Da vedere, da ragionare, da commentare

Vorrei immediatamente replicare al vergognoso, ignobile, indegno servizio andato in onda ieri sera a Striscia la Notizia a riguardo delle “Battaglie delle Reines”, ma meglio farlo con calma scrivendo le cose in modo chiaro e dettagliato, pertanto rimando a domani. E’ comunque vergognoso che si possa fare disinformazione in questo modo!

Per adesso vi segnalo intanto come rivedere la versione televisiva de “L’ultimo pastore”, andato in onda su RAI1. Di questo film si era parlato ampiamente qui. A me aveva lasciato un retrogusto amarognolo per alcune cose che non mi erano piaciute nei contenuti (le immagini invece… molto di effetto e non posso non emozionarmi, sapendo cosa vuol dire camminare davanti a un gregge!), ma è stata una grande soddisfazione sapere che RAI1 l’ha mandato in onda in giorno di Santo Stefano, nel primo pomeriggio. Quanta gente l’ha visto, già solo ieri alcuni contadini ce lo raccontavano. Purtroppo invece la TV svizzera non consente, dall’Italia, di visionare “Hiver Nomade”, andato in onda la sera di Natale.

Ricordo poi “Terre d’alpe“, che si terrà nel Cuneese a partire da stasera, con numerosi film e documentari dedicati al mondo della pastorizia e dell’alpeggio.

Infine, vi segnalo per domani a Mentoulles (Fenestrelle – TO) mercatino dei formaggi e proiezione di Mouton 2.0.


Il video è questo, ma qui è in lingua originale, mentre la proiezione sarà con sottotitoli in Italiano. Come la pastorizia francese più tradizionale reagisce all’identificazione degli ovini tramite microchip.

Quando il pascolo vagante è un evento e…

Scusate il ritardo, avrei dovuto aggiornare prima questa pagina, ma la mole di impegni di questi giorni è davvero immensa e per di più si aggiungono imprevisti vari. Non so davvero se sia più stressante la via del libero professionista o quella del pastore, ma l’unione di entrambe è deleteria!!

Sono stata ad Aosta allo IAR, l’Institut  Agricole Règional, per due incontri, con i giovani dei corsi professionali e con un pubblico più ampio, anche esterno, la sera. Tra i due, un’interessante visita a parte dell’azienda dell’Institut, tra cui frutteti e vigneti. Purtroppo il tempo non era dei migliori, ma… La giornata mi ha comunque dato immense soddisfazioni. L’accoglienza è stata a dir poco entusiastica  (nessuno è profeta in patria?), con addirittura giornalisti e la RAI regionale che hanno filmato e/o intervistato la sottoscritta, a testimonianza di come in Valle sia davvero sentito l’interesse per questi temi.

Luca, la mia guida, mi ha anche accompagnato a fare un breve tour negli alpeggi più vicini raggiungibili comodamente in auto. E’ stato molto interessante chiacchierare con lui ed altri colleghi della scuola per saperne di più sulla realtà zootecnica locale. Siamo regioni confinanti, ma le diversità sono molte, grazie anche allo stato di regione autonoma della Val d’Aosta.

Liscia la strada e meraviglioso l’alpeggio dove siamo arrivati. Sia per le persone, sia per gli animali, la sistemazione è di gran lusso. Non è così ovunque, ma la gran parte degli alpeggi sono comunque stati risistemati, grazie anche all’ampia fetta di finanziamenti erogati a tale scopo, che incentivano i privati ad investire nella ristrutturazione dei fabbricati d’alpe. Ovviamente gli animali erano ancora a quote più basse, fortunatamente, visto che la quota della neve fresca appena caduta non era tanto lontana.

La mandria l’avevamo già incontrata salendo, ma ci fermiamo sulla via del ritorno per fare quattro chiacchiere con gli allevatori. Le vacche ovviamente sono di razza valdostana e prevalgono le castane, le famose reines che qui tengono vivo il settore dell’allevamento anche (soprattutto?) per il suo aspetto più coreografico, cioè le battaglie.

Il clima è decisamente rigido per la stagione, ma quest’anno ormai siamo abituati agli sbalzi di temperatura, al maltempo seguito da giornate di sole caldo e bruciante, vento e dopo ancora rovesci di pioggia e magari neve. Luca parla con gli allevatori, mischiano l’Italiano al patois, commentano gli animali, l’erba, la stagione, parlano della prossima salita, delle battaglie che ci sono state, delle nuove reines.

La figlia dell’allevatore (chiedo scusa, non ricordo più il suo nome, forse Alessia?) è una studentessa dell’Institut. Il padre scherza chiedendo quand’è che finalmente la la manderanno a casa, che c’è bisogno di lei. Qui il lavoro non manca, la strada è già tracciata, ma pare che comunque lei sia ben d’accordo di continuare il mestiere con passione.

Ogni tanto due degli animali si affrontano e danno il via alle battaglie per stabilire il predominio. E’ da queste selezioni naturali che l’allevatore capisce su quale reina puntare per gli incontri ufficiali. Si sta però facendo tardi e dobbiamo ridiscendere ad Aosta, dove la sera un folto ed interessato pubblico mi ascolterà parlare di pastorizia e pascolo vagante. Un argomento un po’ atipico per la valle, dove dare del feiàn (pastore) a qualcuno è un insulto, mi avevano detto.

Non sapendo come e quando potrò aggiornare il blog, unisco a questo post la comunicazione di un importante evento aperto a tutti coloro che vorranno partecipare. Sabato 2 giugno in Valle Po, più precisamente ad Oncino (CN) si terrà una meirando (transumanza) particolare. Il margaro Mattio Luigi compirà la sua 50° transumanza a piedi dalla cascina di Revello (Morra San Martino) fino alle Meire Dacant. In quell’occasione il Comune lo festeggerà e chiunque potrà accompagnare la transumanza. Partenza ore 6:00, arrivo previsto ad Oncino (rinfresco) ore 12:00, arrivo alle Meire ore 14:00. Io ci sarò…

Lavorare per altri, sognando la propria azienda

Qualche animale Stefano (1992) ce l’ha, 8 vacche ed una ventina di capre, così come ci sono sempre stati, in famiglia. Solo che oggi non è più come un tempo e allora la casa pizzicata nel paesino non è adatta a questo mestiere. Anzi, forse nemmeno il posto può andare bene, perchè se anche si riuscisse a costruire una stalla come si deve, mancherebbero poi le terre, i pascoli, già tutti utilizzati da altri.

Siamo ai confini tra Piemonte e Valle d’Aosta e sono venuta a sentire la storia di Stefano, che alleva “per hobby”, perchè per vivere va a lavorare altrove. Sempre nel settore, ma come dipendente. “Il primo anno in alpeggio l’ho fatto quando avevo 13-14 anni. Ero su con due anziani, lui si era fatto male e non era più tanto forte, così mi sono dovuto sbrogliare io. E’ stato quest’uomo ad insegnarmi a fare i formaggi. Ho sempre portato su anche le mie bestie. La scorsa estate ero in Val d’Aosta a Valgrisanche. Se ti piace, non è dura. Mungevamo a mano 110 vacche, una ventina a testa, poi c’era uno che si occupava solo della lavorazione del latte. Era il primo anno che mi alzavo presto così, alle 3:30…“.

Stefano continua a lavorare. “Faccio il garzone estate ed inverno, vado ad aiutare a mungere. Scuola l’ho smessa dopo l’anno obbligatorio. Vorrei trovare una stalla da affittare, ma… Mi sono messo nell’agricola per avere i 10.000 euro di insediamento, però dopo che ho fatto la domanda mi hanno detto che non avevo basta terreni e così non ho preso niente. Il futuro… mah?“. E così oggi Stefano tiene i suoi animali in piccole stallette di quelle di una volta, in pittoresche vecchie case circondate da un bellissimo paesaggio fatto di caratteristici vigneti, prati, montagne. Ma manca la praticità, gli animali sono suddivisi in più strutture nemmeno adiacenti.

Anche se si vuole mantenere le tradizioni, non è possibile vivere del proprio lavoro in questo modo. Ma Stefano è legato al proprio paese, al territorio, e si domanda come fare per concretizzare i propri sogni. “Mi piacerebbe riuscire a fare una stalla ed andare in montagna io, affittare un’alpe.” Magari in Val d’Aosta, dove “…gli alpeggi non sono nemmeno da mettere vicino a qui! Là aiutano di più, anche se si lamentano è così, basta vedere che alpeggi che hanno e poi confrontare con quelli delle montagne qui.

Come molti da queste parti, anche lui ha la passione per le reines e le battaglie. “Quest’anno ho portato la mia a battere per la prima volta. E’ una spesa, non si vince nulla, ma è una soddisfazione. Mi piace stare con gli animali, le mucche mi sono sempre piaciute e non ho mai pensato di fare un altro lavoro.

In casa c’è anche una collezione di campanacci, passione ereditate dal padre. “Mio papà ha sempre avuto bestie, anche mia mamma, loro ne avevano tante, ma a lei non piacevano ed ha sempre faticato, così non voleva che facessi questo. Ci sono state discussioni, ma poi ho vinto io.

Insieme a sua sorella Valeria andiamo a vedere anche parte delle capre. “Le nostre prime bestie sono state due capre nane quando avevo sette anni, una io ed una mia sorella. Poi ho iniziato a prendere le capre con le corna, poi una vitella… Anche se c’era la tradizione, ho iniziato tutto da zero ed è ben dura!“.

