Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

Transumanza di fine estate

In teoria il pastore voleva rimanere in alpeggio fino ai primi di ottobre, erba ce n’era. Però poi la transumanza è stata anticipata addirittura qualche giorno prima che finisse l’autunno! Da una parte c’era la paura di qualche nevicata improvvisa, dall’altra era già nata una vitellina e altre vacche erano prossime al parto, quindi… Meglio partire!

Vi avevo già mostrato la salita a questo alpeggio ad inizio stagione, adesso però è ora di rientrare a valle. Si parte che è ancora notte e si sale in auto mentre in cielo brilla, luminosissima, Venere. Il primo tratto di sentiero lo si affronta con le pile frontali, nel buio che man mano inizia a farsi meno fitto. L’alba sul Monviso arriva quando ormai le baite sono in vista. Il terreno è gelato, c’è brina sull’erba.

Gli animali sono ancora tutti fermi, non sanno ancora che è il giorno della partenza. La giornata si preannuncia limpida ed assolata, quindi da una parte è l’ideale per andarsene. Certo, spiace lasciare indietro erba, spiace ridiscendere a valle quando fa ancora così bello, ma questo non è un posto dove si può rischiare di attendere la prima nevicata.

Anche su alle baite si sono alzati presto. Le partenze sono sempre momenti un po’ frenetici, qui poi non è che si possa tornare con un viaggio di pochi minuti, se resta indietro qualcosa. Ci sarà comunque da tornare per sistemare le ultime cose, chiudere tutto, mettere al riparo le attrezzature, ma ciò che serve nell’immediato dev’essere caricato sugli asini o messo negli zaini. Intanto è arrivato il sole, l’aria resta fresca, prima della partenza si mangia colazione tutti insieme, davanti alle baite.

Senza perdere troppo tempo poi si parte, che il cammino è lungo. Due rudun al collo delle pecore, perchè sia davvero transumanza, poi si apre il recinto, si fanno uscire le capre dalle vecchie stalle e ci si incammina. Ciascuno si occupa di un gruppo di animali. Chi conduce gli asini, chi segue le vacche, chi le capre, chi le pecore.

Ad un certo punto però si fanno passare avanti i bovini, più veloci delle pecore. Gli animali intanto mangiucchiano qualcosa, svogliatamente. Il panorama intorno è invidiabile, ma non c’è nemmeno troppo tempo per guardarlo. Non deve rimanere indietro nessun animale, oggi meno che mai! La bella giornata dovrebbe ridurre al limite questi rischi, con la nebbia sarebbe tutto più complicato.

Uno dei punti più delicati, soprattutto per i bovini, è il passaggio sulle rocce in corrispondenza del ruscello. Acqua ce n’è poca e le pietre sono asciutte. Nel corso dell’estate inoltre i pastori hanno sistemato al meglio il sentiero, con gradini e pietre messe in modo da creare un cammino abbastanza agevole per gli animali. Questi avanzano lentamente e superano senza problemi anche quell’ostacolo.

Tutti danno una mano, compatibilmente con le loro possibilità. Così chi segue la più piccola della transumanza, la vitellina nata da poco? Ovviamente il più piccolo, cioè Didier. E’ così che si cresce in montagna, giocando, ma anche prendendosi le prime responsabilità.

Quando però, in un tratto ripido, la vitellina fatica troppo, ci sarà chi provvederà ad aiutarla, caricandosela a spalle. La madre sorveglia, preoccupata, e lei non agevola il suo portatore, dato che cerca di divincolarsi e scappare. Altrove i vitelli vengono caricati sui mezzi, ma qui la transumanza avviene ancora “alla moda vecchia”, tutto a piedi. Ecco perchè non si poteva aspettare oltre per scendere, con il rischio che nascessero altri vitelli.

Dopo il sentiero è più agevole, tratti ripidi non ve ne sono più, il cammino spiana ed infine inizierà a scendere. Gli animali fanno bella figura, la stagione è stata buona, il pastore ha lavorato bene. Quanta erba però resta indietro… E pensare che solo da poco questo alpeggio è stato recuperato, altrimenti in passato qui, per diversi anni, passava solo un gregge, temporaneamente. Troppo scomodo questo antico alpeggio!

Le capre hanno fretta, invece le pecore restano indietro. Cercare di fermare un gruppo in attesa dell’altro, fa sì che gli animali subito tendano ad uscire dal sentiero, portandosi sui versanti a pascolare. Il cane uggiola inquieto, in lontananza però si sente il suono del rudun, quindi anche il gregge presto apparirà oltre il costone. Si è già in piedi da diverse ore, ma la transumanza è ancora lunga, quindi non bisogna pensare alla stanchezza, non ancora!.

Il sentiero si fa più ampio, continuando però a tagliare i ripidi versanti. I lavori per la sua sistemazione sono più che evidenti. Due volte all’anno qui passa la transumanza, ma per tutta l’estate possono beneficiarne i turisti che si avventurano da queste parti. Le capre continuano ad incalzare, hanno fretta di arrivare a nuovi pascoli.

E poi si raggiunge la strada. Il carico degli zaini può essere depositato sulle auto o sul trattore, anche le asine vengono liberate dal basto. Una piccola pausa, poi si riparte, le vacche davanti, capre e pecore a seguire. D’ora in avanti sarà tutta discesa.

La strada però è lunga, inizia a farsi sentire davvero anche un po’ di stanchezza. Gli allevatori dell’alpeggio confinante non sono ancora scesi, così vengono a sorvegliare i loro animali, affinchè non si mescolino con quelli della transumanza in corso. Qui si può rischiare, si può attendere qualche giorno in più prima di partire, dal momento che c’è la strada e si può arrivare con i mezzi a caricare attrezzature ed eventuale bestiame non in grado di scendere a piedi.

Fa comunque un certo effetto vedere le vette, le creste che si allontanano. Chi fa questo mestiere, in questa stagione, scende contento se tutto è andato bene, se non ci sono stati incidenti, se gli animali sono belli, se il lupo non ha colpito il gregge. Scende contento di portare gli animali a pascolare erba verde, quando ormai quassù sono altri i colori predominanti.

Man mano ci si abbassa, si arriva tra i boschi e le capre continuamente si fermano a pascolare tra gli arbusti. Ogni volta che vedono qualche cespuglio o alberello lungo la strada, vi si gettano sopra, mangiando avidamente le foglie! Bisogna quindi far intervenire il cane perchè riprendano il cammino, pascoleranno dopo, quando la meta sarà stata raggiunta!

