Non potrei più stare senza animali

Ancora una storia di capre… e di donne! Sempre in Val d’Aosta, in una mattinata ho incontrato due amiche che gestiscono due aziende a poca distanza l’una dall’altra. Andiamo con ordine ed iniziamo da Eliana.

Ci eravamo già viste alla Foire des Alpes ad Aosta in una delle passate edizioni, ma questa volta l’ho raggiunta a casa sua in Valpelline, in una frazione di Bionaz, dove ha sede l’azienda agricola “La Tza” e dove lei vive tutto l’anno con i suoi bambini. “E’ stata una scelta di vita. Io e il mio ex marito lavoravamo all’ARPA , stavamo a Torino, ma volevamo vivere in montagna. Quando sono nati i bambini abbiamo deciso di realizzare questo sogno. Conoscevamo già la val d’Aosta, quando io ho visto questo posto me ne sono innamorata, era d’autunno, era caduta la prima neve… Volevano affittarlo, ma c’erano troppi lavori da fare per sistemarlo. Abbiamo girato, anche in Piemonte, ma io continuavo ad avere in mente questo posto. Per una serie di coincidenze eravamo in valle quando il padrone ci ha telefonato, siamo passati da lui e… abbiamo comprato!

Alla Coop c’erano bottiglie da 250 ml di latte di capra ad un prezzo tipo 3 euro, così per scherzo abbiamo detto: <<Possiamo allevare capre!>> Ho fatto il corso sia per giovani agricoltori, sia per caseificare. Non avevo mai avuto animali, solo pesci rossi e il criceto. Adesso ho 42 capre, due cani e sei gatti, mi manca il cavallo, ma prima o poi… Siamo arrivati qui nel 2010 per seguire i lavori di ristrutturazione, nel 2011 abbiamo preso le capre. Ho imparato provando, subito di notte nemmeno dormivo, avevo paura che morissero!”

Adesso sono da sola, faccio tutto io, seguo gli animali, vado al pascolo, faccio il formaggio e vado a vendere ai mercatini. D’inverno è dura, non puliscono la strada, lo scuolabus arriva fino alla fermata sotto, con i bimbi scendiamo a piedi. Per me le bestie sono una grande responsabilità, lo sento pesante nei momenti di crisi. Però nello stesso tempo sono la compagnia migliore, ti danno tanto e non chiedono niente. Io non potrei più stare senza animali! Qui per me è una gran libertà, stare così come mi sento, non dover guardare come sono vestita, pettinata… Mia madre invece non ha mai accettato che io, laureata in biologia, facessi questo.

Quando ho iniziato… non mi aspettavo niente! Per me tutto è stato fantastico! Non posso pensare di fare altro, anche se tutto sembra difficile, duro. Vederle belle con il pelo lucido al pascolo a questa stagione è una gran soddisfazione. Poi quando la gente apprezza i tuoi formaggi, specialmente se lo fa un Francese!“. Ad una certa ora le capre smettono di pascolare e tornano verso la stalla.

Qui le capre sono mal viste, ci sono solo vacche. Per gli allevatori sono bestie stupide, inutili. Non mangiano nemmeno il formaggio di capra. L’accoglienza comunque è stata buona, mi danno una mano, io non ho il trattore e vengono ad aiutarmi. E’ tutta una grande famiglia, nel bene e nel male.

Mentre le capre risalgono, anche una comitiva di bambini cammina lungo la strada. L’incontro non è proprio dei migliori, la maggior parte di loro grida terrorizzata. Molti esclamano: “Le pecore!“. Eliana invita una bambina ad accarezzare un animale, ma lei si ritrae inorridita. Una si lamenta perchè la “pecora” le ha annusato lo zaino. “E’ sempre così, i bambini di città non sanno più niente. Hanno paura degli animali, sono schifati.

Eliana mi parla dei debiti, i soldi da restituire all’ex marito: “Quando ci siamo separati, lui voleva vendere tutto. Io di qui non voglio andare via! Mi piace stare quassù, sto bene anche da sola. Da giovane avevo letto Il barone rampante e volevo vivere su di un albero…

Mi mostra la stalla, il fienile. “Faccio le scorte ad ottobre, poi spero che la neve vada via…“. Le caprette giovani non vengono portate al pascolo, restano in stalla, fuori con Eliana c’erano solo le capre in mungitura. “Qui in stalla mi da soddisfazione impagliare, vederle che stanno bene, nel pulito.

Il caseificio è moderno, realizzato con la ristrutturazione degli edifici. Poi c’è la cantina, con tutte le forme a diversi gradi di stagionatura. “Faccio tome, robiole e caprini, lattiche e presamiche. La robiola ha vinto al concorso. Tutto quello che ho ancora lo vendo alla Fiera di Sant’Orso, lo scorso anno al sabato avevo già finito tutto.

A lavorare in proprio non sei solo un numero

Esattamente una settimana fa, in un venerdì pomeriggio di sole e di vento, ho fatto un giro per Aosta. Non c’ero mai stata, intendo dire, non avevo mai visitato il centro della città. Visto che uno degli allevatori mi aveva dato appuntamento alle 16:00 quando avrebbe partecipato ad un mercatino, ne ho approfittato per riempire le due ore che avevo da aspettare facendo la turista.

