Fiera della Toma ed altre fiere

Iniziamo con le segnalazioni: questo fine settimana si terranno numerose manifestazioni legate al mondo della pastorizia e dell'alpeggio. Ricordiamo per domenica 16 la Fiera di Villar Pellice (TO), quella di Doccio di Quarona (VC), la XI Festa Rurale del Cevrin a Coazze (TO), di cui potete leggere qui il programma. Ho inoltre ricevuto la segnalazione della Sagra dell'asino a Varzo (VB), di cui trovate qui il programma.
Sicuramente vi saranno anche numerosi altri eventi di cui non ho avuto notizia…

Domenica, oltre alla Festa della Transumanza di cui vi ho già parlato, a Condove (sempre in Val di Susa) si teneva anche la Fiera della Toma. Dal momento che mi trovavo sulla strada, ho fatto un rapidissimo giro senza però riuscire a vedere tutte le esposizioni. Nella parte centrale del paese erano stati raggruppati i produttori di tome della zona o di alpeggi delle aree limitrofe. Qui vediamo ad esempio le tome prodotte al Lago Nero (Cesana).

Molti degli espositori erano personaggi molto noti nella realtà casearia degli alpeggi di queste zone, come la mitica "Biunda", Mariuccia Ferro Tessior che, in bella mostra sulla bancarella, mostrava con orgoglio l'ultimo rudun regalatole dal figlio Giovanni.

C'erano le Tome dalle Valli di Lanzo, come quelle portate da questi margari che alpeggiano a monte di Usseglio, altro Comune che annualmente organizza una Fiera della Toma.

Condove vanta numerosi produttori, sia stanziali, sia negli alpeggi per il periodo estivo. In occasione della fiera, era stato pensato un pass ad uso dei visitatori che, con un contributo in denaro, dava diritto ad un carnet di assaggi da spendere presso le bancarelle di formaggio, ma anche abbinando la toma al miele, ad un buon bicchiere di vino… Davvero un'ottima iniziativa.

Anche la scelta di raggruppare tutti i produttori "artigianali" in un unico spazio mi pare molto azzeccata. La fiera poi si diramava in altre piazze, altre vie, con prodotti di ogni tipo, dai dolciumi all'artigianato, dai vini al miele, dall'hobbistica agli articoli di ogni altro tipo, ma chi proprio voleva concentrarsi sulle tome (come nel mio caso) poteva andare a colpo sicuro.

Gli espositori non avevano trascurato la coreografia, come si nota in questo particolare dello stand dell'azienda di Re Piera di Villarfocchiardo, che in estate sale con i propri animali a Desertes, suggestivo villaggio sulle montagne di Cesana Torinese.

Bancarelle con ampia scelta e vasto spazio per diverse tipologie di formaggi, ricotte, burro e yogurt, bancarelle di dimensioni più ridotte per chi in alpeggio resta sul tradizionale e si limita e pochi tipi di toma stagionata.

Insomma, di tome ce n'era per tutti i gusti, quello che mi spiace è stato non aver avuto il tempo per visitare tutti gli spazi della fiera, le mostre, le esposizioni. Ho però osservato con curiosità l'opera di questi intagliatori di toma

…che erano collocati a fianco dei più classici intagliatori di legno! Se la memoria non mi inganna, si trattava della scuola di intaglio di Chiomonte.

Tra i rpodotti tipici vi era molta frutta e verdura, così ho deciso di far rappresentare la categoria da questa varipinta esposizione di mele e pere di antiche varietà locali. Non mancavano poi le castagne ed i marroni, di cui i paesi della zona sono buoni produttori.

Anche le vetrine dei negozi, aperti per l'occasione, avevano degli allestimenti a tema. Insomma, un intero paese dedicato alla toma! Anche in questo caso si è trattato di un successo di pubblico, a giudicare dal numero di auto che già affollavano i parcheggi lungo la strada al mattino e dal traffico intorno al paese ancora nel tardo pomeriggio.

C'era anche una ricchissima esposizione di rudun che… ahimè, non ho visto dal vivo. Ringrazio però Daniele ha pubblicato le sue immagini su Facebook e mi ha detto di scegliere quelle che mi servivano per utilizzarle qui. Lui ha prestato alla mostra i suoi provenzali (i rudun per le pecore).

Questione di sfortuna o…

Emanuele mi aveva contattata su Facebook, dicendomi che voleva raccontarmi la sua storia. Una, ahimè, lunga storia, anche se questo ragazzo è del 1988 e, per forza di cose, non può avere alle spalle una carriera di chissà quanti anni. E così alla fine l'ho raggiunto in "alpeggio", salendo lungo una strada che mai avevo percorso prima, inerpicandomi sul versante più arido della Val di Susa, tra prati ormai secchi, cespugli e fiori spinosi di rara bellezza. Alla fine della strada, un prato sfalciato in cui finiscono di far pulizia alcune vacche ed un piccolo gregge di capre, chiuse nella rete perchè "…qui è un SIC e la Forestale mi ha detto che assolutamente le capre in bosco non le posso portare."

La lunga storia di Emanuele ve la riassumo qui, ma ovviamente, per lui come per tutti gli altri giovani di cui vi ho raccontato fino ad ora, nel libro ci sarà in ogni suo dettaglio, così come me l'ha raccontata lui. Dicono che la fortuna aiuta gli audaci, lui di coraggio ne ha già avuto, ma quando arriverà il giorno in cui i suoi sforzi verranno premiati?  “Ne hai da scrivere un libro!”, inizia così il suo racconto. “Ho iniziato da due caprette regalatemi dallo zio nel 2001. C’era già allora il pallino di tenere le bestie, ma prima ho dovuto finire le scuole. La nonna ad ottanta anni aveva i dolori e non ce la faceva più a mungere, così lei e la mamma hanno venduto le vacche, ne hanno fatto una malattia tutti.
Però c'era la grande passione per gli animali. “D’estate andavo in alpeggio ad aiutare, mandavo le mie bestie come consorzista. Il 2004 è stato l’ultimo anno che mi hanno forzato ad andare in vacanza al mare. Ero in Liguria, mi hanno telefonato dicendomi che erano quattro notti che le capre mancavano. Da quel momento mi sono promesso che gli animali me li sarei guardati io e mai più li avrei dati in custodia. Come attività agricola ho iniziato nel maggio 2008. Quell’inverno avevo preso una mucca in custodia per consumare il fieno che avevamo in più, gli animali li tenevo nella stalla della nonna a Mompantero, frazione Urbiano, dove abitavo. Poi quella mucca l'ho comprata ed ha partorito.” I problemi però stavano per iniziare.

Mentre le vacche pascolano, il racconto di Emanuele prosegue, ricco di dettagli. “Dopo nemmeno un anno che avevo l’attività, i vicini hanno fatto un esposto al Comune e all’ASL dicendo che li molestavo con odori e rumori, così c’era scritto. Gente che fino a vent’anni prima aveva le bestie. Sono stato contattato dal Comune, mi è stato subito detto che me ne dovevo andare. E’ venuta l’ASL, ha visto che c’erano da fare dei lavori, ma la stalla sarebbe stata compatibile. E’ una stalla vecchia, ha una colonna centrale, una colonna romana che il mio bisnonno, del 1810, aveva trovato in un campo dopo un’alluvione. Avevo appena dato una caparra, dovevo ricevere due Piemontesi due giorni dopo. Ho preso un avvocato e ho fatto ricorso per avere una sospensiva in attesa di trovare una sistemazione alternativa. Di carta ne è stata fatta tanta… Però è arrivato un certificato medico di un figlio di un vicino, mi hanno fatto passare come azienda insalubre. Aveva un’infezione da un batterio e non poteva tornare a casa perché lì era insalubre! La risposta del TAR è arrivata a novembre 2009: chiusura immediata della stalla. Inoltre ho dovuto pagare il risarcimento al Comune del 50% delle spese di processo. Devo dirlo, ho superato quel momento solo grazie ai miei, alla mia famiglia.”.

Emanuele così se ne deve andare. “Non c’era molto altro da fare: trovare una stalla, ma avevo troppo pochi capi per salvarmi ed affittare da qualche parte. Così ho deciso di stare alle case di famiglia a Ganduglia, in “alpeggio”, a 940 metri, ma il fieno era tutto giù, più di mille balottini da portare su con il trattore vecchio!
E così inizia la seconda parte delle avventure di Emanuele. “Quell’inverno, un giorno che c’erano 40 centimetri di neve e continuava a venire giù, ho dovuto chiamare il veterinario per un parto difficile. Io non potevo fare nulla perchè mi ero fatto male ad una spalla. Per cercare di venire su ha sbandato e gli è scoppiata una gomma. Alla fine la capra è morta ed ho dovuto anche fare lo smaltimento della carcassa.”
Nonostante tutto, Emanuele decide di continuare. “Ho voluto far richiesta di residenza, mi è stata data e, da settembre 2010 ho richiesto lo sgombero neve e la messa in sicurezza della strada comunale, ma mi hanno risposto che, per una sola persona, non si giustificava una simile spesa.”.