Finalmente a destinazione! In tanti stanno aspettando la transumanza, qualcuno era venuto incontro agli animali, altri invece si stavano occupando del pranzo. Come ricompensa della levataccia e della fatica, nella vecchia baita c’è una tavolata da cui ci si alzerà più che soddisfatti. Anche per quest’anno la stagione è finita, gli animali resteranno in valle, a pascolare a quote via via inferiori, fino a che la neve e l’inverno costringerà a chiuderli in stalla.

…e i pastori sono davvero stufi…

Aria di fine estate, anzi, decisamente aria di autunno. La pianura è avvolta nelle brume, in valle si vede ancora il sole al mattino presto, ma poco per volta il cielo si copre.

C’è quel senso di pace in montagna, c’è una lentezza, una tranquillità che si respira solo a questa stagione. Il silenzio è interrotto da pochi suoni che arrivano come ovattati. Gli animali degli alpeggi sono  in stalla, quindi non si sentono nemmeno muggiti o campane. Le pecore attendono nel recinto, ancora ferme. Il grosso dei turisti ormai è passato, c’è solo qualche escursionista solitario che, come me, ama godersi questa montagna, più intima, più riservata.

I pascoli che sono già stati mangiati dalle vacche hanno subito le incursioni dei cinghiali. E’ un danno non indifferente, la qualità dell’erba si impoverisce di anno in anno per effetto della distruzione causata da questi animali. Qui ne fanno le spese “solo” i pascoli, altrove anche i prati da sfalciare e pure le coltivazioni.

Alle baite le vacche sono ancora in stalla, la mungitura è alla fine. Gli allevatori mi raccontano uno spiacevole episodio successo poco tempo prima, di cui già avevo saputo qualcosa. La vita quassù potrebbe sembrare idilliaca, ma… come vi ripeto spesso, le difficoltà sono tante. Il lavoro non manca, le giornate sono “piene” dal mattino alla sera tardi, spesso c’è qualche imprevisto, ogni tanto tocca scendere per questo o per quello. Uno desidererebbe solo poter fare il proprio lavoro in pace…

Un mio amico, durante una gita, trova una carcassa di una capra quasi totalmente consumata, ha anche la campana al collo, mi telefona e mi chiede il numero di telefono dei pastori. In montagna i cellulari non prendono bene, così alla fine manda un sms, i pastori lo leggeranno solo la sera, poi c’è il fine settimana di mezzo… Insomma, chi deve accertare la predazione arriverà parecchi giorni dopo la morte dell’animale (che, nel frattempo, è stato messo al sicuro in una vecchia baita). Le capre erano due e non erano rientrate la sera, il mattino dopo il mio amico trova questa carcassa. Certo, erano “incustodite”, ma chi vuole andare a provare a fare il pastore su certe montagne, in certe giornate di nebbia? O di pioggia? E poi, arrivi al recinto e ti accorgi che mancano due capre, che fai? Passi tutta la notte a cercarle? Se non le hai viste scendendo al recinto, vuol dire che sono andate altrove. Dove? A volte lo fai, a volte vai in giro con la pila e il cane, tendendo le orecchie ad un eventuale scampanellio, ma non è facile… La cosa che più infastidisce i pastori, in questo e in tanti altri casi che mi sono stati riferiti, di valle in valle, è che le loro parole vengano messe in dubbio.

Certo, non si può negare che ci sia stato qualcuno che ha tentato di fare il furbo, cercando di far certificare come uccisa dal lupo una bestia morta per altri motivi. Però… per uno stupido devono pagare sempre tutti gli onesti? E così si mette in dubbio che i pastori abbiano visto il lupo in pieno giorno, che abbiano tentato di metterlo in fuga gridando e tirando sassi, che l’abbiano visto rincorrere un capriolo. “Scrivono canidi… Non LUPO, canidi! Dicono che tanto ce le pagano lo stesso, ma io voglio che scrivano LUPO! Che si sappia come stanno le cose!“, mi diceva anche un margaro incontrato domenica alla fiera. Saliamo dal gregge, che ha pernottato in un ampio recinto. Il pastore spera che questo almeno serva anche a migliorare un po’ l’erba, che su questa montagna non è il massimo.

La frustrazione è tanta. C’è l’animale ucciso e quello mancante, che tra l’altro erano di un ragazzino della valle, affidate in guardia per l’estate. C’è la rabbia per non “contare niente”, per non potersi difendere, per essere trattati quasi come dei delinquenti, mentre si lavora onestamente dall’alba al tramonto e anche oltre. In tutte le parole che sento, che ho sentito in questi anni, la frustrazione è rivolta soprattutto alle persone che difendono ottusamente il lupo, più che non all’animale in quanto tale. In fondo davvero il lupo non ha colpe, lui è appunto un animale, segue le sue necessità, i suoi istinti. Sono le persone che dovrebbero capire non soltanto l’importanza del predatore per la biodiversità, ma anche l’importanza del pastore per quella stessa biodiversità! In questo gregge per esempio ci sono numerose pecore roaschine, razza in via di estinzione… E i pascoli? Non vi fossero più le pecore, in pochissimo tempo alberi e cespugli colonizzerebbero tutto, impoverendo la biodiversità vegetale (ed animale di conseguenza).

Anche le ultime pecore raggiungono il grosso del gregge, il pastore ha approfittato della mia presenza per chiedermi di controllare che arrivassero tutte. Sta anche scendendo la nebbia. Quando sei da solo, come fai? Ti arrangi… Perchè non puoi permetterti di assumere un aiutante, il lavoro rende a malapena per mantenere una persona. Anche qui il discorso è sempre lo stesso, si vorrebbe poter difendere il gregge direttamente. Riflettendo sulle rimostranze che continuo ad ascoltare, mi viene anche da chiedermi come mai, prima del lupo, c’era qualche singolo attacco da parte di cani (che generalmente avevano un padrone ed erano scappati o erano stati lasciati liberi di notte). Da quando invece il lupo ha fatto la sua ricomparsa, ci sarebbero tutti questi “canidi” randagi in giro per le montagne? E nessuno li vede, questo è il bello!

