Come ai vecchi tempi?

C'era un tempo in cui andare al pascolo era un'attività per i bambini, per i ragazzini, mentre agli adulti spettavano altri lavori, più duri, più pesanti. Di quel tempo ho letto, ho sentito raccontare, e poi un giorno ho incontrato Giorgia (1994) e Mattia (1997).

Sono andata in Valle Stura per chiacchierare con loro. A dire la verità i fratelli Tamagno sono tre, in alpeggio mancava Roberto (1996), che Giorgia mi descrive come il più forte della famiglia: "E' già capace di tirar fuori da solo un vitello durante un parto difficile! A me ed a lui piacciono le vacche, Mattia invece è per le capre.
Fratello e sorella però sono in alpeggio a sorvegliare un gregge dove prevalgono le pecore, quasi tutte di razza sambucana, alcune di proprietà e la gran parte prese in guardia. “Ma le capre sono mie!”, ci tiene a precisare il giovanissimo e serissimo pastore.

Come mai questi due ragazzi sono qui, da soli, in alpeggio? La determinazione e la sicurezza sono caratteristiche comuni ad entrambi mentre raccontano la loro storia. “Fino allo scorso anno c’era su un operaio rumeno a guardare le pecore. Prima avevamo due montagne, mettevamo su di una le vacche e sull’altra le pecore. Poi però il prezzo è salito troppo e allora le vacche le mandiamo in guardia alla Chiusa. L'anno scorso, a metà estate l’operaio se n’è andato portandosi via dei rudun, i piatti, le posate, quel che c’era in casa. Noi venivamo su due volte la settimana a vedere come andavano le cose e a portare il mangiare. Le pecore sono rimaste abbandonate, tre giorni da sole, e così ne abbiamo perse alcune. Allora da quel momento siamo venuti su noi due, prima stavamo tutti giù per fare il fieno, come adesso nostro padre. Qui è bello, sei libero, non c’è nessuno che rompe.” Nella prima parte della stagione, prima di arrivare all'alpeggio, come punto di appoggio i due ragazzi utilizzano una roulotte.

 

Questa potrebbe sembrare un’avventura incredibile per altri coetanei abituati ad una vita completamente diversa, ma invece loro la stanno vivendo con grande naturalezza, sono entrambi consci del loro ruolo nell’economia aziendale famigliare ed entrambi hanno intenzione di proseguire su questa strada. Intanto adesso crescono ed imparano facendo pratica quassù. “All’inizio, le prime settimane non c’era nessuno, poi poco per volta sono arrivati i margari. Non abbiamo trovato nessuna difficoltà, siamo abituati a lavorare con le bestie anche a casa. In alpeggio è bello, respirare l’aria pura! Nella baita abbiamo tutto, il caminetto e la luce, l’acqua.
Non hanno paura della solitudine, della lontananza dai genitori, che pure ogni tanto vengono a portare loro viveri e dare una mano.
Mi piace guardare cosa fanno gli altri, i vicini, vedere le loro bestie…”.
Ecco a cosa serve il binocolo al collo di Mattia, non solo ad individuare eventuali pecore diperse dal gregge.

Giorgia invece guarda in una direzione in particolare, perché adesso ha un moroso, il marghè di uno degli alpeggi sottostanti. “Sono uscita quattro sere di fila, lui è più vecchio di me, mi ha portato anche a Cuneo, in un locale dove si mangia e si balla. Ma Mattia non era da solo, c’era la mamma, con lui.
Io invece non esco mai, non sono mai uscito. Ho altro da fare! Quando vado a scuola al mattino prima vado in stalla, perché papà i capretti non li conosce e ci penso io a farli poppare. Anche quando torno da scuola vado subito in stalla”, precisa Mattia.
Sua sorella ha frequentato il primo anno a Cuneo della scuola per segretarie d’azienda, ma dovrebbe iniziare a studiare per le due materie in cui è stata rimandata, Matematica ed Inglese. “Al mattino io non vado in stalla perché io devo partire più presto. Ho scelto quella scuola perché eventualmente mi può dare altri sbocchi, più che non agraria. Ma tanto io voglio fare questo. Con le mucche, però. Io ho un sogno, quello di avere delle stalle più moderne. Adesso su a Pianche abbiamo delle stalle vecchie dove devi togliere tutto il letame a mano, così mi piacerebbe avere un bel capannone mio, pieno di mucche!”.

Mattia gioca con Nebbia, il cane è affezionato a lui e sembrano quasi ballare insieme. Lui sogna un gregge di almeno 200 capre da carne.
Io sono più per le capre, mi piacciono per il loro colore, per le corna, sono più belle. Anche le pecore, sì… Ma mi piacciono di meno. Preferisco giusto quelle gaie, quelle bianche e marroni. La prima capretta me l’ha regalata mio padre, una capra con le corna, è ancora qui nel gregge. D’inverno giù le do l’insalata, le patate. Mi piacerebbe avere tante capre francesi, di quelle belle con le corna…
Non c’è verso di avvicinare Mattia ai bovini. “Le vacche non le tocco nemmeno, non mi piacciono, sono troppo grosse. I miei sono contenti che mi piaccia questo lavoro, solo che vorrebbero tenere più pecore. Le pecore valgono troppo poco… Se le cose vanno male, prima di vendere le vacche, si vendono le pecore! Quando siamo a casa lavoriamo tutti in stalla, c’è da togliere il letame a mano."
La loro storia di pastori e margari è abbastanza recente. “E’ stato nostro padre ad iniziare a venire in alpeggio, qualche bestia ce l’avevamo anche prima, ma i nonni facevano tutt’altro. Noi due sappiamo fare un po’ tutti i mestieri, qui. Mio fratello prende le pecore zoppe ed io le medico, abbiamo imparato a forza di vedere nostro papà che lo faceva.

