Le mie capre, oltre ad essere funzionali, sono esteticamente meravigliose

Oggi vi racconto la storia di una mia quasi coetanea che molti di voi avranno “conosciuto” ieri, dato che è stata tra i protagonisti della puntata di Linea Verde del 26 febbraio. Isabella però mi aveva già scritto qualche tempo fa per “partecipare” al libro sulle capre con la sua esperienza. Perchè lei alleva capre, ma non solo.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Abito in Calabria, in un pezzo di Sila che si chiama Jure Vetere a 1100 mt slm, in Provincia di Cosenza. Ho un allevamento estensivo di 150 capi di capre da latte, razza Nicastrese. E’ una razza autoctona del mio territorio e si adatta perfettamente alle caratteristiche impervie del luoghi dove vive. Riesce a produrre latte con caratteristiche organolettiche eccelse nutrendosi di solo pascolo, resistente alle malattie, ai climi rigidi invernali della Sila e si adatta benissimo anche al forti caldi estivi. Ha una buona produzione di latte anche senza l’aggiunta di mangimi, 2 litri al giorno, e i parti sono solitamente gemellari e trigemini. Allevo anche altri animali, tutte razze autoctone calabresi, Pecore Sciara detta anche Moscia di Calabria, Asini Calabresi, Vacche Podoliche, Cani da Pastore della Sila.

(foto I.Biafora)

(Pecora Sciara, foto I.Biafora)

Oltre ad essere un’allevatrice, sono un agronomo zoonomo, quindi è una scelta che ho fatto fin dai primi studi. Già da piccola sapevo che avrei fatto lo zoonomo. Ha influito in parte mio padre che iniziò per hobby ad allevare vacche da latte 40 anni fa, per cui fin da bambina ho avuto contatto stretto con natura ed animali.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Ho scelto questo tipo di capre, per la loro adattabilità al territorio, perché producono a costo quasi zero, e per le caratteristiche eccelse del loro latte. Della capra apprezzo l’adattabilità ai terreni impervi e la capacità di alimentarsi dove nessun’altra specie domestica riesce. Così sfrutto al 100% il mio terreno di pascolo. È un animale di intelligenza superiore, nato per essere libero ed arrangiarsi in qualsiasi situazione, economico nel suo mantenimento e con produzioni in carne e latte qualitativamente più salubri, da un punto di vista nutrizionale, rispetto alle carni e ai latti delle altre specie zootecniche. Ovviamente parlando sempre di animali allevati al pascolo. Le carni e i latti derivanti da animali allevati in stalla con fieni acquistati e mangimi sono di qualità molto scadente.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Forse una delle cose più belle è il fascino che ancora provo quando le guardo pascolare tutte in gruppo, tutte uguali, perfettamente in armonia con la bellezza del paesaggio silano, i suoni delle campane, i giochi sui massicci di granito, ed io resto incantata a guardarle come un bambino a cui si comprano per la prima volta i pesciolini nell’acquario. Vivo in un territorio particolarmente bello, la Sila, e le mie capre, oltre ad essere funzionali, sono esteticamente meravigliose. Difficile non rimanerne affascinato…

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Mungo sia la capre che le pecore e prossimamente anche le Podoliche. Il latte al momento viene venduto al caseifici della zona. Sto partecipando ad una pratica di PSR della Regione Calabria per chiudere la filiera del latte in Azienda con caseificio e spaccio aziendale. So già caseificare per diletto, l’ho sempre fatto perché l’ho sempre visto fare. Fin da piccola ho sempre frequentato i caseifici dove l’azienda versava il latte. Ho solitamente l’aiuto di un dipendente per quanto riguarda la mungitura e il periodo della fienagione. Io mi occupo di tutto il management aziendale, dai piani di selezione, la scelta delle colture dei seminativi, la commercializzazione e la gestione economica.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Il terreno aziendale è tutto recintato, gli animali pascolano da soli con l’ausilio dei Cani da Pastore della Sila come deterrenza per il Lupo. Quello che più mi entusiasma è la selezione delle razze pure, la capacità di fare accoppiamenti che migliorano sia la morfologia che le produzioni, da tantissima soddisfazione. Inoltre è altrettanto soddisfacente riuscire a selezionare mantenendo la caratteristiche di rusticità che permettono di allevare con facilità queste razze calabresi.

(foto I.Biafora)

(foto I.Biafora)

Quello che veramente mi ha cambiato la vita è stato passare da un sistema d’allevamento intensivo di vacche da latte ad un allevamento estensivo della varie specie. Tutto è molto più facile, tutto costa di meno, ne ho guadagnato in serenità e tempo libero. Credo che negli ultimi anni, nonostante la crisi economica che ha completamente spezzato il due il mondo agricolo italiano, l’agricoltura in generale sia rimasto l’unico settore economico non saturo, per cui molti vi si stanno avvicinando vedendolo come una reale possibilità di guadagno. Quello che non mi convince in questo quadro è che, per fare agricoltura e allevamento, ci vuole prima di tutto tanta competenza e nessuna improvvisazione, perché è un mondo dove, anche se sembra tutto calcolato alla perfezione, 2+2 spesso non fa 4. E quando non fa 4 bisogna prima di tutto essere preparati psicologicamente. Ci vuole quindi tenacia, oltre che competenza. Non so se tutto questo ritorno alla terra di cui si sente tanto parlare sia reale o solo ‘’un’idea romantica’’

Le “regole” per gestire i pascoli

Sono stata in Trentino a presentare i miei libri in occasione della festa annuale delle Regole di Spinale e Manez. Già sapevo che esistevano forme di gestione del territorio (pascoli, foreste…) diverse dalla proprietà pubblica/privata o consortile che abbiamo noi qui in Piemonte, ma in questa occasione ho avuto modo di capire davvero cosa significhi.

Sono arrivata il giorno prima della festa, in una giornata, ahimè, di pioggia, che non mi ha consentito di apprezzare lo splendido panorama che mi circondava. Ho comunque sfidato la sorte e il meteo (e ho avuto ragione!). Sono salita a Malga Vallesinella, fiancheggiando le famose cascate che si possono ammirare da queste parti. Il cielo non si è mai aperto completamente, così non sono riuscita ad ammirare le Dolomiti di Brenta.

