a quando?

C’è chi viaggia lontano per cercare avventura, posti tranquilli, paesaggi da fiaba… a volte basta andare in una valle che ancora non si conosce. Quello che magari non sappiamo apprezzare noi fino in fondo, l’hanno già scoperto gli "stranieri", a giudicare dal numero di auto svizzere e tedesche che si incontrano per la strada, oppure parcheggiate davanti a case in ristrutturazione. Giovedì sono andata in Val Sesia e sono salita verso Rimella. La prima puntata è stata nel vallone del Bise Rosso, dove credevo di trovare ancora alpeggi utilizzati…

Solo nelle prime frazioni ho incontrato ancora animali al pascolo e qualche persona, tra case ormai crollate ed altre che le seguiranno a breve. Una donna portava al pascolo le vacche brune e le capre del figlio. "Lui deve andare a fare un altro lavoro, per vivere… Poco per volta magari si organizzerà, vuol fare il locale per lavorare il latte giù dove stiamo, a Varallo…". Solo Brune, la passione è per quella razza. "Ne ha comprate due quando aveva 14 anni ed ha deciso di fare questo lavoro". Poi sono tornati lì, nel paese di origine della mamma. Piccole case dalle stalle strette, un villaggio dove probabilmente un tempo la gente abitava tutto l’anno.

Le capre pascolano poco sopra alle vacche, ormai è un posto quasi solo più per loro… Cresce la vegetazione, i cespugli, le felci, gli alberi. "E’ tutto abbandonato, qui. Speriamo di salire più su presto… L’altro vallone, a San Gottardo, è un po’ meglio, qui siamo dimenticati da tutti. E dire che mio marito è Assessore, ma per non far vedere che favoriva nostro figlio, ha fatto fare i lavori di là. Sono arrabbiata per questo!". Torno indietro, più su non c’è nessuno, Denis il pastore arriverà solo più avanti nella stagione, a pascolare le coste ripide.

Tra le case incontro il Tin, vecchio pastore di 77 anni, che ancora alleva le sue pecore e capre, facendo quel po’ di formaggio. "Erano tutte case walser, qui… Poi sono bruciate, e chi le ricostruiva ancora come una volta? Sono nato, io, su al Bise Rosso… Fino al ’65 qui era tutto abitato. C’erano fino ad 80 vacche su nel vallone, le pecore in alto, in basso si coltivava, si tagliava fieno che si portava giù a spalle. Uno del 1895 raccontava che qui, in questa frazione, abitavano 92 persone." Lui adesso, d’inverno, scende alla frazione sotto, dove arriva la strada: "Così posso farmi portare il fieno. Non come una volta, che con il fieno che si faceva ci si manteneva poi fino alla primavera dopo". Tempi di miseria: "Gli uomini d’estate emigravano, andavano a lavorare in Francia, in Svizzera, le donne ed i bambini rimanevano con le bestie. Adesso i giovani non vogliono più sporcarsi le mani nella stalla. Va tutto a perdere…"

Ridiscendo a Sant’Antonio e torno alla mia auto. Provo ad andare a vedere di là, nell’altro vallone, per vedere se le cose vanno meglio. Attraverso frazioni pittoresche circondate dal bosco, incontro poca gente, qualche turista, le macchine con le targhe straniere, gli operai del Comune che decespugliano il bordo della strada e salutano con un cenno.

Dopo il bosco di faggi, il sentiero esce nei pascoli che portano su agli alpeggi. Ci sono baite ovunque, qua e là sulla montagna. Quelle alle quote inferiori sono per la gran parte ristrutturate, c’è qualcuno che fa il fieno, si sentono le campane di qualche vacca, più in alto un piccolo gregge di capre. Deve esserci stato un incendio, i versanti sono scuri, l’erba ricresce di un verde intenso, i cespugli invasivi di erica sono carbonizzati, ma in molti punti il fuoco ha bruciato troppo a fondo e la terra resta scoperta. Incontro anche delle pecore, poche decine, ma continuo a salire.