La scelta scolastica così diversa dal suo mondo porta inevitabilmente Giorgia ad essere esposta al giudizio degli altri.
A volte sì, prendono in giro, dicono che arriva la vaccara… Fanno qualche battuta così, ma non importa. Nasci lì dentro, non si cambia lavoro per questo. Tra i miei amici c’è gente che ha le bestie come noi, ma anche tanti altri. Capiscono cosa vuol dire fare questo mestiere.
Una delle cose che piacciono di più a Giorgia è il momento del parto.
Sono io che mi alzo di notte per andare a vedere le vacche che devono fare. Non mi è mai capitato di essere completamente da sola quando c’è un parto. A volte sono momenti difficili, ma poi la nascita del vitello è una delle cose che mi da più soddisfazione. Con le vacche è un altro lavorare, che non con le pecore.
Oggi Giorgia non può ancora decidere, rispetta le decisioni del padre ed aiuta il fratello nella conduzione di quel gregge di circa 600 animali, ma sogna un altro futuro fatto di fili tirati a delimitare i pascoli e grandi mandrie di vacche bianche.

L'estate è un momento relativamente semplice, pur nelle difficoltà e nei cambiamenti che la vita in alpeggio comporta. “D’inverno su da noi è lunga, specie quando nevica tanto come qualche anno fa. Quando nevica le bestie le mettiamo tutte dentro. I capretti nascono tutti nella stalla. L’inverno dura parecchio, per tre mesi dove stiamo noi il sole non arriva mai. Il fieno lo abbiamo sotto un nylon e ti gelano le mani quando devi andare a prenderlo.
L’isolamento non pesa a questi ragazzi, nemmeno d’inverno, perché stare in mezzo alla gente per loro spesso significa dover avere problemi ed essere costretti ad affrontare discussioni. “A Natale e a Pasqua arriva su gente da Genova, da Torino, quelli che hanno le case lì. Si lamentavano per il rumore perché c’erano dei vitelli che muggivano in stalla. Si sta meglio quando non c’è nessuno, come su di qua.

E’ ora di pranzo, Mattia manda i cani per girare il gregge e ricompattarlo, Giorgia invece si avvia verso la baita per preparare il pranzo. I ruderi del vecchio alpeggio sono visibili più a valle, sotto la strada, mentre i due ragazzini abitano nella nuova baita, una delle tante fatte edificare dalla Comunità Montana Valle Stura negli alpeggi dove si pratica la pastorizia. I ritmi di lavoro sono quelli di tutti i pastori, il recinto viene aperto tutte le mattine verso le 8:00, 8:30 e la giornata finisce sempre intorno alle 21:00.

Mentre scendiamo, tra l'erba, uno scheletro di una pecora. Risale allo scorso anno, probabilmente è uno degli animali scomparsi quando erano stati abbandonati dal loro guardiano. "Il lupo qui c'è, lo abbiamo già visto anche quest'anno, ma per fortuna non ce le ha ancora toccate." Mattia sta ancora fischiando ordini ai cani, Giorgia entra nella baita, mentre in cielo si rincorrono nuvole di pioggia. Fa freddo anche quassù, in questa strana estate del 2011.

Basta chiedere, storie di tolleranza ed intolleranza

L’inverno è inverno, ma per adesso quest’anno non sta andando poi così male. Certo, la neve ha già dato la sua "benedizione", ma per fortuna sta andandosene quasi dappertutto. L’ottimo autunno poi ha fatto sì che quasi ovunque vi sia foraggio in abbondanza: erba nelle stoppie e nei prati, verde come non si vedeva da anni, in questo periodo.

Fa freddo, al mattino, ma è giusto che sia così, affinchè la natura faccia il suo corso e le gemme non sboccino già nel mese di dicembre. Al mattino la schiena di Franca era brinata così come tutta la campagna circostante, ma almeno il terreno non era fangoso. Pur nel freddo, quella era una "zona calda"… Il giorno precedente un grande spiegamento di forze aveva accolto il pastore, su segnalazione di qualcuno. Si sa, facendo questo mestiere sei sempre a casa d’altri e non è detto che l’ospite sia gradito…

Il gregge, ignaro di tutto, iniziava a mettersi in movimento al primo sole: le pecore si alzavano, lasciando a terra lo stampo verde-marrone del terreno non brinato, laddove gli animali avevano dormito. Che ne sapevano, loro delle voci della gente… C’era persino (i soliti ben informati!) chi affermava che gli animali fossero 3500 o 4000! Magari anche di più. Forse avevano esagerato un po’ con i brindisi, anche se quelli di capodanno devono ancora avvenire.