Acquistare un nuovo trattore, salire e scendere per portare su il fieno, lutti in famiglia, difficoltà di spostamento… Il racconto di Emanuele prosegue, come se fosse una storia narrata fin troppe volte a persone incredule che non riescono ad immaginare che, nonostante tutto, lui sia ancora qui con i suoi animali.
 “Oltre agli animali, pianto verdure, patate. Con quello che avevo incassato dall’estate ho pagato l’allacciamento alla luce, perché nell’inverno solo con i pannelli non riuscivo a caricare a sufficienza le batterie, specie se c'era neve. Mungo un po’ le capre, faccio formaggi per uso personale, una mucca la mungo per portare il latte alla nonna. Questo mestiere non è sempre rose e fiori, ma l’amore per la montagna, per gli animali, vuole che io continui. A Mompantero ci sono soltanto più io che allevo bovini ed effettuo l’alpeggio intracomunale. Per meccanizzarsi però servono fondi, ci sono grandi spese, per continuare quindi serve qualcosa di più. Qui è tutto vincolato, vincolo idrogeologico, costruire qualcosa è impossibile. Adesso poi c’è la questione della TAV. Dove devono fare i depositi di stoccaggio porterebbero via l’ultimo campo di patate che abbiamo. Per l’autostrada, negli anni Ottanta, ci hanno preso quattro ettari. Con quella terra, la mia famiglia poteva farsi un’azienda!”.

Adesso Emanuele è a Fado, perchè a Ganduglia non aveva più pascoli. “Oggi ci sono altre tecnologie. Vedo mia nonna, cosa racconta di una volta… Oggi il pascolo è tutto elettrificato e vedo bene il miglioramento, l’animale spreca meno. Qui sono arrivato l’altro giorno, la prima notte ho dormito in macchina, poi mi sono portato su la roulotte. Sono venute delle persone che abitano nelle baite sotto, uno ha detto che erano 25 anni che non sentiva una campana quassù, vedere le bestie gli apriva il cuore.  Fino a venti anni fa a Mompantero c’erano più di cinquanta stalle, poi tutti via via hanno smesso. I giovani d’oggi vogliono l’orario, lo stipendio e poi il divertimento.” Mi mostra i pascoli lì intorno, ormai quasi completamente boscati, ma tra gli alberi di erba ce n'è e, se non le capre, almeno le vacche potranno essere messe lì a mangiarla.

Parliamo del futuro ed anche Emanuele ha lo stesso sogno di molti altri ragazzi che fanno questo mestiere. “Trovare una ragazza per condurre questa vita e avere un’azienda che funziona. Ormai si deve lavorare nel modo giusto, non più tribolare così. Farsi una famiglia è anche giusto, ma qui i servizi non ci sono, manca tutto, anche la raccolta rifiuti. Non ha un senso, non è una vita. Ringrazio la mia famiglia, che mi ha aiutato, ma ci sono sempre problemi. Il papà segue i prati da bagnare, i campi di patate e gli orti. Da solo non potrei fare tutto. Poi produco e consegno legna, per arrotondare. Solo con gli animali non riuscirei proprio ad andare avanti.
Emanuele è un giovane che tiene alla tradizione ed in questo lo ha aiutato molto la presenza della nonna, personaggio che così spesso è stato citato nel suo racconto.
 

Oltre alla tradizione, c'è però spazio per qualcosa di molto attuale. “Mia sorella mi ha convinto ad iscrivermi su Facebook. Sono contento di averlo fatto, perché ho conosciuto tanti giovani come me che o hanno aperto l’attività, o vanno avanti con quella di famiglia. E’ bello scambiare foto, idee, opinioni. La TV invece non mi piace, non mi interessano i contenuti, guardo solo Linea Verde e Mela Verde".
Emanuele sposta le vacche nel nuovo pezzo dall'altra parte della strada, suo papà sta finendo di preparare pranzo nella "cucina da campo". Mangiamo mentre i due continuano ad aggiungere dettagli alla storia, poi un'improvviso temporale ci costringe a rifugiarci nella roulotte per il dolce. Riparto con il vento che spinge le nuvole, dopo poche curve ritorna il sole. Chissà quando questo sole arriverà anche sulla strada di Emanuele?

Segnalazioni, foto, annunci

Bene, continuate a sommergermi di foto, segnalazioni, annunci… E allora diamo spazio! Questo post doveva comparire ieri, ma un guasto alla linea ADSL l'ha fatto slittare ad oggi, mi spiace soprattutto per la comunicazione del convegno in provincia di Padova.

Sergio dalla Val Varaita (CN) ci segnala il suo blog sull'allevamento di pecore Suffolk, "Suffolk la Lusà" a Sampeyre.
Mari invece deve vendere Flok, montoncino Suffolk di un anno di età, orecchino giallo (semiresistente), faccio io da tramite se qualcuno è interessato…

Qui in Piemonte domani (19 febbraio) abbiamo il convegno di presentazione di PROPAST a Moretta (CN), vedi qui, mentre in Veneto oggi, 18 febbraio, si tiene questo convegno sulla pastorizia transumante: "Praticare la pastorizia transumante ha ancora un valore?". Appuntamento alle 9:30 a Legnaro (PD). Il nostro amico Adolfo ha promesso di raccontarci come andranno le cose e quali saranno i temi discussi.

Francesca ci segnalava queste foto sulla transumanza a Madrid. Quando da noi un gregge passerà nel centro di una città con tutti gli onori? Ma a dire la verità secondo me non è questo che serve… piuttosto che si possa transitare lungo le strade normali, i paesi, senza essere insultati o multati!

 


 
Qualche foto da Gp che, quest'autunno, si trovava a passare dalle parti di Sauze di Cesana per lavoro e… ha fatto alcuni incontri.

 


 
Certo, è normale vedere le vacche al pascolo, anche se la stagione è già avanti ed i colori sono quelli che precedono le nevicate. C'è sempre qualcuno che scende per ultimo…

 


Il problema è che questa volta le vacche erano non solo vicine alla strada, ma lungo la strada
 

 
…e in mezzo! Il nostro amico commenta: "Altro che India!". Probabilmente il proprietario ha pensato che questa non fosse più una stagione di grandi afflussi automobilistici… Erba poca, tirar fili diventava complicato, meglio forse lasciare che gli animali trovassero da soli di che nutrirsi? Una scelta un po' azzardata, oltre che discutibile!
 

 
E così lasciamo la montagna autunnale, siamo già oltre la metà di febbraio, per certi allevatori tra tre mesi magari si è già sui pascoli delle valli. Per i pastori quest'inverno non è stato dei peggiori, quest'anno la neve non ha dato troppo fastidio. Ed io penso alla mia estate, che quest'anno sarà ancora più frenetica ed impegnativa delle precedenti, visto che la vita riserva sempre delle sorprese, quando meno te lo aspetti!

Quando si può passare in centro

Qualche tempo fa mi aveva telefonato Monica, Assessore nel Comune di Sauze d’Oulx. Avevamo parlato per organizzare una presentazione del mio libro in paese, ma poi lei mi aveva raccontato di questa iniziativa, che prevede il passaggio delle mandrie nel centro, durante la transumanza autunnale. Al tutto è anche abbinato un concorso fotografico. Avendo io vari impegni nel mese di ottobre, l’unico giorno che restava libero per vedere almeno una transumanza era l’1…

L’appuntamento era all’alpeggio Malafosse, dove in tutti questi anni non ero mai stata e… non conoscevo nemmeno i margari. Però anche altri amici andavano su in quell’occasione: Emilio e Concetta, che ben conoscono la famiglia Richiero, infatti erano stati chiamati per un servizio fotografico completo, con tanto di video.

Poco per volta le vacche venivano condotte alla piccola stalla per essere opportunamente addobbate per la transumanza. C’era un gran numero di persone, molti giovani, ad aiutare i margari. D’altra parte, oltre all’occasione per "fare festa", c’era davvero bisogno di tanta gente per gestire quella mandria e per attaccare i campanacci.

Il mucchio di rudun fuori dalle baite era davvero immenso. Si sostituivano anche le campane usate nel corso della stagione, per attaccare i rudun: più vecchi, nuovi di zecca, dipinti, decorati, lucidi… Qualcuno mi darà poi i numeri esatti, nel corso della giornata: 165 animali, 140 campane. Immaginate voi il concerto che ne poteva risultare, una volta in marcia!

Ed il tempo per tutta quest’operazione non è poco, ci vorranno alcune ore, tra radunare gli animali, farli entrare nella stalla, riuscire ad attaccare le campane… Qualcuna, apparentemente più docile, viene immobilizzata all’aperto e dotata di campanaccio, dopodichè andrà ad unirsi alle compagne che già sono state preparate per la discesa.

Non sempre è tutto facile, ci sono delle giovani manze che non hanno mai avuto una campana, ed allora è difficile prenderle, tenerle ferme, riuscire ad allacciare la fibbia. Qualche animale non sembra nemmeno convinto di entrare in quella stalla, e c’è anche ci si innervosisce, facendo volare qualche parola grossa di troppo. Qualcuno si prende anche un calcio da un animale nervoso…

Le vacche già pronte pascolano in attesa del segnale della partenza. La giornata fortunatamente è bella, mentre in pianura gravava una coltre di foschia che faceva temere il brutto tempo. Qui invece splende il sole e soffia un po’ di vento, tutto quello che ci si poteva augurare per lasciare l’alpeggio in allegria.

