Antichi sentieri

Non ho mai frequentato molto la Val Soana: vuoi per questioni di lontananza, vuoi perchè la stretta strada che sale da Pont Canavese fino agli spazi più ampi della testata di valle non è il massimo, specie nei weekend quando può esserci più traffico. Però, in un lunedì mattina di metà luglio, ci si può anche avventurare da quelle parti. Lo scopo era quello di andare a vedere posti nuovi ed anche incontrare chi quest’anno si è trasferito in alpeggio da quelle parti.

La mia meta è da qualche parte, lassù. Non uno straccio di cartello, alla partenza, e per fortuna che il primo tratto del cammino segue il sentiero GTA, che è stato pulito di recente. Comunque, prima di imboccarlo chiedo in paese: "No, deve tornare indietro, al ponte. Quel sentiero segnato sulle cartine non c’è più, è franato. Lei prenda quello dove si vede che sono salite le mucche, poi segue sempre la linea elettrica ed arriva a Santanel." E per fortuna che sono saliti gli animali! Dove il sentiero lascia la GTA, nessuna indicazione (da una parte e dall’altra!), solo i segni degli unghioni delle vacche e le buse.

Arrivata nei pascoli, l’incertezza sulla direzione da prendere è ancora maggiore. Se l’alpeggio sulla destra sembra deserto, seppure utilizzato, meglio puntare verso una mandria che riposa in un pianoro e poi salire alle baite più a monte. I pascoli sono attraversati da una mulattiera visibile a tratti, una vera e propria strada lastricata che incontrerò ancora più avanti.

Ormai ho imparato a non temere le vacche nere, le combattive delle battaglie delle réine. So che si avvicinano curiose magari per avere una carezza e non per incornare il turista come un toro nell’arena. E così posso scattare loro qualche primo piano senza paura.

Incontro poi la mandria che scende dall’alpe insieme al margaro. Ne approfitto per chiedere qualche informazione sulle persone che sto cercando io e mi dice che hanno lasciato le baite basse da pochi giorni, per salire all’alpeggio superiore. Mentre ci sono, posso però fare un giro salendo da questa parte. E perchè no, visto che la giornata è bella ed il panorama merita di essere ammirato!

Così arrivo all’alpe Marmotta, un edificio che pare più una villa che un alpeggio! Non ho mai visto niente di simile in tutti i miei vagabondaggi… Un’insolita architettura a ferro di cavallo, con le due stalle e l’abitazione centrale. Non mi fermo, devo ancora salire per poi scendere a Santanel e non so cosa mi riserva il cammino, se troverò il sentiero oppure no.

La traccia è abbastanza evidente, pur non esistendo in nessun posto una freccia che riporti l’indicazione della direzione e delle possibili mete da raggiungere. Il sentiero passa accanto a questo alpeggio abbandonato da tempo, le cui pietre perfettamente allineate stanno cedendo al trascorrere del tempo, infatti una delle baite è già miseramente crollata al suolo.

I pascoli sono uno spettacolo per la vista e lo saranno ancor di più per gli animali che si troveranno a brucare da queste parti: il profumo del trifoglio alpino (la ben nota piota ‘d galina, tanto ricercata da ogni allevatore) aleggia nell’aria, i fiori e le foglie di questa preziosa pianta della famiglia delle leguminose sono grassocci, ricoprono vaste porzioni dei pianori e dei leggeri pendii. Beati gli animali che pascoleranno qui… e le persone che mangeranno le tome prodotte con questo latte!

Più avanti i pascoli cambiano la loro composizione, ma in questi giorni è comunque un tripudio di fiori e di colori. Verrebbe voglia di fermarsi qui, di stendersi al sole, di inalare il più possibile quest’aria pura, di riempirsi gli occhi di questo panorama, le vette ancora macchiate di nevai, le conche ed i pianori erbosi, i ruscelli in cui scorre un’acqua fredda e limpidissima. Intanto, giù in basso, ho avvistato l’alpeggio e le vacche al pascolo.

Santanel è un altro alpeggio costruito sulla stessa tipologia di Marmotta. Una delle ali posteriori della stalla è danneggiata da una valanga, ma Ferruccio mi racconta che non è stato un evento recente: "E’ da più di vent’anni che è così… Per fortuna lo scorso anno hanno costruito il paravalanghe lassù, altrimenti chissà cosa succedeva quest’inverno!"

E’ da molti anni che Ferruccio, margaro della Valchiusella, sale quassù. Oggi ha 71 anni, ma in questa stagione non è da solo come al solito, perchè con lui c’è la persona che volevo incontrare, cioè il nostro amico Giors, che quest’anno ha unito la sua mandria a quella dell’anziano margaro. Mentre Ferruccio sistema filo e picchetti, Giorgio è in cucina, alle prese con il pranzo a cui faremo onore poco dopo.

