Vendesi alpeggi?

In questi giorni non si sa più dove guardare per avere un soffio di speranza e qualche pensiero positivo. “Quest’anno va a finire che ci mangiamo il cabial“, confidava disperato un margaro l’altro giorno. E non si sa bene cosa sarà a mangiare la mandria, se la colpa sarà della crisi, delle spese in crescita, della siccità che fa scendere prima dall’alpe, dei costi dei foraggi in aumento per la crisi & la siccità…

Certo, nell’immediato è la siccità a colpire, sia visivamente, sia concretamente. C’è chi scende perchè non ha acqua, chi perchè non ha più pascoli e chi ancora non può mandare le vacche a pascolare certi pendii perchè letteralmente non si sta in piedi. L’erba secca, il terreno polveroso… e così si parla di vacche morte, precipitate. La siccità è grave in pianura, è orribile e pericolosa in montagna. Tra l’altro, chi in alpe ha la centralina idroelettrica per la corrente, non riesce nemmeno più ad avere energia, con i corsi d’acqua ridotti al minimo. Adesso dicono che pioverà, ma è tardi per la maggior parte dei pascoli d’alpe. Ben venga comunque l’acqua, per la pianura, per la montagna, per le riserve idriche future.

Quindi una volta di più vi chiedo di riflettere su come l’alpeggio non sia solo l’idilliaca realtà che certe foto possono far immaginare… L’alpeggio è vita dura e fare l’allevatore lo è ancor di più. Quando “c’è la crisi”, tu devi comunque pensare ai tuoi animali, badare a loro, sfamarli quotidianamente. Eppure… eppure queste terre alte, queste terre difficili, sembra stiano diventando territori di conquista? Non so, sento voci, leggo articoli, ricevo segnalazioni e c’è chi mi domanda: “Perchè?“.

Degli amici mi hanno segnalato, venerdì scorso, un articolo su “La Stampa”. Nelle pagine della provincia il giornalista Gianni Giacomino riportava un fatto avvenuto nelle valli di Lanzo, a Chialamberto. Qui il Comune avrebbe addirittura VENDUTO un alpeggio (un intero vallone + baite) ad una società privata del Cuneese. Vi è stata un’asta dove l’azienda della zona titolare dell’alpe, a quanto leggo, non è riuscita ad aggiudicarsela, a fronte di un’offerta di 93.000 euro (per 440 ha di terreni). Il Sindaco, leggo, afferma di non poter affrontare la spesa di ristrutturazione delle baite (100-200 mila euro), ma non era informato del futuro nuovo bando della Regione?

Mi domandano e mi domando io stessa… Ma un Comune PUO’ vendere un alpeggio? E chi lo compra, può cambiarne la destinazione d’uso? L’opposizione parla di una manovra poco chiara e spiega come inoltre quei terreni fossero frutto di una donazione privata per l’Eca (Ente comunale di assistenza), poi si domanda se lì verranno veramente monticati animali o se “l’ha fatto solo per ottenere i finanziamenti europei“.

Comprare un alpeggio… Certo, un grande sogno per un allevatore tradizionale, avere un vallone, una montagna sua, dove avere la certezza di salire anno dopo anno, dove gli investimenti e le migliorie fatte resteranno a te ed alla tua famiglia. Ma sono pochissimi, in Piemonte, i margari e pastori che salgono su un’alpe di proprietà. Quasi tutti affittano, dai Comuni, da Consorzi o direttamente da privati, o ancora dal Comune e da privati. Ma al giorno d’oggi, quale allevatore tradizionale transumante può permettersi di acquistare un alpeggio? Crisi o non crisi, di soldi ne restano pochi, le spese sono tante e “la tua roba non vale nulla“, come senti dire sempre più spesso davanti a vitelli, agnelli, forme di toma d’alpeggio.

A fonte di una situazione sempre più difficile, ci mancavano solo più gli avvoltoi… E sono arrivati, in tutti i sensi! Quelli della foto (non ho fatto in tempo a zoomare, sono spariti dietro la cresta) vengono avvistati sempre più frequentemente, anche 20-30 e più insieme. Sono i grifoni, avvoltoi spazzini che, fin quando hanno cibo a sufficienza, si nutrono di carogne. A quanto sembra però, quando questo scarseggia, possono arrivare ad attaccare bestie sofferenti o in difficoltà. Gli altri avvoltoi invece, quelli a due gambe, si aggirano intorno ad ogni possibile preda (leggi FINANZIAMENTO) e non esitano ad accaparrarsela. Il piccolo allevatore riceve una lettera in cui gli comunicano che, per un paio di capi in meno, gli sono stati decurtati  i “contributi” (nome generico per indicare vari finanziamenti), mentre poi si sente dire di montagne intere affittate (e adesso persino comprate!) dove poi non sale nemmeno una bestia.

Per carità, non so chi abbia acquistato il Vallone di Trione, luogo “di notevole interesse paesaggistico e panoramico, famoso per le leggende di diavoli e maghi“, si legge su alcuni siti. Sempre su “La Stampa” però il Presidente di Coldiretti Torino si tiene sul generico, ma chiede di intensificare i controlli… Comunque il pensiero che si possano vendere gli alpeggi comunali mi fa paura. Già certi Comuni approfittano delle aste d’affitto per fare cassa, senza pensare al benessere della montagna e dei pascoli, ma per lo meno il contratto dura 5 anni e poi teoricamente si può cambiare. Se però arriviamo alla vendita, dopo cosa accadrà? Oggi usiamo quei terreni solo come numeri, ettari da inserire in una casella per avere contributi da migliaia e migliaia di euro, e domani?

A volte piove

Caldo, fa caldo in montagna, figurarsi in pianura! In pianura ci sono oggi e rimpiango di essermi lamentata quando sembrava caldo in montagna…

Al mattino le pecore faticano ad incamminarsi perchè fa troppo caldo, il sole picchia, a quelle quote non c’è l’ombra nemmeno di un larice. Il cielo era blu, limpido, terso, non una nuvola o un accenno di nebbia.

