Appuntamenti

Portate pazienza, nei prossimi giorni non ci sarò e non potrò nemmeno documentare la nevicata che pare debba arrivare, puntuale, per i giorni della merla. Andrò a parlare proprio di pastorizia in inverno a Roma, ospite di TV2000. Ci vediamo in diretta giovedì mattina! L’ora esatta non la so, il programma inizia alle 8:00 e finisce alle 10:20.

Però… Qualche cosa da fare mentre aspettate il mio ritorno c’è. Io in viaggio leggerò un libro che poi vi recensirò su queste pagine. A voi invece suggerisco di cercare questo, “Campanacci, fantocci e falò“, a cura dell’amico Giovanni Mocchi e Manuel Schiavi. Per chi è appassionato di campane, ad uso zootecnico, ma non solo!

Il 30-31 gennaio e il 1 febbraio invece vi aspetto tutti a Cuneo per Terre d’Alpe. Io parteciperò all’evento compatibilmente con i miei impegni, ma conto di esserci la sera del 31 e ovviamente quella del 1, quando proietteremo in anteprima il trailer del film (in corso di realizzazione) sui pastori piemontesi e poi… ci sarà Hiver Nomade!! Ecco qui il programma dell’evento con indicazioni per raggiungere la sede delle proiezioni.

  • 30.01.2014 > Centro Incontri della Provincia di Cuneo – Corso Dante, 41 – Cuneo
    • ore 18:00 – Trilogia “Olga e il Tempo” – Parte prima: Epica minima del mattino – di Emanuele Cecconello
    • ore 19:00 – Incontro con l’autore
    • ore 19.30 – Degustazioni di formaggi d’alpeggio, insaccati e preparazioni a base di carni ovicaprine, vini
    • ore 20.45 -  Formaggi eroici – Proiezioni
      • Valpiana: una malga nel Lagorai, di Francesco Baldi
      • La Cultura Del Bitto, di Carlo Cattadori
    • ore 22.00 – Dibattito con gli autori e dei protagonisti della “resistenza casearia”
  • 31.01.2014 > Centro Incontri della Provincia di Cuneo – Corso Dante, 41 – Cuneo
    • ore 18:00 – Trilogia “Olga e il Tempo” – Parte Seconda: Equinozio del Pomeriggio – di Emanuele Cecconello
    • ore 19.30 – Degustazione di formaggi prodotti a base di aglio, insaccati e preparazioni a base di carni ovicaprine
    • ore 20.45 – I pastori e il ritorno degli orsi e dei lupi – Proiezioni
      • Compagno orso, di Valentina De Marchi
      • Storie di lupi e di uomini, di Andrea Deaglio e Alessandro Abba Legnazzi
    • ore 22.30  dibattito con autori, protagonisti, rappresentanti del Centro del lupo di Entraque.
  • 01.02.2014 > Centro Incontri della Provincia di Cuneo – Corso Dante, 41 – Cuneo
    • ore 17:00 – Trilogia “Olga e il Tempo” – Parte terza:  Elegia della sera – di Emanuele Cecconello
    • ore 18.15  Incontro con Emanuele Cecconello
    • ore 19.30 – Degustazione di prodotti tipici e specialità di carni ovicaprine
    • ore 20.45 – Pastori piemontesi del XXI secolo
      • Le lingue del cuore, video prodotto dalle piccole scuole delle Terre Alte della provincia di Cuneo
      • Pastori piemontesi del XXI secolo, Video in-out / Propoast)
      • Hiver Nomade di Manuel Von Stürler
    • ore 22:15 Dibattito conclusivo. Posizioni a confronto sul ruolo e sulle prospettive del pastoralismo piemontese e alpino.

Tiziana invece ci manda il “sunet” per la cena dei margari delle Valli di Lanzo, sabato 15 febbraio, ore 20:30. Ahimè le dimensioni dell’immagini sono un po’ troppo piccole per vedere i dettagli, quindi se qualcuno ne sa di più (luogo, a chi telefonare, ecc…) è pregato di commentare qui sotto.

Un corso “da pastore”?

Pastori si nasce e non si diventa, affermano molti “del mestiere”. Salvo poi lamentarsi perchè gli aiutanti a cui si rivolgono non svolgono bene il lavoro affidato… Qualunque cosa si faccia, c’è comunque sempre da imparare, quindi ritengo che sia molto importante impegnarsi per riuscire finalmente a creare un corso di formazione “da pastore”.

Nell’ambito del Progetto Propast è tra gli obiettivi di questo terzo anno di attività, ma fortunatamente l’interesse è ben più ampio, pertanto da qualche mese si è formato un gruppo di lavoro (comprendente soggetti da varie parti del Piemonte) che sta cercando di gettare le basi per fare delle formazione rivolta alla pastorizia. Ci si chiedeva chi potrebbe fruirne e, secondo me, i potenziali allievi sono di due tipi: per primi ci sarebbero tutti quelli che vorrebbero cambiar vita avvicinandosi all’allevamento come mestiere, sia lavorando presso aziende agricole (specialmente in alpeggio), sia mettendosi in proprio. Per questi utenti, il corso dev’essere più lungo e partire dalle basi, con una buona percentuale di ore di pratica. Poi ci sono giovani operatori del settore, per i quali un po’ di formazione sarebbe comunque utile. Questi ultimi spesso sono restii e ricorrono ad un altro modo di dire: “Vale più la pratica della grammatica”. Però siamo nel XXI secolo ed anche al pastore viene richiesto di essere almeno un po’ aggiornato e consapevole di come si possa innovare anche il più tradizionale dei mestieri.

Visto che non è facile riuscire a far partire uno (o più corsi) del genere, anche perchè bisogna costruirli dal nulla e trovare docenti adatti (oltre agli indispensabili finanziamenti), cercheremo di dare il via almeno a dei corsi brevi per titolari o coadiuvanti di azienda agricola. Cosa insegnare in questi corsi? Come catturare l’attenzione di allievi un po’ recalcitranti e magari convinti di sapere già tutto?

Voi che allevate pecore e/o capre, cosa vorreste sapere? Avrete pur qualche dubbio, qualcosa che vi siete sempre chiesti come mai, qualche curiosità… Secondo me qualche ora deve essere dedicata alla veterinaria: il parto, come agire correttamente per risolvere eventuali problemi, ma poi soprattutto le principali patologie degli ovicaprini e loro cura. Nessun pastore è mai stato capace di dirmi cosa determini quel problema alle pecore che loro curano facendo un salasso (incidendo sotto l’occhio o nell’orecchio). “E’ il sangue che le domina…“. Cioè???

Poi saperne di più sulla corretta alimentazione ed eventuali integratori (il sale, quale e quanto, ma soprattutto quando), cosa dare da mangiare in stalla e come comportarsi al pascolo. Capita che le pecore “facciano indigestione” consumando al pascolo troppa erba fresca o troppo mais, o ancora che facciano indigestione di acqua. Certe cose le impari con l’esperienza, ma magari qualche spiegazione in più su cosa accada e perchè potrebbe essere utile.

Visto che adesso gli allevatori hanno gli occhi di tutti addosso (non solo i veterinari, ma anche i paladini degli animali “fai-da-te”), sarebbe importante non solo saper gestire bene gli animali, ma anche sapere nel dettaglio cosa dicono le normative sul benessere animale, sia per quanto concerne l’azienda (stalle, ecc.), sia per l’alpeggio, il pascolo all’aperto, ecc ecc ecc. Così almeno uno sa cosa rispondere a chi viene a trovarci da dire, oppure se fa una cosa fuorilegge, è consapevole di farlo.

C’è qualcosa di pratico che potrebbe servire ad un pastore, cioè imparare a tosare correttamente. Permetterebbe non solo di ottenere migliori risultati all’interno della propria azienda (ed in meno tempo), ma per qualcuno saper tosare in modo professionale potrebbe essere una fonte di reddito integrativa, andando a tosare anche presso altri allevatori.