In quell’alpeggio così lussuoso, che però avrebbe bisogno di mille piccoli interventi, ci sono anche dei camini immensi, uno dei quali è adibito a fuoco per il caseificio. L’ambiente interno è umido, freddo, ed i vetri alle finestre sono rotti. "Li avevo cambiati l’anno scorso, ma poi qualche stupido che è passato quest’inverno li ha rotti a sassate. Qui il padrone delle baite è un privato…". Giorgio e Ferruccio alternano i racconti alle domande, mentre mangiamo pranzo. Come sono gli alpeggi dalle altre parti, cos’è successo nelle altre valli… In Val d’Aosta pare che un fulmine caduto nel recinto abbia ucciso una quarantina di vacche e l’allevatore non era assicurato. Si parla di pastori, di conoscenze comuni e Giors pensa a quante cose ci saranno da leggere qui sul blog quando rientrerà in pianura quest’autunno.

Lascio i margari ai loro lavori e scendo lungo la strada lastricata. Ferruccio diceva che la ragione di queste opere (alpeggi e strade) è stata una visita di Mussolini e della Petacci. Chissà se è verità o leggenda? Ho provato a cercare notizie su internet relative a questi alpeggi, ma non ho scoperto nulla sulla loro storia. Bisognerebbe investigare altrove: archivi comunali, biblioteche…

Sulla via del ritorno, incontro anche una mandria di vacche piemontesi, un po’ insolite in questa vallata. Tra loro, spiccava questa strana "coppia" che mi guardava con curiosità: tanto una era candida, quanto l’altra si faceva notare per il lucido mantello nero. Ci sarebbero molti altri posti da esplorare, in Val Soana… Chissà però se i sentieri sono battuti o bisogna andare all’avventura, com’è capitato a me? Questa volta ho avuto fortuna, ma ricordo diversi episodi poco piacevoli in Valle Orco (vero Elena?).

L'erba invecchia

C’è chi si lamenta, perchè l’erba è ancora troppo bassa. Quelli che hanno tardato a salire, perchè il pascolo era insufficiente per gli animali. Quelli che ancora devono salire. E poi quelli che sono saliti più presto di altri, ma comunque "in ritardo" rispetto agli scorsi anni. E si lamentano pure loro!

L’erba infatti è già "troppo vecchia", alta quasi più della schiena delle pecore, dura, legnosa. Gli animali ne pascolano solo una piccola parte, sprecandone grandi quantità. Certo, non si può essere ovunque contemporaneamente, così è stata data una priorità a certe zone di pascolo, poi si procede man mano, ma la quota è ancora all’incirca quella di più di un mese fa, quando il gregge è arrivato quassù.

Fa caldo anche in montagna, l’aria verso il fondovalle è torbida, il sole brucia le spalle, il viso, presto bisognerà condurre il gregge verso un pascolo con più ombra, o gli animali smetteranno di mangiare. Il bosco è lì accanto, ma sarebbe meglio essere già più su, a quote maggiori, dove i pascoli sono in fiore.

Qui, specialmente sui dossi, l’erba sta ingiallendo e presto seccherà completamente, anche se periodicamente c’è qualche temporale. "Si poteva salire anche due settimane prima! C’è ancora il vallone di là da pascolare prima di salire in alto… Chissà che erbaccia che c’è, ormai!". Il gregge lentamente inverte la direzione e punta verso il bosco, rendendo difficile il suo controllo. Ci saranno tutte, le pecore, o qualche gruppetto sarà rimasto indietro?

Mi affretto a fotografare alcuni ciuffi di Stipa pennata, un’erba dalla caratteristica infiorescenza, delicata e sinuosa, che si piega nella leggera brezza. "Bella porcheria, quella! Le pecore non la mangiano, adesso che poi è spigata, ancora meno. E’ tutta erba vecchia, qui…". Il coro di belati si allontana nel bosco, alla ricerca di qualche radura più fresca, dove trovare erba migliore per il pascolo, in attesa di quella corta, ma saporita, che incontrerà sui pendii e sulle creste di qui a qualche settimana.

Montagna viva

Non so se ci rendiamo conto che la montagna è così bella anche perchè c’è l’uomo e, soprattutto, c’è l’allevatore. Se non ci fosse il bestiame, non servirebbero i prati da sfalciare per ottenere fieno, e ci sarebbero soltanto boschi. Non servirebbero i pascoli in quota, e ci sarebbero alberi e cespugli fino al confine con le rocce e le pietraie.

Per adesso, fortunatamente, la montagna è ancora viva. Meno di un tempo, quando molta più gente viveva su queste terre, ma in questi giorni si possono vedere prati in fiore e, soprattutto, iniziare a sentire qualche scampanio in lontananza, con le prime, piccole mandrie e greggi locali che sono già salite alle quote intermedie.