A volte andiamo tanto lontano a cercare cose da vedere e poi… i piccoli gioielli li abbiamo dietro casa. I resti romani della città possono essere visitati ed ammirati, ci sono numerosi turisti stranieri in giro… Ma alla fine io sono comunque qui per parlare di capre e presto lo farò con un “personaggio” che incontrerò di lì a poco.

Subito non capisco dov’è il mercatino “dietro alla cattedrale“, ma continuando a girare a piedi, troverò un portone aperto e, in un giardino, le bancarelle. Dopo Fulvio mi spiegherà che si tratta di uno spazio messo a disposizione da un privato, pertanto tutti gli espositori non devono nemmeno chiedere l’autorizzazione al Municipio. “Siamo nel circuito di Genuino Clandestino.

Subito Fulvio non c’è, dopo mi racconterà di essere arrivato in ritardo perchè gli erano scappate le pecore. “Le tengo per pulire quello che le capre non mangiano, sono di razza Rosset, la razza locale valdostana. Faccio mercati, ma in futuro l’obiettivo è di farne meno, poi ho il punto vendita in azienda a Gignod. Fornisco negozi, ristoranti. I negozi sono i più costanti negli acquisti.

Il mercatino ha un suo pubblico che arriva in modo mirato, compra e se ne va: c’è frutta, verdura, torte, pane… “Avevamo una piccola azienda di bovini, io ho studiato all’estero in Francia all’Ecole Nationale d’Industrie Laitière, poi ho lavorato sempre in Francia. Quando sono tornato, ho lavorato sia per l’Institut Agricole, sia come tecnico della Regione, poi ho aperto l’azienda a mio nome. Ho scelto le capre per mia passione, poi c’era più possibilità di innovare.

Adesso siamo in 20 in val d’Aosta a fare formaggio di capra. Noi, dal 2007, siamo sempre stati i più cari in valle, ma non abbiamo problemi a vendere i prodotti. Ho iniziato facendo un po’ di tutto, poi da un paio di anni privilegio le lavorazioni francesi: lattiche, tronchetti, piramidi, con carbone vegetale… Non siamo ancora certificati, ma l’alimentazione degli animali è già totalmente bio. I negozi sarebbero ancora più interessati al prodotto bio.

Sono soddisfatto delle mie scelte. L’obiettivo è arrivare a 40 capre, non di più. Ho tutte Saanen. Per una famiglia 40 è un numero che va bene, il fieno è tutto autoprodotto. In inverno faccio anche un po’ di altri lavori, consulenze, mia moglie era cuoca, adesso lavora nell’azienda. Quando abbiamo iniziato, ho detto: <<Proviamo, vediamo come va!>> Anche adesso, la società francese per cui lavoravo, mi riprenderebbe subito, però da più soddisfazione lavorare in proprio, là invece sei solo un numero.

Qui la capra adesso è vista più per le battaglie

Per il libro su capre e caprai, l’intenzione è di raccogliere testimonianze sul campo tra Piemonte e Val d’Aosta, per questioni logistiche non mi spingerò oltre (ma chiunque potrà richiedermi il questionario da compilare per essere poi inserito nel libro). Così la scorsa settimana sono stata in giro per la Val d’Aosta per raccogliere un po’ di testimonianze. Il primo che ho incontrato è stato Luca, classe 1991. L’ho raggiunto dove trascorre l’estate con gli animali. A dire il vero, mi ha concesso un po’ di tempo nonostante fossero giornate di fienagione.

Ha messo fuori le capre, prima libere, poi le ha condotte ad un recinto preparato con le reti elettrificate, dove avevano erba, ombra e acqua. “Le prime due erano capre bianche, non saanen, me le ha prese mio papà quando facevo ancora le medie, andavamo in alpeggio sopra a Quart, avevamo solo le mucche. Me le ha prese perchè mi piacevano e perchè iniziassi a fare io qualcosa di mio. E’ stata la prima capra bianca portata alle battaglie!! A me piacerebbe avere capre da battaglia, ma i miei non vogliono, perchè sono più difficili da gestire. Adesso ho tutti incroci, le tengo per mungere.

Le capre in lattazione sono 14, il latte viene lavorato in azienda. “Mio fratello e mia mamma quando è giù fanno i formaggi. Lavorano il latte di mucca e quello delle mie capre. Facciamo yoghurt, cacioricotta e formaggi di capra. C’è abbastanza richiesta di formaggio di capra, anche se qui in valle la capra è vista più per le battaglie, anche l’AREV tiene più in considerazione quelle che non noi che abbiamo capre da latte.” Per trovare i prodotti della “Ferme des Champion”, bisogna andare a Brissogne. Qui la pagina su facebook.

Luca tempo fa mi aveva detto che avrebbe intervistato suo nonno. Purtoppo nel frattempo è mancato, ma lui mi racconta quello che aveva saputo in quella chiacchierata. Marco Champion, classe 1926, all’età di 11 anni saliva in alpeggio con il papà. “C’erano 30 mucche e 60 capre, lui era il capraio, iniziava a mungere mentre gli altri mungevano le mucche. Erano 6 persone a lavorare in alpeggio. Il latte veniva mescolato e si faceva la fontina mista. Il casaro diceva che si lavorava molto meglio così e le fontine erano migliori. Gli avevo chiesto di che razza erano e mi aveva risposto che erano tutte capre! Ce n’erano con le corna e senza.”