Boschi e pascoli, abeti, radure e corsi d’acqua spumeggianti. Una rete di sentieri ben segnalata. Tra i cartelli, all’imbocco dei veri percorsi, la segnalazione della presenza dell’orso e le regole da osservare in caso di incontro. Più tardi, mentre camminavo in totale solitudine nel bosco, riflettevo sulle possibili reazioni nell’eventualità che il plantigrado si materializzasse davanti al mio cammino…

La mandria intorno a Vallesinella era composta da bovini di una razza che non avevo mai visto. Dal momento che ero in Val Rendena, mi è venuto in mente che questa potesse essere l’omonima razza. Ho poi chiesto conferma alle guardiane degli animali, che mi hanno confermato che si trattava proprio di vacche Rendena. Non immaginavo di ritrovare la stessa mandria il giorno successivo nella malga dove si sarebbe tenuta la festa…

La festa quest’anno si teneva a Malga Fevri. Ho chiesto di poter salire a piedi, per guardarmi intorno e vedere un po’ di panorama. Fortunatamente quel giorno in tempo era migliore. Le montagne giocavano a nascondino con le nuvole, ma i pascoli erano al meglio del loro splendore. Non era solo merito del sole, ma la qualità dell’erba da queste parti è davvero eccellente. Mentre salivamo, mi sono fatta spiegare in cosa consistono le “regole”. Sul sito della comunità di Spinale e Manez queste parole ben riassumono il concetto: “Un rapporto inscindibile tra una popolazione e il suo territorio, una partecipazione condivisa alla gestione del patrimonio comune, un uso necessariamente equilibrato e regolato delle risorse naturali, essenziali per la vita della comunità.

Le malghe vanno all’asta come accade altrove per gli alpeggi di proprietà pubblica, ma si sono introdotte clausole (come quello degli animali di razza Rendena) che fa sì che siano allevatori locali ad aggiudicarsele. A Malga Fevri ci sono manze, sulle altre malghe incontro anche vacche da latte. Le strutture sono belle, ben tenute, con tutto ciò che serve per far sì che la vita in alpeggio sia decorosa.

La gestione di tutto ciò che c’è sui territori delle Regole fa sì che vi siano fondi disponibili per tutte questi interventi. Non sono tanto le malghe a dare grossi frutti, quanto piuttosto le attività turistiche presenti, come i locali collocati all’arrivo delle funivie. E qui il turismo non manca. Mi spiegano che tutto viene reinvestito sul territorio: anche la struttura dove ho pernottato io (Pra de la casa) è un patrimonio delle Regole. Si trattava del vecchio vivaio forestale, che è stato riconvertito in attività recettiva, data in gestione ad una famiglia.

Questo sistema fa sì che tutte le attività di montagna siano ben gestite e non vadano a perdere: ne beneficia il territorio, l’economia, il paesaggio, il turismo… Insomma, ecco uno dei motivi per cui “da quelle parti” sembra un altro mondo rispetto a situazioni con problemi di gestione che si incontrano invece in altre regioni delle Alpi. Le Regole risalgono al XIII secolo… una storia secolare di corretta amministrazione del patrimonio montano, dove le tradizioni (attività agro-silvo-pastorali) si sono mantenute accanto all’evoluzione di nuove necessità/risorse come il turismo.

In quella giornata di sole un gruppo di giovani malgari sorveglia la mandria di vacche da latte, conversando con i tanti turisti di passaggio. Moltissimi regolieri erano saliti con la funivia al monte Spinale, poi scendevano a piedi o con le navette a Malga Fevri per la festa. Ogni anno questa si teneva in una delle diverse sedi delle proprietà delle Regole.

E così lo spazio intorno alla malga si affollava sempre più, la polenta cuoceva, la banda suonava… e le manze ruminavano pacifiche accanto alla stalla. Erano salite in quei verdi pascoli fioriti solo quella mattina, per trascorrere là le successive settimane d’alpeggio.

Dopo il pranzo, chi è interessato entra nell’enorme “stallone”, dove si potevano legare 150 bestie. Quel giorno invece entra la tecnologia, con microfono, computer e videoproiettore. Si raccontano storie di alpeggi e allevatori, di ieri e di oggi, poi viene per tutti il momento del rientro. Inizio ad essere “pratica” del territorio, così rifiuto i vari passaggi in auto, dato che i sentieri che scendono dalla malga mi ricondurranno esattamente a Pra della Casa. Mi auguro che questo sistema così antico di gestione del territorio possa sopravvivere ad ogni mutamento e che questi paesaggi unici continuino a vedere malghe vive, abitate, con pascoli utilizzati, produzioni casearie di pregio e razze locali a consumare l’erba.

Poche capre ad Aosta?

Ero stata alla Foire des Alpes alcuni anni fa, nel 2012, mi sembra. Nell’arena dove si tiene la finale della Battaglia delle Reines, in novembre viene organizzata questa rassegna ovicaprina. Capre di ogni razza non da latte (non saanen e camosciate, per intenderci), ma principalmente Valdostane e pecore, soprattutto Rosset.

Quest’anno sono riuscita a tornare, ma anche qui ho ricevuto una parziale delusione dal numero di animali presenti. Sono arrivata al mattino presto, alla Croix Noire il sole non era ancora arrivato e faceva freddo, mentre il versante della valle esposto a sud era già inondato dal sole. Gli animali arrivano alla spicciolata, con i loro padroni.

E’ bella l’atmosfera che si respira qui. Si capisce che c’è davvero la passione… Anche se c’è uno stimolo/obbligo che fa sì che le persone partecipino a questa rassegna. Mi viene spiegato che, per ricevere i contributi economici legati all’allevamento ovicaprino, bisogna portare i propri animali aquesta giornata. Da una parte questo mi sembra anche giusto: ti concedo degli aiuti economici e tu, per un giorno, mi “aiuti” a dar vita ad una bella manifestazione a livello regionale che attira visitatori ed appassionati.

Però… però quest’anno di animali ce n’era molti meno di quanti me ne ricordavo e anche la gente del luogo mi conferma l’impressione. Ci sono molti box delle capre vuoti. Ciascuno può portare due animali: o due capre, o due pecore o una capra e una pecora. L’indomani poi, nella stessa sede, ci sarà la finale della Battaglia delle Capre, ma ci sono allevatori che parteciperanno anche il giorno successivo.

Nella parte centrale dell’arena ci sono animali in vendita. Caprette giovani, becchi, vari esemplari, ma anche il pubblico è relativamente scarso. Non aumenta nemmeno nel pomeriggio.

Anche se le Valdostane sono le più rappresentate, ecco anche capre Vallesane. Razza con il pelo lungo, per far bella figura in occasione della rassegna, si da ancora un ultimo colpo di spazzola finale prima che arrivi il pubblico.

Poco per volta arrivano tutti. Se per le capre abbiamo allevatori di tutte le età, ma molti giovani, così ad occhio l’età media di chi ha portato pecore invece è maggiore. Sono due passioni differenti: le capre sono legati alle battaglie, mentre le pecore… sono una “malattia” e basta!

