L’anno della capra

Questa è la stagione dei capretti. A differenza delle pecore, che partoriscono tutto l’anno (a meno che intervenga l’uomo a stagionalizzare i parti), la capra ha un periodo in cui tendono a concentrarsi i calori. Cinque mesi dopo… Ecco le nascite.

I capretti sono uno spettacolo. Sono andata da un mio amico apposta per vedere tutta l’allegra brigata salterina. Riuscire a scattare delle foto decenti, tra la poca luce della stalla e i soggetti irrequieti, è una vera impresa. Mi aspettavano però anche fuori regione per farmi fare un “tour caprino”.

Senza rendermene conto, ciò è finalmente avvenuto proprio in concomitanza dell’inizio di quello che, secondo il calendario cinese, è l’anno della capra! Quando si dice il destino!! Alla battaglia delle capre di Locana, in novembre, due appassionati dalla Val d’Aosta mi avevano invitata a far visita alle loro stalle, facendomi accompagnare da un amico comune. Rimanda e rimanda, finalmente eccoci a Perloz, dove sembra vi siano capre in ogni porta al pianterreno! La prima visita è da questo simpatico signore, che ci mostra i suoi animali, cercando di aiutarmi ad avere un po’ di luce per scattare le foto.

Poi è la volta della stalla della nostra guida, Leo. Da queste parti la passione per l’allevamento di questi magnifici animali è fortissima, legata anche alla tradizione della battaglia delle capre. Perloz è il “luogo simbolo” di questa manifestazione, come viene scritto sul sito della ProLoco, anche se proprio nello scorso anno si sono registrate vibranti polemiche in merito allo spostamento della Finale ad Aosta.

Per fare la foto al becco, gli concediamo una gita all’aperto, dove sta iniziando a nevischiare. Tutti questi animali sono di razza valdostana, le cui caratteristiche più evidenti sono date dalle corna, ben sviluppate sia nel maschio, sia nella femmina.

Leo, che come attività principale non è un allevatore, ci mostra un altro aspetto collaterale della sua passione, cioè i collari di legno da lui decorati con tanta pazienza… e punta di coltello! Da noi si chiamano canaule, altrove gambis, ma comunque servono per sostenere le campane al collo di capre, pecore…

A proposito di pecore, di fianco alla stalla del becco c’è anche qualche ovino, sia di Leo, sia di un suo amico. Razze varie, incroci con la razza locale Rosset…

Sempre a Perloz, ci fermiamo a casa di un giovane allevatore che, ahimè non era presente, per “presentarci” i suoi animali. Colpa della nostra visita a sorpresa… Stalla pulita, ordinata, belle capre.

Saliamo nella valle, sta proprio nevicando. Ci fermiamo da un altro appassionato. Anche per lui l’allevamento non è l’attività principale, ma è evidente come tutti loro dedichino molte ore a questi animali, alla loro sistemazione, al loro benessere. Ho come la sensazione che passino anche del tempo semplicemente in loro compagnia, ad ammirarli…

Dai loro discorsi, è chiaro come si conoscano un po’ tutti, Piemontesi e Valdostani, uniti da questa passione, quasi una “nicchia” nel mondo degli allevatori. Ovviamente ogni capra ha un nome, in ciascuna di queste stalle ci sono animali che hanno ottenuto qualche riconoscimento alle varie battaglie.

Le baite sono vecchie case dalla classica architettura walser, stiamo salendo verso Gressoney, in una giornata decisamente invernale. Tutte queste capre restano nelle stalle fin quando non sarà possibile metterle al pascolo all’aperto. Vengono lasciate libere e incustodite…

Altra stalletta, altre capre! Ascolto i loro discorsi: guardano gli animali, li commentano, pianificano scambi e acquisti di capretti. Dinamiche che potrebbero sembrare assurde e incomprensibili a chi non fa parte di “questo mondo”. Mi viene da pensare a quegli esaltati che denunciano l’allevamento e le battaglie delle capre come maltrattamento… Venissero a vedere con quanto amore sono allevate queste bestie…

Sotto un’intensa nevicata, a Gressoney ci aspetta anche un ottimo e abbondante pranzo. Poi, sulla via del ritorno, un’ultima tappa alla stalla di Michael. Anche qui capre che devono ancora partorire e numerosi capretti già nati. La stalla è un vero gioiellino.