Quando la mamma aveva avuto problemi di salute, Luca era stato costretto a vendere il gregge, ma adesso ha ripreso ad avere un buon numero di animali. “Non faccio solo questo, sono anche educatore alla scuola dove ho studiato, la scuola di falegnameria e meccanica dei Salesiani a Chatillon. Mi occupo delle capre al mattino ed alla sera, corro un po’, ma faccio tutto. Fosse per i miei sarebbero già via dieci volte… Un giorno sono entrate nell’orto e hanno mangiato tutto!

La montagna qui è ancora ben curata. “C’è ancora la tradizione, dispiace lasciare andare dove si è faticato tanto. Ci sono ancora i “piccoli” come noi, che però per i numeri che c’erano, una volta erano già grandi! Sono i piccolissimi che stanno sparendoBisogna vedere come va la vita, ma spero di tenerle sempre! Io non saprei dove stare, senza le mie capre… Dicono che la capra si odia o si ama, io ho iniziato per caso, ma adesso non potrei farne a meno.” Mi racconta di aver allevato i capretti, ma anche di averne acquistati. “Ce n’erano due che non volevano succhiare, non c’era modo di fargli prendere il biberon. Gli avevo dato lo sciroppo con le vitamine, il Betotal per uso umano, ho visto che lo prendevano e gli piaceva, aveva l’aroma di vaniglia. Così ho comprato delle fialette di vaniglia per dolci e le mettevo nel latte, così sono riuscito a salvarli.

Andare al pascolo, mungere e viverci… è dura! Adesso per me aiuta, ho un lavoro, poi c’è il latte delle mucche e si mette insieme. Qui siamo a mille metri, bisognerebbe andare in alpeggio, però poi bisogna anche scendere a fare i fieni, quindi bisognerebbe avere più persone e allora… Poi manca totalmente il mercato della carne, si tribola proprio a vendere i capretti, le capre adulte poi proprio niente. Una volta la carne di capra si usava in famiglia. I capretti arrivano dalla Francia, tutti uguali, tutti con lo stesso peso.

Un comportamento innato

Chi legge questo blog non ha più bisogno di sentirselo dire e raccontare, chi alleva animali ancora meno, ma… il mondo virtuale è sconfinato e fare informazione non è mai sbagliato. Soprattutto quando c’è tanta cattiva informazione e disinformazione.

Per il mio futuro libro sulle capre (ma ci andavo già anche prima), sto girando spesso per “Battaglie delle capre”. Manifestazioni dove gli allevatori portano i propri capi migliori. Sono capre di razza valdostana, con le corna, e sono le femmine a battersi (l’altro giorno una signora pensava fossero maschi, quindi specifico anche questo).

Queste immagini sono riferite alla battaglia che si è tenuta a Gressan (AO), un paio di settimane fa. Al mattino gli animali vengono iscritti e pesati, per definire la categoria in cui parteciperanno (un animale di 90 kg non viene fatto scontrare con uno di 50 kg), poi le varie fasi delle eliminatorie si tengono al pomeriggio.

 

(video di E.Marquis)

Contrariamente a quel che qualcuno può pensare, non c’è niente di imposto dall’uomo (nè tanto meno di cruento) in queste “battaglie”. Prima di mostrarvi immagini della battaglia tra questi animali, volevo invitarvi a guardare questo video, dove si vedono due capretti che “si scontrano” mentre sono al pascolo con le mamme. Hanno meno di un mese, ma guardate con che determinazione fanno le prove di quello che, in futuro, sarà un metodo per stabilire la supremazia nel gregge.

Queste invece sono capre adulte durante la battaglia in campo. Non sempre le due “contendenti” si battono, alcuni incontri terminano praticamente senza un vero e proprio scontro. Man mano che si procede nelle varie fasi, è più facile assistere ad incontri visivamente più belli.

 

Ecco un altro video, di un combattimento particolarmente interessante, durante la battaglia di Pont Saint Martin (AO) di domenica scorsa. Potete vedere come non ci sia proprio niente di violento e/o pericoloso per gli animali. Soprattutto è semplicemente quello che accade spontaneamente in ogni gregge di capre.

Le capre che partecipano a questi incontri sono particolarmente seguite dai loro allevatori. Guardate la gioia di questa ragazza dato che la sua capra è risultata reina di categoria… Questione di passione, una passione che inizia da bambini!

Mentre assistevo alla battaglia di Gressan, ho sentito una mamma promettere alla figlia un giorno di vacanza da scuola per festeggiare la vittoria della propria capra. Molti non capiranno, ma è come la passione per uno sport. C’è chi tifa per una squadra di calcio e chi per il proprio animale, allevato con tutte le attenzioni e anche con sacrifici, per 365 giorni all’anno.

Sono animali schietti ed istintivi, come chi li alleva

Ero già stata da Giuseppe lo scorso autunno, ma prima di avere l’idea di mettermi a raccogliere interviste per un libro su capre & caprai. Così sono tornata qualche settimana fa, momento in cui i capretti erano nel pieno della loro giocosa vivacità.