Lontani sono i giorni in cui l’opera del gregge era preziosa… Pulizia invernale dei prati, concimazione del terreno. In queste fredde giornate di brina, sicuramente l’erba non viene tagliata per far fieno (!!!!) e le stoppie… sono stoppie. Così come i campi di grano, che invece sono da sorvegliare ed evitare. Ma è la vecchia storia, dicono che parta con Caino ed Abele, il contadino, lo stanziale è geloso del pastore, del nomade. Lo crede ricco, ricco sfondato, tutto grazie a quel pascolare a casa d’altri, mentre a lui tocca spendere e faticare per nutrire a fieno le sue vacche. Magari il fieno viene dalla Crau, quel fieno francese così buono perchè tagliato laddove, d’inverno, pascolano migliaia di pecore d’oltralpe!

Ma il pastore ricco non è, la sua ricchezza sono quelle pecore che valgono sempre meno. Il costo della vita aumenta e lui continua a vendere pecore ed agnelli al prezzo di 10, 15 anni fa. Ha la macchina di seconda mano, oppure con le rate del mutuo da pagare. I pantaloni cuciti e ricuciti, la maglia è sempre quella dell’anno scorso, i soldi che entrano… escono per pagare le spese, magari quelle arretrate dell’anno che sta finendo. Ma la gente parla, parla, parla alle sue spalle. Chissà perchè però, nonostante l’invidia, a fare i pastori siano solo quei quattro gatti ed altri che magari hanno provato ad iniziare… non hanno fatto tanta strada.

In collina invece, per fortuna, si respira un’altra aria. Nerina continua ad essere inavvicinabile e fotografabile solo con lo zoom. Bisognerebbe avere tempo per provare ad addomesticarla, a viziarla in qualche modo. Non ha sicuramente il carattere di Martina e di Franca, ma nemmeno quello del suo povero papà, morto proprio un anno fa, l’ultima sera dell’anno.

E’ ormai mattina avanzata, ma in certi punti l’erba è ancora brinata. Quell’erba che, in teoria, il gregge non avrebbe dovuto/potuto mangiare… Uno dei proprietari aveva messo dei cartelli di divieto di pascolo, ma poi il pastore ha fatto amicizia con il proprietario confinante, dopo ha parlato anche con lui e… il cartello è stato tolto e le pecore sono state le benvenute. "Prima non volevo, ma poi tu sei stato corretto, sei venuto da me a chiedere, e…"

Un po’ come la storia delle pecore che danneggiano la fauna. Questo airone sono giorni e giorni che segue il gregge. Sono giorni e giorni che passa le sue ore in mezzo alle pecore, cercando insetti, vermi nella terra smossa dalle zampe degli animali. Si potrebbe dire che viva in simbiosi con loro.

E non c’è solo l’airone, ma decine e decine di altri uccellini, specialmente ballerine, che volano di continuo tra le pecore, posandosi a terra o persino sulle schiene degli animali. Le pecore osservano l’airone con una certa curiosità, per la maggior parte del tempo lo ignorano, qualche volta una madre un po’ troppo apprensiva lo mette in fuga, se si avvicina al suo agnello.

Il sole scalda l’aria, le pecore pascolano placidamente, qualcuna si siede a ruminare, una giornata veramente tranquilla. Il pastore allora decide di tirare le reti e di andare a fare un giro per vedere dove spostarsi nei prossimi giorni. Sta per finire l’erba, da quelle parti, ed altrove lo aspettano! Succederà infatti che, nel breve sopralluogo compiuto, alcuni contadini fermeranno l’auto, chiedendo al pastore quando arriverà. "C’è tanta di quell’erba… se non vieni a mangiarla, marcisce tutta! Quando arrivate?". Per fortuna, ci sono ancora quei posti dove i pastori sono benvenuti ed i contadini vengono a trovarli con la bottiglia di vino avvolta nel sacco di carta, e non seguiti dalle auto con i lampeggianti blu.

Dopo aver visto più o meno dove andare, si ritorna dal gregge, a cui viene data un’altra porzione di prato da pascolare, mentre si prepara il recinto per la notte. Gli agnelli corrono e ballano, in cielo, verso le montagne, le nuvole iniziano a tingersi dei colori del tramonto.

Sono ancora giornate corte, anche se progressivamente adesso tenderanno ad allungarsi. Ci vorrà ancora tempo, il pastore spera di passare indenne gennaio, se non nevicasse nemmeno a febbraio sarebbe ancora meglio. Ma poi si prende quel che viene, si vive alla giornata, come sempre. Cala la sera, è ora di chiudere gli animali nel recinto…

Con una luna che diventa ogni sera più grossa, si controlla per l’ultima volta il gregge, la rete, gli agnelli. Uno viene portato in cascina, sua madre non ha latte e lui sta deperendo sempre di più. Un’altra giornata che si conclude, il pastore parla dei lavori che deve fare prossimamente. "Non a Capodanno, spero!". Per lui è un giorno come un altro, che differenza fa se quella sera c’è da lavorare fino a tardi?