La nebbia si infittisce, ma è una cosa normale da queste parti. Magari il pastore lavora “poco” in termini di fatica fisica, in certi giorni, ma deve comunque esserci sempre. Nonostante la sua presenza, attacchi ne subisce comunque, anche in pieno giorno, anche con il sole. Recentemente vi sono stati attacchi anche a bovini in Val Chisone ed è stato tirato in ballo il numero di attacchi registrati, il numero di capi uccisi. Bisogna però sapere che certi allevatori, esasperati, non denunciano nemmeno più cosa accade. I motivi possono essere i più svariati, dalla frustrazione alle difficoltà che si incontrano. “Lo scorso anno ci aveva ucciso diverse pecore in un mese, ma hanno certificato solo quelle che il veterinario ha raggiunto, prendendo l’orecchino. Quelle che si vedevano morte giù nei burroni no, perchè nessuno si è osato andarle a prendere, era troppo pericoloso. Però non le avevamo buttate noi… Quelle non ce le hanno pagate, dato che non si sapeva che orecchino avevano!” è la testimonianza della moglie di un allevatore.

Ridiscendo a valle pensando per quanto tempo ancora bisognerà sentire le stesse storie. In Francia l’esasperazione dei pastori ha portato a numerose azioni eclatanti, dal sequestro dei presidente di un parco in Savoia a numerose azioni dimostrative, con l’esposizione delle carcasse degli animali predati, ecc. Ormai, nell’era di internet, è facile rimanere tutti in contatto e le notizie circolano immediatamente. Sulle pagine francesi quasi quotidianamente ci sono immagini di nuovi attacchi, ma mi sembra che lì non si parli mai di canidi, anzi, ci sono anche le foto dei lupi (questo in Svizzera)!

La transumanza quasi come una volta

Ci sono transumanze che avvengono ancora quasi esattamente come una volta, perchè in certi posti niente è cambiato. Soprattutto, certi alpeggi non hanno la strada che li raggiunge. E così bisogna faticare molto di più, vivere e lavorare in condizioni più difficili.

La sera prima gli animali erano già stati risalire per un tratto del percorso. L’anno precedente era stata “sperimentata” per la prima volta questa transumanza e il tragitto era risultato decisamente lungo, anche grazie al maltempo. Così quest’anno c’è un pezzo di strada in meno, ma non sarà comunque una passeggiata. Ci si alza molto presto al mattino, ma con tutto quello che c’è da fare, comunque quando si parte con gli animali c’è già il sole che arriva nella valle.

Mi trovo a guidare il gregge di capre, con qualche pecora. Il cammino è lento e lungo. Gli aiutanti sono distribuiti un po’ per ogni gruppo di animali, gregge davanti, poi gli asini, dietro i quali salgono i bovini. Un trattorino tira un carro su cui sono caricati gli animali che non riuscirebbero a sostenere tutta la transumanza. Il sole intanto pian piano avanza.

I suoi raggi ci raggiungono quando arriviamo ad affacciarci sul versante che dà sulla bassa valle. Le capre vengono mandate verso l’alto e si attende il resto della transumanza, compresi quelli che stanno arrivando da casa. L’aria è frizzante, la giornata è limpida, ma gli amici stanno raccontando come lo scorso anno, nel mese di luglio, quando era avvenuta questa transumanza, invece c’era una giornata di pioggia e nebbia.

E’ il momento per fare una pausa. Gli animali si riposano e brucano, anche le persone si riposano, poi arrivano da valle altre auto con quel che mancava dei viveri e si fa una colazione molto abbondante con pane, salumi, formaggio. Il cielo è limpido, il Monviso fa capolino dietro alle creste. Siamo in Val Pellice e l’alpeggio che andiamo a raggiungere è quello di cui avevo già parlato qui lo scorso anno.

Non ci si può però fermare troppo a lungo. Anche se si è già guadagnata quota, il tragitto da compiere non è nemmeno ancora a metà. I cani fanno ridiscendere il gregge e riprende il cammino, con gli animali nello stesso ordine di prima.

La pista che porta all’Alpe Caugis è molto ripida, i tratti a pendenza maggiore sono addirittura stati ricoperti in cemento per far sì che i mezzi abbiano più presa e riescano a salire. Anche su quest’alpeggio non c’è ancora nessuno, ma i margari non tarderanno a salire, ormai è tempo di occupare tutti gli alpeggi, erba ce n’è e il meteo sembra essere propizio.

Questa è sicuramente una bella giornata, per il momento non ci sono nemmeno le classiche nebbie tipiche di queste zone. Ormai si è in quota, addirittura più in alto della destinazione finale, ma toccherà salire ancora per poi ridiscendere. Purtroppo questo è rimasto l’unico percorso adatto per raggiungere il Gias Subiasco con gli animali, ma il più breve anche per chi deve portare materiale, viveri, qualunque cosa possa servire.

Infatti si può arrivare fin qui con l’auto, dopodiché occorre caricarsi tutto in spalla. La strada svolta e raggiunge l’alpe Caugis. Questa transumanza invece imbocca la vecchia pista che scendeva dalla cava di marmo, ormai ridotta a poco più di un sentiero. Anche nei prossimi mesi chi utilizza l’alpeggio seguirà questo percorso, piuttosto che il sentiero che sale direttamente da valle.

Alla vecchia cava abbandonata si fa una piccola sosta, in modo da lasciar passare davanti le vacche. Lentamente i bovini avanzano sullo stretto sentiero che si seguirà di qui in poi. Capre e pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano non aver più tanta voglia di proseguire, mentre il resto della transumanza si allontana.

Come vi avevo già raccontato lo scorso anno, sono stati i pastori a ripulire e ripristinare questo sentiero, proprio per poter passare con una cerca sicurezza con gli animali. Anche nei giorni precedenti la transumanza sono stati fatti degli interventi e gli attrezzi sono ancora lì, lungo il cammino, per terminare qualche aggiustamento.

Lentamente anche il gregge si avvia. Le nebbie fanno capolino all’improvviso, ma non sono niente di preoccupante, nè quelle che salgono dalla Val Pellice, nè quelle che arrivano su dalla Val d’Angrogna, arrotolandosi su se stesse quando raggiungono la cresta. Il sentiero sale per un tratto, poi prosegue quasi in piano, quindi inizierà a scendere, dato che il Gias Subiasco è, per l’appunto, più in basso.

