E purtroppo siamo arrivati a questo

Già anni fa dicevo e ripetevo che il “problema lupo” ha mille sfaccettature. Parole al vento per quasi tutti. Di stagione in stagione, situazioni vecchie e nuove si ripresentano e le problematiche si ingigantiscono, sempre meno gestite e gestibili. C’è chi quasi si diverte a gettare benzina sul fuoco, c’è chi prende fuoco anche senza incentivi. Soluzioni concrete? Chi e quando si prenderà la responsabilità di fare qualcosa? Perchè qualcosa deve essere fatto… Ho lasciato decantare qualche giorno la polemica, perchè volevo prima avere testimonianze dirette e… manco a farlo apposta, ho “toccato con mano”.

E’ di un paio di settimane fa l’ennesima polemica sui cani da guardiania. Questa volta il caso scoppia ad Ormea, e il clamore arriva fino ai quotidiani nazionali. Ci sono stati degli “incidenti”, qualcuno è addirittura finito al pronto soccoso, i turisti si lamentano e il Sindaco scrive alle aziende agricole, alle associazioni di categoria ecc.ecc. “…non si possono tollerare episodi analoghi…“. La gente ha paura e rinuncia alle escursioni. Ha ragione il Sindaco a parlare della lunga tradizione in materia di alpeggio del suo Comune, ma nel non ricordare situazioni analoghe (riferendosi ai problemi attuali con i cani), dovrebbe anche rammentare che, in passato, non c’era più il lupo. Inoltre, quando è ricomparso, non tutti si sono immediatamente dotati dei suddetti cani. “…Questa amministrazione sta valutando le soluzioni possibili da adottare per risolvere questa situazione incresciosa, non ultima quella di vietare, o comunque limitare in modo drastico, l’utilizzo sul territorio di Ormea di razze di cani che possano minacciare o ledere l’incolumità delle persone.” E con il lupo, come la mettiamo??

Gregge in alpeggio

Sul web si è scatenato il putiferio. L’assurdità e la prepotenza di certi commenti di “frequentatori della montagna” fa rabbrividire prima. E poi arrabbiare. Un riflessione a sangue freddo sulle parole pronunciate da queste persone potrebbe aiutare a capire perchè spesso i pastori sono esasperati più da questi problemi di convivenza che non dal lupo in quanto animale predatore. C’è chi ha un minimo di buonsenso e voglia di trovare un “accordo”, ma resta il fatto che il turista medio NON VUOLE i cani sui sentieri: “I sentieri e le mulattiere non possono essere compresi nei terreni di pascolo privato o comunale, o altrimenti dovreste chiuderle, perchè spesso cani e greggi le percorrono, e tutti hanno diritto di percorrerle senza dover rischiare, per voi la montagna rappresenta un duro lavoro per trasformarla in risorsa,ma anche gli altri hanno diritto di usufruirne, io non mi avvicino ai greggi, ma i sentieri vorrei percorrerli.” “Le verità, mi dispiace dirlo, sono due: troppi animali da pascolo e l’incapacità di questi nuovi pastori (molti rumeni) di saper gestire cani e bestiame…“. “Mi chiedo comunque se sia impensabile far stanziare i greggi in pascoli “lontani” dalle vie maggiormente percorse dagli escursionisti… oltre che fare informazione proprio come si fa attraverso questi cartelli…“. “Se ci si ritrova SUL SENTIERO tracciato e segnato su mappa nella nebbia fitta dopo una splendida giornata di sole…pensi a non perdere la traccia del sentiero per non incappare in altro genere di guai (un bel volo di 50m) invece di pensare all’abbaio dei cani…che sì li senti…ma non li vedi in base alla visibilità della nebbia.  Pertanto sì che la montagna è di tutti ma io non vado a fare “pressione psicologica” ai pascoli. E soprattutto non impedisco il passaggio sui sentieri. Questa non è libertà. Comunque i margari si assumeranno le loro responsabilità perchè il “gioco del lupo” non regge più.” “I problemi nascono quando alcuni (pochi, x fortuna) pastori permettono alle proprie greggi di stazionare ed occupare (bloccandola abusivamente) l’unica via possibile (strade, sentieri od altro), senza essere presenti: posso assicurare che non e’ piacevole vedersi attaccare (pur avendo rispettato tutte le regole e i comportamenti “virtuosi” necessari) da un cagnolino di 50 Kg che arriva a 50 cm di corsa ringhiando e mostrando i denti con la bava alla bocca, soprattutto se ci sono bambini con te…“. “Se dovessi venire attaccato da uno di quei bellissimi cani bianchi non esiterei a tirargli un calcio o una bastonata in testa, cosa che dopo probabilmente farei anche con il pastore“. Questo non è che un assaggio di quanto mi è capitato di leggere su Facebook nei giorni scorsi, e vi risparmio i messaggi con insulti e anche peggio. Poi c’è chi cerca di instaurare un dialogo: “In valle Gesso Ho parlato di recente con un pastore che aveva con se 2 maremmani (consegnati a loro dalla Regione Piemonte) e altri 3 cani più piccoli…mi ha spiegato che il maremmano, fuori dal gregge, non è aggressivo, solamente non ci si deve avvicinare alle pecore perchè il suo lavoro è la difesa del branco e in quel caso attacca chiunque si avvicini. Io avevo con me mia figlia di 9 anni che lontano dal gregge ha fatto le coccole al maremmano maschio che addirittura si è coricato per farsi coccolare. Ho semplicemente spiegato alla bambina di non avvicinarsi al gregge. Aggrediscono se si sentono minacciati o semplicemente se si tocca il branco.” …e relative repliche: “Mi spiace ma il pastore ti ha spiegato le sue ragioni, ma non é così semplice. L’indole del maremmano non è pacifica. Come ogni cane da difesa é un arma e dipende a chi la metti in mano. La Regione Piemonte regala questi animali, ma insegna anche a gestirli? Onestamente non lo so, ma so che se io cinofilo prendo un cane di razza definita pericolosa a scuola ci devo andare.

Gregge in alpeggio, spostamento lungo una pista per raggiungere i pascoli

Vi risparmi il resto, direi che abbiamo già sufficiente materiale per una discussione. Innanzitutto volevo trascrivere qui quanto mi ha scritto un amico, conoscitore della razza di cani più impiegata in Italia come cane da guardiania. Scrive Luciano: “Io vado in montagna in tutte le stagioni, da tre anni con il mio pastore maremmano (femmina) sempre rigorosamente libera. In estate, quando ci sono bestie in alpeggio, per me è tutto un po’ più complicato e difficile perchè è necessario fare attenzione, ma finora non ho mai avuto problemi. Ultimo incontro qualche settimana fa sopra l’alpe Sellery in val Sangone, con cinque maremmani molto arrabbiati proprio sul colle della Roussa, dove avrei dovuto passare anch’io. E’ ovvio che in questi casi DEVI uscire dal sentiero e aggirare il gregge a debita distanza. E’ anche ovvio che se hai un cane, questo non deve reagire e non deve andare verso il gregge ma stare tranquillo vicino a te. Questo devono capirlo gli escursionisti.

Cane da guardiania con vreccale (collare anti aggressione)

Ho sentito amici che alpeggiano proprio ad Ormea: “Io ho i cani, presi tramite il Progetto Lupo della Regione e anche da privati. Ovviamente molto dipende da come li gestiscono i proprietari. Però siamo all’esasperazione! Io non li volevo, perchè sia in alpe, sia giù, lavoro vicino alle strade. I turisti non hanno rispetto. Non ce l’ho con loro, perchè vendo i formaggi… Però non si comportano correttamente. Basta guardare anche la spazzatura che lasciano sui pascoli. Comunque, i cani li devo avere per difendere gli animali dal lupo. Oltretutto non ricevo l’aiuto per il pascolo gestito, se non li ho in numero adeguato in base al numero di capi che sorvegliano. Ho anche preso lo scacciacani, mi hanno detto che è consentito. Sparando con quello il lupo si è allontanato.

E’ sempre tutta una questione di rispetto reciproco. Ricordo ancora una volta il video realizzato in Svizzera per spiegare ai turisti che comportamento adottare. Il problema è che da noi, come avete potuto leggere sopra, la gente PRETENDE di passare sul sentiero anche quando c’è il gregge lì al pascolo.