Qual è l’incubo di tutte le aziende, più ancora della neve per i pastori vaganti? La burocrazia! E allora non sarebbe il caso di imparare a gestirla in modo efficiente? Tanti si trovano in difficoltà perchè non sanno nemmeno cosa devono fare (e non c’è un luogo fisico dove avere le informazioni su tutte le scadenze e le regole da rispettare). Anche se le leggi cambiano continuamente, ritengo che alcune ore dedicate ai punti fermi (registri da compilare, come e quando, scadenze, modelli da compilare, ecc ecc ecc) siano fondamentali. Si potrebbe anche parlare delle principali opportunità che vi sono per ottenere eventuali contributi, quali requisiti occorrono per poterne usufruire, ecc…

Altre proposte? Non sto scherzando, attendo i vostri commenti, che potranno aiutarci a costruire davvero un corso del genere. Certe cose si imparano sul campo, altre le si possono apprendere da chi ne sa più di noi o anche solo confrontandoci con i “colleghi”. Un’altra mia idea è dedicare qualche ora alla “valorizzazione”. Non basta tener bene gli animali, averli “belli” che fanno bella figura durante una transumanza o quando sono al pascolo. Dobbiamo anche saper valorizzare il nostro prodotto. Ci capiterà di vendere una pecora bella all’appassionato (magari perchè ha un certo colore o chissà), ma più che altro avremo carne ed eventualmente formaggi da vendere. Ci sono (ci devono essere!) alternative alla vendita al macello o al commerciante. Visto come vanno le cose, tentare altre strade è ormai quasi indispensabile per guadagnare (e non solo sopravvivere).

Poi l’essere pastore al 100% lo si impara solo sul campo, stando al pascolo fino a tarda ora, con la pioggia o con il vento, affrontando le situazioni una ad una. Prossimamente con i colleghi che lavorano al progetto per creare questo corso andremo in Francia a visitare luoghi dove si fa formazione in tal senso. Ovviamente vi racconterò…

Anche questa volta il sole

Lo sapevamo anche se non ce l’avessero detto… Nelle immagini del trailer del film sui pastori piemontesi c’è sempre il sole, sempre il bel tempo. Uno potrebbe quindi pensare che la vita del pastore sia fatta esclusivamente di belle giornate…

Questa volta, per continuare a raccontare le storie di una delle tre famiglia di pastori incontrate, speravamo di vedere almeno il brutto tempo, ma le previsioni consultate una settimana prima sono nel frattempo mutate e così anche questa è stata una giornata di sole.

Pastorizia, eppure qui vi mostro una cascina… La storia di Andrea e Silvia ormai gli appassionati di questo blog la conoscono, avendola seguita fin quasi dai primi passi. Adesso di passo ne è stato fatto uno molto grande: lo spostamento verso la pianura, con una sede sicuramente più funzionale, dove poter ricoverare adeguatamente tutti gli animali, con terre intorno da destinare a pascolo per gli animali. Andrea è soddisfatto, chi sembra aver patito il distacco è soprattutto Silvia, che si trova a dover gestire una nuova casa, l’inserimento dei bambini in una nuova scuola, l’isolamento della pianura, la lontananza dalla famiglia… “A me piacciono le difficoltà, le sfide per poter superare gli ostacoli ed andare avanti. Per lei è più dura, il lavoro in caseificio prende tutto il giorno, e poi tutto il resto…“.

Sicuramente la sistemazione degli animali è migliorata ed ora, con spazi maggiori, c’è stata la possibilità di aumentare il numero dei capi. La vecchia stalla di Reano, dove concluderemo il nostro tour, è vuota, ma solo temporaneamente. “Di progetti ne ho” – afferma con sicurezza Andrea – “Questo non è un punto di arrivo. Il mio obiettivo è costruirmi una via di discesa e salita dalla montagna con il gregge e mungere lungo la strada con un carro  mungitura come hanno in Meridione. Vedremo! Poi qui in cascina fare il caseificio e punto vendita, adesso andiamo a lavorare al caseificio della Cooperativa Il Trifoglio a Buriasco.

La bella giornata fa apparire splendida anche la pianura. Fa freddo, ma il terreno non è ancora gelato e non c’è la nebbia che potrebbe caratterizzare lunga parte dell’inverno. Mentre Cosmin ed Elena portano al pascolo prima le pecore, poi le capre da latte, non si può che ammirare lo sfondo delle Alpi innevate ed il verde dei prati seminati da Andrea. Se le immagini mostrano solo il bello, saranno le parole dei protagonisti a ricordare che la realtà ha anche tanti aspetti negativi.

Cosmin ci ha mostrato sul suo smartphone le immagini del padre, pastore nomade in Romania. Pecore “Turcane”, asini caricati con gli agnelli, un lungo mantello sulle spalle del pastore. “…ma lui qui preferisce guidare i trattori, è più per la tecnologia! Con il primo stipendio si è subito comprato quel telefono lì!“, racconta Andrea. Elena invece è preoccupata per i figli in Romania: la più grande studia, il piccolo pare che stia prendendo una cattiva strada, dissipando i soldi che faticosamente i genitori guadagnano qui in Italia. Storie di emigrazione, storie di pastorizia…

Ci spostiamo dove c’è il gregge delle pecore in asciutta. Torniamo verso le colline, le montagne si fanno più vicine. Il sole è caldo, non c’è quel freddo umido della pianura. Gli spazi sono più limitati, non le distese immense viste intorno alla cascina. “…ma giù c’è il monopolio del mais! Mais ovunque!!! Una volta non era così, erano tutti prati, giù c’è una terra speciale, l’erba è una meraviglia, da quando sono sceso gli stessi prati li ho già pascolati più volte. Ma devo costruirmi la fiducia con i vicini, hanno arato giornate e giornate di stoppie del grano proprio davanti alla cascina, lì le pecore avrebbero pascolato bene! Ma è quel maledetto mais a dominare, sempre solo mais!“.

C’è una pecora che ha appena partorito una coppia di gemelli ed Andrea e Marco (il marito di Elena) vanno a controllare. “Ho tutta questa gente che lavora per me… E io faccio dei lavori che mi permettono di mantenere tutto in piedi! I lavori di esbosco, di pulizia dei sentieri. Poi adesso c’è la cascina, la terra, i prati da lavorare, da seminare. Ma io sono contento! La nostra forza è essere un nucleo famigliare solido. Adesso Silvia sta trovando duro, ma le dico di resistere. Quando avremo lì a casa il caseificio ed il punto vendita come in montagna al Pravareno allora sarà diverso…“.

Sicuramente la storia di Andrea non è quella di un “classico” pastore, ma non si può dire che questa non sia un’esperienza di pastorizia piemontese del XXI secolo. Mi fa piacere aver seguito i passi di Andrea e Silvia fin quasi dall’inzio e vedere oggi i loro successi costruiti a fatica. Viene da chiedersi perchè quello nell’immagine non dovesse essere il luogo adatto per un’attività zootecnica portata avanti da giovani… “Il paese qui è tutto votato alle aree residenziali, non c’era spazio per un’azienda zootecnica. Però questi bei prati…“. Quei prati o diventeranno altre villette (facile, essendo in un’area pianeggiante) o verranno invasi dai rovi prima, dal bosco poi (nelle aree meno centrali). Ed il bel paesaggio cambierà, non sarà più la stessa cosa.

Una pastorizia sostenibile?

