Lo ripeto ancora una volta

Credo che non mi stancherò mai di spiegare questo concetto, di illustrarlo tramite esempi ed immagini. L’uomo può far grandi danni all’ambiente ed alla natura, a qualsiasi quota e latitudine, anche praticando agricoltura e allevamento, ma una corretta gestione del territorio fa sì che il paesaggio e la biodiversità ne traggano dei benefici.

Prendiamo un luogo qualsiasi, in una valle a poca distanza dalla pianura e dalle città. Le prime alture, una strada sterrata che congiunge diverse frazioni, in questa stagione disabitate. Il clima particolare di quest’anno fa sì che i colori siano quasi insoliti. Ci sono i gialli, gli arancione, rosso e marrone chiaro dell’autunno, ma c’è un verde nei prati che sembra quasi primavera.

Questo verde, questi prati sono belli da vedere, ma non sarebbero così se in zona non ci fosse (ancora adesso) un piccolo gregge. Gli animali sono chiusi nelle reti, non c’è nessuno a condurli al pascolo, ma il recinto viene via via spostato di modo che abbiano sempre da mangiare. Non so chi sia il proprietario, non so come vengano gestiti, ma è sicuro che la loro presenza lì faccia sì che il territorio abbia questo aspetto.

Il gregge è sorvegliato da cani da guardiania, che tengono lontani eventuali elementi di disturbo, sia predatori, sia malintenzionati a due gambe. Il suono delle campanelle, anche l’abbaiare dei cani fa sì che il territorio sia più vivo. Altrimenti qui ci sarebbe solo il silenzio. Le baite, anche quelle ristrutturate, sono tutte chiuse. Un tempo sicuramente a queste quote si abitava tutto l’anno, oggi si sale solo o per lavoro, o per momenti limitati di relax.

Qualche teorico della wilderness probabilmente non apprezza e reputa questi animali superflui. O magari addirittura dannosi. Un piccolo gregge qui però è quello che ci va. Con i tempi che corrono questo è più un hobby che un reddito (non si vive solo con una ventina di capre e pecore), ma il ruolo svolto è impagabile. Altrove (oltreconfine) questa funzione del gregge è riconosciuta, ma in Italia giorno dopo giorno sembra che ci si ingegni particolarmente per trovare nuovi ostacoli per contrastare soprattutto i piccoli allevatori di montagna.

Continuando l’escursione, attraverso paesaggi come questo. Tutta natura? No. A parte il gruppo di case ormai semi-crollate, l’uomo ha permesso questa alternanza di colori continuando a gestire, tramite il pascolamento, il territorio. Sicuramente c’è già stata una regressione dei pascoli rispetto a quando in quelle baite si abitava stabilmente.

Almeno d’estate, qui sale ancora qualcuno con gli animali. Vacche sicuramente, magari il gregge che ho incontrato prima. Oltre al paesaggio quindi, il turista può godere anche dei prodotti dell’allevamento.

In questa stagione non c’è più nessuno, o quasi. Infatti incrocio due scrofe con i loro porcellini che, indisturbate, scendono lungo la strada. Per qualche attimo, sentendo i versi in lontananza, avevo temuto si trattasse di cinghiali, guardandomi intorno per trovare una via di fuga!

Qui è il Colletto, dove termina la strada e si può proseguire seguendo diversi sentieri segnalati. La neve fresca, gli alberi in veste autunnale e i pascoli ben brucati. Quest’anno, tra pioggia e temperature miti, l’erba è addirittura ricresciuta e si potrebbe teoricamente ancora pascolarla! Ma se non fossero passati gli animali… cosa si vedrebbe?

Questa foto è stata scattata qualche settimana prima delle precedenti, in un’altra valle, ma rende bene l’idea. Davanti vedete un prato curato, sfalciato e pascolato. Dietro un prato abbandonato, con l’erba alta e secca, il bosco che avanza. Non so, a voi quale dei due piace di più? Nella frazione accanto a questo prato c’era un anziano, forse l’unico abitante, con alcune vacche. Voi ci pensate, a tutto questo, quando siete in montagna?

Chi scende e chi risale

Il fondovalle risuona di campanacci che se ne vanno, le montagne invece sono sempre più silenziose. Lassù resistono in pochi, le transumanze raggiungono le strade asfaltate, qualcuno prosegue con i camion, altri a piedi.

L’aria del mattino è fredda, umida, la nebbia incerta. Potrebbe splendere il sole, potrebbe calare di nuovo la coltre grigia che il giorno prima non ha dato un attimo di tregua ai pastori. Nel silenzio della montagna, risuonano i bramiti dei cervi. Poi qualche campana e l’abbaiare di un cane nei pressi di un alpeggio ancora abitato. Qualcuno lascerà la montagna dopo il gregge.

Il gregge lo sento, prima di vederlo. La strada fa una curva nel bosco e, da quella direzione, si iniziano a sentire belati, campanelle, le grida del pastore. Poi ecco che il fiume bianco invade la via. Il pastore mi aggiorna sulle novità, la nebbia fitta del giorno prima, la ricerca dei cavalli quel mattino, gli agnelli caricati nel pick-up, le tappe di quella transumanza.

Non è ancora la vera partenza, però è già come se iniziasse il pascolo vagante. Si lascia l’alpeggio e ci si sposta su altri pascoli più in su per la valle. E’ cominciato il cammino del gregge, quasi quotidiano, che per mesi non si fermerà più. Le pecore paiono averlo capito, sono incontenibili, un’onda che straripa ovunque. Davanti bisogna correre, i cani sembrano non avere ancora tanto l’abitudine a parare lungo le strade.

I margari dell’alpeggio confinante vengono a dare una mano, per controllare che il gregge non spacchi i fili. L’erba lungo la strada è già stata quasi completamente pascolata, quindi gli animali non dovrebbero sconfinare. Poi, più a valle, si taglia giù per il bosco, così da non toccare ciò che è stato lasciato indietro per l’ultima settimana.

Il gregge pare calmarsi quando vede che, invece di puntare verso il fondovalle, si imbocca la strada che prosegue in quota. E così, con una fila abbastanza ordinata alle spalle, il pastore prosegue il suo cammino. Uno in testa, l’altro in coda, l’auto si andrà poi a prenderla dopo, una volta giunti a destinazione.

Ci sono anche altri margari che non sono ancora scesi. Le vacche iniziano a muggire e scendono di corsa, quando vedono arrivare il gregge. Le pecore tengono la strada, poi poco dopo il pastore devia nel bosco, scendendo. Mentre già si è tra larici e pini, i muggiti si fanno più forti e arrivano di corsa alcuni vitelli, alcune manze. Subito si teme che le vacche abbiano spaccato il filo, poi invece si capisce che si tratta solo di pochi animali che lo hanno saltato. I vitelli muggiscono come impazziti, non è facile farli uscire da in mezzo alle pecore, poi finalmente si può riprendere il cammino.

Si trova il sentiero nel bosco, gli animali devono camminare quasi in fila indiana. Il pendio è ripido, l’erba ormai secca. Non c’è fretta, ora si avanza lentamente, ma la meta è ormai vicina. Fa anche caldo, il sole non tarderà ad arrivare, per quel giorno il pericolo della nebbia sembra scongiurato. Gli animali conoscono il percorso, è lo stesso tutti gli anni, una volta ad inizio estate, una volta d’autunno.

Poi si arriva a destinazione. Una vecchia baita circondata da pascoli ancora verdi, l’erba ha ricacciato abbondantemente, dopo il passaggio del gregge nel mese di luglio. Sono quei posti che restano vivi grazie agli animali che li pascolano, altrimenti il bosco si riprenderebbe lo spazio, la radura sparirebbe, il paesaggio sarebbe più povero.