Al piano superiore, varie bancarelle: miele e candele, biscotti, frutta, verdura, formaggi, ma la scarsità di pubblico si ripercuote anche sugli affari in questa zona. Ci sono proprio solo gli addetti ai lavori, mentre quella volta nel 2012 mi ricordo un gran afflusso di pubblico di ogni genere.

Oltre a capre e pecore, possono essere portati a questa rassegna altri animali. Insomma, tutto tranne i bovini. Lama e altri camelidi ormai iniziano ad essere abbastanza diffusi, poi ci sono degli asini, mancano le renne che avevo visto anni fa.

I becchi in mostra cercano di battersi l’uno contro l’altro. Qualcuno osserva, chiede, contratta il prezzo. In molti mi chiedono spesso dove e come trovare capre di questa razza e io a tutti avevo risposto che questa rassegna era l’occasione migliore. In realtà quest’anno, pur con un buon numero di animali, non ho ritrovato la qualità e quantità che ricordavo.

Ci sarà una valutazione ed una premiazione dei capi migliori. I box non riportano il nome dell’allevatore, ma ogni animale ha un numero al collo e si può consultare le schede dove sono tutti registrati. Gli animali attendono, mangiano fieno, passano gli allevatori a portare acqua. La struttura è perfettamente organizzata, ma fa male vedere tutta una parte vuota.

Dopo pranzo, categoria per categoria, vengono chiamati in campo gli allevatori con i loro capi. C’è una rosa di finalisti tra i quali i tecnici sceglieranno le prime tre, valutando le migliori caratteristiche di razza. Il consulto dura qualche minuto, poi arriva il responso.

Viene letta la motivazione che ha determinato la scelta: ovviamente, gli animali premiati devono il più possibile presentare le caratteristiche che contraddistinguono questa razza ed essere ben tenuti. Solo un cordone di pubblico intorno al ring assiste alla premiazione, sono allevatori, amici e parenti. Nessuno sugli spalti.

Come vengono proclamati i vincitori della categoria delle capre, molti allevatori si avviano già ai box a prendere i propri animali ed avviarsi verso camioncini e furgoni. Vengono ancora chiamati i premiati per la pecora Rosset. E’ difficile trovare capi che rispondono esattamente alle caratteristiche originali della razza, dato che molteplici incroci l’hanno snaturata. Solo poche hanno le corna, caratteristica che un tempo era maggiormente presente. La premiazione conclude la rassegna e rapidamente tutti tornano ai loro lavori in azienda, molti pensando anche alla battaglia del giorno successivo.

Ma che capre ci sono a Coazze?

Era da un po’ che volevo andare alla Festa del Cevrin di Coazze, paese vicino al mio, in Val Sangone. Solo che è concomitante alla fiera di Villar Pellice e così… Per fortuna la sfilata delle capre era al pomeriggio, così al mattino fiera in Val Pellice e poi si cambia vallata.

Innanzitutto devo dire che valeva la pena andare per la grandissima quantità e qualità delle bancarelle che esponevano la merce. Qui vedete una selezione dei prodotti tipici della Val Sangone, ma c’era davvero di tutto e di più, dall’enogastronomia all’artigianato, presentato con gusto e, fortunatamente, senza quelle “bancarelle da mercatino” con prodotti generici e scadenti.

C’era parecchio artigianato anche “a tema”, che però poteva interessare anche al vasto pubblico che sciamava per le vie di Coazze. Diversamente dalla manifestazione a cui avevo partecipato al mattino, qui gli addetti ai lavori, gli allevatori, erano in minoranza. La gente era lì per fare acquisti, assaggi, gli animali erano poi un diversivo pittoresco e curioso.

Capre e funghi, due tra i principali simboli della Valle. La festa del Fungo si era tenuta da poco e, quel giorno, toccava invece alle capre e soprattutto al Cevrin, il formaggio tipico prodotto qui, solo con latte di animali al pascolo.

Il Cevrin è un formaggio generalmente a latte misto, caprino con aggiunta di latte vaccino. La sua tipicità è valorizzata e salvaguardata, fa parte dei Presidi Slow Food.

Ovviamente in quest’occasione lo si poteva acquistare dai suoi produttori, che salgono negli alpeggi delle montagne circostanti. Ormai la stagione è finita e tutti erano rientrati nelle cascine di fondovalle.

Qui si scherza su capra e cavoli, ma c’è un qualcosa che non mi torna… e proprio sulle capre! Già sui volantini che pubblicizzavano l’evento si parlava di capre di razza “camosciata” e subito avevo pensato ad uno strano errore. Poi però…

…anche gli animali in mostra tra le bancarelle (vi era uno spazio dedicato appunto all’incontro diretto con i “protagonisti”) erano indicati come razza Camosciata delle Alpi. E la camosciata delle Alpi è tutto un altro animale!!!!! Chi sarà il responsabile di questo errore madornale? Qui potete leggere sulla Camosciata, qui sulla Valdostana e qui… ahimè, la pagina di Slow Food da dove forse parte la confusione sull’argomento? Devo dirvi che da alcune settimane ho scritto al responsabile del Presidio e non ho mai ricevuto risposta…

C’era un po’ meno di confusione sulle razze bovine, con esponenti della Barà e della razza Valdostana, peccato solo che la Valdostana castana fosse indicata come “reina”, che non è una razza, ma… il nome con cui si indica la vincitrice della battaglia nell’ambito dei confronti tra questi animali.

Proseguo tra le bancarelle, dove si possono acquistare funghi, noci, pane, biscotti, vino, miele, frutta… E il pubblico sembra apprezzare, molti hanno già le mani ingombre di sacchetti.

Ancora formaggi, non solo Cevrin, ma anche le più classiche tome, ricotte, burro. Il tutto aspettando la sfilata delle capre, prevista per il pomeriggio. Non c’ero solo io ad aver compito una migrazione di valle, iniziavo a vedere altri che già avevo incontrato al mattino in val Pellice.

Eravamo un pubblico particolare, che guardava sì le bancarelle, ma cercava qualcos’altro. Dicono che chi cerca trova e così… un po’ ad intuito, un po’ seguendo inconfondibili tracce sull’asfalto, un po’ grazie al suono dei rudun man mano che ci si avvicinava, ecco il gregge, in un prato tra le case.

Le capre di Coazze sono famose tra gli appassionati di… Valdostane! Come potete ben vedere, a parte le corna e la struttura fisica, sono presenti animali il cui mantello presenta le diverse colorazioni tipiche della Valdostana, appunto: castana, nera, serenata e faletta.

Giancarlo, parenti, amici, tutti intenti a preparare gli animali per la sfilata nelle vie del paese. Si prova a mettere dei fiocchi colorati, ma un po’ le capre se li strapperanno l’una con l’altra, un po’ si disferanno nelle battaglie che ogni tanto avvengono tra gli animali.