Il caldo era evidente a mano a mano che le ore passavano e, verso le cime delle montagne, persino quassù l’aria si faceva meno limpida. Il sole era insopportabile, bruciava, stordiva. Ci fosse almeno stato un po’ d’aria…

Il massimo che si era riusciti ad ottenere, verso sera, era stata questa strana velatura. A fine settembre, ma soprattutto con altre temperature, una cosa del genere poteva far pensare alla neve in arrivo, ma questa volta sicuramente non era il caso. Scendendo verso le baite, sentivi il calore che aumentava, ma per fortuna la sera tardi comunque rinfrescava un po’.

Il giorno dopo finalmente qualche nuvola, ma chissà se queste avrebbero portato la tanto attesa pioggia? Ce n’era un disperato bisogno, anche qui dove, meno che altrove, si sentono gli effetti della siccità.

Qualche goccia e poi un fortissimo colpo di tuono. Torna provvidenziale l’enorme masso “a balma” che il pastore aveva già adocchiato tempo fa. E’ perfetto per queste occasioni. Intorno pioggia torrenziale, qualche chicco di grandine, il ruscello che subito si ingrossa ed i tuoni che rimbombano contro la montagna. Non sta solo “bagnando la polvere”, piove davvero. Al riparo, si gioisce dell’insperato evento, mentre verso il fondovalle si alternano una luce cupa ed un accenno di arcobaleno.

Anche l’indomani, ad una mattinata limpida e calda, rapidamente aveva fatto seguito una giornata di nuvole passeggere. Forse anche quella sera ci sarebbe stato un temporale? Lo zaino questa volta era appesantito dalla giacca impermeabile, ma l’ombrello era rimasto giù.

Le capre quel giorno erano salite su, oltre la bastionata di rocce, trovando passaggi degni di un rocciatore per poi pascolare in vasti pascoli verdeggianti ad oltre 2.600 metri di quota. A volte anche a loro capita di essere sorprese dal maltempo, ma questa volta avevano capito per tempo cosa stava per succedere ed erano ridiscese, poi il pastore aveva mandato i cani a girarle lì verso il basso, nel pianoro.

Di nuovo sotto la balma, di nuovo tuoni, acqua, grandine e l’aria che si fa fredda. Sembrava di veder tornare verdi i versanti nel giro di pochi minuti! Una vera benedizione, questi temporali pomeridiani.

Anche le capre avevano ormai localizzato la balma e cercavano di sloggiare i loro occupanti, pastori o cani che fossero. Il cucciolo non si lasciava intimidire, ma d’altra parte c’era spazio per tutti. Poco per volta la pioggia era cessata, ma il cielo era rimasto cupo. Il tempo di raggiungere le baite ed un altro scroscio di mezz’ora aveva investito la valle, interrompendo anche la mungitura delle vacche nell’alpeggio confinante. La pioggia è sempre un po’ un fastidio, ma in questo caso si prende volentieri, dopo averla tanto invocata!

…pare comunque di raccontar favole, adesso che sono qui a 34°C, a pochi chilometri di distanza, dove non piove da settimane, mesi e sta seccando tutto…

Come in un film western

Siamo tornati in Valle Stura per il secondo appuntamento con la famiglia Giordano (fienagione in fondovalle + alpeggio in quota) finalizzato alla realizzazione del film sui pastori nell’ambito del progetto ProPast.

La pioggia tanto attesa si era presentata ad intralciare le operazioni di fienagione, ma poi il giorno dopo la mattinata era splendida e ci siamo avviati molto presto a raggiungere l’alpeggio. Visto il carico delle attrezzature, ci era stato consigliato di salire dal Vallone dell’Arma e non dal sentiero utilizzato da Battista, da suo cognato e dal loro aiutante Andrea per arrivare alla Montagnetta. Qualche esitazione all’inizio per colpa della segnaletica mal posizionata (ed errata nelle tempistiche), ma poi ci siamo avviati sulla strada giusta.

Il posto è splendido, la vecchia strada militare abbandonata in alcuni tratti è franata o ingombra di pietre, ma attraversa questo paesaggio di rocce calcaree compiendo svolte e tornanti dietro ciascuno dei quali uno si aspetterebbe di veder arrivare un cowboy a cavallo avvolto nel poncho…

In effetti girare qui un film non sarebbe male… Ah, già, noi lo stiamo facendo! Ma non è fiction, non è fantasia, si tratta di vita reale, anche se qualcosa di ciò che vi mostreremo sembrerà incredibile a molti.

Finalmente, dopo un lungo cammino con le attrezzature, arriviamo al Colle del Vallonetto e scorgiamo laggiù la baita, il recinto e le pecore. Ci aspetta ancora la discesa, sempre lungo l’antica strada militare.

Giusto in tempo per vedere l’uscita del gregge dal recinto… Tra ciuffi di erba secca e dura, che nemmeno le pecore mangiano più, e nuvole di polvere che si posa ovunque (anche sugli obiettivi di macchina fotografica e telecamera), gli animali seguono il pastore, che anche oggi li condurrà al pascolo.

Qui la vita è dura, Battista, suo cognato ed il giovane Andrea si alternano nella cura e conduzione del gregge, tre giorni ciascuno. Si sale con i viveri misurati per quel periodo, anche perchè la capanna è così piccola da non permettere di ammassare molte cose. E poi tutto pesa, sulle spalle, a partire dal pane. La buona Lucia, giù a casa, prepara pietanze da portare su, perchè “…uno a scatolette e salame si rovina lo stomaco!“.

Nei pressi del recinto c’è una carcassa, o meglio, le ossa e un po’ di lana. Battista ci spiegherà che si trattava di una pecora malata, lasciata indietro in una rete accanto al recinto. “Al mattino era viva, poi gli avvoltoi l’hanno uccisa e mangiata. Ne ho contati 18, l’altro giorno! Hanno pulito tutto lì sotto, dove un’altra pecora era morta. Non so, stava bene, poi di colpo è andata giù, morta. Forse una pietra, non so. Ma l’altra era viva…“. Gli avvoltoi di cui si parla sono i grifoni. “Sono arrivati dalla Spagna, così dicono. Non so… Sono enormi! Dicono che mangiano solo carogne, ma…“. E infatti questo è quanto riportato comunemente a riguardo dell’avvoltoio grifone. Può darsi che la pecora sofferente fosse peggiorata o che fosse morta nel frattempo e quindi gli animali se ne siano cibati. Qualche ornitologo ci sa dire di più?

