Vedere altre realtà

E’ facile parlare per luoghi comuni, immaginare che altrove sia tutto migliore, tutto più semplice. Era da tempo che sognavo di vedere il pascolo vagante fuori dall’Italia, in Svizzera soprattutto. Il primo che me ne aveva parlato era stato Luigi Cominelli, ma purtroppo è venuto a mancare troppo presto perchè io potessi raggiungerlo e accompagnarlo nel suo lavoro invernale. Avevo visto questo video, oltre alle foto del libro di Marcel Imsand. Poi c’era stato il film Hiver Nomade…

Questa volta però sono riuscita a toccare con mano anch’io la stagione della transumanza invernale, il pascolo vagante, la vita del Wanderschäfer (pastore vagante, appunto). Il tutto grazie ad un amico, pastore originario della Val Pellice, che da alcuni anni fa le stagioni in Svizzera, sia d’estate in Canton Ticino, sia d’inverno nel Cantone di Lucerna. Il suo datore di lavoro invernale è proprio uno dei fratelli di Luigi, Sandro Cominelli. Così ho preso un po’ di abbigliamento invernale e calzature adatte, il cane e… sono partita.

Arrivare e trovare il gregge è stato semplice. Già sapevo che avrei incontrato la neve. Ero preparata a pecore “diverse”, ma viste dal vivo fan subito uno strano effetto. Il gregge è composto da pecore e agnelloni. Durante la transumanza, nessuna pecora deve partorire: se questo accadesse, la pecore deve immediatamente essere portata alla stalla. Il compito del pastore, da dicembre a marzo, è far mangiare il più possibile gli animali, ingrassarli a dovere. Gli agnelloni sono o di proprietà dell’allevatore o acquistati da esso e, raggiunto un peso adeguato (43kg precisi, siamo in Svizzera!) vengono tolti dal gregge e portati al macello.

E’ tutto un altro modo di lavorare. Certo, bisogna saper fare il pastore, ma anche così, è necessario imparare a svolgere il mestiere come richiede il padrone, il territorio, gli animali. Questi ultimi hanno un carattere diverso da quelli a cui sono abituata qui da noi. Basta il minimo evento anomalo per spaventarli e far sì che si “chiudano” a mucchio, pertanto anche mandare i cani non è semplice, sia per contenerle entro un certo appezzamento, sia per spostarle verso altri pascoli.

Un gregge, gli asini, il pastore e i cani. Come concessione alla modernità, il pastore ha un furgone, ma di questo vi parlerò successivamente. Gli asini trasportano il necessario per il gregge, cioè le reti per fare il recinto la sera. Al mattino, ben prima che venga giorno, bisogna iniziare proprio dal basto, poi si raccolgono le reti e il gregge inizia a pascolare. Non si aspetti che “sciolga”, come da noi che i pastori a volte attendono che vada via la brina per “dare il pezzo”, gli animali devono mangiare, mangiare, mangiare. Le reti vengono poi messe nel basto, così che siano sul posto quando si arriva dove si farà tappa la sera.

Il clima è quello che vedete, e ancora che in questi ultimi anni non ha ancora fatto davvero freddo. Ricordo che Luigi mi parlava di temperature anche di -20°C. Nei giorni precedenti il mio arrivo, c’era stata neve, pioggia, sole, poi mentre io ero lì hanno continuato a susseguirsi giornate di maltempo, con solo qualche intermezzo soleggiato. Gli animali comunque trovano di che sfamarsi sotto la neve e, come accade anche in Italia, quando questa è troppa o è ghiacciata, si interviene con del fieno. Il pastore avvisa l’allevatore e questo se lo procura in loco.

Non è una vita facile, quella del pastore vagante in Svizzera. Ci sono i pro e i contro, come in tutte le cose. Nei prossimi giorni vi racconterò tutto quello che ho potuto toccare con mano stando là. Di sicuro ho goduto di un paesaggio molto diverso rispetto a quello a cui sono abituata. Un paesaggio che rilassa, ma è stato tutto l’insieme ad essere rilassante, pur nella durezza delle condizioni di lavoro.

Solo per fare un esempio, mentre il gregge pascolava l’ultimo prato della sera, dei perfetti sconosciuti hanno accolto me, altrettanto sconosciuta, a casa loro. Amici dell’allevatore, avvertiti all’ultimo momento: a causa di problemi linguistici, avevano frainteso i dettagli sul mio arrivo, ma senza alcuna preoccupazione mi hanno accolta, ospitata e mi hanno concesso piena libertà nell’uso di casa, consegnandomi le chiavi e dicendomi di fare tutto quello che volevo. Andare, venire, usare la cucina, la lavatrice, qualunque cosa. Il giorno dopo quindi ho poi iniziato le mie giornate di pascolo vagante in terra elvetica…

Ogni pastore una storia

In dieci e più anni di pastori ne ho incontrati tanti. Ciascuno con la sua storia. Ma mi piace sempre ascoltarne di nuove e condividerle con voi che mi seguite. Anche nei miei libri ho parlato dei pastori che, una volta, emigravano in Francia per lavorare. Poi sono arrivati in Italia i pastori dalla Romania, a fare gli operai per gli allevatori locali. E adesso?

Immagini che vi ho già mostrato tante volte. La campagna autunnale, un gregge in cammino, alla ricerca di nuovi prati, stoppie o incolti. Il pascolo vagante, insomma. Questo gregge in particolare non l’avevo mai fotografato. Ho incontrato il pastore alla Fiera di Luserna e mi ha chiesto se potevo andare da lui a scattare qualche foto.

Il pastore è una vecchia conoscenza. La prima volta che ci siamo incontrati, anni fa, lui lavorava insieme a Fulvio. Avevano gli animali in società e, per qualche stagione, ha seguito il cammino di quel gregge dalla montagna alle colline dell’Astigiano. “Fulvio è il mio maestro. Ho imparato tanto da lui. A volte magari non era facile lavorarci insieme, ciascuno ha il suo carattere, ma non l’ho mai visto lasciar morire un agnello. Piuttosto si inginocchia nel fango, sotto la pioggia, per cercare di farlo succhiare, per tentare il tutto per tutto.

Il gregge si sposta nelle campagne. Deve arrivare nell’Astigiano prima che il suo padrone riparta. E qui allora devo iniziare a raccontarvi questa storia… Sapete che, tra pastori, le notizie viaggiano alla velocità della luce. C’è “radiopecora” che le diffonde, tra passaparola, telefonate e gossip. Già due estati fa infatti avevo saputo che Piero, il pastore che conduce questo gregge, aveva fatto la stagione oltreconfine, in Svizzera. Me lo aveva confermato lui stesso, quando lo avevo incontrato, sempre alla fiera.

Poi però avevo sentito dire che aveva lavorato là anche d’inverno. Pascolo vagante come quello del film “Hiver nomade“? Viene subito in mente il gelo, la neve, le parole che avevo sentito da un pastore che, per tutta la vita, aveva lavorato in terra elvetica. Qui però abbiamo un gregge, pecore e capre, che si spostano e che salgono in alpeggio in Piemonte. Ho mille domande da fare per cercare di capire questa storia.

