Paesaggi elvetici

Qualche giorno di vacanza in Svizzera e come sempre ci si riempie gli occhi di panorami. Non è solo che il territorio sia più bello: certo, sicuramente alcune zone hanno ambienti particolari, ma c’è una questione di cura e di corretto utilizzo da parte dell’uomo. Quello che magari ci sembra “paesaggio naturale”, in realtà presuppone qualche forma di gestione antropica.

Cercherò di farvi fare un “giro” con me, ovviamente concentrandoci su luoghi e panorami che hanno a che fare con il contenuto di questo blog. Anche in Svizzera ci sono stazioni sciistiche ad alto impatto paesaggistico o realtà visivamente poco gradevoli. Concentriamoci però su quello che cerca una buona fetta dei turisti che si recano da quelle parti. Si cerca proprio il paesaggio, la quiete, il relax, le passeggiate.

Va bene il castello, ma… non sarebbe la stessa cosa se tutt’intorno non venissero sfalciati i prati per fare fieno, con una cura che comprende anche i punti più ripidi, i margini del bosco, le piante isolate.

Poi magari gli allevamenti non sono più tutti tradizionali come un tempo, ma saranno anche altri animali a consumare quel fieno, non solo vacche, capre e pecore.

Nei giorni in cui siamo stati in Svizzera, il meteo ha giocato qualche scherzo: una nevicata abbastanza abbondante anche a quote relativamente basse. Questo è ciò che, al pomeriggio, restava nei prati di Livigno, dove non era ancora stato tagliato il fieno.

Il sole in giornata aveva sciolto un po’ di neve, ma alle quote maggiori ce n’era ancora abbastanza. Qui siamo di nuovo sul lato svizzero, dietro la Forcola di Livigno, con le pecore scese sull’asfalto per leccare il sale che era stato sparso per evitare la formazione di ghiaccio.

In Svizzera la montagna prima di tutto è di chi ci vive e ci lavora. Benvenuti tutti i turisti, ma devono aver rispetto del lavoro e degli animali. Si incontrano spesso questi cartelli, che segnalano agli escursionisti la presenza di vacche nutrici, di modo che tutti siano avvisati del potenziale “pericolo”. Dovrebbe essere scontato che un animale, di qualunque specie, difende il proprio piccolo, ma ormai queste cose non si sanno più…

Non ricordo di aver visto così tanti cavalli in Engadina in passato, anche se era ormai da qualche anno che non ci venivo. Allevamenti di tutte le dimensioni, pensioni per cavalli, cavalli al pascolo nei prati e sui pendii di montagna. Chissà, forse allevamenti bovini sono stati riconvertiti in questo modo? Altre rese economiche, meno lavoro, poi il cavallo pascola alla perfezione anche quello che altri erbivori scartano.

La quota è abbastanza elevata, ma gli animali sono comunque più a monte. Lì nella “pianura” si fa fieno, ma i prodotti dalla montagna scendono, così nel distributore automatico di latte si può acquistare latte d’alpeggio, formaggi, yoghurt. Latte a 1 € al litro (1,20 CHF), formaggio (della scorsa stagione) a 23 CHF al chilo.

Una volta passato St. Moritz, i suoi alberghi, i suoi negozi di lusso, si scende tra paesini abbastanza ben conservati, dove l’attività agricola e turistica viaggiano di pari passo: stanze in affitto ovunque, stalle e un gran via vai di persone che tagliano fieno, dato che le previsioni annunciano una breve tregua nel maltempo.

In alto la neve fatica a sciogliere, le temperature sono basse, l’aria gelida. Qua e là si sentono campanacci e si scorgono animali che cercano di pascolare quel poco di erba che esce tra la neve. Sono state sicuramente giornate dure.

Va molto meglio più in basso, dove gli animali sono tornati ad essere circondati dall’erba. Accanto alle razze tradizionali, sono in aumento gli Angus: meno bestie da latte e più animali da carne anche qui, a quanto sembra.

Il meteo spesso non consente di far asciugare completamente l’erba, che o viene portata nei seccatoi presso le cascine, o il fieno parzialmente secco viene fasciato con gli appositi teli. Oltre a quelli bianchi, se ne vedono qua e là di azzurri, rosa, verdi. Direi che nemmeno loro stonano nel paesaggio!

Nei paesi di montagna non è raro vedere anche qualche piccolo allevamento di capre. Non grossi numeri, cosa che peraltro vale un po’ per tutto. Non abbiamo mai visto greggi o mandrie immensi, segni di sovrapascolamento, ma tutto pare essere a misura d’uomo e di territorio.

E così, in questo bel panorama, dove ci sono sì gli scorci alpini, ma anche i paesini ben curati, boschi che si alternano a prati e pascoli, la gente viene, gira in auto, a piedi, in bici, in treno, trovando esattamente quel che si aspetta.