Lavorare e vivere in montagna

In attesa di sapere che fine farà questo blog (ma pare che si potrà salvare tutto migrando altrove, senza perdere niente), continuo qui i consueti aggiornamenti.
Oggi vi racconto qualcosa di Michel, classe 1987, che avevo incontrato lo scorso anno in occasione della finale regionale ad Aosta della Battaglia delle Reines.

Mentre la pianura piemontese era avvolta dalle nebbie autunnali al punto che in certe zone a bassa quota, anche nei fondovalle, si pensava fosse un'altra giornata di maltempo, la Val d'Aosta era illuminata da un tiepido sole che contrastava con l'aria frizzante del mattino presto. Seguo le indicazioni di Michel, affronto strade sconosciute e mi incanto a guardare il paesaggio multicolore mentre salgo sempre più su lungo una stretta strada sul versante solatio della valle. Finalmente arrivo all'azienda di Michel. Strutture in pietra e legno, così come ci si aspetta da queste parti. Prati ancora verdi ed il suono delle campane degli animali al pascolo. Incontro Michel e suo papà, dopo un giro per l'azienda, possiamo iniziare a chiacchierare.

Ancora una volta è la passione a dominare e, in questo caso, il significato è duplice, dato che c'è la passione per un mestiere, quello dell'allevatore di montagna, ma anche un sentimento fortissimo per un determinato tipo di animale ed i suoi legami con le tradizioni locali. Le reines, le Valdostane castane, e le famose battaglie, un vero e proprio simbolo della regione Val d'Aosta. Questa passione è un'eredità, visto che il miglior risultato ottenuto dalla famiglia Meynet risale al 1980, prima che Michel nascesse, con un prestigioso secondo posto alla Finale regionale. "E' la passione per le reines che ti da le maggiori soddisfazioni…".

Credevo che anche il panorama che circonda questa frazione di Sarre potesse essere al primo posto, ma forse per chi ci è nato e cresciuto non ha tutta la carica di fascino che può esercitare sul visitatore occasionale arrivato fin qui in una giornata come questa. Ciò nonostante, Michel non ha esitazioni nell'affermare che mai andrebbe a vivere giù, in pianura. "Viaggiare ho viaggiato ben poco, con questo lavoro non hai tempo per farlo. Lo scorso anno con alcuni amici siamo andati due giorni a Gardaland! Altre volte invece riesco ad andare un giorno in Svizzera, quest'estate sono stato in Svizzera per un'inalpe, quando le vacche salgono in primavera e si battono. E' stata l'unica giornata che sono andato via quest'estate. Il mio sogno è quello di andare in America per vedere le pianure ed i macchinari che ci sono là, ma non so se mai riuscirò ad andarci…".

Su Facebook, la pagina di Michel ha un album di foto il cui titolo parla da solo, "Ma vie, ma passion", e ritrae i suoi animali al pascolo, oppure nel momento della partecipazione ad una battaglia. Internet è un mezzo attraverso il quale infrangere l'isolamento che comunque l'abitare in montagna comporta. La bellezza del luogo non deve infatti far dimenticare che la discesa in fondovalle non è immediata e, in un mestiere che già lascia poco tempo libero ed i momenti di svago sono pochi, il tempo trascorso negli spostamenti è in un certo senso sprecato. "Quando sono venuto alla cena in Valchiusella… sono arrivato che erano già tutti a tavola da un pezzo! Finire i lavori qui, partire, arrivare fin là…". Però con Facebook hai i contatti immediati con chi condivide i tuoi interessi e puoi anche scoprire che un'amica virtuale in quel di Pragelato ha un'animale che tu avevi venduto tempo prima.

Michel e suo papà parlano tra di loro in patois. L'attività era stata iniziata dal nonno, che aveva aumentato il numero dei capi da quel paio per i bisogni famigliari posseduti precedentemente. La prima stalla era stata costruita proprio da lui nel 1967 quassù, a 1200 metri, dove però prima si veniva solo d'estate. Ed un tempo, quello che adesso è un bosco variopinto, erano terrazzamenti e campi, con segale ed altro. "Oggi pascoliamo, facciamo fieno, pianto ancora un po' di segale in qualche pezzo che non riesco ad irrigare. Fino al 1992 mio nonno teneva l'alpeggio con un operaio e mio papà stava giù per i fieni, quando lui si è ammalato abbiamo iniziato a mandarle in affido ad altri. Per il fieno siamo quasi autosufficienti per il numero di bestie che abbiamo."

Parliamo di futuro e Michel afferma di avere un po' di paura, perchè proprio non riesce ad immaginare come possa essere, specialmente in questi periodi non facili. "Magari potrei arrivare a 25-30 capi se aggiustassi la stalla di mio nonno, ma non di più. Poi mi piacerebbe fare un agriturismo, anche poche camere, qualcosa di semplice, dar solo colazione, però qui non è un posto particolarmente turistico. Infatti l'albergo sotto sembra che stia per chiudere… Non c'è più il turismo di una volta, qui va bene per chi vuol trascorrere una vacanza e stare tranquillo. Piacerebbe anche andare in alpeggio, ma siamo in due e non si può fare tutto."

"Il mondo agricolo in Val d'Aosta ha ancora tanti giovani, non solo con le nere, anche con le bianche e rosse. Poi altri settori, non solo l'allevamento." Con gli animali gli orari sono impegnativi. Se d'estate ci si può permettere una sveglia alle 6:30 e qualche momento in più per far festa con gli amici la sera, d'inverno dopo i parti si munge alle 4:30 ed i lavori non sono finiti prima delle 22:30. "Sono sempre stato convinto di fare questo, anche se a volte penso che se fossi andato a fare altro avrei più guadagni. Ma poi vedi gli amici fuori che magari sono senza lavoro e allora va bene così."

Bisogna far attenzione a non fermarsi al romanticismo, alla bellezza del paesaggio. Michel e suo padre ripetono quello che ho già sentito dire più volte da queste parti, che in fondo in Val d'Aosta non è che le cose vadano meglio rispetto al Piemonte. "Anzi, ci sono più vincoli… Già solo per fare le strutture, devi usare certi materiali, farle in un certo modo. C'è qualche incentivo, ma non tanto…". Eppure a me, per quel poco che ho girato in Val d'Aosta, mi sembra di notare varie differenze con il Piemonte. Già solo il fatto che mi sia stato raccontato che certi alpeggi restano vuoti perchè mancano le strutture nella parte bassa e ci siano solo in alto. Da noi ci si contende anche montagne dove di strutture non ce n'è l'ombra, altro che quelle "ville" che ho visto in Val d'Aosta!

Ah, la Svizzera!

Una breve, brevissima vacanza. Nemmeno tre giorni, una vera e propria toccata e fuga, ma ci voleva un attimo di stacco, di respiro. Anche quest'anno la meta è stata la Svizzera, anche quest'anno ho lasciato l'Italia passando dal Sempione. Già lungo la strada, prima di arrivare a Domodossola, nonostante la stagione non fosse quella in cui mi aspettavo di veder pecore in fondovalle, ho visto un gregge al pascolo lungo il Toce.

Poi via, oltreconfine. E allora può capitare di fotografare una fontana con annessa statua a Brig. E la statua è una capra… Brig è una cittadina, mica un paesino di montagna sperso tra i monti! Ve lo ricordate, qualche anno fa, quando mi mandavate le foto di monumenti a tema pastorale?

Ma la meta del primo giorno non erano città e monumenti. Si pensava che quel primo giorno di vacanza fosse dedicato a qualcosa di completamente diverso: montagna sì, ma quella alta, quella che solitamente non si frequenta, andando per alpeggi e pascoli. Salendo con la funivia però ci si poteva già rendere conto come anche questa località turistica così affollata, così conosciuta, fosse una sede d'alpeggio. E dal finestrino della cabina ecco uno scatto di un grosso alpeggio, con baita, stalla e pascoli circostanti. Le vacche, una mandria di Brune, erano poco lontano.

Più in alto però, già ad alta quota, altri avvistamenti. E questa volta sono pecore. Pare impossibile, o più che altro l'incredulità è dovuta al fatto che proprio non ci si aspettava pecore quassù. Un buon numero pare gradire la base dell'ultimo pilone della funivia come luogo per il riposo notturno (ma pure diurno, con questo caldo!). Adesso però è ora di lasciarsi alle spalle pascoli, pecore e tutto il resto del mondo pastorale, ci si incammina a vedere quello che da tempo sognavo di ammirare dal vivo.

Il ghiacciaio dell'Aletsch, uno di quei fenomeni della natura che ogni amante della montagna credo vorrebbe visitare almeno una volta nella vita. Il caldo assurdo di questi giorni (sì, faceva caldo anche là!) fa riflettere su quanti avranno ancora la possibilità di ammirare un simile spettacolo, visti anche i segni evidenti del suo ritiro. Ma… sì, quelle in primo piano tra le rocce sono pecore. Ed infatti per tutto il corso del sentiero alto, e poi anche in seguito, si incontrano numerose pecore. Pecore libere, senza sorveglianza, senza recinti, senza… stress! E dove volete che vadano? In alto le creste rocciose, in basso il ghiacciaio. Ed evidentemente nessun predatore.