Ritrovo il posto, lui è intento a mostrare gli animali ad un altro giovane appassionato, che forse ha intenzione di acquistarne uno, poi dedichiamo un po’ di tempo a scattare qualche immagine. Per la chiacchierata/intervista andremo in un posto più comodo nella borgata poco sotto, dove gli animali sono stati nei mesi invernali. Qui sono all’aperto, con solo dei teloni come ricovero temporaneo in caso di maltempo.

Beppe è del 1988 ed è dal 1996 che ha le capre: “La prima mi è stata regalata, per qualche anno ho avuto solo quella, poi ho convinto i miei genitori e ne ho presa un’altra, dopo ho sempre allevato, solo in questi ultimi anni ho comprato delle fiurinà. E’ una passione, più che un lavoro. Già da ragazzino me le sono sempre guardate io, tutto l’anno. Fino al 2009 le seguivo estate inverno, fin quando andavo a scuola. I miei avevano le mucche, stavamo in alpeggio per conto di altri.

Poi d’estate ho iniziato a lavorare. Io non voglio dover chiedere niente a nessuno, per mantenerle lavoravo, e non è sempre facile riuscire. Ho fatto un po’ tutti i lavori, dal cameriere al parrucchiere, ultimamente vado a far la stagione estiva in Toscana, tre mesi e mezzo, così le mando in alpeggio. Ci sono su le mie e quelle di altri, ma senza sorveglianza, così ho già avuto anche degli attacchi da parte del lupo, adesso che è arrivato anche in Val d’Aosta.

(eliminatoria di Gressan, 8 maggio 2016, Brunella reina di II categoria)

Ne ho sempre portata qualcuna alle battaglie, con buoni risultati. Però da quando ho iniziato a mandarle in montagna, è cambiato tutto, perchè quando scendono sono più selvatiche. In Val d’Aosta questa passione per le cape c’è sempre stata, poi adesso le battaglie aiutano a mantenere la tradizione. All’inizio la cosa più bella di avere la mia capra, Coquette, era proprio portarla ai combattimenti!

Aveva anche ottenuto dei risultati, io ero un ragazzino, era una grande soddisfazione! La scelta della razza è partita da quella che mi avevano regalato, ma non ho mai avuto il pensiero di prendere delle capre da latte, mungere e fare il formaggio. Stai insieme al pascolo, vedi emergere il carattere di ciascuna, certe sono più affettuose, più riconoscenti. Il bello è l’autenticità di questi animali, sono schietti ed istintivi ed è anche la particolarità di chi le alleva.

Adesso vendo capre e capretti agli appassionati, c’è chi le cerca per l’estetica, chi per i combattimenti. Ben volentieri vendo i capretti maschi da vita, quest’anno me ne hanno presi 17 da fare dei becchi, ma è stata una fortuna! Hanno tutte il nome, le femmine, ai maschi invece un nome non lo do, tanto non li posso tenere.

L’abbandono della montagna

Abbandono in montagna, argomento che ho già trattato tante volte e che mi sta particolarmente a cuore. Io purtroppo non ho soluzioni, ma amo mostrarvi quel che incontro in luoghi meno noti e sicuramente meno patinati. Solo che, di solito, siete abituati a vedere le mie immagini di case diroccate in vallate un po’ più dimenticate. Invece no, oggi vi porto con me in Val d’Aosta. Già, la Val d’Aosta non è, nell’immaginario comune, un luogo che uno associa all’abbandono, piuttosto il contrario.

Passando sull’autostrada tra il casello di Chatillon e quello di Nus, ma ancora più visibile dalla statale, avevo notato un villaggio abbandonato e mi ero, per l’appunto, stupita. Perchè la Val d’Aosta è, in uno stereotipo, la regione delle belle case in pietra tutte ben sistemate, con i balconi fioriti d’estate, i prati tagliati e pascolati. Cosa ci fanno quei ruderi? Ieri, intorno a quelle rovine, spiccavano i mandorli in fiore e il richiamo era per me praticamente irresistibile.

Così sono salita a Barmaz, frazione del comune di Saint-Denis. Ho individuato “a naso” la via per salire, infilandomi in un sottopassaggio della ferrovia. Infatti c’era una traccia di sentiero che saliva tra sterpaglie e cespugli, pochi minuti per portarmi all’insediamento abbandonato. Le case sono tutte danneggiate dai crolli, segno che da anni qui non abita più nessuno. Erano belle baite, abitazioni di montagna, con quei dettagli architettonici che ritroviamo spesso nelle valli.

Ieri l’unica forma di vita erano le farfalle, grazie all’aria che sapeva già di primavera, e le api sui mandorli. L’uomo da chissà quanti anni non vive più qui. Eppure il fondovalle non è lontano, l’esposizione è ottima, vi sono villaggi abitati ben più a monte. Però qui non arriva la strada. La frazione sottostante (collocata sulla statale) è a cinque minuti di cammino. In questo sito, leggiamo queste parole riguardo a Barmaz: “L’abbandono di Barmaz risale alla metà del XX secolo quando l’abbandono delle zone rurali era preponderante e si preferivano le grandi industrie del boom economico del dopoguerra all’agricoltura…

Sempre la medesima fonte attribuisce al XVII secolo l’origine di questo villaggio, dove ora si passa seguendo l’itinerario della via Francigena. “…si coltivavano patate, frumento ed altri cereali…“, oggi invece non si coltiva più nulla, non si pascola e non si sfalcia. Nei prati accanto alla frazione sottostante vi sono alcuni asini, forse allevati proprio per tenere puliti i versanti, per evitare che le sterpaglie arrivino fin contro le case.