A qualche vacca è stato messo anche un fiocco rosso (dopo qualche incertezza su come assemblarlo e legarlo alle corna): d’altra parte l’occasione è speciale, si passa proprio nel centro del paese. Non che ci si aspetti chissà quale pubblico convenuto lì apposta, ma almeno qualcuno si affaccerà per vedere la mandria! E poi è il bello della "festa", già solo per far sì che le bestie facciano bella figura per le foto, per il filmato.

Cristian, si fa fotografare con la vacca preferita. A lei è stato messo il rudun più bello, l’ultimo acquistato. Il vitello, incurante dell’agitazione che regna intorno a lui, poppa tranquillamente il suo latte. Quando ci si metterà in cammino, seguirà la madre cercando di non perderla tra la folla. L’altro figlio dei margari invece è al pascolo con le pecore, non le si può lasciare da sole, troppa è la paura del lupo, anche se fino ad ora non ci sono stati attacchi.

Si attende che tutto sia pronto per partire, arrivano ancora altri amici, si beve un bicchiere, si mangia un biscotto e poi… via! Bisogna rispettare gli orari, alle 14:00-14:30 ci attendono a Sauze per il passaggio nel paese. Una transumanza "organizzata" deve sottostare a certi obblighi… Infatti non con tutti gli allevatori è stato possibile avere delle date precise per la discesa.

Splende il sole, i colori dell’autunno brillano, lontano le nuvole coprono la cima dello Chaberton. Chissà sulle altre montagne, se sono già avvenute le transumanze? Poco per volta scenderanno tutti, le previsioni parlano di maltempo, chi può si abbassa soltanto, altri partono diretti verso la pianura.

Finalmente viene dato il via e si parte. All’inizio gli animali camminano veloci, bisogna quasi correre per tenere loro testa, poi poco per volta il passo si regolarizza e la mandria si allunga in una fila disordinata, con le ultime bestie che camminano ad un passo decisamente più tranquillo.

Si procede nel bosco, lungo la strada stretta che poi si apre sulle piste da sci. Qualche pessimista, prima di partire, ricordava incidenti di anni passati, quando degli animali erano caduti dalla strada e si era faticato non poco a tirarli su. Per fortuna adesso tutto sembra procedere per il meglio.

Si compatta il gruppo, poi si passa accanto ad una frazione dove una vecchia baita è in corso di ristrutturazione. I muratori interrompono il lavoro e guardano sorpresi, qualcuno scatta foto o filma con il telefonino, ma la transumanza continua verso il paese, dove… chissà quale pubblico ci attende? Un fotografo già era appostato sulla strada, per realizzare qualche scatto per il concorso.

Si taglia giù per le piste, tanto gli animali non rispetterebbero di certo le curve della strada. E’ una lunga fila, il concerto dei campanacci rende quasi impossibile riuscire a parlare con qualcuno. Emilio intanto va avanti ed indietro con la sua telecamera, si sposta in bici per riuscire a sorpassare la mandria che avanza rapidamente.

Finito il bosco, costellato da strane opere d’arte moderna, si arriva in un ampio piazzale, dove ci sono già i vigili urbani in attesa. Di lì in avanti si cammina sull’asfalto e, nonostante sia un normale venerdì di lavoro, c’è anche un po’ di gente ad aspettare la transumanza, quando la mandria arriva nel paese. Ci sono anche parecchi fotografi con teleobiettivi voluminosi, che scattano a ripetizione, ma… vedranno solo questo breve istante di transumanza, sicuramente non l’hanno vissuta dalle sue fasi iniziali.

Il passaggio nel paese è pittoresco, inusuale, anche se c’è poco tempo per goderlo, dato che qui bisogna fare molta più attenzione a dove vanno gli animali, alle auto parcheggiate, alle strettoie, a vari ostacoli che generalmente non vanno ad interferire con le normali transumanze.

Qui però si può passare in centro, e allora avanti così! Per una volta che non si parla di divieti, ma si viene chiamati apposta per transitare nelle vie principali… Mentre un vigile osserva, la mandria passa tra i condomini della stazione sciistica, adesso vuoti, in attesa dell’inverno e della stagione più viva per questa località.

Non bastano le foto per far capire fino in fondo qual è la colonna sonora della transumanza, ed allora ecco anche un breve video con il passaggio di parte degli animali.

Anche i simboli olimpici fanno da sfondo alla transumanza. Sauze d’Oulx è stata attraversata, si prosegue sulla strada, sempre con la scorta della polizia municipale che cerca di prevenire eventuali problemi con il traffico. Per fortuna non ci sono tantissime auto, ma comunque ogni tanto qualche persona infastidita sfreccia via sgommando, appena riesce a liberarsi dall’intoppo costituito dalla transumanza.

Emilio prosegue con il suo reportage: la bella giornata facilita la transumanza, ma anche le fotografie e le riprese. Gli animali escono per qualche istante dalla strada, il traffico defluisce, poi si riparte ancora, diretti ad un "prato" un po’ più grande dove si potrà fare tutti quanti una piccola pausa ristoratrice.

Si scende lungo la strada, la luce è quella delle belle giornate di vento. E pensare che giù in pianura probabilmente sarà un grigio pomeriggio autunnale… Il suono dei campanacci ormai quasi non si sente più, tanto si è fatta l’abitudine al sottofondo musicale.

C’è anche una tappa imprevista, della gente è uscita sulla strada con qualche bicchiere ed una bottiglia di vino, per offrire un saluto ed un ristoro ai margari in cammino. Un simpatico modo di celebrare ed accogliere la transumanza di passaggio!

Ed ecco finalmente il prato dove fermare le vacche, così che tutti potranno non solo riposarsi, ma anche mettere qualcosa sotto i denti, cosa che non accade da ore, nonostante il cammino, le corse, le fatiche. Come sempre, prima però vengono le esigenze degli animali, la necessità di trovare un posto adatto per loro. Gli uomini in qualche modo poi si adatteranno!

In pochi istanti, approfittando anche dell’eccezionale presenza di due tavoli, si apparecchia per il pranzo e tutti si servono di ciò che preferiscono. Nel frattempo passano numerosi amici e conoscenti, anche altri allevatori, e così il gruppo aumenta, fino ad essere (ad un conteggio di Emilio) di 39 persone riunite lì lungo la strada.

Non si può però rimanere fermi all’infinito, dopo il dolce è ora di ripartire, c’è ancora un tratto da percorrere per arrivare al punto dove verranno fermate le vacche, in attesa dei camion che il giorno dopo porteranno gli animali in pianura. E così, senza più la scorta ufficiale dei vigili, si riprende la marcia verso San Marco.

Tra alberi che cambiano colore, prati di erba secca ed il panorama che spazia sulla Val di Susa e verso le montagne di Bardonecchia, si affronta l’ultimo tratto di strada. Chissà se tra queste foto ne troverò qualcuna di adatta per il concorso… Scattare e correre avanti, per recuperare la testa della carovana, oppure individuare il punto giusto per una foto un po’ diversa dal solito.

Adesso la luce è migliore rispetto al mattino, quando il sole era sempre alle spalle della mandria. Per fortuna di gente ce n’è tanta, così posso dedicarmi al ruolo di fotografo e niente più, anche se all’occorrenza si può sempre dare una mano per contenere qualche animale che sceglie la strada sbagliata.

Finalmente ecco l’ampio prato dov’è già stato realizzato il recinto e posizionata l’acqua per dissetare gli animali. Le nuvole vanno e vengono sulle montagne, il sole comunque ci ha accompagnato fin qui. I lavori comunque non sono ancora ultimati, sono rimaste all’alpeggio delle vacche da caricare, una che aveva appena partorito una zoppa… Insomma, la giornata degli allevatori, specie in questi giorni di transumanza, è comunque ancora lunga.

C’è però il tempo per qualche foto di gruppo, con i cani che partecipano mettendosi perfettamente in posa. Poi viene il momento dei saluti, per fortuna Claudio mi riaccompagna a Sauze, dove avevo lasciato la macchina al mattino. Anche questa transumanza per me è conclusa, in attesa della prossima, il giorno successivo. E’ una strana sensazione, passare da una transumanza all’altra, ciascuna con una sua aria particolare, una sua atmosfera legata al luogo in cui si svolge, alla gente che vi partecipa, agli animali.

Domande di fine estate

Sfruttando i lati positivi della mia precarietà lavorativa, quando me lo posso permettere, scappo sui monti, a metà tra la gita ed il lavoro. Come ho scritto ieri sera, ero andata a sentire com’è andata la stagione in un alpeggio sullo spartiacque tra Val Chisone e Val di Susa. L’ultima volta che ero stata là, c’erano altri allevatori…

Sono bellissime giornate, queste di fine estate. Temperature gradevoli, colori caldi, tempo abbastanza soleggiato, l’autunno che bussa delicatamente tra foglie che iniziano ad ingiallire e frutti rossi. C’erano vari cespugli che si tingevano della gamma del rosso: diverse specie di rose di macchia, con cinorrodi più o meno grossi, poi i grappoli di frutti del crespino… Intanto salivo lungo il sentiero che porta da Balboutet a Cerogne, perfettamente pulito e segnalato.