Splende il sole, l’aria è fresca, gli animali si allargano a pascolare dappertutto. Sono le giornate più belle, i momenti più belli. A questa stagione, con un tempo del genere, le pecore sono “ferme”, si riempiono la pancia, quasi sapessero che stanno per andare via, che devono mangiare tutto quel che c’è. Un amico viene a prendere il pastore, lo accompagnerà alla baita dove ha lasciato il fuoristrada.

Nuvole che vanno e vengono, quando nascondono il sole fa subito freddo, poi torna un dolce tepore. In questi momenti ci si può anche riposare, perdersi a guardare le pecore che pascolano, osservarle mentre ti sfilando davanti, spostandosi ora qui, ora là. Sono belle, la loro lana brilla nella luce radente del sole autunnale. Nonostante il maltempo, i pastori hanno fatto un buon lavoro, anche quest’anno il gregge farà bella figura durante la transumanza giù per la valle.

Tra le tante foto che scatto mentre sono lì a godermi lo spettacolo, c’è questa. Quando le riguardo a casa, la sera, la scelgo a simboleggiare una montagna che forse non esiste più, ma che sarebbe l’unica forma di montagna sostenibile. La montagna viva, la presenza dell’uomo, gli animali al pascolo. Eppure la baita ha delle crepe che mi fanno temere per il futuro. Sono le crepe che vediamo e immaginiamo ovunque… perchè non si può più vivere quassù, non si riesce a vivere con pochi animali, per di più in montagna dove le spese e le difficoltà sono maggiori che altrove. Soprattutto perchè certe spese e la burocrazia ti inseguono anche qui. A questo proposito vi invito a leggere questo documento del gruppo Terre Alte.

Altro simbolo di vita è l’acqua, l’acqua che arriva ad alimentare una bella fontana dietro alla baita, con una vasca ricavata da un masso scavato. Arriva il pastore, mangiamo pranzo, ormai è già pomeriggio. Poi per me viene il momento di rimettermi in cammino, seguendo a ritroso le tracce del gregge. Dall’alto un ultimo sguardo alla pecore, tanti puntini bianchi nella radura. Poi il bosco e la nebbia che mi attende quando ritrovo la strada. Autunno, colori che cambiano, le prime chiazze gialle sui larici, le bacche rosse del crespino e, di nuovo, i bramiti dei cervi che rimbombano nell’aria.

Una situazione “nuova” da risolvere in fretta

Da Ovest ad Est per presentare il mio libro, ma è anche un’occasione per vedere realtà per me “nuove” e trovarsi, alla fin fine, alle prese con “vecchi” problemi. Il caso ha voluto che, prima di partire per la Lessinia (VR), io mi trovassi a Torino a partecipare ad un Forum sul lupo dove, grazie alla presenza di esperti del calibro di Luigi Boitani, ho potuto avere risposta ad alcuni miei dubbi e curiosità. Non si può sapere tutto, io mi intendo di pastorizia e non di lupi, quindi è stata un’occasione per mettere a confronto direttamente le esperienze. Dopo la teoria… la pratica! In Lessinia i problemi con il lupo sono molto gravi e diversi da quello che siamo abituati a sentire normalmente nella realtà Piemontese.

Anche se sono stata invitata anche in occasione della prima mostra della Pecora Brogna, razza locale in via di estinzione (di cui vi parlerò domani), qui di pecore al pascolo in quota non ne ho viste. Sui Monti Lessini le malghe sono destinate ai bovini, le montagne vengono pascolate da mandrie. Purtroppo avevo poco tempo per girare, ma grazie all’ottima guida che mi accompagnava, ho potuto farmi un’idea di questa realtà. Un paesaggio diverso da quello a cui sono abituata, con rilievi a quota non molto elevata, una fascia di boschi sovrastata da altipiani erbosi. Il terreno è calcareo, quindi vi sono conformazioni particolari e pochissima acqua.

Le malghe sono per lo più private, divise tra Veneto e Trentino (ci si affaccia sulla Val d’Adige), servite da strade asfaltate e sterrate. Se è vero che gli animali allevati sono vacche da latte, la scoperta che questo latte non viene praticamente lavorato lassù è stata una sorpresa. Grazie alle vie di comunicazione ed alla breve distanza dal fondovalle e dalla pianura, il latte della Lessinia viene destinato alla produzione dei formaggi più disparati, non soltanto il famoso Monte Veronese DOP.

Qui a Malga Lessinia l’ho visto, annusato, assaggiato ed osservato nelle sue varie fasi, dal fresco di giornata allo stagionato. Ma questo è quasi un caso unico. Questa malga è alpeggio e rifugio, si fa accoglienza al turista, si vendono formaggi e si seguono gli animali. In altre realtà invece gli animali sono su al pascolo, gli allevatori salgono solo per la mungitura. Oppure resta su un anziano e i giovani lo raggiungono appunto per occuparsi della mungitura del mattino e della sera.

Non è la realtà d’alpeggio a cui sono abituata. Questa è Malga Lessinia, dove sono stata accolta con i famosi “gnocchi di malga” come piatto forte. Poi c’era “giusto qualcosetta” prima e dopo… Un ottimo pranzo un po’ calorico, dopo il quale avrei dovuto camminare facendo tutto il giro delle malghe per favorire la digestione!

Invece il tempo era poco, così ci siamo spostati soprattutto in auto, facendo delle tappe per vedere meglio questa realtà e parlare con gli allevatori. Ecco quella che, per me, è stata la principale sorpresa. Qui, in montagna, troviamo le razze da latte “più spinte”. Frisona, Pezzata Rossa, Brown Swiss, affiancate da poco altro, ma razze proprio “da montagna” io nel mio breve tour non ne ho viste. E forse qui sta uno dei vari aspetti del problema.

Tramite internet e i social network, da qualche tempo seguo e sono informata sui problemi che la Lessinia sta vivendo con il lupo. Però, prima di toccare con mano, non conoscevo questo territorio. Una volta sul posto ho potuto capire alcune cose. Gli allevatori sono esasperati, sulla porta delle malghe hanno affisso gli articoli di giornale dove si parla degli attacchi. C’è gente che è già scesa, ha portato in stalla i propri animali perchè la perdita di numerose vacche da latte rappresenta un danno non da poco.

Vacche ed asini. Qui hanno appeso quel che resta dello scheletro di uno dei dieci asini predati. Ecco la prima sorpresa: come mai gli asini? Chi mi sa rispondere? Perchè io ho sempre letto e sentito dire che l’asino può essere addirittura impiegato per difendere un gregge dalle predazioni del lupo, ma documentandomi meglio sto vedendo che sia si sono registrate anche altrove predazioni a loro danno, sia “non tutti gli asini sono adatti a proteggere le greggi“.

Qui è l’altro punto fondamentale. La maggior parte dei testi, degli studi, del materiale reperibile in bibliografia e on-line riguarda la predazione di lupo su “bestiame minuto”, ovini e caprini. Qua e là si verificano attacchi a bovini (specialmente – ma non solo – vitelli, vacche che partoriscono all’aperto, animali isolati con problemi fisici), oppure bovini muoiono in seguito agli attacchi perchè precipitano da burroni mentre cercano di sfuggire ai predatori. Come mai in Lessinia, invece di sporadici casi di attacco, abbiamo una vera e propria strage?