Il gregge ed il Parco del Po Alessandrino

In data 15 gennaio si è tenuto, presso la sede della Forestale di Casale Monferrato, l’incontro per definire le regole del pascolamento nell’area del Parco del Po Vercellese ed Alessandrino, norme che verranno poi sottoposte al Prefetto e… sottoscritte da tutti gli interessati (pastori ed allevatori). Come base di discussione, si è preso il verbale dell’incontro tenutosi ad Alessandria. Erano presenti i rappresentanti del Parco (il Presidente Broveglio, il Direttore Zocco ed il Responsabile della Vigilanza Carbonero), della Forestale (Pinna di Casale Monferrato e Cesari del Comando Provinciale) e dell’Associazione Tutela Agricoltori (Cerrato e Margrita), oltre alla sottoscritta in rappresentanza dei pastori.

Già, mancavano i pastori… Lasciatemelo dire, non sono per nulla pentita di aver detto, quando sono stata convocata per questa riunione, che i pastori potevano anche non venire. Io me li immaginavo impossibilitati perchè intenti a sorvegliare il gregge tra i campi di grano e gli orti delle colline, invece erano tutti alle prese con il gregge "fermo". Comunque, se solo ci fosse stato un pastore, immagino che avrebbe perso la pazienza a sentirci parlare per più di un’ora su chi ha la competenza/compito/dovere/obbligo di informare il Parco sul tragitto del pastore vagante. Alla fine, questo primo punto si è risolto senza obblighi aggiuntivi per gli allevatori: loro comunicano all’ASL mediante il libretto di pascolo vagante attualmente vigente, poi saranno i servizi veterinari a comunicare con i Comuni e con il Parco. Questa prima parte di dibattito è stata cordiale e senza scontri… Però si continuava a girare intorno al grande problema: pascolamento nel Parco SI o NO??

Si è parlato di diritto all’abbeverata, e le pecore potranno scendere al fiume anche attraversando la famosa zona di protezione speciale, quella delimitata dai cartelli verdi. Per la tosatura, i pastori dovranno comunicare al Parco una serie di zone che possono essere idonee… perchè si sa che la tosatura avviene quando i tosatori sono disponibili e non c’è modo di prevederla con grande anticipo. Ovviamente il Parco dirà se quello che chiede il pastore va bene oppure no. Poi siamo venuti al punto dolente, quando ormai si avvicinava l’ora di concludere la riunione. Il Parco è stato irremovibile: NO! Nelle zone di protezione speciale NO. Lì le pecore sono dannose, sempre e comunque, per la flora e per la fauna. Si ritiene che non servano nemmeno a contenere la vegetazione invasiva non autoctona, ma, al contrario, ne facilitino la diffusione (perchè, pulendo, fanno sì che queste possano espandersi ancora di più). Secondo me è tutto da dimostrare… ma la dimostrazione non avverrà, in quanto il Parco ritiene che lo studio condotto da tecnici e scienziati su questo aspetto non sia una priorità. Anzi, ha tempi troppo lunghi, quindi… per il momento non si farà nulla.

E poi c’è l’occhione. Leggete tutto nella pagina dove ho preso l’immagine. E’ facile fare dell’ironia su questo esempio emerso nel corso della discussione. L’occhione è un raro uccello che nidifica sui ghiaioni fluviali, non lontano da zone cespugliate. " Specializzato per vivere nelle zone di semi-deserto, di steppa pascolata, nelle aride distese pietrose nelle quali il suo piumaggio criptico lo rende quasi invisibile, nel nostro Paese non trova facilmente molti ambienti adatti alle sue esigenze. In particolare, nel centro e nord dell’Italia, le uniche aree pietrose, aperte e con poca vegetazione, le può trovare nei greti dei fiumi. Nonostante l’ambiente di ciottoli e ghiaie sia spoglio e privo del riparo della vegetazione, l’Occhione riesce ad essere sempre molto ben mimetico". Il grassetto è mio, il testo viene dalla pagina citata sopra. Insomma, il Parco dice che l’occhione nidifica solo lì, in quella zona del fiume, è forse uno degli unici siti piemontesi e… i testi ornitologici dicono che vive nelle STEPPE PASCOLATE? Comunque, i nidi dell’occhione verrebbero distrutti dalle pecore di passaggio (ma anche quelli di altri uccelli, ovviamente). Insomma, il solito contrasto tra le specie da proteggere e le attività agricole tradizionali: che sia lupo, orso o occhione, è sempre il pastore a doversi fare più in là.