Oltre ai moderni fiocchi, la tradizione della festa è mantenuta grazie ai rudun e al loro suono caratteristico. Solo qualche capra li ha, per le altre ci sono le campanelle sorrette da cinghie e canaule. Nell’insieme comunque un bel concerto!

La sfilata nel paese è un vero spettacolo. Non è così comune vedere un gregge così grosso di capre, da queste parti. La gente si mette da parte e lascia passare gli animali, ma è impossibile non notare il totale scollamento tra il mondo di chi conduce il gregge e quello di chi li osserva.

Si è totalmente perso il contatto con la ruralità e il mondo animale. C’è chi esclama “poverine!“, chi guarda schifato la strada dopo il passaggio del gregge, addirittura chi non capisce se siano maschi o femmine: “…ma hanno tutti le corna!

Il gregge prosegue la sua avanzata, passando tra pubblico e bancarelle. La gente che si protende per toccare gli animali provoca un po’ di confusione, così qualcuno resta indietro, ma per fortuna c’è chi provvede a far avanzare anche le capre più lente o spaventate.

Si fa una tappa al fondo della strada, per poi passare nuovamente nel paese una seconda volta, il tutto per “fare spettacolo”. Certo, è un lavoro aggiuntivo per gli animali, in fondo anche uno stress per gli animali, che avrebbero potuto pascolare in pace, ma ascoltando i commenti e vedendo certe scene, davvero ci si rende conto che sono necessarie queste manifestazioni per non far dimenticare alle persone le loro radici e la provenienza del cibo.

Solo le foto non sono sufficienti, così vi invito a guardare anche questo video con un tratto di sfilata del gregge. Spero comunque che qualcuno, prima o poi, corregga l’errore sulla razza delle capre. Giancarlo mi raccontava: “Per noi non sono nemmeno Valdostane, nel senso che sono le capre che si sono sempre allevate qui, non è che vengano dalla Val d’Aosta. Si diceva che era la razza del Colle di San Giovanni…” (frazione del Comune di Viù, nelle valli di Lanzo).

La festa della pecora brigasca (1° parte)

Domenica scorsa sono stata a La Brigue, in Francia. Terra di frontiera, terra di passaggio, terra prima italiana, poi francese, dove si parla il Brigasco. C’è anche una razza di pecore, quasi a rischio di estinzione, la Brigasca per l’appunto, sviluppatasi in queste terre, tra Briga Alta (Italia) e La Brigue (Francia).

E’ proprio oltreconfine che si tiene la festa dedicata a questa pecora. Quest’anno era la sesta edizione. La buona organizzazione dell’evento era evidente già dal primo mattino: le auto venivano bloccate a valle del paese, dove vi era un ampio parcheggio (ma la sera si incontravano auto parcheggiate tutto giù lungo la stretta strada scendendo verso San Dalmazzo di Tenda). Una navetta gratuita portava in paese chi non voleva salire a piedi, altrimenti con una veloce passeggiata in una decina di minuti si arrivava a La Brigue.

Era ancora presto, gli espositori stavano appena iniziando a montare le bancarelle, ma già due ragazze suonavano musica occitana e qualche coppia accennava a passi di danza. Una bella giornata di sole faceva da cornice alla manifestazione e preannunciava una buona riuscita dell’evento.

Vi presento la razza brigasca, simile per alcune caratteristiche alla frabosana-roaschina. In piazza gli allevatori avevano già iniziato a portare qualche esemplare, collocato negli appositi box di legno. Ma lo “spettacolo ovino” sarebbe poi stato un altro e l’avrei scoperto più tardi.

Se in Italia la toma di pecora brigasca è un presidio Slow Food, in Francia se ne valorizza anche la lana. Questi artigiani realizzano tappeti con la lana della brigasca ed i disegni riproducono i famosi graffiti preistorici della Valle delle Meraviglie, non lontana di lì, sotto al Monte Bego.

La lana è protagonista della festa. Sono numerosi gli stand dove troviamo gomitoli, matasse, manufatti di vario tipo.

Dalla prima piazzetta, ci si spostava tra vicoli, piazze, stradine, portici bassi dove si incontrava qualche gatto frettoloso. Qua e là qualche altro stand, ma poi ad un certo punto era la musica occitana a richiamare oltre, di là del ponte. I musicisti stavano già scaldando la voce e gli strumenti.

Cercherò, attraverso questa rapida carrellata di immagini, di mostrarvi un buon numero tra le bancarelle più a tema. Qui vedete i manufatti di lana mohair. Ovviamente non tutti vendevano prodotti derivanti da pecore e/o capre, c’era anche tutto il mercato dei prodotti agricoli e un po’ di artigianato di altro tipo (ceramiche, gioielli etnici, ecc.), ma il bello era non trovare tutta quella paccottiglia da fiera, da mercato, che spesso da noi fa “scadere” il livello di queste manifestazioni.

Tra i produttori agricoli, c’era una buona alternanza tra Francesi, Liguri e Piemontesi, in un bel mix di colori, sapori e profumi.

I produttori di formaggi erano quasi tutti Francesi e si poteva scegliere tra latte ovino, caprino, vaccino e tome miste. Nessun commerciante, nessun caseificio, tutti piccole aziende agricole tradizionali.

Ancora lane multicolori, per mostrarvi quanto fosse ampia la scelta e la varietà degli espositori. Raramente mi è capitato, anche in manifestazioni teoricamente “a tema”, di trovare così tante diverse realtà artigianali di lavorazione della lana.

Non si poteva nemmeno morire di fame! Dolci, dolcetti, torte salate, cibo “di strada”, caldarroste, già al mattino presto si mescolavano i profumi. Aleggiava un aroma di spezie e di cumino, sfrigolavano spiedini e salsiccette, tutto in modo molto più “rustico” e diretto che non in Italia. Non che mancasse la pulizia, ma ancora una volta ho avuto la sensazione che oltralpe vi siano meno vincoli, meno norme assurde a complicare le cose.

La festa è anche l’occasione per far sentire la voce della protesta. Qui vedere una pecora brigasca che metaforicamente si oppone al passaggio dei camion, per protestare contro l’ipotesi del secondo tunnel al Colle di Tenda. C’è però da dire che, dal punto di vista dei trasporti, la valle non è ben messa. Tra i tagli alla linea ferroviaria e il semaforo che regola il passaggio alternato nel suddetto tunnel, causando lunghissime code…

Non mancava ovviamente il feltro. Borse, cappelli, piccoli oggetti, animaletti, soprammobili…

Si poteva anche provare a cardare la lana. Al mattino la bisaccia era piena e davanti all’apposito attrezzo c’erano solo pochi boccoli, ma al pomeriggio la situazione si era invertita, con grandi e piccini che scoprivano la magia della soffice lana.