Anche lungo la via del ritorno altri incontri, ancor più ravvicinati. Questa è una razza locale, sono le Pecore dal naso nero del Vallese. Strane per chi è abituato ad altre taglie, altra morfologia, ma sicuramente uniche nel loro aspetto. Non hanno alcuna paura, si spostano appena al passaggio dei numerosi turisti di ogni parte del mondo che percorrono incessantemente il sentiero.

Anche se la vacanza voleva essere uno stacco… Non c'è niente da fare, la malattia è la malattia! E poi come si fa a non fotografare un panorama del genere? Senza le pecore in effetti mancherebbe qualcosa, la loro presenza non fa che completare il paesaggio. Sarebbe sembrato tutto troppo finto, perchè in effetti la grandiosità del ghiacciaio è così immensa da sembrare uno schermo, uno sfondo. Non ci si rende conto di quanto sia vasto se non quando si vedranno delle persone camminarci su: dei minuscoli puntini nel ghiaccio che si estende in lungo ed in largo nella valle.

Alla fine del sentiero un cancello a molla ed una rete che delimita lo sbocco del pascolo, poi un cartello come da noi non ne ho mai visti. A parte il fatto che non finirò mai di apprezzare le paline svizzere, chiare e perenni, a differenza delle "ecologiche" paline in legno che si vedono da noi, che dopo pochi anni sono illeggibili… Non conosco il Tedesco, ma con quelle poche parole che so credo che il cartello basso dica qualcosa come: "ATTENZIONE alpeggio delle pecore. Tenere i cani al guinzaglio".

Voltate le spalle al ghiacciaio, si scende a piedi a Bettmeralp, villaggio turistico dove non circolano auto, se non silenziose vetturette elettriche. Quassù tutto è a misura di turista, turisti dal portafoglio gonfio, visti i prezzi di qualunque cosa, a partire da un gelato. Ma nessuno di questi turisti pare essere scandalizzato o infastidito dal mondo che inizia appena oltre l'ultima casa: animali al pascolo, territorio d'alpeggio.

Lungo i sentieri si attraversano più e più volte le recinzioni, ma ogni volta un qualche accorgimento permette di superarle agevolmente senza prendere la scossa. Fotografo diversi esempi di questi attraversamenti: maniglie, cancelli e così via. Centinaia e centinaia di persone passano qui ogni giorno, ciascuno apre, sgancia, richiude con cura. Questione di cultura? Semplice rispetto per il lavoro altrui?

C'è chi si tuffa e chi nuota nel laghetto. Ci sono giovani, bambini, adulti, molta gente in questo caldo pomeriggio di sole. Eppure sembra che non vi sia nessuno, si sente appena il chiacchiericcio delle persone, qualche risata squillante di un ragazzino, ma niente più. Il suono predominante, insieme al vento, sono le campane chamonix al collo di queste reines al pascolo a poche decine di metri dai turisti. Non ci sarebbe niente di speciale, niente da dire, su tutto questo. Però penso alle lamentele italiche di chi va in vacanza in montagna e poi si reca in Comune perchè le campane delle vacche disturbano il suo sonno… Gli stessi che magari di giorno urlano invece di parlare, che turbano la quiete della montagna con un quad, una moto, una radio a tutto volume. Non sono esterofila, amo l'Italia, ma perchè ogni tanto mi viene una fortissima tentazione di emigrare in posti così?

Bettmeralp non è un luogo incantato come questo scorcio potrebbe far credere: ci sono anche brutture architettoniche, negozi di souvenirs kitsch, una folla di turisti e casette nuove costruite in stile. Ma non era qui che cercavo la realtà d'alpeggio, tutto quello che ho raccontato e vi ho mostrato è stato un extra. Nel secondo giorno di vacanze invece speravo davvero di avventurarmi nella montagna vera dei pascoli… Ve lo racconterò la prossima volta!

Sempre meno giovani vogliono farlo

Visto che è stato proprio un Valdostano a darmi l'idea per il libro sui giovani, era inevitabile che, prima o poi, andassi anche da quelle parti a realizzare qualche intervista ai giovani. In questo caso sono salita a Saint Barthélemy epoi ho proseguito "fino in fondo alla strada", come mi aveva spiegato Yves prima di salire nell'alpeggio alto, dove il telefono non prende più. Ci tenevo ad andare là, perchè mi ricordavo le belle foto che Yves aveva postato su Facebook durante la scorsa stagione d'alpe.

L'erba del vicino pare sempre più verde, ma è inevitabile rimanere un po' a bocca aperta mentre si sale sempre più su lungo questa strada. Pascoli spendidi, il panorama, certo, ma anche la stessa strada che raggiunge quote così elevate, e poi le strutture d'alpeggio. La proprietà è privata, le ristrutturazioni quindi sono state a carico del proprietario, ma beneficiando di un contributo del 75% erogato dalla Regione. Manca solo la centralina, anche se tutto sarebbe predisposto, perchè il proprietario non ha voluto affrontare anche questa spesa.

Yves (classe 1989) e suo fratello Loris (classe 1992) stanno lavorando nei prati sotto l'alpeggio, ma poi lui mi raggiunge, chiacchieriamo un po' e dopo passa ai lavori quotidiani, perchè è venuto il momento di girare le Fontine. So poco niente della realtà valdostana e scopro qualcosa grazie alle parole di Yves e di suo padre, che è al pascolo più a monte con la mandria. Seguo i suggerimenti del figlio e salgo incontro agli animali, che scenderanno a breve per essere chiusi in stalla, in attesa della seconda mungitura. Qui i ritmi e gli orari sono completamente diversi rispetto al Piemonte.

Da quest'anno Yves si occupa della caseificazione. Ha imparato in casa, ma ha anche frequentato un corso indetto dalla Regione, qualificandosi Addetto Casaro. “E’ una vita dura. Ci alziamo alle 3:30, ma ad inizio stagione, quando c’era più latte, erano le 3:00. Si munge, un po’ a mano, un po’ con la mungitrice, fino alle 6:30. Facciamo colazione insieme,  dopo ciascuno svolge il proprio lavoro. Io mi occupo del latte, metto il caglio e poi ci vanno quaranta minuti prima di tagliare il coagulo. Alle 7:00 – 7:30 si staccano le mucche, intanto la fontina gira e scalda. Mio papà va al pascolo, mio fratello pulisce le stalle, io lavo la mungitrice, faccio le Fontine, poi lavo la latteria e giro le forme. Il pranzo si fa quando tornano le mucche, possono essere le 11:00, le 11:30 o anche mezzogiorno, come adesso che sono più lontane. Dopo pranzo andiamo tutti a riposarci un po’ e, verso le 15:00 – 15:30 ricomincia tutto da capo. Stanno al pascolo dalle 18:00 fino alle 21:00 – 21:30. Questo d’estate, quando siamo in alpeggio. Altrimenti d’autunno e d’inverno siamo un po’ più liberi. In primavera le mettiamo già al pascolo, ma conferiamo il latte al caseificio. Il lavoro non manca comunque, ma almeno si è un po’ più tranquilli.

Nel tramuto basso le strutture non sono altrettanto ben sistemate. Yves abita tutto l’anno in montagna, perchè anche la sede invernale è al di sopra del 1.000 metri di quota, ma non si sente isolato. Forse solo quassù in alpeggio, perché anche se si arriva con la strada, manca il segnale del telefono cellulare e quindi pure la possibilità di collegarsi ad internet. “Giù nell'altro alpeggio invece il telefono prende. Serve per comunicare, per conoscere gente nuova, anche in giro per il mondo, in Svizzera… Gente che ha le tue stesse passioni. Puoi venire a conoscere diversi modi di lavorare, vedere le foto dei posti, degli animali. Viaggi anche quando non puoi… Facebook lo uso molto, ho conosciuto tanti amici così e resto in contatto anche con i compagni della scuola. Lo scorso anno avevo più tempo anche quando ero in montagna, ma quest’anno sono impegnato con le Fontine. Per andare in moto dove prende il telefono ci va un bel po’ di tempo.

Nonostante il bel posto, il bell'alpeggio, nonostante la realtà valdostana presenti numerose siatuazioni simili, Yves afferma che il numero di giovani disposti ad affrontare questa vita sia sempre più in calo. "Le Battaglie delle Reines sono quelle che tengono in piedi l’allevamento, in Val d’Aosta, nel bene e nel male. Di giovani in alpeggio ce ne sono sempre meno, perché si fa troppa fatica. O si nasce in qualche grossa azienda e allora si continua lì… Ma tanti su hanno degli operai. Molti giovani tengono delle bestie, proprio per le Battaglie, ma le mandano in alpeggio senza salire loro. Questo in fondo è negativo, si pensa solo alle Reines senza guardare la vera resa dell’animale, il latte. Ce ne sono qui certe che di latte non ne hanno proprio niente. Spingono le vacche pesanti per la battaglia, ma poi sono bestie che non vanno bene per la montagna.
Il tema delle Battaglie ritorna più e più volte nel nostro discorso, d'altra parte è quasi uno dei principali simboli della Val d'Aosta.