Devo preparare il mio intervento per il convegno “L’agricoltura di montagna: l’abbandono e il ritorno” di cui vi ho presentato il programma qui. Sono stata inserita nella sezione “il ritorno”, per parlare in duplice veste di progetto Propast, ma anche allevatrice, pastore o quel che si dice che io sia. Il progetto ProPast all’interno del quale sto lavorando si intitola: “Sostenibilità dell’allevamento pastorale: individuazione e attuazione di linee di intervento e di supporto“, ma sempre di più, conoscendola dal di dentro, mi chiedo se oggi, XXI secolo, la pastorizia sia un mestiere “sostenibile”. La mia risposta, ahimè, è no. Anche se…

Innanzitutto diciamo che si parla di PASTORIZIA TRADIZIONALE. Consideriamo greggi e pecore perchè è quello che “ho in casa” e quindi conosco meglio, ma discorsi analoghi potrebbero essere fatti per i bovini. La pastorizia è sostenibile in quanto sfrutta razionalmente le risorse del territorio. E’ solo grazie alla presenza di piccoli allevatori locali che, nelle vallate, vediamo paesaggi “belli”, gradevoli alla vista, un paesaggio vario fatto di boschi, ma anche prati e pascoli, abitazioni vive, oltre che animali al pascolo quando è stagione. Vi ricordate? Ne avevamo già parlato anche qui.

Il “paesaggio pastorale” è un elemento del nostro paesaggio che probabilmente viene dato per scontato dall’osservatore. Non si pensa che QUEL paesaggio non è bello perchè naturale, ma lo è perchè l’uomo, attraverso un utilizzo razionale delle risorse presenti, ha fatto sì che si modellasse così.

Qualora prevalga l’abbandono, al pascolo (che in primavera risplende di fiori di tutti i colori, in altre parole BIODIVERSITA’), si sostituiscono le erbe infestanti prima, i cespugli spinosi poi, e quindi il bosco. Le antiche case costruite con perizia dalle generazioni che ci hanno preceduto vengono avvolte dalla vegetazione e poco per volta crollano. Sarebbe bello poter tornare in un luogo così, vivere lassù tutto l’anno con un piccolo gregge. Diversamente dal passato, oggi lì si arriva con la strada, si potrebbe avere la luce elettrica e tutte le comodità, ma… Ma la pastorizia non è più economicamente sostenibile, quello è il dramma!

Come si fa a vivere con pochi animali? Quel numero giusto per poterseli gestire da soli, anche in zone di mezza montagna o collina, ricavandone un reddito che garantisca la sopravvivenza almeno del singolo, se non di una famiglia? I fattori che ostacolano la sostenibilità sono svariati: lo scarso valore dei prodotti, le spese che anche una piccola azienda deve affrontare per essere in regola, le spese “fisse” che la vita moderna impone a tutti noi, qualunque mestiere si faccia.

Affinchè la pastorizia sia sostenibile, bisognerebbe ricavare reddito dalla triplice attitudine che la pecora un tempo aveva. Latte (e quindi latticini prodotti e commercializzati in azienda), carne e lana. Sulla lana ben sappiamo che i pastori ormai sono grati a chiunque la ritiri. Nessuno spera di poter ripagare il costo della tosatura, ma se già non si deve spendere anche per smaltirla è una fortuna. Il latte sarebbe una gran cosa, ma qui entrano in gioco altri due fattori: i costi per attrezzarsi ed “essere in regola” e la manodopera. Per la carne, innanzitutto c’è il discorso della valorizzazione (in alcune aree d’Italia, come qui in Piemonte, la carne ovicaprina è poco conosciuta, prima ancora che poco utilizzata), quindi, anche in questo caso, delle attrezzature necessarie.

A chi mi dice di voler cambiare vita e fare il pastore rispondo sempre con una buona dose di pessimismo… o per meglio dire, cerco di mostrare la realtà delle cose anche in modo brutale, al fine di allontanare tutte le visioni romantiche ed idilliache. La passione non basta. E’ fondamentale perchè resistano coloro che fanno i pastori per tradizione, ma per uno che inizia dal nulla, serve alle spalle per lo meno uno sponsor! I costi fissi per mettersi in regola, dotarsi di strutture e attrezzature (mezzi per trasportare gli animali, eventuale mezzo refrigerato per i prodotti, locali di trasformazione…) possono essere affrontati solo da chi ne ha la possibilità. Improvvisarsi pastori oggi lo sconsiglio a tutti. Certo, magari con 5-6 capre da qualche parte in montagna puoi provare a sopravvivere, ma è poco più che sussistenza e… Con cosa paghi poi le bollette? Come mandi a scuola un figlio? O fai l’eremita, tu da solo, senza telefono, senza luce, senza auto… Ma sono utopie!

Un gregge grosso è sostenibile? Sicuramente più animali può voler dire più entrate, quando si vende. Ma si vende o si svende? Si passa attraverso i commercianti i quali stabiliscono loro il prezzo. Sicuramente con mille e più animali non puoi star lì a fare discorsi di valorizzazione, vendi in blocco e, quando devi pagare, comunque le spese sono in proporzione. Spese per la tosatura, per le marche auricolari, per alimentare gli animali, per il trasporto con i camion, l’affitto dell’alpe… E non venitemi a dire: “Tanto ci sono i contributi“, perchè qualcuno li prende, ma altri no. Un gregge grosso comporta anche problemi nella movimentazione, nel reperimento di pascoli adeguati. Ovviamente, un gregge grosso ha un impatto che non tutti i territori possono sostenere.

Ci sono territori naturalmente più vocati alla pastorizia, dove ampi spazi pascolabili favoriscono questa attività. Sono quelle aree dove tradizionalmente svernano i pastori, come ad esempio il Monferrato. Ma anche qui le cose stanno cambiando, vuoi per la costruzione di strade, capannoni, case, vuoi per la dimensione sempre più imponente di certe greggi.

In altre aree ai pastori restano quasi solo gli scarti, i terreni più difficili e scomodi da pascolare, quelli in cui, prima di portare le pecore, devi passare una mezza giornata a tirar reti per proteggere orti, frutteti e fiori. E qui entra in gioco anche la sostenibilità dal punto di vista umano. Questo, si sa, è un mestiere che richiede un impegno ed una presenza costante, ma se un piccolo gregge potrebbe essere lasciato a pascolare nelle reti per almeno un paio d’ore, quando gli animali sono di più è impossibile abbandonarli e allora il pastore è sempre lì, senza la possibilità di fare altro. C’è la burocrazia da seguire e troppe volte la si tralascia, la si sottovaluta, senza capire che è fondamentale per non mandare all’aria tutti gli sforzi fatti. Ahimè l’attuale sistema non premia la buona gestione del territorio o la cura dedicata agli animali, ma guarda soprattutto le carte, i numeri, le virgole, i timbri e le date.

Per poter “tirare il fiato” servirebbero degli aiutanti, o servono comunque in modo stabile per svolgere il lavoro quotidiano se il numero di animali è tale da non poterlo gestire da soli. Ma anche qui si presenta un duplice problema: da una parte il solito discorso dei costi, dall’altra il reperimento di personale valido ed affidabile. Se devi “mettere in regola” il tuo aiutante, il più delle volte ti conviene vendere le pecore! Non vale solo per la pastorizia, ma anche per tante altre piccole attività. E allora la fortuna è quando riesci a trovare qualcuno che ha un po’ di animali e si “fa società” (solo in inverno o tutto l’anno, dipende dalle situazioni). C’è chi ha qualche amico che, per passione, viene a dare una mano quando c’è da spostarsi… Altrimenti, per mettere a posto un aiutante, vorresti almeno trovare qualcuno che davvero sappia fare il pastore, qualcuno al quale puoi affidare i tuoi animali fidandotene. Speriamo, speriamo davvero di riuscire a dare il via alla “scuola da pastore”. Presto mi auguro di avere novità su questo fronte.

In questa carrellata di realismo-pessimismo, non dimentichiamo le condizioni di vita in alpeggio. Già la vita del pastore è dura nel corso di tutto il resto dell’anno, tra spostamenti, capricci del meteo, diserbanti e veleni vari, oltre all’impegno costante e quotidiano, orari che superano sempre le otto ore quotidiane, ma ben più spesso anche 12 o oltre. Poi, d’estate, altro che relax sui monti! Si va dalle condizioni di vita precarie e sicuramente non consone al XXI secolo di certi alpeggi ai costi sempre maggiori di affitto delle montagne. Poi ci sono i costi aggiuntivi che la pastorizia di oggi deve sostenere per difendersi dal lupo (e non sono pochi) e lo stress connesso, di cui abbiamo già tante volte parlato.