Se al primo settembre le predazioni del 2014 erano 36 (riconosciute ed accertate), sabato 13 settembre mi parlavano di 44, compreso un agnello trovato la mattina prima a poca distanza dalle case (le pecore non sono in alpeggio). Credo che, paradossalmente, se in Lessinia vi fossero greggi di pecore, il problema sarebbe molto più semplice da risolvere.

Le montagne sono “belle”, niente a che vedere con le realtà di certe vallate alpine. Qui un gregge è facile da sorvegliare per il pastore e per i cani da guardiania. Di notte gli animali si chiudono nel recinto e gli attacchi non dovrebbero essere frequenti e rilevanti come in un alpeggio per esempio del Piemonte, tra rocce, cespugli, nebbia, pendii ripidi. Ma qui le pecore sono poche, pochissime, stanno in basso e non salgono in alpeggio. Le capre addirittura stanno in stalla.

Queste vacche, per quel poco che mi intendo di bovini, sono “poco adatte” alla montagna. Non me ne vogliano gli allevatori della Lessinia, ma la Frisona non è una razza da alpeggio. Per quanto qui la montagna sia dolce e non con caratteristiche alpine, questi grossi animali, vere e proprie macchine da latte, faticano a spostarsi già solo per rientrare alla stalla per la mungitura. La loro non è una conformazione da pascolo in montagna. Figuriamoci cosa accade quando un branco di lupi le attacca. Immagino che siano completamente indifese e inadatte a qualsiasi tipo di fuga. Se già la Piemontese a volte è vittima del lupo, nonostante la sua indole più battagliera, figuriamoci questi animali!

Questa non è una cattedrale, ma una stalla. Colonne in marmo rosso di Verona, vi rendete conto? L’anziano malgaro si lamentava, la stalla sarà anche bella, ma non è pratica. Gli animali “non ci stanno”, sono troppo grossi. Certamente quando è stata edificata, le razze allevate erano differenti. C’è solo da augurarsi che questa stalla comunque non abbia da rimanere vuota. In questa azienda si sta riprendendo a caseificare in quota, ma l’evoluzione del problema lupo potrebbe avere serie ripercussioni sul suo futuro. Il fenomeno è generalizzato. Il bosco è in espansione, la superficie pascolabile si sta già riducendo, se gli allevatori non porteranno più su le mandrie, l’economia ed il paesaggio della Lessinia muteranno radicalmente.

Prima del lupo, ricomparso molto recentemente (nel 2012 la prima coppia stabile) in Lessinia, il principale problema da questa parte era l’acqua. Essendo un territorio con suolo calcareo, di acqua ce n’è poca, giusto queste pozze che fanno la loro comparsa qua e là nei pascoli e, fortunatamente, non arrivano mai ad asciugarsi completamente. Qui gli animali vanno ad abbeverarsi. Ma adesso la carenza di acqua sta davvero diventando un problema minore. Se non si trova in tempi molto rapidi una soluzione, qui l’allevamento è a rischio di scomparsa.

I lupi trovano riparo nei fitti boschi, poi salgono sui pascoli a cacciare. Qui vedete le vacche in attesa per la mungitura serale, ma fino a quando assisteremo a queste scene? Nell’incontro avvenuto a Torino, sono state dette tante cose sul lupo. Per esempio che il comportamento cambia da esemplare ad esemplare e da branco a branco. Il lupo è un animale “culturale”, apprende e trasmette ai cuccioli, ai membri del branco. I metodi di prevenzione degli attacchi variano da situazione a situazione, non è detto che ciò che funziona in Abruzzo sia efficace in Piemonte e così via. Ultima cosa, le razze di cani da guardiania attualmente impiegate sono state selezionate per la protezione del gregge, ma sui bovini non ci sono esperienze e non si sa ancora quale razza utilizzare. Mentre si studiano delle soluzioni, cosa devono fare gli allevatori?

E’ più importante proteggere assolutamente un predatore che attualmente non sembra più essere a rischio di estinzione, ma che sta ricolonizzando via via tutte le regioni, o garantire la sopravvivenza di un territorio, di un ecosistema che si regge anche sulla presenza dell’uomo e dell’allevamento? Ricordiamo sempre che la biodiversità delle aree pascolate… è legata appunto al pascolamento! Specie vegetali ed animali esistono perchè l’uomo interviene attraverso l’utilizzo del territorio con greggi e mandrie. Il lupo non è intoccabile, ma non può essere una singola regione a chiedere un intervento in sede europea, deve essere il Ministero dell’Ambiente. Visto che la procedura è lunga e visto che gli esperti sempre più frequentemente ammettono che sarà necessario iniziare a pensare a delle azioni di contenimento, non sarebbe ora di dare il via a questo iter?

Paesaggio e non solo in Svizzera

Devo ancora raccontarvi alcune cose della mia breve vacanza in Svizzera, aspetti che riguardano gli argomenti di questo blog. Per esempio, parliamo ancora di paesaggio!

A volte il paesaggio non è poi così speciale, ma… Cos’è che fa la differenza? In una giornata dal meteo sicuramente non eccezionale, va anche bene camminare lungo questo percorso (segnalato con frecce ad ogni bivio) dove sicuramente non vi sono paesaggi alpini mozzafiato o attrazioni turistiche particolari. Fa la differenza quel bordo strada curato, senza un’erbaccia. Fa la differenza lo steccato, che sicuramente ha solo una valenza paesaggistica e nient’altro, perchè ai fini pratici, se bisogna contenere degli animali, si preferisce il filo ed i picchetti mobili.

Nel paesaggio non stonano nemmeno troppo le rotoballe fasciate, in attesa di essere condotte al riparo in cascina. Buona parte dei prati sfalciati erano punteggiati da questi fagotti bianchi, mentre altrove si attendeva un po’ di sole per andare avanti con il taglio del fieno.

Lungo queste passeggiate per stradine secondarie asfaltate o sterrate, oltre alle panchine per il riposo di chi le percorre, ci sono queste che… non sono buche per le lettere! Qualcuno, commentando il precedente post sulla Svizzera, parlava di civiltà. E questo è un simbolo di civiltà. Perchè da noi gli escrementi dei cani non vengono raccolti dai loro padroni nemmeno quando imbrattano i marciapiedi dove gli esseri umani preferirebbero non trovarli. Ma qui li devi raccogliere anche in aperta campagna. E nessuno si sogna di mandare il proprio cane a correre in un prato o in un pascolo, sapendo che quell’erba verrà brucata o trasformata in fieno. Se non cambia la testa delle persone e non si inizia ad avere rispetto di tutto, sarebbe inutile posizionare in Italia queste cassettine. Ben pochi le userebbero, qualcuno si prenderebbe i sacchetti e… chi passerebbe a svuotarle e rifornire di sacchetti nuovi?

Ebbene sì, anche questa è Svizzera! Potete tirare un sospiro di sollievo, anche lì si usano le vasche da bagno come abbeveratoi per gli animali. Le ho viste in più posti, ma in generale più in fondovalle che nei valloni d’alpeggio, dove l’abbondanza di corsi d’acqua non rendeva necessario creare abbeveratoi. Comunque, parlo sempre solo di una zona abbastanza limitata, quindi non posso generalizzare.

Qui siamo in Alta Engadina, un territorio dove, a pochi chilometri di distanza, convivono una realtà rurale di alta montagna come questa (siamo ad oltre 1700 metri di quota, una vallata abitata tutto l’anno) ed il turismo più che esclusivo della rinomatissima St. Moritz.