Io ho avuto la “fortuna” di verificare tutto sul campo. In un caso, l’incontro con un cane da guardiania. Il gregge era già al pascolo, il pastore (più a monte) stava spostando le reti del recinto. Il cane ha subito avvertito la mia presenza, quindi ha iniziato ad abbaiare venendo verso di me. Io mi sono fermata e le ho parlato, tenendo le mani basse, poi ho iniziato ad aggirare il gregge sulla destra. Per un po’ la cagna mi ha seguita abbaiando, poi ha deciso che non ero pericolosa e si è allontanata con le pecore. Di sua spontanea volontà ha anche stabilito che i due escursionisti che sopraggiungevano dopo di me facessero parte del mio gruppo, perchè non li ha nemmeno degnati di uno sguardo. Il cane si è comportato correttamente e le persone pure, nessun incidente, tutto a posto. Se però al mio posto ci fosse stato qualcuno che aveva paura (l’atteggiamento comunque non è mite), la situazione poteva essere spiacevole. Il problema, anche senza incidenti, è reale e va affrontato.

Appena pochi giorni prima invece mi trovavo in una famosa località turistica, molto frequentata, ma anche territorio d’alpeggio. Tra l’altro, qui recentemente i lupi hanno attaccato più volte il gregge, difeso solo da due cani da guardiania, proprio perchè già con questi due esemplari la gestione è problematica. Non per colpa dei cani, ma per colpa della gente. Il gregge era appena stato fatto uscire dal recinto, una pecora aveva partorito e si stava provvedendo a spostarla nel recinto lì vicino. I cani, come fanno sempre, sono partiti in avanscoperta davanti alle pecore e… subito si sono udite delle urla provenire dalla strada sterrata adiacente.

Dei due cani, il maschio è più irruento. Non aggressivo, ma se provocato, può reagire, a differenza della femmina che tiene maggiormente le distanze. Per questo, ahimè, è stato dotato di museruola: “Altrimenti sarebbe una lamentela continua e io non potrei più lavorare. Qui ci sono turisti ovunque, a piedi, in bici, con le moto. Già nei periodi con più gente ho pascolato le zone mento frequentate, ma…“. L’altro giorno comunque una podista, senza fermarsi, ha iniziato ad urlare solo nel vedere i cani. L’abbiamo ripetutamente invitata a fermarsi e stare zitta, ma la donna ha continuato a correre urlando in modo isterico, procedendo verso il gregge. I cani le si sono avventati contro (non sono animali che si fermino a richiamo del padrone), senza assolutamente morderla, ma la ritenevano un pericolo e allora hanno fatto il loro mestiere. La donna si è allontanata insultandoci pesantemente, senza mai smettere di correre. A monte e a valle della strada su cui correva, c’erano i cartelli specifici che avvisavano della presenza dei cani e di come comportarsi, quelli che ho pubblicato all’inizio del post.

Questi cani fanno il loro lavoro. Sbagliano sicuramente gli allevatori che li inseriscono senza seguirli adeguatamente, senza correggere da cuccioli gli atteggiamenti scorretti. Sbaglia chi cerca volutamente il cane aggressivo pensando di avere maggiore successo in caso di attacco da lupo. Ma sbaglia chi pretende di fare cosa vuole in un luogo di lavoro come l’alpeggio. Ne ho già parlato tante volte. C’è il lupo. Per adesso l’unica cosa che ci dicono è “bisogna convivere”. E allora, come il pastore deve adattarsi al lupo e ai mezzi per tenerlo lontano dal gregge, così il turista deve cambiare modo di andare in montagna e convivere con questi aspetti collaterali della presenza del lupo stesso. Poi… se amate gli animali, se amate i cani, potete anche vedere delle scene come quelle della foto. La perfetta simbiosi tra questi cani e il gregge.

Fa notizia solo perchè è successo a Sestriere?

Ormai certe cose “non fanno più notizia”. Però ogni tanto se ne parla lo stesso… La scorsa settimana un caso di gregge attaccato dai lupi è finito sui giornali, ma non è stato (e ahimè non sarà) l’unico di tutta l’estate. Le prime predazioni si sono avute quando gli animali sono saliti in alpe e le ultime avverranno fino al momento della discesa. Non è una novità. Ma questa volta il tutto è successo a Sestriere, nel mese di agosto, quando su non ci sono solo pastori, margari e abitanti della montagna, ma ci sono i turisti!

Anche senza fare il pastore, anche da normale turista, può succedere di trovarsi davanti ad una scena simile. In questo caso io camminavo lungo una strada sterrata, il gregge aveva cambiato vallata qualche giorno prima e il pastore sapeva che gli mancavano degli animali. Non so dire come e perchè questa pecora fosse morta, ma sicuramente qualcuno l’ha mangiata lasciando la pelle, la lana e qualche osso spezzato. Altre volte si trova una gamba di capriolo, qualche osso con brandelli di carne attaccata. E’ la natura, certo. Ma quando il gregge è in una località rinomata come Sestriere, allora l’attacco “fa notizia”. Bisognerebbe però ricordarsi del problema tutto l’anno, perchè il turista in montagna non ha niente da temere, se c’è il lupo. Non più di quanto debba temere il cinghiale, il cervo o la volpe. Per chi invece in montagna abita e lavora, il discorso è diverso.

Quante  volte, su queste pagine, abbiamo già trattato l’argomento? Innumerevoli… E parlar di lupo, ahimè, vuol sempre dire far polemiche. Perchè questo argomento, per i simbolismi che al lupo sono stati attribuiti nel corso di secoli e millenni, deve sempre prevedere uno schieramento netto da difendere ad oltranza. Quando si parla di lupo, con certa gente non si riesce a ragionare, meno che mai in un’epoca in cui, sempre di più, si è perso il legame con il mondo reale che ci circonda. La montagna, la natura da vivere è diversa da quella che si vede in TV o anche solo da quella che scorre dietro i finestrini di un’auto. Come si può pretendere di sapere cos’è giusto e cosa sbagliato, senza conoscere la realtà? Come soprattutto si può giudicare, senza avere la minima idea di cosa significhi, per un allevatore, trovare un suo animale sbranato?

(Foto F.Barreri)

Nel mese di luglio, aveva fatto scalpore la pubblicazione di queste immagini di un giovane margaro di Oncino (CN). Avendo trovato un vitello ucciso e parzialmente consumato, aveva scattato numerose foto della vacca che girava intorno al suo piccolo.

(Foto F.Barreri)

Particolarmente straziante questa, in cui la madre chiama disperata. Sembra quasi una richiesta di aiuto. Se l’animale è impotente, si sente ancora più impotente l’uomo, abbandonato a se stesso lassù in montagna, alla mercè delle parole che altri pronunciano in sedi lontane, tra cemento e asfalto. Fabio è giovane e si è lasciato andare ad uno sfogo, pubblicando queste immagini in un gruppo facebook, accompagnate dalle sue riflessioni. Il fatto è stato ripreso dai giornali locali e da vari siti, i commenti si sono sprecati ed alla fine è stato certificato che l’attacco non era da attribuire al lupo. Come si può infatti vedere, l’animale è consumato nel posteriore, mentre la classica predazione da lupo prevede il consumo a partire dalla pancia: vengono tirati fuori i visceri e poi l’animale inizia a mangiare la carcassa.

Le polemiche si sono sprecate, come al solito, ed il fatto che fossero stati cani e non lupi è servito per l’ennesima volta a chi continua a sostenere che la gran parte degli attacchi non sia da attribuire ai selvatici (nonostante ogni predazione venga certificata e, molte volte, è l’allevatore stesso a vedere il lupo in azione, come nel caso di Sestriere). Bisogna ripetere ancora una volta che i pastori hanno due tipi di cani? Evidentemente sì, visto che molti non l’hanno ancora capito. Ci sono i cani da guardiania, bianchi, grossi, confusi tra le pecore, con il solo compito di proteggere il gregge dagli intrusi, soprattutto se predatori, ed i cani “toccatori”, i cani da lavoro. E i cani randagi, a cui tanti vorrebbero attribuire le predazioni in alpe? Io, in 37 anni di vita, innumerevoli gite in montagna, stagioni passate in alpeggio, solo una volta ho visto due cani vagare in alta quota senza padrone. In un’altra occasione ho trovato un cane da caccia sperso, che ci ha seguito in fondovalle. Secondo me gli attacchi da cane, per lo meno da queste parti, sono da attribuire ad animali che un padrone ce l’hanno, ma è il cancello di casa a non essere sempre ben chiuso! Animali che “vanno a farsi un giro” e ritornano magari con la pancia piena.