Da Cerogne, dove ho visto da lontano alcune manze al pascolo, ho continuato a salire verso le vecchie bergerie dell’Assietta. Altri bovini erano al pascolo in un vasto pianoro la cui parte iniziale era stata fortemente frequentata dai cinghiali, che avevano arato e sconvolto vaste chiazze del cotico erboso. Una volta raggiunte le bergerie, il più della salita era fatto. Adesso iniziavano i pascoli dell’Alpe Assietta.

Grasse marmotte scappavano al mio passaggio, dopo il fischio della sentinella: una aveva indugiato quell’istante in più prima di entrare nella tana, tanto da permettermi di fotografarla con una boccata di erba secca. Si preparano al lungo letargo, ormai qui non c’è quasi più nulla da mangiare e per loro l’autunno vuol già dire brutta stagione da trascorrere sotto terra.

Finalmente l’alpeggio, circondato da pascoli ormai completamente bruciati dal freddo. E’ veramente ora di abbandonare queste alte quote. Ma cosa sta succedendo? C’è una draga che scava, ma non è quello il problema. Non capisco cosa stiano facendo gli uomini là nel recinto delle vacche. E come mai gli animali non sono ancora al pascolo, a quest’ora?

La spiegazione ce l’avrò poco dopo: è stato allargato del fieno e le vacche lo stanno mangiando soddisfatte. "Non ci sono camion disponibili fino a lunedì mattina… tutti che scappano dalle montagne, in questi giorni! Speriamo che il tempo tenga e che non arrivi la neve… Le previsioni danno brutto venerdì, ma poi dovrebbe tornare subito il sole." Non conoscevo direttamente questi allevatori, ma le presentazioni sono presto fatte e… loro conoscevano me, almeno di "fama". Ida chiama subito Stefano, il figlio. "E’ Marzia, quella che fotografa i pastori! Portala su dalle pecore!!"

Pur tra le mie proteste, perchè dal gregge potevo andarci anche da sola, Stefano fa salire la cagnetta in macchina e mi porta su, chiacchierando costantemente e raccontandomi mille cose. "Come ti sembrano, le mie pecore? E’ una buona montagna, questa… Quelle lì segnate di verde non sono mie, le ho in guardia. Ce ne sono più o meno 500, di più sarebbero troppe." Anche se ormai mostra i segni della stagione, la montagna è buona sì, una delle migliori. Si sente nell’aria il profumo del trifoglio alpino…

Stefano mi racconta di averle sorvegliate tutta l’estate, costantemente. In questi giorni che le ha appena sopra alle baite, va giù a dare una mano qualche ora, anche perchè c’è tutto da preparare per la transumanza. Mi racconta del lupo (e ne abbiamo già parlato qui ieri), mi racconta delle preoccupazioni della moglie: "Lei è giù, fa un altro lavoro, ma tutti i giorni ci sentiamo, mi chiede delle pecore. Adesso dice che devo scendere, che devo venir via, che si rischia troppo… Si potrebbe ancora stare, non stanno male, posti dove andare al pascolo ce n’è ancora, per loro… Ma tra un po’ iniziano a partorire, e allora devo scendere. Io non le faccio partorire, in montagna. Troppo lavoro, anche con le vacche da mungere, i formaggi, tutto!"

Stefano parla, parla, anche se non ci eravamo mai visti prima, quando sei qui tra queste montagne, con vari altri alpeggi all’orizzonte ed un gregge intorno, argomenti di discorso ce ne sono. "Stavo per venderle tutte, una volta. Ogni tanto prendono quei momenti così… I miei stavano male, sia mio padre che mia madre. Era febbario, non ne potevo più. Davo da mangiare alle vacche in stalla, tutto a mano, poi alle pecore, poi di nuovo dalle vacche, avanti… Fino a mezzanotte ed alle sei del mattino già di nuovo in piedi. Ho chiamato uno a vederle, aveva un cliente, le avrebbe prese tutte per mandarle in Liguria. Un po’ per il prezzo, io volevo 10 euro in più di quello che mi offriva per ciascuna pecora… Poi ho iniziato a pensare: <<Ma cosa mangiano, in Liguria?>>. E così non le ho vendute e sono ancora qui!"

La passione traspare in tutte le sue parole, l’entusiasmo di questo giovane è trascinante. "Se hai da fare, io poi proseguo per conto mio…". Invece no, è felice che io sia lì, a fotografare le sue pecore in questi magici colori autunnali. Più in basso passa un branco di camosci, sono sei, tutti in fila. "Ci sono anche i cervi, sai? Escono dal bosco, li vedo spesso." Parliamo di altri pastori e di margari, della sua passione per le pecore nere e per i montoni con le corna. "C’è chi dice che dovrebbero darti pecore, quando il lupo te le ammazza. Io non vorrei… Ognuno ha la sua razza, non sono mica tutte pecore uguali! Quelle che piacciono a me, magari non piacciono a te, no?"

Mi accompagna su alla Testa dell’Assietta, di qui il panorama è superbo: le cime ed i ghiacciai francesi, le montagne della Val Chisone ed altre ancora alle nostre spalle, il Rocciamelone e quella linea netta di una strada che tante volte ho percorso d’estate, negli anni scorsi. Ricordi, ricordi ovunque io mi trovi. Ma ormai i cammini sono altri e scatto foto a queste pecore che, come bianche formiche, avanzano verso di noi. Sono animali sospettosi e diffidenti, non riesco a fotografarli da vicino, scappano appena io provo ad avvicinarmi.

Stefano insiste perchè io scenda nuovamente all’alpeggio per pranzo. "Dove ero prima, stavo al pascolo tutto il giorno, con lo zaino. Adesso qui è comodo, fa anche piacere mangiare a casa. Poi vengono gli amici a trovarti… Lasci le pecore un’ora o due, ma tanto al sabato ed alla domenica su di qua c’è sempre tanto di quel movimento!". Pranziamo tutti insieme, raccontando aneddoti del passato, ridendo, commentando vicende accadute in altri alpeggi. C’è il tale che quest’anno vuol fare tutta la transumanza a piedi con le vacche: "Ed è capace di farlo, conoscendolo! Chissà cosa succederà…". La foto di rito è con il Plaisentif, questo è uno degli alpeggi dove viene prodotto. Ida mi racconta che, proprio l’altro giorno, le hanno telefonato da Eataly: "Ma ne ho solo più poche forme, è quasi tutto già prenotato… Meglio così!"

Ida mi mostra anche la cantina di stagionatura, dove tome di varie forme e vari gradi di maturazione attendono di essere portati a valle. "Dopo facciamo un giro per portarne giù in cascina. Ormai manca poco, iniziamo a spostare quel che si può!"

"Fai la foto anche qui, che ci sono le tome fresche, il sale, il latte!". A proposito di foto, rimaniamo daccordo per la transumanza, se io non avrò impegni per il giorno stabilito. Partenza verso le 9:00, 9:30. Vedrò come organizzarmi, il percorso da seguire è molto bello e già Ida mi sta suggerendo qualche punto particolare dove si possono fare scatti interessanti: "…se uno è capace ed ha una buona macchina… Perchè era venuta un’amica, un anno, ma le foto non sono uscite un granchè!"

Il caseificio è piccolo, ma essenziale. In questo alpeggio manca solo una cosa, la corrente elettrica, e bisogna ovviare con un generatore. "Certo, potrebbero mettere un pannello… Con tutto quello che paghiamo per l’affitto al Comune!". Anche l’acqua scarseggia un po’, solo in questi giorni stanno facendo lo scavo per mettere dei tubi nuovi e far sì che torni a riempirsi la vasca per le vacche appena sotto alle baite.

Stefano vuole ancora una foto con il vitello di razza Pinzgau, che fa uscire apposta dal box nella stalla. Intorno alle baite ci sono innumerevoli cani, faraone, galline, oche, gatti… Bisognerà riportare a valle anche tutti loro! Ma la vita dei marghè è questa, qualche mese in alpeggio, il resto dell’anno in qualche cascina giù in pianura, per qualcuno ancora affittata, di anno in anno.

Nella stalla i rudun attendono la transumanza. "Speriamo non ci prenda la neve prima…". Stefano però dice che non nevicherà ancora: "Le marmotte non raccolgono l’erba, quindi non è ancora ora!". Mi spiace contraddirlo, ma gli mostro la foto scattata al mattino. Speriamo davvero che sia solo una marmotta previdente che si porta avanti con i lavori prima del tempo! Saluto i nuovi amici e mi rimetto in cammino. Che fare? E’ già tardi… Scendere dalla strada e rinunciare all’itinerario che avevo studiato sulla cartina?

Mentre salgo, noto con sorpresa che sono stati concimati i pascoli. Il letame tolto dalla stalla è stato sparso su alcune porzioni di terreno, in modo omogeneo ed ordinato. Un gran bel lavoro che non ho visto fare in tanti altri posti. La giornata è bella, decido di rischiare e tentare il giro lungo, la strada la percorrerò poi già con la transumanza.

E così salgo verso il Gran Serin, ammirando in tutta la loro estensione i pascoli dell’Assietta. Le vacche adesso si stanno allontanando per andare a brucare ancora un po’ d’erba, dopo aver ruminato il fieno. Le pecore invece si sono affacciate sul versante della Val Chisone e tra poco saranno visibili anche dalle baite, ma c’è già qualcuno che sta salendo per andare a controllarle. Questo è veramente un bell’alpeggio ad alta quota…

La strada militare mi porta tra fortezze e caserme, laghi e creste ventose. E’ un posto così unico, con tutto questo reticolo di vie tracciate e realizzate secoli fa. Passa qualche ciclista, qualche moto, anche in un giorno qualsiasi di una settimana di fine settembre, ad un passo dall’autunno, dal freddo, dal gelo.