La conclusione dell’incontro comunque è stata che il Parco deve impegnarsi a fare una campagna informativa sulla "collaborazione" con l’attività pastorale, di modo che i proprietari privati ed i conduttori dei fondi sappiano che la pastorizia non è osteggiata, ma concessa nel rispetto di certe regole (ho insistito su questo). Inoltre, è stato ottenuto che si possa pascolare anche nelle zone di protezione speciale SE si tratta di coltivi (viste le caratteristiche della zona, si parla quindi di pioppeti). Concordo con il Presidente del Parco quando dice che i pastori devono "lavorare di più" con i proprietari, ottenendo i permessi (è sufficiente che siano verbali) per pascolare. Però… secondo me (e secondo i pastori) non è così facile trovare altri pascoli in sostituzione di quelli che, d’ora in poi, saranno assolutamente vietati. E quindi? In definitiva, cosa succederà? I pastori dovranno cedere, dovranno cercare di adattarsi, probabilmente saranno sorvegliati (è già stato così l’anno scorso, i guardiaparco sapevano ogni spostamento di certe greggi)? Ovviamente queste decisioni non causano problemi di ugual misura per tutti gli allevatori, ma toccano di più quelli che hanno la "sventura" di avere come territorio consuetudinario di pascolo quello maggiormente interessato dalle zone di protezione. Cercando di essere positivi, mi auspico che, per lo meno, inizi una nuova era di collaborazione. Toccherà a tutti "abbassare la cresta", magari anche il pastore più scorbutico e ribelle potrà arrivare a convincersi che, con il Parco, si può dialogare. Ma TUTTI dovranno riuscire a vedere le esigenze degli altri. …Anche in questo caso, alla prossima puntata!

Le pecore e l'avifauna

Piccola premessa: vi ricordate che, nelle denunce ai pastori da parte dei parchi fluviali, oltre ai presunti danni alla flora, ci sono anche sempre danni alla fauna (sotto forma di disturbo e di nidi distrutti)? Non stiamo a ripeterci su questo tema, è già stato detto tanto. Voglio però mostrarvi come invece il gregge rechi dei benefici all’avifauna.

Quest’immagine è stata scattata appena prima dell’ultima nevicata. Scusatemi per la bassa qualità della foto, ma c’era la nebbia fitta e la mia macchinetta compatta non ha un grandissimo zoom. Avvicinarmi di più avrebbe voluto dire far volare via l’airone bianco, uno dei tanti che "pascolava" in mezzo al gregge. Ci sono sempre tantissimi uccelli intorno alle pecore, a caccia di insetti (in primavera/estate) o alla ricerca di altri animali (vermi nella terra smossa, insetti che si nutrono delle cacche delle pecore e così via, in uno dei tanti ecosistemi naturali). In quei giorni che precedevano la neve, gli uccelli si avvicinavano ancora di più, come se sapessero che stava per arrivare un periodo difficile e, più che mai, il gregge rappresentava la loro fonte alimentare principale.

Poi arrivò la neve e, tra le pecore innevate, c’erano così tanti uccelli, grandi e piccoli! La campagna era coperta dalla candida coltre, solo dove erano passate le pecore emergeva qualcosa; dei semi dimenticati e chissà cos’altro poteva fungere da cibo per tutti. Forse anche le briciole cadute a terra dopo il pranzo dei pastori e quello dei cani. Quanti aironi c’erano sul posto dove era stato fatto il recinto nella notte… Le pecore si erano ormai allontanate, ma lì, in quella chiazza più scura, banchettavano aironi bianchi, cenerini e vari uccellini di specie diverse.

…Per quello che riguarda il Parco del Po, casualmente, poche ore dopo che io avessi pubblicato questo, ero stata interpellata dalla Forestale di Casale Monferrato, che aveva ricevuto il compito di organizzare quel famoso incontro per cercare di concordare un piano da far firmare ai pastori, al fine di stabilire come, dove e quanto si può pascolare intorno al Fiume Po. Domani mattina si vedrà quel che si riesce a fare!

Commenti alle considerazioni del parco

Riprendiamo la lettera che ho inserito ieri, è doveroso da parte mia fare qualche commento in alcuni punti per quello che riguarda la mia esperienza personale e diretta in materia. Sottolineo che avere una risposta per me è cosa gradita, anche se mi sarebbe piaciuto sentire anche la voce del tratto Alessandrino, che ha fatto nascere la mia "campagna" a sostegno dei pastori pubblicando un articolo dai toni molto duri.

Sono alcune settimane che la vicenda dei "pastori vaganti perseguitati" sta movimentando i blog delle Associazioni ambientaliste e anche le attività di gestione delle aree protette. Su tale vicenda sono state pubblicate affermazioni sulle quali, a nostro parere, occorre fare estrema chiarezza, ispirandosi a principi di razionalità e non di solo e mero trasporto emotivo sul tema. Ammetto il trasporto emotivo, come ben sapete mi occupo di cose in cui credo, ma vivere nel mondo della pastorizia ha fatto perdere in me gran parte della poesia che potevo avere PRIMA, il mio ragionamento è molto CONCRETO e RAZIONALE, per non dire TECNICO.

Ogni primavera e ogni autunno greggi di 1000-2000 ovini e caprini, accompagnati da asini e cani, percorrono l’asta del fiume Po rispettivamente per recarsi nelle zone di pascolamento estive e per fare ritorno al piano non appena sulle Alpi scende la prima neve. Il fiume è solo raramente una via di transumanza, si tratta di un vero e proprio territorio di pascolo in una stagione (da fine marzo a metà/fine maggio) in cui non esistono alternative, tranne i pioppeti nelle aree limitrofe al corso d’acqua. In autunno si alterna il pascolo nelle stoppie con quello degli incolti. 