Dov’è troppo ripido per sfalciare, c’erano recinzioni fisse ad accogliere questo gregge di pecore. Non si tratta di un vero alpeggio, credo che gli alpeggi propriamente detti fossero a quote maggiori nei valloni laterali. Qui sono terreni sui 1800-1900 metri a monte dei paesi che, per essere puliti, vengono fatti pascolare. Gli appezzamenti più a valle erano già stati brucati, restavano altri pezzi qua e là dove spostare il gregge a mano a mano che l’erba fosse finita.

Il gregge era, come la maggior parte di quelli che ho visto durante il mio soggiorno, composto da animali di razze differenti e proprietari diversi. Credo proprio che, da queste parti, siano in molti ad avere qualche pecora in stalla. Non grandissimi numeri, anche poche unità, per tener pulito il territorio. Mi era stato spiegato che il contributo lo riceve il proprietario degli animali per il semplice fatto di possederli, non chi li porta in montagna.

Più avanti nella valle, risalendo un versante per raggiungere uno dei passi che permettono agli automobilisti di uscire/entrare dall’Engadina, ecco altre reti tirate e piccole greggi, alternate a fili e mandrie. Insomma, non un lembo di territorio abbandonato, non curato.

Che dire del passo… L’Albulapass è forse il meno frequentato, con la strada più stretta, dei colli che uniscono l’Engadina al resto della Svizzera. Dal punto di vista dei pascoli è un sogno. Versanti che declinano dolcemente, pascoli che risalgono verso il cielo. Di animali ce n’erano tanti, ma l’estensione del territorio era così vasta da far sì che quasi scomparissero.

In certi tratti non c’erano nemmeno i fili a delimitare il pascolo, così vacche e manze transitavano anche sulla sede stradale. Nessuno si indignava. I rari automobilisti le scansavano per sorpassarle, allo stesso modo in cui superavano i ragazzi che si allenavano con lo skiroll.

In un ameno paesino incontrato scendendo dal passo, tra decorazioni e vasi di fiori, ecco un’azienda agricola. Quello che volevo segnalarvi, è l’aspetto forse meno evidente. Accanto ai cartelli che annunciano la vendita di formaggio di capra d’alpeggio, a sinistra della panchina c’è una cassetta con coperchio, dove la gente è invitata a lasciare il pane (vecchio) per gli animali. Non vi sembra una bellissima cosa?

Per finire, dal banco frigo di un supermercato, ecco un pezzo di formaggio. Cosa c’è di particolare? L’etichetta, che porta il logo “pro montagna” e che ritroviamo su salumi, yoghurt e su altri prodotti. Certo, sarà anche una “trovata pubblicitaria” della coop svizzera, ma io vi invito a leggere sul sito la filosofia di questo progetto. Un messaggio chiaro, efficace che, penso non solo a me, faccia spendere volentieri quei centesimi in più (e sull’etichetta è indicato esattamente quanti). “Pro Montagna è sinonimo di prodotti di qualità selezionati dalle regioni di montagna svizzere. I prodotti di montagna Pro Montagna offrono un valore aggiunto in termini di sapore e autenticità. Una parte del prezzo pagato dal cliente per acquisarli è devoluto al Padrinato Coop per le regioni di montagna. Comprando un prodotto Pro Montagna potrai sostenere le popolazioni di montagna svizzere. Con Pro Montagna puoi essere certo di aver acquistato un vero prodotto di montagna. Che rimarrà tale anche domani.Qui potete leggere cos’è il Padrinato coop e quali sono i progetti sostenuti.

In un vallone a caso, in Engadina

Di nuovo in Svizzera. Non so se queste puntate oltreconfine mi facciano bene o male. Da una parte uno ricarica le batterie e, soprattutto, vede che è possibile vivere e lavorare in montagna in modo civile e dignitoso. Poi però rientra in Italia e tutto sembra ancora peggio di quello che è. Vediamo di fare insieme una gita in un vallone scelto a caso sulla cartina. Siamo nella Bassa Engadina, cantone dei Grigioni.

Si parte da un villaggio di nome Guarda, e c’è da star lì a guardare queste case che spesso portano la data del 1500 o 1600. Non sono case ricche, sono case di un paese di montagna. Qui si vive di turismo e agricoltura, sul retro di queste case ci sono stalle, balle di fieno, mezzi agricoli. C’è ordine e pulizia ovunque, oltre al gusto di decorare con fiori e semplici composizioni davanzali e portoni.

Aspettate a dire che qui sono fermi al secolo scorso! Questa è una bella foto bucolica che serve a dimostrare quanto sia grande la cura del territorio. Dove le macchine non arrivano, si procede anche a mano. Ma le macchine arrivano quasi ovunque, e che macchine!!

Lungo la strada che risaliva l’ampio vallone, liscia come se fosse stata asfaltata, senza una pietra, una buca, con tutte le canalette per lo scolo dell’acqua ben pulite ed efficienti, di macchinari ne abbiamo visti eccome. Non trattori giganteschi, ma mezzi adatti alla montagna. Presumo che il loro costo non sia così ridotto, eppure chi lavora qui è ben attrezzato.

Io non ho mai visto nelle nostre valli mezzi del genere. E iniziano a venirmi in mente tante domande… Ma perchè non viene incentivato l’acquisto di questi trattori? Perchè i contributi non vengono dati solo se si scelgono attrezzature adatte alla montagna? Non so come funzionino gli aiuti in Svizzera, quasi sicuramente ci sono degli incentivi sia per l’agricoltura, sia per la cura del paesaggio, però sono soldi ben spesi!

Presumo che anche questi cartelli vengano dati da qualche Ente agli allevatori. Sono standard e li vedi ovunque alla partenza dei sentieri. Avvisano di tenersi lontani dalle vacche nutrici, che possono avere comportamenti aggressivi contro chi si avvicina troppo al loro vitello. Il passaggio per evitare la corrente invece è frutto della mentalità. Non c’è punto di attraversamento che non tenga conto delle esigenze sia dell’allevatore, sia degli animali, sia dell’escursionista. Ovviamente, i suddetti escursionisti rispettano, aprono, chiudono.

Si sale di quota, eppure continua lo sfalcio. Siamo quasi a 2000 metri, l’alpeggio è a poca distanza, ma i contadini vengono fin quassù con i loro mezzi per recuperare tutto il foraggio possibile. L’inverno è lungo, da queste parti.

Passato l’alpeggio, si iniziano a scorgere animali al pascolo, fili e reti tirati, zone che sono state pascolate, ma nello stesso modo continuano anche le aree sfalciate, a quote via via maggiori fin verso i 2.200 metri. O l’erba viene tagliata, o pascolata, ma non c’è un angolo abbandonato, un ciuffo di ortiche.

Anche se il tempo non è dei migliori, ogni tanto pioviggina e la visibiltà non è ottimale, potete farvi un’idea dell’estensione del vallone. Se i versanti “all’inverso” sono più ripidi e boscosi, “nell’indritto” invece si aprono questi valloni dolci, con pascoli molto estesi che accolgono greggi e mandrie. Animali ce ne sono, sparsi qua e là, ma non abbiamo i numeri immensi che vedremmo sicuramente dalle nostre parti.

Prima, contenuti dai fili che delimitano vaste porzioni di pascolo, incontriamo i bovini, insieme a qualche cavallo. Ci sono vacche con vitelli, vitelloni, manze, forse qualche vacca viene anche munta nella parte più bassa del “recinto”, dove termina la pista sterrata. Il senso generale che si respira è di grande pace e ritmi naturali.