Piccoli gruppi di animali vicino alle case, abitazioni in pietra che un tempo erano abitate tutto l’anno… Adesso non si sentono voci di persone, solo il suono delle campane al collo delle vacche al pascolo e l’acqua che gorgoglia nella vasca che funge da abbeveratoio.

Salendo in quota, dai prati si passa ai pascoli ed è una festa di colori, di fiori e di erba che ricopre tutti i versanti, a mano a mano che la neve se ne va. Aria frizzante nonostante la quota non particolarmente elevata, ma si respira a pieni polmoni, mentre la pianura è già soffocata dalla prima ondata di caldo, dall’afa, dallo smog.

L’alpeggio è silenzioso, lassù, ma non credo che lo sarà ancora per molto. A 1600 m la stagione inizia prima rispetto a quelle alpi collocate a quote maggiori, infatti i pascoli sono già sgombri dalla neve, chiazzati di giallo, di azzurro, di rosa e di bianco.

La montagna viva si legge anche in questa immagine. Chissà se qualcuno nota qualcosa e sa darmi la spiegazione? Si tratta di un altro alpeggio, pure questo in attesa della sua mandria. Sullo sfondo, invece, i pascoli che saranno delle pecore, ma il gregge è ancora giù in pianura… Devo telefonare a Giovanni e raccontargli cos’ho visto su di qua.

Gli parlerò dell’erba, ma gli dirò anche di questa slavina, che scende ancora giù, sotto i 1300m di quota, intasando il canalone con terra, pietre, neve, alberi sradicati. E dire che qui sotto c’è la mulattiera…

Quella strada che, poco più di un anno fa, percorrevamo con il gregge in transumanza, diretti a Balmafol. Adesso sarebbe impossibile valicare la slavina… Chissà se basterà un paio di settimane, per far sciogliere la neve? Ma… e tutto quell’intrico di rami, tronchi, radici? Chi aprirà la pista?

Per adesso l’unico gregge incontrato su per quelle montagne è questo piccolo gruppetto di pecore con la loro pastora. Non si sentono ancora i belati e le campanelle lassù in alto, ma oggi la montagna è viva soprattutto perchè ci sono queste piccole greggi, che permettono di utilizzare anche appezzamenti ridotti e scoscesi, proprietà frammentate, viottoli che attraversano le borgate semi abbandonate.

L'alpeggio e la neve

Così come l’appassionato di sci non vorrebbe dover spalare la neve al mattino per recarsi al lavoro, ma la apprezza quando risale la valle nel fine settimana, anche il margaro ed i pastore sono felici che, lassù, le montagne siano completamente imbiancate. Se la stagione sarà normale, cadrà ancora altra neve… Magari in primavera non si potrà salire prestissimo, ma l’erba sarà abbondante, i torrenti ed i laghi torneranno al passato splendore, la fonte che rifornisce l’alpeggio non dovrebbe più seccarsi nel mese di agosto.

L’importante è che le baite dove risiedono pastori e margari reggano sotto il peso della coltre nevosa, da anni mai così abbondante. Qui al Planet siamo a quota relativamente bassa, quindi la primavera e l’erba verde arriveranno prima. La strada che sale al colle è una pista bianca, qua e là interrotta da alberi schiantati al suolo dal vento e dal peso della neve.

Un cartello ci dice che lassù si vende formaggio e Sairas, ed è quello autentico, perchè quella famiglia di margari si tramanda da generazioni la ricetta della bouno. Non sapete cosè? Allora magari un giorno ve lo racconterò… Oggi qui si parla di neve. "Sotto la neve pane"… e formaggio!

Sotto la neve infatti ci sono i pascoli: questi morbidi pendii che oggi fanno la gioia di escursionisti con le racchette e di scialpinisti… io li penso già con l’erba verde. Per adesso va bene così, ma verso marzo, aprile, uno si stufa poi di vedere solo bianco in montagna, inizia a desiderare fiori, ciuffi di erbe di diverse tonalità di verde!

Là dove c’è una sagna, una piccola sorgente, il terreno è più caldo e la neve si è già sciolta, lasciando affiorare l’acqua corrente e le prime foglie tenere. Tutto il resto è solo una candida coltre e gli animali selvatici hanno lasciato il loro segno sulla corteccia delle piante, una delle poche fonti di nutrimentoa disposizione.

Ma l’alpeggio, dov’è? Pur esposto in pieno sole, è quasi tutt’uno con il pendio. La stalla sembra un trampolino per fare un salto con gli sci! Che silenzio quassù: oggi non ci sono i muggiti, il suono dei campanacci, solo un vento leggero.

Ed è così dappertutto, di valle in valle. Ai piedi del Monviso si respira la stessa pace, quest’anno i pascoli riposano davvero, non saranno bruciati dalla siccità e dal gelo come nelle scorse stagioni. I pastori nomadi, forse solo loro, pagano il prezzo di questo vero inverno, quasi come quelli di una volta, ma per tutti, quando arriverà la primavera, le cose andranno meglio e non ci sarà da piangere per l’erba che non c’è.