Il gregge avanza, Battista ci spiega che oggi andrà lassù, verso la cresta di confine, ha ancora dell’erba da finire di pascolare. Le pecore devono accontentarsi di quello che c’è, stanno già pascolando versanti che di solito erano destinati al mese di settembre. E poi? “Quando siamo saliti di erba ce n’era, ma dopo si è fermata… Andiamo avanti fin quando ce n’è e poi scendiamo, non si può fare altro“.

Un torrente, ancora un po’ d’acqua che, come in tutte le aree carsiche, compare e scompare all’improvviso, giusto per permettere al gregge di dissetarsi. Venisse a mancare anche quel poco d’acqua, bisognerebbe scendere subito.

La solitudine quassù non è totale: “In questi giorni passa molta gente, anche in bici, poi tanti stranieri a piedi, Tedeschi… Se sono lì vicino al sentiero si fermano a far due parole, quello sì. La moglie non so se è tranquilla quando sono quassù da solo… Ma è così. Mio figlio no, lui qui non sta. Ma è giovane, anch’io da giovane non sarei stato.” Questo discorso Battista lo ribadisce più volte ed io non riesco a spiegarmelo, perchè il giovane dovrebbe essere più pronto ad affrontare il “pericolo”, che poi è rappresentato “solo” dall’isolamento, specialmente di notte.

Le pecore salgono rapide sui pendii scoscesi ed assolati, c’è il vento e Battista si avvia per il versante più “dolce”. In poco tempo è in cresta e dopo mi confiderà di non essere più agile come un tempo, d’altra parte ormai gli anni sono quasi settanta “…e c’è anche un po’ di asma!“.

Meglio non ripeterlo alla troupe che a fatica trasporta fin qui, ad oltre 2.700 metri, telecamera, cavalletto, microfono e macchina fotografica! Certo, il panorama una volta in cima è mozzafiato e pare di avere tutto a portata di mano, anche quella strana cosa bianca in mezzo a tanta roccia. Battista non sa cos’è, gli spiego che è il Monte Rosa, con i suoi ghiacciai. “Di qui Elva non si vede, dall’altra punta più in là sì…“. Poi lascia che gli spieghi cosa vediamo, i nomi degli alpeggi e dei loro conduttori, chi è quello con i bèru (le pecore), poi i nomi dei pochi paesi che si scorgono, le vallate, le montagne. E’ stato in Francia a lavorare da pastore, Battista, prima solo d’inverno, vicino ad Arles, e poi anche d’estate “…e andavamo in un alpeggio in faccia a La Grave, guardavo un gregge di 2.000 merinòs!“, ma altrimenti non ha viaggiato molto fuori dalla sua valle.

Terminiamo l’intervista, ci spiazza con qualche battuta, poi racconta della figlia che “…non so se tornerà. Ma è anche giusto, si fa la sua vita. Prima avevamo paura, perchè lui ha già tre bambini, ma poi abbiamo visto che le vogliono un gran bene e allora adesso siamo più tranquilli. Il futuro però non so. Finchè possiamo noi… mio cognato ha 14 anni meno di me. Però Daniele su qui non ci sta, di notte. Non so, per adesso è così, poi si vedrà. Quel ragazzo che adesso è da noi, Andrea, è proprio bravo. Trovasse un lavoro da star qui d’inverno, ma non trova niente, è difficile.

Poi Battista va dal suo gregge, che si è sparpagliato per la montagna. Non deve sconfinare, anche se dietro i pendii sono ripidi e difficilmente le vacche saliranno fin lì. La nostra macchina non dovrebbe essere lontana, vediamo sotto la strada della Gardetta, ma raggiungerla è meno scontato di quel che sembra e sicuramente impieghiamo molto più della mezz’ora preventivata dal pastore.

Tutto Piemonte, ma…

Una delle cose belle della montagna è la sua varietà: di valle in valle, anche solo rimanendo in Piemonte, incontriamo panorami così diversi sia dal punto di vista ambientale, sia da quello degli insediamenti umani, con architetture che variano molto spostandoci dal Cuneese fin su nell’Ossola.

Cambia il tipo di suolo, l’aspetto delle montagne, le fioriture e pure il clima. In quest’estate di siccità si arriva perfino ad apprezzare le giornate di nebbia, durante le quali almeno un po’ di umidità arriverà alle foglie assetate delle erbe dei pascoli. E poi non ci sono sole e vento ad asciugare sempre più il terreno.

Comunque da qualche parte, nebbia o non nebbia, ci sono ancora le fioriture tipiche di stagione e l’erba ha un bel verde brillante. Anche se la pioggia è stata scarsa, forse d’inverno c’è stata più neve, chissà…

Se poi arriva anche quella giornata di brutto tempo quando non solo senti lontani brontolii di tuono, ma arrivi persino ad aprire l’ombrello, allora sei felice. Certo, è più facile fare questo mestiere con una buona visibilità, senza il freddo e l’umido, senza doverti bardare con pantaloni e giacche impermeabili. Ma se non piove e se continua a non piovere è a rischio la stagione d’alpeggio e, per i pastori, tutto il resto dell’anno, autunno e inverno. In tanti posti la pioggia non serve più per salvare una stagione ormai troppo compromessa.

Serve comunque per reintegrare le riserve idriche, servirà per far crescere qualcosa in fondovalle, se si dovrà scendere anzitempo. Ma altrove ci sono greggi che pascolano nell’erba gialla a 2.500 e più metri di quota, sollevando nuvole di polvere al loro passaggio. E pastori che stanno pascolando adesso zone che solitamente venivano utilizzate a settembre. Cosa succederà quando l’erba sarà finita? Anche il fieno in fondovalle o in pianura, complice la siccità, asciuga bene, ma è scarso…

In certi posti sembra verde, a vedere da lontano, ma poi camminandoci in mezzo vedi che l’erba è bassa, più di quello che sarebbe lecito con queste specie a queste quote. Bassa e dura, di un verde non brillante. I fiori sono ormai secchi, spesso la polvere si è depositata sulle foglie e l’acqua compare raramente negli avallamenti. Animali che trovano poco da mangiare e poco da bere!