Più in alto, al limite della nebbia, ci sono le pecore, che avevamo già avvistato un precedenza. Tanti gruppi più o meno grossi, non sorvegliati, liberi di spostarsi e pascolare a piacimento. Evidentemente qui non si sono ancora registrati problemi con il lupo! Sono animali di proprietari diversi, come si può intuire dalle macchie di vernice sulla schiena, sul collo. Non sono abituate all’uomo, scappano appena tento di avvicinarmi.

Ce ne sono anche a quota più bassa nella parte sommitale del vallone, poco sopra ad un rifugio alpino. Tra queste, ecco una razza locale, la pecora dell’Engadina, una pecora “rossa”. Per chi conosce il Tedesco, altre informazioni qui.

Mentre scendiamo, è l’ora del rientro delle capre all’alpeggio per la mungitura. Al mattino le avevamo viste pascolare accompagnate da un pastore, mentre adesso è tutta la famiglia a ricondurle all’alpe.

Vediamo una giovane coppia con la loro bambina. I cartelli segnalano la vendita di formaggio di capra. Solo in seguito, su questo sito, scopriremo qualcosa in più a riguardo: “(…) merita una visita il villaggio diGuarda, che ospita numerosi artisti e ci riporta indietro nel tempo, a quando, negli anni Settanta, ancora era diffuso l’allevamento di capre. All’inizio dell’estate il capraio raccoglieva dalle famiglie le capre e le portava in alpeggio. Poi l’attività fu quasi del tutto abbandonata. Ci ha pensato Maria Morell a riscoprirla. Ogni anno da giugno a fine settembre un centinaio di animali di razza Camosciata delle Alpi vengono portati sull’Alpe Suot, ad oltre 2000 metri. La politica agraria rossocrociata ha incentivato questa attività per evitare lo spopolamento di queste località. E i formaggi di Maria vanno a ruba negli hotel dell’Engadina.

Ecco le strutture d’alpeggio: abitazione e stalla per le capre, tutto dignitoso e in buon stato, con la bella strada che arriva fin davanti. Ci sono anche numerosi maiali in un recinto, ai quali sarà sicuramente destinato il siero della lavorazione dei formaggi. I cartelli (in Tedesco) invitano anche ad acquistare (o assaggiare?) i salumi prodotti qui.

Spero riusciate a vedere in questa foto la sottile riga delle reti tirate. I pascoli delle pecore infatti sono delimitati da centinaia e centinaia di metri di reti posizionate a suddividere le zone e tenere gli animali lontani sia dai pascoli delle vacche, sia dai prati che verranno sfalciati. Sicuramente ci saranno dei contributi per l’acquisto dei materiali, senza dubbio non è facile andare a posizionare e poi raccogliere tutto il materiale, però qualcuno lo fa.

A proposito di materiale, guardate questo elettrificatore con pannello solare. E’ triste constatare che il primo pensiero che viene in mente ad un Italiano sia: “Da noi, tanto più vicino alla strada, non durerebbe due giorni! Sparirebbe prima!“. Tornando invece alla gestione dell’alpe, presumo che anche qui funzioni in modo simile ad altre realtà che mi è capitato di visitare. Tutti gli animali dei residenti salgono sull’alpe, qualcuno a gestire e sorvegliare il tutto, in questo caso anche con i propri animali. Vista la conformazione dell’Engadina, isolata dal resto della Svizzera e raggiungibile solo attraverso passi alpini (ferrovia a parte), penso che non arrivino animali “da fuori”.

Si rientra a Guarda. E’ uscito anche un po’ di sole ad illuminare un paesaggio dove la strada che disegna un cuore pare davvero il simbolo dell’amore per la montagna. Non è che da noi non ci siano dei bei posti, anzi! Forse però manca un po’ di quell’amore, di quella cura per il territorio. Manca una politica che voglia il bene della montagna, manca la capacità di saper gestire le risorse (e non solo volerle sfruttare). I contributi investiti sulla qualità e non sulla quantità… Tanto per dire, qui non c’è un parcheggio, sia nei paesi del fondovalle, sia nelle frazioni dove terminano le strade asfaltate, che non sia a pagamento. Prezzi non esorbitanti, all’incirca 5 € per mezza giornata, ma che si pagano comunque volentieri perchè accanto al parcheggio c’è il WC, la bacheca con tutte le informazioni, il cesto per l’immondizia mai stracolmo, il vaso di fiori per abbellire il tutto.

Per concludere, ecco una locandina fotografata in una bacheca. Ahimè non sono andata anche ad Ardez per visitare quella bottega. Si tratta comunque di un negozio dove vengono venduti i prodotti ricavati dalla lana delle pecore locali. Ovviamente c’è anche un sito dove (usando il traduttore di google se non conoscete il Tedesco) potrete scoprire la storia di questo progetto ed ammirare i prodotti, le donne che li realizzano, ecc. Mi sembra molto significativo che, in Romancio, le pecore si dicano “bescha”. Come se le bestie per antonomasia siano appunto le pecore!

Fienagione difficile (e non solo quella)

Persino i TG, tra una notizia sensazionale e l’altra, sono riusciti a dire che il maltempo sta flagellando l’agricoltura. Ieri gli amici in alpeggio mi raccontavano di grandinate, di neve, oltre alle ormai costanti, onnipresenti pioggia, nebbia, nuvole. Problemi in montagna, ma in pianura non si scherza. Ci sarà da piangere quando sarà ora di rientrare in basso. Molti animali forse starebbero meglio giù già ora, con l’erba che cresce a vista d’occhio. In certe stoppie, dove non si è riusciti nemmeno ad imballare la paglia, l’erba è già più alta delle andane ormai annerite che marciscono. E i fieni?

Una fienagione difficilissima. Riuscire a tagliare, far seccare, imballare, ritirare il fieno non è stato possibile per tutti. In pianura è andata bene a qualcuno a maggio, ma poi… Pioggia pioggia, pioggia. In Svizzera dovevo dare una mano alla mia amica Chiara, che fienava per i suoi asini, ma anche là il tempo ci ha lasciati fare solo parte di quello che si doveva.

Ci sono prati che, alla fine, non sono mai stati tagliati. Qualcuno mi ha detto che pensava di pascolarli, per non sprecare l’erba. Non oso pensare al prezzo del fieno, quest’inverno. Non a caso c’è un antico detto che ritorna in vari dialetti e che recita, con inflessioni e grafie più o meno simili, “An de èrba, an de mèrda“. Erba ce n’è, ma la stagione non sta affatto funzionando. Erba schiacciata a terra dalle piogge, dalla grandine. Erba cresciuta “per pioggia”, erba di poca sostanza. E poi in montagna fa freddo…

Appena c’è il sole, un po’ di vento e quel paio di giorni successivi di bel tempo, ovunque i contadini si scatenano a tagliar fieno. Ma bisogna avere la garanzia che riesca a seccare sufficientemente, oppure è fatica sprecata. Quando rientravo dalla Svizzera, passando per il Vallese, ferveva l’attività, tutti nei prati a tagliare.

E così intorno a ridenti paesini ordinati e puliti, con i prati che arrivano fino a confinare con le abitazioni, ettari ed ettari di prati erano già stati tagliati. Sole, vento, tutto sembrava promettere per il meglio. Animali al pascolo non se ne vedevano, erano tutti in alpe a quote maggiori, ma bisognava mettere da parte l’alimento per la lunga stagione invernale.

Dappertutto c’erano trattori in attività, chi a tagliare, chi a girare l’erba. Questo è un vero paesaggio di montagna vivo, operoso, dove l’agricoltura e l’allevamento fanno sì che si crei uno “sfondo” piacevole anche per chi viene qui a far turismo. Ed il turista cerca questo ambiente, frequenta questi posti perchè sa che trova sì l’alta montagna, i ghiacciai ecc ecc, ma anche un paesaggio rurale non contaminato da orrori architettonici.