Si poteva anche vedere/provare a tessere, ma c’erano pure gli antichi strumenti usati per filare. Il pubblico al pomeriggio era aumentato, centinaia, migliaia di persone a vedere la festa ed assistere al momento clou del passaggio del gregge (che vi racconterò nel prossimo post).

Oltre alle piazze più affollate, dove ormai i generi alimentari erano quasi totalmente esauriti, in giro per il paese poteva anche capitare di incontrare questo gruppo di musicisti di strada, le cui melodie e canti si perdevano tra i vicoli. Tutto in un’atmosfera che sapeva di transumanza, di viaggi, di passaggi che non (ri)conoscono frontiere.

Altro genere di suono, quello che curiosi e appassionati testavano sollevando ora questa, ora quella campana. In questo caso però il pubblico della festa era composto più da turisti che non da allevatori, quindi vi era un’unica bancarella di questo tipo.

Erano arrivate altre pecore a riempire tutti i box. Il gregge che è transitato giù per la valle però era composto da merinos. Non ho idea di quale sia l’attuale consistenza della brigasca, comunque ripartendo dalla festa la sensazione è stata quella di una manifestazione molto ben riuscita, che ha davvero avvicinato la gente al mondo della pastorizia nelle sue diverse sfaccettature: prodotti, lavoro del pastore, territorio.

La transumanza di inizio stagione della Pecora Brigasca

Mentre mandrie e greggi completano la loro stagione in alpeggio, appena prima della festa della pecora Brigasca in Francia, a la Brigue, vi propongo un “servizio” realizzato dall’amico Carlo qualche mese fa. A lui la parola.

“Fine giugno: per i pastori è arrivato il tempo di transumanza, lo spostamento del bestiame dai pascoli invernali agli alpeggi. E così fa Aldo Lo Manto, proprietario dell’azienda agricola “I formaggi del boschetto”, presidio Slow food per la toma di pecora Brigasca. Aldo è l’unico pastore della Liguria a fare la transumanza interamente a piedi partendo da Garlenda e arrivando fino alla località Pornassina (Le Navette Liguri) a oltre 2000 metri di altitudine, è lui che ha salvato dall’estinzione la pecora Brigasca. Il nome della Brigasca (Brigasque) deriva dal monte Briga e dall’omonimo passo, sulle Alpi Marittime in Liguria, zona di confine tra Italia e Francia.

(foto C.Borrini)

Da alcuni anni, Aldo ha voluto coinvolgere in questa esperienza (la transumanza), sostenuto anche dall’Associazione i Transumanti, anche gruppi di escursionisti che camminano con i pastori e con le greggi entrando in sintonia con la natura e gli animali. Quest’anno a questa transumanza abbiamo voluto assistere anche noi (io e mia moglie).

(foto C.Borrini)

Il ritrovo era fissato per le 5.00 del mattino presso la Chiesa della Natività di Garlenda, quindi accompagnati da Valentina siamo arrivati presso i recinti dove erano ancora rinchiusi gli animali. Quindi per la mattina del 20 giugno sveglia alle 4.00, orario per me molto inusuale (sono ancora al primo sonno), ma anch’io sono stato contagiato un po’ dalla malattia delle pecore, quindi ho fatto volentieri questo sacrificio. Alle ore 5,45 con puntualità quasi Svizzera si sono aperti i recinti e il cancello ed è partita ufficialmente la transumanza.

(foto C.Borrini)

Un migliaio di Brigasche divise in due greggi e una cinquantina di bovine, con al seguito cavalli, cani e guidate dai pastori hanno iniziato così il loro lungo viaggio verso i monti.

(foto C.Borrini)

Passando per Vellengo Passo di Cesio e da Colle San Bartolomeo, la prima tappa prevedeva l’arrivo a San Bernardo di Conio dove per la serata è stata organizzata la “Festa del Pastore”.

(foto C.Borrini)

Io e mia moglie abbiamo lasciato momentaneamente la transumanza per ritrovarla nel pomeriggio verso San Bernardo di Conio. Nel tratto tortuoso di strada da Colle San Bartolomeo a San Bernardo segni inequivocabili sull’asfalto ci dicevano che le greggi e la mandria ci precedevano.

(foto C.Borrini)

Infatti dopo pochi minuti, ecco gli animali e i pastori all’ombra degli gli alberi per una meritata sosta per il riposo.

(foto C.Borrini)

Qui ho avuto una piccola incomprensione con un maremmano; forse mi sono avvicinato troppo alle pecore e mi sono trovato questo bel cucciolone che abbaiava e mi teneva sotto tiro, al che alla chetichella mi sono allontanato e tutto si è risolto per il meglio senza l’intervento del pastore.

(foto C.Borrini)

Nel frattempo, mentre le pecore e le mucche si erano messe a pascolare ho scambiato alcune battute con Aldo. In breve mi ha detto che solo dei pazzi possono ancora fare questo lavoro puntando decisamente il dito contro il mondo fatto di carte e burocrazia che non capisce più le tradizioni, oltre ad altri problemi quali il mercato, il lupo, gli ambientalisti o pseudo tali, ecc.

(foto C.Borrini)

Ma poi c’è di mezzo la passione (che per lui è missione) e così continua nonostante tutto.

(foto C.Borrini)

Dopo il riposo e il pascolo le greggi e la mandria vengono ricompattate dai pastori con l’aiuto fondamentale dei cani ed è iniziato così l’ultimo tratto della prima tappa verso San Bernardo di Conio.

(foto C.Borrini)

Intanto il tempo si stava annuvolando ed è scesa la nebbia e la temperatura si era notevolmente  abbassata. E’ iniziato quindi il viaggio di avvicinamento a San Bernardo che è durato circa un’oretta.

(foto C.Borrini)

L’arrivo a San Bernardo di Conio è stato salutato da un buon gruppo di persone e turisti e da un tempo sempre più nebbioso. Quindi inizia il passaggio delle greggi con Aldo Lo Manto ad aprire la sfilata.

(foto C.Borrini)

Seguito dal primo gregge composto dalle pecore produttive che dovranno in serata essere munte…

(foto C.Borrini)

…dalla mandria delle bovine nel quale le mamme hanno incontrato i loro vitellini per l’allattamento…

(foto C.Borrini)

…e infine dal secondo gregge. Dopo la sistemazione delle greggi e della mandria nei loro recinti preparati prima, ha avuto inizio la “Festa del Pastore” con degustazione di piatti tipici della tradizione agro-pastorale, alla quale, purtroppo non abbiamo potuto partecipare.

(foto C.Borrini)

Il giorno successivo pastori, greggi, mandria e gli escursionisti al seguito, hanno raggiunto la località Navette Liguri per l’alpeggio estivo, passando da Bosco di Rezzo, Passo della Mezzaluna, Alpe Grande, Pianlatte, Colle del Garezzo, Monte Fronte e Fascia Pornassina.