Ci sono alcuni animali che sono rimasti indietro, gli agnelli che erano sul trattore, mentre le capre vorrebbero andare avanti. Le vacche ormai non si vedono più, sono già molto più avanti. Tutti iniziano ad accusare un po’ la stanchezza, d’altra parte si è in movimento da ben prima dell’alba e gli animali, ormai nei pascoli, sembrano non avere fretta di arrivare alla meta finale.

Qualcuno è già andato avanti, altri aspettano insieme con la mandria. C’è da attraversare quello che, per i bovini, è il punto più difficile, quindi meglio controllare, sistemare le ultime pietre, mettere due paletti, un pezzo di filo. Quando arrivano anche capre e pecore, si fanno ripartire tutti gli animali, sempre con le vacche davanti.

Il sentiero scende nell’impluvio. Qui come altrove, ci sono tratti di pietre a vista, veri e propri scivoli, su cui l’acqua scorre facilmente, ma è un pericolo farvi passare sopra animali pesanti come delle vacche. La ragione per cui la transumanza è transitata qui e non è risalita direttamente da Barma d’Aut, così come si faceva un tempo, sono proprio altri impluvi come questo, con le loro rocce lisce messe a nudo dalle piogge, dalle alluvioni.

Per fortuna tutto va per il meglio e si raggiungono le baite del Subiasco. Gli animali possono finalmente fermarsi a pascolare e riposarsi, le persone invece o badano a loro o sistemano le “strutture”. Il tubo per l’acqua per alimentare la fontana, tirare fuori tutto dalla baita a prendere aria, mettere i materassi e le coperte al sole, pulire il tavolo, preparare un posto dove sedersi a mangiare tutti insieme.

E così ecco il pranzo di fine transumanza. Un po’ di relax e allegria, poi amici, parenti, famigliari se ne andranno e qui si resterà in solitudine a lavorare per qualche mese. Passerà forse qualche turista, non moltissimi, dipenderà anche dalle situazioni che presenterà il meteo. Le condizioni di vita e di lavoro quassù sono ancora quelle di un tempo, ma anche questa è una delle tante realtà d’alpeggio che si incontrano ancora in Piemonte.

Torno a valle scendendo per il sentiero quasi sepolto dalla vegetazione. Una traccia visibile fin quando l’erba non crescerà troppo. Per fortuna che gli animali presto la pascoleranno, riportandolo alla luce. Poi ci sono appunto i torrenti da attraversare e, alla fine, arrivo a Barma d’Aut, dove invece c’è un’altra mandria. Proseguendo per il sentiero (di qui in avanti perfettamente pulito e sistemato) incontrerò Ivano, il proprietario di queste bestie. Sono appena saliti anche loro, avevano rimandato di qualche giorno a causa delle piogge della domenica precedente.

Tutti gli anni in primavera rimetto a posto il sentiero e le passerelle“, mi dice. Infatti la discesa è perfettamente agevole, non ci sono rischi, ma anche qui la salita degli animali, quando avviene, ha il sapore dei tempi passati. Sono angoli di montagna preziosi (non a caso questo, ai tempi delle lotte di religione, era diventato il Vallone degli Invincibili, nome con cui lo conosciamo ancora ora), sono luoghi dove salire con le bestie è quasi un atto di resistenza. Non sono alpeggi da centinaia di capi, pertanto chi sale qui gestirà il territorio ancora come un tempo. Sarebbe bello, quassù, potersi dimenticare di tutti i problemi che affliggono il XXI secolo anche nel settore dell’allevamento (di montagna e non)!

Rientro in valle

Di greggi , in certe zone, ce n’è un’alta concentrazione. Grosse greggi vaganti che passano e vanno oltre, piccole greggi semi stanziali, greggi di varie dimensioni che fanno un po’ di pascolo vagante comprando l’erba dai contadini, ma senza spingersi a grandi distanze.

Sono andata a seguire il rientro in valle di una di queste greggi. L’erba in pianura era finita, così i pastori riportano il gregge a casa, dove starà in stalla a mangiare fieno fin quando la primavera non arriverà davvero. Sul calendario era appena iniziata, ma quel giorno il cielo era in battaglia, con nuvole e poco sole, aria non ancora tiepida.

Raccolte le reti e caricati alcuni animali non in grado di seguire il gregge per tutto il cammino, si può partire. Il giorno prima i pastori avevano affrontato la prima tappa, quel giorno si sarebbe arrivati a destinazione. Entrambi i pastori hanno altri animali a casa, così si parte quando tutti gli altri lavori sono stati portati a termine. Ci sarà da camminare per tutto il pomeriggio.

Per quanto possibile, si cerca di evitare le strade trafficate, muovendosi tra strade secondarie sui versanti della valle, anche se questo comporta numerosi saliscendi, allungando sicuramente il tragitto.

Ad un certo punto occorre fare una tappa in una stoppia di mais, non tanto per pascolare, quanto per evitare di incrociare il cammino con un altro pastore che sta spostando il suo gregge proprio in contemporanea al passaggio di questi animali. In questa valle la zootecnia è ancora molto praticata, anche dai giovani, come i protagonisti di questa transumanza.

Si continua a risalire la vallata facendo degli zig-zag tra i centri abitati, rimandando il più possibile la “discesa” sulla strada principale. Da queste parti comunque non è inusuale veder passare transumanze. Non manca poi così tanto al giorno in cui si metteranno tutti in cammino verso i pascoli di mezza quota e poi per l’alpeggio.

Quello che non può essere evitato è Torre Pellice, se ci si trova da questa parte del fiume. In qualsiasi giorno, a qualsiasi ora, basta poco per far sì che si formi la coda di macchine in entrambi i sensi. Alcuni automobilisti salutano, sono amici e conoscenti dei pastori, ma altri sgommano via quando ancora ci sono i cani e gli agnelli nella strada.

Purtroppo il tratto di strada da percorrere è abbastanza lungo. Il gregge non è immenso, ma chi è in coda alle spalle deve avere pazienza. Bisogna superare tutto il centro prima di poter svoltare nuovamente su vie secondarie. Ci sarebbe stata un’alternativa, ma i pastori mi spiegano che avrebbe comportato un giro troppo lungo.

Sono i pastori i primi ad essere sollevati quando possono deviare. Il percorso prosegue lungo strade asfaltate, ma sono vie secondarie dove il gregge non sembra infastidire nessuno. Anzi, quasi tutti quelli che incontriamo scambiano dei saluti con chi sta accompagnando la transumanza.