A regolare questa attività è intervenuto nel 1954 il Regolamento di Polizia Veterinaria (DPR 320) che prevede che i pastori debbano segnalare al Sindaco l’intenzione al pascolo e questi debba trascrivere l’autorizzazione sull’apposito libretto. Il libretto di pascolo vagante attesta innanzitutto la sanità degli animali, per poter quindi richiedere il permesso di attraversare/sostare in un territorio. Il DPR 320 definisce e norma il pascolo vagante.

Ciò che accade sempre più spesso è che i Comuni, anzichè autorizzare il pascolo compilando il libretto, vietino espressamente questa attività sul proprio territorio, emettendo delle Ordinanze di divieto di apscolo e/o attraversamento, oppure non timbrino il libretto in quanto ad esempio manca l’elenco dei terreni sui quali i pastori sono stati autorizzati al pascolo dai privati. I Comuni non potrebbero vietare il transito, se il gregge non ha problemi sanitari. Purtroppo sono state fatte queste ordinanze anche in seguito ad episodi deprecati dagli stessi pastori onesti (es. greggi "abusive", talvolta prive di libretto, che hanno causato danni anche gravi alle coltivazioni nelle proprietà private).

Di fatto per pascolare in un area non è sufficiente l’autorizzazione del Comune ma è necessario l’assenso dei proprietari dei fondi interessati dal pascolamento. Molto spesso, in particolare per i pioppicoltori, il pascolamento è una attività utile, in quanto il bestiame concima e smuove il terreno, attuando un’azione di diserbo biologico e gratuito. Si crea insomma uno scambio reciproco fra le esigenze del pastore di avere erba a costo zero e quelle dell’agricoltore di evitare pratiche costose al proprio terreno. E’ ovvio che il pastore può pascolare solo ed esclusivamente sui terreni sui quali ha avuto un assenso da parte del conduttore del fondo; in caso contrario il vigente codice penale (art. 636) punisce il pascolo abusivo su fondo altrui addirittura con la reclusione o con pene pecuniarie. A prescindere dal fatto che la reclusione per pascolo abusivo (opinione personale, la legge è proprio così) mi sembra un’assurdità, gli assensi dei proprietari ci sono. Ripeto, l’ho già detto in altri post, non tutti i pastori sono santi, anzi! Purtroppo c’è chi non lavora onestamente e, per colpa di 1-2 individui, tutti pagano le conseguenze. Conosco pastori che, apparentemente, tengono le pecore nel recinto di giorno, perchè durante la notte chissà dove sono andati al pascolo… Magari anche nei campi di grano! E consoco pastori che hanno rapporti di amicizia più che ventennali con i contadini, i quali telefonano loro per chiedere come mai non sono ancora arrivati a pascolare nei loro terreni. Ho sentito con le mie orecchie, visto con i miei occhi pioppicoltori indicare al pastore quali appezzamenti pascolare e quali evitare. Sono accordi orali, frutto di tradizione, con un beneficio reciproco.

Qualora il pascolo si svolga su un’area per la quale non si è avuta l’autorizzazione del proprietario scatta la denuncia su querela di parte, mentre per il pascolo abusivo in aree demaniali tale denuncia avviene d’ufficio da parte della Polizia Giudiziaria.

Premesso tutto ciò, forse sarebbe il caso di chiedersi come mai si sia creata nel corso degli anni questa avversione da parte della comunità locali nei confronti di un’attività, quella appunto del pascolo vagante o transumante, che esiste da sempre.

Uno dei fattori è da ricercarsi nella sempre più diffusa insofferenza degli agricoltori che si lamentano dei danni provocati alle loro colture dall’invasione non autorizzata e non controllata dalle greggi e fanno pressioni sui Sindaci anche per non esporsi direttamente con una querela. L’estendersi di colture intensive, la sempre maggiore infrastrutturazione del territorio e, non ultimo, il comportamento non sempre rispettosi delle locali condizioni ambientali di alcuni praticanti la pastorizia, hanno portato a questa situazione di difficile convivenza tra "pastori e stanzali". Oltre a quanto già scritto, si potrebbe aprire un trattato di sociologia, a questo proposito. Senza scomodare Caino e Abele, il conflitto ed il contrasto tra nomade e stanziale risale alla notte dei tempi. Apprezzo la scelta del termine "ALCUNI", infatti non tutti i pastori si comportano allo stesso modo. Ribadisco però che la colpa di pochi va poi a colpire tutti, purtroppo.

Proprio la carenza di "territorio pascolabile" spinge i pastori ad invadere gli ultimi terreni rimasti incolti o improduttivi nella pianura Padana: gli alvei dei fiumi e i terreni demaniali, terreni che spesso in Italia sono ritenuti erroneamente res nullius e quindi alla mercè di chiunque. In queste aree, purtroppo spesso utilizzate come discariche (e non si tratta solo di immondizia portata dal fiume durante le piene!), si accumulano anche grandi quantità di legname che, al pari della vegetazione arbustiva, ostacolano il deflusso dell’acqua e rappresentano un rischio in caso di piena. Bisognerebbe rivalutare il ruolo della pastorizia nella pulizia di queste zone, mentre si evidenzia solo l’aspetto "negativo".