Ogni capra ha il suo box, tutto in legno. Gli animali devono rimanere isolati gli uni dagli altri, poichè con la loro indole altrimenti si prenderebbero a cornate tutto il tempo. Anzi, ogni tanto occorre risistemare qualche tavola di legno, dopo qualche cornata di troppo.

La visita nella Valle del Lys è ormai alla conclusione, bisogna rientrare. Ancora un ultimo scatto alla vita che va avanti, un saluto a questi nuovi amici, una promessa di tornare in estate, quando il meteo permetterà di godere del panorama…

Giusto per finire di lustrarsi gli occhi, mentre siamo di strada telefoniamo al pastore Giovanni, che non dovrebbe essere lontano con il gregge. Le capre si presentano a rapporto intorno al furgone dove sono ricoverati i capretti, tutti nati negli ultimi giorni. A questo punto… buon anno della capra, allora!

E quando si attraversa una strada?

La nevicata era stata di breve durata, nella notte le temperature si erano abbassate e il terreno, al mattino, era tutto gelato.

Il primo sole stava arrivando tra le colline, lassù a ridosso del bosco il gregge era già al pascolo, mentre il pastore stava finendo di raccogliere le reti e imbastare gli asini. La neve scrocchiava sotto gli scarponi e, nel fango, le impronte delle centinaia di unghie, erano cristallizzate.

Qui bisogna iniziare presto, al mattino. Gli ordini del capo sono precisi, quando arriva il sole, gli animali devono già mangiare e dev’essere tutto pronto per muoversi. La giornata sembrava promettere bene, ma le previsioni annunciavano comunque altra neve per il pomeriggio/sera.

Non è facile far spostare queste pecore. Anche chiamandole, non partono subito al seguito del pastore. Come vi ho già detto, mandando i cani si “richiudono” a mucchio. L’unica soluzione è il sacchetto del pane secco, che attira il montone castrato, con la campanella al collo, guida designata del gregge.

Così lentamente ci si avvia verso i prati a ridosso del paese. Non c’è più molto da pascolare, bisognerà attraversare la strada cantonale. Ancora una volta, le pecore brucano svogliatamente, l’erba non è di loro gradimento, quindi non si indugia troppo a lungo e si riparte.

Per passare la strada, occorre fare un lungo giro, sia per attraversare il canale, sia per non pestare un campo seminato. Il sole scalda, il terreno inizia a sgelare, tutto un altro clima rispetto al giorno precedente. Su alcuni prati in pendenza la neve è addirittura già sciolta.

Qui non occorre agitarsi, quando c’è da spostare il gregge anche attraversando una via trafficata! Per prima cosa, gli automobilisti rispettano scrupolosamente i limiti di velocità, per cui in prossimità dei centri abitati viaggiano ai 50 km/h. Inoltre rallentano quasi sempre già solo nel vedere il gregge al pascolo di fianco alla strada. Se poi questo sta salendo sull’asfalto, si fermano a decine di metri di distanza, spegnendo il motore. Ecco perchè basta un unico pastore per muoversi con un gregge di quasi mille pecore!

Dopo esser passati in mezzo ad alcuni capannoni, il gregge torna in aperta campagna. C’è la pista ciclabile che passa di lì, poi tutta una fitta rete di stradine tra campi e prati, curate alla perfezione, con tanto di segnaletica e, periodicamente, panchine, cestini con i sacchetti per gli escrementi dei cani…

Sembra ci sia un’infinita distesa di prati, da quella parte, ma il pastore confessa di non saper bene se basteranno per la giornata. Erba vecchia, erba sporca di liquami, erba di cattiva qualità. Ha già fatto un giro il giorno precedente, adesso lascia che il gregge si allarghi e pascoli quel che può, poi lo sposterà ancora, sempre avanti fino a trovare dei pascoli come si deve.