Continuo il mio cammino, non si sono più mandrie o greggi a queste quote e nemmeno nei pascoli più in basso, che appaiono e scompaiono tra le nebbie. O sono scese definitivamente a valle, o sono tornate nei pressi degli alpeggi, dove brucano l’ultima erba prima della transumanza. Quassù l’aria è già più fresca, frizzante, ma è anche pomeriggio inoltrato. Non accendo il telefono, non guardo l’ora, arriverò quando arriverò, mi godo la giornata senza preoccupazioni.

Dalla Val di Susa salgono nuvole e nebbie, il Rocciamelone è scomparso, non posso guardare lontano con il binoccolo, così evito di pensare troppo al passato. Cammino veloce sulla strada, è così bello essere quassù completamente soli, lontano dalla confusione, da tutto. Mi domando perchè tanti si stupiscano, quando racconto delle mie gite in solitaria. E’ bello andare in montagna in gruppo, ma così riesco a cogliere tanti più dettagli, mi fermo a fotografare quello che voglio, penso… e assaporo quell’odore intenso di erbe amare che il sole e la nebbia diffondono nell’aria.

Dal Colle delle Vallette scendo seguendo tracce evanescenti di antichi sentieri, spaventando e facendo fuggire diversi branchi di camosci. Ogni tanto perdo la strada, poi la ritrovo segnata dal passaggio delle vacche che sono state fatte scendere più in basso non tanto tempo prima, a giudicare dalle tracce.

Il sentiero mi riporta sulla strada dell’Assietta, ma io sto cercando un’altra via di discesa, più "diretta", che troverò con qualche difficoltà e dopo un primo tentativo errato, tra i larici. Prima è la traccia delle vacche a guidarmi, in alcuni punti vi sono persino segni color rosso mattone sulle rocce, ma si confondono con i licheni. Sono comunque sulla strada giusta, per ora. Qua e là devo piegarmi sotto i rami dei larici cresciuti nel sentiero, che lasciano già cadere i loro aghi nel mio collo, tra i capelli.

Poi le cose si fanno più difficili, perdo le tracce in una vasta radura non pascolata, dove l’erba secca è frammista a piccoli cespugli di rose che si stanno allargando a colonizzare tutto. Chissà come mai qui non viene più nessuno? Che peccato, che tristezza questo pascolo abbandonato. Ci sono anche delle vecchie baite crollate e ritrovo qui il sentiero, tra due muri, completamente invaso dagli arbusti. Di lì in giù il mio cammino si fa difficile, con le spine che mi graffiano le gambe, alberi cresciuti sul sentiero, rocce franate, erba alta, arbusti. La discesa sulla strada è inesistente, la nuova pista che porta a Cerogne ha fatto morire questo sentiero.

Di lì in avanti taglio per i prati, domandandomi come mai solo pochissimi siano stati sfalciati. A Balboutet c’è una bella azienda che resta in montagna anche d’inverno, di fieno ne serve di sicuro tanto (ed infatti anche di qui vedo delle rotoballe nel cortile), ma la maggior parte dei prati ha ancora l’erba secca in piedi e le solite rose stanno già spuntando a chiazze qua e là. Sarebbe certamente un altro panorama vedere tutto pulito e curato. Come mai? Proprietari sconosciuti, emigrati, scomparsi? Storie di paese, tra gelosie e confini guardati a vista?

Con queste domande per me senza risposte, raggiungo l’auto e fotografo ancora i colchici, i fiori dell’autunno. Così come i crocus spuntano tra l’erba secca appena dopo lo scioglimento della neve, questi loro cugini segnalano la fine della stagione e la prossima venuta di nuova neve, quella che farà crescere i pascoli dell’anno che verrà.

Pecore ammaestrate?

Da quanto tempo non salivo a Praclaud? Ve lo posso dire con sicurezza, era il 2 settembre 2005 e stavo scrivendo "Dove vai pastore?". Quindi, dopo cinque anni e due giorni, ho attraversato il pittoresco borgo di Fenils e, tra nuvole di polvere, ho affrontato i tornanti che arrivano all’alpeggio della famiglia Fantino. A differenza di allora, l’alpeggio è dotato di una baita confortevole, dopo che, per anni, i pastori hanno abitato in un sorta di accampamento composto da roulotte. Saluto Rina, che mi fa visitare la casa, poi proseguo per incontrare Federico. Lui mi accompagnerà dove ci sono suo padre e suo fratello.

Polvere, erba gialla che pare di essere nella steppa. Queste sono montagne secche, aride, e poi adesso stiamo comunque andando verso la fine della stagione. Dopo i saluti, si parla del motivo per cui sono tornata qui. Il gregge ha appena subito un attacco da parte del lupo. Racconta Piero: "Le stavo portando giù da Pian dei Morti, ormai su non c’è più erba, è tutto secco, bruciato. Ero dietro, le pecore scendevano, ed ho visto… due lupi che attaccavano una pecora! Davanti a me, così, come se niente fosse! Di cani ne avevo solo uno, la femmina era giù con i cuccioli. Ma due lupi enormi, non ho mai visto bestie così! L’hanno uccisa sotto i miei occhi, tempo che sono arrivato, la stavano già mangiando…"

La carcassa è rimasta là nel canale, tra le rocce. Il giorno prima è venuto l’incaricato a visionarla per certificare l’attacco e dare il via alle pratiche per il rimborso. "Adesso la mangeranno le volpi, i corvi, i lupi dopo non la toccano più." In tutta l’estate non c’erano stati incidenti, ma questo gregge in passato era stato tra i primi ad avere dei problemi con i predatori. Dal 2000 in avanti, ogni anno il lupo aveva colpito. All’inizio non c’erano cani o recinti e Federico dormiva su ad alta quota con la tenda, per non lasciare il gregge da solo. "Nonostante che c’era lui, il lupo ha attaccato lo stesso, lui l’ha visto con la pila, mentre uccideva le pecore."

Le pecore adesso stanno scendendo tra i larici ed i pastori tornano alla baita per il pranzo. "Speriamo non le tocchi, quaggiù. Non puoi mai essere sicuro. Si tribola già tutto l’inverno, noi, e nemmeno in montagna si può stare un attimo tranquilli. Una volta… andavi su una volta al giorno per vederle, ma per il resto le lasciavi stare." A pranzo Piero continua a ribadire l’eccezionale dimensione di quei due lupi. "Abbiamo sentito sparare in Francia, al mattino. Secondo me si sono spaventati e sono venuti in qua. Ma non sono i soliti lupi delle nostre parti, erano più grossi di un maremmano, con il pelo più lungo. Sembravano quelli americani, quelli che si vedono nei documentari." Federico scuote la testa. "Ma sono io che li ho visti, non tu!!!", replica il fratello.

Torniamo dal gregge nel pomeriggio, Federico va dalle vacche, i genitori partono alla volta di Roaschia, paese di origine, per la festa della leva. Scendiamo lungo il pendio ripido, ma le pecore intanto risalgono nel bosco. "Andiamo comunque giù a vedere, non si sa mai… Se non sei insieme agli animali, non sei mai sicuro." Il gregge ormai è piccolo, poche centinaia di animali, ma questi pastori hanno vissuto ogni sorta di disavventure, nei tempi passati. L’abbattimento dei capi malati di scrapie, l’acquisto delle vacche, il lupo, i lunghi difficili inverni, il nomadismo senza una casa… Quando raggiungiamo il gregge, le pecore stanno già entrando nel recinto, anche se sono da poco passate le quattro del pomeriggio.

"Sono ammaestrate, vanno nel recinto da sole. Le ho aperte presto, quando sono piene vengono su. Il recinto lo lascio sempre qui, anche quando sono su in alto." Infatti è lo stesso posto di 5 anni fa, quando effettivamente eravamo saliti e scesi a piedi con tutto il gregge. "Se le lasci fuori fino alla sera tardi, prendono il vizio e di giorno dormono. Invece… se sanno che le chiudi ad una certa ora, mangiano quando possono!". Ogni pastore ha i suoi metodi. Piero chiude le reti, a me sembra di sentire ancora belati e campanelle altrove, ma probabilmente si tratta dell’eco.

"I cuccioli sono là sotto…". Alla base di un larice cavo, c’è una perfetta cuccia naturale, dove i tre cuccioli di pastore maremmano stanno giocando e ruzzolando. "Almeno uno lo tengo, gli altri li darò via ad altri pastori." Lo scorso anno il lupo ha attaccato anche un vitello, ma le ferite non sono state letali ed è sopravvissuto fino alla vendita. Si continua a dire che gli allevatori hanno "imparato" a convivere con il lupo, ma ogni volta che si parla direttamente con un pastore, il malumore emerge subito e le recriminazioni sono sempre le stesse. "E’ sempre più difficile lavorare! Il lupo ci causa problemi e disagi, anche se adesso di pecore ne abbiamo solo più poche. Se penso a quelle volte, ai primi attacchi, quando c’erano pecore morte tutte giù lungo il pendio… Le avevamo chiuse alla sera, ma c’era la nebbia, un gruppo era rimasto fuori, ed al mattino era una strage!"