Ho visto alpeggi con mandrie immense che partivano dal recinto presso le baite al mattino presto, in una nuvola di polvere, per andare a pascolare dove l’erba è sempre più scarsa. E ancora una volta mi sono chiesta perchè questi alpeggi, in posti meravigliosi, con una vegetazione che permetterebbe di ottenere formaggi dalle caratteristiche di gran pregio, sono invece famosi per le speculazioni, i prezzi alle stelle (ho sentito parlare di 60.000 e 54.000 euro all’anno) e i “furbi” che se li accaparrano. Magari questi prenderanno poi anche dei risarcimenti per i danni della siccità. E nessuno che penserà al danno che patisce il cotico erboso già sofferente, nell’essere calpestato da queste mandrie immense (300, 400, 500 capi, mi hanno detto!! parlo di bovini…) che si spostano avanti ed indietro a cercare di che saziarsi o andando a bere dove vi sono appositi abbeveratoi.

Vedere cose del genere ai primi di agosto mi fa paura. Paura per l’ambiente (pioverà? e se pioverà di colpo, saranno alluvioni??), paura per il sistema (quello dell’allevamento, montano in particolare). Credo che un tempo il margaro con il suo giusto numero di bestie sarebbe sceso, magari imprecando per la grama annata e per i costi aggiuntivi (il fieno in più da consumare a valle), ma non sarebbe rimasto là.

(Archivio ANABORAPI)

Certo, c’erano già casi di grosse mandrie anche nel secolo scorso, ma solo laddove la montagna lo permetteva davvero. E poi chi aveva tante bestie è perchè poteva permetterselo, poteva gestirle, e non in nome dei contributi che premiano la quantità e non la qualità. Mi sa che è anche per quello che tanti cercano di resistere, per paura che, scendendo prima, saltino i finanziamenti. Giustamente questi sono stati pensati per chi fa la stagione su fino in fondo, per evitare “furbi” (misura 241.6.1), ma adesso che succede? Le Associazioni di categoria chiedono la calamità naturale e, fortunatamente, denunciano anche le altre problematiche. Ma come si farà (siccità a parte) a ricondurre l’allevamento montano ad un assetto più sostenibile e compatibile con il territorio?

L’erba del vicino non sempre è più verde

Solo ieri parlavo di come la pioggia fosse stata una benedizione su pascoli che cominciavano a mostrare chiazze di ingiallimento. Poi però mi è capitato, poche ore dopo, di essere in Val Maira ed ho toccato con mano la situazione in una delle valli in cui invece la siccità è già un drammatico problema.

Vedere scene del genere salendo lungo il Vallone di Marmora è impressionante. Finchè era l’erba gialla lungo la strada nel fondovalle, sulle rocce dove c’è poco suolo ed il vento soffia spesso, può essere ancora normale, a fine luglio. Ma poi salendo lungo i valloni laterali fa male al cuore scorgere simili panorami, specie quando si hanno in mente i verdi pascoli ricchi di fioriture di questi luoghi.

Le considerazioni da fare riguardo la siccità sono molte. Da una parte quelle sul clima, che troppo spesso sono solo parole… C’è chi dice: “L’ha sempre fatto, annate buone ed annate cattive, caldo e freddo, alluvioni e siccità!“. Vero, certo, ma gli esperti ci parlano di clima che cambia, innalzamento delle temperature (medie), eventi sproporzionati (brevi precipitazioni intense, anzichè distribuite, con conseguenze spesso drammatiche).

Poi qui possiamo riflettere su cosa la siccità voglia dire per il mondo degli alpeggi. Non ricacciano i pascoli già utilizzati, ma anche altrove l’erba è poca, era già poca quando si è saliti. Anzi, qualcuno è arrivato su che quasi non c’era niente da mangiare. Come si farà ad arrivare alla fine della stagione? Ma non sanno, gli allevatori, cos’è meglio per i loro animali? Ed ecco che entrano in gioco le leggi e… i soliti contributi. Cosa centrano? Centrano eccome! Per percepire alcuni di questi premi, bisogna fare un minimo di giorni di pascolamento (in questo caso in alpeggio), se si scende prima, niente soldi. Ovviamente le Associazioni di rappresentanza stanno già segnalando il problema alle Autorità, ma perchè dev’essere sempre tutto così complicato? Certo, per evitare i furbi, quelli che altrimenti prenderebbero i soldi senza pascolare davvero.

Le vacche della foto precedente erano state spostate da poco, prima avevano pascolato qui… La foto si commenta da sola. La Val Maira è terra di margari, la Val Maira è ricca di pascoli e di alpeggi, alpeggi che negli anni hanno visto carichi di bestiame sempre più imponenti. Maledetti contributi, anche qui la colpa è loro? Non so, però sentir parlare di 300, 400 vacche su di un alpeggio… Certo, magari la portata massima negli anni migliori può anche essere quella, però in annate così cosa succederà? Il danno su quelle montagne sarà doppio, da una parte quello “naturale” della carenza di acqua, dall’altra il sovrapascolamento e calpestamento di un cotico già sofferente. Le conseguenze le si vedranno negli anni a venire e non sarà facile porvi rimedio.

Alle quote maggiori solo apparentemente le cose vanno meglio. Si vede sì del verde, ma l’erba è molto bassa, i fiori sono già secchi, gli steli delle graminacee corti ed ingialliti. Qualcuno ha tardato a salire, fino alla seconda settimana di luglio, addirittura. Altrimenti gli animali non avrebbero avuto da mangiare a sufficienza ed in poche settimane si sarebbe esaurito il pascolo dei mesi successivi. Si pagano le conseguenze anche dell’inverno povero di neve. Piovesse ora per certi versi sarebbe comunque tardi, ma l’acqua serve lo stesso, fosse anche solo per alimentare sorgenti e torrenti.