Altro passo, altre mandrie al pascolo di fianco alla strada. Qualcuno mi sa dire qualcosa sulla vacca nell’immagine? Ne ho viste alcune, a tre colori così, ma non so se si tratti di incroci casuali o di qualche particolarità.

Ed ecco la classica “mucca svizzera”, la bruna. Dopo un periodo in cui venivano totalmente decornate, oggi viene dato un contributo agli allevatori che scelgono di non bruciare le corna agli animali. Visivamente, a mio parere, sono molto più belli. Questa pratica viene effettuata per ridurre i rischi di incidenti tra animali e anche per l’allevatore quando gli animali sono lasciati liberi in stalla.

La neve pian piano scioglie e anche le pecore, alle quote più alte, trovano erba da brucare. Si tratta di greggi incustoditi, lasciati a pascolare in vaste porzioni di montagna completamente recintate.

Con il bel tempo procede a pieno ritmo la fienagione e ciò vale proprio per tutti… In un tardo pomeriggio di sole, tra le vie di un villaggio ben esposto a mezza quota, un carro carico attende di essere portato in cascina. Si impara giocando a far gli agricoltori di montagna, poi appena possibile di inizierà a dare concretamente una mano.

Ancora altri animali al pascolo: vitelli e manzette a quote maggiori, poi due becchi più in basso vicino ai villaggi: tra non molto verrà il momento di portarli dove ci sono le capre quando inizierà la stagione dei calori.

Ancora paesaggi agricoli: villaggi, prati, alberi da frutta, piccole aziende mescolate alle case.

Per non parlare poi dei pendii sfalciati punteggiati dalle casette scure, un tempo usate come fienili. Oggi penso che non abbiano più quello scopo, ma fortunatamente vengono ancora mantenute in perfetto stato, dando al panorama quel “tocco in più”.

Per finire, lasciatemi spendere ancora qualche parola sulla fienagione: guardate la pendenza di dove viene tagliato il fieno… Ovviamente vengono utilizzati macchinari appositi, come le falciatrici con le ruote munite di appositi denti e altri mezzi in grado di affrontare quelle pendenze. Poi… anche tanto olio di gomito… E così si costruisce e si mantiene questo paesaggio, questo territorio.

Altri panorami

Sono appena tornata dal Trentino, ma ho ancora immagini delle settimane scorse da mostrarvi, quando invece ero stata in Veneto.

A Vicenza per un convegno, il mattino dopo mi sono alzata con una splendida giornata di sole. Che fare? Dove andare? Rientrare immediatamente a casa significava sprecare un’opportunità. Così, cartina alla mano, decido che l’Altopiano di Asiago potrebbe essere una buona meta. C’ero stata molti anni fa. A dire il vero proprio ad Asiago erano iniziate tante cose. Avevo partecipato ad un convegno sulle transumanze. Era forse il 2004, credo… In quell’occasione avevo presentato i miei primi passi nel mondo dei pastori vaganti ed avevo incontrato i contatti giusti che mi hanno aiutato per la pubblicazione di “Dove vai pastore?”.

Questa volta però sono lì solo di passaggio. La stagione è un’altra e non ho impegni ufficiali. Posso guardarmi attorno, un rapido giro prima di mettermi sulla (lunga) strada del rientro. La segnaletica è perfetta, così scelgo un itinerario ad anello che, in poco più di un’ora, dovrebbe consentirmi di vedere un po’ del paesaggio rurale intorno ad Asiago. 

Parlare di Asiago significa storia, la guerra, ma significa anche allevamento, formaggio. Questo paesaggio c’è grazie alle attività agricole. Gli spazi sono ampi, l’altopiano tiene fede al suo nome, così i prati si estendono a perdita d’occhio, inframmezzati da villaggi, stradine come questa, alberi da frutta solitari. Più in alto, i fitti boschi di conifere. Sarebbe ora di far fieno, ma le condizioni meteo instabili hanno rallentato la fienagione anche da queste parti.

Ci sono anche animali al pascolo. Si vedono stalle qua e là, non so se alle quote maggiori ci siano delle malghe, immagino di sì. Nel mio breve giro ho visto queste Frisone, vacche che solitamente non siamo abituati a veder pascolare all’aperto, tanto più in “montagna”, ma qui il territorio è molto diverso da quello alpino.

Accanto ad una cascina, un altro recinto con altre vacche da latte di razze differenti, tutte ad alta produttività. Non mi sono fermata a comprare l’Asiago al caseificio, non è il genere di formaggio che cerco, preferisco quelli di alpeggio, quelli non “industrializzati”. Però il gelato che ho assaggiato in centro ad Asiago, con latte di azienda agricola locale, aveva un sapore davvero buono e genuino.