Dopo aver attraversato la strada, si torna in aperta campagna. Trattori nei campi che si affannano ad arare o a portare via le rotoballe dalle stoppie del mais. E’ prevista pioggia, così i contadini si affrettano. I pastori sperano che non ne cada troppa, che il terreno non si inzuppi, che gli animali non sprechino troppa erba.

Il padrone del prato ha preceduto il gregge fin qui, per mostrare dove fosse. “Gli altri anni chiedevo ad un altro pastore, ma alla fine non è mai venuto a pascolarla… falla mangiare tutta, quest’erba!“. Gli animali non si fanno pregare. I pastori scaricano gli agnelli più piccoli dal furgone, i cani sorvegliano. Piero mi racconta che è proprio grazie ai cani da guardiania che è finito in Svizzera. Era stato invitato oltreconfine da una veterinaria per portare la sua esperienza di lavoro con questi animali insieme al gregge e là ha sentito parlare dello stipendio mensile per chi fa la stagione estiva. “Per quelle cifre, ci vengo io! Un anziano mi ha sentito, mi ha chiesto se scherzavo, abbiamo parlato tutto il tempo del pranzo e alla fine…

Così adesso Piero è diventato uno strano pastore vagante. Il suo gregge resta in Piemonte, sorvegliato da altri: “Avevo pensato di venderle, ho fin chiamato il commerciante a vedere, ma poi non me la sono sentita… le capre soprattutto!” Lui d’estate lavora in alpeggio, in Canton Ticino, badando agli animali di una quindicina di proprietari. D’inverno invece conduce al pascolo il gregge di un unico allevatore. Animali in asciutta e montoncini da ingrasso. “Lo scorso anno ho fatto la prima stagione invernale. Per fortuna non è stato un inverno troppo freddo…

Qui le pecore stanno chiamando gli agnelli, in Svizzera invece le fattrici restano in cascina, non seguono il gregge. “Là è tutto diverso. Ogni Cantone c’è un solo pastore. La gente è gentile. Io non parlo Tedesco, ma in qualche modo… Arrivi nei paesini e vengono le mamme con i bambini per vedere le pecore. Portano un cesto, con dentro il thermos, la torta! Altro che da noi! Un giorno una ragazza è venuta e mi ha fatto capire che voleva fare la foto con me. Dopo un’altra ha tradotto quello che diceva. Era il suo compleanno e, il fatto che il pastore fosse arrivato nel suo paese proprio quel giorno, era di buon auspicio. Per quello ha voluto la foto!

Paesaggio e non solo in Svizzera

Devo ancora raccontarvi alcune cose della mia breve vacanza in Svizzera, aspetti che riguardano gli argomenti di questo blog. Per esempio, parliamo ancora di paesaggio!

A volte il paesaggio non è poi così speciale, ma… Cos’è che fa la differenza? In una giornata dal meteo sicuramente non eccezionale, va anche bene camminare lungo questo percorso (segnalato con frecce ad ogni bivio) dove sicuramente non vi sono paesaggi alpini mozzafiato o attrazioni turistiche particolari. Fa la differenza quel bordo strada curato, senza un’erbaccia. Fa la differenza lo steccato, che sicuramente ha solo una valenza paesaggistica e nient’altro, perchè ai fini pratici, se bisogna contenere degli animali, si preferisce il filo ed i picchetti mobili.

Nel paesaggio non stonano nemmeno troppo le rotoballe fasciate, in attesa di essere condotte al riparo in cascina. Buona parte dei prati sfalciati erano punteggiati da questi fagotti bianchi, mentre altrove si attendeva un po’ di sole per andare avanti con il taglio del fieno.

Lungo queste passeggiate per stradine secondarie asfaltate o sterrate, oltre alle panchine per il riposo di chi le percorre, ci sono queste che… non sono buche per le lettere! Qualcuno, commentando il precedente post sulla Svizzera, parlava di civiltà. E questo è un simbolo di civiltà. Perchè da noi gli escrementi dei cani non vengono raccolti dai loro padroni nemmeno quando imbrattano i marciapiedi dove gli esseri umani preferirebbero non trovarli. Ma qui li devi raccogliere anche in aperta campagna. E nessuno si sogna di mandare il proprio cane a correre in un prato o in un pascolo, sapendo che quell’erba verrà brucata o trasformata in fieno. Se non cambia la testa delle persone e non si inizia ad avere rispetto di tutto, sarebbe inutile posizionare in Italia queste cassettine. Ben pochi le userebbero, qualcuno si prenderebbe i sacchetti e… chi passerebbe a svuotarle e rifornire di sacchetti nuovi?

Ebbene sì, anche questa è Svizzera! Potete tirare un sospiro di sollievo, anche lì si usano le vasche da bagno come abbeveratoi per gli animali. Le ho viste in più posti, ma in generale più in fondovalle che nei valloni d’alpeggio, dove l’abbondanza di corsi d’acqua non rendeva necessario creare abbeveratoi. Comunque, parlo sempre solo di una zona abbastanza limitata, quindi non posso generalizzare.

Qui siamo in Alta Engadina, un territorio dove, a pochi chilometri di distanza, convivono una realtà rurale di alta montagna come questa (siamo ad oltre 1700 metri di quota, una vallata abitata tutto l’anno) ed il turismo più che esclusivo della rinomatissima St. Moritz.

Dov’è troppo ripido per sfalciare, c’erano recinzioni fisse ad accogliere questo gregge di pecore. Non si tratta di un vero alpeggio, credo che gli alpeggi propriamente detti fossero a quote maggiori nei valloni laterali. Qui sono terreni sui 1800-1900 metri a monte dei paesi che, per essere puliti, vengono fatti pascolare. Gli appezzamenti più a valle erano già stati brucati, restavano altri pezzi qua e là dove spostare il gregge a mano a mano che l’erba fosse finita.

Il gregge era, come la maggior parte di quelli che ho visto durante il mio soggiorno, composto da animali di razze differenti e proprietari diversi. Credo proprio che, da queste parti, siano in molti ad avere qualche pecora in stalla. Non grandissimi numeri, anche poche unità, per tener pulito il territorio. Mi era stato spiegato che il contributo lo riceve il proprietario degli animali per il semplice fatto di possederli, non chi li porta in montagna.

Più avanti nella valle, risalendo un versante per raggiungere uno dei passi che permettono agli automobilisti di uscire/entrare dall’Engadina, ecco altre reti tirate e piccole greggi, alternate a fili e mandrie. Insomma, non un lembo di territorio abbandonato, non curato.

Che dire del passo… L’Albulapass è forse il meno frequentato, con la strada più stretta, dei colli che uniscono l’Engadina al resto della Svizzera. Dal punto di vista dei pascoli è un sogno. Versanti che declinano dolcemente, pascoli che risalgono verso il cielo. Di animali ce n’erano tanti, ma l’estensione del territorio era così vasta da far sì che quasi scomparissero.