Che dire di questo masso letteralmente inglobato nel muro di una casa ormai crollata? Mi sono seduta lì, su una di quelle pietre, sotto il mandorlo, a guardare quelle rovine e a pensare a chi qui viveva, a chi aveva costruito quelle case, all’abbandono della montagna e alla vera essenza della montagna. Cosa succederà alla montagna, nei prossimi anni? Nelle vallate piemontesi, ma anche lì in Val d’Aosta, dove un certo tipo di economia ha retto forse solo perchè basato sui contributi e sulle agevolazioni della regione a statuto speciale.

Tanti amici continuano a parlarmi di un drastico calo del numero delle aziende agricole. Un’amica mi diceva che non trova un paio di bovine da portare in alpeggio, perchè le tante piccole, piccolissime aziende a conduzione famigliare, dove magari qualcuno lavorava in un ufficio pubblico, oppure dove c’erano anziani, hanno chiuso. Qui a Barmaz le stalle sono vuote da lungo tempo. Come sempre, penso che mi piacerebbe parlare con qualcuno che lì è ancora vissuto.

C’era un canalino che portava l’acqua, se ne intravvede il tracciato tra l’erba secca, i cespugli di pruno, le rose selvatiche, il timo. Certo, in Val d’Aosta ci sono tante belle realtà agricole, efficienti e dotate di infrastrutture che altre regioni quasi si sognano, ma la maggior parte possono dire grazie agli anni passati, quando c’erano molte più disponibilità economiche e aiuti pubblici.

Appena lì sotto l’autostrada, il traffico che scorre, il suo rumore è molto forte e fastidioso, quassù. Tra poco inizieranno a scendere i turisti di ritorno dalle località sciistiche, ma non è solo quella la salvezza della montagna, specialmente quella montagna di mezza quota, quella dove l’uomo vive tutto l’anno. Che agricoltura si può ancora praticare qui? E quella piccola agricoltura basata sulla multifunzionalità (una volta i nostri nonni e bisnonni non lo sapevano che si chiamava così…), quella con “di tutto un po’”, l’agricoltura di sussistenza, oggi non basta più. Ci sono tanti nuovi costi, spese di ogni genere, tasse da pagare, vincoli per adattare le strutture ad ogni tipo di lavorazione e trasformazione delle materie prime, se le si vuole vendere al pubblico.

Sotto la roccia c’era quella che penso fosse la cantina, infatti intorno ci sono, quasi tutti frantumati, resti di bottiglioni e bottiglie, che i vandali hanno sparso ovunque. Chi ha abbandonato questo luogo è andato a fare altro e non si è preoccupato di portarli via.

Certe porte si aprono solo più sulle rovine di tetti e soffitti collassati all’interno. Ma quale futuro aspetta, in generale, le terre alte? Qui la strada non c’è e l’abbandono è stato totale. Ma le aziende lungo le strade, ormai troppo piccole per sopravvivere ai grandi numeri della pianura? La qualità di quel che si produce lassù non viene pagata con il giusto prezzo che possa ripagare gli sforzi, le fatiche, le spese. Ha senso, tutto questo? Ci sono aziende che chiudono, giovani e meno giovani che, d’estate, vanno a fare la stagione negli alpeggi in Svizzera…

E così anche in Val d’Aosta c’è l’abbandono. Il villaggio di Barmaz, i suoi campi e prati terrazzati intorno. Vi ho parlato di una realtà, ma il discorso è molto più ampio e generale. Cosa si fa, cosa si intende fare per le montagne? C’è speranza di un reale ritorno, o prima dobbiamo passare attraverso uno spopolamento ancora maggiore?

Articoli, foto, video…

Mentre cerco di organizzarmi per andare avanti con le interviste per il libro sulle capre, eccovi un po’ di materiale che ho visto passare qua e là. Rimanendo sul tema delle donne allevatrici, due articoli: uno riguarda delle conoscenze dirette (Roberta & Roberta), l’altro ci porta in provincia di Treviso.

Anche un video, il trailer di un documentario etnografico su donne e allevamento in Val d’Aosta.

Poi gustiamoci una selezione di foto dell’amico Leopoldo. Maggio 2015, risalita verso la montagna del gregge di Fabio Zwerger al Lago del Corlo (Arsiè-BL). “Luoghi magici, fuori dai grandi percorsi turistici, dove le pecore transitano, come da sempre, convivendo con gli uomini senza problemi.

(tutte le immagini sono di L.Marcolongo)

La stagione della transumanza e della montagna sembra ancora così lontana… ma sta arrivando. Tra due mesi ci sarà già chi inizia ad incamminarsi verso le valli.

Un odore pazzesco e cacca di pecora ovunque!!

Lo so, ben altri sono i problemi che affliggono questo paese. Per lo meno questo mio blog da sempre si occupa di allevamento e pastorizia, quindi sono giustificata se pubblico certe notizie “ridicole”. E’ invece un po’ più grave che un’amministrazione comunale di un paese fondamentalmente “rurale” abbia un Sindaco che definisce “allucinante” il passaggio di un gregge nel suo Comune.