Decido di proseguire scendendo verso il Trentino. Come dicevo, il tempo era ancora molto instabile, così una serie di violenti temporali, inframmezzati anche da grandinate, abbassano drasticamente la temperatura. Mi fermo per lasciar passare la parte più intensa della precipitazione, poi la strada mi porta, dopo chilometri di foresta, al passo di Vézzena, tra ampi pascoli e malghe appena ai lati della strada asfaltata.

Nonostante il freddo, il vento e i tuoni in lontananza, c’è comunque un discreto via vai di turisti in visita alle malghe. Leggo che, oltre all’acquisto dei prodotti, qui è possibile svolgere alcune attività ricreative e consumare pranzi e merende. Stiamo parlando di realtà molto diverse dalla maggior parte degli alpeggi delle Alpi Occidentali. Sarebbe sicuramente bello poter visitare meglio questi posti, ma le ore di viaggio per rientrare sono tante e così abbandono l’aria frizzante per sprofondare nella calura della Pianura Padana…

Capre, territorio e tanta buona volontà

Il discorso è sempre lo stesso, questo non è che l’ennesimo esempio che vi posso portare. A dire il vero di questo territorio e di queste persone vi ho già parlato altre volte. Non è un caso unico, ma sicuramente è un caso sempre più raro.

Diciamo che, qui, succede quello che è successo in passato per secoli. Si “accudisce” tutto quello che c’è. E si sa fare un po’ di tutto. Incontriamo chi mantiene vivo tutto questo mentre sta salendo a piedi verso altre baite. Sta andando a fare dei piccoli lavori di muratura per un amico che sta più a monte. Le capre sono al sicuro in questi recinti, così ci spiega. Recinti in legno, erba tagliata e messa ad asciugare sui balconi delle baite e nei vecchi fienili, una cura del territorio come non ce ne sono più.

Chi lo farebbe ancora se non pochi, pochissimi? Non parliamo di eremiti solitari, ma comunque di persone che conducono un’esistenza diversa dalla maggior parte della gente. Una scelta di vita? O piuttosto una serena prosecuzione della vita che qui si è sempre fatta, come se il tempo si fosse un po’ fermato.

Il gregge si sposterà poi in altre aree del vallone, dove intanto l’erba (e i cereali) stanno crescendo. In parte i prati verranno sfalciati (a mano), in parte pascolati. Come tutti gli anni, dalla tarda estate si ammireranno poi i caratteristici covoni di fieno.

A tenere puliti i vecchi sentieri non sono solo i pastori, ma comunque il passaggio di uomini e animali che ancora abitano dalla primavera all’autunno queste borgate fa sì che anche gli spazi di cui usufruiscono i turisti nel tempo libero siano transitabili. Un ramo tagliato, un pezzo di muro ricostruito, poi l’erba pascolata e la traccia ben evidente.

Ci sono altre capre sotto le baite, ci osservano curiose: da una parte del vallone il gregge del padre, dall’altra quello del figlio. Mentre loro pascolavano libere, c’era tempo per pulire un altro tratto di sentiero, di decespugliare il bordo della pista sterrata che passa più a valle. Già, perchè alle baite si arriva solo a piedi seguendo gli antichi sentieri che non hanno mai smesso di essere calpestati.

Tra le riflessioni, ne prevale una in particolare: fino a quando? Fino a quando esisteranno queste piccolissime realtà? Quando spariranno, niente le potrà sostituire. Ci potrà essere qualcuno che arriva da fuori, che ritorna alla montagna con tanta buona volontà e voglia di fare, ma certi lavori non verranno mai più fatti come prima, si perderà comunque un bagaglio di tradizioni e saperi.

Quella montagna che resiste, ma…

Senza rispettare l’ordine cronologico, vi scrivo un post su luoghi e personaggi che ho incontrato pochi giorni fa, mettendo da parte fiere ed altri argomenti di cui vi devo ancora parlare.

Non c’è neve, non c’è ghiaccio, in montagna fa addirittura più caldo che in pianura, dove invece è la nebbia a far sì che le temperature siano più invernali. Anche in una giornata stranamente nuvolosa, dopo un po’ che si cammina in salita fa caldo e l’aria non è pungente come dovrebbe essere a queste quote, in questa stagione. Addirittura si sentono ancora campanelle di animali al pascolo sul versante opposto.

Erba verde, fiori: ci sono primule, pulmonarie, campanule, dianthus e trifoglio fioriti. Le foglie sono secche, asciutte e persino scivolose sulle pietre del sentiero. Nemmeno in primavera le condizioni sono così, dato che c’è tutta l’umidità per lo meno derivante dallo sciogliersi della neve. Neve che per ora non c’è.

Raggiungo Barma Mounastira per vedere com’è stato completato il restauro. Sono case private e, il proprietario, a spese proprie ha sistemato gli edifici e fatto pulizia intorno a questo particolare insediamento. E’ una barma, quindi si tratta di case costruite a ridosso, sotto ad una roccia.