Non siamo abituati a vedere le nostre montagne così gialle. Il ricordo va al 2003, quando alla siccità si era accompagnato anche un caldo eccezionale. Ma oggi si dimentica in fretta, sono tante, troppe le notizie che ci investono, non è più come al tempo dei nostri nonni, che sapevano citare la data e l’anno di una nevicata estiva, di una grandinata eccezionale, di un’alluvione. Adesso più che altro ci si preoccupa di chiedere i danni, danni per questi eventi che colpiscono  l’agricoltura, l’allevamento. Non lo so, a me il sistema sembra sempre più malato ed insostenibile. Con il tuo piccolo gregge, la tua piccola mandria, in qualche modo magari ti salveresti, spostando gli animali un po’ qua, un po’ là. Ma oggi hai centinaia e centinaia di capi da sfamare quotidianamente, hai i vincoli dei contributi, hai dovuto segnalare ad inizio stagione quando ti trasferivi da un alpeggio ad un altro… Se già la situazione della montagna e degli alpeggi è in grave pericolo, non avere nemmeno più il verde dell’erba a dare speranza mi fa sentire pessimista.

Sembrava l’aria d’autunno

Un giorno è torrido, in pianura il caldo e l’afa la fanno da padroni, ma anche lassù il calore si fa sentire. Però la preoccupazione è un’altra, la siccità. Certe montagne sono più belle, ancora verdi, quelle tardive dove magari la neve si è sciolta dopo. Altre invece sono aride, battute dal sole e dal vento. Qui, dopo il primo pascolamento, l’erba non è ricresciuta ed anche i pascoli ancora “interi” mostrano chiazze via via più ampie di erba “bruciata”, arida, ingiallita, specie sulle aree di cresta o quelle più rocciose. E’ impressionante la vista della webcam nella Conca del Prà in Val Pellice, pare di essere a fine ottobre.

Il caldo lo patiscono pure gli animali. Il cucciolo, che fino alla scorsa settimana aveva paura ad attraversare torrenti e ruscelli, ora vi si tuffa dentro e ne approfitta per rinfrescare la pancia e le zampette (anche le rocce sono calde!).

Nel giro di pochi giorni le fioriture cambiano. Quello che oggi è un tappeto multicolore, dopo due, tre giorni di sole e vento appassisce rapidamente. Basterebbe anche solo un po’ di pioggia. No, a dire il vero servirebbero giornate intere di pioggia, perchè già l’inverno è stato avaro di neve e la terra ha sete.

Quant’è preziosa l’acqua in alpeggio… Se manca, anche il miglior pascolo perde il suo valore. Con poca acqua, gli animali mangiano male, pascolano in modo meno accurato e poi si sposterebbero a cercarla. Oppure brucano, ma non fino a sazietà. D’altra parte anche noi, mangiando, se ad un certo punto abbiamo sete e non possiamo bere, smettiamo di cercare altro cibo, no?

La nebbia non porta acqua, ma solo una tenue umidità… Per lo meno interrompe il dominio del sole torrido, e del vento. Però ad alta quota la nebbia può anche essere data da nuvole basse e forse allora qualcosa può cambiare. Ci si attacca a tutto… Lassù i problemi sono quelli immediati, le esigenze più semplici, bere e mangiare, prima per le bestie, poi per te.

E quando la nebbia si alza c’è aria di temporale, il cielo ha quell’aspetto della pioggia imminente… E pioggia sarà, ma solo scrosci brevi, con tanto vento e tuoni, un fastidio temporaneo per i pastori, “…ma non è nemmeno riuscita a bagnare la polvere!“. Infatti il sentiero che porta al recinto è coperto da una polvere inumidita appena in superficie, ma impalpabile come talco appena sotto, e si forma una nuvola al rientro delle pecore.

L’indomani, di nuovo sole, e vento. Non è più capace a piovere, le nuvole si rincorrono in cielo. C’è chi dice che “…la cipolla d’altra parte l’aveva detto, siccità fino al mese di ottobre!“. Pare sia una prova tradizionale, una previsione fatta con una cipolla tagliata, guardando qualcosa si saprebbe l’andamento dell’estate, umida o siccitosa.

Così non si credeva più che quella giornata di nebbia potesse portare “qualcosa”. Anche se in effetti faceva freddo già al mattino, quando il cielo era livido, un grigiume alto, non nuvole gonfie di pioggia. Sembrava l’aria dell’autunno, più da fine settembre che fine luglio. Addirittura da inizio ottobre. Nella nebbia, a 2.500 e più metri, faceva freddo. Non era la nebbia di quei giorni di afa in pianura.

Poi la nebbia si era alzata e le nuvole alte avevano iniziato a lasciar cadere qualche goccia. Verso sera, pioggia battente, non un temporale. E al mattino? Anche dentro, nella baita, sentivi che l’aria fuori aveva un qualcosa… Cielo azzurro, limpido, ed una bella imbiancata dai 2.400, 2.500 metri in su. L’erba brillava, subito più verde. Non è quello che salva della siccità, ma su quelle montagne dove la pioggia è caduta, è stata una vera salvezza. La speranza è che non si alzi subito il vento, che arrivi ancora altra pioggia, un giorno o una notte ogni tanto.

La prossima volta mi porti anche le crocchette!

Sono la prima a criticare chi alleva… e tiene male gli animali. Tutti hanno la pecora zoppa o la pecora avanti con l’età in fondo al gregge, ma non tollero di vedere animali in cattive condizioni di salute in giro. Peggio ancora poi quelli che non si vedono nelle stalle! Però mi piacerebbe che fossero persone competenti a giudicare e, eventualmente, a provvedere con le apposite segnalazioni e sanzioni. Invece in circolazione ci sono tanti piccoli emulatori di Edoardo Stoppa, l’amico degli animali di Striscia la Notizia, e pensano bene di fare i paladini della giustizia animale anche quando è assolutamente fuori luogo.