In certi tratti non c’erano nemmeno i fili a delimitare il pascolo, così vacche e manze transitavano anche sulla sede stradale. Nessuno si indignava. I rari automobilisti le scansavano per sorpassarle, allo stesso modo in cui superavano i ragazzi che si allenavano con lo skiroll.

In un ameno paesino incontrato scendendo dal passo, tra decorazioni e vasi di fiori, ecco un’azienda agricola. Quello che volevo segnalarvi, è l’aspetto forse meno evidente. Accanto ai cartelli che annunciano la vendita di formaggio di capra d’alpeggio, a sinistra della panchina c’è una cassetta con coperchio, dove la gente è invitata a lasciare il pane (vecchio) per gli animali. Non vi sembra una bellissima cosa?

Per finire, dal banco frigo di un supermercato, ecco un pezzo di formaggio. Cosa c’è di particolare? L’etichetta, che porta il logo “pro montagna” e che ritroviamo su salumi, yoghurt e su altri prodotti. Certo, sarà anche una “trovata pubblicitaria” della coop svizzera, ma io vi invito a leggere sul sito la filosofia di questo progetto. Un messaggio chiaro, efficace che, penso non solo a me, faccia spendere volentieri quei centesimi in più (e sull’etichetta è indicato esattamente quanti). “Pro Montagna è sinonimo di prodotti di qualità selezionati dalle regioni di montagna svizzere. I prodotti di montagna Pro Montagna offrono un valore aggiunto in termini di sapore e autenticità. Una parte del prezzo pagato dal cliente per acquisarli è devoluto al Padrinato Coop per le regioni di montagna. Comprando un prodotto Pro Montagna potrai sostenere le popolazioni di montagna svizzere. Con Pro Montagna puoi essere certo di aver acquistato un vero prodotto di montagna. Che rimarrà tale anche domani.Qui potete leggere cos’è il Padrinato coop e quali sono i progetti sostenuti.

In un vallone a caso, in Engadina

Di nuovo in Svizzera. Non so se queste puntate oltreconfine mi facciano bene o male. Da una parte uno ricarica le batterie e, soprattutto, vede che è possibile vivere e lavorare in montagna in modo civile e dignitoso. Poi però rientra in Italia e tutto sembra ancora peggio di quello che è. Vediamo di fare insieme una gita in un vallone scelto a caso sulla cartina. Siamo nella Bassa Engadina, cantone dei Grigioni.

Si parte da un villaggio di nome Guarda, e c’è da star lì a guardare queste case che spesso portano la data del 1500 o 1600. Non sono case ricche, sono case di un paese di montagna. Qui si vive di turismo e agricoltura, sul retro di queste case ci sono stalle, balle di fieno, mezzi agricoli. C’è ordine e pulizia ovunque, oltre al gusto di decorare con fiori e semplici composizioni davanzali e portoni.

Aspettate a dire che qui sono fermi al secolo scorso! Questa è una bella foto bucolica che serve a dimostrare quanto sia grande la cura del territorio. Dove le macchine non arrivano, si procede anche a mano. Ma le macchine arrivano quasi ovunque, e che macchine!!

Lungo la strada che risaliva l’ampio vallone, liscia come se fosse stata asfaltata, senza una pietra, una buca, con tutte le canalette per lo scolo dell’acqua ben pulite ed efficienti, di macchinari ne abbiamo visti eccome. Non trattori giganteschi, ma mezzi adatti alla montagna. Presumo che il loro costo non sia così ridotto, eppure chi lavora qui è ben attrezzato.

Io non ho mai visto nelle nostre valli mezzi del genere. E iniziano a venirmi in mente tante domande… Ma perchè non viene incentivato l’acquisto di questi trattori? Perchè i contributi non vengono dati solo se si scelgono attrezzature adatte alla montagna? Non so come funzionino gli aiuti in Svizzera, quasi sicuramente ci sono degli incentivi sia per l’agricoltura, sia per la cura del paesaggio, però sono soldi ben spesi!

Presumo che anche questi cartelli vengano dati da qualche Ente agli allevatori. Sono standard e li vedi ovunque alla partenza dei sentieri. Avvisano di tenersi lontani dalle vacche nutrici, che possono avere comportamenti aggressivi contro chi si avvicina troppo al loro vitello. Il passaggio per evitare la corrente invece è frutto della mentalità. Non c’è punto di attraversamento che non tenga conto delle esigenze sia dell’allevatore, sia degli animali, sia dell’escursionista. Ovviamente, i suddetti escursionisti rispettano, aprono, chiudono.

Si sale di quota, eppure continua lo sfalcio. Siamo quasi a 2000 metri, l’alpeggio è a poca distanza, ma i contadini vengono fin quassù con i loro mezzi per recuperare tutto il foraggio possibile. L’inverno è lungo, da queste parti.

Passato l’alpeggio, si iniziano a scorgere animali al pascolo, fili e reti tirati, zone che sono state pascolate, ma nello stesso modo continuano anche le aree sfalciate, a quote via via maggiori fin verso i 2.200 metri. O l’erba viene tagliata, o pascolata, ma non c’è un angolo abbandonato, un ciuffo di ortiche.

Anche se il tempo non è dei migliori, ogni tanto pioviggina e la visibiltà non è ottimale, potete farvi un’idea dell’estensione del vallone. Se i versanti “all’inverso” sono più ripidi e boscosi, “nell’indritto” invece si aprono questi valloni dolci, con pascoli molto estesi che accolgono greggi e mandrie. Animali ce ne sono, sparsi qua e là, ma non abbiamo i numeri immensi che vedremmo sicuramente dalle nostre parti.

Prima, contenuti dai fili che delimitano vaste porzioni di pascolo, incontriamo i bovini, insieme a qualche cavallo. Ci sono vacche con vitelli, vitelloni, manze, forse qualche vacca viene anche munta nella parte più bassa del “recinto”, dove termina la pista sterrata. Il senso generale che si respira è di grande pace e ritmi naturali.

Più in alto, al limite della nebbia, ci sono le pecore, che avevamo già avvistato un precedenza. Tanti gruppi più o meno grossi, non sorvegliati, liberi di spostarsi e pascolare a piacimento. Evidentemente qui non si sono ancora registrati problemi con il lupo! Sono animali di proprietari diversi, come si può intuire dalle macchie di vernice sulla schiena, sul collo. Non sono abituate all’uomo, scappano appena tento di avvicinarmi.

Ce ne sono anche a quota più bassa nella parte sommitale del vallone, poco sopra ad un rifugio alpino. Tra queste, ecco una razza locale, la pecora dell’Engadina, una pecora “rossa”. Per chi conosce il Tedesco, altre informazioni qui.

Mentre scendiamo, è l’ora del rientro delle capre all’alpeggio per la mungitura. Al mattino le avevamo viste pascolare accompagnate da un pastore, mentre adesso è tutta la famiglia a ricondurle all’alpe.