In un incrocio, i pastori fanno fermare il gregge. Ci sono delle pecore da dividere, sono state con quelle dei pastori fino ad ora, una guardia lunga che si è protratta ben oltre la stagione d’alpe. I padroni le cercano tra il gregge, completata la divisione, si può ripartire.

Ancora un po’ di cammino e poi è di nuovo ora di dividere pecore. I due soci “dell’inverno” terminano la loro avventura. Per l’estate, ciascuno salirà su di un diverso alpeggio. Paolo si ferma alla stalla con le sue Roaschine, Ivan risale ancora un tratto di vallata insieme alle sue Biellesi. Essendo di razze diverse, è facile individuare gli animali, un po’ meno semplice convincerli ad entrare nella stalla.

Il gregge si è rimpicciolito, si continua il cammino senza grosse difficoltà. Si sale ancora, poi la strada prosegue a mezza costa, quasi in piano, per poi ridiscendere. La primavera quassù non è ancora arrivata, l’abito è ancora abbastanza invernale, poco verde, molti colori scuri.

Si scende verso il fondovalle attraversando borgate e facendo abbaiare tutti i cani dietro ai cancelli. Si è fatto tardi, il pomeriggio avanza, non hanno ancora cambiato l’ora e la sera non tarderà ad arrivare. Ormai però il gregge è quasi a destinazione.

C’è ancora un breve tratto di strada da percorrere, ma si è già in alta valle. Durante la settimana non ci sono turisti, specie a quest’ora e in una giornata come questa, quindi chi passa dovrebbe essere abbastanza abituato a vedere greggi o mandrie che si spostano.

Villar Pellice è lì sullo sfondo, ma il gregge si ferma prima. Il pastore chiama le pecore giù per una stretta stradina che scende verso il torrente. Ormai il cammino è quasi concluso. E’ chiaro però che, per qualche tempo, le pecore non pascoleranno ancora all’aperto.

Salutiamo Ivan mentre il gregge passa il torrente, per fortuna con non troppa acqua. Queste pecore nei prossimi giorni dovranno anche essere tosate, poi… Si aspetterà che la primavera risalga la valle, che spunti l’erba, che si possa andare al pascolo. Le montagne sono ancora innevate, ma tra meno di due mesi inizieranno a passare le transumanze verso gli alpeggi più bassi…

Album fotografico

Ringrazio come sempre gli amici che mi mandano immagini da inserire in questo blog. Sono vergognosamente in ritardo nel loro inserimento, così oggi vi farò una carrellata su eventi del passato, grazie ad alcuni amici.

Prima di tutto però la richiesta di Sigi, dall’Austria, che cerca corna di becco, da utilizzare per le maschere come quella che vedere nella foto. Paga “un buon prezzo” per grosse corna. Scrivetegli se avete qualcosa per lui.

(foto S.Garnero)

 

Rimaniamo all’estero e andiamo in Scozia con Sergio. Questo è un arredo urbano che incontrate a Lockerbie. Un grazie speciale a chi si ricorda di me vedendo monumenti “a tema” e mi invia una foto da inserire qui!

(foto S.Meglia)

 

L’amico Silvio invece, il nostro appassionato produttore di campane artigianali, mi ha inviato numerose immagini dopo la fiera di Bobbio Pellice e quella di Luserna. I due eventi ve li avevo già descritti a suo tempo, oggi vi ripropongo solo una carrellata di immagini.

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

Tutte immagini della Fiera della Calà di Bobbio Pellice (TO), ottobre 2014. Rimaniamo in valle con i prossimi scatti.

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

(foto S.Meglia)

Queste invece sono immagini della Fiera dei Santi di Luserna San Giovanni (2 novembre). Per qualche giorno non mi vedrete on line su queste pagine, ma ci sarà una sorpresa nel prossimo post. A presto!

Ancora sul vivere in montagna

Vedo con piacere che questi post sulla montagna generano un bel dibattito. Penso che si potrebbe aprire un blog a parte! Però è già impegnativo a sufficienza aggiornare questo, quindi accontentiamoci di qualche riflessione ogni tanto. Volevo comunque continuare il discorso collegandomi anche ad un testo particolare che sto leggendo. Mi è infatti capitato tra le mani un manoscritto. Il suo autore, classe 1939, me l’ha consegnato affinché lo leggessi, lo trascrivessi e lo aiutassi a farlo diventare un libro. Pian piano mi sto facendo largo nelle pagine scritte con la penna stilografica, fitte fitte, senza mai andare a capo. E quelle pagine mi portano proprio in quella montagna di cui vi sto parlando.

Una montagna di muretti in pietra, fontane all’aperto dove si prendeva l’acqua, dove ci si lavava poco, ma spesso si era bagnati dalla pioggia che magari cadeva anche nel fienile dove si dormiva da bambini. Certo, oggi ci si potrebbe attrezzare diversamente, ci sono i mezzi per portare l’acqua in casa e scaldarla. Ma, da donna, dico anche che a certe comodità non rinuncerei, per esempio alla lavatrice, solo per fare un esempio. Non tornerei indietro al lavatoio… Una volta gli abiti si usavano fino alla fine, venivano lavati poco e cuciti e ricuciti: “…questi operai ritornavano al mattino presto con i suoi abiti puliti dalle sue famiglie, ma rimanevano tutto un punto cucito con gli aghi dalle donne, si vedeva solo il filo, ma non si conosceva più il velluto…“.

Qualcuno può fare scelte di vita estreme, ma se vai a vivere in posti del genere, non puoi più fare lavorare a mano come un tempo. Infatti per adesso sono abbandonati… Una volta di gente ce n’era di più, non c’erano certe spese. Adesso, se hai dei mezzi, che siano per il lavoro, che siano elettrodomestici, costano, si rompono, vanno aggiustati, serve denaro, non puoi dare patate o un formaggio in cambio. E poi c’è la burocrazia, che impone nuove norme sulle macchine agricole, mandando fuorilegge tanti vecchi trattori ancora funzionanti, tanto per fare un esempio.

Solo il pascolamento estivo salva questi posti dall’abbandono totale. Pecore, capre, vacche, salgono in alpeggio e ripuliscono i prati, molti dei quali un tempo probabilmente venivano sfalciati, oppure erano addirittura campi. Il problema ulteriore della “mezza montagna” è che alle quote intermedie magari non si riesce a trascorrere l’intera stagione, quindi il pascolamento avviene solo ad opera di animali di passaggio, che poi saliranno più in alto.