Facciamo un passo indietro. Per il post di oggi mi appoggio alle bellissime immagini del fotografo Roberto Cilenti, grazie al quale su facebook spesso seguo in modo virtuale il cammino di alcune greggi che non ho mai incontrato dal vivo. Questo è il gregge “incriminato”. Era l’8 di gennaio e pecore, asini, cani e pastori stavano scendendo su Verres. Questo stesso gregge era stato anche protagonista di un servizio di “atmosfera natalizia” al tg regionale (RAI) durante le feste. Il pastore, un mestiere antico, la transumanza, belle parole.

Il gregge era sceso, ormai in Valle non c’era più nulla e inoltre aveva nevicato. La stagione era durata ben più del solito, bisognava portarsi verso la pianura. Roberto segue la transumanza, il gregge passa a Verres. Un paese, strade asfaltate, marciapiedi, traffico. Anche altri immortalano il fiume bianco e pubblicano le foto sui social network.

nei pressi di Pont St. Martin

Poi il cammino prosegue ancora, molti spostamenti avvengono di notte, anche per non intralciare eccessivamente il transito delle auto e tutte le varie attività. Mentre continuiamo ad apprezzare le immagini di altri tratti della discesa, veniamo però a quel che è successo quando il gregge era ormai in Piemonte. Ieri sera leggo un articolo, stamattina un altro. “Pavone Canavese, pastore multato per aver attraversato il centro con mille pecore. Forse aveva perso la strada o, probabilmente, non sapeva che transitare in pieno centro abitato con un gregge di mille pecore non è affatto una buona idea, oltre che essere vietato dalla legge. Sta di fatto che ora sarà costretto a pagare ben 600 euro di multa. Il protagonista di questa curiosa vicenda è un 30enne di Oglianico che, nella notte tra martedì e mercoledì, ha pensato bene di passare nel centro di Pavone Canavese – 4mila scarsi abitanti in provincia di Torino – accompagnato da un migliaio delle sue pecore a cui si aggiungevano numerose mucche. Un transito che non è certo passato inosservato, specialmente per i “ricordi” lasciati sull’asfalto dal suo bestiame.” (da torinotoday.it, qui l’articolo completo)

(nei pressi di Donnas)

L’articolo è scritto con un tono ironico del tutto inappropriato. Perso la strada? E il passaggio nel centro del paese NON E’ vietato per legge. Altrimenti come la mettiamo con tutti gli altri paesi attraversati? Chi “frequenta” questo blog sa bene come stanno le cose: le leggi esistenti mal si accordano con il pascolo vagante o comunque con la movimentazione di greggi e mandrie sulle strade. Nessuno fa rispettare (per fortuna!!) certi vincoli assurdi, tipo la necessità di tenere la mezzeria o il numero di persone e cani che vorrebbe il codice della strada.

Attilio e Piero

Nel secondo articolo si dice che la multa è stata doppia: “A suo carico sono state notificate ben due multe: una da duecento euro emessa dal Comune di Pavone per le condizioni di sporcizia in cui ha lasciato le strade in cui è transitato con gli animali, più una seconda da 400 euro verbalizzato dalla Forestale di Settimo Vittone che gli ha contestato il mancato permesso al passaggio dell’Asl. Il fatto è avvenuto all’una di notte, tra martedì e mercoledì scorsi. Mentre tutti dormivano, il pastore dell’Alto Canavese ha imboccato la strada direzione Bennet, è entrato a Pavone, e si è diretto verso località Dossi.” (da La Sentinella del Canavese, qui l’intero articolo). Sul permesso niente da dire: c’è la legge, bisogna presentare la domanda di pascolo vagante indicando i Comuni che si attraverseranno e quelli in cui si farà sosta per pascolare. Ma la “sporcizia” sulle strade???

il gregge e il Forte di Bard

“…La mattina dopo il sindaco Alessandro Perenchio, prima di raggiungere il municipio, è stato sommerso dalle lamentele dei commercianti, furibondi. «Non ero ancora entrato in Comune e già mi arrivavano le proteste sacrosante dei negozi – ha raccontato il sindaco –. C’era un odore pazzesco e cacca di pecora ovunque. Un tappeto. Allucinante». Mentre i cantonieri, bontà loro, hanno ricevuto l’incarico di ripulire il paese, sindaco e vigili hanno pensato al resto. «Lo abbiamo trovato di lì a poche ore seguendo le tracce lasciate dal gregge»…” D’inverno, di notte, un gregge può produrre questo “odore pazzesco”? E quanto sterco possono aver lasciato le pecore? L’altro giorno vi ho mostrato le foto storiche delle pecore e vacche in centro a Torino… Quando passavano animali, la gente si precipitava fuori a raccogliere il prezioso concime per i vasi di fiori! Adesso lo andiamo a comprare in sacchi sigillati… Spero che il Comune di Pavone Canavese abbia auto ecologiche… Spero che a Pavone Canavese non vi siano buche nelle strade, immondizia scaricata in giro. Per chi non conoscesse la zona, questo è Pavone Canavese, giusto per capire che non si tratta di una metropoli. Tra l’altro, leggo che il Sindaco, in precedenza, ha svolto l’incarico di Assessore all’Agricoltura! L’amico Leopoldo dal Veneto comunque mi scrive dicendomi che, dalle sue parti, ad un pastore per lo stesso motivo è stata fatta una multa di oltre 900 euro. Ricordiamoci sempre che “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”. Mi viene quasi voglia di mandare questa canzone al Sindaco, che ne dite?