Un’immagine finale di quiete e relax? Solo in parte… Perchè se un tempo il pastore era benvenuto, insieme al suo gregge, perchè ripuliva i prati prima dell’inverno e li concimava, oggi, specie nelle zone dove c’è grande concorrenza di greggi e/o mandrie, l’erba si paga. E ci sono contadini che chiedono al pastore cifre addirittura pari quanto occorre per coprire l’affitto che loro pagano ai proprietari per l’intera stagione della fienagione. “Ma come fanno i pastori dalle vostre parti a vivere, se devono pagare l’erba?“, chiedeva un’amica da un’altra regione. A me sembra che oggi, di pastorizia tradizionale, si sopravviva a malapena nelle annate migliori. Nelle altre tocca metter mano ai risparmi, ammesso che ce ne siano ancora. Altrimenti…

Un’occasione persa

E’ facile lamentarsi, dicendo che non si fa mai niente, che le cose non si sanno, che altri decidono senza che noi abbiamo la possibilità di dire la nostra, ecc ecc ecc… Però, quando quel qualcosa si tenta di farlo, i diretti interessati latitano e sprecano una bella occasione di dialogo e di confronto.

Sabato 13 e domenica 14, a Saluzzo, nei locali della Fondazione Bertoni, si è tenuto Formalp, dedicato ai formaggi d’alpeggio e ovicaprini di montagna, ma anche alla discussione delle problematiche di questo mondo. Nonostante la sfilza di loghi, non era una di quelle occasioni altisonanti in cui si veniva a mangiare gratis. Non c’erano hostess a guidare ed accompagnare i visitatori, ma il nostro ristretto team del Progetto Propast, in collaborazione con la Fondazione, aveva messo insieme una piccola manifestazione totalmente indipendente e praticamente priva di budget (nessuno sponsor e tanta buona volontà). Lasciatemelo dire, brillavano per la loro assenza le associazioni di categoria, che avrebbero avuto una buona occasione per incontrarsi in campo neutro. Anzi, potevano anche usufruire dello spazio messo a disposizione gratuitamente (a loro come ai produttori) per informare e dialogare con il pubblico, ma…

I convegni del sabato e della domenica, nonostante l’assenza di moltissimi addetti ai lavori, sono stati importanti momenti di dialogo e scambio di informazioni. Come si dice… pochi, ma buoni! Tanto è vero che si sono protratti anche oltre l’orario prestabilito, per la disponibilità degli oratori e la partecipazione attiva del pubblico. Da convegni a vere e proprie tavole rotonde.

Guido Tallone ed Emilia Brezzo, dell’Istituto lattiero caseario di Moretta (CN) hanno parlato di tecniche produttive, corsi di formazione, ma soprattutto valorizzazione dei prodotti. Termine a volte abusato, ma fondamentale ed innovativo, almeno in Piemonte, per quello che riguarda le carni ovicaprine. E’ stato anche presentato il nuovissimo salumificio didattico, con attrezzature all’avanguardia che, in futuro, si propone di effettuare lavorazioni in conto terzi dedicate agli stessi allevatori: conferendo il capo macellato, si potranno ritirare salumi di capra e di pecora, da vendere direttamente o utilizzare in agriturismo, con un sensibile aumento del valore di mercato del prodotto.

I veterinari ASL hanno risposto in modo esaustivo a dubbi e curiosità degli allevatori presenti in sala, chiarendo come il loro ruolo sia sempre più quello di informare ed aiutare gli allevatori a migliorarsi per quanto riguarda i locali di trasformazione e vendita, più che non agire in modo repressivo. Si è parlato di trasporto dei capi al macello, trasporto della carne macellata al laboratorio di trasformazione, presenza di macelli ovicaprini sul territorio, lavorazione del latte in piccoli caseifici aziendali, ecc.

In un’ampia sala è stata allestita la mostra fotografica “Pastori piemontesi nel XXI secolo”, che ha riscosso apprezzamento tra i visitatori, molti dei quali poco conoscono la pastorizia, specialmente quella nomade. Emblematico per me il caso di due visitatrici di mezz’età che, dopo aver attentamente letto tutti e 20 i pannelli, mi hanno salutata con un: “…ma tanto noi veniamo dalla pianura e la carne di agnello e capretto proprio non la mangiamo, per noi la carne è quella di vitello.” Altro che valorizzare, qui bisogna proprio FAR CONOSCERE, perchè vorrei sfidare le due signore a mangiare uno spezzatino o un arrosto di pecora (allevata al pascolo, non a mangimi!) e sapermi dire che carne è!!

Nella giornata di domenica, parallelamente all’apertura degli stand dei produttori, si è tenuto il secondo convegno, “Gli alpeggi di fronte a nuovi e vecchi problemi. Basta la passione per continuare? Ne parlano i giovani protagonisti”. Dov’erano qui le associazioni di categoria, per ribattere alle pesanti lamentele e critiche che si sono levate dalla sala? Dov’erano quelli che dovevano ascoltare le denunce di chi lotta con la burocrazia, gli speculatori, i predatori? I funzionari della Regione Piemonte hanno illustrato ciò che stanno facendo da parte loro, rispondendo a tutte le domande e critiche che si sono levate dal pubblico. Pur cercando di venire incontro alle esigenze e necessità degli allevatori, è chiaro che è impossibile accontentare tutti, anche perchè il più delle volte sono le stesse leggi a “legare le mani” pure ai più volenterosi. A chi lamentava come fossero insufficienti gli aiuti dati per difendersi dal lupo, Ferrero della Regione ha evidenziato come sia proprio la Comunità Europea a fissare un tetto massimo oltre il quale non si possono sovrapporre finanziamenti alla stessa azienda, sugli stessi territori. Sempre le normative comunitarie hanno fatto sì che si potessero creare i meccanismi speculativi che portano certe aziende a percepire contributi per centinaia di migliaia di euro addirittura senza avere un animale in stalla. Ma ovviamente non è il singolo funzionario ad avere potere nella risoluzione di questo problema, bisognerebbe essere tutti uniti nella volontà di trovare una soluzione. La mancanza di molti soggetti all’incontro di ieri personalmente mi fa sorgere dubbi…

Anche tra gli espositori purtroppo ci sono state molte defezioni, giustificate e ingiustificate. Un’occasione mancata, tanto più che lo spazio espositivo (al coperto), compreso l’allacciamento alla luce, era gratis. I presenti però hanno ben figurato, impegnandosi anche in allestimenti personalizzati e ben curati.

Il pubblico, saluzzese e non solo, non si è fatto attendere. Tutti si aspettavano più espositori (anche noi organizzatori, è ovvio), ma quelli presenti alla fine della giornata si sono comunque dichiarati soddisfatti per le vendite e per l’apprezzamento riscosso dai loro prodotti.

Oltre ai formaggi, anche una bancarella di prodotti in feltro, tanto per non dimenticare che, dei prodotti ovini, è anche la lana a necessitare di un recupero…

Per chi lo desiderava, oltre all’assaggio diretto presso i produttori, era possibile partecipare a degustazioni guidate insieme agli assaggiatori dell’ONAF, che hanno collaborato alla riuscita della manifestazione. Sono stati degustati formaggi tra quelli presenti alla mostra, oltre al Nostrale d’Alpe, caprini dell’Ossola ed il Bitto dalla Lombardia.