Vediamo una giovane coppia con la loro bambina. I cartelli segnalano la vendita di formaggio di capra. Solo in seguito, su questo sito, scopriremo qualcosa in più a riguardo: “(…) merita una visita il villaggio diGuarda, che ospita numerosi artisti e ci riporta indietro nel tempo, a quando, negli anni Settanta, ancora era diffuso l’allevamento di capre. All’inizio dell’estate il capraio raccoglieva dalle famiglie le capre e le portava in alpeggio. Poi l’attività fu quasi del tutto abbandonata. Ci ha pensato Maria Morell a riscoprirla. Ogni anno da giugno a fine settembre un centinaio di animali di razza Camosciata delle Alpi vengono portati sull’Alpe Suot, ad oltre 2000 metri. La politica agraria rossocrociata ha incentivato questa attività per evitare lo spopolamento di queste località. E i formaggi di Maria vanno a ruba negli hotel dell’Engadina.

Ecco le strutture d’alpeggio: abitazione e stalla per le capre, tutto dignitoso e in buon stato, con la bella strada che arriva fin davanti. Ci sono anche numerosi maiali in un recinto, ai quali sarà sicuramente destinato il siero della lavorazione dei formaggi. I cartelli (in Tedesco) invitano anche ad acquistare (o assaggiare?) i salumi prodotti qui.

Spero riusciate a vedere in questa foto la sottile riga delle reti tirate. I pascoli delle pecore infatti sono delimitati da centinaia e centinaia di metri di reti posizionate a suddividere le zone e tenere gli animali lontani sia dai pascoli delle vacche, sia dai prati che verranno sfalciati. Sicuramente ci saranno dei contributi per l’acquisto dei materiali, senza dubbio non è facile andare a posizionare e poi raccogliere tutto il materiale, però qualcuno lo fa.

A proposito di materiale, guardate questo elettrificatore con pannello solare. E’ triste constatare che il primo pensiero che viene in mente ad un Italiano sia: “Da noi, tanto più vicino alla strada, non durerebbe due giorni! Sparirebbe prima!“. Tornando invece alla gestione dell’alpe, presumo che anche qui funzioni in modo simile ad altre realtà che mi è capitato di visitare. Tutti gli animali dei residenti salgono sull’alpe, qualcuno a gestire e sorvegliare il tutto, in questo caso anche con i propri animali. Vista la conformazione dell’Engadina, isolata dal resto della Svizzera e raggiungibile solo attraverso passi alpini (ferrovia a parte), penso che non arrivino animali “da fuori”.

Si rientra a Guarda. E’ uscito anche un po’ di sole ad illuminare un paesaggio dove la strada che disegna un cuore pare davvero il simbolo dell’amore per la montagna. Non è che da noi non ci siano dei bei posti, anzi! Forse però manca un po’ di quell’amore, di quella cura per il territorio. Manca una politica che voglia il bene della montagna, manca la capacità di saper gestire le risorse (e non solo volerle sfruttare). I contributi investiti sulla qualità e non sulla quantità… Tanto per dire, qui non c’è un parcheggio, sia nei paesi del fondovalle, sia nelle frazioni dove terminano le strade asfaltate, che non sia a pagamento. Prezzi non esorbitanti, all’incirca 5 € per mezza giornata, ma che si pagano comunque volentieri perchè accanto al parcheggio c’è il WC, la bacheca con tutte le informazioni, il cesto per l’immondizia mai stracolmo, il vaso di fiori per abbellire il tutto.

Per concludere, ecco una locandina fotografata in una bacheca. Ahimè non sono andata anche ad Ardez per visitare quella bottega. Si tratta comunque di un negozio dove vengono venduti i prodotti ricavati dalla lana delle pecore locali. Ovviamente c’è anche un sito dove (usando il traduttore di google se non conoscete il Tedesco) potrete scoprire la storia di questo progetto ed ammirare i prodotti, le donne che li realizzano, ecc. Mi sembra molto significativo che, in Romancio, le pecore si dicano “bescha”. Come se le bestie per antonomasia siano appunto le pecore!

Fienagione difficile (e non solo quella)

Persino i TG, tra una notizia sensazionale e l’altra, sono riusciti a dire che il maltempo sta flagellando l’agricoltura. Ieri gli amici in alpeggio mi raccontavano di grandinate, di neve, oltre alle ormai costanti, onnipresenti pioggia, nebbia, nuvole. Problemi in montagna, ma in pianura non si scherza. Ci sarà da piangere quando sarà ora di rientrare in basso. Molti animali forse starebbero meglio giù già ora, con l’erba che cresce a vista d’occhio. In certe stoppie, dove non si è riusciti nemmeno ad imballare la paglia, l’erba è già più alta delle andane ormai annerite che marciscono. E i fieni?

Una fienagione difficilissima. Riuscire a tagliare, far seccare, imballare, ritirare il fieno non è stato possibile per tutti. In pianura è andata bene a qualcuno a maggio, ma poi… Pioggia pioggia, pioggia. In Svizzera dovevo dare una mano alla mia amica Chiara, che fienava per i suoi asini, ma anche là il tempo ci ha lasciati fare solo parte di quello che si doveva.

Ci sono prati che, alla fine, non sono mai stati tagliati. Qualcuno mi ha detto che pensava di pascolarli, per non sprecare l’erba. Non oso pensare al prezzo del fieno, quest’inverno. Non a caso c’è un antico detto che ritorna in vari dialetti e che recita, con inflessioni e grafie più o meno simili, “An de èrba, an de mèrda“. Erba ce n’è, ma la stagione non sta affatto funzionando. Erba schiacciata a terra dalle piogge, dalla grandine. Erba cresciuta “per pioggia”, erba di poca sostanza. E poi in montagna fa freddo…

Appena c’è il sole, un po’ di vento e quel paio di giorni successivi di bel tempo, ovunque i contadini si scatenano a tagliar fieno. Ma bisogna avere la garanzia che riesca a seccare sufficientemente, oppure è fatica sprecata. Quando rientravo dalla Svizzera, passando per il Vallese, ferveva l’attività, tutti nei prati a tagliare.

E così intorno a ridenti paesini ordinati e puliti, con i prati che arrivano fino a confinare con le abitazioni, ettari ed ettari di prati erano già stati tagliati. Sole, vento, tutto sembrava promettere per il meglio. Animali al pascolo non se ne vedevano, erano tutti in alpe a quote maggiori, ma bisognava mettere da parte l’alimento per la lunga stagione invernale.

Dappertutto c’erano trattori in attività, chi a tagliare, chi a girare l’erba. Questo è un vero paesaggio di montagna vivo, operoso, dove l’agricoltura e l’allevamento fanno sì che si crei uno “sfondo” piacevole anche per chi viene qui a far turismo. Ed il turista cerca questo ambiente, frequenta questi posti perchè sa che trova sì l’alta montagna, i ghiacciai ecc ecc, ma anche un paesaggio rurale non contaminato da orrori architettonici.

