Un'altra mentalità

C'è un filo conduttore nelle interviste che serviranno alla composizione del mio prossimo libro sui giovani allevatori, ed è ovviamente la passione per gli animali. Ma ciascuno dei giovani che ho incontrato fino ad oggi me l'ha espressa in modo suo personale. Ieri ho incontrato un ragazzo che fa (anche) l'allevatore, ma l'intervista non l'abbiamo fatta in stalla, o al pascolo, o in cascina. Infatti l'appuntamento era a Grugliasco, davanti al cancello di quella che, per 5 anni, è stata la mia sede di studi, e poi in seguito luogo di lavoro. La Facoltà di Agraria e Veterinaria di Torino.

Filiberto è dell'alta Valsesia, classe 1990, fino ad ora i nostri contatti erano stati solo virtuali, attraverso internet. Tutte le foto di questo post sono tratte dalla sua pagina Facebook. La passione ha contagiato lui e suo fratello, che fin da piccoli andavano a vedere gli animali nelle stalle e sui pascoli del paese. L'attività di allevatori nasce però in epoche abbastanza recenti, le vacche le hanno solo da tre anni, ma il primo agnello l'ha ricevuto in dono quando aveva 10-12 anni. Non ha dubbi su quali siano i suoi animali preferiti: le vacche.

Questa in assoluto è LA preferita, e fa da sfondo anche al desktop del suo computer portatile, che accende per mostrarmi un po' di foto. Chiacchierare così, lontano dalle bestie, poteva snaturare la nostra intervista. Invece, con l'aiuto della tecnologia, possiamo tornare all'estate, ai pascoli, ai ripidi pendii della Valsesia, alle transumanze.

Filiberto voleva mostrarmi soprattutto una delle sue passioni, i collari per i campanacci che realizza lui stesso. In macchina ha un rotolo di pelle, caso mai avanzasse tempo tra un periodo di studio, una lezione… Adesso è qui a Grugliasco per preparare degli esami, condivide un appartamento con altri compagni di studi. Prima di iscriversi al corso di Produzione e Gestione degli Animali in Allevamento e Selvatici, ha frequentato l'Institut Agricole di Aosta, quella che secondo lui era l'unica scuola agraria che meritava di essere seguita. Oltre al bagaglio culturale che ne ha ricevuto, sono rimasti tanti legami di amicizia.

Parliamo delle pecore, che prossimamente diminuiranno nel numero, delle capre, che invece aumenteranno. Adesso agli animali bada specialmente il fratello. Da due anni scendono in una cascina di pianura, per poi tornare a fine maggio in Val Vogna in alpeggio. Animali di proprietà, animali presi in affitto, c'è anche uno zio che già precedentemente allevava vacche: "Ma vorremmo puntare sulla Bruna, la vera Bruna di una volta, così poco per volta gli incroci che ha lui li venderemo." Non ha scelto il corso di Produzioni Animali, perchè tante cose già si sanno, si imparano sulla propria pelle, con l'esperienza diretta sul campo. Con questo corso invece ci può essere la possibilità di seguire una strada che gli interesserebbe molto, quella di fare il tecnico faunistico: "Un lavoro che permette di guadagnare e che potrei fare d'autunno, quando c'è meno lavoro con le vacche."

Ma sogni, e soprattutto progetti, non si fermano qui. Attualmente i suoi genitori gestiscono un ristorante a Sant'Antonio, dove Filiberto dà una mano ogni volta che può, visto che sono i genitori a "finanziare" i suoi studi. "D'estate vado su a vedere i manzi, scendo, faccio il fieno, lavo i piatti al ristorante…". Parte degli alpeggi sono di proprietà, in uno stanno già realizzando una stalla, ma l'obiettivo finale è quello di aprire un agriturismo. "Così chiuderemmo il ristorante giù… Utilizziamo gran parte delle attrezzature, è poi un lavoro diverso, si può mettere insieme tutto, la cucina, le bestie…".

Fin da bambino ha sempre avuto un grande amore per le bestie, la passione che lo portava a leggere ogni libro che parlasse di animali. Mi parla della razza Bruna Alpina e delle Grigie, di vacche adatte ai pascoli di montagna, specialmente quelli non così agevoli della sua vallata. "E' la Bruna la nostra razza!". Con il latte producono formaggi e vogliono aumentare il numero di capre anche per avere maggiore quantità di latte da lavorare, differenziando i prodotti. C'è solo una cosa che non va in questo mestiere: l'eccesso di burocrazia, che infastidisce anche un giovane come lui, che è abituato a spostarsi, a viaggiare, che studia all'università. "Solo per un vitello, quanti giri dei fare? Chilometri, firme, telefonate… anche adesso che siamo nell'era di internet!"