Lo so che sembrano posti “da cartolina”, ma sono reali. E proprio l’operosità dei trattori in quella stagione di fienagione ci fa capire come cose così siano possibili solo se continua ad esistere l’allevatore, la stalla, l’alpeggio, ecc ecc. Un sistema delicato, ma fondamentale per la montagna. Purtroppo le previsioni continuano a non essere buone, quindi molti non ce la faranno a fare il fieno nemmeno questa volta. Bella vita, mestiere facile, quello del contadino-agricoltore-allevatore…

Alpeggi e paesaggi di media montagna in Canton Ticino

Ancora immagini e racconti d’alpeggio d’oltreconfine. Non sono andata propriamente in alpeggio, ma ho “fatto un giro” e vi mostrerò le mie impressioni e riflessioni.

Tanto per cominciare, ecco un’azienda di mezza montagna: non un’alpeggio, ma una sede fissa in un luogo sicuramente ameno. Da notare l’ordine e la cura del paesaggio, che spesso invece è carente dalle nostre parti. Eppure non è “un’altra erba”… i prati sono prati ovunque!

Qui si producono e vendono formaggi, come indica la freccia. Al momento del mio passaggio, non ho visto animali, forse erano al pascolo più in alto. Non mi trovavo in alta montagna e nemmeno c’erano alture importanti, ma qua e là tra boschi e radure, di animali in zone delimitate dai fili ne ho incontrati molti.

Un alpeggio vero e proprio ad esempio era questo, collocato praticamente in cresta. Qui gli animali erano già passati, l’erba era già stata pascolata e così anche la struttura al momento era vuota.

Poco oltre ho incontrato alcune vacche con i vitelli ed un paio di cavalli. Pochi animali, ma in numero proporzionato ai pascoli a disposizione. Per fortuna le vacche brune avevano le corna! Lo so che vengono loro bruciate per questioni di sicurezza (degli stessi animali e degli operatori in stalla), ma sono sicuramente molto più belle così.

Anche da queste parti la stagione è ben più piovosa della norma, così solo pochi appezzamenti sono stati sfalciati e il fieno è stato imballato. Ovviamente le attrezzature sono quelle adatte per la montagna, per i pendii, per le dimensioni aziendali.

Proseguendo, sono arrivata ad un alpeggio utilizzato, si tratta dell’Alpe Santa Maria di Lago. Ecco qui la scheda dell’azienda, reperita on-line. Si allevano bovini e caprini e, ovviamente, si caseifica il loro latte.

Non so dove fossero le capre, ma vacche Brune e Jersey pascolavano a poca distanza dalla sede d’alpeggio. Certo non si tratta di bellissimi e ricchissimi pascoli d’alta quota, però se queste aree venissero abbandonate, felci, cespugli e infine il bosco chiuderebbero tutti gli spazi. Sulle piste e sui sentieri, in quella giornata di cielo variabile, c’era un’altissima frequentazione di ciclisti ed escursionisti.

Sulla via del rientro, tra tante case e frazioni ancora utilizzate o abitate nel fine settimana, mi sono anche imbattuta in uno dei pochissimi segni di abbandono in un’area di bosco. Altrimenti, ovunque fili tirati, animali al pascolo o prati in attesa di condizioni meteo favorevoli allo sfalcio ed alla fienagione.

Il giorno successivo, sempre in Canton Ticino, ho raggiunto quote più elevate. Anche da queste parti la stagione è tardiva e le mandrie non sono ancora salite molto in alto.

Prossimamente verranno spostate qui e forse ancora più in su. Anche guardando con il binocolo i versanti opposti, non ho visto alpeggi sovraffollati come da noi, mandrie immense la cui entità è visibile persino ad occhio nudo. Anche gli alpeggi con gli edifici più grandi e le maggiori superfici di pascolo, hanno un numero di capi proporzionato.

Quassù le vacche al pascolo presto conviveranno con chi trascorrerà nelle baite il periodo delle vacanze estive. Gli allevatori hanno già tirato i fili intorno alle abitazioni… Chissà se, anche da queste parti, la convivenza allevatori/turisti è diventata sempre più difficile? Così ad occhio direi che l’integrazione tra allevamento e il resto del territorio non è andata perdendosi come dalle nostre parti…

Un gregge di servizio

Oggi voglio parlarvi di una cosa nuova. Un progetto che coinvolge un parco naturale e le pecore. In Italia, non in Francia! Il progetto è questo e si chiama LIFE Xerograzing. Sul sito che vi ho indicato, trovate tante informazioni e dettagli, per chi volesse, c’è anche una pagina Facebook qui.

Adesso però passiamo ad analizzare la riunione tenutasi venerdì scorso 22 novembre a Bussoleno (TO), uno dei due comuni coinvolti direttamente nel progetto. Comuni, Università di Torino e Parco Alpi Cozie hanno presentato al pubblico il progetto nelle sue varie fasi progettuali e operative, dando poi spazio al pubblico per domande e suggerimenti. Ottenere l’approvazione di un progetto LIFE dall’Europa non è semplice, quindi c’era un certo orgoglio nell’avere avuto successo in questa sfida.

Il pubblico ascoltava attento, ma ancora prima della presentazione dettagliata serpeggiava un certo scetticismo e qualche malumore, alimentato anche da articoli usciti qua e là sui giornali e on-line, dove si polemizzava apertamente sulle cifre e sugli obiettivi, senza tentare di capire il significato e l’importanza di un progetto del genere. Innanzitutto, com’è stato ben spiegato, i progetti LIFE stanziano soldi per l’ambiente, quindi quel milione di euro non era comunque possibile girarlo per le industrie o per gli ospedali che chiudono. E poi, proprio oggi, con negli occhi le alluvioni che hanno flagellato alcune parti d’Italia… possibile che vediamo sempre e solo gli effetti, sordi a chi parla di prevenzione, di corretta pianificazione territoriale, ecc ecc? L’area interessata è anche spesso oggetto di incendi, quindi ripulire delle superfici abbandonate preverrà rischi di dissesto ed eviterà che si spendano soldi per dover estinguere l’ennesimo fuoco sulle montagne.

Il progetto potete leggerlo nel dettaglio sul sito, se siete interessati a conoscerne le singole parti, ma io qui cerco di farvi una rapida carrellata dei punti che maggiormente potrebbero interessare anche chi non vive da quelle parti, usando le slides dell’intervento di Giampiero Lombardi dell’Università di Torino. Siamo nella zona SIC delle Oasi Xerotermiche (qui la scheda), un’area abbastanza unica per le sue caratteristiche ambientali (e quindi per la flora, prima che per la fauna), che presenta ancora visibili segni di uso agricolo antico, ma che oggi è sempre più vittima dell’abbandono da parte dell’uomo.

Questo territorio è, tra gli appassionati, famoso per le fioriture delle orchidee selvatiche (oltre che per la presenza di numerose altre specie botaniche rare), messe a rischio dall’abbandono, perchè l’espansione della vegetazione arborea ed arbustiva riduce la biodiversità, andando ad invadere i prati e i pascoli nelle zone più impervie e gli antichi coltivi e terrazzamenti nelle aree più facilmente raggiungibili.

Già in passato qui c’era un utilizzazione da parte di greggi, con un pascolo di animali locali e, in determinate stagioni, il passaggio di greggi transumanti. Oggi anche quest’attività è scomparsa quasi del tutto. Il territorio ne sta risentendo ed è messa a rischio persino la sua stessa fruibilità, dato che anche i sentieri vengono invasi dai cespugli.