La mandria, composta da animali di proprietà ed animali in affitto, conta un gran numero di vacche castane, tra le quali vi sono reines e potenziali combattenti del futuro. Il signor Vial, scendendo dai pascoli, mi spiegava come fosse difficile avere a che fare con questi animali. Rischiano di ferirsi, su terreni così accidentati. La discesa è ripida, bisogna fare attenzione e guidare con cura le vacche, affinché non passino in punti troppo ripidi. “Questa passione è sempre stata nel sangue, una malattia. Lo scorso anno la mia Manila è stata terza e quarta alle eliminatorie di Saint Barthélemy, ma purtroppo quest’anno è zoppa. Poi abbiamo anche le capre, le teniamo praticamente solo per quello. Ne avevo quattro in finale lo scorso anno, una è stata reina, l’altra seconda. Per le battaglie si formano anche molte gelosie. Per me è bello se è preso con sportività, è un’occasione per trovarsi e fare festa insieme, non bisogna rovinare un’amicizia per una sconfitta.”

Passione per gli animali, per le capre, per le vacche, per questa vita e questo duro mestiere. “Avere gli animali è una tradizione, già li aveva mio nonno, poi mio papà, adesso io e mio fratello vogliamo continuare. Sono sempre stato di questo mondo, andavo in stalla fin da piccolo. Adesso è cinque anni che siamo su quest’alpeggio con le nostre bestie ed altre prese in affitto, ma prima mio papà andava a fare le stagioni, guardava le bestie per altri e portava su anche le nostre. Andavamo su pure noi a dare una mano, facevamo una settimana a testa. Io ho iniziato a fare la stagione quando facevo il primo anno di superiori, a guardare non sarei stato nemmeno in regola!
L’alpeggio di Les Reches è situato ad oltre 2400 metri di quota, poco sotto il Santuario di Cuney, il più alto d’Europa. L’alpeggio è uno dei momenti belli di questo mestiere, ma per un ragazzo che comunque passa l’inverno a 1.200 metri di quota forse il significato di salire in montagna è diverso da chi fa la vita del margaro in Piemonte e scende nelle cascine di pianura. “Le soddisfazioni di questo mestiere sono tante: essere all’aria aperta, ma anche mungere ed ottenere tanto latte, poi quando sei al pascolo e la tua mucca vince contro quella di un altro. Ancora quando la caldaia “si alza”, quando c’è tanto latte.

La giornata purtroppo non era delle migliori, ma comunque ho potuto godere del fascino di questi luoghi, pur non riuscendo a vedere interamente le vette che circondano il vallone. Con Yves parliamo anche deli suoi studi. In Val d’Aosta chi coltiva questi interessi ed ha voglia di studiare, sceglie l’Institut Agricole Régional. “E’ una bella scuola, sia per quello che si impara, sia per la compagnia. L’insegnamento è valido, ogni anno ci sono anche dei Piemontesi che si iscrivono. Nell’ultimo biennio ho fatto due stages: in quarta così sono andato in Trentino, sono stato quasi un mese a lavorare in malga. In quinta invece ho passato due mesi in Canada nell’azienda di una scuola dove c’erano mucche e pecore. Sono stato là con Vaira.
Il padre in precedenza mi confidava che questo sarebbe stato l’ultimo anno, l’ultima stagione in alpeggio, per lui: “Il lavoro non manca anche giù, il fieno, bagnare… Se vogliono andare avanti, devono vedere loro.
Commenta Yves: “La mia famiglia forse avrebbe preferito facessi altro, visto che avevo studiato. Non so se davvero mio padre smetterà, ma io voglio continuare. E’ vero che è un mestiere che non rende più tanto, ma nessun altro lavoro dà queste soddisfazioni. Ci sono tanti sacrifici, ma alla fine fai quello che vuoi, sei libero.

Una libertà con molti, moltissimi vincoli. Quelli per cui ci sono ancora molti giovani in valle ad allevare animali, magari anche solo per passione, affiancando quest'attività ad un altro lavoro, ma sempre meno a salire in alpeggio stabilmente per tutta la stagione. Yves lo scorso inverno ha anche avuto un’esperienza di lavoro stipendiato.“Sono andato alla stalla dell’Institut Agricole, facevo un po’ di tutto, dalla mungitura alla pulizia, lì ci sono anche bestie all’ingrasso. Era pesante, mi alzavo alle 4:00 per essere su per le 5:00. Lavoravo fino alle 9:30, ma a volte finivi che erano le 12:00, tornavi a casa e dovevi essere di nuovo là per le 15:30 e c’erano anche lavori da fare a casa… Sono stati dei momenti duri, adesso mi hanno già cercato, ma quest’anno non andrò.
Il futuro è da costruire, pur tra le incertezze che riserva la vita. "Mi piacerebbe fare la stalla nuova giù a casa e mettersi in regola anche con la latteria per lavorare i formaggi. Mi piacerebbe anche aprire un agriturismo, ma per quello bisogna essere in due… Trovare la persona giusta che ami questa vita e voglia fare questo lavoro… C’è mio fratello, certo. Si va d’accordo, ma non sempre! Per mettersi a posto con le strutture non è facile. C’è troppa burocrazia, ti stufano con le leggi. La resa del tuo lavoro poi non è più adeguata al lavoro ed ai sacrifici che uno fa.

Poco lontano un altro alpeggio, recentemente ristrutturato ed ampliato con una grossa stalla che si confonde nel grigio delle rocce circostanti. Da queste montagne non si scende se non per eventi eccezionali, per vedere gli amici bisogna aspettare o che vengano a farti visita, o la fine della stagione. “E’ troppo lontano, ci va troppo tempo. Quando arrivi giù è già ora di rientrare, e allora lasci perdere. Gran parte dei miei amici fanno questo lavoro o comunque hanno degli animali, così capiscono di cosa parli. Tanto alla fine finisci sempre per parlare di vacche, di battaglie!
Come sempre, la vita d'alpe pare un paradiso per il visitatore occasionale, ma la realtà è fatta di fatica, come si è già detto, ed anche di momenti difficili. “Un giorno sono partito che faceva bello, poi di colpo è arrivata la grandine. Non riuscivo a fermare le vacche, sono corso loro dietro. Un po’ per il gelo della grandine, il vento, lo sforzo di correre, sono quasi stato male, mi è mancato il respiro. Chi non vive qui non riesce a capire… C’è una ragazza che  è  venuta da noi qualche tempo fa. E' hostess in una compagnia low cost. Ha una casa a Saint Barthelmy, quindi cercava proprio un alpeggio su di qui… Diceva che voleva lavorare con noi, che poi vuol metter su un allevamento di capre. Ma si alzava alle 11:00! Con il suo lavoro ha orari tutti diversi. Non è facile adattarsi alla nostra vita. Certo, fa anche comodo che ci sia qualcuno che ti dà una mano e prepari pranzo, ma avere gli animali significa un impegno costante, una volta che inizi non puoi tirarti indietro e non puoi farlo solo quando ti va. La gente non si rende conto…

Le vacche entrano in stalla e vanno a posizionarsi al loro posto. “Le mettiamo sempre in stalla, è molto meglio per il latte, rendono di più”, mi spiegano Yves e suo padre. Pranziamo, io rubo ad Yves un po' del tempo per il risposo pomeridiano per l'intervista, poi lascio questo bel posto e ridiscendo a valle. Sarebbe stato più bello salire a piedi per godere appieno del panorama, dei pascoli, per avvicinarsi lentamente ascoltando i suoni ed i silenzi della montagna. Ma il mio viaggio di ritorno è ancora lungo, bisogna scendere nel caldo del fondovalle, dell'autostrada che mi riporterà a casa.

I pregiudizi degli altri

Avevo dei ricordi abbastanza netti di quei posti, visitati nel 2004 e nel 2005 nel corso di altri lavori. Ma quest'anno, con una fitta nebbia, per qualche attimo mi sono sentita spersa. Poi però ha prevalso il senso dell'orientamento e ce l'ho fatta ad arrivare a destinazione.

Le baite le ho intraviste quasi all'ultimo momento, mentre salivo tra i pascoli cercando di evitare i fili tirati. Sono stati i cani ad avvistarmi per primi ed hanno annunciato abbaiando il mio arrivo. Ho scorto una figura vestita di azzurro, avevo trovato Alessandra, la giovane diciassettenne che stavo cercando. Lei è spesso presente su Facebook e mi aveva colpita perché spesso aveva pubblicato frasi amare sulle prese in giro che doveva subire a scuola a causa delle sue origini di marghera. Adesso lei e la sua famiglia sono nel tramuto inferiore dell'alpeggio, che non è collegato alla strada, manca davvero poco, qualche centinaio di metri tra i pascoli.

Quando entro nella baita, c’è tutta la famiglia al lavoro: la mamma alle prese con la toma nell’enorme caldaia sul fuoco, il papà e la piccola Cristina che osserva timida, tra un gioco con il gatto ed un libro da colorare. Alessandra in principio fatica a darmi del tu, era più facile scambiarsi battute su Facebook, ma poi finalmente il riserbo iniziale si scoglie e si può iniziare a chiacchierare con tutta la famiglia, tra le domande che voglio rivolgere a lei e le informazioni che ogni tanto aggiungono anche i suoi genitori. “Io so mungere, a mano ed a macchina, il formaggio l’ho visto fare tante volte, ma le tome non le ho ancora mai fatta perché dovrei mettere le pietre in tasca per non volare nella caldaia!

Alta e magra, Alessandra non ha la struttura fisica più robusta di sua mamma, che tira su una dopo l’altra le rairole con la toma da impastare. Poi, con un’abilità frutto di anni di esperienza, avvolge il telo fino a dare una  perfetta forma cilindrica al formaggio. Lo liscia ancora con una mano e passa al successivo. “Vengono migliori così che non nella forma, escono più rustiche quando maturano. E’ un qualcosa che si va perdendo, lo avevano detto anche quelli dell’Istituto di Moretta quando erano stati da noi per la Toma di Lanzo”, commenta la donna.
Alessandra ha trascorso qui tutta la sua vita: “Mi hanno portata qui che avevo quattro mesi. Abbiamo sempre avuto bestie, già i miei nonni. Siamo margari, è dodici anni che andiamo nella stessa cascina in pianura, ma i miei ne hanno cambiate tre in ventidue anni.