Tornando al lupo, quest’anno le condizioni meteo sono a lui favorevoli. Ormai la gran parte dei pastori ha i cani da guardiania, pratica il pascolo guidato (cioè il pastore sta con gli animali tutto il giorno) ed impiega i recinti di notte. Questi sono gli unici tre “strumenti” attualmente utilizzabili per cercare di difendere il gregge, utili, ma non sufficienti a scongiurare al 100% gli attacchi. Attualmente nessun detrattore efficace è consentito dalla legge. Però ci si ostina a non capire che non si vogliono sterminare i lupi. Certo, nell’impeto del momento, più di uno afferma che vorrebbe ucciderli tutti, ma razionalmente poi la gran parte delle persone, allevatori compresi, afferma di non avercela con il lupo, animale selvatico che non ha nessuna colpa, se non quella di volersi cibare. La rabbia maggiore è rivolta verso chi li difende senza voler ascoltare le ragioni di chi si trova, per diversi mesi all’anno, a “combattere” quotidianamente con il timore di veder uccisi i propri animali.

Non mi stancherò mai di ripetere le stesse cose: i capi uccisi spesso sono il minore dei problemi. Il disagio lo patisce in ugual modo chi subisce predazioni e chi invece non perde nemmeno un animale in tutta la stagione. C’è comunque sempre l’ansia, il timore, le spese, la fatica per cercare di proteggere il tuo gregge. Prendiamo una pecora che si rompe una gamba: in passato si ingessava l’arto e si lasciava tranquillo l’animale dove si trovava: questo brucava, poco per volta si rimetteva in forma. Adesso invece bisogna per forza farlo scendere alla baita, magari chiuderlo in una stalla, perchè altrimenti è una vittima quasi certa. Riuscite ad immaginare cosa voglia dire far scendere lungo una traccia di sentiero sassoso un animale pesante con una gamba rotta? Molte volte ciò compromette ancora di più la frattura. Questo non è che un esempio per cercare di spiegare le tante sfaccettature del “problema lupo”.

Il lupo deve tornare ad avere paura dell’uomo, altrimenti non cambierà nulla. Bisognerebbe smetterla con le parole e le polemiche, che tanto ci piacciono, in Italia, e passare finalmente ai fatti. Smetterla con il “tanto ci sono i rimborsi”, “sono i pastori che non sanno fare il loro lavoro”, “è l’uomo che ha invaso territori non suoi”, ecc ecc ecc, classici commenti che si leggono e ascoltano ogni volta che si tira in ballo l’argomento. Il numero di lupi è in crescita, il territorio piemontese è ormai interamente colonizzato, in tutte le valli ci sono stati attacchi e avvistamenti, un lupo è stato investito in pianura, ad una ventina di chilometri da Torino. Si parla ormai anche di ibridi tra cani e lupi. Purtroppo l’attacco a Sestriere sarà solo una delle tante notizie estive per fare un po’ di clamore, poi arriverà l’autunno (stagione in cui si concentra solitamente il picco delle predazioni) e nessuno parlerà del problema. I pastori si sentiranno sempre più soli, saranno sempre più esasperati e delusi, ma nessuno prenderà mai la responsabilità di una decisione in grado di scatenare le proteste degli ambientalisti. Conta di più l’opinione di chi teorizza una wilderness inesistente rispetto a chi invece lavora e mantiene viva la montagna, la biodiversità, i prodotti caseari e non solo…

Pastori per scelta in Val d’Aosta

Dovevo andare in Val d’Aosta a presentare il mio romanzo e, combinazione, proprio in quel giorno, in una vallata vicina, c’era una transumanza. Un gregge era sceso da un alpeggio per salire in un altro. Siamo a Cogne, il gregge è composto quasi interamente da pecore provenienti dalla provincia di Biella, ma chi mi contatta è Enrico, uno dei pastori. Scoprirò poi la sua storia nel corso della giornata.

Le pecore sono “parcheggiate” nel bosco, verranno aperte poco dopo il nostro arrivo. Per lo spostamento, sono venuti i proprietari degli animali a dare una mano. Il pastore è Jacopo, un giovane Biellese, che ha già passato su questa montagna tre anni, ma le scorse due stagioni era insieme ad un altro pastore, Mauro, da cui ha imparato il mestiere. Infatti Jacopo ha intrapreso questa attività per passione, i suoi genitori fanno tutt’altro, ma lui deve aver contratto quella malattia che ancora si diffonde per un territorio che, da sempre, ha a che fare con le pecore…

Anche Davide è giovane. Lui d’inverno pascola il gregge con il pascolo vagante, ma d’estate affida gli animali in guardia in questo alpeggio. “Da noi nel Biellese… non c’è erba buona come qui. Le montagne non sono come queste! Di qui le pecore scendono sempre belle, in autunno. Mangiano bene e dopo sono più tranquille.” Già una volta le pecore biellesi venivano in Val d’Aosta: il famoso libro “Fame d’erba” infatti mostra per l’appunto greggi di quelle terre che passavano in queste montagne l’estate.

Il gregge sfila lungo la pista che costeggia il torrente gonfio d’acqua. Le piogge, lo scioglimento della neve e dei ghiacciai più a monte, queste sono zone dove solitamente non si patisce la siccità, meno che mai in questa strana estate. Nonostante il brutto tempo patito fino ad ora, le pecore sono belle. Ovviamente ci sono degli animali zoppi, ma sfido a trovare un gregge dove non ve ne siano, specialmente quest’anno!

Mentre si sale, ecco una “stranezza”. I prati già pascolati dalle vacche sono punteggiate di fiori di colchico. Il colchico autunnale! Ma siamo ai primi di agosto! Sono abituata a vedere queste fioriture a fine stagione… C’è davvero qualcosa di anomalo, in questa estate di pioggia e freddo.

Finito il bosco, si giunge alla frazione di Valnontey, dove c’è da fare attenzione ad alcuni campi di patate ed orti accanto alla pista. Le cime che dovevano fare da sfondo a questa transumanza sono nascoste dalle nuvole e sta già ricominciando a cadere una debole pioggia. “Quest’anno non solo non riusciamo a far asciugare gli ombrelli… Marciscono proprio!

Il gregge prosegue, le pecore conoscono la strada, tra poco si inizierà a salire lungo il sentiero, quindi bisognerà caricare tutto il necessario sul basto dell’asino e negli zaini. “E’ un bell’alpeggio lassù, devi poi tornare quando siamo in alto, vedrai che vallone! Solo che non si arriva con la strada e allora con le vacche non salgono più. Però c’è tutto, la stalla, il caseificio…

Nonostante la brutta giornata, ci sono comunque numerosi turisti che stanno per avviarsi lungo il nostro stesso percorso. Il sentiero è molto trafficato, oltre all’alpeggio, lassù c’è il Rifugio Sella, meta di escursionisti ed alpinisti. Qualcuno aspetta, qualcuno cerca di precedere la transumanza, altri ancora si trovano circondati dalle pecore. Chissà quanta gente ci sarebbe stata, in una giornata di sole!

Il sentiero passa accanto al giardino botanico, ma per le pecore le erbe non sono da classificare in rare e comuni, bensì più o meno buone per il pascolo! Ormai piove e ci si rassegna all’ennesima giornata di brutto tempo. Un bel cambiamento di vita per Enrico! Originario di Cogne, fino a non molto tempo fa lavorava come cuoco. Mi aveva già scritto lo scorso anno a fine stagione… E la passione emergeva dalle sue parole e dalle sue immagini.

Il sentiero che conduce all’alpe è una vera e propria opera d’arte. Gli animali in parte lo seguono, in parte si sparpagliano a pascolare. Tornando alla storia di Enrico, da socio del consorzio dei proprietari di questo alpeggio, ha deciso di passare all’attività pratica di gestione e sorveglianza del gregge. “Ho tanto da imparare… Da bambino i miei avevano lavoro con l’albergo e mi mandavano su con i nonni in alpe. Adesso che faccio questo sto meglio. Non ho più lo stress di prima. E’ un’altra vita. Voglio fare anche il corso per gestire al meglio il mio cane, ho preso un cucciolo di border. E poi imparo da Jacopo, che è giovane, ma ha già esperienza.