Non è una valle, ma…

Dovevo andare in Valchiusella, poi alla fine la meta è cambiata e sono andata sempre nel Canavese, ma in un posto che una valle non è. Questo non vuol dire che non ci siano alpeggi, anzi! La Comunità Montana si chiama "Dora Baltea Canavesana", per indicare il tratto piemontese della Dora e quelle montagne che la circondano. Però a me non sembra una valle, vista l’apertura sulla pianura!

Di animali se ne incontrano tanti, al mattino è tutto uno scampanio di vacche che escono dalle stalle e vengono condotte nei pascoli, recintati con fili e fettucce elettrificate. A certe quote è difficile parlare di veri e propri alpeggi, anche se comunque qui gli animali salgono in primavera (più presto che altrove) e scendono nel tardo autunno.

Finalmente, lasciate in basso le case (e, ahimè per i margari, anche le strade), salendo tra boschi ricchi di funghi e piante di mirtilli cariche di frutti, poco per volta ci si addentra nel vallone, arrivando a scorgere l’alpe Druer e le numerose baite non più utilizzate. Di erba ce n’è ancora in abbondanza, anche se i cinghiali hanno danneggiato ampie porzioni di pascolo.

L’alpeggio, ben ristrutturato e dotato di centralina idroelettrica, è di proprietà della famiglia Chiavenuto. Arrivo in tempo per assistere alle fasi finali della caseificazione. Dalla caldaia escono tre grosse forme, ma ad inizio stagione di caldaie di latte se ne riempivano due!

E’ sempre una sorta di rito magico vedere le mani che si immergono nel siero ed escono con quella massa tiepida che poi verrà depositata nelle forme. Come ogni rito, anche qui ha le sue caratteristiche, i suoi "segreti": latte intero + latte a cui è stata tolta la panna, la cagliata viene messa nella rairola dentro alla forma, schiacciata, poi il casaro capovolge il tutto di nuovo nella caldaia, estrae la forma, la gira e la rimette nella forma, senza più usare la tela… E così via.

In cantina restano le tome meno stagionate, perchè una volta al mese si scende per consegnare i prodotti al commerciante (questo alpeggio è autorizzato alla vendita da apposito marchio "bollino CEE"). Vendita diretta ce n’è poca: "Passa poca gente… Quasi tutti Tedeschi che fanno la GtA e si lamentano perchè il sentiero è segnato male! Poi la gente non compra più i formaggi come una volta, chi ti prende ancora la toma intera? Le famiglie non sono più numerose come un tempo. E poi uno ha il colesterolo, uno è allergico, l’altro intollerante, l’altro…"

Al Colle di Giassit, sopra l’Alpe Bechera, ci sono alcuni cavalli al pascolo. La mandria sta uscendo dalla stalla, si sentono le urla dei margari, l’abbaiare dei cani, lo scampanio. Più in alto invece si è già messo in cammino un gregge di capre (ma ci sono anche tre pecore, le vedrò soltanto dopo).

La mandria viene condotta dai due fratelli al Colle della Lace, per andare a pascolare sul versante che si affaccia sulla Valle Elvo. Ci sono numerose vacche Castane, insieme alle Pezzate Rosse. Mi ha però colpita questa capra nana: invece di unirsi al grosso gregge di capre che cammina più a monte, per poi scollinare nello stesso punto delle vacche, lei ha scelto di seguire le vacche!

Finalmente tutta la mandria supera il tratto ripido del sentiero e ridiscende dall’altra parte… I due fratelli sono stati di poche parole, anche se mi hanno detto che potevo fotografare a mio piacimento. Mentre cumuli di nuvole basse non si allontanano dal Biellese, verso la Val d’Aosta sembra che stia già piovendo, quindi mi affretto a rientrare.

Al colle sono rimaste solo le capre… Giù alla Bechera, mentre mi disseto alla fontana il margaro mi fa notare come non sia vero che lì non manchi niente… E’ vero, ci sono gatti, polli, maiali e tutto il campionario di animali che possono esserci intorno ad un alpeggio, ma manca la strada. Eppure, affacciandosi appena dietro, sul versante valdostano, si vede come la draga stia ultimando la pista che conduce all’alpe sottostrante, nel vallone di Giassit. Sfortunati, questi margari valdostani che invece alpeggiano in Piemonte!

Al Druer le vacche adesso sono al pascolo: questa porta al collo una campana che attesta la partecipazione alla Battaglia delle Regine di Tavagnasco… Grande è la passione per le Reines, in queste terre di confine con la Vallèe.