Io l’ho visto aggiustare, questo alpeggio. Sono quarantadue anni che salgo qui”, completa il padre. Questi alpeggi sono privati, la ristrutturazione è avvenuta per opera del proprietario, utilizzando la possibilità di avere accesso a fondi regionali.
Alessandra adesso è libera dagli obblighi scolastici. “Finalmente la scuola è finita. Ho fatto l’alberghiero perché ormai obbligano a studiare e l’agrario per me era più difficile. Subito pensavo che fare la cameriera potesse essere il lavoro adatto a me, ma poi mi sono resa conto che non vedevo l’ora di tornare a casa, dalle bestie, quello non era il mio habitat! Adesso, se mi chiameranno per fare qualche ora il sabato o la domenica ci andrò per guadagnare qualche soldino, ma altrimenti aiuterò a casa.
Anche durante gli anni della scuola, una mano in azienda però l’ha sempre data e riuscirebbe anche ad essere autonoma, in caso di necessità, com'è già successo in qualche rara occasione.

 

I genitori sono senza dubbio soddisfatti dell’aiuto che la figlia presta in azienda. Inoltre bada alla sorellina Cristina, di soli quattro anni, sollevando la madre del compito di sorvegliarla e seguirla mentre intenta in altri lavori. “Loro sono abbastanza contenti, però il futuro è incerto. Io vorrei continuare, andare avanti con le bestie, se si riesce. L’importante è che si possa fare… Il mio sogno è di fare questo mestiere, dare il meglio di me, ma anche trovare qualcuno che mi possa aiutare, un ragazzo che faccia questo. Ai giovani marghè piacciono le altre…
Le parole di Alessandra sottintendono molte cose: lei forse è uno spirito più riservato, una ragazza meno appariscente di tante coetanee più ambite, ma è anche semplice e genuina, con un bel sorriso che ogni tanto si apre tra le parole serie che pronuncia mentre parla della sua vita.
I compagni di scuola non capivano, quelli non sanno nemmeno com’è fatto un animale, mi prendevano sempre in giro, me e la mia famiglia, perché ho le bestie, perché faccio questa vita. Sono meglio gli animali delle persone, perché capiscono di più loro. Amici ne ho, sono tutta gente che ha le bestie, anche più vecchi di me. Poi c’è il telefono… Con questo mi collego a facebook e allora lì ho tanti amici nelle altre vallate, in Val di Susa, ragazzi e ragazze della mia età. I miei trovano da dire che sono sempre lì con il telefono, ma poi vengono anche loro a vedere le foto.
A scuola Alessandra ha imparato anche le lingue. “Inglese e Francese, che non so a cosa mi serviranno. E pensare che, quando sono andata alle elementari, sapevo solo il Piemontese e non parlavo mai Italiano, come mia sorella adesso. Eppure ce l’ho fatta.

L’alpeggio, la montagna sono qualcosa di fondamentale nella vita di questa ragazza, che non potrebbe immaginare di trascorrere un’estate in pianura. “Quando fa bello, allora tutto è bello su di qui. Però da noi passa poca gente, quelli che salgono vanno oltre, ai laghi. Mi piace la montagna, mi piace camminare, non vedo l’ora che sia il momento di venire su. Saliamo con i camion fino al paese nel fondovalle, poi ci sono tre ore da camminare per arrivare qui. Attacchiamo i rudun, la transumanza è una bella festa. Le tramie invece sono una faticaccia, c’è sempre un po’ di tensione per tutto quello che c’è da fare.” 

In questa vita complicata Alessandra è nata e vuol continuare nonostante siano tempi duri. “Si guadagna poco. La strada è chiusa al traffico e la gente non viene su a comprare una toma intera per metterla nello zaino. Poi ci sono i cinghiali che rovinano tutti i pascoli, è un vero disastro.
Qui si produce la celebre e rinomata Toma di Lanzo e non si può pensare di ovviare al problema con forme differenti per peso e dimensione, che ne cambierebbero le caratteristiche. Il futuro di Alessandra dipende quindi anche dalle scelte politiche per la montagna e la valorizzazione dei prodotti. “Abbiamo vacche, Valdostane e Barà, poi qualche capra. A me piacerebbe tanto un agnellino, ma mio papà non vuole perché dice che le capre lo picchierebbero. Però lui una volta aveva le pecore…”.

I genitori escono dalla baita, bisogna portare al pascolo le vacche, dove i fili sono già stati tirati. Alessandra prende per mano la sorellina e si incammina dietro agli animali. Sorride, mentre si avvia con lei, bastone in mano, tra i pascoli avvolti della nebbia. Credo che anche lei troverà il suo margaro con cui formare una famiglia e continuare questo mestiere. Forse è difficile che due persone un po’ schive si incontrino, specialmente facendo questo mestiere, ma ha solo diciassette anni, Alessandra…
 

 

Non può mancare, in questi pascoli, anche una reina. Rappresenta un capriccio, un qualcosa di più oltre agli animali da reddito, una grande passione. Oltre alla Val d'Aosta, anche nelle Valli di Lanzo e nel Canavese la tradizione delle battaglie è ancora molto viva, così non è inusuale vedere alcuni di questi animali nelle mandrie dei margari piemontesi che salgono in alpeggio da queste parti.

Mi avvio per tornare alla mia auto parcheggiata poco sotto, osservata dagli animali al pascolo. Alessandra mi ha assicurato che da queste parti si gode di una splendida vista, ma purtroppo questa non è la giornata giusta. Ancora una volta la nebbia a far da sfondo alle mie immagini…

Foto (non ufficiali) dalla battaglia

Domenica 24 ottobre 2010, per la prima volta assisto ad una battaglia delle Reines… e non una qualsiasi, ma la finalissima alla Croix Noire di Aosta. Non che fossi totalmente digiuna sull'argomento, ma comunque non avevo mai visto con i miei occhi una vera battaglia e tutto il suo "contorno". Fin dal mio avvicinamento ad Aosta potevo capire che si trattava di un grande evento. L'arena è ampiamente segnalata e poi non ci si poteva sbagliare, visto quante auto svoltavano lì, anche se era ancora mattina ed i combattimenti iniziavano nel primo pomeriggio. Targhe piemontesi, targhe aostane e tante targhe svizzere. Gente che arrivava a piedi, avendo parcheggiato più lontano, portando zaini, giacche, coperte e cuscini.

Telefono all'amico che mi ha invitata lì, mi spiega dove trovarlo, lui non può lasciare la sua mucca da sola, così faccio il biglietto, entro ed inizio a scattare foto. Foto non ufficiali, perchè di fotografi veri ce ne sono tanti, ed anche telecamere, la RAI, radio private… Ed io vado alla ricerca di tutto quello che mi può spiegare cos'è questo evento che riveste una così grande importanza, da queste parti. Ci sono gli animali nei loro box, gli allevatori che si prendono cura di loro, lustrandoli, coccolandoli, nutrendoli, senza perderli di vista un solo istante.

Mi aggiro nelle "stalle", riesco comunque ad incontrare qualche faccia nota, o meglio, vengo riconosciuta e fermata, poi alla fine incontro Michel con la sua Rigotta. Gli animali sono numerati, sono stati pesati perchè i combattimenti avvengono per categoria e sulla base del peso. Per saperne di più su tutti i regolamenti, vi rimando qui al sito ufficiale dell'Associazione Regionale Amici delle Battaglie delle Reines. Michel, come tutti gli altri "partecipanti" è teso… Non si dorme molto, la notte prima della battaglia! Può sembrare assurdo a chi è al di fuori, ma questo evento prestigioso vede una immensa partecipazione, anche emotiva. Non sei tu a gareggiare, è il tuo animale, ma hai investito così tanto nella sua cura, mille attenzioni nei suoi confronti…

Continuo il mio giro, "rubo" scatti di volti, frammenti di conversazioni. La lingua ufficiale qui è il patois, seguito dal Francese. Anche gli speakers dagli autoparlanti parlano in patois. C'è chi ha la sua Reina, allevata fin da piccolina, c'è chi invece ha acquistato animali già adulti, ma mi è stato più volte ripetuto che la vera Reina te la devi "fare" tu, tirarla su con amore, attenzione e l'immancabile passione.

Fuori dai cancelli dell'arena, qualche immancabile bancarella con la solita folla di curiosi. Campane, cinghie, un po' di abbigliamento. Qualcuno magari si compra un giaccone, una maglia, visto che caldo non farà e le previsioni annunciano, ahimè, peggioramenti. Al momento però fortunatamente non piove e c'è pure qualche timido raggio si sole tra le nubi.

L'enorme parcheggio è per buona parte occupato da camioncini, trattori e bighe, con le quali sono stati condotti qui gli animali. Ma lì non c'è più nessuno, sono tutti dentro, a controllare la propria Reina o a aggirarsi tra le file di animali, per valutare con occhio esperto quelle degli altri.

Nel centro dell'arena vi sono alcune manze che, mi verrà successivamente spiegato, saranno sorteggiate tra gli allevatori che partecipano alla battaglia. Sono state offerte dagli sponsors della manifestazione.