Così il nostro paladino alla mattina presto (che fosse domenica è un particolare ininfluente, per i pastori un giorno vale l’altro) dal balcone di casa sua ha visto un gregge a suo avviso malnutrito. Gli animali stremati dalla fame erano tutti a terra e non avevano un filo d’erba da pascolare!! Così si è premurato di venire accanto al recinto per far valere le ragioni di quei poveri animali, chiedendo che venissero nutriti al più presto. E poi, non pago, è tornato per difendere anche i cani malnutriti che seguivano quel gregge di pecore affamate. Mi spiace non essere stata presente quando è arrivato ancora una volta portando un sacco di pasta per nutrire i cani. Gli avrei raccontato che tutti i giorni riempio un bidone per i cani, con un pasto che generalmente comprende proprio la pasta che ha portato lui, pane secco, crocchette per cani, acqua calda ed avanzi vari di cucina adatti allo scopo. Quindi gli avrei chiesto di portarmi almeno un sacco di crocchette (19 € al sacco), perchè solo la pasta a quei cani non basta!

Superfluo aggiungere che né i cani sono denutriti (anzi, hanno un bel pelo lucido ed una leggera tendenza ad ingrassare, adesso che non corrono e camminano come in montagna), né le pecore soffrono la fame, nonostante questa sia una stagione in cui è difficile trovare pascoli. Terminate le incombenze mattutine (controllo degli animali, poppata degli agnelli nati nella notte o il giorno prima, poppata dei gemelli), si parte verso quelli che saranno i pascoli per quel giorno.

A questa stagione è raro se non impossibile trovare un prato verde da pascolare. Così il gregge si sposta in un paesaggio dai colori tenui, fatto di gialli e di marroni. Tocca camminare di più che non in primavera, quando l’erba arriva alla pancia. Ma, autunno, inverno o primavera che sia, quando le pecore le chiudi nel recinto, non hanno l’erba alla pancia! E poi il recinto è per il riposo notturno… Se chiudi un gregge sazio in un prato “intero”, sprecherai quell’erba, sui cui gli animali si coricheranno, pestando e sporcando quello che avrebbe potuto rappresentare il pasto di un altro giorno.

Ma il nostro amico degli animali non c’era, quando il recinto è stato aperto. Non c’era per dare una mano quando ci si spostava nella campagna, cercando di evitare i campi seminati. Non c’era per vedere con quanta vitalità corressero i cani per contenere il gregge! Chissà cosa pensa di aver fatto, venendo a fare le sue rimostranze ai pastori…

Non c’era nemmeno a vedere il pascolo per quella mattinata, un pioppeto verde di erba com’è raro trovarne in questo strano inverno siccitoso e caldo. Almeno il nostro personaggio fosse arrivato chiedendo spiegazioni sul pascolo vagante, informandosi su come si conduce, come si alimentano le pecore, com’è la vita dei pastori. Invece no, questa gente SA la verità. Imbevuti di propaganda e di luoghi comuni, questi personaggi vedono in ogni allevatore un bieco sfruttatore di animali, che cerca di spendere il meno possibile per ottenere il massimo dalle proprie bestie, ovviamente senza cuore, senza sentimenti.

Mi sarebbe piaciuto che vedesse le boccate d’erba strappate dagli animali! Mi farebbero ridere, episodi come questo, se non fosse che possono evolvere in veri e propri incubi per gli allevatori. Non sarebbe la prima o l’ultima volta che non ci si limita alle parole, ma si richiede l’intervento di pubblici ufficiali. Anche se è tutto in regola, non sono comunque bei momenti. Chi si è trovato in simili situazioni lo sa bene…

Il pioppeto ed il prato adiacente erano così ricchi d’erba che sono sufficienti per arrivare fino al tardo pomeriggio. Addirittura le pecore si coricano per ruminare, sazie. Però per loro è già stato preparato il recinto altrove e ci sarà ancora una piccola transumanza da affrontare.

Intanto, lassù contro il cielo, bruciano le montagne. Masse di erba secca ben visibile ad occhio nudo anche dalla pianura, in queste giornate di sole. Niente neve a coprire i versanti, quel giorno poi le temperature sembravano più adatte al mese di marzo che a quello di gennaio! Ci sarebbero da fare due riflessioni, una sulla pulizia dei pascoli con il fuoco (pratica molto utilizzata un tempo) e l’altra sull’abbandono della montagna, con rischi conseguenti. Ma avremo modo di riprendere l’argomento in futuro.

Ci si sposta prima che venga notte, c’è una strada trafficata da attraversare. Non è mai una sensazione piacevole quella di stare fermi in mezzo all’asfalto con giubbotto fosforescente e bandierina mentre un’auto punta a tutta velocità verso di te senza accennare a fermarsi… Poi però per fortuna tutto va per il verso giusto ed il gregge può sparire tra i boschi.

Il recinto è già pronto, così quella sera le pecore hanno anche la cena, prima di andare a dormire. Brucheranno tutta l’erba, quindi si coricheranno. Ovviamente al mattino il prato sarà tutto ben tosato e concimato e, se qualcuno lo vedesse solo allora, sembrerebbe un deserto dove gli animali non hanno di che mangiare…

Comunque è inverno

Che strano inverno. Siccitoso come forse non me ne ricordo altri. Per adesso senza neve, ma non sempre negli ultimi anni il candido manto ha ricoperto pianure e montagne. Mite in modo innaturale fino all’altro giorno.

Facevi in fretta anche a sudare, mentre ti affaccendavi con le reti intorno al recinto delle pecore. Al mattino tarda ancora a venire chiaro, ma poi tra un’incombenza e l’altra certi giorni non riesci ad aprire le pecore fino a tardi. Un ufficio dove devi fare una coda, qualche attrezzatura da prendere, un problema all’auto, qualche imprevisto.

Certi giorni devi spostarti spesso, perchè i pascoli rimasti sono magri, con poca erba. A volte ti accontenti di posti dove hanno pascolato le mucche in autunno. Altrove i prati sono già concimati, oppure non è mai ricresciuto nulla dove sono stati trinciati. Avesse solo piovuto un po’, con le temperature che ci sono state… Però non bisogna nemmeno lamentarsi troppo, visto che fino ad ora non è arrivata la neve a dar fastidio.