Chi sarebbe disposto ad usare solo più queste come vie di comunicazione? Certo, esistono pochi, sporadici casi, di persone che hanno fatto scelte simili. Altrimenti occorre una strada. Il sentiero va bene per la gita, ma quando ci vivi, il più delle volte senti l’esigenza di un altro genere di via di comunicazione, poter arrivare con un mezzo, poter trasportare ciò che ti serve. Sempre sul manoscritto che sto trascrivendo, il protagonista racconta una fuga di notte, sotto il temporale, la nonna davanti con due vacche alla corda, lui (4 anni) e la sorellina (2 anni), a cadere e scivolare sulle pietre bagnate. In un’altra occasione invece la nonna resta bloccata oltre il ruscello: “…e noi la vedevamo, ma lei era a distanza di una cinquantina di metri. Il ruscello in piena aveva persino straripato nel cortile, e rimanemmo a guardarla  fino a sera che questo consumò l’acqua e poi attraversò. (…) e accese il fuco del camino per scaldarci e ci diede qualcosa da mangiare…

Era così che si viveva in montagna una volta. Per non parlare del cibo… Avete mai letto “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli? Di fame la gente ne faceva non poca. Adesso magari non si farebbe più la fame, ma il XXI secolo ti insegue a qualsiasi quota, quindi… Come si diceva ieri, ci sono tasse da pagare e permessi da chiedere per qualunque cosa uno intenda fare. I pannelli fotovoltaici sul tetto e le centraline sono soggette a ben precise domande da presentare e pareri che qualcuno deve esprimere. Non ho molte esperienze dirette in materia, ma ricordo fin troppo bene anni fa un container di cui avevo usufruito anch’io come ricovero in alpeggio che era stato fatto portare via per “impatto ambientale”, anche se a trasportarlo in quota era stato un ente pubblico…

In definitiva, a parte la bellezza di questi luoghi in un giorno di sole, non posso non pensare alle grame vite che si sono fatte su di lì. Inutili abbellirle con la poesia. Avete letto “Lungo il sentiero”? La storia che narro è di fantasia, ma la realtà ne racconta di ben più tragiche. Penso quindi che, a parte qualche eremita che, da solo, compie una scelta di vita molto particolare, per tutti gli altri un ritorno alla montagna, con le norme che ci sono, è quasi impossibile a meno che si disponga di fondi illimitati.

Qui con poco non si vive. Infatti  persino certi alpeggi vengono abbandonati, perchè con i numeri di bestie che tocca avere oggi per vivere non bastano i piccoli, magri pascoli di certe località. L’erba cresce e ingiallisce, senza nessuno che la pascoli. Avanzano le felci e poi i cespugli. Crollano i tetti delle stalle e delle case. Case piccole, dove si viveva con poco/nulla.

Forse mi direte che sono pessimista, ma io mi sento soprattutto realista. Sentiamo parlare di “semplificazione”, ma persino in lavori “semplici”, come quelli agricoli, serve quasi una persona apposta solo per le scartoffie. Sarebbe quindi molto bello potersi ritirare in una baita come questa e dimenticare il mondo, ma non è possibile. Quello che sarebbe possibile e auspicabile sarebbe aiutare davvero chi resiste in quota. Invece no, sento continuamente storie al limite dell’incredibile raccontate da amici che hanno un’azienda agricola, ma rischiano di fallire per colpa di assurdità burocratiche, bastoni tra le ruote, tasse.

Vivere lassù, oggi?

Continuo a parlarvi di montagna, la montagna dell’uomo. A tutti sarà capitato di transitare accanto a singole case o veri e propri insediamenti completamente abbandonati. Quanti hanno pensato al vivere lassù? Lo si può fare in due modi diversi: ragionando su cosa significasse la vita in quei luoghi, oppure sognando di trasferirsi in un posto del genere.

Io appartengo soprattutto alla prima categoria. Mi piace avventurarmi da sola in quei luoghi, per non essere distratta dalle voci, per cercare di ascoltare quello che dicono le pietre. Molto poco, a parte delle date, dei nomi, a volte dei cognomi. Muretti a secco, pietre squadrate, piccole finestre con le inferriate, qualche mobile spaccato all’interno, legno che marcisce.

Sentieri le cui pietre sono arrotondate dai tanti passi che li hanno percorsi in passato. Muretti che li fiancheggiavano, che sostenevano terrazzamenti dove un tempo sicuramente si coltivava. Oggi crescono alberi e cespugli, le loro radici si abbarbicano al terreno, inglobando quei muretti. Nessuno ha più cura di quei viottoli, di quelle mulattiere. Oggi, se viviamo in un posto isolato, poi ci lamentiamo che il Comune non fa manutenzione alla strada, non viene a togliere la neve. Certo, potremmo farcelo noi, ma accidenti… Con tutte le tasse che paghiamo, vorremmo almeno ricevere in cambio qualche servizio essenziale!

Un tempo si facevano le roide, un tempo ciascuno aveva cura del territorio. Tutto serviva a chi non aveva niente. Si rastrellavano le foglie per fare gias, lettiera per gli animali in stalla. Se un sentiero franava, veniva sistemato subito. Oggi nessuno si prende la briga di sistemare anche solo una stradina, perchè poi se succede qualcosa dopo che hai fatto i lavori, sono responsabilità… E poi bisogna chiedere una perizia, un progetto, un’autorizzazione, un parere…

Chissà se oggi autorizzerebbero a costruire qui? Queste Barme sono un gioiello, ma che vita si faceva quassù? Piccole stalle al piano terra, misere stanze. Oggi nessuno vivrebbe più in quelle condizioni. Forse un eremita, ma non puoi pensare di ritirarti in luoghi del genere e vivere… Di cosa? Autosufficienza alimentare, quella bene o male magari è possibile. Ma oggi abbiamo tutti delle spese fisse da sostenere, e come ci si potrebbe mantenere, lassù?