Per concludere, sia il sabato, sia la domenica, hanno visto una presentazione di libri “a tema”. “Formaggi d’altura” di Beppe Caldera e “Di questo lavoro mi piace tutto” della sottoscritta. Mi spiace per chi non c’era, ha davvero perso un’occasione! Visto poi che era una manifestazione senza bandiere, senza firme, senza casacche di appartenenza, non c’era nemmeno il pericolo di “essere visti mente si partecipava a qualcosa organizzato dalla concorrenza”. Fin quando si ragionerà così, io sono e resto pessimista sul futuro (non solo degli alpeggi e della montagna, ma in generale!).

Grazie a tutti quelli che c’erano, sia a collaborare alla buona riuscita dell’evento, sia a partecipare come pubblico (appassionati, addetti ai lavori e semplici curiosi).

La transumanza con la pioggia

La due giorni delle transumanze (erano numerose le iniziative organizzate in tutto il Piemonte) si è svolta all’insegna del tempo autunnale, umido e talvolta decisamente piovoso. Per gli allevatori, anche se avrebbero preferito il sole, quello che era da fare si faceva lo stesso… L’afflusso di turisti invece ne ha risentito.

Vi parlerò ovviamente di Novalesa, dove ho partecipato a diverse iniziative. Ha avuto un buon successo la mostra targata ProPast “Pastori piemontesi nel XXI secolo”, che dopo questa inaugurazione verrà esposta in numerose altre occasioni. Grande pubblico anche per la presentazione ufficiale di “Di questo lavoro mi piace tutto”, tenutasi alla sera  insieme alla proiezione di un film sulla transumanza 2011 a cura di Pietro Rivetti, alla lettura di testi da parte dei bambini delle scuole ed alle evocative immagini dell’amica Barbara Stefanelli.

Il giorno successivo al mattino non si incontrava quasi nessuno per le pittoresche vie del borgo. Gli espositori stavano allestendo i loro stand e gli abitanti del paese svolgevano le loro abituali attività domenicali, ma la pioggerella sottile faceva presagire poco di buono. Intanto si rincorrevano voci sulla reale posizione del gregge, che la sera prima non era sceso a valle.

Gli stand potevano essere visitati con tutta calma, apprezzando i caldi colori naturali della lana e dei manufatti  esposti da Gaia, proveniente dalla provincia di Verbania, o i colori più accesi della ligure “La Matassa Ultravioletta“.

Giangili il cantastorie non aveva potuto installare tutti i suoi pannelli e si era rifugiato con la sua musica meccanica al riparo di un portico ed intratteneva i primi visitatori con le sue suggestioni fatte di suoni, colori e parole.

Sasha e le sue creazioni in feltro si erano rifugiate in un altro androne delle case e cortili  che si affacciavano sulla Via Maestra, dove nel pomeriggio era attesa la transumanza. Sua mamma filava, suo papà suonava, coadiuvato dai nipoti, e si continuava a guardare all’insù aspettando che smettesse di piovere.

All’imbocco della via c’erano gli amici Silvio e Tiziana (prossimi alle nozze, auguri!). Silvio d’le cioche aveva creato nuove campane per l’occasione ed ancora una volta ha voluto omaggiarmi di un nuovo elemento che andrà ad arricchire la melodia della nostra prossima transumanza.

C’era poi dell’artigianato a tema pastorale, simpatiche  idee per rallegrare la nostra casa anche senza avere animali  “vivi” a cui dover pensare quotidianamente.

Non mancavano due espositori di formaggi ed alcune altre bancarelle di prodotti agroalimentari, dai salami alle mele, dalle zucche alle patate. Ma il gregge, dov’è??? Intanto, per fortuna, nel primo pomeriggio aveva smesso di piovere ed era uscito qualche timido raggio di sole.

Forse erano state le melodie delle campane di Giovanni Mocchi a far sì che la festa potesse essere tale, senza la pioggia (utile sì, ma in questo caso guastafeste?).

Mentre finalmente il gregge era stato avvistato, durante la sua discesa scenografica lungo le le strette curve della pista che porta all’Alpe Prapiano, cavalli e cavalieri hanno dato il via alla sfilata nella via. Complice il meteo, anche il pubblico stava  iniziando ad arrivare. Non erano le folle dello scorso anno, quando la meravigliosa giornata di sole aveva richiamato migliaia di persone, ma comunque sui due lati della strada iniziavano ad esserci le “due ali di folla” come ad una tappa del Giro d’Italia.

Prima delle pecore, ecco un margaro locale con le sue vacche, che attraversano il paese orgogliosamente a testa alta, facendo risuonare  i rudun indossati  per l’occasione.

Ancora qualche minuto di attesa e poi finalmente il fiume di pecore invade Novalesa. Anche se è una scena già vista, anche se è un’esperienza già vissuta decine e decine di volte, in tante transumanze, l’emozione è sempre forte, lo spettacolo unico, magico, senza tempo.

Far passare qui una transumanza è un’idea vincente. La cornice del paese è un qualcosa di speciale, dare a gregge e pastori la Via Maestra è renderli protagonisti, dire che sono loro al primo posto nella vita delle Terre  Alte, delle nostre montagne.

Belati, campanelle, le esclamazioni stupite dei bambini, il gregge scorre per lunghi interminabili minuti. La domanda più comune riguarda il “quante sono”, poi c’è chi immagina chissà quanti padroni o ancora chissà quale destino per i giorni a venire. Non tutti conoscono il pascolo vagante…

Il  gregge man mano esce dal paese, la fila si assottiglia, ma non si spezza come lo scorso anno, anche perchè c’è meno gente e premere lungo i fianchi, a mettersi in mezzo per scattare foto, filmare o accarezzare un agnello.

La  fine della colonna, dopo resterà solo lo “sporco” sul selciato. Ma Novalesa è un paese antico, c’è modo di far passare l’acqua del Cenischia e lavare tutto in poco tempo. La gente se ne va insieme alle pecore, segue il gregge domandandosi dove andrà.

La tappa per quella sera è nei prati vicini all’abbazia, poi l’indomani verranno i camion a caricare il gregge. “Scende con i camion perchè lo scorso anno, a piedi, ha tribolato troppo“, spiega alla gente che fa domande uno degli aiutanti del pastore. “Verranno a caricarne un primo gruppo, poi vanno giù e scaricano, poi vengono a prendere le altre. Non c’erano 9 camion liberi tutti insieme“. Ora ho capito perchè il gregge non è sceso la sera prima, dev’esserci erba per sfamare gli animali fin quando si completeranno queste lunghe e difficili operazioni. Ma la gente che ride, chiacchiera, saluta il pastore queste cose non le immagina…

Una piacevole sorpresa

Si torna in Val Pellice quando non manca poi tanto tempo alla transumanza. Lo scopo è quello di incontrare il pastore Ivan ancora in alpeggio, per proseguire  il lavoro iniziato in primavera  con il film sui pastori. Nel mio caso, è anche la continuazione di due delle storie contenute in “Di questo lavoro mi piace tutto”, e sarà un bel seguito… ma andiamo con ordine!

Queste non sono zone solitamente vittime della siccità, eppure quello che appare quest’anno è un paesaggio arido. La pioggia e la neve della settimana scorsa ormai qui non hanno più portato benefici immediati, se si esclude quello di aver riattivato a pieni giri la centralina idroelettrica. Ancora una settimana o poco più, poi le vacche se ne andranno in fondovalle e le pecore seguiranno poco dopo.

I ragazzi hanno appena finito di mungere le vacche e le capre: ormai il latte è poco, la neve dei giorni scorsi ha fatto calare ancora di più la produzione: “Ma non c’è un posto dove chiuderle di notte, solo le capre possiamo metterle in queste vecchie stallette pericolanti… Le vacche, quei giorni là, erano lì fuori… E noi a mungere al mattino sotto la bufera, con le mani gelate!“. E’ una storia che avevo già sentita, questa. Ma purtroppo ancora nulla è cambiato, quassù.