L’alpeggio maggiore qui è l’Alpe Pianello, ancora utilizzato da una famiglia, madre e due figlie, Elena ed Anna. E’ l’ora di pranzo, quindi preferisco non disturbare e salgo più su verso il colle, per andare a cercare gli animali, visto che qui c’è solo questa vacca solitaria che pascola davanti alle baite ed un grosso asino dal pelo lucido.

L’alpeggio è composto da numerose case, anche qui un tempo veniva chissà quanta gente, oggi tutte le stalle sono utilizzate, ma la baita abitata è solo più una. I versanti di fronte si stanno lentamente coprendo di alberi e cespugli, non sono più i giorni in cui l’uomo lottava per utilizzare anche il più piccolo lembo di terreno, persino alle pendenze più elevate.

Vacche e capre sono su in alto, i pascoli che attraverso sono di scarsa qualità, dal colle si intravede tra la nebbia la parte più alta della Val Strona, gli alpeggi sopra a Campello Monti. Alcune baite sono ancora chiuse, porte e finestre sprangate, presso altre invece c’è qualche vacca. I rododendri ricoprono il versante che scende dal colle, attraversato da numerosi sentieri indicati da un bel cartello segnaletico con le frecce gialle.

Vado verso le capre, queste mi vedono e si spaventano, fuggendo in un tintinnio di campanelle. Poi le chiamo, si fermano e mi guardano interrogative. Si lasciano fotografare, mi vengono incontro, spero che dopo non mi seguano…

Un giovane becco è più intraprendente, mentre immortalo le sue compagne lecca il mio ginocchio, forse un po’ salato per il sudore. Stanno bene, qui, le capre… Libere di andare dove vogliono, salgono sulla cresta inerpicandosi tra le rocce, ma scenderanno poi da sole all’ora della mungitura. "A volte capita che una non torni e allora bisogna andarla a cercare… Una pietra, una gamba rotta, di incidenti ne possono sempre capitare. Il lupo no, non c’è. Qualche volpe…", mi racconterà dopo la signora Graziella.

E’ la volta delle vacche, che sono arrivate sul colle facendo scappare una coppia di escursionisti. Ci sono delle Brune e numerosi incroci di razze diverse, pascolano libere fino a quando verranno ricondotte alla stalla per la mungitura.

Chiacchiero un po’ con Graziella all’alpeggio, mi mostra la produzione di formaggi di questa settimana: tome di vacca, tome a latte misto e tomette di capra. "Lo vendo praticamente tutto qui… Di gente ne passa." Lei e le biondissime figlie sono di Rimella, abitano lì tutto l’anno, salgono a maggio nel tramuto più basso, poi vengono qui, da dove ridiscendono verso la fine di settembre: "Un anno, nel ’95, ha nevicato l’8, il 18 e il 24 settembre, siamo scese con mezzo metro di neve…". Ancora un mesetto a Scarpiola, e poi giù nelle piccole stalle della frazione per l’inverno. Le figlie continuano con passione, una adesso ha un bimbo piccolo che piange e si rifiuta di andare a dormire al piano di sopra: "Tutte e due, ma l’altra… ha ancora di più la passione, e lei che fa tutto, mette su le campane quando si parte… Sono vacche brave, le abbiamo tirate su noi, tutte, sono brave da mungere." Anche qui, in questo vallone, restano solo loro ed altre due sorelle più in basso, con capre e pecore, poi qualcun altro che ha quelle poche bestie così, "più per sport che per vivere. E’ un lavoro che va a perdere…". Fino a quando ci sarà qualcuno che salirà su questi alpeggi? Sono montagne piccole, non fanno gola ai grandi allevatori di pianura così come capita altrove. Qui puoi salire con piccole mandrie, greggi, ma se con pochi animali non ci vivi più… Cosa accadrà? Non ci rendiamo ancora pienamente conto di cosa significherà il giorno in cui un vallone resterà vuoto, senza muggiti, belati, campane. Ci pensano, quelli che fanno le leggi? Quelli che decidono come dare/togliere i contributi?