E’ la prima volta che mi capita di vedere un cartello che segnala i lavori in corso… su di un sentiero! Il percorso viene risistemato egregiamente e così ne beneficiano anche gli animali. “Il prossimo anno voglio portare su un po’ di capre, ho preso delle capre francesi, mungere e fare il formaggio.” Sicuramente, come cuoco, questa attività darà soddisfazioni ad Enrico. Invece alcune giornate al pascolo sono state dure, per lui. “Ho preso tutto l’abbigliamento tecnico, ma quei giorni che fa freddo…

Dopo il ponte, il sentiero si inerpica in un tratto più ripido. Dei giovani (Americani? Australiani?) sono rimasti in mezzo alle pecore, ma paiono divertiti dalla cosa e non si lamentano, a differenza di alcuni Italiani che sbuffano per l’imprevisto che ritarda il loro cammino. Altri ancora guardano schifati le loro scarpette nuove fiammanti insudiciate dagli escrementi che non riescono ad evitare di pestare. Anche questa è montagna…

Ecco finalmente il gregge nei pascoli. L’erba è già un po’ vecchia, ma è comunque ancora tutto un fiore. Le pecore evitano accuratamente il pianoro dove lo scorso anno avevano dormito, così i pastori posizionano nuovamente lì il recinto. Per fortuna ha smesso di piovere… Gli animali non si fanno pregare, pascolano a testa bassa e per un bel po’ non si muoveranno di lì.

Finito di preparare il recinto, anche i pastori pensano al pranzo. Il gregge continua a pascolare, il sole fa dei timidi tentativi di comparsa, ma alla fine vincono ancora una volta le nuvole e non c’è verso di vedere il Gran Paradiso in tutto il suo splendore. A poco a poco le pecore si coricano già a ruminare, sazie più che stanche per la transumanza. erba davvero buona, da queste parti! I due pastori restano su, tutti gli altri scendono a valle. Prometto di tornare per vedere la parte alta del vallone, spero di farcela davvero, magari a settembre.

Segnaletica d’alpe… bisogna dire tutto!

Girando per sentieri e strade tra gli alpeggi, di cartelli, segnali, bacheche se ne trovano ormai molti. Perchè? Per informare, ma anche per dettare regole di comportamento che, ahimè, non sono ovvie per la maggior parte delle persone. Molte volte basterebbe il buonsenso, ma sappiamo che questo ultimamente non abbonda. E allora…

Cartelli italiani e cartelli svizzeri. Anche oltreconfine occorre dire tutto, con la differenza che là i cartelli restano, qui da noi spesso vengono strappati, rotti, imbrattati o addirittura portati via. Questo l’ho fotografato in Val Troncea (TO), dove i margari pascolano l’alpe secondo un “piano di pascolo aziendale” che pertanto prevede numerosi recinti entro cui spostare gli animali. Quando uno di questi attraversa un sentiero, è stato realizzato un passaggio. Ovvio che, quando trovi chiuso, dovresti richiudere… Ma meglio specificarlo!

Sempre in Val Troncea, alla borgata Seytes, dove con i fili è stata tenuta fuori dal pascolo l’unica baita ancora in buone condizioni. Dal recinto le vacche non devono scappare, ma qui non devono entrare a fare danni! Speriamo che i turisti rispettino sempre queste indicazioni.

In Svizzera (Canton Ticino), ecco uno dei tanti attraversamenti. Il filo elettrico viene fatto passare in alto, l’escursionista deve aprire quello in basso, dove è pure stata messa una manopola isolata. Certo, tutto questo facilita il turista, mentre il più delle volte sui nostri sentieri troviamo solo il filo tirato, con la corrente e nessun accorgimento per aprire un passaggio. Così tocca scavalcare cercando di non prendere la scossa. Perchè? Perchè è sicuramente un lavoro aggiuntivo, specialmente quando i fili magari vengono spostati già dopo un paio di giorni. Ma soprattutto perchè molte volte capita di non trovare richiuso il passaggio!!!! E gli animali trovano subito il varco…

Ancora in Italia all’alpe Sant’Eurosia (VB), dove si invita sia a tenere i cani al guinzaglio, sia a non lasciare in giro i rifiuti. Sappiamo bene come ormai molta gente abbia un cane e pretenda di lasciarlo libero quando si è in montagna… Certo, il cane ha diritto di correre, il padrone presume di sapere come potrebbe reagire con gli animali al pascolo, ma… Non può immaginare come gli animali invece reagiscano di fronte ad un cane sconosciuto. Quindi, per favore, in alpeggio, con o senza cartelli, se vedete vacche, capre, pecore… Usate il guinzaglio e passate lontano, grazie.

Poi la famosa questione dei cani da guardiania. Anche in Svizzera li trovate, dove c’è un gregge. Qui siamo in Val Bedretto all’alpe Cavanne. Poche semplici indicazioni e persino i QR code, i codici da leggere con gli smartphone per avere informazioni. Turista avvisato…

Ancora cartelli nel territorio di Bigorio (Canton Ticino), uno per tenere al guinzaglio i cani vista la presenza di capre al pascolo, l’altro per spiegare cosa siano le vacche nutrici. Ormai bisogna anche dire che gli animali sono pericolosi… Da una parte un tempo si conosceva il comportamento degli animali cosiddetti domestici, per cui si sapeva che è meglio non avvicinarsi ad una vacca con il vitello. Dall’altra oggi magari c’è chi si avvicina per curiosità o per scattare delle foto, correndo anche dei grossi rischi senza rendersene conto.

Non conoscendo gli animali, le loro abitudini, le loro necessità, bisogna anche evitare di dar loro da mangiare, specie se si tratta di alimenti estranei alla loro dieta, che possono addirittura rivelarsi pericolosi per la loro salute. E così a Sala Capriasca la mia amica Chiara spiega in tutte le lingue di evitare di dare cibo ai suoi asini.

Per finire, una norma di comportamento alla quale i più sicuramente non pensano, dato che spesso vedo i padroni invitare i propri cani a gettarsi nelle vasche di abbeverata durante una gita in montagna. Certo, noi umani beviamo dal beccuccio della fontana, ma nella vasca bevono gli animali. Anche loro magari preferirebbero avere acqua pulita… (Alpe Santa Maria di Lago, Canton Ticino).

Dal mare al Vanoi

A Canal San Bovo (TN) quest’anno si è tenuta la prima edizione di una particolare “festa della transumanza”. Organizzata in semplicità, ma ottimamente, è una festa vera e non una ricostruzione o un evento finto ad uso turistico. Ovviamente però lo scopo era far arrivare turisti a conoscere il posto e incontrare greggi & pastori. Il sabato sera, proiezione del film “La strada di Denis” e presentazione del mio “Lungo il sentiero”.

I pastori erano già sul posto almeno dalla sera prima. Infatti al mattino presto avevano aperto i recinti per far pascolare gli animali. La giornata sarebbe stata lunga. Anche se la transumanza passava comunque di qui per raggiungere i pascoli alpini, per la “festa” il gregge sarebbe transitato in paese e bisognava rispettare più o meno le tempistiche indicate sui depliant informativi.

I pastori coinvolti erano tre e si davano una mano a vicenda per far sì che tutte le attività previste avvenissero per il meglio, cercando nello stesso tempo però di svolgere i loro lavori quotidiani. Come prima cosa c’era la passeggiata con l’asino, con un’accompagnatrice che avrebbe portato un gruppo di turisti (i più volenterosi e mattinieri).

E così, tra storia del paese, antichi mestieri, racconti di terribili alluvioni, dietro all’asina e al suo puledro, che sembravano più che altro interessati a far ritorno dal gregge, ci si ferma nella casa di un appassionato, trasformata in piccolo museo della civiltà contadina di ieri. Il proprietario rapidamente spiega l’utilizzo dei principali attrezzi, poi la carovana riparte.

La tappa successiva è la tosatura. Il secondo gregge infatti è “parcheggiato” più a valle lungo il fiume e, con o senza la presenza del pubblico, sono iniziate le operazioni per spogliare le pecore dal loro vello. Anche in questo caso, niente di “artificiale”. Il pastore tosa sempre in questa stagione quando arriva qui, al suo paese. Per tosare le pecore, c’è una squadra di professionisti appositamente reclutati.

Mentre pastori ed aiutanti lavorano, per i turisti è stata organizzata una “colazione” con prodotti tipici. Pastorizia, ma non solo, da queste parti! Ecco allora i formaggi a latte vaccino, tra cui un formaggio di malga stagionato dello scorso anno.