Sicuramente è un bel posto, quassù all’Alpe Giulian, quasi 2.100 metri di quota. Ma immaginate essere qui nei giorni di pioggia, di neve, di nebbia! Il romantico lavandino all’aperto è tutt’altro che piacevole. “Abbiamo delle piccole comodità che mancano altrove, la centralina è fondamentale: così c’è la luce e l’acqua calda, abbiamo fatto uscire il tubo anche fuori dal locale del latte e così c’è l’acqua calda anche lì. Per lavare gli attrezzi del latte è indispensabile, altrimenti non si riesce“, raccontano Katia e Omar. “Nella baita dove mangiamo e dove dorme Ivan c’è anche il bagno e due termosifoni che scaldano e consumano la corrente prodotta quando non la si usa diversamente, così la stufa a legna non la accendiamo sempre.

Prima seguiamo Ivan, che dopo aver aiutato la sorella ed il cognato a mungere, parte alla volta del gregge. “Oggi sposto il recinto, le abbasso vicino alle baite, domani le dividiamo, quelle che stanno per partorire le porto giù in fondovalle, qui l’erba è troppo secca e non le sostiene abbastanza, quando avranno l’agnello, hanno bisogno di fare latte.” Intanto ci racconta le disavventure dell’estate, l’infezione alle tonsille che l’hanno costretto al ricovero all’ospedale, dal quale non vedeva l’ora di scappare per tornare quassù. “Una delle cose più belle è stato quando sono arrivato su, il mio cane si è accorto prima di tutti che stavo arrivando e mi è venuto incontro…“.

C’è anche un ragazzo a dare una mano, oggi: “…uno di quei malcapitati che ogni tanto vengono a trovarci e che finiscono per essere coinvolti!“, scherza Ivan. “Vedete cosa vuol dire difendersi dal lupo? Oggi siamo in due e le reti ed i picchetti li portiamo metà a testa, c’è anche la batteria da portare. E lo spostamento è breve, in discesa… Ma non è una cosa semplice. Il nervoso che mi ha fatto venire quell’articolo sull’Eco del Chisone! Me l’ha portato su mia mamma… Altro che cento anni fa! Io qui per fortuna grossi problemi con il lupo non li ho mai avuti, ma l’alpeggio dove andavamo prima è quello dov’è successo l’attacco di cui si parla nell’articolo. Uso le reti e servono anche per migliorare i pascoli, concimarli, poi ho i cani, ma una ho dovuto toglierla perchè si mordeva con la figlia e arrivavano a portarsi via i pezzi. Quella aveva morsicato anche diversi turisti…“.

Più tardi, quando sarà al pascolo, Ivan si dedicherà ad una canaula che è da finire. Lui procede con l’intaglio, poi la sorella invece la dipingerà. “Infatti le firmiamo tutti e due, è un lavoro in società!“. Ci racconta che sta cercando una cascina per l’inverno, fino a fine anno è a posto, poi si vedrà. Dopo la transumanza, giorno di festa durante il quale verranno gli amici ad aiutare, si passerà ancora qualche tempo nel fourest, quindi inizieranno i giorni in pianura: “Strade da attraversare, spostamenti, l’inverno, poi la primavera, i diserbanti…“.

L’alpe Giulian, vista dall’alto, pare un cumulo di rovine. “Sono quattro anni che veniamo su e non è stato fatto niente, solo parole, purtroppo. Adesso il Comune ha detto che c’è il bando della Regione, speriamo bene!“, spiega Katia. “Il locale per il latte e la baita che usiamo ce li siamo sistemati noi a nostre spese. Io e Katia dormiamo nella roulotte, quando tira vento ci fa la ninnananna… Ma è umida, al mattino ti svegli ed  è tutto bagnato, le lenzuola, i vestiti che ti devi mettere“, racconta Omar.

Tra le rovine delle antiche baite, una lapide a ricordare un triste fatto avvenuto ormai vent’anni fa, un omicidio tra pastori la cui vera storia nessuno  ha voglia di raccontare. E’ assurdo che un alpeggio, soprattutto abitato solo da giovani, sia in queste condizioni. Loro non recriminano alzando la voce, ma spiegano pacatamente e si augurano un futuro migliore. Se lo meritano, visto l’impegno, la gioia e la passione che spendono nel praticare il loro mestiere.

Katia sta finendo la caseificazione, è l’ora del saras, poi laverà il piccolo locale dove quotidianamente lavora il latte di capre e vacche. “Per mungere anche le pecore servirebbe una persona in più. Il formaggio lo portiamo quasi tutto giù, vengono i nostri genitori a prenderlo, qui passano soprattutto stranieri che fanno gli itinerari lunghi, molti Tedeschi, ma non vengono quasi mai a comprare. La gente qui non sale, giusto qualcuno di quelli che ci mandano le bestie, perchè hanno il permesso di salire in macchina, ma la strada è brutta e tanti non si fidano.

Davanti alle telecamere, con un po’ di timidezza, i due giovani raccontano la loro storia. Katia aveva solo 17 anni quando hanno iniziato quassù la loro avventura. I genitori in fondovalle, ad occuparsi della fienagione e delle altre incombenze, lei, il fratello maggiore ed il fidanzato a badare alle bestie. “Paura? No, non ho mai avuto paura. La strada è brutta, se devi scendere d’urgenza è un problema, ma non sono mai stata preoccupata da quello. Io ho iniziato ad andare in alpeggio che avevo sei anni. Adesso speriamo che ci mettano a posto le baite, facciano una stalla per chiudere le vacche la sera e mungere al chiuso. Anche perchè… Il prossimo anno sarà diverso, saremo uno in più!“. Katia e Omar stanno per coronare il loro sogno. Come mi aveva confidato lo scorso anno, la sua più grande speranza per il futuro era avere qualcuno a cui tramandare quello che i genitori avevano trasmesso a loro. Il lieto evento è previsto per febbraio. “Noi tanto quanto ci adattiamo, ma con un bambino piccolo… Certo che verrò su, magari servirà qualcuno o che mi dia una mano, o che me lo guardi, ma per il resto sarà com’è stato per tutti quelli che sono cresciuti in alpeggio. Solo che così come si fa? Ci fosse la stalla, me lo porto dietro quando mungo, ma adesso sistemati così non si può.” Colpisce la loro serenità, la semplicità, il legame fortissimo che c’è tra questi due giovani. Speriamo davvero che l’Alpe Giulian possa essere tra le prime a beneficiare dei fondi regionali per la sistemazione degli alpeggi. Se c’è qualcuno che se lo merita, sono questi ragazzi che con immensa passione portano avanti la tradizione della loro valle.

Come in un film western

Siamo tornati in Valle Stura per il secondo appuntamento con la famiglia Giordano (fienagione in fondovalle + alpeggio in quota) finalizzato alla realizzazione del film sui pastori nell’ambito del progetto ProPast.

La pioggia tanto attesa si era presentata ad intralciare le operazioni di fienagione, ma poi il giorno dopo la mattinata era splendida e ci siamo avviati molto presto a raggiungere l’alpeggio. Visto il carico delle attrezzature, ci era stato consigliato di salire dal Vallone dell’Arma e non dal sentiero utilizzato da Battista, da suo cognato e dal loro aiutante Andrea per arrivare alla Montagnetta. Qualche esitazione all’inizio per colpa della segnaletica mal posizionata (ed errata nelle tempistiche), ma poi ci siamo avviati sulla strada giusta.

Il posto è splendido, la vecchia strada militare abbandonata in alcuni tratti è franata o ingombra di pietre, ma attraversa questo paesaggio di rocce calcaree compiendo svolte e tornanti dietro ciascuno dei quali uno si aspetterebbe di veder arrivare un cowboy a cavallo avvolto nel poncho…

In effetti girare qui un film non sarebbe male… Ah, già, noi lo stiamo facendo! Ma non è fiction, non è fantasia, si tratta di vita reale, anche se qualcosa di ciò che vi mostreremo sembrerà incredibile a molti.