Dal mattino fino a notte, questa è la giornata di chi fa questo mestiere. Nel cuore del giorno, spesso il pastore chiude il gregge in due reti e va avanti a piedi a vedere dove trova pascoli, poi ritorna e riprende a far mangiare gli animali. La sera, chiuso il recinto, sfamato i cani, tolto il basto, torna a piedi a recuperare il proprio furgone, con cui poi raggiungerà le prossimità del gregge, trascorrendo anch’egli lì la notte. La mia breve permanenza presso questa realtà è terminata, ma vi racconterò ancora qualcosa su alcuni aspetti del territorio svizzero nei prossimi giorni.

Un assaggio di inverno vero

Il film “Hiver nomade” aveva aggiunto dettagli a quello che già avevo sentito dire sull’inverno per i pastori vaganti in Svizzera. Quest’anno anche da quelle parti le temperature non sono ancora state esageratamente fredde, c’era un po’ di neve, ma senza esagerare.

Dopo la giornata di pioggia, nella notte aveva nevicato ed al mattino il problema principale era il ghiaccio. Quando raggiungo il gregge, il pastore stava rifacendo il basto all’asino. L’animale era scivolato sulla strada ghiacciata, cadendo a terra per fortuna senza conseguenze, ma nel rialzarsi, il carico si era spostato e bisognava rimettere tutto a posto. C’era vento freddo e la neve passava quasi in orizzontale.

Il gregge pascolava incurante delle condizioni meteo. Le pecore erano tutte ben allargate e mangiavano come se niente fosse. Neve al suolo non ce n’era molta e le temperature non erano così basse, ma il vento faceva percepire un freddo più intenso di quello segnato dal termometro.

Finito di pascolare il primo prato, il gregge viene fatto spostare in un altro grosso appezzamento appena sopra la stradina. Qui finalmente si trova quello che il pastore desidererebbe avere sempre, cioè un ottimo pascolo. Le pecore si fermano, letteralmente incollate al terreno. Mangiano senza camminare, mentre il vento fa turbinare i fiocchi di neve ed esce persino un po’ di sole.

Quel prato dura davvero a lungo. Il gregge pascola in modo completamente diverso rispetto al giorno prima, quando invece spiluccava solo le punte dell’erba, o le pecore si sedevano a ruminare, attendendo che il pastore le conducesse in un nuovo pezzo. Comunque sia, bisognerà poi trovare ancora altri prati per concludere la giornata e, via di lì, la situazione sembra di nuovo esser critica.

Qui vedete meglio come sia possibile, anche con la neve, che gli animali pascolino. Spostano la neve con le zampe e con il muso, raggiungendo l’erba. Ovviamente, se il prato fosse pulito, mangerebbero meglio e di più, ma non muoiono certo di fame, contrariamente a quello che potrebbe pensare chi non è abituato a vedere gli animali all’aperto d’inverno.

Quando però tutto il prato è stato bene o male mangiato, è ora di ripartire. Il gregge come sempre si incammina compatto, non ci sono agnelli piccoli (per legge, non possono nascere agnelli all’aperto durante la transumanza invernale) e nemmeno animali zoppi. Il pastore mi ha spiegato che, periodicamente, può esserci una visita da parte del veterinario cantonale, che controlla lo stato di salute del gregge e verifica appunto che non vi siano bestie zoppe. Se ne vede una, questa deve già esser stata medicata e, sul registro, dev’essere stato segnato l’orecchino, la data e l’eventuale prodotto usato per il medicamento.

I prati attraversati successivamente non incontrano il gusto del gregge. Ci sono anche alcune stoppie di mais, da noi considerate uno dei pascoli principali per le greggi vaganti, ma qui, tra che il gelo ha “bruciato” le infestanti, tra che le pecore devono ingrassare, non si prende nemmeno in considerazione questi appezzamenti.

Il vento è temporaneamente calato, c’è il sole, ma non si può dire che faccia davvero caldo. Gli strati di abbigliamento sono numerosi e le estremità ben protette. Facesse il vero freddo dell’inverno svizzero, non ci sarebbero fango e pozzanghere di neve sciolta, resti della pioggia del giorno precedente. Spero questa immagine serva a tranquillizzare gli amici pastori da queste parti, anche in Svizzera si pesta fango!!