Possiamo parlare finché vogliamo di ritorno (alla montagna, all’agricoltura), ma solo in pochi luoghi questo è fattibile e, secondo me, dove ciò accade, alle spalle ci sono appoggi e progetti ben strutturati. E disponibilità finanziarie non indifferenti. Tutto il resto è destinato a crollare. Perchè adesso non si può più vivere come una volta. Da una parte è difficile rinunciare a tutto, dall’altra ti impediscono di farlo, perchè le leggi e la burocrazia riuscirebbero a venirti a stanare anche lassù.

Poi è bello in un giorno di sole osservare il ruscelletto che gorgoglia, ma quando si gonfia con le piogge e diventa un mostro di acqua scura, che ruggisce e tiene svegli la notte? Un muro invalicabile che ti blocca lassù, senza passaggi per oltrepassarlo. Quando la gente viveva in quei luoghi, non c’erano necessità di spostamenti immediati, scadenze da rispettare. E poi probabilmente succedevano incidenti dove non si guardavano le responsabilità, le allerte, le ordinanze.

Più in alto un tempo si viveva solo d’estate, la stagione dell’alpeggio. Ma perchè molte di queste baite sono abbandonate, anche se raggiungibili con piste e strade? Perchè tante cose sono cambiate anche qui. Non si sale più con un pugno di capre, con due vacche, quindi tutte le baite, miande, meire, ecc… non sono più necessarie. Serve un unico alpeggio, o al massimo un paio di tramuti, moderni, efficienti, funzionali, dotati di quel minimo di “comodità” (servizi igienici, doccia, una fonte di energia).

Questo faggio secolare potrebbe forse raccontare com’era la vita qui un tempo. Oggi, a meno di aver ascoltato i racconti direttamente dalla voce di uno degli ultimi testimoni, non riusciamo a rendercene davvero conto. Solo leggerlo sui libri non è sufficiente. Almeno, a me sembra che il libro confini la testimonianza ad un passato remoto che pare quasi non appartenerci. Nel momento in cui invece trovo chi mi dice di aver vissuto lì, il bianco e nero assume colore.

Tutti possiamo aver sognato un giorno di mollare la nostra vita attuale e trasferirci in un posto così. Ben pochi l’hanno fatto davvero. Riusciremmo sul serio a staccare da tutto? Rimanere isolati? Ma soprattutto, pensateci, come si fa a vivere in certi posti? Una volta si faceva la fame e non è solo un modo di dire!

A certe quote non si possono tenere chissà quanti animali e oggi un gregge di 100-200 pecore (già “grosso”, per la montagna) non è sufficiente per vivere, non per una famiglia. “Se non ci fossero tutte le spese fisse, per le nostre esigenze ne avremmo abbastanza“, ho sentito più volte ripetere da amici che faticano, con le loro aziende, in montagna. Tutto questo gran parlare di ritorno… non sarà moda? Se non cambiano le leggi, se gli aiuti vengono dati solo sui numeri, sulla quantità e non sulla qualità, non so come si potrà concretamente tornare o anche solo mantenere.

Un incontro non del tutto casuale

Prima di queste piogge avevo fatto diversi giri in montagna, in quella montagna che amo, che preferisco. E’ la montagna di mezzo, non su oltre il limite della vegetazione, tra le rocce e il cielo. Quella montagna che è bello esplorare in autunno, tra i colori, ma senza troppe foglie.

In questa stagione può già esserci neve in quota. Quest’anno il clima è così strano che non sai davvero cosa aspettarti, per esempio l’erba verde e persino qualche fiore laddove dovrebbe esserci solamente gelo ed erba gialla. Invece a fine novembre, dove gli animali hanno pascolato, si notano chiazze verdi anche in quota.

Procedo per il sentiero fino a sentire le campane delle capre. Le avvisto sul fondo di un canalone, che si dirigono al pascolo. Se ci sono le capre, da qualche parte incontrerò anche il pastore. Ho sentito tanto parlare di lui, spero di riuscire a trovarlo per chiacchierare un po’.

Sul sentiero, più avanti, c’è molto pelo. Chissà se si tratta di un animale che è stato predato dal lupo? Se incontrerò il pastore, glielo chiederò. Certo che, su una montagna così cespugliata, impervia, non si può dire che non siano posti da lupi. Il gregge è da solo, senza accompagnamento di un cane da guardiania, più aventi incontrerò il recinto dove viene ricoverato la notte.

Continuo il mio cammino in quella montagna silenziosa, dove un tempo vivevano, almeno per diversi mesi all’anno, numerose persone. Oggi è un deserto, le case in pietra si confondono perfettamente con il paesaggio. Si incontrano grossi faggi secolari, poi i pascoli più verdi vicino all’alpeggio.

Quando raggiungo la baita, addossata alla roccia, provo una sensazione strana. A parte i secchi di plastica contenenti il cibo per i cani, che abbaiano forsennatamente, sembra di essere davvero fuori dal tempo. E’ la prima volta che vengo qui, ma mi rendo conto di aver forse descritto questo luogo in un mio libro. Dov’è però il suo abitante?

Ci sono diverse baite, ma a parte i cani, non c’è nessuno. Siamo a fine novembre, ma in tanti mi avevano detto che questo pastore non scende fino a quando la neve non cade fin sotto al suo alpeggio. E’ un posto particolare, si sale soltanto a piedi dal fondovalle, io ci sono arrivata da sopra, seguendo un altro sentiero. Sembra quasi incredibile che ci sia ancora qualcuno che vive quassù.

Oltre il vallone, gli ultimi raggi di sole autunnale illuminano un altro gruppo di case dove ci sono anche dei bovini al pascolo. Si vedono insediamenti un po’ ovunque, anche se siamo nell’inverso, la parte meno solatia, la parte più fredda. Fino a quando sono stati abitati, questi posti?

E queste baite abbandonate appena sotto l’alpeggio? Qui non ci sono grossi pascoli, come si viveva? Di cosa si viveva? Non c’è nessuno, mi avvio sul sentiero di discesa, rassegnata a non conoscere il pastore che abita quassù. Per fortuna però…

Appena imboccato il sentiero per scendere, mi viene incontro un cane, seguito a breve dal suo padrone, che porta a spalle un carico di legna. Lo saluto, mi dice che era andato a dare il pezzo alle vacche. Mi presento e… Mi viene imposto di risalire per tornare alla baita, così potremo chiacchierare. Entrambi abbiamo sentito parlare l’uno dell’altro, quindi adesso bisognerà approfondire la conoscenza dal vivo. Chi ha letto “Lungo il sentiero” capirà un certo senso di deja vù che ho provato.