Piero d’inverno non segue più le pecore, ma si occupa delle vacche. Tutta la famiglia continua questo mestiere e non hanno aiutanti esterni. Il padre a pranzo diceva che bisogna fare quel che si può in famiglia, se si inizia a rivolgersi ad operai esterni, non si riesce a rientrare delle spese, visto che si guadagna sempre meno. Piero fa anche il tosatore e mi racconta come, la scorsa primavera, abbia tosato 6.000 pecore. "Tutte io da solo! Un lavoraccio, una fatica, ma è ancora una cosa che rende, di richieste ce ne sono."

La mia sensazione era giusta, non si trattava dell’eco, c’è ancora un piccolo gregge rimasto più in basso, nel bosco. Le facciamo risalire verso il recinto, ed intanto più in alto tra i larici fa capolino un altro gruppo di animali, tra i quali vi sono numerose capre. "Mi sembrava che non ci fossero tutte…". Alla fine l’intero gregge è al sicuro nel recinto, la batteria viene accesa, il cane maschio resta tra le pecore, la femmina invece va dai cuccioli, a pochi metri dal recinto.

"Andiamo ancora fin là? C’è un bel panorama… e poi così vedi l’asino bianco." L’asino è al riparo in una delle caserme diroccate, su di qua è tutto un reticolo di vecchie strade militari e strutture abbandonate, fin su alla cima dello Chaberton. Questo maschio ha avuto degli scambi di opinione un po’ violenti con l’altro asino, quindi adesso sta per i fatti suoi e Piero dice di volerlo vendere, perchè non può gestire insieme i due animali.

Questi pendii sembrano essere quelli di un vulcano, con queste rocce così scure ed i versanti che scendono a picco, quasi senza un filo d’erba. Il panorama in effetti è molto suggestivo, il fondovalle è lontano, ma il pastore parla già di quando si dovrà partire, scendere a valle. A tavola lui ed il fratello raccontavano di quando, lo scorso anno, avevano pensato di portare la mandria a pascolare in Liguria, d’inverno, ma alla fine non se n’era fatto niente per vari intoppi bucocratici. "Ero anche andato a vedere, sarebbe stato un bel posto, lungo il fiume… altro che i nostri inverni qui!", spiegava Federico.

Ancora uno sguardo a queste montagne dove di pioggia n’è caduta meno che altrove, poi si ridiscende per piste e sentieri, fino a raggiungere la macchina. Altre nuvole di polvere mentre si affrontano i tornanti, lascio Piero alla baita e mi sposto verso un’altra vallata, per altri incontri, altre storie, altri momenti di vita in montagna, prima che davvero la stagione sia finita.

Camminando ed osservando

Una gita in Val di Susa. Bene o male, ovunque si vada in montagna, vicino a qualche alpeggio si passa. In qualche caso può anche essere un alpeggio molto particolare.

Come qui, alla Certosa di Montebenedetto. Un alpeggio all’interno di un edificio storico! Sicuramente non il "classico" alpeggio che potremmo pensare di incontrare. Quando arrivo, i margari hanno appena finito i lavori di mungitura, caseificazione e pulizia di tutte le attrezzature.

Nel punto vendita, in bella mostra, i "soliti" rudun. Due parole con i margari, ma la giornata è ancora lunga ed i passi da percorrere… molti, moltissimi. Questo alpeggio è collocato ad una quota relativamente bassa, che però permette agli allevatori di trascorrere qui una stagione lunga, più lunga che non ad altitudini maggiori.

Le vacche sono ancora in stalla, tra poco verranno fatte uscire all’aperto per andare al pascolo. Sono di razza Vosgienne, una razza francese rustica ed adatta alla montagna.

Qui i pascoli non sono un granchè: sembra sia già stato pascolato tutto… Certo, l’effetto visivo è ottimo, sembra un prato all’inglese, ma mi domando dove verranno condotti gli animali. Poco più in là c’è un irrigatore in funzione. Sento i campanacci, la mandria viene avviata verso qualche pascolo dove sicuramente c’è ancora erba.

Più avanti lungo il mio itinerario incontro altre baite, siamo all’Alpe Fumavecchia. Anche in questo caso, sento solo le campane e non vedo nessuno. I pascoli, oltre ad essere stati mangiati completamente, sono secchi, riarsi. Serve pioggia e, soprattutto, non serve il vento! Da queste parti però è una presenza quasi costante.

Il mio lungo giro prosegue, raggiungo quote maggiori, vedo mandrie più in basso sul versante della Val Sangone. Dopo il Colle del Vento ricomincio a scendere, sembra un vallone abbandonato, fotografo i miei "soliti" eriofori nei pressi di un laghetto che si sta interrando. Qualche campana risuona lontana, ci sono delle vacche sul versante, molto più in alto, lasciate sole a consumare quei pascoli, senza sorveglianza, senza persone che risiedano stabilmente in qualche baita.

Sicuramente un tempo non era così. L’Alpe Mustione contava quattro grossi fabbricati, ma ormai le baite sono prossime al crollo. Apparentemente ancora integre, circondate da una spianata di romici ed ortiche, mostrano i segni del tempo e dell’incuria. Troppo scomodo vivere quassù, troppo difficile… Si usano ancora un po’ i pascoli, ma questo non è più un alpeggio.

Scendendo lungo il torrente, non si possono non notare i cumuli di legname ammucchiato nel suo letto, tra i sassi, dalle valanghe dell’inverno 2008-2009. In caso di forti piogge saranno un vero pericolo per chi, ignaro, risiede nel fondovalle. Ma chi viene ancora quassù a recuperare questa legna? Questa non è una montagna viva, nonostante le decine e decine di turisti che si incontrano poco sotto, intorno al Rifugio Gravio.

Arriva l'estate

Era l’ultimo giorno di primavera. Nella notte era capitato di svegliarsi… o perchè si aveva troppo caldo, avendo esagerato, tra sacco a pelo e coperte, o perchè qualche pecora scuoteva la testa, facendo risuonare la campana. Qualche belato di un agnello, la risposta della madre. Forse una capra era pure salita sul tetto. Ad un certo punto era stata la pioggia che batteva sulle lamiere a dare la sveglia, ma fuori era ancora troppo buio. Si aspettava che fosse il pastore a dare il buon esempio, alzandosi per primo.

"Che giornata di m…", questo era stato all’incirca il suo buongiorno, dopo aver alzato la tendina per guardare fuori. Alle sette del mattino eravamo tutti in circolazione intorno alle baite, mentre le pecore erano ancora in gran parte sedute. Qualcuna si guardava intorno, quasi a chiedere perchè… Perchè faceva così freddo? Perchè c’era la neve appena sopra alle baite? Per fortuna il comignolo iniziò subito a fumare, un posto caldo c’era, accanto alla stufa.

Il cielo non prometteva nulla di buono, anche se il sole filtrava dalle nuvole. Dopo colazione, ciascuno si occupò di qualcosa: in due partirono per risistemare al meglio i tubi dell’acqua, altri badavano agli agnelli, controllavano che avessero poppato e che fossero vicini alle madri, e c’erano anche alcuni nuovi nati, venuti al mondo proprio in quella notte di maltempo. "Alle 10:30 mettete su il paiolo!", aveva detto Beppe prima di partire a controllare i tubi dell’acqua. Di certo era il giorno giusto per la polenta!

Appena sopra alle baite, c’era questa femmina di camoscio con il suo piccolo. Erano stranamente fermi e quasi si lasciavano avvicinare. Lei continuava a chinarsi a terra, sembrava leccasse qualcosa. Appena cercavo di andare verso di lei, scappava appena qualche passo più in là, ma poi tornava a quel monticello di terra. Più tardi lì avrei trovato la terra raspata e leccata, era il posto dove lo scorso anno i pastori avevano dato il sale alle pecore.

Il gregge non accennava a muoversi, la notte era stata difficile, la giornata sarebbe stata lunga… Così potevo aggirarmi indisturbata, a scattare foto ai soggetti più fotogenici. Come questa buffa capra dalle lunghe orecchie che ruminava con gusto. Il pastore dice che è di razza Ionica, ci sono anche due caprette che le assomigliano, probabilmente sue figlie? Mi sono dimenticata di chiedere informazioni in merito!

C’era anche questa pecora elettricista, che aveva scelto come punto di osservazione il pilastro del palo della linea elettrica, così poteva guardare dall’alto le sue compagne, mentre il tempo evolveva rapidamente, passando dalla tormenta a qualche timido raggio di sole. L’aria restava fredda e, sulle montagne dello spartiacque con la Val Chisone, stava ancora nevicando.

Il gregge attendeva tempi migliori per ripartire al pascolo. Le pecore erano concentrate sul sentiero, per avere un posto più comodo ed un po’ più in piano. Il poco sole che era spuntato non riusciva ancora ad asciugare la loro lana, ma aveva già fatto sciogliere parte di quella spruzzata di neve caduta nella notte.