Per gli addetti ai lavori, questi sono concetti ben noti da tempo. Quante volte ve ne ho parlato anche sulle pagine di questo blog? Purtroppo mi è capitato anche di dover raccontare vicende in cui Parchi naturali accusavano le greggi di mettere a rischio la biodiversità vegetale (e animale)… Mi viene da sorridere se ripenso a quando proprio si citavano le orchidee come specie minacciate dal pascolamento. Certo, eravamo in altri territori (parchi fluviali), ma a me sembra che, se si mantiene pulita l’area di pascolo, ci sono e ci saranno sempre fioriture evidenti e varie.

Quindi? Quindi anche aree soggette a tutela (parchi, riserve, ecc) presentano determinati ambienti di pregio che non si mantengono senza intervento umano! Mi piacerebbe che questo concetto lo comprendessero anche tutti coloro che si definiscono “ambientalisti”, senza conoscere fino in fondo il significato della parola. Esistono sì le riserve naturali integrali, ma per tutto il resto del territorio, l’uomo gioca la sua parte, nel bene e nel male. Una corretta ed equilibrata presenza/utilizzazione da parte dell’uomo è FONDAMENTALE per preservare l’ambiente.

Veniamo allora al cuore del progetto, che durerà 5 anni. Come gestire quelle aree di pregio? Le colture agrarie ormai sono improponibili, bisognerebbe lavorare come 100-200 anni fa e non ci sarebbe alcun reddito (erano colture di sussistenza). Anche lo sfalcio sarebbe arduo, vista la quasi totale assenza di viabilità e le pendenze. Rimane quindi il metodo più naturale, il pascolamento degli ovini.

Così il progetto prevede di istituire un “gregge di servizio”, 150 pecore da affidare ad un pastore (ma che resteranno proprietà del parco), da utilizzare per il pascolamento delle aree individuate. Per ora si tratta di terreni di proprietà comunale, poi ci si auspica di coinvolgere anche i privati. Alcune aree verranno prima decespugliate, poi si realizzeranno recinzioni fisse per il contenimento degli animali, punti acqua e punti sale, sistemazione di sentieri, ecc ecc.

Il punto adesso è individuare il pastore, mentre si pensa a redigere il “piano di pascolo” da seguire. Vi sono terreni ad uso civico, quindi la precedenza ovviamente sarà data ad un allevatore locale. Verrà istituito un apposito bando per individuare il pastore che si occuperà della gestione, ovviamente impegnandosi a seguire le direttive dei ricercatori del progetto, al fine di poter monitorare gli effetti in campo. Cinque anni di progetto finanziato, ma il tutto dovrà essere portato avanti anche oltre, per almeno una trentina di anni, in un’ottica di continuità e reale gestione del territorio. Ci sono già state manifestazioni di interesse da parte di alcuni allevatori, ma tramite bando pubblico si sceglierà quello con le caratteristiche più idonee.

I costi del progetto hanno fatto discutere, ma a me le domande che sono venute in mente sono state di altro genere. 150 ovini sono un numero quasi da hobbista, tanto più che saranno di proprietà del Parco e l’allevatore potrà solo vendere gli agnelli. Avrà il pascolamento di quelle aree per quel certo periodo all’anno, ma dovrà mantenere i capi per tutti i restanti mesi. Quindi? Quindi ovviamente serve un’azienda già esistente sul territorio, con un numero di capi maggiore, attività integrative (es. mungitura e caseificazione). Ci sono realtà simili? Mi auguro di sì e mi auguro davvero che questa sia una buona opportunità da sfruttare anche per dare alla pastorizia il suo giusto riconoscimento. Non facciamo sempre solo polemiche, ma trasformiamo i nostri dubbi/perplessità in critiche costruttive. Ci saranno altre riunioni sul territorio, ma comunque possiamo far arrivare per via telematica i nostri suggerimenti e idee qui.

Una volta si viveva qui

C’è chi addita l’allevamento come il responsabile di tutti (o quasi) i mali del mondo… Ma io (e non solo io!) continuo a dire che ci sono diverse forme di allevamento, alcune delle quali non solo sostenibili, ma anche basilari per il mantenimento di certi ambienti, del territorio, della biodiversità. Per riflettere su questi temi vi invito a seguirmi in una breve passeggiata.

Sono tre estati che passo alcune settimane in primavera ed altre in autunno in un alpeggio, e sempre avevo alzato gli occhi in su verso quel villaggio in cresta. Quest’anno, con la primavera tardiva, l’ho notato in modo particolare, perchè la vegetazione non lo mascherava ancora (per quello ci pensava la nebbia!). Sapete quanto io ami “le pietre che parlano”, quelle antiche case che hanno lunghe storie da raccontare, e così…

Così mi sono fatta spiegare a grandi linee il sentiero e mi sono avviata, in una mattinata di sole. Prima sono passata alla “Balma”, non segnata sulle mappe, due case costruite a ridosso di una roccia sporgente, da cui il nome. Disabitate da anni, ma con all’interno ancora oggetti, vestiti e coperte a brandelli. Se non ci fosse il gregge a pascolare lì, probabilmente la vegetazione avrebbe già inglobato il tutto, accelerando il crollo.

Faticosamente ho cercato il sentiero nella parte bassa, poi più su la traccia era maggiormente evidente (anche perchè gli ontani non avevano ancora messo le foglie), e così sono arrivata a Lausas. La prima casa è a nido d’aquila, costruita proprio sullo sperone roccioso in cresta.

Però all’interno già cresce una pianta… Il degrado avanza, poco per volta anche quest’abitazione sparirà. Siamo a 1500m di quota, qui si saliva d’estate, non era un nucleo abitato permanentemente, presumo. I testimoni ancora in vita mi parlano appunto di un utilizzo del genere, anche se magari ci si spostava solo dagli insediamenti poco più a valle, quelli a quota 1000, 1100, dove sicuramente 70-80 anni fa c’era chi viveva lì anche d’inverno.

Qualcuno, non moltissimi anni fa, ha aggiustato un paio di queste case. Ma abita altrove, forse in Liguria… “Sembra che anni fa venisse anche a Capodanno, ma adesso chissà, forse viene una volta all’anno…“. D’altra parte sarebbe impossibile o quasi abitare lì, anche solo d’estate. Come si farebbe oggi a viverci? Potrebbe essere il tranquillo ritiro di un pensionato, o di un eremita…

Colpisce la bellezza di queste “povere” abitazioni, la ricerca di elementi estetici che vanno oltre la funzionalità. Guardate il trave incurvato sopra alla porta d’ingresso, la geometria della scala. Un architetto saprebbe definire meglio questi dettagli, ma anche l’occhio meno tecnico li può rilevare, facendo paragoni con altre baite viste qua e là nelle valli.

Se si attraversa il piccolo nucleo e si sale appena oltre le baite, si capisce il perchè del nome. Bisognerebbe avere un elicottero per scattare una foto davvero esplicativa della terrazza naturale in pietra che si estende oltre il villaggio. Ecco le lause che si protendono sulla valle! In una giornata limpida qui si gode di un panorama davvero fantastico. Però, in una giornata di vento, di pioggia, di tormenta, credo che l’effetto sia di tutt’altro tipo.

Le case sono davvero numerose, il territorio invece è minimale, il bosco si è inglobato pascoli e campi, ci si chiede davvero come si vivesse quassù. Ovviamente l’allevamento era fondamentale per la sopravvivenza, se non ci fosse stato almeno il latte, qui cosa mangiavi?