Si potrebbe pensare che questo sia un mondo esclusivamente per uomini… e invece no, la stessa passione brilla negli occhi di donne, ragazze, bambine, che sono lì accando ai loro animali, portano fieno, acqua fresca, le accarezzano, le puliscono, in modo che scendano poi in campo facendo bella figura. Esserci è importante, è tutto, indipendentemente da quale sarà poi il risultato finale.

Dall'alto le stalle sono uno spettacolo brulicante di gente: ci sono gli amici, che vengono a scambiare quattro chiacchere, una pacca sulla spalla, un incoraggiamento. Il pubblico "comune" prende posto sulle scalinate, qui invece c'è il mondo degli allevatori. Al piano di sopra intanto si imbandiscono tavole con ogni ben di dio, ci sono fornelli, pentoloni, taglieri con ogni sorta di salume, formaggi, vino, dolci…

All'ingresso vengono distribuiti degli opuscoli con l'elenco degli animali che combatteranno, la loro foto, il nome, il peso, il proprietario. Ci sono poi i fogli da compilare con i risultati, così da segnare via via chi passa il turno. I ragazzini (ma non solo loro) li studiano con attenzione e si scommette su chi vincerà.

Visto che le battaglie inziano nel primo pomeriggio, si mangia subito prima. Magari i più nervosi sbocconcellano qualcosa, ma a certe tavolate non ci si tira indietro e si preparano anche specialità come questa raclette direttamente dalla forma di fontina, fatta scaldare sul posto con questo apposito attrezzo che chiedo di poter fotografare.

Ma poi via, è ora. Vengono chiamati i primi numeri ed iniziano gli scontri. L'allevatore resta lì vicino agli animali, poi c'è del personale pronto ad accorrere in caso di necessità o problemi. Non sono battaglie cruente, l'animale non mira a ferire l'avversaria, ma solo a farla retrocedere. Si stabilisce un predominio e niente di più.

A volte si aspetta a lungo, non sempre la battaglia inizia subito. Gli animali si studiano, si ignorano volutamente, raspano nel terreno smosso appositamente, si girano intorno. E' un rituale complesso, scenografico, con una sua magia particolare. C'è chi dice che ci sia poco pubblico, eppure le gradinate si stanno riempiendo sempre più.

L'allevatore aspetta con la cavezza in mano e con la canna che può servire per indirizzare l'animale, frenarlo quando scappa dopo essere stato sconfitto o quando rincorre l'avversaria nell'impeto dopo la vittoria. Il pubblico osserva, talvolta rumoreggia, un paio di volte sento fischiare.

Gli incontri si susseguono, c'è chi passa il turno e chi viene eliminato subito. Gli appassionati segnano nomi e numeri nell'apposito schema, gli sconfitti tornano mestamente al box, ma c'è anche chi è contento comunque, perchè è già stato un traguardo arrivare fin qui, quando altri invece non ce l'hanno fatta.

E gli animali continuano con il loro rituale, raspando nella terra e lanciandosela fin sulla schiena. Più scontri avvengono contemporaneamente, ognuno segue quello che più lo appassiona, dove gli animali mostrano maggiore combattività o resistenza.

Si guarda l'arena, si fa un giro, si beve un bicchiere in compagnia, si incontrano amici, appassionati, curiosi, pastori e giovani allevatori che partecipano loro stessi con la propria Reina. E' anche un occasione per rivedersi, per incontrarsi dopo vari scambi di messaggi via internet. E la giornata prosegue, un occhio agli incontri ed un altro a quelli che passano.

In alcuni rari momenti gli scontri avvengono in parallelo, altrimenti lo spazio nell'arena è tanto e c'è posto per tutti, a distanza di sicurezza e per non infastidirsi gli uni con gli altri. Sfrutto al massimo la potenza dello zoom della mia macchina, la distanza è sempre piuttosto grande ed io sono un fotografo non ufficiale, a differenza di quelli che si aggirano a pochi metri dagli animali nell'arena.

Qualche incidente può capitare, un graffio, un segno di un corno sul collo, ma più che altro ci sono state delle vacche che sono uscite letteralmente scornate. In un paio di occasioni le battaglie si sono interrotte per questa causa e l'animale scornato è stato fatto uscire sconfitto dall'arena.

Il pubblico aumenta, proseguono gli incontri, per fortuna il tempo regge, nonostante le nuvole che avvolgono le montagne. C'è chi aspetta le fasi più avanzate e più coinvolgenti, in alcuni casi gli animali si studiano per lunghi minuti e poi la battaglia vera e propria si risolve in pochi istanti.

Sende in campo anche Michel con la sua Rigotta. Gli animali vengono messi di fronte, ma lo scontro non avviene subito. Le due si studiano, fanno finta di niente, si girano, guardano a terra, non si intuisce quale potrà essere l'esito finale.

Michel sembra pregare il suo animale, ma non è ancora il momento giusto perchè le due si affrontino apertamente. A volte l'attesa è snervante, ma appassionante nello stesso tempo.

E poi la battaglia è questione di pochissimi istanti e Rigotta vince, l'avversaria arretra e si rientra al box, felici per l'esito, con un po' di tensione in meno, lasciando spazio ad altri ed attendendo la prossima chiamata.

Quando poi ci si avvicina alle fasi finali, con i quarti, le semifinali e le finalissime, purtroppo il tempo peggiora ed inizia a piovere. Il pubblico si ammassa al coperto, cercando di guadagnare un posto che garantisca una buona visuale. C'è chi si è dotato di binoccolo, chi scatta foto anche con il cellulare.

Sotto la pioggia battente ed alla luce dei potenti riflettori, mentre scende la sera proseguono incontri sempre più avvincenti, perchè quelli che sono arrivati fin qui sono gli animali più combattivi. Si commenta, si scommette sull'esito, anche i semplici curiosi si fanno prendere dall'emozione crescente che serpeggia tra il pubblico.

Gli sconfitti fanno un giro d'onore raccogliendo via via l'applauso che si alza dalle gradinate. Dove non c'è una copertura, non c'è quasi più nessuno, tutti si sono spostati al coperto, perchè adesso piove a dirotto. Un vero peccato, ma nessuno sembra badarci più di tanto, perchè lo spettacolo continua.

Alcuni di questi ultimi scontri è particolarmente combattuto e si protrae per lunghi minuti, con l'esito che sembra propendere prima per l'una, poi per l'altra. Si scivola sull'erba senza riuscire a puntare i piedi, ma poi le due si fermano a riprendere fiato, sbuffando e continuando a tenersi testa a vicenda.

Sembra che una delle due debba avere la meglio, ma poi riprende il testa a testa. C'è chi trattiene il respiro e poi finalmente si lascia andare in un liberatorio applauso quando una delle due arretra e si ritira, sconfitta.

Le premiazioni delle vincitrici di categoria avvengono tra la gioia generale, tra foto, riprese televisive, l'accorrere dei parenti intorno alla reina ed al proprietario. Si riceve la campana ed il bosquet, addobbato di nastri rossi, il simbolo del prestigio e della vittoria. Tutti accorrono felici ed accompagnano il giro d'onore, incuranti della pioggia.

E poi c'è l'ultimo incontro con la favorita Cobra, la numero uno, la vincitrice della passata edizione. I fotografi immortalano il testa a testa, la gente commenta, le due contendenti si affrontano a lungo, sembra una lotta veramente alla pari, anche se la favorita sembra effettivamente prevalere.

L'applauso finale segna la vittoria di Cobra, che si riconferma vincitrice. Adesso inizierà la festa di tutti gli allevatori con i loro amici, ma in tanti ripartono per rientrare a casa. Tra questi ci sono anch'io, dopo aver salutato quelli tra gli amici che ritrovo tra la folla. Insomma, una bella giornata e… per chi ha dei legami con questo mondo, credo che sia un qualcosa a cui bisogna assistere almeno una volta. Poi c'è chi ovviamente ha una passione particolare, ed allora farà attenzione alle classifiche come in ogni sport. Io, per adesso, mi sono limitata ad assaporare tutta l'atmosfera di questa giornata. Un grazie agli amici che mi hanno accompagnata domenica, spiegandomi vari aspetti della battaglia e del suo "contorno".

Solo qualche foto, perchè…

Sono stata in Val d’Aosta, sono riuscita a combinare quasi alla fine della stagione anche un giro da quelle parti, grazie all’invito di Francesco che mi ha portato nell’alpeggio di un suo amico in occasione della discesa al tramuto inferiore. In questo post c’è spazio solo per qualcuna delle moltissime foto che ho scattato in quella giornata, con un tempo meraviglioso, un panorama spettacolare e colori settembrini che ben si prestavano ad essere immortalati. Lo so che gli allevatori preferiscono il verde dell’erba e le fioriture del mese di luglio, ma…

Al mattino presto l’aria era decisamente fresca, con la brina sull’erba, ma bastava guardarsi intorno appena usciti dal bosco di abeti rossi per capire che lo sfondo per le foto non bisognava faticare per trovarlo. Il Massiccio del Monte Bianco era là in tutto il suo splendore, con ghiacciai ed una spolverata di neve fresca.