Intanto il gregge si prepara alla partenza. Le pecore hanno pascolato lungo il torrente, il sole inizia a scaldare, arriva anche la RAI a girare alcune immagini che verranno poi trasmesse al telegiornale regionale della sera. Intorno alle pecore si aggirano fotografi, amici e curiosi, ma la gran parte del pubblico aspetta in paese.

Finalmente si parte. “Biagi”, il padrone del gregge, è andato a vedere dove condurre le pecore, quando torna ci si mette in marcia. Bisogna fare un giro per risalire a livello del paese, ma chi guarda dall’alto può vedere la lunga fila bianca che si snoda sulla strada. Gli altri due pastori, Candido ed Angelin, sono rispettivamente i padroni del gregge che viene tosato e di un altro gregge attualmente poco lontano. Per l’occasione, si danno una mano tutti insieme.

Ecco il gregge nel centro di Canal San Bovo, con lo striscione della manifestazione sullo sfondo. L’ottima riuscita dell’evento è stata aiutata dalle condizioni meteo. Faceva persin troppo caldo, specialmente per gli animali che dovevano camminare sull’asfalto a quell’ora.

Il cammino del gregge prosegue tra bancarelle, gente del paese, turisti e gruppo musicale chiamato ad allietare l’evento. E’ stata però con una certa sorpresa che ho captato alcuni commenti di persone residenti a Canal. Affermavano di non aver mai visto passare le pecore, in passato! I pastori in precedenza mi raccontavano di esser sempre transitati di lì per raggiungere l’alpeggio, ma ovviamente il tutto avveniva lungo il torrente, senza entrare in paese. Anzi, molti tratti della strada che conduce qui, addirittura vengono percorsi di notte.

Il pubblico guarda il gregge passare e non lo segue, restano tutti in piazza, magari vanno già a fare la coda per il pranzo. I pastori invece proseguono. Finito lo spettacolo, i saluti, gli applausi, torna il mestiere di sempre. Quello fatto di chilometri percorsi a piedi, di sole, di caldo, di polvere, di pioggia, di fango di freddo. Di orari che non finiscono mai. Ma quel giorno è comunque speciale e i pastori sono attesi come ospiti d’onore sotto al tendone.

Si passa il ponte e finalmente si può lasciare l’asfalto. Il caldo, arrivato all’improvviso, è davvero intenso. Gli animali camminano con la bocca aperta, bisogna condurli in un luogo fresco affinchè possano riposare e pascolare.

La strada porta ad un passo molto frequentato dai motociclisti. Sono numerosi quelli che hanno incrociato la transumanza, ma parecchi altri aspettano in coda al gregge, per poi ripartire facendo rombare i motori non appena questo libererà la carreggiata.

Il gregge viene fatto scendere in una cava/deposito di materiali. Tra nuvole di polvere, gli animali scendono verso il torrente. Il cielo è davvero limpido, l’estate sembra essere arrivata all’improvviso e le pecore, con questo caldo, dovrebbero già essere a quote maggiori. Mi dicono però che è normale transitare da queste parti in questo periodo della stagione.

Si torna in paese e c’è finalmente il tempo per fare un giro tra le bancarelle. Gli espositori sono stati scelti “a tema”, così per la gran parte espongono prodotti che, in qualche modo, hanno a che fare con la pastorizia e la valorizzazione dei suoi prodotti. Ecco ad esempio dei saponi al latte di pecora.

Numerose poi quelle che proponevano feltro, lana e altri oggetti derivati dalla sua lavorazione. Mi è rimasta una perplessità di fronte allo stand dove i cartelli certificavano la provenienza al 100% dalla Nuova Zelanda della lana impiegata per la realizzazione degli oggetti esposti! Una nota stonata, specie se confrontata con le locandine che spiegavano i progetti di recupero e valorizzazione delle lane locali.

Per finire, una doverosa visita alla mostra dell’amico Adolfo Malacarne, autore del libro “Transumanze“, appassionato conoscitore di questo mondo e amico di tanti pastori. Nelle sale dell’ecomuseo, erano stati esposti alcuni tra gli scatti più belli, tra cui anche immagini delle greggi e dei pastori protagonisti della festa.

Dopo il pranzo (per chi voleva, carne di agnello e capretto!), ancora un saluto a pastori e tosatori che, dopo una pausa legata ai tempi della manifestazione, avevano ripreso il loro lavoro. Tutto il gregge doveva essere tosato entro sera! La soddisfazione generale era tanta, anche chi si era adoperato per l’organizzazione iniziava a tirare un sospiro di sollievo, adesso che le attività previste erano terminate e gli ultimi visitatori si attardavano per pura curiosità. Complimenti ancora a tutti per il lavoro svolto e la buona riuscita della manifestazione.

Esperienza

Trattiamo un tema non nuovo, quello del lavoro in un’azienda agricola. Prendo spunto da un paio di “suggerimenti” che arrivano dal web. Oggi pomeriggio inizia il primo dei due corsi dedicati a titolari e coadiuvanti di azienda agricola sul tema della pastorizia. C’era stato chi, anche dalle pagine di questo blog, si era indignato perchè venivano spesi dei soldi (i corsi sono gratuiti) per chi non ne aveva bisogno, mentre servirebbero dei corsi per chi ha il sogno di fare il pastore, ma non ha nessuna esperienza. A parte il fatto che a tutti un po’ di conoscenza in più fa sempre bene…

Non è affatto facile mettere in piedi un corso del genere, una “formazione da pastore“. Specialmente in un momento come questo, dove tutti “tagliano” tutto. Ci siamo provando, ci stiamo muovendo, ma per ora la strada giusta da percorrere non si è ancora trovata. Così uno si arrabbia se mette un annuncio in una pagina dedicata al “lavoro in alpeggio” su facebook e nessuno gli risponde: “o fatto domanda e non mi ha risposto nessuno e vero che non o pratica pero almeno rispondere e dire non o bisogno“. Certo, potevano rispondergli, però un’azienda agricola tradizionale non è un ufficio e magari non è nemmeno detto che leggano le e-mail ogni giorno.

Per tutti i lavori serve l’esperienza, solo che generalmente uno ha l’idea che, se hai la buona volontà, ti fanno vedere e poi tu impari. Solo che, se devi avere a che fare con gli animali, non avere esperienza può anche essere rischioso. Inoltre, chi ha bisogno di personale, generalmente ha una reale necessità urgente e vorrebbe qualcuno che, al primo giorno di lavoro, sia già in grado di mungere la vacca senza dovergli spiegare da che parte si inizia.

Però, tornando al corso per i titolari di azienda agricola che non avrebbero bisogni di aggiornamenti, l’altro giorno mi sono rimasta esterrefatta ricevendo una sere di quesiti da chi un’azienda ce l’ha e pratica pure attività didattica. Così mi sono messa a cercare informazioni su cosa significhi “fattoria didattica” e come ci si muove per aprirne una. Ho visto che in molti casi serve una certificazione per la didattica, ma non sarebbe meglio verificare prima la parte agricola? Sapere come si allevano gli animali (e magari scrivere correttamente sul sito aziendale il nome della razza caprina) potrebbe essere buona cosa, soprattutto se poi lo devi insegnare ai bambini. Già così buona parte delle nuove generazioni non sanno cosa sia una capra, pensano che le vacche siano bianche e viola e rimangono confusi davanti agli animali da cortile, dato che loro mangiano il pollo, mentre lì vedono solo il gallo e la gallina…

Da una parte assistiamo a questa volontà di “ritorno” alle radici, alla ruralità, un po’ per “bisogno fisiologico”, un po’ per moda, un po’ perchè si pensa che così si riesca a sfuggire alla crisi. Dall’altra però bisogna rendersi conto che ormai c’è stato un passaggio dal quel mondo (che è poi solo quello dei nostri nonni o bisnonni) a qualcosa di totalmente diverso, per cui la mancanza di esperienza è davvero totale. Ecco allora perchè un allevatore diffida di chi dice di non avere alcuna pratica, magari (perdonatemi la battuta) teme che vada a mungere il becco per primo, in mezzo al gregge!

Mi hanno parlato di “capre da compagnia” e io sono crollata. Rispondo a tutte le vostre lettere, i vostri commenti, cerco di consigliare e soddisfare le vostre curiosità, di risolvere (se sono in grado) i vostri problemi, ma solitamente mi ero trovata di fronte a persone che avevano un piccolo numero di animali… per passione e non per compagnia! Se hai una fattoria didattica e, riguardo agli animali, dici: “I bambini potranno conoscere il loro ciclo produttivo“… Allora presumo che la capra partorisca e abbia il latte. Invece no, tengono qualche capra (senza maschio) per compagnia. Forse sono io che sbaglio, ma c’è qualcosa che non mi quadra, specialmente in una fattoria didattica! Cosa chiederà il bambino quando tornerà a casa? “Mamma, mi prendi una capretta che mi faccia compagnia?