Guido aveva fatto risalire gli asini, prima di tirare un filo che impedisse loro di scendere verso i pascoli più ripidi. Visto che il maschio era salito fin verso le baite, perchè non approfittarne per una foto? Ma si lascerà salire in groppa? L’asino si presta senza protestare, addirittura si mette in posa… e così ecco una foto di gruppo con Claudia, Guido e Cristina.

Di salire verso il colle, con questo tempo, non se ne parla. Così seguo un sentiero che taglia via in piano e va verso la cascata. Appena girato il costone, l’erba è più bassa, in alcuni punti la neve è appena sciolta, qua e là fioriscono i rododendri, ma soprattutto sono gli smottamenti ad essere impressionanti. In vari punti la montagna è fessurata, grosse zolle sono scivolate verso il basso. Solo in qualche caso si è davvero innescata la frana, portando a vista la terra e le rocce, altrove ci sono queste spaccature larghe una spanna o poco più, che fanno temere per la prossima pioggia, specie se intensa come quelle dei giorni scorsi.

Sulle rocce sopra alle baite fa capolino anche una giovane femmina di stambecco. Ormai siamo tutti intorno alla stufa, ha ripreso a piovere, la nebbia va e viene, le pecore stanno pascolando vicino alle case, si spera che non si allontanino, proprio adesso che è ora di pranzo e che tutti vorrebbero sedersi a tavola senza preoccupazioni.

Tutti vorrebbero andare vicino alla stufa a girare la polenta. Guido dà il cambio a Beppe, non c’è più nessuno che abbia scarponi o pantaloni asciutti. La trippa e lo spezzatino sono stati fatti scaldare, si aspetta solo che arrivino quelli che erano scesi a recuperare un’asina ed a fare un altro carico per la teleferica. Si mangia con gusto, è tutto buonissimo, l’atmosfera è rilassata, ma non si scherza più come la sera prima. Sarà il tempo? Sarà quest’ultimo giorno di primavera così freddo? Sarà che sta iniziando davvero la stagione di alpeggio? Gli amici presto scenderanno, lassù resteranno solo i pastori e non è detto che qualcuno vada a trovarli, nelle giornate fredde ed uggiose.

Ancora quattro chiacchiere dopo pranzo, prende sonno, la digestione, il caldo della stufa… Le pecore sono tornate vicino all’alpeggio, c’è di nuovo la nebbia, quando si inizia a scendere verso il basso. Nel fondovalle sembra faccia un po’ più bello. Un saluto a tutti, un arrivederci, magari quando il gregge avrà poi passato lo spartiacque e sarà sui pascoli di Malciaussia.

Inizia a gocciolare quando ormai siamo nei pressi di questo alpeggio: le vacche sono appena state condotte al pascolo e lassù, al limite delle nebbie, si intravvede appena anche il gregge, che poco dopo si allargherà sui pendii ripidi ai confini con il cielo. Tempo di raggiungere la macchina e piove a dirotto. Nel fondovalle è tutto deserto: un po’ il tempo, un po’ la partita alla TV. Il termometro della macchina segna 12°C a Chianocco, forse allora era giusto, quello appeso fuori dalle baite, che segnava 4°C… Buona estate a tutti i pastori e margari lassù nelle valli.

L'arrivo sull'alpe

Le previsioni del tempo, in questo mestiere, non si sfidano… si accettano passivamente o, quando lo si può fare, si cerca di usarle per non correre dei rischi. Questa volta le previsioni parlavano di violenti temporali, ma per fortuna la transumanza stava iniziando con condizioni buone.

Il gregge, al mattino presto, era già in cammino. Lentamente si saliva lungo la strada, ben sapendo che la destinazione finale era molto, molto più su. Il fiume di pecore offriva il solito spettacolo, ma ben pochi lo potevano apprezzare, in quel sabato mattina. Più in basso, nel fondovalle, si sentiva invece il suono caratteristico di una rudunà, infatti c’era anche una transumanza di vacche diretta all’altro versante della valle.

Abbandonato l’asfalto, si inizia a salire nel bosco lungo una pista che, più avanti, diventerà sentiero. Le pecore sono lente, chi è alla fine della fila si domanda come mai davanti non procedano più spediti, in fondo qui non ci sono ostacoli, non ci sono problemi… L’aria è fresca, ma camminando ci si riscalda e c’è pure il sole a rendere più gradevole il viaggio.

Il tempo, come sempre, è un ottimo argomento di conversazione… Sarà proprio vero che nel pomeriggio arriverà la pioggia, i temporali? Riusciremo a raggiungere le baite senza la nebbia, a differenza di due anni fa? E’ possibile che l’indomani possa davvero nevicare? Le pecore intanto continuano il loro cammino.

Le montagne della valle hanno ancora le cime imbiancate e parte della neve è fresca, caduta nei giorni scorsi. Si spera che, più a monte, le forti precipitazioni non abbiano causato danni. Un anno è l’alluvione, un anno sono le valanghe, il successivo… Insomma, c’è sempre qualche imprevisto ad incrociare il cammino del gregge.

Giovanni osserva il passaggio delle pecore, la speranza è che tutto fili liscio, ma già al mattino presto qualche contrattempo si presenta ad "animare" la giornata. Si cerca di girarla sullo scherzo, chissà quante cose potranno ancora succedere, prima che sia sera! E non è detto che siano colpa delle donne, o degli uomini… A volte la colpa è della fretta, della stanchezza, del nervosismo. Nonostante questi piccoli momenti di tensione, la transumanza comunque procede bene, per adesso.

Una breve pausa per le pecore, qualcuno torna indietro per recuperare i mezzi ed anche il cibo, che non è dove doveva essere. Ci si organizza anche per chi tornerà a valle il giorno successivo o quel giorno stesso, di modo che le macchine siano nel punto più comodo dove raggiungerle.

Quelli che sono rimasti riprendono il cammino con il gregge, che si snoda in una lunghissima fila lungo la pista. Dalla fine della colonna arriva l’abbaiare dei cani, le grida degli uomini che incitano gli animali, davanti invece le prime pecore e le capre camminano veloci, quasi spingendosi, come se avessero fretta di arrivare a destinazione.

Le piogge hanno rovinato la fioritura dei maggiociondoli, che quasi non hanno profumo. La vegetazione quest’anno è in ritardo, la primavera non è sicuramente stata calda. Il pastore non ha tosato le pecore e, per adesso, non è pentito di questa scelta, anche se nella lana ci sono parecchi semi spinosi che gli animali hanno "raccolto" lungo i fiumi.

Si attraversa un ruscello, le pecore hanno sete nonostante non faccia caldo. Sono ancora evidenti i segni delle passate stagioni: alberi e rami divelti dalla furia dell’acqua o delle valanghe. La mulattiera sta per sfiorare la strada asfaltata, finalmente anche gli uomini potranno fare uno spuntino, a metà tra una colazione tardiva ed un rapido pranzo.

Poco per volta il gruppo si compatta, si "prepara tavola" e ciascuno si serve con ciò che preferisce. Il discorso si sposta sulla teleferica, che parte proprio da quel punto. Con apprensione tutti guardano verso l’alto, alla base dell’ultimo pilone pare ci sia stata una frana: e se il pilone si fosse inclinato? E se fosse scivolato verso valle? La corda principale non sembra sufficientemente tesa… Che fare? Qualcuno inizia a raccontare le brutte avventure dell’anno precedente, quando invece il carico forse eccessivo aveva fatto sì che il carrello toccasse i rami, rimanesse impigliato e… si rovesciasse, spargendo cibo, pentole ed ogni alta cosa giù per il pendio. "Proprio nel punto più ripido!". Si era recuperato il recuperabile, ma…

Per fortuna dall’alto arrivano voci positive, il pilone è a posto, si può tirare un sospiro di sollievo, perchè nessuno voleva pensare a cosa poteva voler dire dover portare su tutto a spalle, anche utilizzando qualche asino come aiuto. Il carrello inizia la sua salita mentre tutti trattengono il fiato, poi ci si rimette in marcia e le pecore non vogliono saperne di incamminarsi. Il passaggio di questo torrente richiederà un tempo infinito…

Le pecore si allargano a pascolare, le retrovie non arrivano, non si capisce bene cosa stia succedendo nel bosco. Per fortuna c’è il sole, altrimenti questa attesa avrebbe potuto essere snervante, irritante! Che fare? Come mai sotto ci impiegano così tanto tempo? Davanti non ci sono cani, gli animali fanno quello che vogliono, è impossibile contenerli.

Solo gli asini seguono il sentiero, mentre il gregge appare e scompare tra alberi e radure. Loro preferiscono non faticare troppo affrontando ripide salite, così, brucando lungo la strada, poco per volta salgono verso i pascoli oltre il bosco. C’è un buon numero di asini, anche se il pastore ha detto che alcuni sono già all’alpeggio a Malciaussia, insieme alle vacche.

Più tardi Giovanni raggiungerà il gregge, dopo aver finito gli spostamenti dei mezzi ed aver completato il secondo carico della teleferica. Finalmente gli animali verranno un po’ ricompattati ed inizieranno a salire verso l’alto, uscendo dal bosco. Il tempo tiene ancora, nonostante i nuvoloni che si addensano qua e là. L’attesa sarà ancora lunga… Il sentiero in qualche punto è quasi interrotto da frane che sembrano molto recenti.