L’insediamento è antico, Anche senza fare ricerche d’archivio, basta guardarsi intorno e le pietre parlano davvero! Qui c’è scritto 1790, ma chissà, forse non è nemmeno la prima casa costruita quassù. Su di un’altra sembra di leggere 1760 e poi chissà…

Cosa ne dite poi di questa pietra scavata accanto alla soglia? Il mio cane è subito andato a lappare l’acqua piovana all’interno, forse era proprio questo l’uso per cui era stata concepita, anche perchè non ho visto sorgenti o fontane lì intorno e gli anziani mi hanno confermato che, per prendere l’acqua, bisognava fare un cammino non così breve.

Tracce di campi sono più evidenti procedendo oltre sul sentiero che porta ad un altro insediamento, anche questo non presente sulle mappe. Segale, patate, grano saraceno, chissà cos’altro si coltivava qui? Oggi da queste parti passa un gregge (arrivato un paio di giorni dopo la mia visita), che trascorre su questi magri pascoli solo parte della stagione, per il resto è tutto abbandono. Ma se non vi fosse almeno questa forma “naturale” di pulizia, scomparirebbero anche queste antiche tracce che vi sto mostrando.

Prima di Busìa c’è un enorme tiglio, al momento ancora spoglio. Una pianta davvero imponente che sicuramente aveva un significato, se non è mai stata tagliata. Anche gli alberi, oltre alle pietre, possono raccontare storie!

Non è quella l’unica particolarità di questo luogo. Oltre le case (con una scritta 1881) c’è un albero già verde di foglie e questo è una sorpresa ancora maggiore. Si tratta infatti di un grosso ippocastano. Chi l’ha portato qui? E quando? “Avrà almeno 200 anni, chissà…“, dice un anziano. “Io l’ho sempre visto grosso così…“. Andate da queste parti adesso, ad inizio primavera, oppure in autunno, prima della neve. Sono luoghi che fanno riflettere…

Lenta primavera

Anche se sappiamo bene che i pastori (ma più in generale tutto il comparto agricolo) sia abbastanza incline alla lamentela, talvolta anche ingiustificata, quest’anno chi scuote la testa alla parola “primavera” ha le sue ragioni.

In queste settimane si va spesso al pascolo vestiti quasi come d’inverno, o perchè l’aria è fredda, o perchè piove. Nelle scorse settimane, quando ormai il calendario diceva che la primavera era iniziata, ci sono state giornate di pioggia battente e temperature basse dal mattino alla sera.

Poi c’è il problema dell’erba, ancora bassa, scarsa, nonostante l’umidità del terreno dovrebbe favorirne la crescita. Ci sono pastori davvero in difficoltà perchè non sanno dove pascolare: fango da una parte e poca erba dall’altra, per qualcuno sono giornate più difficili che non nel mese di gennaio o febbraio.

La peggior giornata di pioggia è “rischiarata” quando puoi pascolare un’erba così. Un appezzamento di un bel verde intenso con erba alta come non se n’era ancora vista. “Andate pure, quest’anno non l’ho arato…“, aveva detto qualche giorno prima il proprietario, ed i pastori non se l’erano fatto ripetere!

Mentre le pecore puliscono ben bene fino all’ultimo filo d’erba, le nuvole si sollevano un po’, lasciando vedere la neve, nuovamente caduta fino a bassa quota! Altro che primavera!! Cappello, guanti, giacca ben chiusa, ma comunque il freddo lo si sente eccome!

Quando finalmente si riesce a godere di una mezza giornata abbastanza soleggiata è davvero un altro mondo! Gli animali per primi ne beneficiano, i pastori lavorano con meno difficoltà e disagi, ma la speranza è anche quella che l’erba finalmente inizi a crescere come si deve. A quest’ora dovrebbe già esserci il ricaccio nei prati pascolati oltre un mese prima…

Per avere una vera giornata di primavera tocca attendere il giorno di Pasqua, con colori e temperature più consoni alla stagione. L’erba fresca e tenera è poca, per fortuna la superficie è vasta, così c’è maggiore speranza di riuscire a saziare il gregge. “Era fin meglio l’erba un po’ secca del mese scorso, perchè le sfamava di più.

Il giorno festivo richiama pubblico: amici in visita, ma anche moltissima gente dalle case circostanti, persone che stanno facendo una passeggiata per digerire il pranzo, famiglie, bambini, tutti si fermano a guardare il gregge e fare domande.

Bisogna però spostarsi ancora verso sera. C’è chi rientra a casa e chi raggiunge un altro ramo della famiglia per una nuova occasione di incontro, invece il gregge si sposta verso un altro pascolo. Brutta giornata quella in cui viene cambiata l’ora… Non importa cosa segnano gli orologi, il pastore (e le pecore) guardano il sole e così se prima più o meno si finiva intorno alle otto di sera, adesso saranno le nove.

La sera incombe, il cielo torna a chiudersi, mentre il pastore prepara il recinto, il gregge pascola ancora in un prato dell’erba bassa e rada, poi risale nel bosco per concludere la sua giornata tra le reti. Le previsioni non sono di nuovo buone e sicuramente quelle poche ore in maglietta non si ripeteranno il giorno successivo.

Le previsioni annunciavano pioggia tutto il giorno, invece per fortuna fino a sera il tempo si è mantenuto grigio, freddo, ma senza precipitazioni. Quel giorno c’erano da pascolare diversi prati abbandonati, dove nessuno passa nemmeno più la trincia per tenerli puliti, ma solo il gregge nel suo pascolamento primaverile da due anni fa ancora un po’ di manutenzione.

Oltre ai caprioli, gli altri ospiti fissi di questi terreni sono i cinghiali, che infatti hanno lasciato visibili tracce del loro passaggio. L’abbandono e la loro “attività” impoveriranno sempre di più questi prati. Ci sono così tanti animali selvatici che chi da queste parti coltiva ancora la terra ha dovuto recintare o posizionare fili elettrificati intorno a vigne e frutteti, per salvare il raccolto.

Per quanto questo sarà ancora un prato? La vigna sottostante è ormai un bosco quasi impenetrabile, tra i lunghi rami delle viti che, come liane, si sono inerpicate o hanno intrecciato i loro fusti sul terreno. Poi ci sono addirittura ancora i fili di ferro, a volte inglobati nel tronco di qualche albero. Il prato invece è sempre meno libero, assediato da alberi e cespugli.

Tra i boschi, vecchie case in pietra. Racconta uno degli ultimi abitanti: “Quando ero bambino, qui era tutto coltivato. C’erano ancora delle vigne su di là, mentre su quel versante c’erano dei peschi, erano i più precoci, vista l’esposizione. Non c’erano tutti questi cinghiali, anzi, non c’erano proprio! Il primo l’ho visto su di là nel ’72, mi sono spaventato, non avevo mai visto una bestia così.

Era tutto coltivato, poi c’erano i prati… Mio nonno aveva 4-5 vacche e poi le capre, io pascolavo le capre, giravo tutto su per la montagna, era compito mio. Mungevamo e facevamo i tomini, erano ricercati perchè erano più buoni, con il latte misto di vacca e capra. E adesso? Sono contento che passate voi, mi fa piacere vedere degli animali che mangiano ancora l’erba, perchè altrimenti qui sparisce tutto…“.

E alla sera, mentre si pascola l’ultimo prato prima del recinto, arriva la pioggia, preceduta da un’aria fredda che si porta insieme qualche minuto di grandine fine come chicchi di riso. Non è ancora primavera…