Qui si arriva solo a piedi, seguendo un sentiero, quindi il restauro è avvenuto utilizzando soprattutto materiale locale. Guardate ad esempio questa chiave in legno per rinforzare il muro (ce n’è una uguale dall’altra parte, sul muro opposto), con un riparo in modo che prenda meno pioggia possibile.

Certe cose si possono ancora fare, soprattutto con la volontà personale, la passione, l’attaccamento alla propria terra. Adesso cosa succederà a questo insediamento? Sul giornale c’era scritto che il proprietario spera che qualcuno vada ad abitarci, qualcuno che ami l’isolamento e la vita spartana. Però qui non c’è la luce, non ci sono i servizi igienici, non c’è niente di quella che è la vita “moderna”.

Questa era la lavatrice dell’epoca. Chi tornerebbe a lavare qui? Qualcuno c’è ancora, certo, ma ricordiamoci che comunque, per quanto ci siano volontà e sogni, la burocrazia e certi vincoli inseguiranno anche chi vorrà “scappare” in un posto come questo.

Un tempo comunque quassù si era autosufficienti o quasi. C’è anche il forno. Per riprendere a produrre i vari generi alimentari, c’è ancora un gran lavoro da fare per ripulire i terrazzamenti tutt’intorno. Ormai il bosco ha ripreso possesso di tutto, campi e pascoli.

Notate i dettagli di questo posto, il gusto, la cura, l’arte nel realizzare questi edifici. Non so a quando risalgano gli edifici, non mi sembra di aver visto date incise sulle pietre, ma forse mi sono sfuggite.

Continuando la mia salita, incontro altri insediamenti, completamente abbandonati. Anno dopo anno, i crolli cancellano un muro, un tetto, un’intera baita. E’ un peccato, ma chi potrebbe ancora vivere quassù oggi? Facendo cosa?

Arrivo dove iniziano i pascoli. Dove ho incontrato la pista sterrata che scende da sopra, c’erano boscaioli al lavoro. La montagna si mantiene viva anche tagliando i boschi, tenendoli puliti. Tutta la zona degli alpeggi, fin su alle creste, è senza neve. Quassù non c’è più nessuno, mandrie e greggi sono scese nel mese di ottobre, quando ormai tutta l’erba era stata brucata.

Voglio fare un giro ad anello e spero di trovare il sentiero. Lo individuo su in alto dove inizia a scendere, staccandosi dalla strada. E’ solo più una traccia, ormai quasi nessuno lo percorre più. Quando ci saranno erba e foglie, penso sia quasi impossibile percorrerlo. Diventa poi ben evidente più in basso, dove è utilizzato dagli animali quando sono al pascolo.

Arrivo a l’Arcia, un gruppo di case ancora in buon stato, nonostante non si vedano interventi di ristrutturazione recenti. Se sono stati fatti, non hanno stravolto le tipologie costruttive caratteristiche. Anche qui, l’unica via di accesso è il sentiero che sale dal fondovalle.

Un sentiero fiancheggiato da imponenti faggi secolari, anche loro testimoni della storia di questi luoghi. Forse passerà anche qualche escursionista, su questi tracciati, ma sono ancora puliti e percorribili perchè qui c’è gente che vive e lavora.

Un tempo tutte le barme erano utili… e utilizzate. Questo piccolo riparo ha ancora dei muretti, sotto c’è una scala e un rastrello. Da quanto tempo sono lì?

I prati sono puliti, o pascolati, o si è fatto il fieno. Ecco infatti gli immancabili covoni caratteristici di questi luoghi. Con buona pace di tutti quelli che non riescono a capire perchè io sostenga che un certo tipo di allevamento sia in stretta correlazione (positiva) con il paesaggio.

Finalmente incontro anche qualcuno. Il bel tempo fa sì che si possano ancora far lavori fuori. Così Guido con la sua bimba stanno facendo i balot di gias, cioè imballano a mano le foglie da usare poi come lettiera in stalla. In teoria le capre avrebbero ancora potuto essere fuori, ma Guido mi racconta di esser stato costretto a chiuderle dopo che, spaventate dal lupo, sono scappate ed ha faticato a recuperarle, ben più a monte di dove sono stata io quel giorno.

Capre al pascolo ce ne sono ancora poco più sotto, sorvegliate dal pastore. Un bel gregge, frutto di passione e dedizione. Se l’inverno tarderà ad arrivare, sicuramente questi animali ne beneficeranno, in quanto potranno continuare a pascolare all’aperto.

Scendendo lungo l’asfalto, in auto, incontro altre tracce di animali, poi le capre ed il loro pastore. Gli animali stanno pascolando rovi tra la strada e il torrente Angrogna, il pascolo ideale per loro. Alcune hanno già partorito e i capretti sono in stalla. Non ci si lamenta per il clima, dover spalare la neve e dar fieno in stalla sarebbe più faticoso, ma servono precipitazioni per far riposare il terreno e alimentare le falde.