Che dire in conclusione: abbiamo passato una bella giornata a contatto con gli animali e con il mondo pastorale in una nuova realtà quella della pastorizia ligure, abbiamo conosciuto nuove persone e scoperto la razza Brigasca. Per quanto riguarda la scoperta dei prodotti della cucina vedremo di provvedere per il prossimo anno. Un ringraziamento all’Associazione I Transumanti in particolare a Valentina Borgna per la sua disponibilità e per le informazioni che ci ha fornito sul percorso della transumanza. Un saluto ad Aldo Lo Manto e…Buon viaggio Pastore!!!! Arrivederci al prossimo anno.”

Pecore del Nord-Est

Prima di parlarvi della Pecora Brogna, comunico agli amici del Nord Est che da giovedì sarò in Friuli, fino a domenica. Il 21 settembre presenterò “Lungo il Sentiero” nell’ambito di Pordenonelegge, ore 10:00 in Piazza della Motta. Venerdì però sarò a Tolmezzo e sabato a Pordenone, ma gli impegni riguardano i miei accompagnatori, pertanto… se qualche amico del blog volesse portarmi per greggi o malghe, contattatemi!

Adesso però torniamo in Veneto. Anche in questo caso, dopo aver saputo che andavo ad Erbezzo per presentare il mio romanzo, un amico mi ha invitata a vedere il suo gregge. Si tratta di un giovanissimo pastore che già ci aveva raccontato la sua storia. Così ci incontriamo in piazza e poi risaliamo le colline fino al prato dove le pecore stanno pascolando, chiuse in un ampio recinto.

(foto E.Pollo)

Mirko ha chiesto un permesso dal lavoro per incontrarmi e mostrarmi il suo gregge. Lavora presso un’azienda viti-vinicola della zona, ma è chiaro che la sua grande passione siano le pecore. Cova anche il sogno di diventare pastore full-time, anche se sicuramente non è una scelta facile.

Il suo piccolo gregge è composto da animali di razza Brogna (quasi in purezza) razza locale a rischio di estinzione che attualmente è in fase di recupero. Le pecore sono belle e ben tenute, l’erba non manca e… mentre siamo lì, un contadino viene ad offrirgli pascoli appena oltre la strada che risale tra le colline. “Vado dalle pecore tutte le mattine prima di andare a lavorare. Controllo che tutto sia a posto, che nessun animale sia rimasto impigliato nelle reti o abbia rovinato il recinto. Passano lepri, caprioli… Metto 4-5 reti che abbiano da mangiare per qualche giorno, poi le sposto.

La passione di Mirko è davvero grande. Gli animali alzano la testa tutti insieme appena lui li chiama, ma il più domestico in assoluto è il montone, che richiede le nostre attenzioni per tutto il tempo che rimaniamo lì a chiacchierare. Mirko mi fa mille domande, chiede consigli. E’ in contatto con i pastori della zona, qui ci sono piccoli allevatori, oppure passano i grossi greggi in discesa, che poi si spostano verso la pianura. Ma è zona di vigneti, quindi per i transumanti c’è poco spazio.

La pecora Brogna sarà poi tra i protagonisti della Fiera di Erbezzo il giorno successivo. L’Associazione per la tutela di questa razza, nell’ambito della 107° fiera del bestiame in questo comune della Lessinia, per la prima volta ha organizzato una rassegna dedicata alla pecora. Per essere il primo anno, c’è già un buon numero di appassionati partecipanti.

Io dovrò ripartire prima della premiazione e prima di vedere/assaggiare la “porchetta di pecora”. Come mi dicevano gli amici di Erbezzo, uno dei loro slogan è “mangiarla per salvarla”. Oltre al recupero della razza, è necessario anche favorire il consumo di carne ovina, poco conosciuta anche da queste parti. Si sta però investendo sulla valorizzazione tramite anche la trasformazione in salumi, ma anche sulla lana, particolarmente pregiata.

La fiera richiama molto pubblico, ci sono le “normali” bancarelle tipo mercato, ma poi accanto agli animali troviamo i banchi delle sellerie, con tutte le attrezzature specifiche per l’allevamento e la caseificazione.

Cambiamo un po’ genere di campanacci e collari, rispetto a quello che siamo abituati a vedere in Piemonte. Un giro rapido per la fiera, tra macchinari e bancarelle varie, ancora un saluto agli amici incontrati il giorno precedente.

Arriva anche qualche bovino, ma non sono più i grandi numeri della fiera di Erbezzo di un tempo. Gli organizzatori sperano di riportarla agli antichi fasti, quando lo spazio della fiera era per metà occupato dagli animali ed i commercianti venivano a vendere e comprare.

Ci sono anche produttori di formaggio, come questo giovane allevatore di capre e pecore. Mi racconta il ritrovamento di un suo agnello mangiato dal lupo… Il tema scottante continua ad aleggiare su tutta la fiera. Per me però è davvero ora di rientrare in Piemonte, agli altri impegni che mi aspettano, così saluto e riparto. L’impegno è di tornare il prossimo anno, magari trovando ancora più allevatori che parteciperanno con i loro animali.

Da quando ho le pecore mi sento fiero di me stesso e la mia felicità sono loro

Mi arriva una richiesta da Mirko: “Volevo chiederti se potevi eliminare l’altra storia e inserire questa che è più carina, ora ti invio le foto da inserire in mezzo alla storia come fai te di solito. L’altra storia non mi piace tanto preferisco questa dove ho scritto anche la continuazione perchè quando l’hai pubblicata non avevo neanche ancora le pecore e foto mie da inserire…“. Adesso che invece il gregge c’è… mi sembra più che giusto accontentare Mirko! A lui la parola, allora.

(foto M.Roncolato)

Mi chiamo Mirko, ho 20 anni e abito in provincia di Verona e ho passione delle pecore, come molte persone. L’allevamento ovino è sempre stata una mia passione fin da bambino, spesso vedevo pascolare le pecore nelle vicinanze della mia abitazione, con il passare degli anni non ho perso questa mia passione, anzi si è rafforzata, da quando ho iniziato a conoscere allevatori che allevano pecore di razza Brogna. Terminate la Scuola Secondaria di Primo Grado, i mie nonni mi regalarono tre pecore di razza Brogna, con mia grande soddisfazione, iniziai un percorso di piccolo allevamento famigliare, costruii un recinto dietro la loro casa perché io e la mia famiglia non possediamo terra, per ora. Per la prima volta mi sono messo in gioco con la responsabilità di gestire degli animali, dall’alimentazione alla cura e riproduzione, e mi trovavo spiazzato di fronte ad una responsabilità così grande.