Poche capre ad Aosta?

Ero stata alla Foire des Alpes alcuni anni fa, nel 2012, mi sembra. Nell’arena dove si tiene la finale della Battaglia delle Reines, in novembre viene organizzata questa rassegna ovicaprina. Capre di ogni razza non da latte (non saanen e camosciate, per intenderci), ma principalmente Valdostane e pecore, soprattutto Rosset.

Quest’anno sono riuscita a tornare, ma anche qui ho ricevuto una parziale delusione dal numero di animali presenti. Sono arrivata al mattino presto, alla Croix Noire il sole non era ancora arrivato e faceva freddo, mentre il versante della valle esposto a sud era già inondato dal sole. Gli animali arrivano alla spicciolata, con i loro padroni.

E’ bella l’atmosfera che si respira qui. Si capisce che c’è davvero la passione… Anche se c’è uno stimolo/obbligo che fa sì che le persone partecipino a questa rassegna. Mi viene spiegato che, per ricevere i contributi economici legati all’allevamento ovicaprino, bisogna portare i propri animali aquesta giornata. Da una parte questo mi sembra anche giusto: ti concedo degli aiuti economici e tu, per un giorno, mi “aiuti” a dar vita ad una bella manifestazione a livello regionale che attira visitatori ed appassionati.

Però… però quest’anno di animali ce n’era molti meno di quanti me ne ricordavo e anche la gente del luogo mi conferma l’impressione. Ci sono molti box delle capre vuoti. Ciascuno può portare due animali: o due capre, o due pecore o una capra e una pecora. L’indomani poi, nella stessa sede, ci sarà la finale della Battaglia delle Capre, ma ci sono allevatori che parteciperanno anche il giorno successivo.

Nella parte centrale dell’arena ci sono animali in vendita. Caprette giovani, becchi, vari esemplari, ma anche il pubblico è relativamente scarso. Non aumenta nemmeno nel pomeriggio.

Anche se le Valdostane sono le più rappresentate, ecco anche capre Vallesane. Razza con il pelo lungo, per far bella figura in occasione della rassegna, si da ancora un ultimo colpo di spazzola finale prima che arrivi il pubblico.

Poco per volta arrivano tutti. Se per le capre abbiamo allevatori di tutte le età, ma molti giovani, così ad occhio l’età media di chi ha portato pecore invece è maggiore. Sono due passioni differenti: le capre sono legati alle battaglie, mentre le pecore… sono una “malattia” e basta!

Al piano superiore, varie bancarelle: miele e candele, biscotti, frutta, verdura, formaggi, ma la scarsità di pubblico si ripercuote anche sugli affari in questa zona. Ci sono proprio solo gli addetti ai lavori, mentre quella volta nel 2012 mi ricordo un gran afflusso di pubblico di ogni genere.

Oltre a capre e pecore, possono essere portati a questa rassegna altri animali. Insomma, tutto tranne i bovini. Lama e altri camelidi ormai iniziano ad essere abbastanza diffusi, poi ci sono degli asini, mancano le renne che avevo visto anni fa.

I becchi in mostra cercano di battersi l’uno contro l’altro. Qualcuno osserva, chiede, contratta il prezzo. In molti mi chiedono spesso dove e come trovare capre di questa razza e io a tutti avevo risposto che questa rassegna era l’occasione migliore. In realtà quest’anno, pur con un buon numero di animali, non ho ritrovato la qualità e quantità che ricordavo.

Ci sarà una valutazione ed una premiazione dei capi migliori. I box non riportano il nome dell’allevatore, ma ogni animale ha un numero al collo e si può consultare le schede dove sono tutti registrati. Gli animali attendono, mangiano fieno, passano gli allevatori a portare acqua. La struttura è perfettamente organizzata, ma fa male vedere tutta una parte vuota.

Dopo pranzo, categoria per categoria, vengono chiamati in campo gli allevatori con i loro capi. C’è una rosa di finalisti tra i quali i tecnici sceglieranno le prime tre, valutando le migliori caratteristiche di razza. Il consulto dura qualche minuto, poi arriva il responso.

Viene letta la motivazione che ha determinato la scelta: ovviamente, gli animali premiati devono il più possibile presentare le caratteristiche che contraddistinguono questa razza ed essere ben tenuti. Solo un cordone di pubblico intorno al ring assiste alla premiazione, sono allevatori, amici e parenti. Nessuno sugli spalti.

Come vengono proclamati i vincitori della categoria delle capre, molti allevatori si avviano già ai box a prendere i propri animali ed avviarsi verso camioncini e furgoni. Vengono ancora chiamati i premiati per la pecora Rosset. E’ difficile trovare capi che rispondono esattamente alle caratteristiche originali della razza, dato che molteplici incroci l’hanno snaturata. Solo poche hanno le corna, caratteristica che un tempo era maggiormente presente. La premiazione conclude la rassegna e rapidamente tutti tornano ai loro lavori in azienda, molti pensando anche alla battaglia del giorno successivo.