Il meteo quel giorno è estremamente variabile. Il sole svanisce e il cielo torna a farsi grigio. Le pecore hanno di nuovo un bel pezzo di prato nuovo da pascolare, mangiano quiete ed ogni tanto qualcuna si scuote, facendo suonare la campana. Un segnale di neve in arrivo…

Prima della neve arrivano però ancora diversi visitatori, a vedere il gregge, salutare il pastore e portare un caffè caldo con i biscotti. Dizionario alla mano, da una casa un gentilissimo signore chiede in Italiano se vogliamo mangiare qualcosa di caldo. Più tardi, quando è ormai buio e sta nevicando, da un’altra casa arriva un uomo con un cartoccio. Warm pizza per il pastore, ma il pastore è lassù vicino alla wald a fare il recinto per le pecore… Accidenti, bisognerebbe imparare il Tedesco!

La neve arriva proprio, inizia con il calare della sera, ma ormai le pecore hanno pascolato e, con il recinto già pronto, si aspetta che venga notte per chiamarle nel pezzo lassù vicino al bosco di abeti. Le piante serviranno come ricovero per i cani e gli asini, oltre a riparare anche il gregge dalla tormenta. Nel bosco c’è una quiete inaspettata, fa fin “caldo”, paragonato all’aria tagliente che per tutto il giorno ha imperversato.

Tutta l’erba a disposizione, ma…

In molti mi stanno chiedendo dettagli su quello che ho visto in Svizzera, anche i pastori delle mie parti sono molto curiosi, sia per quello che riguarda gli animali, sia il lavoro del loro amico/collega, sia… per i pascoli! L’erba del vicino è davvero più verde?

Quel mattino pioveva. Nella notte era caduta un po’ di neve, ma le temperature si erano rialzate. Bisognava andarsene al più presto da quel prato. Le reti erano già state raccolte e caricate sugli asini. Come funziona il pascolo vagante lì in Svizzera? Ogni pastore ha una sua zona, quindi in quel territorio non c’è concorrenza di altre greggi.

Praticamente tutti i prati possono essere pascolati, solo alcuni contadini vengono a dire al pastore di non entrare in un certo pezzo, ma si tratta quasi di eccezioni. Non c’è la necessità di andare “a chiedere l’erba”, ma ci si sposta via via durante la giornata.

Apparentemente, a parte qualche campo coltivato a cereali o a colza, entrambi da evitare, il resto sembrerebbe tutto da pascolare. Il pastore però ovviamente sa distinguere le differenze. Ci sono i prati vecchi, molti dei quali poco appetiti da queste pecore, vuoi per la qualità dell’erba, vuoi perchè molti sono già stati concimati con liquami. Poi ci sono i prati “di copertura”, ma anche lì il foraggio non è un granché. Ciò che si cerca, sono i prati nuovi.

Quindi spesso sembra di avere intorno distese quasi infinite da pascolare, ma quando sposti il gregge da un pezzo all’altro, gli animali non abbassano nemmeno la testa per mangiare, così sai che devi proseguire oltre. A volte il pastore cerca di insistere, quando nel pezzo c’è tanta erba, ma se le pecore sentono l’odore del liquame, anche se sparso mesi prima, pascolano di malavoglia.

Invece il gregge deve mangiare sempre, gli animali devono ingrassare!! Mentre si cercano buoni pascoli intorno al paese, è un continuo via vai di visitatori. Mamme con bambini, bambini da soli, signore di mezza età che portano pacchetti di pane duro, biscotti secchi da dare agli animali. Via via durante i giorni in cui sono rimasta là, ho visto un susseguirsi di episodi simili, persone che vengono a salutare il pastore, chiedono quante sono le pecore e portano chi il caffè ed i biscotti, chi addirittura il pranzo caldo.

Mentre il gregge mangiucchia un pezzo meno peggio degli altri, il pastore va a fare un giro per rendersi conto di cosa c’è sotto la neve. E’ il secondo anno che passa da queste parti, quindi inizia a conoscere il territorio, ma comunque bisogna andare a vedere che erba c’è nei prati, capire dove invece sono campi, e con la neve le cose si complicano, anche se adesso ce n’è poca e piove pure. Dopo si riparte, per vedere se ci sarà qualcosa che incontrerà maggiormente i gusti del gregge.