Quasi più nessuno

L’autunno è bello. Bello per i colori, per quell’aria che si respira lassù in quota in questa stagione, con un caldo piacevole (a differenza del calore soffocante dell’estate), aria limpida, giornate veramente belle quando c’è il sole, senza rischio di temporali improvvisi. Bello per la solitudine, una solitudine che non pesa al pastore, perchè si sente il “signore” della montagna. Scrive un pastore: “Adesso sono qui con la compagnia dei miei cani, purifico l’anima e raggiungo la pace interiore. Che solitudine!” (E’ un pastore moderno e lo scrive in un sms!)

Ci sono giornate in cui fa ancora caldo, sudi in salita, sudi a portare sacchi di sale o le reti a spalle, ma la sera poi rinfresca . Quando stai fermo, ti crogioli in quel sole che scalda le ossa e ti rilassa. Anche le pecore, d’autunno, sono più brave e si spostano meno, durante il pascolo. Certo, ci sono giornate in cui fatichi ad indirizzarle dove vorresti, ma non è più come d’estate. L’erba da pascolare è sempre meno, quindi ci si concentra maggiormente su quella a disposizione.

D’autunno passa meno gente e, di solito, quella che c’è la montagna la conosce meglio. E’ un turista più attento, più consapevole, un appassionato che capisce e apprezza le sfumature, cerca quella stessa pace e tranquillità di cui gode il pastore in questi giorni. Poi c’è la spiacevole eccezione anche nella bella giornata, con un gruppo di motociclisti rumorosi che arrivano facendo rombare i motori e spaventando il gregge appena uscito dal recinto per avviarsi pigramente verso il pascolo. Per fortuna (bontà loro) si fermano e spengono il motore (a differenza di altri prepotenti passati nei mesi precedenti), attendono che il pastore faccia spostare il gregge dal sentiero, ma appena ripartono (tagliando su per i pascoli con qualche difficoltà) gli animali si spaventano e tornano indietro precipitosamente. So che l’argomento scatenerà la solita polemica, ma io non amo queste persone che, infrangendo la legge, scorrazzano sui sentieri di montagna (e, spesso, anche al di fuori di essi). Inoltre le loro moto (senza targa leggibile) non erano leggere moto da trial, ma mezzi più pesanti e rumorosi che hanno scavato un profondo solco nella parte terminale del sentiero per raggiungere il colle e divallare, senza per fortuna ritornare a infrangere la quiete dei pascoli.

Quelle giornate d’autunno con giochi di luci e sottili nebbie, quelle giornate in cui tu sei in maglietta e magari in pianura indossano una maglia pesante perchè giù fa brutto. Il pastore, lassù, lo spera vivamente, che in pianura ci sia il brutto tempo e possibilmente anche la pioggia, perchè sa bene che quest’anno, se non arriverà qualche precipitazione, sarà dura pascolare in prati secchi e riarsi.

Qualche nuvola arriva, ma passa veloce. I pascoli quassù ormai sono marroni, il freddo prima, il vento poi hanno consumato l’erba. In montagna, per i pastori, la pioggia ora ha scarsa utilità, è più che altro un fastidio o addirittura un danno, perchè gli animali pascolano malvolentieri l’erba vecchia, se bagnata. Per le pecore c’è ancora di che pascolare, molte mandrie sono ormai scese, restano sempre meno alpeggi abitati, a questa stagione.

Ancora sole, ancora vento. Va bene tutto, purchè non venga la nebbia. Il gregge pascola dove, settimane prima, c’era una mandria di bovini, ma la siccità quest’anno ha limitato la ricrescita dell’erba. Le pecore comunque riescono ancora a mangiare, brucano quel poco che è rimasto, poi si dirigono tra i cespugli di ontano, a cercare ciuffi ancora verdi.

Certi giorni si sale ancora in alto, c’è un vallone laterale da pascolare. Un vallone quasi dimenticato, dove chissà da quanti anni non saliva una pecora. Antiche tracce di sentieri, viottoli dei camosci, dove al massimo passa ogni tanto un cacciatore solitario. E’ difficile convincere il gregge a salire, ma poi a poco a poco la lunga fila si inerpica anche lassù, fino a sbucare in pascoli quasi totalmente invasi da cespugli.

E’ bello l’autunno, che ti regala panorami del genere, con colori che cambiano di giorno in giorno. Lassù ci sei solo tu con il tuo gregge, non ci sono auto parcheggiate al fondo della strada, non ci sono escursionisti sulle vette o lungo i sentieri. Dall’alto ti guardano i camosci e gli stambecchi, in cielo l’aquila e ogni tanto anche i grifoni. Ti godi lo spettacolo del vedere le tue pecore che pascolano, guardi la loro lana soffice, le ammiri quando rientrano, le pance ancora ben piene, la sera al recinto.

Le giornate sono sempre più corte, riesci anche a riposare un po’ di più. Al mattino puoi permetterti di rimanere a letto un po’ più a lungo, tanto fuori è notte ed il recinto è più vicino alla baita. La sera si finisce prima, le pecore scendono da sole al recinto. Se non ci sono imprevisti, ci sono meno lavori da fare rispetto ad altri momenti dell’anno. Anche per questo l’autunno è bello. Non è che non si faccia niente tutto il giorno, ma almeno si tira un po’ il fiato.

Poi arriva anche la pioggia: un po’ di nebbia, qualche goccia, si apre l’ombrello solo per pochi minuti, poi lo si chiude e lo si riapre ancora. Per fortuna dalla pianura dicono che invece giù ha piovuto, che sembra già subito tutto più verde. Ma l’autunno comunque di solito non è una stagione difficile, è l’inverno quello che fa tribolare. Oggi si è ancora in montagna, domani si inizierà a temere la stagione più critica, con la difficile ricerca di pascoli…

Una fiera sottotono?

Quello con la Fiera di Pragelato è uno degli appuntamenti classici di fine stagione. Fine stagione d’alpeggio, fine estate, ed infatti spesso anche il tempo non accompagna questo avvenimento. Invece quest’anno la giornata, anche se inizialmente fredda, si presentava come ottimale. Solo nel corso della mattinata è sopraggiunta una velatura a cui si sono aggiunte delle nuvole nel tardo pomeriggio.

C’era gente, c’erano i commercianti con le vacche, c’era qualcuno che mercanteggiava e, ogni tanto, un animale veniva segnato come venduto. Però mancavano le pecore e tutto il suo contorno di capre, asini e pastori. Nonostante le ipotesi più disparate che le voci incontrollate, come sempre, fanno circolare e crescono a dismisura proporzionalmente al numero di persone che ascoltano e rilanciano a loro volta la notizia, mancava il commerciante a causa di una fiera concomitante. Infatti, nella stessa data, si teneva anche la Fiera di Oropa, motivo per cui mancavano anche gli allevatori del Biellese, ben rappresentati nelle passate edizioni.

Qua e là si incontravano facce note, amici e conoscenti, come sempre accade alle fiere, si scambiavano quattro chiacchiere, si commentavano le ultime notizie di “radiopecora”, si osservavano gli animali in mostra. Addirittura poteva succedere di incontrare allevatori francesi, ma d’altra parte ancora oggi questa fiera nel nome rimanda all’antica fiera dell’Escarton di Pragelato.

Anche nel settore delle bancarelle c’erano delle carenze. Oltre agli addetti ai lavori ed al pubblico di turisti più o meno locali, capitava di sentir parlare lingue straniere e così mi veniva spontaneo pensare alle poche fiere d’oltreconfine a cui ho partecipato in passato. Oltre alla gran quantità di animali, queste fiere sono un’attrazione per l’aspetto del mercato. Artigianato, ma soprattutto tantissima scelta (eno)gastronomica.

Qui non mancavano i dolciumi, acciughe, olive & C., ma perché in una fiera zootecnica è presente un unico margaro che vende i suoi prodotti? E non c’erano altre bancarelle di formaggi! Non si trovava un salume, mi pare di aver visto un unico banco vendere pane. Se non si voleva rinchiudersi in un ristorante per pranzare, se non si era ospite delle tavolate dei commercianti di bestiame, per mangiare non restava che un unico furgone che vendeva panini, oltre (per fortuna) al furgone dei gofri.