Un commento a caldo sulla battaglia

Prima di proseguire in ordine cronologico con gli aggiornamenti del blog, “a caldo” volevo parlarvi della battaglia delle capre di Perloz, dove sono stata ieri. Oltre dieci anni fa, quando stavo iniziando a muovermi in questo mondo, avevo comprato un libro, “Alla ricerca dei pascoli migliori” di Guido Mauro Maritano. Tra i vari aspetti del mondo pastorale si parlava anche della battaglia delle capre… in particolare di quella di Perloz.  Sul sito della Pro Loco questo paese viene definito “luogo simbolo” per questa manifestazione.

Perloz è un comune collocato all’imbocco della valle del Lys, borgate sparse, aggrappate alla montagna. A questa stagione, in località Tour d’Hereraz il sole non è ancora arrivato quando sono quasi le undici.

Sono stata diverse volte a queste manifestazioni, ammetto di non avere una particolare passione per le battaglie in quanto tali, preferisco osservarle quando avvengono dal vivo in natura. Spesso, messe l’una di fronte all’altra, le due capre non combattono affatto, mentre lo fanno quando sono ancora in attesa di essere portate in campo. Certo, alcuni incontri invece sono più partecipati e coinvolgenti, ma anche qui si parla comunque di passione, come per tutte le cose.

È bello essere lì per il posto, per vedere gli animali, per incontrare amici e per vivere l’atmosfera della giornata. Direi che Perloz è una cornice particolarmente indicata per questo evento. Mi dicono che le battaglie delle capre, come manifestazione pubblica, sono nate proprio qui.

Le capre sono tutte al loro posto sul prato. Quelle che parteciperanno ai combats sono state pesate e portano il numero scritto sul fianco. Ci sono animali davvero belli, sia come morfologia, sia come condizioni. Molti di questi potrebbero esser definiti “viziati”, tanta è la cura che viene loro dedicata.

C’è anche la RAI regionale a riprendere la manifestazione e fare qualche intervista. Agli animali viene dato fieno, acqua, fioccato. Sono tutte tranquille e attendono pazientemente, sono curiose e per nulla spaventate dalla gente che passa tra una fila e l’altra. La sera rientreranno poi nelle loro stalle, con le greppie piene di fieno.

Dovete sapere che, intorno a questa pacifica “battaglia”, ne infuria una ben più “cruenta”. Ne avevo già accennato qui, quando ero stata nella valle del Lys per far visita a vari allevatori che ho ritrovato anche ieri. Anche quest’anno infatti la finale della battaglia delle capre si è tenuta ad Aosta e non a Perloz. Ma i “ribelli” hanno dato ad un comitato indipendente, con una serie di incontri e la finale, che si tiene come sempre in questo Comune.

Ieri di pubblico ce n’era, tanto da far dire che la manifestazione è stata un successo. Allevatori e appassionati locali, moltissimi piemontesi di varie parti della regione, in un’atmosfera di festa in cui, ovviamente, c’era anche quel minimo di “tensione” per i combats.

Ma più che altro si era lì per le capre. 151 animali partecipanti agli incontri, più tutti gli altri. Ciascuno ha la sua teoria sulla razza Valdostana, ma che sia Piemontese o della Vallèe, sta di fatto che ormai c’è un mercato tra le regioni confinanti, esemplari che vengono acquistati e venduti, sia per le battaglie, sia per la bellezza dei capi in quanto tale.

Pastori, allevatori di capre per passione, allevatori di montagna, c’è chi ha un altro lavoro e poi ha questa “malattia” per le capre… Ci si ritrova tutti qui, molti erano la scorsa settimana alla battaglia di Locana in Valle Orco. Insomma, è un piccolo mondo con questi appuntamenti stagionali.

Si pranza in compagnia, ci sono persone di tutte le età, famiglie. Direi che l’atmosfera è quella della vera festa, mi fanno sorridere le “battaglie collaterali”, le ripicche, certe frasi che ho letto qua e là on-line su quale sia la “vera” finale ecc ecc. Possibile che non ci si possa divertire e basta?

Sicuramente Perloz ha l’atmosfera di montagna e di genuinità. Sarà al fondo della valle, sarà scomodo da raggiungere, ma (da ignorante che non conosce tutti gli aspetti che stanno dietro allo spostamento della finale all’arena di Aosta) trovo che gli appassionati di manifestazioni del genere possano sicuramente apprezzarne anche il contorno “autentico”.

Ma poi alla fine… perchè sempre polemizzare? Sarebbe bello essere tutti uniti, specialmente quando si parla di settori sicuramente un po’ marginali. Più ci si frammenta, più c’è rischio di scomparire. Le tradizioni dovrebbero rimanere autentiche, è inutile cercare di trasformarle in attrazioni turistiche. Lo si può fare, ma… alla fine un certo pubblico gradirà maggiormente il prato, il panorama della montagna, il rustico “palco” degli speaker.

I combats iniziano al pomeriggio e proseguiranno fin quando sarà buio, con la proclamazione delle regine. Arriva l’aria della neve in questa valle, sono proprio ripidi pendii da capre. Spero che rimanda viva la passione, la determinazione dei giovani (e meno giovani) nel tramandare queste tradizioni.