Chiacchieriamo di capre, di pastorizia, di conoscenze comuni, poi rientro nella pianura, incontrando nebbia e temperature più rigide di quelle che c’erano su di là. Non si può non meditare sulle parole ascoltate per l’ennesima volta: “Fanno tribolare più noi che fatichiamo su di qua che non quelli che non fanno niente… e alla fine ci tocca pure mantenerli!“. Eppure questi montanari resistono, per passione, per forza, perchè non saprebbero (vorrebbero) fare altro. Nonostante quel pizzico di amarezza lasciato dai loro discorsi, sono contenta di averli incontrati e aver scambiato quattro chiacchiere. Se non ci fossero loro, solo le seconde case dei turisti, moderne e dotate di ogni confort, ma chiuse, mi sarebbero sembrate ancora più silenziose delle vecchie baite avvolte dal bosco.

La montagna (abbandonata) brucia

Da ieri sera la montagna brucia. Perchè vi parlo di questo? Cosa ha a che fare con il mondo del pascolo? No, l’incendio non è colpa dei pastori, anche se spesso questa categoria viene chiamata in causa in queste circostanze.

Da queste parti, quando ero bambina, mi ricordo che c’era quel giorno in cui le montagne su in alto bruciavano e con naturalezza si diceva che si dava fuoco per pulire i pascoli e avere poi erba buona in primavera/estate. Era un fuoco controllato, probabilmente davvero benefico. Sono anni che ciò non accade più, forse tale pratica è stata vietata, forse quei pascoli sono abbandonati. Oggi era il bosco a bruciare.

Recentemente sono stata su quelle montagne che gradatamente discendono verso il mio paese. C’è ancora qualcuno che porta su le bestie d’estate, ma sicuramente non sono più utilizzate come un tempo. Spero di riuscire a trovare il libro “Un fiume di capre” di Mario Borgna, che parla delle origini e delle tradizioni pastorali del Vallone di Grandubbione, uno di quei posti dove un tempo la montagna era tutta curata, abitata, coltivata, pascolata.

Ora regna l’abbandono quasi totale. Le vecchie baite crollano, i terrazzamenti vengono inghiottiti dal bosco, i prati si riempiono di cespugli. Il lavoro, la fatica di generazioni scompare nel giro di pochi anni e chissà se ci sarà qualcuno che saprà recuperare quei terreni, quei luoghi?

Ci sarà qualcuno che ritornerà? Non è facile oggi vivere lassù, anche se la quota non è eccessivamente elevata. Come ho già scritto tante volte, abbiamo più comodità, più mezzi, più strumenti, ma anche più vincoli, restrizioni, esigenze che rendono difficile vivere e lavorare in certi luoghi. Non si possono avere tante bestie in quelle realtà e, con poche, è difficile far quadrare i conti a fine mese, a fine anno…

In alto, sulle creste, l’erba non pascolata crea un materasso giallo, scivoloso e facile preda del fuoco, se qualche pazzo piromane ha strane idee. Ce n’è davvero tanta… e l’autocombustione non si verifica praticamente mai, non qui, non con queste condizioni.

Anche i boschi un tempo erano diversi. Qui si taglia ancora la legna, per lo meno nei posti piú accessibili. Legna buona da ardere, legna di faggio. Un tempo da queste parti si produceva anche tanto carbone, ma è un altro elemento che ormai appartiene al passato.

Quando qui si allevava, che fossero capre, pecore o vacche, i boschi erano più puliti perchè anche le foglie erano utili. Ho sentito raccontare anche di “materassi” per gli uomini riempiti di foglie di castagno. Ma castagni e faggi fornivano materia prima soprattutto per il gias, la lettiera delle stalle. In pianura si usa la paglia, ma in montagna c’erano le foglie. E oggi quelle foglie restano tutte lì ad accumularsi nei canaloni, nessuno le rastrella, nessuno le porta a valle nei garbin o nei fiurè.

I canadair hanno lavorato fino all’oscurità, adesso l’incendio pare domato, dopo 24 ore di fiamme e fumo. Forse, un tempo non c’erano i piromani, ma se anche ci fossero stati, in una montagna viva c’era poco da bruciare…

Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

Un passo indietro

Finalmente il sito delle immagini sembra aver ripreso a funzionare a dovere, quindi anche i vecchi post dovrebbero avere di nuovo tutte le foto al loro posto! Oggi facciamo un passo indietro, vi ho mostrato le discese dall’alpeggio con pioggia e neve, ma ho ancora in arretrato immagini delle settimane precedenti. Nei prossimi giorni invece vi mostrerò gli scatti presi alle varie fiere e vi segnalerò gli appuntamenti (moltissimi!) per il fine settimana.