Lo so che sembrano posti “da cartolina”, ma sono reali. E proprio l’operosità dei trattori in quella stagione di fienagione ci fa capire come cose così siano possibili solo se continua ad esistere l’allevatore, la stalla, l’alpeggio, ecc ecc. Un sistema delicato, ma fondamentale per la montagna. Purtroppo le previsioni continuano a non essere buone, quindi molti non ce la faranno a fare il fieno nemmeno questa volta. Bella vita, mestiere facile, quello del contadino-agricoltore-allevatore…

Sempre di pastorizia si tratta

Nel mio ultimo giorno in Svizzera, finalmente ho anche visto un gregge e il suo pastore. Con la mia amica, abbiamo fatto visita all’alpeggio dove lei manda in guardia le sue pecore.

Meteo variabile, temperature basse, vento e tormenta, pioggia che quasi potrebbe essere neve. Subito il pastore ci osserva sospettoso dalla baita, solo dopo capisce di chi si tratta. La strada per raggiungere l’alpe è lunga, sterrata, chiusa al traffico. Chi sarà mai ad avventurarsi fin qui? Per di più con targa italiana… Ci rifugiamo nella baita, piccola, ma calda e accogliente.

La mia amica mi raccontava che, qualche anno fa, questo alpeggio è stato letteralmente spostato e ricostruito qualche centinaia di metri più in là. Una fetta della montagna è stata rimodellata per costruire delle strutture per incanalare e frenare il corso delle valanghe, che si staccano dalle cime e arrivano fino ai paesi di fondovalle. Comunque oggi anche la terra si sta ricoprendo di nuova erba e l’abitazione dei pastori sembra essenziale, ma funzionale.

Parliamo di pecore, parliamo di lupi, di cani da protezione e sembra di non essersi allontanati più di tanto da casa. I cani fanno il loro mestiere, qualche turista rispetta, altri no. Un cane era troppo aggressivo, il pastore ha dovuto darlo via. Anche qui in passato ci sono state predazioni… Il gregge è composto da animali di proprietà e da altri presi in guardia, si vedono le marche di colore diverso e anche le razze rappresentate sono numerose.

In questo alpeggio c’è una coppia, Giacomo e Franziska. Lui Bergamasco, uno dei Bergamaschi che partivano per fare i pastori in Svizzera… ed è rimasto, si è sposato, ha un gregge e un figlio che forse seguirà le sue tracce. Giacomo è uno dei fratelli di Luigi, fratello maggiore. Chi non si ricorda Luigi “le Berger”? Parlando del figlio, non si capisce bene se il padre vorrebbe che continuasse l’attività. “Ha finito la formazione, è stato tra i migliori, ma non so se fa bene a far questo. Lui lo vorrebbe, però…

Di solito un padre è orgoglioso del figlio che continua ciò che lui ha messo in piedi. “Non si riesce più a fare questo mestiere, al giorno d’oggi. Le tasse, le spese… Poi girando uno attraversa diversi Cantoni e ciascuno vuole cose diverse, come adesso che nei Grigioni vogliono fare il risanamento per la zoppina, ma io d’inverno vado anche in Cantoni dove non fanno niente e prendo pecore su per l’estate che vengono da posti diversi. E’ impossibile!“. E così il padre preferirebbe che il figlio facesse altro. “Se ha la passione, si tenga una cinquantina di pecore, ma per vivere faccia altro!

Giacomo e il suo aiutante si avviano verso il pascolo, ciascuno con i propri cani. Il pastore continua a salire in alpe nonostante i problemi di salute avuti in passato, che gli rendono difficile il seguire il gregge lungo i pendii. Ma si sa come vanno queste cose, quasi niente riesce a fermare un pastore dal continuare quello che è il suo mestiere/vita. Il forte vento freddo ha spazzato via la perturbazione, ma occorre chiudere ben bene le giacche, viste le temperature.

Restiamo ancora un po’ a guardare il gregge che si allarga sul versante. La sera in alpeggio è sempre il momento per me più bello. Le pecore sono più tranquille, le luci meno intense, mentre guardi gli animali al pascolo lasci vagare i pensieri. Purtroppo però bisogna andar via, così salutiamo e ci rimettiamo in viaggio verso il fondovalle.

Alpeggi e paesaggi di media montagna in Canton Ticino

Ancora immagini e racconti d’alpeggio d’oltreconfine. Non sono andata propriamente in alpeggio, ma ho “fatto un giro” e vi mostrerò le mie impressioni e riflessioni.

Tanto per cominciare, ecco un’azienda di mezza montagna: non un’alpeggio, ma una sede fissa in un luogo sicuramente ameno. Da notare l’ordine e la cura del paesaggio, che spesso invece è carente dalle nostre parti. Eppure non è “un’altra erba”… i prati sono prati ovunque!

Qui si producono e vendono formaggi, come indica la freccia. Al momento del mio passaggio, non ho visto animali, forse erano al pascolo più in alto. Non mi trovavo in alta montagna e nemmeno c’erano alture importanti, ma qua e là tra boschi e radure, di animali in zone delimitate dai fili ne ho incontrati molti.

Un alpeggio vero e proprio ad esempio era questo, collocato praticamente in cresta. Qui gli animali erano già passati, l’erba era già stata pascolata e così anche la struttura al momento era vuota.

Poco oltre ho incontrato alcune vacche con i vitelli ed un paio di cavalli. Pochi animali, ma in numero proporzionato ai pascoli a disposizione. Per fortuna le vacche brune avevano le corna! Lo so che vengono loro bruciate per questioni di sicurezza (degli stessi animali e degli operatori in stalla), ma sono sicuramente molto più belle così.

Anche da queste parti la stagione è ben più piovosa della norma, così solo pochi appezzamenti sono stati sfalciati e il fieno è stato imballato. Ovviamente le attrezzature sono quelle adatte per la montagna, per i pendii, per le dimensioni aziendali.

Proseguendo, sono arrivata ad un alpeggio utilizzato, si tratta dell’Alpe Santa Maria di Lago. Ecco qui la scheda dell’azienda, reperita on-line. Si allevano bovini e caprini e, ovviamente, si caseifica il loro latte.

Non so dove fossero le capre, ma vacche Brune e Jersey pascolavano a poca distanza dalla sede d’alpeggio. Certo non si tratta di bellissimi e ricchissimi pascoli d’alta quota, però se queste aree venissero abbandonate, felci, cespugli e infine il bosco chiuderebbero tutti gli spazi. Sulle piste e sui sentieri, in quella giornata di cielo variabile, c’era un’altissima frequentazione di ciclisti ed escursionisti.

Sulla via del rientro, tra tante case e frazioni ancora utilizzate o abitate nel fine settimana, mi sono anche imbattuta in uno dei pochissimi segni di abbandono in un’area di bosco. Altrimenti, ovunque fili tirati, animali al pascolo o prati in attesa di condizioni meteo favorevoli allo sfalcio ed alla fienagione.