Mi mostra altre foto, le pecore lassù in montagna in una giornata autunnale di nebbia. Bello fare questo mestiere, ma agli animali devi starci dietro con qualsiasi tempo. "Una volta era un mestiere duro, ma tiravi avanti. Oggi per sopravvivere devi avere tante bestie, che vuol dire più lavoro, più problemi, più difficoltà ed il reddito non è proporzionale." La voglia di lavorare non gli manca, l'ho capito ascoltanto i suoi progetti ed il racconto delle sue giornate, delle attività che svolge nell'aiutare i vari componenti della famiglia. C'è però spazio anche per far festa e, perchè no, organizzandosi e dandosi il cambio, anche per una settimana di ferie. Non è che facendo l'allevatore bisogna privarsi di tutto. "Cerco di girare, conoscere gente, scambiare idee per risolvere i problemi ed avere spunti per migliorare."

Si spera che quassù non arrivi il lupo… Perchè, per pascolare certe parti dell'alpeggio, non puoi fare altro che lasciare le pecore da sole, che trovino loro la strada. Non puoi nemmeno mandare il cane, o sarebbe una strage. Le vacche vengono sorvegliate con i fili e la batteria, ma capre e pecore godono di maggiore libertà, altrimenti non si riuscirebbe a sfamarle adeguatamente.
Concludiamo la nostra chiacchierata e Filiberto insiste per riaccompagnarmi alla Facoltà. Ci rivedremo in estate, così parlerò anche con suo fratello e, soprattutto, scatterò le foto "sul campo".

Seguire i pastori

Ammalarsi di pastorizia, certo. E’ così che capita. Ce ne sono, persone ammalate di questa maladia. Ne conosco alcune, ed ogni tanto capita di trovarci, di riconoscerci uno con l’altro. E di fare comunella, come succede a tutti coloro che condividono una passione. Magari non ci si conosce l’uno con l’altro, ma in nome di quel che ci accomuna… E così un giorno ho conosciuto Marika. Una studentessa, che faceva una tesi sul pascolo vagante, mi aveva detto il professore. Subito credevo che mi sarei trovata davanti una che non sapeva bene quello che l’aspettava, con idee romantiche sulla pastorizia e sul nomadismo, alla ricerca di informazioni perchè non sapeva bene da dove iniziare. Dopo pochi minuti avevo già cambiato idea e, nemmeno un quarto d’ora dopo, già stavamo conversando di conoscenze comuni e scambiandoci aneddoti come due pastori che si incontrano ad una fiera.

Oggi Marika si è laureata. E’ stato un piacere entrare di nuovo in quelle aule che ho frequentato per 5 anni. Venti minuti scarsi sono pochi, troppo pochi per riuscire a dire cosa c’è stato a monte di questa tesi. Perchè quelli che non sanno (molti, tra il pubblico, e molti anche tra i professori, ne sono sicura) potrebbero pensare che è l’ennesima ricerca sulla pecora biellese, con qualche foto folkloristica di pastori come contorno. E invece no… Perchè anche Marika sa cos’è il pascolo vagante, quando parla di fatica della tosatura, del giorno in cui si caricano i camion, la fatica è stata anche la sua, perchè il legame della sua famiglia con i pastori vaganti, con Carlo Alberto, con Maria Pia, è di lunga data.

Lei non è di quelle che, finita l’università, dimentica le persone con cui ha avuto a che fare nel corso dei mesi in cui lavorava e scriveva la tesi. Continuerà ad andare dai pastori, si fermerà quando incontra un gregge lungo la strada. Lo so senza nemmeno chiederglielo, perchè i sintomi della malattia li conosco bene. Quando segui i pastori…

A quelli come lei, i pastori danno risposta, perchè sanno, capiscono che sono persone che hanno la loro stessa maladia, solo che la manifestano in modo diverso: non allevano pecore, ma parlano di loro, scrivono, fotografano. Quando lei ha detto ad un pastore incontrato per caso cosa stava facendo, lui le ha risposto: "Ce n’è già una che ha scritto un libro… E ha studiato proprio quello che fai tu!". Ma poi hanno continuato a chiacchierare. L’altro giorno invece è arrivato uno ed ha chiesto ai pastori se poteva fare foto, perchè lavorava per la Regione e voleva scrivere un libro sui mestieri che stanno scomparendo. "Cambia tu, mestiere, perchè il libro l’hanno già scritto, ma noi non siamo spariti e non intendiamo farlo! E poi cambia anche giornata, perchè oggi piove e noi abbiamo altro da fare."

Quello lì non aveva la maladia, faceva un lavoro e basta, perchè non è stato capace di rispondere con una battuta e scendere nel fango con i pastori. Se n’è andato, forse in cerca di un altro gregge e di pastori meno scorbutici. Ma non era la persona giusta per seguire i pastori…