Finalmente, dopo un lungo cammino con le attrezzature, arriviamo al Colle del Vallonetto e scorgiamo laggiù la baita, il recinto e le pecore. Ci aspetta ancora la discesa, sempre lungo l’antica strada militare.

Giusto in tempo per vedere l’uscita del gregge dal recinto… Tra ciuffi di erba secca e dura, che nemmeno le pecore mangiano più, e nuvole di polvere che si posa ovunque (anche sugli obiettivi di macchina fotografica e telecamera), gli animali seguono il pastore, che anche oggi li condurrà al pascolo.

Qui la vita è dura, Battista, suo cognato ed il giovane Andrea si alternano nella cura e conduzione del gregge, tre giorni ciascuno. Si sale con i viveri misurati per quel periodo, anche perchè la capanna è così piccola da non permettere di ammassare molte cose. E poi tutto pesa, sulle spalle, a partire dal pane. La buona Lucia, giù a casa, prepara pietanze da portare su, perchè “…uno a scatolette e salame si rovina lo stomaco!“.

Nei pressi del recinto c’è una carcassa, o meglio, le ossa e un po’ di lana. Battista ci spiegherà che si trattava di una pecora malata, lasciata indietro in una rete accanto al recinto. “Al mattino era viva, poi gli avvoltoi l’hanno uccisa e mangiata. Ne ho contati 18, l’altro giorno! Hanno pulito tutto lì sotto, dove un’altra pecora era morta. Non so, stava bene, poi di colpo è andata giù, morta. Forse una pietra, non so. Ma l’altra era viva…“. Gli avvoltoi di cui si parla sono i grifoni. “Sono arrivati dalla Spagna, così dicono. Non so… Sono enormi! Dicono che mangiano solo carogne, ma…“. E infatti questo è quanto riportato comunemente a riguardo dell’avvoltoio grifone. Può darsi che la pecora sofferente fosse peggiorata o che fosse morta nel frattempo e quindi gli animali se ne siano cibati. Qualche ornitologo ci sa dire di più?

Il gregge avanza, Battista ci spiega che oggi andrà lassù, verso la cresta di confine, ha ancora dell’erba da finire di pascolare. Le pecore devono accontentarsi di quello che c’è, stanno già pascolando versanti che di solito erano destinati al mese di settembre. E poi? “Quando siamo saliti di erba ce n’era, ma dopo si è fermata… Andiamo avanti fin quando ce n’è e poi scendiamo, non si può fare altro“.

Un torrente, ancora un po’ d’acqua che, come in tutte le aree carsiche, compare e scompare all’improvviso, giusto per permettere al gregge di dissetarsi. Venisse a mancare anche quel poco d’acqua, bisognerebbe scendere subito.

La solitudine quassù non è totale: “In questi giorni passa molta gente, anche in bici, poi tanti stranieri a piedi, Tedeschi… Se sono lì vicino al sentiero si fermano a far due parole, quello sì. La moglie non so se è tranquilla quando sono quassù da solo… Ma è così. Mio figlio no, lui qui non sta. Ma è giovane, anch’io da giovane non sarei stato.” Questo discorso Battista lo ribadisce più volte ed io non riesco a spiegarmelo, perchè il giovane dovrebbe essere più pronto ad affrontare il “pericolo”, che poi è rappresentato “solo” dall’isolamento, specialmente di notte.

Le pecore salgono rapide sui pendii scoscesi ed assolati, c’è il vento e Battista si avvia per il versante più “dolce”. In poco tempo è in cresta e dopo mi confiderà di non essere più agile come un tempo, d’altra parte ormai gli anni sono quasi settanta “…e c’è anche un po’ di asma!“.

Meglio non ripeterlo alla troupe che a fatica trasporta fin qui, ad oltre 2.700 metri, telecamera, cavalletto, microfono e macchina fotografica! Certo, il panorama una volta in cima è mozzafiato e pare di avere tutto a portata di mano, anche quella strana cosa bianca in mezzo a tanta roccia. Battista non sa cos’è, gli spiego che è il Monte Rosa, con i suoi ghiacciai. “Di qui Elva non si vede, dall’altra punta più in là sì…“. Poi lascia che gli spieghi cosa vediamo, i nomi degli alpeggi e dei loro conduttori, chi è quello con i bèru (le pecore), poi i nomi dei pochi paesi che si scorgono, le vallate, le montagne. E’ stato in Francia a lavorare da pastore, Battista, prima solo d’inverno, vicino ad Arles, e poi anche d’estate “…e andavamo in un alpeggio in faccia a La Grave, guardavo un gregge di 2.000 merinòs!“, ma altrimenti non ha viaggiato molto fuori dalla sua valle.

Terminiamo l’intervista, ci spiazza con qualche battuta, poi racconta della figlia che “…non so se tornerà. Ma è anche giusto, si fa la sua vita. Prima avevamo paura, perchè lui ha già tre bambini, ma poi abbiamo visto che le vogliono un gran bene e allora adesso siamo più tranquilli. Il futuro però non so. Finchè possiamo noi… mio cognato ha 14 anni meno di me. Però Daniele su qui non ci sta, di notte. Non so, per adesso è così, poi si vedrà. Quel ragazzo che adesso è da noi, Andrea, è proprio bravo. Trovasse un lavoro da star qui d’inverno, ma non trova niente, è difficile.

Poi Battista va dal suo gregge, che si è sparpagliato per la montagna. Non deve sconfinare, anche se dietro i pendii sono ripidi e difficilmente le vacche saliranno fin lì. La nostra macchina non dovrebbe essere lontana, vediamo sotto la strada della Gardetta, ma raggiungerla è meno scontato di quel che sembra e sicuramente impieghiamo molto più della mezz’ora preventivata dal pastore.

Pastori (d’Italia?) unitevi

Vengo da un periodo denso di impegni durante il quale sempre più mi ritrovo a meditare sul futuro, professionale e privato. Intorno a me c’è chi si chiede come io faccia a “star dietro a tutto” e vi assicuro che in molti momenti è tutt’altro che semplice, quasi impossibile. Ecco anche perchè ultimamente questo blog è spesso in arretrato con gli aggiornamenti.

Nelle ultime settimane ho partecipato a diversi incontri e convegni, in Italia e non solo. Per esempio sono stata a Barcellonette (Francia) con i colleghi del progetto Propast per confrontarci con i vicini francesi su tematiche relative al pastoralismo ed al “problema lupo”. Oltralpe sono molto, molto più avanti di noi, anche perchè la pastorizia è veramente un settore importante dell’economia agricola nazionale. Lo dicono i numeri dei capi allevati, lo dicono le persone presenti ad incontri di questo tipo (non i politici che partecipano per farsi vedere, ma il sottoprefetto che parla con competenza e determinazione). Lo dicono i ricercatori di istituti come l’INRA, l’Istituto Nazionale di ricerca in ambito agricolo, che nelle sedi dipartimentali si occupa dei diversi ambiti, compreso quello zootecnico in generale e pastorale in particolare (si veda ad esempio qui). Chissà perchè in Italia se studi la zootecnia in relazione alla ricomparsa del lupo sei oggetto di pesanti attacchi anche in ambito accademico, mentre in Francia ci sono fior fiore di pubblicazioni sui più svariati aspetti della questione, compreso il costo economico per il pastore e le ore di lavoro aggiuntive…

Poi cambiamo zona, scendiamo giù per l’Italia ed arriviamo in provincia di Rieti, a Borgorose (RI) in frazione Corvaro, dove il 28 giugno 2012 si teneva l’incontro di chiusura del corso di formazione lattiero-caseario artigianale per allevatori e casari. Nei giorni scorsi infatti per la prima volta ho avuto occasione di confrontarmi direttamente con realtà pastorali del Centro, del Sud e delle Isole, grazie alla presenza di numerose persone convenute in Lazio per la Festa della Transumanza di Amatrice. Il mal comune non è mezzo gaudio, ma motivo di preoccupazioni aggiuntive…