Viene sera presto, così si rientra a casa ad orari abbastanza accettabili. Il pomeriggio è corto, anche se inizia ad avvertirsi un progressivo allungamento delle ore di luce. Minuti su minuti e così poco per volta si finiscono i lavori più tardi. Anche perchè c’è poca erba e le pecore in qualche modo devono riempirsi la pancia.

L’altra mattina però veniva da dire che l’inverno era davvero iniziato. Terreno gelato, nebbia in agguato, aria che pizzicava nel naso. In aperta campagna poi il freddo lo si avverte ancora di più. Però quasi non fa più paura, un inverno che si presenta così a metà gennaio. Certo, c’è ancora tempo per vedere di tutto, prima che sia primavera, ma la neve ai primi di dicembre fa un altro effetto.

Comunque è inverno, la stagione più difficile per i pastori vaganti. Come al solito si vive alla giornata, accontentandosi di ogni giorno che passa senza dover fermare le pecore. Ormai le previsioni del tempo forniscono un sufficiente margine di sicurezza per non farsi cogliere impreparati. Se proprio dovesse venire a nevicare, lo si saprà in anticipo e si raggiungerà il posto giusto per far fronte anche a quello. Ma per adesso non c’è problema.

I problemi sono soprattutto altri: trovare pascoli ed anche trovare acqua. L’erba è già scarsa, per di più secca. Se si riesce ad abbeverare quotidianamente o anche più volte al giorno il gregge, le pecore pascolerebbero meglio. Fossi e ruscelli però sono in secca e quei pochi in cui scorre l’acqua adesso rischiano di gelare. Eppure passerà anche quest’inverno. Speriamo soltanto che piova al più presto o saranno guai per tutti, non solo per i pastori.

Inverno, la stagione più lunga

L’inverno è ormai iniziato, anche se non si fa sentire in maniera particolarmente pesante. Per adesso è un inverno che fa seguito ad un autunno decisamente “strano”, da queste parti. In aree non lontane si fanno ancora i conti con i gravi danni delle alluvioni, qui le piogge di novembre sono state precedute e seguite da una lunga siccità.

Adesso senti l’inverno prima dell’alba, lo senti nell’aria fredda sulla faccia, nel terreno gelato, nella brina sulla schiena delle pecore. Lo senti nelle giornate di cielo velato, ma appena arriva il sole quasi te ne dimentichi. Se solo l’autunno fosse stato meno siccitoso, caldo, ventoso, per i pastori questo avrebbe potuto essere un buon inverno.

Certo, è appena iniziato, quindi è presto per dirlo. Alba dopo alba però vedere il sole vuol dire che non nevicherà, che la neve non andrà a coprire l’erba. Erba non particolarmente abbondante, quest’anno, proprio a causa della siccità. I prati non concimati, non irrigati, sono gialli di erba secca. Invece laddove l’erba è stata tagliata, è ricresciuto poco-nulla. Con le temperature che ci sono state, se solo avesse piovuto al momento giusto… oggi si guarderebbe all’inverno con un altro spirito. Anche le stoppie sono povere di quelle che per i contadini sono infestanti, per il pastore pascoli preziosi in giornate invernali.

Quel giorno il nuovo sole era era una luce d’oro che inondava le pecore nel recinto. L’inverno è una stagione lunga, perchè tutti vanno a caccia dei pascoli via via più scarsi. Ci si contendono i prati ancora verdi e li si paga a prezzi che non hanno senso, rapportati al valore degli agnelli. Agnelli che non sono affatto andati a ruba, per Natale. Chissà se perchè c’è inflazione di animali locali, se perchè la gente preferisce altra carne o se arriva dall’estero carne a basso costo?

Comunque sia, i pastori vaganti vivono alla giornata. Quotidianamente la routine è simile, si parte e si conduce il gregge dove c’è pascolo. Oggi, domani, dopodomani. Ogni giorno che passa senza neve, ogni giorno che trascorre senza dover “fermare” le pecore è un giorno in meno a separare dalla primavera.

Le pecore brucano anche lungo il cammino. Per evitare che bruchino troppo, meglio tirare una rete a protezione di quei cavoli! Il proprietario intanto aveva messo un cartello “Non rubare”, forse perchè alcuni ortaggi erano già spariti. Non dev’essersi trattato di erbivori a quattro gambe, ma di onnivori a due. Non solo per i pastori (e le loro greggi) ci sono stagioni difficili all’orizzonte. Sempre più spesso si sente parlare di piccoli grandi furti “per necessità” e chi produce nel settore agricolo teme che coloro che non hanno la possibilità di sfarmarsi con le proprie mani, ricorrano ad una versione un po’ particolare del concetto “dal produttore al consumatore”.

Sole ed erba ancora verde, da questa immagine non pare inverno. Ma quando finiranno i prati, verrà il momento di accontentarsi. A meno che l’inverno si evolva in qualche modo, a meno che piova, a meno che le temperature si mantengano miti. E se dovesse venire a nevicare? Meglio non pensarci, meglio continuare a vivere alla giornata.

Il padrone dei prati viene a far visita ai pastori, ride e scherza in loro compagnia, poi chiede di essere fotografato con il gregge sullo sfondo. I pastori  si alternano a sorvegliare il gregge. Il sole non durerà più a lungo, presto tramonterà, bisogna preparare il recinto per la notte. Un altro giorno si conclude, presto arriveranno le festività, inizierà un nuovo anno e chissà se le cose andranno meglio, o peggio?

Appena in tempo

Ormai le previsioni meteo sono affidabili e si sa quello a cui si va incontro… Chi è stato "preso" dalla neve ieri ha voluto davvero rischiare. Ho visto delle "belle" foto pubblicate su Facebook dagli amici, ma un conto è guardarle, un conto è viverli, quei momenti. Ci può essere l'evento inatteso, l'evento più forte del previsto, ma questa perturbazione era annunciata da giorni.

Anche quel po' di neve dell'altro giorno si sapeva che sarebbe caduta, forse qualche fiocco ha sforato, cadendo più in basso, ma già al pomeriggio le nuvole si erano alzate. L'aria però era fredda, il caldo anomalo che intentiva uomini ed animali sino alla settimana precedente era un lontano ricordo.