Il giorno successivo, sempre in Canton Ticino, ho raggiunto quote più elevate. Anche da queste parti la stagione è tardiva e le mandrie non sono ancora salite molto in alto.

Prossimamente verranno spostate qui e forse ancora più in su. Anche guardando con il binocolo i versanti opposti, non ho visto alpeggi sovraffollati come da noi, mandrie immense la cui entità è visibile persino ad occhio nudo. Anche gli alpeggi con gli edifici più grandi e le maggiori superfici di pascolo, hanno un numero di capi proporzionato.

Quassù le vacche al pascolo presto conviveranno con chi trascorrerà nelle baite il periodo delle vacanze estive. Gli allevatori hanno già tirato i fili intorno alle abitazioni… Chissà se, anche da queste parti, la convivenza allevatori/turisti è diventata sempre più difficile? Così ad occhio direi che l’integrazione tra allevamento e il resto del territorio non è andata perdendosi come dalle nostre parti…

Segnaletica d’alpe… bisogna dire tutto!

Girando per sentieri e strade tra gli alpeggi, di cartelli, segnali, bacheche se ne trovano ormai molti. Perchè? Per informare, ma anche per dettare regole di comportamento che, ahimè, non sono ovvie per la maggior parte delle persone. Molte volte basterebbe il buonsenso, ma sappiamo che questo ultimamente non abbonda. E allora…

Cartelli italiani e cartelli svizzeri. Anche oltreconfine occorre dire tutto, con la differenza che là i cartelli restano, qui da noi spesso vengono strappati, rotti, imbrattati o addirittura portati via. Questo l’ho fotografato in Val Troncea (TO), dove i margari pascolano l’alpe secondo un “piano di pascolo aziendale” che pertanto prevede numerosi recinti entro cui spostare gli animali. Quando uno di questi attraversa un sentiero, è stato realizzato un passaggio. Ovvio che, quando trovi chiuso, dovresti richiudere… Ma meglio specificarlo!

Sempre in Val Troncea, alla borgata Seytes, dove con i fili è stata tenuta fuori dal pascolo l’unica baita ancora in buone condizioni. Dal recinto le vacche non devono scappare, ma qui non devono entrare a fare danni! Speriamo che i turisti rispettino sempre queste indicazioni.

In Svizzera (Canton Ticino), ecco uno dei tanti attraversamenti. Il filo elettrico viene fatto passare in alto, l’escursionista deve aprire quello in basso, dove è pure stata messa una manopola isolata. Certo, tutto questo facilita il turista, mentre il più delle volte sui nostri sentieri troviamo solo il filo tirato, con la corrente e nessun accorgimento per aprire un passaggio. Così tocca scavalcare cercando di non prendere la scossa. Perchè? Perchè è sicuramente un lavoro aggiuntivo, specialmente quando i fili magari vengono spostati già dopo un paio di giorni. Ma soprattutto perchè molte volte capita di non trovare richiuso il passaggio!!!! E gli animali trovano subito il varco…

Ancora in Italia all’alpe Sant’Eurosia (VB), dove si invita sia a tenere i cani al guinzaglio, sia a non lasciare in giro i rifiuti. Sappiamo bene come ormai molta gente abbia un cane e pretenda di lasciarlo libero quando si è in montagna… Certo, il cane ha diritto di correre, il padrone presume di sapere come potrebbe reagire con gli animali al pascolo, ma… Non può immaginare come gli animali invece reagiscano di fronte ad un cane sconosciuto. Quindi, per favore, in alpeggio, con o senza cartelli, se vedete vacche, capre, pecore… Usate il guinzaglio e passate lontano, grazie.

Poi la famosa questione dei cani da guardiania. Anche in Svizzera li trovate, dove c’è un gregge. Qui siamo in Val Bedretto all’alpe Cavanne. Poche semplici indicazioni e persino i QR code, i codici da leggere con gli smartphone per avere informazioni. Turista avvisato…

Ancora cartelli nel territorio di Bigorio (Canton Ticino), uno per tenere al guinzaglio i cani vista la presenza di capre al pascolo, l’altro per spiegare cosa siano le vacche nutrici. Ormai bisogna anche dire che gli animali sono pericolosi… Da una parte un tempo si conosceva il comportamento degli animali cosiddetti domestici, per cui si sapeva che è meglio non avvicinarsi ad una vacca con il vitello. Dall’altra oggi magari c’è chi si avvicina per curiosità o per scattare delle foto, correndo anche dei grossi rischi senza rendersene conto.

Non conoscendo gli animali, le loro abitudini, le loro necessità, bisogna anche evitare di dar loro da mangiare, specie se si tratta di alimenti estranei alla loro dieta, che possono addirittura rivelarsi pericolosi per la loro salute. E così a Sala Capriasca la mia amica Chiara spiega in tutte le lingue di evitare di dare cibo ai suoi asini.

Per finire, una norma di comportamento alla quale i più sicuramente non pensano, dato che spesso vedo i padroni invitare i propri cani a gettarsi nelle vasche di abbeverata durante una gita in montagna. Certo, noi umani beviamo dal beccuccio della fontana, ma nella vasca bevono gli animali. Anche loro magari preferirebbero avere acqua pulita… (Alpe Santa Maria di Lago, Canton Ticino).

Film sulla pastorizia

Si è conclusa ieri sera a Cuneo, con la proiezione di “Hiver nomade”, la rassegna Terre d’Alpe, in cui è stato possibile assistere alla proiezione di numerosi film, documentari e anticipazioni di lavori in corso di realizzazione, tutti con tema i pastori e la pastorizia. Il “nostro” film sui pastori non è ancora concluso, ma ieri sera, insieme alla parte che avete già visto qui, è stata proiettata anche un’anticipazione delle due ultime storie che verranno aggiunte al film.

Poi si è passati ad “Hiver nomade”, film realizzato in Svizzera sulla transumanza invernale, di cui molto avevo sentito parlare e che attendevo con ansia di vedere. Permettetemi di fare qualche considerazione a riguardo. Il film mi è piaciuto molto come immagini, però…

Si tratta della storia di Carole e Pascal, pastori in Svizzera, che conducono un gregge nei mesi invernali secondo la modalità del pascolo vagante. Ma è un gregge non di proprietà, infatti periodicamente l’allevatore arriva a caricare ora pecore, ora agnelloni, per soddisfare le richieste del mercato. A fine stagione rimangono le “pecore guida” e poi altri animali, così pochi da essere caricati tutti nella “biga” a traino del fuoristrada. E così la stagione di lavoro dei pastori è terminata.

Le immagini, specialmente quelle in pieno inverno, con la neve, sono di grande impatto. E il pubblico è molto colpito dalle modalità di vita dei pastori, che dormono all’aperto con qualsiasi condizione atmosferica. Tutto il necessario per l’accampamento è caricato sui tre asini, quindi non c’è nessun fuoristrada, nessuna roulotte da spostare. Tutto come ai vecchi tempi. Pascal ad un certo punto del film spiega di aver fatto la gavetta con un pastore bergamasco, un certo Savoldelli, quando aveva vent’anni. Un tempo i pastori in Svizzera erano tutti bergamaschi, ora non ci sono quasi più pastori, a fare la transumanza invernale.