(foto M.Roncolato)

Dopo sei mesi, due pecore partorirono due agnelli ciascuna, mentre una terza pecora partorì un agnello, ma la mia inesperienza mi portò a non valutare in modo corretto un’infezione dovuta al parto e una pecora morì. Da quel giorno, io mi sostituii nella fase di alimentazione per l’agnello orfano, allattandolo con il biberon usando latte vaccino. Ogni volta che mi vedeva, iniziava a belare perché sapeva che ero io a prendermi cura di lui. Dopo un anno, contro la mia volontà dovetti vendere il mio piccolo gregge a causa dei miei nonni che da quanto ci tenevano a me volettero venderlo e quindi ho dovuto fare una scelta dolorosa, ma rinviata. E’ stata un’esperienza fantastica e che non dimenticherò mai… dalle giornate sotto alla pioggia e alla neve quando le portavo al pascolo tra i vigneti d’inverno e su un argine di una valle d’estate, al raccogliere l’erba per l’inverno, il loro belare quando mi chiamavano, ma ero alle prime armi con poca esperienza. Ho finito a giugno di due anni fa con gli esami di maturità la scuola superiore di agraria e poi ho fatto la stagione lavorativa in cantina, il pizzaiolo, il postino e ora lavoro come operatore agricolo nei vitigni di una cantina.

(foto M.Roncolato)

Come lavoro faccio anche lo stalliere, anche se non amo tanto i cavalli perché li ritengo pericolosi, dopo essermi già preso una zoccolata in pancia. Però alcune volte all’anno alcuni privati nei loro periodi di vacanza mi affidano i loro cavalli. I miei genitori approvano e condividono la mia passione, anche se dicono tante volte che sto meglio a lavorare sotto padrone perché fatico meno e ci guadagno di più e poi con questi tempi di crisi aprire un’attività costa. Da un anno ora grazie a un signore anziano allevatore di pecore mi ha dato l’opportunità di iniziare a condurmi un piccolo gregge per ora, tutto mio mettendomi a disposizione un pezzo di stalla sua. Da quando ho le pecore mi sento fiero di me stesso e la mia felicità sono loro… da quando ti vedi crescere i tuoi agnelli nati a quando ti vedono le pecore di primo mattino loro ancora mezze addormentate che appena si sollevano da terra si stiracchiano e si allungano e ti chiamano come per dire portaci fuori al pascolo e la più grande soddisfazione anche per me è vederle sempre ora di sera sazie… io le mie poche pecore le conosco tutte e ognuna ha la sua storia!

(foto M.Roncolato)

Non è facile lavorando di giorno gestire anche loro però quando la passione c’è ed è tanta tutto è possibile! C’è chi mi conosce o ha sentito parlare di me della mia passione e mi apprezza molto, altri che ti guardano in un modo come per dire ma come fai ad avere questa passione strana e una condanna del genere e ti disprezza però io non ci faccio caso perché i commenti e pensieri della gente niente me ne faccio l’importante è che sia contento io. Ho scelto di allevare questa razza di pecore perché è stata la prima razza di pecore che ho avuto nella mia prima esperienza quando ero più piccolo e poi è una razza a rischio di estinzione che stanno cercando di salvaguardarla il più possibile sia da un punto di vista della lana che della carne con l’agnello brogno, è una razza originaria della mia zona e mi piace tantissimo dall’aspetto di come si presentano, dalle dimensioni e dalle loro caratteristiche.

Una razza a rischio?

Le principali razze ovine allevate in Piemonte sono la Biellese, la pecora delle Langhe, la Frabosana- Roaschina, la Sambucana, la Tacola, oltre alla Savoiarda, la Garessina e la Saltasassi, quest’ultima praticamente estinta. Ma la Biellese, la prima della lista, come sta? Nell’elenco manca la Bergamasca, che ovviamente non è una razza autoctona, ma… in purezza o come incrocio, ormai è sicuramente la razza più rappresentata. Non conosco i numeri e forse non li conosce nessuno, dato che non viene fatto un monitoraggio degli allevamenti, ma l’impressione è che la Biellese stia diventando una razza a rischio.

Ci riflettevo su l’altro giorno, quando ho fatto visita ad un pastore che sta per cessare l’attività. “Tutte non le ho vendute, perchè altrimenti venivo malato… Ho tenuto le radici, mi capisci, no?“. Però intanto molte delle sue pecore sono andate a finire altrove, in greggi magari misti e si perde la razza.

La prima volta che avevo visto queste pecore e il loro pastore risale a tanti anni fa, quasi dieci, quando l’avevo incontrato ed intervistato su in montagna. Il gregge era già ridotto allora, ma adesso le dimensioni si sono ulteriormente rimpicciolite. Però queste erano pecore “bianche”, le Biellesi di una volta, come se ne trovano sempre meno.

Quelle vendute si sono viste sabato scorso alla fiera di Luserna e il commerciante si lamentava. Diceva di non riuscire a rivenderle perchè avevano “troppa lana” e la gente ormai non guarda più quello, anzi! Meno ce n’è, meglio sarebbe! Come cambiano i tempi, una volta questa era la ricchezza principale del pastore.

Piero lo diceva: “Io comunque ho sempre puntato sulla lana, anche se ormai non vale più niente“, e così ha mantenuto la razza di una volta. Pecore grosse, pesanti, ma “difficili da mantenere”, dicono altri pastori. “Quelle pecore lì, se non mangiano a volontà, fanno subito brutta figura“. E così una pecora da una parte, l’altra dall’altra, i montoni da un’altra ancora e la razza andrà a perdere, mescolandosi. Gli incroci fortificano gli animali, ma… come viene detto anche qui, sulla Biellese non sono più stati fatti lavori di miglioramento e sostegno. Inoltre, essendo i pastori obbligati ad allevare solo montoni resistenti o semi-resistenti alla scrapie, in molti casi le caratteristiche di razza vanno a perdere.

Il nostro amico pastore forse ha fatto l’ultima transumanza attraversando Pont Canavese in occasione della Festa della Transumanza, oggi continua il suo pascolo vagante a breve raggio. Con l’esiguo numero di animali rimastogli, non c’è più la necessità di camminare per chilometri e chilometri. Se non si interverrà in qualche modo, ho paura che tra non molto ci saranno davvero poche pecore di razza Biellese pura, ma sempre più greggi dove questa è stata incrociata con la Bergamasca.

Rimanendo nel Canavese, il nostro amico Piero ci invita alla cena dei pastori che si terrà ad Issiglio (TO) il prossimo 30 novembre, cena della quale lui sarà il padrino.