Daniele e Francesco si erano caricati sulle spalle tutto il necessario da portare all’operaio che era su a sorvegliare gli animali: cibo per lui e per il cane. Il sentiero è ben battuto, molto frequentato, sale nel bosco, poi si affaccia sui pascoli, arrivando all’Alpage du Glacier, 2.158 m di quota. E’ qui che faremo scendere le manze. Il carico può essere lasciato lì, noi ci riposiamo un istante, poi riprendiamo a salire.

Daniele mi spiega quali sono i confini del suo alpeggio mentre saliamo ed il pianoro antistante la baita appare in tutta la sua estensione. "Non la mangio nemmeno tutta, l’erba. Questa primavera cercavo un gregge che venisse su a pulire la montagna, le mie bestie sono troppo poche, ma alla fine non ho trovato nessuno. Bisognerebbe muoversi adesso, di modo che chi è interessato venga su a vedere il posto prima che ci sia la neve…". Provo a pensare a qualcuno a cui una simile opportunità possa essere utile, chissà che si riesca a trovare la persona giusta?

Arriviamo al Rifugio Deffeys, nei pressi del quale si trova la seconda baita e le manze al pascolo. Lo sfondo è quello dell’alta montagna, con il ghiacciaio del Rutor in tutto il suo splendore. Certo, con la nebbia questo luogo non avrebbe lo stesso fascino, ma in una giornata così viene davvero da pensare: "Vengo io a fare il pastore qui, la prossima estate!!!". Inoltre qui il lupo non c’è (ancora), mentre dove Daniele aveva il gregge negli scorsi anni, nel Parco del Granparadiso, a Cogne, aveva subito diversi attacchi. "Le ho portate via, non si poteva lasciarle su. Poi alla fine non ci hanno aiutati per niente… Dicono che non siamo capaci di fare il lavoro dei pastori, ma non sanno quello che dicono, non conoscono la nostra vita, il nostro mestiere!"

Le manze pascolano placidamente davanti all’alpeggio: hanno il pelo lucido che quasi brilla sotto il sole, non hanno sicuramente patito la fame, nel corso dell’estate. Per loro queste sono le ultime ore quassù, poi si scende. Non si sa mai cosa riserverà il tempo, a queste quote, inoltre Daniele sta per partire per un breve periodo di vacanza. Anche gli allevatori possono permettersi le ferie, qualche volta… Ed è anche giusto che sia così, basta organizzarsi!

Daniele si consulta con il suo aiutante, decidono insieme come organizzare la giornata. Le manze verranno fatte scendere, le pecore per adesso rimangono ancora su. "Dice che stamattina le ha mandate verso il lago, vuoi andare a vederle?". Certo che sì! "Se non la portiamo a vedere il gregge… sono guai!", scherza Francesco. E così ci mettiamo alla sua ricerca, vagando tra le morene del ghiacciaio e seguendo le tracce. Inizialmente non riusciamo a trovarle, lo spazio è così vasto, ma sicuramente a quest’ora si saranno messe da qualche parte all’ombra per ruminare.

Sali, scendi, gira, attraversa ruscelli, e finalmente eccole! Sono addossate alle rocce, come si prevedeva. Principalmente si tratta di pecore di razza Rosset, una razza locale a rischio di estinzione. Daniele spiega come questa razza sia tornata alla ribalta qualche tempo fa, quando sembrava che dovesse essere valorizzata per la lana, ma… "A me la lana la pagavano 50 centesimi, volevano che la scegliessi, togliessi la coda, la pancia… E poi loro quelle giacche le vendevano nei negozi di lusso a caro prezzo!"

Il pastore sale sul cocuzzolo ed inizia a contare gli animali. "Gli ho detto di contarle almeno una volta la settimana. Quando ne hai così poche, un 2-300, è una cosa che puoi e devi fare, altrimenti come fai a sapere se te ne manca una? L’altro giorno che c’era la nebbia mi ha detto che è stato con il gregge tutto il giorno, perchè altrimenti poi non le trovava più. In caso contrario non c’è bisogno di sorvegliarle costantemente, l’erba la trovano da sole… Guarda quanta ce n’è ancora… Bisogna davvero portarne su di più, altrimenti negli anni la qualità del pascolo peggiora."

"Certo che, se fossero vicino al lago…". E così facciamo spostare il gregge, con finalità essenzialmente fotografica! E’ vero che c’è il sole, ma a queste quote ed a questa stagione non fa sicuramente così caldo. Le pecore si mettono lentamente in cammino nell’erba ormai gialla per il freddo. "Come le trovi?", mi chiede il pastore. Altra razza ed altra taglia rispetto alle mie abitudini, ma sicuramente anche questi animali hanno avuto una bella stagione ed hanno mangiato a sufficienza, tanto che faranno sicuramente bella figura nel momento in cui scenderanno a valle.

Con il lago ed il ghiacciaio sullo sfondo, la foto è perfetta. "Lo conosci il Maffeo? E’ venuto in alpeggio qui… anzi, credo che sia l’ultimo alpeggio dov’è stato in montagna." Richiamo alla mente quel giorno di maggio in cui ero stata a trovare Celso, e mi sembra in effetti di ricordare che, tra le varie montagne citate, ci fosse anche il Rutor. Se lo incontrerò alla Fiera di Oropa, glielo chiederò direttamente.

Questi panorami e l’accenno a Celso mi richiamano alla mente quelli visti su "Fame d’erba", così penso anche al prossimo libro da realizzare, con due idee che continuano a girarmi in testa. Daniele intanto mi spiega come conduce il pascolo: "Le lascio fuori fin quando non nevica, poi le rimetto al pascolo appena la neve se ne va. Solo che ci sono mille problemi, ti fanno storie, dicono che stanno male all’aperto, i soliti animalisti, la gente che non capisce nulla! Se le pecore sono belle, se le fai mangiare…". Chiacchierando con questi amici, è sempre più chiaro come in Piemonte si invidi la Val d’Aosta forse a sproposito, perchè anche lì le cose non sono così idilliache come si pensa. "Negli ultimi anni è sempre peggio, i contributi non sono più come una volta e la burocrazia ci sta facendo morire!"

Le pecore sfilano sulla morena, con il ghiacciaio sullo sfondo. Anni fa avrei finito un rullino, a forza di scattare foto. Nell’era del digitale non ci sono questi problemi e qui voi vedete solo una selezione delle immagini. Bisogna davvero farlo, un libro nuovo, con tutto questo materiale! Ma soprattutto ci sono storie da raccontare, come contorno delle foto.

Lasciamo il gregge nei pressi del lago, il loro guardiano verrà a riprenderle alla sera, terminata la transumanza. Qui in Val d’Aosta la pastorizia è un’attività molto meno importante rispetto all’allevamento bovino, ma c’è ancora chi ha questa passione, come questi due ragazzi che mi stanno accompagnando oggi. "Non è facile anche trovare a vendere la carne, gli agnelli, ma soprattutto le pecore da macello. Non valgono nulla… Non c’è più la tradizione di mangiare la carne di pecora."

Ripassiamo nei pressi del Lago Inferiore, diretti verso il Rifugio. "Fare il pastore qui è quasi come essere in vacanza, davvero!". Fino a quando il lupo non arriverà, questo è sicuramente vero. Ma qualche imprevisto c’è sempre. "Quando erano là sopra, devono aver mangiato una qualche erba che ha fatto loro male. Un paio sono gonfiate…". Per il resto, non vedo i ripidi pendii sassosi che mettono in pericolo gli animali su altre montagne.

Torniamo dalle manze, preparandoci alla partenza. Daniele ed il suo aiutante mettono il basto all’asino, poi tolgono i picchetti e la fettuccia che delimitava l’area di riposo degli animali nei pressi della baita. Si scende anche se adesso sembra non essercene motivo, con il sole ed erba ancora da pascolare.

Gli animali intanto pascolano accanto al Rifugio, ancora frequentato da numerosi gruppi di turisti ed escursionisti. "Controllate che non scendano dietro, che altrimenti dopo bisogna farle risalire!". Non ci sono rischi, le manze non si muovono e brucano placidamente. Il problema piuttosto sarà farle incamminare per la transumanza…

Panthère si fa coccolare. "Un vero animale da compagnia!". L’ennesima dimostrazione del fatto che, a differenza di quello che pensano in tanti, gli animali di questa razza non sono aggressivi, ma, al contrario, viziati dai loro padroni… Così cercano attenzione e tenerezze!

E’ ora di partire, l’asino è stato caricato, ma le manze non sembrano proprio dell’idea di mettersi in cammino, nemmeno con le incitazioni del cane. Fate caso a quel che combina Lancia… prende le vacche per la coda! "Ha quel vizio… ma per il resto è un ottimo cane. Per me i border collies sono i migliori, anche con le vacche, solo che si offendono se li sgridi, se fai loro qualcosa, poi non ti ascoltano più, non lavorano magari anche per giorni."

Daniele continua a chiamare gli animali, ma questi davvero non ne vogliono sapere. Saranno necessari alcuni lunghi minuti prima che finalmente la mandria si organizzi per mettersi in marcia. Basta avere pazienza… Resto piacevolmente sopresa di come tutto avvenga con la massima calma, mentre altrove più volte mi è capitato di assistere a scene di nervosismo da parte degli allevatori, che hanno come prima conseguenza quella di agitare ancora di più gli animali.

Si risale appena verso la sella, dopodichè il sentiero inizierà a scendere verso l’alpeggio. Gli animali sembrano essere finalmente instradati, così, se tutto filerà liscio, ci vorrà circa un’ora per arrivare a destinazione.