Finalmente si arriva alle ultime curve del sentiero, Cristina ha un agnello a spalle e ci racconta le varie peripezie che hanno rallentato la salita: il passaggio difficile del torrente, il basto dell’asino scivolato a terra, una generale mancanza di coordinamento, con tutti che gridavano da una parte e dall’altra, una pecora che non voleva più saperne di salire, un’asina zoppa… Il gregge adesso si sta radunando nei pascoli sotto la bastionata: gli animali brucano tranquilli, sembrano non avere intenzione di salire, d’altra parte mancano ancora gli uomini con i cani a "chiudere" la transumanza.

Quando si arriva quasi in vista dell’alpeggio, c’è un balcone naturale sulla valle, con questo enorme sasso che pare uno scherzo della natura. Arriverà, il temporale? Ormai non fa (quasi) più paura, visto che le baite sono lì vicino. Tra l’altro, pare che ci sia un altro imprevisto: le frane non hanno danneggiato la teleferica, ma manca l’acqua… perchè probabilmente uno smottamento deve aver interrotto i tubi. Ci sono 1.700 metri di tubazione che, dal torrente più vicino, corrono fino all’alpeggio, con un dislivello di appena 22 metri.

Ecco le baite di Balmafol, questa volta la nebbia non c’è, per il momento splende il sole, pur con un’arietta abbastanza fresca. Quanto tempo per arrivare fin quassù… ed il gregge comunque non c’è ancora, solo qualche asino ha completato la transumanza, per adesso!

Arriva il secondo carico della teleferica, manca ancora l’acqua e si è scoperto che le piogge degli scorsi giorni sono riuscire ad entrare in una delle baite, bagnando l’unico letto che non era stato coperto con un nylon. Si prova a far asciugare materasso e coperte al sole, ma… D’altra parte, a quasi 2000 metri, non si può pretendere di avere proprio tutto! Oggi ci sono già comodità e "lussi" che le passate generazioni di pastori non si sognavano nemmeno. E pensare che questo alpeggio viene citato già nei documenti del 1600!

Finalmente arriva anche il gregge. La lunga colonna si attorciglia sulla mulattiera, per affrontare quel tratto lastricato del sentiero che sale ripido oltre la bastionata rocciosa. Il cammino adesso è veramente concluso, sono passate quante ore da quando si è partiti? Almeno una decina… però alla fine è andato tutto bene! La transumanza a piedi è faticosa, ma caricare gli animali sui camion è persino peggio.

Le pecore vengono chiamate avanti, l’erba verde brilla nell’ultimo sole pallido, il tempo sta cambiando rapidamente, le temperature si stanno abbassando e sempre più si riflette su quanto stiano bene le pecore con la lana lunga. Fossero state appena tosate… E così il gregge si porta in avanti, attraversando i ripidi versanti che pascolerà nei giorni successivi.

Mi suggeriscono di salire sulle rocce sovrastanti l’alpeggio, per fotografare di là l’arrivo del gregge, ma pecore e nebbia stanno avanzando di pari passo. Un paio di istanti dopo questo scatto, il gregge è presente solo più come suono confuso di belati e campanelle, mentre la nebbia avvolge tutto.

Gli animali prendono possesso del luogo, mentre gli uomini svolgono i vari compiti: chi si occupa degli agnelli, chi ancora sta cercando di avere la meglio sui tubi dell’acqua, chi prepara i letti e chi tossisce vicino alla stufa che stenta ad accendersi. Lentamente l’alpeggio prende vita, dimenticando in fretta i lunghi mesi trascorsi da quando tutto era stato chiuso e gli animali erano scesi a valle.

Uno degli ultimi lavori di giornata è quello di predisporre il recinto per gli animali. L’acqua intanto è arrivata, le vasche della fontana si stanno lentamente riempiendo, ma l’indomani si provvederà ad aggiustare qualche tratto per il quale adesso è stata trovata una soluzione di fortuna temporanea. Quando finalmente tutti saranno nelle baite… si potrà dire che la giornata è andata bene ed il tempo è stato clemente!

A cena si può ridere e scherzare: c’è la luce, c’è l’acqua, la televisione funziona, la stufa scalda, dopo aver affumicato l’ambiente, c’è cibo in abbondanza e non manca l’allegria, aiutata anche dal vino. L’indomani si vedrà… per adesso si può andare a letto con la pancia piena ed una buona dose di stanchezza accumulata da quando era suonata la sveglia al mattino. Prima di raggiungere il letto, uno sguardo all’impressionante panorama della pianura illuminata di migliaia di luci gialle, bianche ed arancioni. C’è una vista spettacolare, da Balmafol… Ma viene anche voglia di non dover più scendere a far parte di quelle luci, di quel mondo lontano e vicino nello stesso tempo.

Tenere bene le pecore

Nella gran parte dei casi, su questo blog riesco a presentarvi foto di "belle pecore". Intendiamoci, ciascuno ha le sue preferenze per quello che riguarda la razza e l’aspetto dell’animale (orecchie, naso, biellesi o bergamasche, sambucane o roaschine, sarde o…). Io però sto parlando di animali in forma, ben tenuti, sani, grassi. Certo, in un gregge ci può sempre essere qualche animale più vecchio degli altri, oppure qualcuno che sta male, sofferente per un malanno temporaneo o invece vicino alla sua ultima ora. Però un buon pastore gli animali li tiene bene, si sacrifica per loro, gli piange il cuore se alla sera per qualche motivo deve "chiuderle vuote", cioè deve farle entrare nel recinto senza che si siano saziate pascolando.

L’altro giorno, rientrando da una serata di presentazione del libro, ho visto in una stoppia di mais un piccolo gregge. Non piccolissimo, ma non arrivava a 300 unità. Insomma, un gregge che non ti da da vivere, il proprietario sicuramente ha qualche altra entrata, che sia la pensione, che sia un altro mestiere. Non ho potuto resistere, ho deviato, parcheggiando in una stradina che fiancheggiava il campo, e mi sono avvicinata a piedi.

Le pecore si sono avvicinate alla rete, guardandomi con curiosità. Sembravano nutrire qualche speranza sull’apertura delle reti, per andare al pascolo, visto che la mattinata era ormai inoltrata. La prima cosa che si notava era la lana: lunga, stopposa, sicuramente non tosata da tempo. E poi i lineamenti, diversi da quelli delle pecore che solitamente vi mostro. Assomigliavano a certe pecore che avevo visto in delle foto storiche, qui non si sono operate grosse selezioni per migliorare la razza.

Non c’era poi bisogno di entrare nel recinto per vedere che molti animali avessero dei problemi di vario tipo. Uno dei più evidenti era la rogna, malattia della pelle che fa sì che la lana si stacchi a ciocche e la pelle si lesioni. Gli animali si grattano per il prurito, arrivando anche a ferirsi, presentando poi vaste chiazze sanguinanti. Non è difficile curare questa malattia, basta fare agli animali un bagno con dei prodotti particolari. In questo caso bisognerebbe sottoporvi tutto il gregge, non solo gli animali che manifestano il problema in modo più evidente. E poi le pecore andrebbero tosate almeno una volta all’anno. Ultima annotazione: questo gregge sicuramente si sposta sul territorio e quella è una zona dove transitano diverse greggi vaganti, pertanto c’è anche rischio di trasmissione della malattia. Come mai la rogna non è una patologia che venga tenuta sotto controllo? Non è pericolosa per l’uomo e non causa la morte dell’animale, ma sicuramente influisce sul suo benessere. Qui il sito dei servizi veterinari svizzeri, dove è chiaramente detto che è contagiosa. Oltre che tra di loro, gli animali possono essere contagiati da selvatici affetti da rogna (caprioli, cervi, mufloni).

Anche ieri ho visto animali non proprio ben tenuti. Alle alte quote gli alpeggi sono ancora silenziosi e la neve copre la gran parte dei pascoli. Il manto nevoso non è consistente come nello scorso anno ed in questi giorni in cui finalmente splende il sole, le temperature sono abbastanza elevate, infatti un po’ ovunque scorrevano ruscelli intorno ai quali già si aprivano delle chiazze di suolo.

Le pecore le ho incontrate ovviamente a quote inferiori. Un piccolissimo gregge, che pascolava l’erba quasi inesistente tra le chiazze di neve. Anche questi animali presentavano i sintomi della rogna, ma non ho potuto avvicinarmi: loro scappavano spaventati, e poi è intervenuto l’anziano pastore, per nulla socievole, mandando il cane affinchè io non potessi andare vicino. Ho provato una battuta in dialetto, dicendo che era ancora un po’ presto per andare al pascolo, ma non ho ricevuto risposta. Uno potrebbe pensare che un piccolo gregge sia più facile da gestire che non uno di grandi dimensioni, ma purtroppo spesso si incontrano miseri animali allevati in qualche borgata sparsa sulle montagne.

Qui vedete la stalla ed il fienile di questo gregge… ed è ancora una sistemazione di lusso, perchè mi è già capitato di vedere vere e proprie spelonche buie ed umide, con lo strato di letame sul pavimento che sale, sale, fino a quando gli animali si trovano a contatto con il soffitto. Certo, anche questi allevatori hanno la passione per le pecore, ma mi domando perchè non intervenire almeno a curare la loro salute, per avere la soddisfazione di vedere animali belli!