Questi altri animali si rinfrescano a monte della vasca di captazione per la centralina: presto i loro piedi affronteranno la transumanza. "Se va tutto bene e non nevica, stiamo su fino al 4 ottobre. Erba ce n’è… Scendiamo a piedi, ci fermiamo un mesetto in un posto più in basso, poi sempre a piedi si va alla cascina vicino ad Ivrea. Guai, dovessimo usare i camion… Troppe spese, la roba non vale più niente, i vitelli meno che mai, e le spese sono sempre di più!"

Un ultimo dettaglio: quassù è ancora praticata la fertirrigazione. Ecco il motivo del verde intenso dei pascoli e delle chiazze marroni laddove è appena stata fatta scorrere "l’acqua"! Non più in uso le antiche canalette, sostituite da moderni tubi in plastica, ma la distribuzione del letame misto ad acqua sui terreni viene ancora fatta, e con buoni risultati. Altri tempi quelli in cui si scavava a mano tutti i fossi o, altrove, si spargevano a mano le buse secche, per concimare ed avere erba migliore l’anno seguente.

Un giorno non basta

La stagione d’alpeggio si avvia alla fine e la tentazione è forte… quella di non scendere a valle, rimanere lassù fino al momento della transumanza, perchè il pensiero della pianura, dell’inverno, di tutto quello che comporta mette malinconia. Quindi il blog non viene aggiornato, anche se la mia lontananza significa tanto materiale che meriterebbe di essere narrato qui. Un giorno solo però non è sufficiente per riassumere tutto, quindi…

Iniziamo da quella mattina di nebbia sul fondovalle, quando invece lassù splendeva il sole, pur nell’aria frizzante dell’estate che va a finire. Bisogna salire presto, perchè altrimenti in gregge si mette in cammino di sua spontanea volontà, avviandosi verso il basso, dove l’erba è più verde. All’inizio della stagione le pecore avevano già pascolato quei versanti ed oggi la ricrescita dell’erba è abbondante…

Il pastore però non vuole che gli animali vadano laggiù: "Se mangiano quell’erba fresca, dopo non vogliono pascolare quella più vecchia, fanno girare le scatole tutto il giorno, cercano sempre di scendere… Prima finiamo quel che c’è qui in alto, poi… gli ultimi giorni, quando aumenta il rischio di neve in quota, allora si pascolerà anche la ricrescita."

Qualcuno quindi deve partire molto presto dalla baita, quando ancora il sole non è arrivato a scaldare un po’ la terra, per salire lassù dalle pecore, prima che si alzino e si mettano in cammino. Capita di trovare tutte le cime imbiancate, se nella notte ha piovuto… E allora cali ben bene sulle orecchie il berretto, anche se finalmente il sole arriva. Qualche volta il gregge ti ha preceduto, e allora ti sgoli ad urlare, fischiare, mandare il cane a serrare i ranghi ed indirizzare gli animali dalla parte giusta.

Prima di metterti veramente in cammino verso i pascoli, tocca però fare un giro nelle retrovie, per vedere se ci sono stati dei parti notturni. E’ vero che gli agnelli che nascono sono la "ricchezza" del pastore, ma se devi trasportare a valle 7-8 piccolini (e le rispettive madri), tutte quelle nascite magari non le consideri proprio un gran bell’inizio di giornata!

E così, quando arriva su Albino, scendiamo a valle con pecore ed agnelli. Un po’ tenuti per le zampe, un po’ nello zaino, uno persino come scomodissimo colletto… E le pecore cercano di scappare, non vogliono scendere, prendono altre strade. Che faticosa discesa! Ogni tanto ci si ferma per far riposare le braccia sempre più stanche ed irrigidite. Quando finalmente si arriverà al recinto che funge da nursery, solo dopo che tutte le pecore saranno entrate, allora si tirerà un sospiro di sollievo.

Il giorno successivo il trasporto sarà un po’ più facile, ma meglio ancora andranno le cose quando si porterà a valle un’unica bravissima pecora che aveva partorito la sera prima. Segue amorevolmente il pastore che trasporta il suo piccolo e lo allatta durante una sosta a metà strada. Poi, il mattino dopo, nessuna nascita nel gregge. In compenso, le pecore sranno scappate verso valle, ma… quella è un’altra storia, ve la racconterò poi un altro giorno.

Lavori quotidiani

In alpeggio di lavoro ce n’è sempre, ma si riesce anche ad avere qualche momento di riposo. "Ma come, fate il pisolino dopo pranzo?". C’è chi te lo dice come se ti dovessi vergognare, e tu non stai nemmeno a spiegare che, di notte, la sveglia è suonata due volte (alle 2:00 ed alle 5:00), per andare a controllare quella vacca prossima al parto… Lascia che la gente dica e continui a pensare che quassù si trascorre una vita incantata.