Si passa a fianco di una grossa stalla, con annessa villa/residenza degli allevatori. Si allevano capre e vacche. Impossibile non notare l’ordine, la pulizia, la bellezza delle strutture. Nonostante i trattori parcheggiati sul retro, non c’è nemmeno fango sull’asfalto e sul cemento davanti all’azienda. Per non parlare della totale assenza di ciò che, ahimè, molto spesso circonda le cascine in Italia: pezzi di macchinari, cose che restano lì “perchè possono sempre servire”, nylon, bidoni…

Si passano numerosi prati, tutti di qualità non eccezionale, intanto non smette di piovere. Il pastore continua ad andare a vedere più avanti, da una parte e dall’altra tra le colline, per scovare uno di quei “prati nuovi” in cui le pecore finalmente possano riempirsi la pancia a dovere. Non che siano digiune, altrimenti non starebbero così ferme. Spiluccano, qualcuna rumina, gli agnelloni giocano, ballano sulla pista pedonale e ciclabile.

Il pastore torna dal giro in avanscoperta poco soddisfatto. Non ha trovato cosa cercava, ma comunque ha deciso quale direzione prendere. Si lasciano perdere alcuni pezzi in una valletta laterale tra le colline, inutile andare in là senza certezze che gli animali mangino poi come si deve.

Si passano velocemente alcuni prati, poi ci si sposta ancora. Fa quasi impressione, pensando a quanto invece starebbero ferme delle pecore nostrane in spazi così estesi. Qui la finalità non è il mantenimento, ma ingrassare gli animali.

Finalmente, verso sera, in una valletta tra le colline, sempre sotto la pioggia, si trova IL prato, quello che consentirà di concludere in modo soddisfacente la giornata. Gli animali si fermano, abbassano la testa e brucano senza guardarsi intorno. Ciò è un sollievo per il pastore… che può andare appena più avanti a preparare il recinto per la notte.

Quando ritorna, vado a fare due passi. Il gregge è sempre là che pascola, io cammino veloce (per scaldarmi) sulle stradine asfaltate e, in parte, sterrate che attraversano le colline, uniscono le cascine isolate ai paesi e sono percorse da numerose persone. Chi corre, chi porta a spasso il cane, chi fa una passeggiata mano nella mano, chi sale e scende in bici, in un clima di generale rilassatezza, anche sotto la pioggia, senza ombrello, bambini e anziani.

Volevo infine mostrarvi i tubi, ancora presenti sui prati, che tagliano diagonalmente i pendii. Laddove non si può passare con il trattore e la botte a spandere i liquami, i mezzi si fermano sulle strade e il concime viene distribuito attraverso questi tubi. La speranza è che non sia ancora stato fatto ovunque questo lavoro… Il meteo annuncia neve per la notte e per il giorno successivo.

Vedere altre realtà

E’ facile parlare per luoghi comuni, immaginare che altrove sia tutto migliore, tutto più semplice. Era da tempo che sognavo di vedere il pascolo vagante fuori dall’Italia, in Svizzera soprattutto. Il primo che me ne aveva parlato era stato Luigi Cominelli, ma purtroppo è venuto a mancare troppo presto perchè io potessi raggiungerlo e accompagnarlo nel suo lavoro invernale. Avevo visto questo video, oltre alle foto del libro di Marcel Imsand. Poi c’era stato il film Hiver Nomade…

Questa volta però sono riuscita a toccare con mano anch’io la stagione della transumanza invernale, il pascolo vagante, la vita del Wanderschäfer (pastore vagante, appunto). Il tutto grazie ad un amico, pastore originario della Val Pellice, che da alcuni anni fa le stagioni in Svizzera, sia d’estate in Canton Ticino, sia d’inverno nel Cantone di Lucerna. Il suo datore di lavoro invernale è proprio uno dei fratelli di Luigi, Sandro Cominelli. Così ho preso un po’ di abbigliamento invernale e calzature adatte, il cane e… sono partita.