Confido a questo punto nella Fiera dei Santi di Luserna San Giovanni (2 novembre) per potervi descrivere una bella fiera zootecnica, a meno che io riesca ad andare almeno a Barcellonette (28 settembre) per rifarmi gli occhi con una vera fiera dedicata alle pecore. Qui a Pragelato c’era scelta solo tra i bovini. Così gli appassionati della pastorizia dovevano recarsi altrove. Per fortuna c’era un gregge lungo la valle, con il pastore intento a tosare le pecore prima di arrivare in pianura. Per molti è già tempo di transumanza, se l’erba in montagna è finita. Però c’era modo di vedere anche altre greggi, in valle. Meno facili da individuare, ma…

Seguendo la pista e (per dire tutta la verità) la consistenza degli escrementi, c’era modo anche di raggiungere un gregge più a monte. Era da tempo che non riuscivo a ritagliarmi un po’ di tempo per far visita a quest’amica ed al suo gregge. Anche lei aveva ritardato un po’ i lavori quotidiani per fare un giro alla fiera, ma appena rientrata all’alpeggio, c’era da soddisfare le esigenze del gregge, che reclamava per andare al pascolo. Appena aperte le reti, gli animali avevano camminato di gran lena fino al fondo del vallone, dove li avevamo raggiunti, ed adesso finalmente erano intenti a pascolare, lasciando così alla loro pastora la possibilità di chiacchierare con i visitatori. Il bilancio dell’estate è positivo, bisogna vedere cosa farà il tempo d’ora in poi… Visto il freddo degli ultimi giorni, non ci sarebbe da stupirsi se arrivasse la neve.

Vi ho già parlato altre volte di questo alpeggio, situato in una zona fortemente turistica (anche se, da sempre, ben da prima che il nome di questo comune fosse associato agli sport invernali ed alla villeggiatura, qui ci sono alpeggi, greggi di pecore, mandrie di bovini). Ciò comporta numerosi problemi per chi si trova a condurre gli animali al pascolo, specie se si tratta di un gregge di pecore. Come vedete, per lo meno nei periodi a maggiore frequentazione turistica, si è obbligati a mettere la museruola ai cani da guardiania, annullandone così l’efficacia. O questo, o discussioni infinite, se non persino incidenti. Un conto è vedere qualche escursionista in tutto il giorno, un altro avere un transito continuo di moto, bici, pedoni ed altro.

La pastora ha notato il diverso comportamento degli stranieri: “…che spengono la moto, si fermano, rispettano…”, mentre con gli Italiani spesso c’è da farsi venire il nervoso. Come con quelli che hanno spaventato le pecore e le hanno fatte tornare verso il basso dopo che faticosamente erano salite. “E che problema c’è?”. C’è il problema che la gente è ignorante, ignora cosa voglia dire condurre un gregge al pascolo e, più in generale, tutto ciò che è il mestiere del pastore. “Ma io qui sono in ferie!”, è la giustificazione dell’ignorante-prepotente. Fiato sprecato spiegare invece che lì altri stanno lavorando, quel giorno come gli altri 365, su di un territorio che viene affittato ad uso di pascolo d’alpeggio, anche se percorso da sentieri, piste da sci e altre infrastrutture ad uso ludico. Non bastano le parole per descrivere la passione di chi qui pratica la pastorizia dedicandoci tutto il suo tempo e tutta la sua vita. Una volta mi disse che per lei era più che una malattia, era una droga… Dobbiamo salutarci, tocca cambiare vallata e rientrare in alpeggio, commentando quanto sia diverso il territorio anche a pochi km di distanza in linea d’aria. Infatti la Val Chisone, come al solito, mostra i segni di siccità, vento, freddo, con pascoli prevalentemente ingialliti e secchi.

Sulla via del ritorno, ancora una breve sosta dove il gregge che in mattinata veniva tosato ora pascola lungo il torrente. Il pastore sta scendendo in pianura, uno dei primi. Finisce la stagione d’alpe e inizia il pascolo vagante. Voleva tosare almeno due giorni in quel luogo, ma le previsioni meteo non sono buone per l’indomani…

Perchè invidiare?

Gli amici che seguono questo blog e che vivono/lavorano in montagna /in alpeggio capiranno bene quello che voglio dire. Agli altri cercherò di spiegarlo.  L’invidia è un sentimento che a volte tutti proviamo, ma questo stato d’animo non porta alcun beneficio. E poi, cosa serve invidiare vedendo le cose dal di fuori, senza sapere veramente com’è la realtà? Ricordo che, anni fa, una persona che abitava in un luogo montano veramente splendido mi aveva rivolto uno sguardo perplesso quando gli avevo fatto notare quanto fosse bello stare lì, quanto lui fosse fortunato. La bellezza la vedevo io, visitatrice occasionale. Lui probabilmente ci vedeva l’isolamento, l’impossibilità di muoversi a piacimento perchè vincolato dal lavoro. In effetti anche per me raggiungere quel posto non era stato facile, ma un conto è una gita, un altro è affrontare per forza la lunga strada stretta e tortuosa, magari quando si è stanchi, magari con condizioni meteo pessime.

Quando sei in alpeggio, quante volte ti senti rivolgere quella frase? Generalmente io non sono alla baita, ma, sbrigate le faccende domestiche, raggiungo gregge e pastori in quota. In una giornata quasi interamente passata “a casa”, ho avuto modo di vedere un buon campionario di visitatori occasionali del luogo (in numero ridotto rispetto alla norma a causa di una temporanea interruzione della strada di accesso, quindi si trattava solo di escursionisti e ciclisti). Non è mancata il classico: “Beati voi che state qui!” o, appunto “…che invidia!“. Perchè invidiare pastori e margari? Certo, quassù non abita nessuno, alla sera resta solo chi fa questo mestiere e nessun altro.

Però l’escursionista, seguendo il suo cammino, può decidere di trascorrere una notte in quota, può fare un trekking, può sostare in un rifugio. Conosco margari che, da generazioni, salgono sullo stesso alpeggio, quindi del resto delle vallate magari non hanno mai visto nulla, se non andando a qualche fiera. Escursionista, ciclista che raggiungi l’alpe, rinunceresti alle tue gite domenicali o anche settimanali, rinunceresti alle tue ferie, alla possibilità di essere oggi qui, domani là, per rimanere fisso in un luogo, per bello che sia? Lo sai che in alpeggio capita di rimanere isolati per giorni a causa di temporali, senza nemmeno la possibilità di comunicare perchè il cellulare non prende?

Certo, magari qualcuno accetterebbe di farlo. Come dico spesso a chi vuol fare questo mestiere, cambiando vita, bisogna sentirselo dentro, altrimenti all’entusiasmo iniziale seguirà una profonda disillusione, un senso di costrizione, perchè gli animali vincolano al 100%, 365 giorni all’anno. Come scrivevo ieri, sei lì in montagna, in un posto splendido, ma magari capitano solo poche, pochissime occasioni in tutta la stagione per poter salire al colle che ti permette di affacciarti su altre vallate. Fare il pastore, il margaro, non è una “bella vacanza”, è un lavoro, particolare sicuramente, ma un lavoro, con tutte le sue problematiche, anche se ha come sfondo bellissime montagne.

Non è che, automaticamente, in un posto del genere la bellezza del paesaggio (ammesso che ci siano giornate di sole e piacevole brezza) azzeri le difficoltà economiche, personali, ecc. Certo, aiuta a sentirsi più positivi, ma non sempre è sufficiente. Tante volte la fatica, la stanchezza, la frustrazione per certe situazioni arrivano sovrastare tutto. Penso a allevatori invischiati in beghe burocratiche, che lottano affiancati da avvocati per far valere i propri diritti. Proprio ieri un ragazzo mi scriveva questo: “La mia montagna è già il secondo anno che va all’asta e non è finita… Con contratti annuali! Questo a causa di un sindaco che cerca di favorire certi elementi. Andiamo avanti a suon di avvocato e palanche per pagare l’affitto.. Tutti soldi che potrebbero essere investiti nell’alpeggio!! Ma così non è purtroppo!! Questo dopo 18 anni che carichiamo noi l’alpeggio…!!!“.