Ed è proprio qui che l’Ente Parco svolge il proprio ruolo il quale, sebbene non abbia nè l’autorità nè la competenza per autorizzare o vietare il pascolo in se, è stato appositamente istituito dalla Regione Piemonte per proteggere attraverso una oculata ed avvenuta gestione gli ecosistemi fliviali, spesso ricadenti nelle aree demaniali sopracitate.

Gli attriti tra personale del Parco ed i pastori si creano, inevitabilemnte, proprio nel momento in cui questi ultimi invadono con migliaia di animali aree demaniali costituiti da ambienti preziosi e delicati quali ghiareti, boschi riparaiali, gerbidi e isole che sono state formate naturalmente dal fiume lungo il suo corso.

Tali ecosistemi sono di fondamentale importanza per la tutela di moltissimi uccelli nidificanti e svernanti. L’ambiente fluviale, in una pianura come quella Padana pesantemente antropizzata per fini industriali e di agricoltura intensiva, è rimasto uno dei pochi siti possibili di nidificazione per questi uccelli. Esistono studi che certifichino un impatto negativo della pastorizia sull’avifauna? Dati certi? Credo che un’aumento della portata del fiume, in conseguenza a piogge abbondanti, abbia un effetto ben più negativo sulla nidificazione.

Alcune specie di uccelli limicoli, si sono ben adattate a nidificare e vivere in ambiente di risaia, ma altre innumerevoli specie come i passeriformi, le sterne, i caprimulgidi, i fasianidi, gli anatidi sono indissolubilemnte legati all’ambiente fluvaile: i boschi riparaiali, i gerbidi, gli incolti e ghiareti, offrono l’ultimo ambiente idoneo alla riproduzione e svernamento di queste specie.

Tali aree rivestono poi un ulteriore interesse naturalistico poichè, essendo di proprietà pubblica, non vengono invase dall’agricoltura, pertanto gli ultimissimi lembi del relitto bosco planiziale che un tempo ricopriva l’intera Pianura Padana può ritrovare e riprodurre il proprio ciclo di crescita e di rinnovazione. "Danni" alla vegetazione possono essere rilevati su specie quali salicacee, che ricrescono tramite polloni. La rinnovazione del bosco planiziale è messa ben più in pericolo dalla forte diffusione di specie non autoctone (cespugli, erbe di alta taglia), che formano popolamenti fitti e soffocano l’eventuale rinnovazione.

Ovviamente tale importanza naturalistica non è andata disattesa dalla normativa, difatti già nel 1990 queste zone furono istituite a Riserva Naturale Speciale e successivamente classificate a seguito di Direttive CEE come Siti Interesse Comunitario (SIC) per proteggere la biodiversità e Zone di Protezione Speciale (ZPS) per la protezione delle specie di uccelli minacciate di estinzione o diminuzione.

Ciò premesso è facile intuire quale impatto sulla nidificazione e sulla rinnovazione del bosco possa avere un gregge delle dimensioni sopracitate che pascola o semplicemente si sposta calpestando un ghiaione, un gerbido o un bosco in epoca di nidificazione.

Nonostante i pastori sostengano che le pecore evitano accuratamente di calpestare nidi e covate, i risultati sono sempre devastanti: le covate distrutte, le femmine nidificanti spaventate, il rinnovamento forestale brucato, il sottobosco azzerato. Tutti danneggiamenti gravi seppur difficilmente visibili da parte di occhi non esperti ed impossibili da quantificare da un punto di vista meramente economico. I pastori non affermano che il gregge evita le covate… non mi risulta che le pecore abbiano dei sensori! Dicono solo che le pecore non salgono sugli alberi e non vanno a bere nei canneti. Sicuramente vengono calpestati nidi di fagiani (specie immessa a fini venatori!). Il discorso assomiglia a quello del lupo: protezione di una specie a scapito della pastorizia. Come decidere quale delle due cose abbia un valore maggiore?

Si possono invece quantificare i danneggiamenti al patrimonio forestale se, come già successo, le greggi vengono condotte al pascolo in aree soggette a rimoschimento con piante alte non più di 40 cm pagate interamente dai contribuenti. Ecco un caso dove la sanzione è corretta. In una pianificazione adeguata, si indicheranno le zone dove si può pascolare e quelle da evitare.

Senza contare il silenzioso operato dei cani da pastore, che di solito non vengono legati neanche di notte, ai danni del resto della fauna (lepri, minilepri, ricci, cinghiali, caprioli ecc.). Se un pastore non lega il suo cane di notte… è stupido. Sapendo il valore di un buon cane, credo che si eviti di far sì che gli animali se ne vadano in giro liberamente, con il rischio di non tornare più.