Appena però ci si affaccia verso la discesa, gli animali si bloccano ed esitano. Daniele continua a chiamarli con calma e pazienza, rivolgendosi per nome alla manza che, di volta in volta, si trova a guidare il gruppo. C’è Piccina, c’è Ribes, c’è Carina…

La fila è chiusa dagli asini e dalla cavalla, ma le cose continuano a non funzionare. Proviamo a cambiare l’ordine e così mi troverò io a sorvegliare le retrovie, mentre gli equini passeranno in testa ed i ragazzi cercheranno di far scendere gli animali lungo il sentiero.

Già durante la salita Daniele diceva che il sentiero era brutto: non si riferiva al fatto che fosse poco tracciato(cosa a cui mi ero abituata su altre montagne), ma pensava ai suoi animali in discesa: basta poco, una spinta, due vacche che vogliono passare contemporaneamente o che cercano di sorpassarsi… Nelle prime curve qualche animale si volta per tornare indietro, così ci tocca correre, ma senza comunque spaventarli, perchè un movimento brusco potrebbe essere pericoloso.

"Vieni, Piccina, vieni, brava…". Adesso gli animali scendono lentamente, ma senza più indugi. Più tardi farò notare la cosa a Daniele, che mi risponderà che è assurdo maltrattare gli animali e picchiarli. "Anche le pecore, quando sono giù riesco a spostarle anche da solo, senza cane. Mi faccio seguire dando loro del pane, tenendo in mano un sacchetto. Prendono il vizio e poi ti seguono senza problemi."

Il lago e la baita si avvicinano, proseguiamo la transumanza lungo il ripido sentiero, senza ulteriori intoppi, così ho tempo per divertirmi a scattare foto, attività che avevo temporaneamente sospeso nei momenti più difficili in cui c’era da correre avanti ed indietro.

Nel pianoro non ci sono più problemi, gli animali lo attraversano placidamente, dirigendosi verso il luogo dove Daniele ed il suo aiutante stanno preparando il recinto per gli asini e quello in cui alla sera verranno ricoverate anche le vacche. "Ma com’è che ti è presa questa passione?", mi chiede Daniele, mentre pianta i picchetti per il recinto. Gli racconto in sintesi la storia della mia "maladia", fino agli ultimi sviluppi ed alle vicende che hanno infranto i miei sogni di concretizzare diversamente i progetti di vita.

Lancia si tuffa nel ruscello, a cercare refrigerio dopo il viaggio e le corse avanti ed indietro al seguito delle vacche. L’acqua è limpidissima, la piana un tempo doveva essere un grosso lago, ormai progressivamente interrato, ma ancora oggi attraversato da rigagnoli che si ingrossano in caso di pioggia.

Arriva anche Panthère, guadando il ruscello. Daniele mi racconta la sua storia, da quando saliva in alpeggio da bambino con il nonno. "Da sei a quattordici anni sono andato su con lui, poi… quando è mancato, mio padre ha venduto tutte le bestie. Io ho fatto per otto anni l’elettricista, ma… mancava qualcosa. Non so, credo che sia un qualcosa che hai dentro, che ti chiama, non puoi farne a meno. Così ho cominciato, 10 pecore, qualche vacca… Adesso ho 80 vacche da latte giù a casa e questi animali qui in alpeggio. E’ una vita dura, ci sono mille problemi, burocrazia, casini di ogni tipo, ogni tanto non ci dormo la notte, per i problemi che ci sono, ma la mia vita è questa!"

Gli animali sono ignari di cosa voglia dire fare l’allevatore, anche in un bel posto come questo. Pascolano, si abbeverano, riposano… "Ho voluto scendere perchè, se viene a nevicare, quel sentiero è troppo pericoloso! Dicono che nevicherà presto, speriamo di no!". Lui adesso parte in ferie per qualche giorno, poi ci sarà la discesa a valle, inizierà il pascolo nel fondovalle, la neve, la stalla. Qui parliamo di un allevamento di montagna, realtà più simili a quelle che si incontrano oltreconfine, in Francia, Svizzera, Austria, differenti dalla pianura piemontese dei campi di mais, della neve che è quasi un’eccezione.

Torniamo alla baita e ci prepariamo a scendere a La Thuile, mentre gli animali restano quassù in questo paradiso. E’ vero non c’è la strada, solo il sentiero che abbiamo percorso, ma… le baite sono di gran lusso, l’elicottero ogni tanto porta su i rifornimenti al Rifugio… Ci andrei davvero, a fare il pastore lassù il prossimo anno!

Tempo di fiere

Una delle prime fiere da queste parti è quella di Balboutet, frazione di Usseaux, in Val Chisone. Era da qualche anno che non ci andavo e stamattina ho fatto un "rapido" giro. Una volta là mi sarei fermata anche di più, ma… alla fine il dovere chiamava e sono rientrata a valle. Visto il poco tempo a disposizione, oggi vi parlo di questa fiera e non delle due giornate trascorse in Valsesia nel fine settimana.

Sono arrivata a Balboutet abbastanza presto, quando ancora non c’erano gli animali. Mentre però facevo un giro tra le bancarelle, ho sentito l’inconfondibile suono dei rudun in avvicinamento. Così sono corsa su, appena in tempo per scattare un po’ di foto alle mandrie che scendevano verso la fiera.

Si trattava di animali del posto, margari che salgono in alpeggio su quei pascoli, allevatori residenti lì nel Comune. I più appassionati tra i visitatori della fiera accorrono, richiamati dal concerto dei campanacci. Di gente ce n’è tantissima, in proporzione sono gli animali ad essere pochi. Però qua e là si susseguono le voci sull’arrivo di animali "da fuori", delle reines per la battaglia.

Arriva l’ultimo gruppo di vacche, a chiudere il corteo. La giornata per fortuna sembra essere meno brutta di quel che si temeva, viste le previsioni, e così c’è pure un po’ di sole tra le nuvole. Gli animali passano accanto alle macchine e scendono verso i recinti.

La mandria di Ettore non segue le altre e scende lungo i prati, senza passare accanto alle bancarelle. C’è già chi si lamenta per il passaggio degli animali che hanno sporcato la strada. In effetti si cammina tra la folla senza guardare dove si mettono i piedi e le signore con i sandali scivolano ed affondano nel morbido…

Il bello di questa fiera è anche l‘ambientazione tutt’intorno al borgo di Balboutet, con gli antichi mestieri e gli artigiani tra le vie del villaggio. Da una parte i produttori, i commercianti, tome, salami, paste di meliga, attrezzi, abbigliamento, reti, batterie e tutto il resto. Qui invece uno spazio dedicato maggiormente a turisti e curiosi.

In tanti si accalcano intorno al gruppo che mostra gli "antichi mestieri" e persone di mezza età commentano quei tempi non così lontani in cui si sfalciava a mano e si sapeva battere la falce per rifare il filo alla lama. Sembra che sia passato così tanto tempo… Il progresso corre troppo veloce e stiamo perdendo troppe capacità manuali.

La gente si aggira tra le vie di Balboutet, tra meridiane, fontane e balconi fioriti. Qui però non incontro gli allevatori ed i loro amici. Completo il mio tour e torno nel vivo della fiera, là dove fai due passi e ti fermi a parlare con uno, poi ti raggiunge un altro, un altro ancora ed impieghi mezz’ora per spostarti di 5, 6 metri. Gente dalla Val Germanasca, dalla Val Pellice… Gli alpeggi sono rimasti vuoti, oggi?

Non manca mai un buon numero di persone accanto alle bancarelle dove si vendono i rudun. C’è chi li fa suonare per valutarne la sonorità, chi ne ritira uno prenotato precedentemente, chi si mette daccordo sulla frase da scrivere sul collare ed il campanaccio lo prenderà alla prossima fiera, magari a Pragelato tra poco meno di un mese.

C’è un camion in arrivo, saranno le reines di cui tanto si parlava? Per la prima volta infatti, nel pomeriggio, ci sarà la battaglia anche qui, a Balboutet. Peccato non potersi fermare. Però vado a veder scaricare gli animali. Beppe, il camionista, li slega uno ad uno e li consegna a chi li porterà dove attenderanno il momento cruciale della giornata, quello in cui saranno loro, è il caso di dirlo, le regine!

Uno sguardo dall’alto alla fiera, con i furgoni e le bancarelle tutto su lungo la strada che sale a Pian dell’Alpe. Ancora un altro giro, a salutare pastori, amici, margari… C’è chi arriva adesso, chi sta per andare via, chi ha già fatto acquisti e chi lo farà dopo pranzo, se se ne ricorderà ancora, dopo le varie chiacchiere con gli amici, un bicchiere di vino, forse due, o tre…

Molti vanno a vedere le reines, fanno paragoni con le poche presenti in valle, aspettano con curiosità il momento della battaglia. Ovviamente non manca Emilio, il fotografo delle Regine! Andare alle fiere, per molti, è soprattutto questo: un modo di incontrare gli amici che altrimenti non vedresti mai.

Chissà chi avrà vinto la battaglia? Forse quest’animale, che già adesso sta raspando con la zampa e sollevando nuvole di polvere? Mi avvio sulla strada del ritorno, sento la proclamazione del concorso dei formaggi, con la vittoria da parte di Ettore Canton sia per i formaggi caprini che bovini. Ancora qualche saluto e poi via… Ma domani vi racconterò le mie giornate in alpeggio, su montagne dove non ero mai stata prima…