Queste foto le avevo scattate a fine settembre in Val d’Aosta. Stavo facendo due passi quando, più in basso della strada che stavo percorrendo, ho visto l’inconfondibile chiazza chiara di un gregge. Così sono scesa e l’ho raggiunto. Gli animali erano nel recinto, era poco prima di mezzogiorno, probabilmente erano stati messi al pascolo prima, dato che erano tutti fermi, tranquilli, a ruminare.

Di questo gregge avevo sentito parlare il mese prima quando ero stata a trovare Andrea, il pastore Biellese, a Gressoney. Credo infatti che sia il gregge di un pastore valdostano che, anni fa, era stato nel Bellunese e la cui foto compare nel libro “Transumanze” dell’amico Adolfo Malacarne. Non c’era nessuno in zona, quindi non ho potuto chiedere conferme. Era comunque un gregge con pecore di razze diverse, anche qualche Rosset/incroci ed un buon numero di capre.

Altrove, sempre in Vallée, lungo la strada ho fatto numerosi altri incontri. Più che normale, da queste parti, dove comunque l’allevamento è ancora molto praticato. Siamo a mezza quota, non è alta montagna. Guai non ci fossero gli animali, mancherebbe qualcosa alla vista, all’udito e il paesaggio sarebbe molto molto diverso.

Non mi stancherò mai di ripetere che gli animali selvatici sicuramente possono regalarci grandi emozioni, quando riusciamo ad avvistarli. Ma che dire di quelli domestici che, per di più, sono alla portata di tutti? Questo quadretto era lì, bordo strada, salendo verso il Col di Joux. Mi è bastato accostare, scendere dall’auto e scattare le foto!

A volte mi sembra di essere ripetitiva, ma poi continuo a leggere certi commenti, ascoltare certi discorsi, e allora capisco che bisogna proseguire nello spiegare che questa montagna, la montagna “bella da vedere”, non nasce così. Il paesaggio lo modella l’uomo, lo può fare per esigenze turistiche, di svago, certo, ma il paesaggio che piace, quello che “sembra” naturale, è un bosco che però viene tagliato perodicamente per il legname o, ancora di più, un prato che viene sfalciato, un pascolo che viene utilizzato dagli animali.

Prima della neve ero anche andata a fare una gita in Valle Maira. C’era già stata una prima spruzzata alle quote più alte e quasi me lo sentivo che sarebbe stata l’ultima camminata lassù. L’autunno stava iniziando a dare i suoi primi segnali e molti margari erano già scesi, altri avevano gli animali in basso, per finire l’erba prima di partire.

A questa stagione un giorno c’è un sole splendido, cielo blu e aria ancora tiepida, ma basta poco affinchè tutto cambi rapidamente. I bovini di razza Piemontese mi osservano passare accanto a loro, proprio all’inizio del sentiero. Poco oltre scavalco di nuovo il filo elettrificato del recinto, più a monte non incontrerò nessuno, la stagione d’alpeggio è finita.

Solo il silenzio, lassù. C’è la prima neve, l’erba è ormai bruciata dal secco e dal freddo, dove non batte il sole il terreno è già gelato. Solo ogni tanto i fischi delle marmotte, che si godono l’ultimo sole prima del lungo letargo. Vedo anche un branco di camosci e, per qualche minuto, osservo un ermellino curioso che gioca a nascondino a pochi metri da me.

Anche sul versante francese non c’è più nessuno. Del gregge restano solo le tracce, l’erba brucata, gli escrementi secchi, i sentieramenti sui pendii. Vento e silenzio, la montagna è vuota. La montagna atteneva la neve a coprire i pascoli, a rifornire le falde che alimenteranno i laghi, i torrenti, per la prossima stagione.

Proseguo il cammino, di nuovo in Italia, scendendo in un altro vallone. Mi sembra di sentire una campanella da qualche parte, poi l’abbaiare di un cane. Dovrebbe esserci un gregge, un pastore, in questo alpeggio, ma pensavo fossero già scesi. Trovo tracce inequivocabili della loro presenza, ma risalgono a pochi giorni prima. Alla baita c’è in effetti ancora il recinto, un cane da guardiania, una pecora con gli agnelli…

Ecco, sulla vecchia strada militare che risale dal fondovalle, un’ennesima versione di cartello che segnala la presenza di cani da guardiania, questo è bilingue, in Italiano e Inglese. Ora di togliere anche questo e metterlo da parte per la prossima stagione.

Il gregge doveva essere sceso forse anche solo quel mattino, o il giorno precedente, infatti si trovava sul versante opposto, nei pascoli che utilizza ad inizio e fine stagione. Pascoli aridi, magri, ma adatti per le pecore, un po’ come quelli che si incontrano in Francia.