A questo proposito è necessario ricordare che, non a caso, le leggi vigenti in materia di caccia prevedono severe sanzioni nei confronti dle proprietario del cane che lascia vagare il proprio animale in area protetta, e che le linee guida per gli abbattimenti dei cinghiali in aree protette prevedono che si utilizzi, nei casi estremi, il metodo della "girata", che prevede l’uso di un singolo cane condotto al guinzaglio, proprio per prevenire disturbo alla fauna. Non sapevo si andasse a caccia con il cane al guinzaglio, ma di sicuro non si può andare al pascolo così. Il cane da pastore lavora tutto il tempo, o è vicino al padrone, o fa girare le pecore. Diverso è il discorso per i cani da guardiania che alcuni pastori hanno in mezzo al gregge per la difesa dal lupo nella stagione d’alpeggio. Questi animali DEVONO stare con il gregge sempre, altrimenti non lo difenderanno in estate. Sono un problema non solo perchè talvolta catturano qualche minilepre (non cinghiali o caprioli), ma anche perchè possono infastidire turisti o altre persone estranee che si trovano a passare accanto al gregge. Non lavorano come gli altri ed il pastore ne farebbe volentieri a meno, ma… la presenza del lupo, da cui si deve difendere, non è certo un aspetto a lui gradito!

Queste sono le motivazioni e le normative entro le quali si muovono i Guardiaparco quando sanzionano o denunciano i pastori, non in quanto tali, ma in quanto cittadini non rispettosi delle regolamentazioni alle quali questa attività deve soggiacere. Lo so, la legge dev’essere uguale per tutti. Però a volte i pastori si sentono effettivamente presi di mira più di tanti altri. Vedono attorno a loro cumuli di immondizia, moto che scorrazzano sugli argini e sugli stessi ghiaioni, sentono parlare di "biologico" ed "eco-compatibile", ma poi sembra loro di avere davanti solo obblighi e divieti. Per non parlare di reali episodi dove è stato fatto di tutto per far risultare colpevole il pastore.

Le soluzioni sono ovviamente molte ed aperte ad ogni collaborazione. A seguito di una ruonione indetta presso il Settore Parchi nel marzo scorso si è giunti alla decisione di predisporre un "Piano di pascolo" per il Parco del Po. Solo garzie ad una azione che individui le possibilità ma anche i limiti sarà possibile far convivere l’attività della pastorizia con quella della tutela ambientale. Di questo piano esistono già, a un mese dalla decisione presa, le linee guida, ma questo non può e non deve prescindere dal rispetto delle leggi, dal buonsenso e dal rispetto degli interessi e del lavoro di tutti. Ho partecipato a questa riunione, le premesse mi sembravano infatti ottime ed il mio auspicio è lo stesso che emerge da questa lettera. Se il rispetto è quello del lavoro DI TUTTI, vorrei che però, in fase di elaborazione del piano, venissero sentiti anche i diretti interessati, cioè i pastori. Perchè nessun tecnico, nessun Comune, nessun guardiaparco conosce i meccanismi di accordo tra pastori, la spartizione delle zone e le esigenze che regolano questo lavoro. Un conto è fare un piano di pascolo in alpeggio (lo so bene, è il mio settore, sono stata collaboratrice del dipartimento di agronomia), un conto è questo tipo di pascolamento. Non credo esistano nemmeno studi o parametri di riferimento.

Sperando quindi che presto la Regione doti i soggetti interessati di tale strumento confidiamo che gli atteggiamenti e i comportamenti di tutti si ispirino innanzi tutto al rispetto delle normative e del corretto comportamento, ed auspichiamo che presto sia possibile confrontarci per l’adozione di un disciplinare tipo per la gestione delle aree destinate al pascolo, che a differenza di quanto alcuni vorrebbero far risultare, costituisce per noi attività che è da salvaguardare. Io e gli altri interessati dalla questione prendiamo atto del fatto che la pastorizia sia attività da salvaguardare anche per il parco del Po, era quello che ci era infatti sembrato fosse negli obiettivi dell’area protetta, leggendone lo Statuto. Mi unisco nella speranza che ci sia presto questo strumento di gestione, che si trovi uno spazio adeguato e sufficiente per la pastorizia nomade, dei corridoi per la discesa al fiume per l’abbeverata, delle aree per il riposo notturno, ecc.

L'acqua del Po

Dicono che le pecore, sui ghiaioni, sono dannose per la nidificazione degli uccelli. Distruggono i nidi. A parte il fatto che, in tutti questi giorni, ho cercato i nidi sui ghiaioni, e non sono riuscita a trovarne uno. Sono andata apposta su e giù, in luoghi dove le pecore non erano passate e non passeranno, quest’anno.

Non passeranno perchè, con le piogge, il Po è ritornato ad avere la sua faccia quasi normale. E così adesso si è ripreso parte del suo letto, invadendo quei ghiaioni ed altre zone dove, nelle scorse settimane di clima secco (o meglio, mesi!), era cresciuta la vegetazione. Oggi è sommersa dall’acqua, come potete vedere.

Ah, e i nidi? Se c’erano, sono stati spazzati via. TUTTI! E non solo quelli che ci potrebbero essere in quei punti dove le pecore scendono per abbeverarsi.

Guardavo il gregge nel recinto, stamattina… Ci saranno state almeno 50-60 rondini che svolazzavano a bassa quota per acchiappare mosche e moscerini. Uccelli che si nutrono anche grazie al gregge!