Certo, chi passa casualmente in un alpeggio che è anche un bel posto non immagina che dietro ci possano essere così tante cose. Forse può arrivare a capire le ore di duro lavoro, gli orari lavorativi spesso pressochè infiniti, il fatto che certe soddisfazioni compensino i sacrifici, ma difficilmente associa ad una mandria o un gregge la burocrazia, la frustrazione, il disgusto per sentirsi dimenticati, per sentirsi “di serie B”. Perchè se il turista ha delle necessità, ci si affretta, se una strada per l’alpe è interrotta, non importa niente a nessuno. Perchè certe piste vengono messe a posto nel mese di agosto e non a giugno, prima della monticazione? Ce ne sarebbero di esempi da fare… Ammirate l’alpeggio, rispettate il territorio, gli uomini, gli animali, ma senza invidia. Cercate di documentarvi, cercate di conoscere questo mondo e pensate a quante piccole cose che date per scontate manchino lassù.

Non è vanità, non è scarso spirito di adattamento, non sono queste le cose che mi fanno dire che in alpeggio spesso mancano troppi elementi ormai essenziali. Va bene per una vacanza avventura lavarsi nel torrente o illuminare la cena con la pila o la candela, ma quando vivi e lavori duramente per diversi mesi in alta quota, avere un bagno, addirittura una doccia, aprire la porta e accendere la luce non dovrebbero essere lussi (per non parlare di quei luoghi dove quasi manca persino la porta e, più che una baita, si parla di un ricovero di fortuna). Forse è più la donna ad avere queste necessità, anche perchè, se presente in alpe, è lei a passare più tempo nelle baite a far scaldare sul fuoco acqua per lavare e lavarsi, a cercare di conservare il cibo dove non c’è la corrente e la possibilità di avere un frigo (a meno di mangiare polenta e latte, latte e polenta, pasta e scatolette a pranzo e cena), ecc. ecc… Chi invidia la vita d’alpeggio, ci pensa mai, a queste cose?

Serve un manuale d’istruzioni?

Vita d’alpe, mondo idilliaco. “Beata te che sei lassù e non prende nemmeno il telefonino…“, così mi dicono. Però ormai l’imbecillità umana, la prepotenza ed altre simili caratteristiche salgono anche in quota. Il cafone non è solo un “tipo da spiaggia”, ma lo incontri ad ogni altitudine. E così, prima ancora di narrare le ultime vicende di pastorizia in alpeggio, mi trovo a fare qualche riflessione su come sia forse necessario un “manuale” per chi si reca in alpeggio. O meglio, in montagna, luogo dove vi sono anche alpeggi e gente che vi abita/lavora per alcuni mesi all’anno.

Ormai di stagioni in alpeggio ne ho già trascorse alcune, anche se non in modo costante e continuativo. Di anno in anno però, sia per esperienza personale, sia per sentito riferire da amici sparsi qua e là per le valli, vedo aumentare gli episodi negativi che coinvolgono pastori/margari e “turisti”, dove con questo termine comprendo dal “merendero” che sbarca dall’auto e allarga la tovaglia a 5-10 cm dal pneumatico all’alpinista equipaggiato di tutto punto che passa prima dell’alba diretto alle cime che sovrastano l’alpeggio. Con tutta l’infinita casistica di frequentatori della montagna che ci sta in mezzo, appiedati, motorizzati, ciclisti ecc ecc. Come ho già avuto modo di dire altre volte, basterebbe quel naturale rispetto reciproco per non aver bisogno di spendere parole sull’argomento. E invece…

Era una domenica mattina, finivo gli ultimi lavori “domestici” alla baita, avevo già fuori sulla panca zaino e scarponi e stavo per avviarmi a raggiungere il gregge. Sento il vecchio cane che abbaia e mi affaccio, ci sono due escursionisti in arrivo, con due cani (pastori tedeschi) liberi che scorrazzano a piacimento. Non voglio subito partire con la polemica, quindi mi limito ad un: “Buondì“, per poi vedere come prosegue il discorso. Uno dei due, senza nemmeno rispondere al saluto, mi apostrofa con un: “Ci sono quei rompic… dei maremmani qui?“. E così scatta il diverbio piuttosto acceso, con il mio tentativo di spiegare come i cani da guardiania siano uno dei pochi mezzi efficaci che i pastori possono utilizzare per difendere il gregge dal lupo. “Quella del lupo è una balla, io in questi anni non ho mai avuto problemi con il lupo, ma con i maremmani sì e se uno dei vostri mi tocca io la denuncio!“. Tralascio il resto dell’amabile chiacchierata e vi lascio immaginare come abbia reagito il nostro amico quando gli ho fatto presente che, in presenza di animali al pascolo, lui avrebbe dovuto tenere al guinzaglio i suoi cani…

Il lupo non è un’invenzione e, ahimè, anche quest’anno iniziano ad apparire articoli del genere, per non parlare poi delle foto e dei racconti che gli stessi allevatori pubblicano su Facebook. E i cani sono veramente efficaci, posso testimoniarvi attacchi in pieno giorno, con pastore presente, e cani da guardiania che hanno effettivamente messo in fuga il predatore. Solo che, anche in presenza di appositi cartelli di segnalazione, con norme di comportamento da seguire, gran parte dei turisti questi cani non li accetta, ha paura (presunta o reale, dopo incidenti verificatisi in passato) e finisce per litigare con il pastore, già con i nervi a fior di pelle per tutti gli scompensi, i danni e le spese che la “convivenza” con il lupo comporta.

Ecco perchè, secondo me, servirebbe un bel manuale d’istruzioni, un codice di comportamento in alpe da far circolare nelle associazioni di persone che, per piacere, sport o altro frequentano la montagna (CAI & C.). Far capire che questa non è un “parco giochi”, un luogo di relax per cittadini stressati, una palestra per chi vuole stabilire nuovi record di resistenza, velocità… Spiegare che il sentiero è percorribile anche perchè qui c’è qualcuno che lavora. Quello nella foto era letteralmente invaso dalla vegetazione: le pecore si sono aperte un passaggio, il pastore ha tagliato i rami degli ontani a colpi di roncola, poi ha aperto un varco nella valanga che ancora intasava il canalone, interrompendo il suddetto sentiero e costringendo a pericolosi equilibrismi chi avesse voluto andare oltre.

L’alpeggio è una proprietà privata, non un luogo da visitare con disinvoltura, entrando a piacimento quando si trova una porta aperta. Cosa dovrebbe spingere il turista ad entrare in una casa privata, quando non vi sono i cartelli che indicano un punto vendita di formaggi? I pascoli, in quanto tali, non sono luoghi deputati a campeggio, pic-nic con abbandono di immondizia (fenomeno questo, per fortuna, apparentemente in diminuzione), ma soprattutto non è il caso di correre in mezzo agli animali, abbattere o tagliare eventuali fili e recinzioni per il contenimento degli animali stessi. E, come si diceva prima, se si incontra una mandria o un gregge e si è accompagnati da cani, sarebbe correttezza legarli al guinzaglio per due motivi: non possiamo essere sicuri al 100% del comportamento del nostro amico a quattro zampe in presenza di animali estranei, tanto meno sappiamo come reagiscono capre, pecore e vacche nel vedere un cane. Potrebbero sia scappare precipitosamente, mettendo in pericolo la loro incolumità, sia andare verso l’intruso, creando situazioni difficili per il cane ed il suo incauto padrone.

E sull’annosa questione dei cani da guardiania, che fare? Ormai è quasi scontato che ve ne siano in ogni luogo si trovi un gregge. Non devono essere accanto al padrone, ma qua e là a sorvegliare pecore e capre sparse al pascolo. Sui cartelli che avvisano della loro presenza sono riportati tutti i comportamenti da tenere, ma posso anche capire che sia difficile mantenere il sangue freddo quando ci si vede venire incontro 3-4 grossi cani con i denti in bella vista. Nel piano regionale per la difesa dagli attacchi da canidi della Regione Piemonte viene stabilito come numero adeguato di cani da protezione uno ogni 150 capi. Fate voi il conto di quanti cani da guardiania dovrebbe avere un pastore con un gregge da 1500-2000 pecore… Il problema c’è è ed ben reale, basta un brutto incontro o aver sentito raccontare di un incidente per far sì che l’escursionista (anche se meno insolente di quello che ho incontrato io) parta prevenuto o si lamenti di “non poter più andare” dove ci sono le pecore. Coloro che continuano a ripetere che è giusto che ci sia il lupo e il pastore deve conviverci, hanno soluzioni da proporre? E’ urgente, perchè la quiete in alpeggio sta diventando sempre più uno stereotipo lontano dalla realtà!