Di fronte ad una tavola colma di formaggi da latte prevalentemente ovino, prima, dopo e durante gli assaggi c’è stato modo di riflettere su molti aspetti. Cito in ordine sparso alcune frasi  significative che mi sono appuntata durante gli interventi, in particolare del dott. Ficco del CRA: “La ricotta paga le spese, il formaggio è la resa…“. “Il latte ovino viene pagato 0,70€/l, facendo formaggio rende 2,40. Nel 1974 era 1.400 £/l.” “E’ arrivato il momento di passare ai pecorai specializzati, fare formaggi con un nome e cognome. Bisogna integrare l’economia pastorale con l’economia moderna, fondamentale un ruolo delle istituzioni!“. …ed è stato sottolineato come non siano i contributi (elemosine) ad essere utili, ma aiuti concreti. “La vita del pastore dev’essere ecosostenibile, bisogna ricomporre un equilibrio che si è rotto.” “Bisogna produrre qualità, non quantità. Siamo piccoli, il nostro pregio è la qualità.” “La transumanza: il pregio del latte dei pascoli.” “La pecora è cultura, c’è dentro la cultura dell’uomo.

Suona molto strano a chi viene dal Piemonte sentir dire che il mestiere di pastore da quelle parti è in via di estinzione, sentir parlare di pascoli abbandonati, boschi in espansione…

Il dott. Rubino, presidente di ANFOSC, l’Associazione Nazionale per la valorizzazione e tutela dei formaggi ottenuti con latte di animali al pascolo, ha parlato a lungo di qualità, innanzitutto del latte, ma anche di tecniche di lavorazione. Riporto alcuni sui pensieri: “La qualità del formaggio dipende dal pascolo. (…) La legge fatta a tavolino decide cos’è il latte di qualità… “Quello della Lola…!!!” (…) Il ricercatore deve porsi dalla parte del consumatore. (…) Il pastore che fa un buon latte deve essere pagato giustamente per il suo prodotto, non ricevere l’elemosina perchè “previene le frane”. (…) Nell’animale al pascolo il rapporto Ω3 e Ω6 è quasi nullo, c’è il massimo della qualità, cosa che non avviene con l’alimentazione in stalla. (…) A un grande latte di montagna spesso non corrisponde un grande formaggio, a livello industriale invece a un grande formaggio non corrisponde un grande latte. Manca totalmente l’assistenza tecnica casearia. Condividere con l’allevatore il problema è la base di partenza. (…) Allevatori dispersi in un grande territorio. (…) Il problema non è la tecnica, ma la carenza nei dettagli.” Ed il corso infatti si è tenuto presso le diverse aziende agricole che hanno aderito, per capire e condividere problemi, difetti e pregi (delle strutture, della tecnica, dei prodotti).

Ci siamo poi trasferiti ad Amatrice (RI), paese un tempo di pastori, nato sul percorso dei tratturi. Qui ho potuto aggiungere alla mia collezione di monumenti pastorali questa fontana. Nei viaggi e negli spostamenti c’è stato modo di discutere a lungo su pascoli non utilizzabili per problemi “burocratici”, su amministrazioni che non comprendono il valore della pastorizia, ma anche su pastori divisi, troppo occupati a contrastarsi a vicenda invece che lottare uniti per i medesimi obiettivi. certo, bisognerebbe avere una rappresentanza comune di tutti i pastori italiani, ma come si fa, se si litiga internamente tra vicini di pascoli? A ben guardare le problematiche sono molto simili, in Sardegna come in Lombardia, ma…

Amatrice è circondata da un paesaggio agricolo, anche se alla pastorizia pensi soprattutto guardando le montagne, dove il gregge protagonista della festa sarebbe giunto nei giorni successivi. Quello che mi ha colpito sono i boschi, così fitti, così diffusi, tanto che persino il rappresentante del CFS presente al convegno ha parlato di pascolamento in bosco consentito (non sulla rinnovazione, ovvio), visto che questa non è un’epoca dove i boschi sono in pericolo, ma è piuttosto il pastore ad essere a rischio di estinzione. Il buon pastore, quello che si comporta correttamente e che rispetta. Parole ben note…

Ad Amatrice l’incontro aveva un titolo altisonante: “Convegno Internazionale sul Pastoralismo per la conservazione sostenibile della cultura pastorale e transumante, protettrice della diversità biologica e dell’ambiente del nostro pianeta“. Tra il pubblico, nonostante il caldo e l’ora, una buona presenza di tecnici, qualche allevatore, politici e amministratori, appassionati. L’interesse c’era, gli interventi previsti in scaletta sono stati intervallati dalle parole degli amministratori. Tutti unanimi e concordi nel difendere il valore della pastorizia, affinchè non diventi solo più memoria e folklore, ma gli addetti ai lavori in platea mugugnavano, troppo abituati a sentir parole e non vedere poi i fatti.

Sono stati ripresi i temi della valorizzazione e qualità dei prodotti. Per quanto mi riguarda, ho mostrato la realtà della transumanza in Piemonte (ovina e bovina), quindi ho parlato del pascolo vagante. Anche se l’Italia è una, raramente fuori dai confini locali si conoscono le tante realtà, così genera sorpresa vedere tante pecore in Piemonte e stupore il sapere che la maggior parte di questi pastori vivono solo sulla vendita della carne, senza caseificare. Che ciò venga detto da chi spunta prezzi più alti sulla vendita della carne ovina (consumata ed apprezzata tutto l’anno, non solo a Pasqua e Natale) fa riflettere non poco.

Formaggi e ricotte da latte ovino sono presenti nella cena, a fianco dell’immancabile pasta all’amatriciana… E poi un ottimo agnello, del quale sono state servite tutte le parti, dalla testa alla coda! Il clima, pur tra i discorsi tecnici dei partecipanti al convegno, si è fatto via via più conviviale, per prepararsi alla festa dei giorni successivi. Musica, improvvisazioni musicali in rima, dediche a signore e signorine da parte dei “poeti pastori”…

L’indomani iniziava la transumanza, ma io sono riuscita a farmi accompagnare nell’azienda De Marco per assistere alle fasi precedenti, tra cui la mungitura del gregge. Si tratta di incroci tra la razza lattifera francese Lacone e la pecora appenninica. L’azienda è grande, ben organizzata, affianca agli ovini i bovini di razza chianina (oltre a qualche maremmana) ed integra con un’attività di taglio legna. La mungitrice mobile seguirà la transumanza e verrà portata in alpeggio.

Gli animali sono in stalla, ma dove andare al pascolo altrimenti, con i prati secchi che si vedono intorno? Il caldo è già atroce, le mosche tormentano gli animali, eppure mi dicono che questa è la stagione normale per salire in quota, anche perchè mi sembra di capire che altrimenti i pascoli non sarebbero sufficienti per arrivare alla fine della stagione. Quest’anno l’inverno ha visto abbondanti precipitazioni nevose concentrate in un periodo breve, poi una prolungata siccità che perdura da troppo tempo.

Ultima operazione precedente la partenza, la marchiatura dei capi con delle iniziali impresse sulla lana. Intanto arrivano sempre più numerosi i turisti che parteciperanno alla transumanza, per lo più turisti locali, oltre al gruppo CAI.

Il racconto della transumanza però ve lo presenterò prossimamente, per adesso vi lascio riflettere sul futuro della pastorizia. Partecipare a questi incontri è stata un’utile occasione di scambio (anche “culturale”), ma soprattutto una fonte di riflessioni. E’ vero che già le passate generazioni di pastori dicevano che sarebbero state le ultime e invece i pastori ci sono ancora, ma sono davvero diminuiti e rischiano di soccombere. Per qualcuno questa crisi farà capire il valore degli antichi mestieri e contribuirà alla loro rinascita, per altri invece potrebbe rappresentare il colpo di grazia…