Arrivare e trovare il gregge è stato semplice. Già sapevo che avrei incontrato la neve. Ero preparata a pecore “diverse”, ma viste dal vivo fan subito uno strano effetto. Il gregge è composto da pecore e agnelloni. Durante la transumanza, nessuna pecora deve partorire: se questo accadesse, la pecore deve immediatamente essere portata alla stalla. Il compito del pastore, da dicembre a marzo, è far mangiare il più possibile gli animali, ingrassarli a dovere. Gli agnelloni sono o di proprietà dell’allevatore o acquistati da esso e, raggiunto un peso adeguato (43kg precisi, siamo in Svizzera!) vengono tolti dal gregge e portati al macello.

E’ tutto un altro modo di lavorare. Certo, bisogna saper fare il pastore, ma anche così, è necessario imparare a svolgere il mestiere come richiede il padrone, il territorio, gli animali. Questi ultimi hanno un carattere diverso da quelli a cui sono abituata qui da noi. Basta il minimo evento anomalo per spaventarli e far sì che si “chiudano” a mucchio, pertanto anche mandare i cani non è semplice, sia per contenerle entro un certo appezzamento, sia per spostarle verso altri pascoli.

Un gregge, gli asini, il pastore e i cani. Come concessione alla modernità, il pastore ha un furgone, ma di questo vi parlerò successivamente. Gli asini trasportano il necessario per il gregge, cioè le reti per fare il recinto la sera. Al mattino, ben prima che venga giorno, bisogna iniziare proprio dal basto, poi si raccolgono le reti e il gregge inizia a pascolare. Non si aspetti che “sciolga”, come da noi che i pastori a volte attendono che vada via la brina per “dare il pezzo”, gli animali devono mangiare, mangiare, mangiare. Le reti vengono poi messe nel basto, così che siano sul posto quando si arriva dove si farà tappa la sera.

Il clima è quello che vedete, e ancora che in questi ultimi anni non ha ancora fatto davvero freddo. Ricordo che Luigi mi parlava di temperature anche di -20°C. Nei giorni precedenti il mio arrivo, c’era stata neve, pioggia, sole, poi mentre io ero lì hanno continuato a susseguirsi giornate di maltempo, con solo qualche intermezzo soleggiato. Gli animali comunque trovano di che sfamarsi sotto la neve e, come accade anche in Italia, quando questa è troppa o è ghiacciata, si interviene con del fieno. Il pastore avvisa l’allevatore e questo se lo procura in loco.

Non è una vita facile, quella del pastore vagante in Svizzera. Ci sono i pro e i contro, come in tutte le cose. Nei prossimi giorni vi racconterò tutto quello che ho potuto toccare con mano stando là. Di sicuro ho goduto di un paesaggio molto diverso rispetto a quello a cui sono abituata. Un paesaggio che rilassa, ma è stato tutto l’insieme ad essere rilassante, pur nella durezza delle condizioni di lavoro.

Solo per fare un esempio, mentre il gregge pascolava l’ultimo prato della sera, dei perfetti sconosciuti hanno accolto me, altrettanto sconosciuta, a casa loro. Amici dell’allevatore, avvertiti all’ultimo momento: a causa di problemi linguistici, avevano frainteso i dettagli sul mio arrivo, ma senza alcuna preoccupazione mi hanno accolta, ospitata e mi hanno concesso piena libertà nell’uso di casa, consegnandomi le chiavi e dicendomi di fare tutto quello che volevo. Andare, venire, usare la cucina, la lavatrice, qualunque cosa. Il giorno dopo quindi ho poi iniziato le mie giornate di pascolo vagante in terra elvetica…

Film sulla pastorizia

Si è conclusa ieri sera a Cuneo, con la proiezione di “Hiver nomade”, la rassegna Terre d’Alpe, in cui è stato possibile assistere alla proiezione di numerosi film, documentari e anticipazioni di lavori in corso di realizzazione, tutti con tema i pastori e la pastorizia. Il “nostro” film sui pastori non è ancora concluso, ma ieri sera, insieme alla parte che avete già visto qui, è stata proiettata anche un’anticipazione delle due ultime storie che verranno aggiunte al film.