Ecco ancora uno scorcio panoramico che immediatamente identifica la testata della Val Maira, con il profilo caratteristico della Rocca Provenzale a monte dell’abitato di Chiappera. Guardando questa foto mi viene da chiedermi come poteva essere  il paesaggio qui in tempo, quando sicuramente c’era gente che rimaneva in montagna con gli animali tutto l’anno, non come ora che mandrie e greggi salgono dalla pianura. Quei tempi in cui tutti avevano qualche bestiola, una vacca forse, due pecore, due capre…

Andavamo a tagliare l’erba e il fieno fin su verso la montagna

Girando con un gregge tra le borgate del mio paese, ho incontrato persone e ho ascoltato storie che altrimenti mai avrei conosciuto.

Quel giorno il gregge stava uscendo da un prato che nessuno utilizza più. Nemmeno chi viene a tagliare il fieno “tanto per far pulito” ha portato via le balle, lo scorso anno. Almeno le pecore passano e mangiano l’erba, il risultato finale è un senso di pulizia, di ordine, di “territorio vivo”.

Ci si sposta appena sopra, tra due borgate. Dove un tempo c’erano forse frutteti, forse vigneti, campi, chissà… Oggi solo erba alta, fin troppo alta affinchè le pecore la bruchino. Dalle case si affaccia un anziano e chiede di non venire fin su proprio sotto al cortile: “…tanto vecchia così non la mangiano e la schiacciano solo, devi poi passare il decespugliatore e fatico meno se è in piedi.

Qualcuno sa ancora come “funzionano” le cose. Altri invece pretenderebbero che le pecore fossero delle macchine tosaerba, anzi, veri e propri decespugliatori che rasano a zero anche i rovi. A volte qualcuno si offende quando rifiuti un pascolo, ma non è semplice, non basta “metter lì” gli animali. Se l’erba non piace, alzano la testa e brucano il melo, la siepe, i fiori… e le erbacce sgradite restano lì. Meglio andare in spazi ampi quasi invasi dal bosco, dove l’erba è più bassa, più fresca, più tenera.

Questa vecchia baita ha il sapore della montagna. In zona non ci sono quasi più case così, sono state ristrutturate, modificate, stravolte. Fin quando ci sarà qualcuno che terrà pulito questo prato, impedendo al bosco di avanzare, avvolgendo questa casa e riducendola ad un cumulo di sassi?

Il gregge scende nuovamente ai prati sottostanti, per il pasto della sera. Qui in zona ormai animali non ce ne sono più. C’è magari ancora qualcuno che, spinto dalla passione, da un impeto di “ritorno alla terra”, tiene due capre, o un asino, ma non per viverci. Le cose un tempo erano molto differenti.

Nella borgata le case sono state quasi tutte ristrutturate, resta ben poco di quello che era l’aspetto originario. L’anziano mi racconta di quando qui c’erano le bestie, quando era bambino lui. “C’erano 7-8 vacche qui, poi un po’ di capre. Non era come adesso che l’erba è un problema… Si partiva ad andare a tagliare erba fin su verso la montagna, per dare da mangiare alle bestie. Adesso è tutto bosco, tutti alberi e rovi.

E così le porte delle vecchie stalle sono chiuse. Chissà da quanto non gira la chiave nella toppa. Polvere, ragnatele… E nessuno rastrella più le foglie da usare come lettiera. L’erba è talmente un problema che si impiegano anche i disseccanti per tenerla indietro. Come sono cambiate le cose in 60, 70 anni…

Nei boschi in primavera

La primavera certi anni arriva a poco a poco, altre volte scoppia all’improvviso, sorprendendoci. Un giorno ci svegliamo con un’altra luce, i colori cambiano, tutto fiorisce, c’è un’altra aria.

Anche se dei segnali c’erano stati, una volta la brina, una volta l’aria fredda, un’altra ancora le nuvole e le pioggia, per me la vera primavera è arrivata in quei due giorni. Cielo limpido e sole, caldo, colori vivi.

A questa stagione, si va al pascolo anche nei boschi. Boschi che si stanno appena “muovendo”, con le prime foglie che escono dalle gemme, ma nel sottobosco inizia ad esserci tanta erba fresca, che gli animali brucano volentieri. La legge vieta il pascolamento in bosco, ma chi l’ha scritta lo sa che, da una certa data in poi, i proprietari dei prati non vogliono le greggi, visto che vorranno poi ricavare fieno, da quell’erba? Inoltre, se questa cresce troppo e viene “dura”, non è nemmeno più adatta per essere pascolata dalle pecore. Certo, non bisogna tenere gli animali troppo a lungo sotto le piante, per evitare scortecciamenti…

L’indomani anche quei luoghi che vedi tutti i giorni brillano di una luce particolare. Nel giro di poche ore le gemme si sono aperte, le foglie tenere luccicano nella brezza. I ciliegi sono in piena fioritura, l’erba è di un bel verde e le pecore la brucano voracemente.