C’era da andare a vedere le vacche di là nella montagna francese e portare loro il sale. Finalmente la strada è stata risistemata, anche dalla mulattiera militare sono state rimosse le numerose frane, così si riesce a salire abbastanza vicino alla mandria senza dover portare il sacco a spalle nello zaino. Gli animali si accalcano, golosi di sale, poi si resta per un po’ ad osservarli, per controllare che tutto vada bene.

Ma è l’uomo che osserva le vacche o le vacche che osservano l’uomo? "Solo stando insieme a loro, puoi capire come vanno le cose, se c’è un animale che non sta bene, se si avvicina l’ora del parto per un’altra." Per fortuna è uno di quei casi in cui non c’è nessun problema, a parte le tante mosche, insolite per questa quota. Probabilmente il perchè va cercato nelle temperature, alte anche quassù. Figuriamoci in pianura…

E poi, giorno dopo giorno, la routine comprende lavori come tirare il filo per "dare il pezzo" alle vacche nei pressi della stalla. Mazzetta, picchetti e bobina di filo, si prepara una nuova porzione di pascolo che verrà poi aperta agli animali nei giorni successivi. Quando c’è un "momento libero", ci si porta avanti con i lavori per far poi fronte alle emergenze successive.

I pascoli stanno cambiando colore, fioriscono specie più tardive, non c’è più il tappeto multicolore delle scorse settimane. Sfiorisce l’arnica e l’onobrichis, continuano a far bella figura le margherite ed adesso c’è tanta centaurea di un bel color violetto. E questa campanula? Di che specie è? Non se ne vedono altre intorno, nella foto perde la sua tonalità più rosso/viola e molto meno azzurra di quello che appare qui. Foglie strette, allungate e pelose, non ne ho mai vista una così. Ho guardato qui a casa sui libri, ma non ne sono venuta a capo perchè quelle simili sono segnalate in altre parti d’Italia o a quote inferiori (qui siamo sui 2100m, suolo calcareo).

Nel tardo pomeriggio magari bisogna salire su in alto, per controllare la mandria che da sotto appare solo come un insieme di puntini bianchi sul versante. Ci sono tutti, gli animali? E quelle prossime al parto devono già esser fatte scendere nei pressi della baita? Si controlla anche il filo, che non sia stato strappato, o la batteria, che sia ancora carica. Poi finalmente si può scendere quando ormai in cielo iniziano a brillare le stelle più luminose, nel crepuscolo che avanza.

Anche in alpeggio c’è la stalla, qui viene effettuata la mungitura, si ricoverano agnelli o vitelli di pochi giorni di vita. Qui avvengono i parti e le prime poppate, magari assistite per facilitare le cose. Se tutte le vacche fossero docili e pazienti come questa, le cose sarebbero più facili. "Qualche volta il vitello non ne vuole sapere di poppare, devi mungere la madre e poi allattarlo con il biberon. Ci va tanta pazienza…". Ed infatti ogni tanto senti qualche esclamazione da parte degli uomini, proprio quando la pazienza viene meno!!!

In un mattino di sole dove però fanno capolino le prime nuvole che scaricheranno altri rovesci di pioggia, è tempo di portare il sale (questa volta a spalle) anche lassù, alla mandria che ancora riposa beata. Il toro apprezza e lecca lentamente. Sembra incredibile che una bestia di tale mole possa spostarsi con facilità tra rocce e ripidi pendii. Qua e là i versanti sono segnati da alcuni sentieri scavati dagli animali, specialmente nei pressi delle sorgenti dove si recano periodicamente a bere.

Non avresti quasi voglia di scendere alla baita, stai lì e guardi gli animali, loro guardano te e, soprattutto, sorvegliano le mosse del cane che aspetta a fianco del padrone. Chissà cosa si staranno dicendo… Sembra proprio che abbiano delle interessanti notizie da scambiarsi!

Ormai alla sera il sole inizia ad assumere un’inclinazione che sa già di fine stagione. Qua e là ci sono le macchie rosa scuro degli epilobi fioriti, un colore che annuncia l’ingiallimento dei pascoli, giornate più corte, l’aria di neve che si avvicina… Sembra incredibile, ma pare che il più sia già passato, non manca poi così tanto tempo prima del momento in cui dovrai già iniziare a pensare al ritorno in pianura. Ancora quel paio di settimane in agosto, poi settembre volerà via in un attimo, e si tornerà giù, in quella pianura dove adesso imperversano violenti temporali, grandinate che rovinano i campi di mais, trombe d’aria, pioggia che pare un monsone equatoriale.

Gli amici vaganti

Anche gli amici di questo blog sono vaganti, come i pastori (e la vostra Autrice!). Nei loro viaggi, gite, escursioni, non si dimenticano però di scattare qualche immagine da inviarmi. Ancora grazie!

Così Carla ha pensato alle statue pastorali quando si trovava a Druogno (VB) in Val Vigezzo e dove questa pastorella con capra fa bella mostra di sè in piazza tra le rose.