Quell'ultimo giorno si andava al pascolo tra boschi e piccole radure dimenticate, dove c'erano ciuffi di erba quasi secca che le pecore riuscivano ancora a pascolare. Ogni colpo d'occhio era un quadro, sotto nuvole che si ammassavano e rincorrevano in cielo. Aria fredda, ma, a salire e scendere dietro al gregge che si sparpagliava, scompariva e ricompariva tra i faggi, c'era comunque da sudare.

Il giorno dopo sono arrivati su tutti a dare una mano. Chi raccoglieva le reti, chi attaccava i campanacci, chi caricava gli agnelli che sarebbero stati portati a destinazione preventivamente, così da avere ancora spazio per dare un passaggio eventualmente a qualche animale che avesse avuto problemi. Dopo un rapido pranzo… la partenza!

Ed è così che si immagina la transumanza: davvero a fine stagione, con le foglie gialle, il cielo livido, l'aria fredda che soffia alle spalle, scacciandoti dalla montagna. Si parte volentieri, si parte perchè sta per arrivare l'inverno, e quell'inverno non è solo una parola, ma qualcosa di fisico. E' la neve, è l'acqua ghiacciata, è il riposo dei pascoli in attesa della prossima stagione.

L'aria fa cadere qualche foglia, quelle già secche frusciano sotto i piedi. Gli animali sono partiti a tutta velocità, contenti di scappare da queste montagne, ormai sempre più ostili. Sono passati ormai cinque mesi da quando è stato compiuto il cammino inverso ed ora è tempo di andarsene. Non sanno, loro, che in pianura li attende erba ancora più secca di quella che hanno mangiato fino a pochi minuti prima.

Poco per volta il passo si stabilizza, gli animali rallentano, ma si continua a perdere quota ed il fondovalle si avvicina sempre più. Il suono di campanelle e campanacci rende quasi difficile capirsi, ma le chiacchiere continuano tutto il tempo. Transumanza è un momento del lavoro, transumanza è una festa, specialmente per quelli che vengono a dare una mano e si uniscono volentieri al cammino.

Dopo mesi, il gregge rimette i piedi sull'asfalto. Invade la strada, sfiora borgate di mezza montagna, quasi deserte in questa giornata uggiosa. L'aria è fredda, parla di neve, di foglie che cadono, di stufe accese nelle case, di pentole che bollono. Sta procedendo tutto bene e si scende volentieri.

Un istante per sorridere, vedendo che una delle poche auto incontrate è un grosso SUV lucido come se fosse appena uscito dal concessionario. Non me ne intendo di auto, ma credo che quella valga all'incirca come tutte le pecore del gregge. Anzi… persino qualcosa di più! E poi avreste dovuto vedere il personaggio alla guida…

Sempre più giù, i prati accanto al torrente sono verdi. Qui, diversamente dalla pianura, ogni tanto un po' di pioggia è caduta. Sono già passate altre transumanze, qualche gregge è al pascolo accanto alla strada, ci sono anche vacche nei loro fili e bisogna controllare che non accadano incidenti. Nonostante si sia partiti nel primissimo pomeriggio, la luce sta già calando. L'importante è attraversare il paese prima che venga buio.

Due macchine, una in testa, una in coda, scortano il gregge. E' una buona occasione per far sentire la voce dei pastori e mostrare con delle immagini cosa accade lassù, nell'indifferenza dei più. Ci sarà ancora questa transumanza, in futuro? Oppure prevarrà la delusione e l'amarezza per la poca attenzione riservata alle problematiche della pastorizia e della montagna?

Si entra in periferia della cittadina, c'è chi aspettava con ansia quella transumanza. "Una volta scendevamo io e lui, da soli…", racconta l'anziano pastore. Quella vita è nel suo sangue e comunque è ancora presente costantemente nel gregge, attraverso le sue canaule e le campane che ha dato al pastore. Un saluto veloce, ma ci sarà tempo e modo di rivedersi nei giorni successivi, anche per guardare con calma le pecore, valutarle con occhio esperto.

Nonostante questo sia un mestiere dimenticato, nonostante il XXI secolo sia sempre di fretta, per qualche istante tutti devono fermarsi per dare spazio alla transumanza. Bisogna passare di lì, non ci sono altre strade. E' un sabato pomeriggio sul tardi, il momento in cui si causano meno fastidi agli automobilisti, e poi al più è una questione di dieci minuti per chi è in coda dietro al gregge, magari anche meno.

Un breve attraversamento, poi si svolterà fuori dal traffico. La gente guarda, indica, commenta, poi le auto riprendono a scorrere e tutto ricomincia come prima, forse senza nemmeno la memoria di quella transumanza. Il gregge adesso è giù, sta per iniziare la stagione di pascolo vagante che durerà per lunghi mesi, fino a maggio.

Sembra di avvertire la perplessità del gregge, quando si arriva nei prati accanto al torrente. E' come se si domandassero dov'è l'erba… Attraversano la zona recintata, belando, quasi il vero prato dovesse iniziare dopo. Invece no, sono costretti a tornare indietro ed accontentarsi di quello che offre la stagione. Sarà un autunno difficile e chissà l'inverno!

Prima che venga notte, gli animali vengono portati a bere al torrente, poi si ritorna ai prati in nuvole di polvere. Manca poco alla pioggia, quella pioggia che laverà l'aria, che impregnerà il terreno, che porterà di nuovo un po' di verde nella campagna riarsa. E pensare che in agosto era tutto così verde, anche le stoppie!

Un breve video per vivere anche voi alcuni istanti di transumanza con i suoni, le voci, i belati, gli scherzi, il ticchettio delle unghie delle pecore.

E l'indomani al pascolo, con un'aria autunnale sempre più fredda, tra le visite degli amici, le reti da tirare, i cani giovani che devono abituarsi a questo modo di pascolare, diverso da quello dei mesi in montagna. D'ora in poi saranno di nuovo storie di pascolo vagante, con l'incertezza quotidiana di dove si va, di dove condurrà la fame d'erba, il tempo, le leggi dell'uomo…