Quella è proprio una giornata di primavera. A parte i boschi, si possono pascolare questi “prati” dove i proprietari altrimenti passano con i mezzi a trinciare l’erba per tenere pulito, per impedire che il bosco avanzi a soffocare tutto.

Quando inizia a fare caldo, il bosco serve anche per il riposo degli animali. Dopo aver mangiato, sazi, cercano l’ombra per coricarsi e ruminare. Riprenderanno a pascolare più tardi, ma è comunque soprattutto la sera che mangiano volentieri, senza star lì a “scegliere” troppo l’erba facendo le schizzinose.

Si sale tra i boschi, si raggiungono altre borgate, le si attraversa e ci si sposta verso altri prati, pascolando qua e là piccole aree tra incolti, vecchi frutteti, rovi che avanzano.

Si arriva ad un grosso prato “magro” dove il gregge si allarga a pascolare. Mi viene da chiedermi fino a quando ci saranno queste superfici: verso le colline e la montagna, in assenza di animali “stabili”, avanza il bosco e i cespugli. Dove l’accessibilità è migliore, poco per volta si espandono le case…

Quando il rovo è ecologico

Torniamo ancora in Svizzera, c’era ancora qualcosa che vi dovevo raccontare sulla mia breve trasferta invernale. E’ quasi impossibile parlare di quelle zone senza riflettere sul paesaggio. Certo, raggiungendo la zona dove si trovava il gregge, ho anche sfiorato città, zone industriali, ma dove il territorio è agricolo, è soltanto agricolo.

Seguendo il gregge tra villaggi, colline, prati, campi, boschi, stando all’aria aperta tutto il giorno, il paesaggio è qualcosa di più di un semplice sfondo. E’ indubbio che, cambiando zone, si apprezza la differenza, mentre spesso si da per scontato quello che si ha quotidianamente sotto agli occhi.

Quello che sicuramente mi ha colpita è la grande presenza di rapaci intorno al gregge. Scusate per la qualità scarsa della foto, ma era un giorno di pioggia e la mia macchina fotografica ha uno zoom non da professionista. Comunque, sulle pecore volteggiavano continuamente dei nibbi. Dalle nostre parti ci sono spesso uccelli che accompagnano il gregge, per lo più ballerine e aironi. Qui nibbi e altri rapaci, oltre ad uccelli di piccole dimensioni, a volte in volo, a volte a terra, tra gli animali che pascolano.

Il pastore mi spiega che, qua e là, ci sono dei pezzi “ecologici”, che non possono far pascolare al gregge. Poco per volta capisco di che si tratta. Possono essere degli spazi anche ampi, magari intorno ad una piccola zona umida: restano incolti, non vengono seminati o pascolati, lì ci saranno fioriture importanti per la biodiversità vegetale e animale. C’è una bacheca, indica le specie vegetali ed animali. Magari c’è anche una panchina. Poi ci sono quelle piccole aree in mezzo al prato, magari con uno steccato intorno per proteggerle sia dai mezzi agricoli, sia dal pascolamento: cespugli di prunus, in questo caso, e un posatoio per gli uccelli.

Presumo che questi interventi ecologico-paesaggistici prevedano anche dei finanziamenti, dei “contributi”, come siamo soliti chiamarli (chi ne sapesse di più e volesse rispondere nei commenti, grazie…). Non un paesaggio fatto di sola agricoltura, ma l’albero lasciato qui, la siepe là, i cosiddetti corridoi ecologici che permettono, anche in un ambiente antropizzato ed agricolo, la vita della flora e fauna selvatica, che possono anche coadiuvare l’agricoltore/allevatore. Per non parlare poi dell’aspetto per l’appunto paesaggistico.

Su di una delle tante colline, c’era un piccolo gregge di pecore. Non ne conosco la razza, potrebbe essere un qualcosa di locale, magari a rischio di estinzione. Erano collocate in recinti fissi, tra un recinto e l’altro c’era uno stretto corridoio di forse mezzo metro, con piante e cespugli, anche rovi. Ecco… Sono stati gli unici rovi che ho visto! Qui il rovo è “ecologico”, è biodiversità, è nutrimento e rifugio per la fauna selvatica.

Tutto il resto invece è paesaggio curato, prati che si alternano a campi, fattorie, alcune antiche, altre più moderne, alberi, siepi, stradine di campagna che sono sia vie per i mezzi agricoli, sia percorsi per passeggiate a piedi, a cavallo e in bicicletta.

Secondo me non è solo questione di contributi, tutto parte dalla mentalità e dalla cultura. Mi sembra giusto aiutare anche economicamente chi coniuga agricoltura e ambiente, perchè questi sono veri investimenti che avranno un’influenza sul futuro. Effetti che magari non vediamo concretamente, ma vediamo invece molto bene il loro contrario. Gli effetti dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi, il sovra-sfruttamento del territorio, l’impiego massiccio di pesticidi, la monotonia delle monocolture, ecc…