La Foire des Alpes

L’erba del vicino sembra sempre più verde, così dicono… Però davvero alla Foire des Alpes di Aosta mi pareva di respirare un’altra aria rispetto al vicino Piemonte. Per carità, anche lì ho sentito parlare di crisi e di futuro incerto per la manifestazione, quest’anno alla seconda edizione.

Da quando è stata rinnovata, la manifestazione è stata dedicata alle “razze minori”, tutto ciò che non è bovini. Non soltanto capre e pecore, ma anche molto altro, compresi animali “mai visti” o quasi. La facevano però da padroni gli ovicaprini ed i loro appassionati, di tutte le età.

Ogni allevatore poteva partecipare alla mostra con due soli capi. Come diceva lo speaker della manifestazione: “Hanno dovuto fare le primarie in stalla!“. Da queste parti però le greggi non sono numerose, per la maggior parte si tratta di greggi di piccole dimensioni, magari chi ha una decina di capi, chi una ventina o poco più.

Erano presenti anche degli ospiti, in questo caso dalla Lombardia. C’erano le capre orobiche e le pecore brianzole, con cartelli esplicativi per illustrare le caratteristiche delle diverse razze.

Visto che ormai il lupo è arrivato anche in Val d’Aosta, ecco al centro dell’arena un recinto con piccolo gregge + cane da guardiania, per spiegarne il funzionamento, l’utilità e le norme di comportamento per i turisti.

La razza ovina che predominava era la Rosset, razza autoctona, “antica razza di montagna” con alcune caratteristiche simili alla Savoiarda (con cui vi sono stati numerosi incroci in passato). Oggi si punta al recupero di tale razza e questa manifestazione è una delle azioni intraprese a tale scopo. Qui potete leggere la scheda della razza, se volete saperne di più.

Nello spazio dedicato alle bancarelle del produttori, c’era davvero tanta scelta. La filosofia era quella del KM0 ed i produttori della Coldiretti esponevano le più diverse bontà locali, dai salumi ai formaggi (ovviamente), frutta e verdura, dolci, pane, erbe, miele, confetture… Una particolarità che mi ha colpita? Le Capramelle!!! (Caramelle mou al latte di capra)

Non potevano mancare le Fontine, anche se primeggiavano soprattutto i formaggi di capra nelle più diverse forme e tipologie. Nel corso delle premiazioni, sono anche stati assegnati riconoscimenti alle diverse tipologie casearie a latte caprino, per l’appunto.

Anche se non a Km0, ma pienamente inserito nella manifestazione, il banco della pecora brianzola, per mostrare come la lana possa ancora essere impiegata . Mi sarebbe piaciuto vedere anche qualcuno che esponesse manufatti derivanti dalla lana della pecora Rosset, ma purtroppo non c’era nessuno. Ricordo infatti che qualche anno fa si era parlato di un recupero della razza anche attraverso la lana, ma ieri non ho avuto modo di approfondire l’argomento.

Come in tutte le fiere che si rispettano, c’era anche un banco di una selleria con un’ampia scelta di campane, dedicate soprattutto a pecore e capre (eccezion fatta per questo capolavoro in primo piano).

Di pecore ne sono arrivate tante, nel corso di tutta la mattinata, anche se il tempo continuava ad essere inclemente, con una pioggia più o meno intensa che contraddiceva le previsioni meteo inneggianti al miglioramento. Oltre 500 partecipanti e ben più di mille capi esposti, perchè oltre alla mostra degli ovicaprini vi erano piccoli gruppi di animali in vendita e le altre razze.

Chi si aggirava tra le bancarelle poteva approfittarne per degli assaggi e non erano minuscoli! Sia per i salumi, sia per i formaggi, ma anche al banco dei dolciumi tipici uno poteva approfittare per capire davvero il gusto di ciò che sarebbe andato ad acquistare.

Le capre occupavano i box normalmente dedicati alle reine. Sì, perchè la Foire si teneva nell’arena della Croix Noire, dove ogni anno avviene la finale delle battaglie. Una struttura perfetta per ospitare queste manifestazioni, uno “stadio” della zootecnia, che ancora una volta conferma come, da queste parti, vi sia grande attenzione per il settore, in tutte le sue forme (anche quelle “scenografiche”, che però lo avvicinano al pubblico).

Grande entusiasmo lo riscuotevano le “altre razze”, tra cui le renne, i lama, gli Highlands, ma anche conigli e cani da pastore. Nello specifico, le renne provenivano da un allevamento di Courmayeur (qui potete leggere un articolo che riguarda questi animali in Val d’Aosta). Sicuramente si sentivano a casa, con la neve fresca caduta poco più in alto durante la precipitazione che solo in tarda mattinata andava esaurendosi.

La Foire è stata anche l’occasione per conoscere dal vivo alcuni amici con prima di erano stati solo contatti “virtuali”. Ecco allora Angelo ed i suoi asini, pastore “solo d’estate”, che ogni anno sale in alta quota per la stagione d’alpe insieme ad allevatori locali.

Il tempo stava migliorando, verso l’alta valle iniziava a scorgersi uno sprazzo di cielo azzurro, mentre le montagne si presentavano nella loro veste migliore, completamente innevate. Da queste parti, una manna sì per il turismo invernale, ma anche per tutta l’attività zootecnica, sotto forma di riserva d’acqua e buona erba nella stagione estiva.

Fabio ci teneva tanto ad essere fotografato insieme a Nutella. Ha 19 anni, Fabio, e nei giorni precedenti, è stato uno dei protagonisti di articoli comparsi su La Vallèe in merito alla manifestazione. “Questo è un lavoro che riempie il cuore, i sacrifici ci sono, ma non pesano perchè c’è passione.” Nutella aiuta Fabio nella pulizia dei terreni e nei viaggi con il carico. Bravo Fabio, auguri per i tuoi progetti!

Con puntualità, alle 15:00 sono iniziate le premiazioni, che hanno riguardato sia i prodotti caseari, sia i capi ovini e caprini in mostra. Ovviamente la soddisfazione dei premiati è stata tanta, ma c’è da sottolineare anche come vengano dati degli incentivi affinchè gli allevatori partecipino a questa rassegna. Un modo come un altro per aiutare, favorire il mantenimento delle razze e garantire anche un buon ritorno di immagine, perchè il pubblico non era composto solo da addetti ai lavori.

Mentre la sera si avvicinava, con un cielo dai colori variegati del tramonto, ciascuno riconduceva gli animali a casa, anche perchè c’erano i lavori in stalla da fare. Pecore e capre salivano su furgoncini, trailer, bighe, ma anche in macchine non proprio nuovissime e probabilmente prive di apposite autorizzazioni, ma funzionali per il breve viaggio verso i paesi di provenienza. Davvero una bella fiera, gente cordiale e gentile, ancora un grazie a tutti per la bella giornata trascorsa.