Mauro invece è stato in Val Maira (CN), a Chiappera e, salendo verso il Col Maurin, alle Grange Marin ha incontrato questa mandria di vacche piemontesi.

In Val Chisone invece ha trovato un pastore che i miei lettori più fedeli riconosceranno certamente, visto che è sulla copertina di "Dove vai pastore?" ed è anche il protagonista del video girato lo scorso autunno per la mostra al Museo Etnografico di Pinerolo. Giornata calda, sembrerebbe…

Anche Mari è andata a trovare Fulvio, accompagnandolo nella transumanza estiva da Fenestrelle a Prato del Colle. L’ho già detto al mio amico pastore, ormai mezza valle è territorio suo, da Pragelato fino ad affacciarsi sulla Val Sangone! Il più vagante dei pastori, 365 giorni all’anno a spostarsi da un comune all’altro…

Poi di nuovo sui pascoli, magari un po’ sassosi ed accidentati, ma dove "uomini ed animali sembrano essere più felici che in pianura", ci racconta Mari. 

Sempre lassù nel Vallone di Rouen, la nostra amica ha anche visto un "animale mitologico". Quante volte Fulvio mi ha narrato di questo becco, sfuggito con un gruppo di capre ad un gregge di un allevatore locale e rimasto lassù tra le rupi con le sue compagne, inselvatichendosi e riuscendo a scampare ai ripetuti attacchi del lupo.

Ancora una bella immagine simpatica, l’asino che "bagna la biava", così si dice in dialetto, riferendosi a questi animali quando si rotolano nella polvere a gambe all’aria.

Ispirato dal post botanico di ieri, Amedeo invece mi ha spedito alcune foto di fiori, tra cui queste orchidee (Orchis sambucina, nella colorazione gialla e violetta).

C’è poi anche questo bel fiore giallo tra le rocce calcaree, che non ho mai visto qui sulle Alpi. Direi che è un anemone, o comunque un appartenente alla famiglia dei ranuncoli. Chi è che ce lo classifica? Grazie ancora a tutti voi, aspetto chi è in zona questa sera alle Bigorie di Oncino per "Sotto le stelle dei margari", poi sabato prossimo 2 agosto a Sant’Anna di Bellino (Val Varaita), ore 14:30, dove interverrò ad un convegno insieme ad altri relatori, parlando di pastorizia e di come può nascere l’amore per questo mondo.

L'erba è solo verde?

Evidentemente ci sono cose che ti restano dentro… La botanica all’inizio era un gioco, nomi latini che la mamma diceva a me bambina durante le gite in montagna. Poi un qualcosa da studiare, un esame all’università, quindi un’applicazione pratica nel corso di alpicoltura, un mezzo mestiere ai tempi della tesi e poi successivamente, con la borsa di studio. Vegetazione dei pascoli, infiniti rilievi chinati giù sull’erba, sotto il sole, il vento, anche la pioggia e qualche fiocco di neve. Una preparazione alla pastorizia?

Senza tanti rilievi scientifici, i pastori conoscono i loro pascoli. Hanno nomi in dialetto per le piante più comuni, quelle che attirano l’attenzione con la fioritura multicolore, quelle velenose che le bestie non mangiano, quelle erbe "verdi" che invece sono preferite dalle pecore, altre dalle vacche. Si conoscono anche le erbe medicinali, anche se quella è una tradizione che lentamente va a perdersi, sostituita da medicinali sintetici sia per le persone, sia per le bestie.

Qualche volta, l’erba bassa e quasi strisciante è in realtà un ottimo pascolo. Quantità e qualità non sempre vanno di pari passo. Questa valletta a Lotus alpinus è una di quelle… Una conca fresca, dove la neve è rimasta più a lungo e che ora spicca per il verde intenso, costellato da macchie gialle (non solo loto, anche Heliantemum…).

Che intensità di colore, questo tappeto di loto e timo… Niente da fare, la passione per le piante è rimasta, quando cammino in mezzo a questi pascoli, classifico mentalmente, qualche volta fotografo, spesso mi rimprovero per aver dimenticato dei nomi e mi arrovello fino a quando genere e specie escono dai meandri del cervello e tornano ad essere associati ad un fiore. Il pastore ride alla mia litania: "Ma perchè poi in latino…?". Nomi incomprensibili, ma nello stesso tempo riconoscibili da un botanico statunitense e da uno del Sud Africa, anche se li dice un pastore di una sperduta valle alpina.