Oltre alla neve, ogni tanto fortunatamente si vede il gregge pascolare nei prati verdi, con buona pace del pubblico che già si agitava perchè: “…povere bestie, ma cosa mangiano, come fanno con quella neve, quel freddo!“. Proprio dalle voci che ho colto tra il pubblico mi viene da fare delle critiche. Chi fa il pastore, chi sa cos’è la pastorizia, il film lo apprezza dall’inizio alla fine, forse resta con qualche domanda insoddisfatta riguardo ai personaggi, ma si gode gli scenari, le zoomate sugli animali, sui cani, sugli asini, sui piccoli episodi con i contadini e gli automobilisti che fanno capire che… L’erba del vicino è verde come la nostra! Anche in Svizzera c’è chi si infila con l’auto tra le bestie perchè vuole passare o il contadino che ritiene che il gregge rovini il cotico erboso, pertanto nega il passaggio e il pascolamento.

Sicuramente però, a parte un tratto iniziale in cui si avverte il frastuono del traffico autostradale, il resto del film scorre in un territorio a bassa densità abitativa, con villaggi pittoreschi e ampie distese di pascoli. Solo in un punto, mostrando delle case per altro perfettamente inserite nel paesaggio, il pastore lamenta l’espansione edilizia che complica il passaggio del gregge.

Dopo aver visto il film, stamattina sono andata sul sito per leggermi meglio la storia e capire chi è Carole, come mai è con Pascal, cosa l’ha portata lì. Infatti nel film tutto questo non è chiaro. Si è trattato di una radicale scelta di vita, un cambiamento, ma… Tutto quello che leggiamo qui però non viene detto. Per esempio che la sua presenza con il gregge non è continuativa, che per sei anni ha frequentato Pascal lavorando altrove e facendogli visita di tanto in tanto per dei periodi. Due inverni però li ha passati interamente con il gregge. Ora si occupa d’altro, vuole viaggiare e dedicarsi alla fabbricazione di saponette da vendere sui mercatini.

Curiosità ininfluenti al fine del film. Quello che però secondo me mancava era però qualche spiegazione in più. Qualche aspetto didascalico che non avrebbe rovinato il film, non l’avrebbe trasformato in un documentario, ma semplicemente avrebbe permesso a chi di pastorizia non sa nulla di godersi meglio la proiezione. Ci sono state alcune defezioni in sala, persone che ad un certo punto si sono alzate e se ne sono andate. Da una parte è vero che dovremmo anche cercare di tornare ad apprezzare i tempi lenti e naturali della pastorizia, ma non dimentichiamoci che, chi era lì, già sapeva l’argomento della serata, quindi aveva un certo interesse che però è stato deluso. Sfruttando i momenti in cui i pastori non solo soli, ma sono a cena dai contadini o ricevono la visita di amici, avrei approfittato per farli parlare di più e raccontare ulteriori dettagli sul lavoro e sulla vita.

Infine, in un modo o nell’altro, magari facendolo spiegare da Pascal a Carole, che in fondo era lì per imparare, bisognava far capire al pubblico che niente sa di pastorizia cosa stava succedendo in certi momenti. Per esempio che Pascal e Carole non sono i padroni degli animali, oppure cosa significa condurre un gregge, perchè le pecore non possono gettarsi in ogni appezzamento verde. Dire che gli animali riescono a cibarsi anche con la neve (fino ad una certa quantità), perchè il pubblico questo non lo capisce. Non è sufficiente che gli animali siano belli grassi e che in una telefonata vi sia il riconoscimento dell’allevatore che si complimenta con il pastore. La gran parte della gente ormai è troppo lontana dal mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, come quella donna nel film che incontra la transumanza e ammette di non sapere nemmeno cosa significhi, quella parola.

Dire perchè il gregge si alleva in questo modo, aspetti che emergono sempre sul sito nelle parole di Jean-Paul, l’allevatore padrone degli animali e datore di lavoro di Pascal… Insomma, questo bellissimo (visivamente) film per me è ancora una volta un’occasione persa per spiegare al grande pubblico cosa sia la pastorizia nomade. La poesia delle immagini, dei gesti, della presenza scenica di Carole con il suo viso espressivo e il suo basco rosso potevano raggiungere molte persone in più. Temo invece che tanti, vedendo il film, non riusciranno a comprenderlo fino in fondo e magari si annoieranno anche un po’ senza capire i sentimenti di un pastore quando non trova il posto giusto per far dormire il gregge o quando si arrabbia perchè la sua collega ha commesso degli errori, non riuscendo ad evitare che le pecore si buttassero in un campo coltivato.

Lavoro in alpeggio, ma prima…

Continuo a ricevere decine e decine di e-mail di persone (uomini e donne) di tutte le età che mi chiedono informazioni per andare a lavorare in alpeggio. Io non posso far altro che chiedere di scrivere un annuncio e poi pubblicarlo nella pagina di questo blog dedicata appositamente a questo spazio. La maggior parte di loro afferma di non avere nessuna esperienza e questo è il “limite” più grande per due motivi. Innanzitutto sarà difficile che un’azienda (ammesso che venga a consultare queste pagine) chiami una persona che non ha mai avuto a che fare con gli animali. Se uno ha bisogno di una mano, è perché ha davvero una carenza di personale, quindi non può e non riesce a spendere troppo tempo per insegnare il mestiere. Il secondo punto critico è che chi non ha esperienza, spesso ha un’idea fortemente romantica e poco pratica della vita d’alpeggio. Messi alla prova, molti si scontrano con una realtà dura, che richiede non solo fatica, ma anche orari che vanno ben oltre le otto ore, scarsissime possibilità di “godersi la montagna” e di avere tempo libero, paghe sicuramente non rapportate al numero di ore dedicate, perché il settore non può permettersi stipendi elevati.

Voglio però raccontarvi una storia dove l’approccio alla vita d’alpeggio avviene per passi. Isabelle racconta: “Sono cresciuta in montagna, ho provato per qualche anno a stare in città, ma non mi piaceva, mi mancava troppo il mio mondo, dovevo ritrovare il mio ambiente. Ho provato varie scuole, ho studiato in Italia fino al primo anno di liceo, poi ho fatto un anno in Svezia, quindi in Francia ho dovuto riprendere tutto il liceo da capo perché non mi riconoscevano gli anni fatti altrove. Ho fatto una scuola pedagogica, ma alla fine non mi andava… Ho poi scoperto su internet che c’erano dei corsi da pastore in Svizzera. L’avessi saputo prima, c’era anche un corso per il pastore d’alpeggio nei Pirenei, vicino a dove stanno ora i miei genitori.”