Vi garantisco che questa era la prima volta che incontravo Rino, anche se tante volte mi avevano parlato di lui. Mi porta nella baita che funge da abitazione. Quella dove stava prima è rimasta danneggiata da un incendio: “…il lunedì della fiera di primavera a Pinerolo. Mi hanno detto che c’era il fumo quassù. Ha preso l’albero e ha danneggiato la baita.Accende la stufa per scaldare il latte per un agnello, intanto chiacchiera inarrestabile. Altro che il pastore solitario e taciturno! A tutti i costi devo pranzare con lui, anche se io avevo già mangiato poco prima più a monte. Mi racconta dei campi di patate e cereali che si piantavano quassù ancora quando lui era ragazzo. Adesso non c’è più nessuno qui: “…e quando smetterò io, chi vuoi che venga ancora a fare una vita del genere? Nessuno! Anche i giovani… O non vogliono fare questo mestiere, o comunque non più così!

Quando scenderà, se il tempo lo permette, farà ancora una tappa più in basso, prima di rientrare a “casa”, solo che sotto alle capre piace poco, non rientrano da sole la sera e bisogna andarle a prendere. Infine si sposterà in un’altra frazione e mi invita a passare a trovarlo. Mi racconta di avere un rimpianto: “Non ho mai preso la patente quando era ora. E adesso? In moto, anche quando piove…

Devo scendere e così saluto Rino, anche se avrei potuto stare ore ad ascoltare i suoi racconti. Il sentiero è ripido e scivoloso, tra pietre viscide, fango e foglie. Poi sbuco su di un sentiero ben ripulito. Poco dopo incontro chi si sta occupando di togliere le foglie: “Da tanti che eravamo, solo più io faccio la roida a pulire. Gli altri… Nessuno! Ma se non si tolgono le foglie, poi arrivano le capre, pestano tutto e non si sta più in piedi. Vado avanti fino lì, poi oltre… ci hanno già pensato. Un altro appalto!!!” Una montagna ancora viva, una montagna che sopravvive a stento, solo grazie ad anziani. Quale sarà il futuro?

Una super fiera a Luserna San Giovanni

Per me era, già negli anni scorsi, una delle fiere più belle che avessi mai visto, ma quest’anno ne ho avuto la conferma anche dai tanti visitatori arrivati da fuori Piemonte. Io vi ho partecipato nei due giorni, il 1 novembre, in cui vi erano solo le bancarelle, e il 2, giorno della fiera vera e propria, con gli animali, ancora più espositori e il massimo dell’affluenza.

Il primo giorno sono riuscita a farmi un giro da tranquilla, guardando gli stand e scattando foto a tutto ciò che c’era di particolare. Come questa selleria non piemontese (presumo lombarda), con campane (ma soprattutto collari) diversi da quelli che vediamo solitamente da noi.

Le sellerie a questa fiera sono tutte presenti, ciascuna con i loro articoli e ciascuna con i suo affezionati clienti. Attrezzature tecniche, reti, picchetti, fili, bastoni, campanacci, forme per il formaggio e molto molto altro ancora.

Tra i tantissimi banchi di prodotti alimentari, vi sono ovviamente quelli dei formaggi. Alcuni sono commercianti, altri produttori di aziende agricole della zona, compresi i margari con le loro tome realizzate ancora in montagna e formaggi più freschi prodotti ormai in pianura.

Era bello anche solo godersi i colori ed i profumi delle bancarelle: frutta, verdura, spezie, legumi, castagne, noci… Ce n’era davvero per tutti, tra aglio, porri, peperoni, melanzane, cavoli, mele, pere, zucche…

E quando non erano fresche, erano sotto vetro! Accanto ad olive, acciughe, funghi, sottaceti vari… Insomma, chiunque poteva trovare qualcosa di suo gradimento, senza dimenticare pane, dolciumi, farine, miele, vini e molto altro ancora.

Ma la vera fiera era il giorno in cui c’erano le bestie. Da una parte quelle dei commercianti, soprattutto bovini. C’erano anche commercianti da altre regioni (non è il mio campo, ma ho letto i nomi sui camion!!) e poi, come da qualche anno a questa parte, gli Austriaci.

Ho fatto un giro molto veloce per salutare amici e conoscenti e vedere le bestie. Nel reparto ovicaprini, non c’erano grosse novità. Le “solite” capre di un appassionato allevatore locale, che riscuotono sempre grande interesse, più qualche altro gruppetto.

Per le pecore, il commerciante è sempre quello… Quest’anno c’erano meno capi degli anni scorsi, suddivisi in gruppi di provenienza diversa. Non sono propriamente del mestiere, ma un gruppetto di pecore con una fitta lana e il ciuffo fin giù sul naso aveva un qualcosa di famigliare e ne attribuivo la provenienza al gregge di un pastore che mi aveva fatto visita il giorno precedente. (Per la cronaca, avevo indovinato!)

Oltre alla fiera, c’era la mostra degli animali di provenienza locale. Avrei voluto fermarmi di più, scattare più foto, assistere alla premiazione e alla gara di mungitura, ma quest’anno sono riuscita proprio solo a fare un giro veloce, dovendomi occupare del mio stand.

Poco per volta il pubblico si faceva sempre più numeroso e si cominciava ad avere problemi nel riuscire a spostarsi da una parte all’altra della fiera. La bellissima giornata di sole, la giornata festiva (domenica) il ponte di Ognissanti hanno fatto sì che l’affluenza sia stata davvero straordinaria.

Così molto del pubblico della fiera me lo sono vista scorrere davanti dalla mia bancarella. Ecco qui un gruppo di pastori dalla Lombardia. Ma sono venuti a salutarmi pastori dal Trentino, dal Veneto, dall’Emilia, dalla Liguria e da ogni angolo del Piemonte. Grazie a tutti voi e grazie a chi si è entusiasmato davanti a “Pascolo vagante 2004-2014”.

Verso sera molti animali portavano sulla schiena le scritte che indicavano la loro vendita. Poco per volta venivano caricati sui camion. Le bancarelle accendevano le luci (chi le aveva), altri iniziavano a smontare anche se il pubblico continuava a girare tra gli stand. C’era chi cantava e chi aveva lo sguardo già un po’ annebbiato. Per vedere anche le mie altre foto, qui un album pubblicato su facebook.