Che tappeto di colori, che profumo! Quest’anno lo spettacolo è più bello che mai, le piogge hanno garantito una fioritura meravigliosa. Merito è anche del terreno calcareo, che solitamente garantisce una biodiversità maggiore, con un’alta presenza di leguminose. Altro che "erba verde"!! Questo poi è il momento migliore, il culmine della fioritura… E pensare che adesso le vacche sono lì che stanno pascolando…

Sarà per questi fiori che un tempo si diceva, a riguardo dei formaggi del Moncenisio, che fossero i migliori? (Meardi F. in "Inchiesta Jacini", 1883)

Nel circondario di Susa l’industria casearia è maggiormente sviluppata sopra le Alpi dell’altipiano del Moncenisio, ricche di ottimi pascoli. I prodotti caseari sono le griviere, le fontine, i fomaggi bleu detti moriennesi, o moriennenghi, i formaggi bianchi o tome ed i cosiddetti sairas. Le griviere e i formaggi bleu sono fabbricati sul Moncenisio, le fontine sopra le Alpi della Novalesa, i caci inferiori sono prodotti per tutto il circondario. La produzione massima ha luogo nella stagione estiva, sia pei pascoli abbondanti e buoni, sia perché procurasi di ottenere in principio d’estate lo sgravamento delle vacche, e queste perciò son fresche di latte.

Si fabbricano griviere grasse con latte bovino da scremare, e quelle magre con latte scremato in parte; nel primo caso con la panna si fa il burro, e col siero del formaggio un sèiras molto scadente.

Le griviere sono vendute parte in Italia e parte esportate in Francia. Le fontine sono fabbricate nello stesso modo e commerciate in Italia. I moriennesi sono prodotti in grande quantità al Moncenisio, son fatti con latte bovino, ovino e caprino, sfiorati pochissimo. Essi sono consumati in Italia e in Francia.

Qui invece la fioritura non c’è più, le pecore hanno già pascolato a fondo, ed infatti il pastore, con l’aiuto del fedele Parìs, sposta il gregge verso il basso… In questi giorni è iniziata infatti una piccola transumanza verso altri pascoli, lassù ad alta quota…

Chilometri di filo

Là nell’alpeggio basso di Prapiano l’erba ormai è finita. "Guarda com’è diventato pallido…", e infatti il pascolo ha cambiato colore, specialmente se lo si confronta con quelli in piena fioritura a quote maggiori. Intendiamoci, non è rasato fino alle radici, fino alla nuda terra come ho visto altrove, alpeggi in cui "viene dato il pezzo", cioè quotidianamente (o comunque ogni pochi giorni) viene allargato il recinto affinchè gli animali pascolino solo quella determinata fascia. In certi casi questa razionalizzazione viene fatta in modo sbagliato (spazio troppo ristretto per le dimensioni della mandria, oppure permanenza eccessiva nello stesso punto) ed il cotico erboso ne soffre.

E’ ora di cambiare zona! Oggi quindi le vacche risaliranno da Prapiano verso la baita, per poi essere divise. Quelle con i vitelli già grandi, quelle che non devono partorire a breve verranno mandate su, in quei pascoli così colorati, così profumati che è fin un peccato non avere una mandria di bestie da mungere… Chissà che latte ne verrebbe fuori…

Solo che gli animali non possono essere lasciati completamente liberi, bisogna in qualche modo delimitare il pascolo, specialmente le zone più pericolose. Così si crea una specie di trapezio aperto sul lato più lungo verso l’alto. Si chiude il lato ad est, lungo il bordo della pietraia scoscesa, si delimita il lato più a valle, per dividere il pascolo in due zone, una da pascolare prima, una che verrà utilizzata in tempi successivi, mentre il lato ad ovest, lungo la cresta del ripido canalone, è la demarcazione tra ciò che pascoleranno le vacche e ciò che le pecore hanno già mangiato una prima volta. In alto niente, le vacche saranno libere di salire fin verso le pietraie.

Che faticaccia! Portare su a spalle tutti quei picchetti, la mazza, il rotolo di filo! Tondini di ferro pesanti, "isolati" con un pezzo di gomma in cima. "Questa invece è un’idea mia a costo zero! Sfilo i picchetti delle reti vecchie, quelle da buttare, così ho tanti picchetti in plastica. Ne metto uno in ferro e 3-4 di plastica in mezzo, avanti così." Di là in Francia ho già visto usare bastoncini da sci rotti, per mettere i fili… Ma anche leggerissimi picchetti in vetroresina. Un margaro però mi ha detto che sono sì pratici, ma con il freddo si screpolano e maneggiarli vuol dire piantarsi nelle mani taglientissime micro-scaglie. Comunque, carichi come bestie da soma, si fa avanti ed indietro con tutti gli attrezzi, fino a quando chilometri di filo vengono tirati, compresi quelli all’interno del recinto per isolare un punto pericoloso dove è meglio che le vacche non vadano. Da domani, non ci sarà più bisogno di scendere giù quotidianamente a vedere la mandria, basterà alzare gli occhi lassù… E poi salire a piedi, perchè un controllo quotidiano ci vuole sempre!