Isabelle ha la nazionalità Svizzera, ma dice di sentirsi Europea. “Sono tre corsi a pagamento, teoria, ciascuno composto da qualche giorno di fila di lezione. Ci fosse stata una scuola più lunga e completa, l’avrei fatta! Un corso è sui cani da protezione, cani da lavoro, problema delle predazioni, come riconoscere il tipo di attacco, se è il lupo, l’orso, la lince… L’altro è sul pascolo, le erbe, i sistemi di pascolo (pascolo libero, recinti fissi, pascolo con pastore e recinto solo per la notte). In Svizzera gli allevatori ricevono contributi diversi a seconda del sistema usato, chi ha il pastore sempre, prende più soldi. L’ultimo (ma li puoi fare nell’ordine che vuoi tu) è sulle razze di pecore, le malattie, come funziona la digestione e i trattamenti sanitari da fare prima di salire in alpe. In media c’erano 15 persone per corso.

Oltre alla teoria, per ricevere il diploma da pastore e potersi offrire per condurre un gregge in alpeggio, ovviamente è necessario un periodo di pratica. “…almeno 3 settimane in stalla. Io ho fatto due mesi e mezzo in Germania con delle pecore da latte di razza Frisona, lì ho fatto pratica con la mungitura ed ho vissuto il periodo delle nascite. Poi adesso sto facendo lo stage per l’alpeggio: devi fare almeno due mesi e mezzo… Sei tu a scegliere dove, quando però ho detto che lo facevo in Italia, mi hanno detto che dopo devo fare ancora un mese in Svizzera per avere il diploma, ma spero di no, io voglio fare bene la stagione qui.

Non è la prima volta che vi parlo di formazione, sapete che stiamo cercando di avviare qualcosa anche in Italia e la storia di Isabelle è molto utile non solo per prendere spunti, ma anche per capire come potranno essere gli allievi. Serve una fortissima motivazione. “Il diploma ti qualifica come pastore di pecore, anche se di esperienza ne devi fare tanta. In Svizzera c’è richiesta, con il lupo e l’orso devi avere il pastore. Gli allevatori sono piccoli, magari fanno anche altre attività, per mandare le pecore in alpe le mettono insieme e pagano un pastore. Ho una sorella che va in alpe in Italia, con le capre. Avevo preso da lei il libro “Dove vai pastore?” e lo leggevo in tram mentre andavo a lavorare con i bambini di un doposcuola. Leggevo il libro e, con il pensiero, andavo al mondo della montagna, dei pastori, che mi mancava… Io sono un tipo da stare fuori, fin da bambina mi piaceva stare fuori nella pioggia, nella neve. L’altro giorno che qui nevicava e grandinava, per me non è stato un problema, anzi, mi piaceva! Mi piacciono gli animali, la natura. Quando ero piccola abbiamo sempre avuto animali, anche se non in grande numero. Questi sono lavori che alla sera sei soddisfatto, non devi stare lì a chiederti a cosa serve la vita…”.

Anche perché alla sera molte volte sei troppo stanco per farlo, quando mangi cena alle 22:00 o anche oltre e subito dopo crolli sul letto. “In stalla il lavoro era più duro fisicamente, in tutto ho portato più di 3.000 litri di secchi di latte! Però sto imparando di più qui, all’aperto, al pascolo. Sono abituata alla vita semplice, dove abitavo da bambina non c’era la strada e scendevamo a scuola a piedi. Non c’era la Tv, non c’era il telefono e nemmeno l’acqua calda in casa. Io mi arrampicavo dappertutto, sulle rocce sugli alberi! Ho fatto anche tanto sport, ho giocato per vari anni a calcio. Per lavorare con gli animali deve piacerti, ma devi anche saperlo fare. Io sono una persona che osserva molto e questo è fondamentale, fare attenzione al singolo per sapere come stanno.

La storia di Isabelle è sicuramente fuori dal comune. Racconta di viaggi in bicicletta dai Pirenei all’Italia, di avventure vissute quando lei e le sorelle erano bambine. Parla sette lingue, compreso lo Svizzero-tedesco e, nei Pirenei, aveva fatto un corso facoltativo di Occitano, quindi scommetto che, per la fine della stagione d’alpe, i pastori non potranno più parlare in patois “alle sue spalle”! “Sono cresciuta in Italia, queste sono le montagne dove mi sento più a casa. In Italia mi sento più libera, in Svizzera mi sarei sentita meno sicura di me stessa, L’Italia ha una natura più selvatica, la Svizzera è troppo “giardino”. Avevo chiesto ad un’azienda svizzera che era nell’elenco di quelle che accettavano persone in stage, ma non mi hanno voluto perché hanno detto che avevo il cane giovane e loro ne avevano anche già uno da addestrare, quindi non andava bene. Forse era una scusa…”.

Lei infatti è arrivata in Piemonte con il suo cane, Coco, una border collie di un anno d’età. “Ho investito tanto tempo ad addestrarla. La scorsa estate infatti ho lasciato il mio lavoro per fare quello che volevo davvero. Avevo tanto tempo libero e l’ho dedicato ad addestrare lei. Prima le ho insegnato a sedersi e fermarsi, poi ad andare via e tornare piano, ho insegnato tanto attraverso il gioco. La prima volta con gli animali è stato con sette pecore che mia sorella aveva in guardia, per abituarla. Poi in stalla, ma era diverso rispetto a qui. Ho preso un border collie perché volevo fare questo lavoro, è stato il punto di partenza. Ci deve essere un po’ di coraggio per realizzare le proprie idee, no?”.

A lei il coraggio non sembra mancare! Il pastore le insegna i gesti quotidiani, cosa fare nel recinto prima di andare al pascolo, poi come condurre il gregge, come utilizzare il pascolo. Le fa anche delle domande per metterla alla prova: “Se fossi da sola e succedesse un incidente, se delle pecore passassero in un buco della valanga o se arrivasse il lupo e te ne sterminasse una parte cosa faresti?”. In futuro dovrà poi essere lei ad affrontare in autonomia tutte le situazioni. “Per il futuro vorrei fare anche un’inverno fuori. Magari un giorno vorrei prendere degli animali miei, delle pecore da latte. Il mio ragazzo è Svizzero, lui lavora il legno, è più per la stabilità, ma è d’accordo se io parto tutte le estati per fare le stagioni in alpeggio. Camminare in montagna gli piace, ma non conosce la realtà di questo mestiere. Poco per volta però sta facendo cose che prima non faceva: è venuto a stare in Italia, abbiamo iniziato insieme a fare l’orto…”.

E così Isabelle sta facendo la sua stagione di prova/apprendimento in alpeggio. Rimpiange la brevità dei corsi fatti, che però (anche se solo teorici) sono stati un buon inizio. Speriamo che presto, anche in Italia, si possa realizzare qualcosa del genere, per dare la possibilità a tutti coloro che vorrebbero provare questa vita di apprendere e fare un periodo di pratica, per poi decidere/capire se questa potrebbe essere la strada per il futuro.