Poi si è passati ad “Hiver nomade”, film realizzato in Svizzera sulla transumanza invernale, di cui molto avevo sentito parlare e che attendevo con ansia di vedere. Permettetemi di fare qualche considerazione a riguardo. Il film mi è piaciuto molto come immagini, però…

Si tratta della storia di Carole e Pascal, pastori in Svizzera, che conducono un gregge nei mesi invernali secondo la modalità del pascolo vagante. Ma è un gregge non di proprietà, infatti periodicamente l’allevatore arriva a caricare ora pecore, ora agnelloni, per soddisfare le richieste del mercato. A fine stagione rimangono le “pecore guida” e poi altri animali, così pochi da essere caricati tutti nella “biga” a traino del fuoristrada. E così la stagione di lavoro dei pastori è terminata.

Le immagini, specialmente quelle in pieno inverno, con la neve, sono di grande impatto. E il pubblico è molto colpito dalle modalità di vita dei pastori, che dormono all’aperto con qualsiasi condizione atmosferica. Tutto il necessario per l’accampamento è caricato sui tre asini, quindi non c’è nessun fuoristrada, nessuna roulotte da spostare. Tutto come ai vecchi tempi. Pascal ad un certo punto del film spiega di aver fatto la gavetta con un pastore bergamasco, un certo Savoldelli, quando aveva vent’anni. Un tempo i pastori in Svizzera erano tutti bergamaschi, ora non ci sono quasi più pastori, a fare la transumanza invernale.

Oltre alla neve, ogni tanto fortunatamente si vede il gregge pascolare nei prati verdi, con buona pace del pubblico che già si agitava perchè: “…povere bestie, ma cosa mangiano, come fanno con quella neve, quel freddo!“. Proprio dalle voci che ho colto tra il pubblico mi viene da fare delle critiche. Chi fa il pastore, chi sa cos’è la pastorizia, il film lo apprezza dall’inizio alla fine, forse resta con qualche domanda insoddisfatta riguardo ai personaggi, ma si gode gli scenari, le zoomate sugli animali, sui cani, sugli asini, sui piccoli episodi con i contadini e gli automobilisti che fanno capire che… L’erba del vicino è verde come la nostra! Anche in Svizzera c’è chi si infila con l’auto tra le bestie perchè vuole passare o il contadino che ritiene che il gregge rovini il cotico erboso, pertanto nega il passaggio e il pascolamento.

Sicuramente però, a parte un tratto iniziale in cui si avverte il frastuono del traffico autostradale, il resto del film scorre in un territorio a bassa densità abitativa, con villaggi pittoreschi e ampie distese di pascoli. Solo in un punto, mostrando delle case per altro perfettamente inserite nel paesaggio, il pastore lamenta l’espansione edilizia che complica il passaggio del gregge.

Dopo aver visto il film, stamattina sono andata sul sito per leggermi meglio la storia e capire chi è Carole, come mai è con Pascal, cosa l’ha portata lì. Infatti nel film tutto questo non è chiaro. Si è trattato di una radicale scelta di vita, un cambiamento, ma… Tutto quello che leggiamo qui però non viene detto. Per esempio che la sua presenza con il gregge non è continuativa, che per sei anni ha frequentato Pascal lavorando altrove e facendogli visita di tanto in tanto per dei periodi. Due inverni però li ha passati interamente con il gregge. Ora si occupa d’altro, vuole viaggiare e dedicarsi alla fabbricazione di saponette da vendere sui mercatini.

Curiosità ininfluenti al fine del film. Quello che però secondo me mancava era però qualche spiegazione in più. Qualche aspetto didascalico che non avrebbe rovinato il film, non l’avrebbe trasformato in un documentario, ma semplicemente avrebbe permesso a chi di pastorizia non sa nulla di godersi meglio la proiezione. Ci sono state alcune defezioni in sala, persone che ad un certo punto si sono alzate e se ne sono andate. Da una parte è vero che dovremmo anche cercare di tornare ad apprezzare i tempi lenti e naturali della pastorizia, ma non dimentichiamoci che, chi era lì, già sapeva l’argomento della serata, quindi aveva un certo interesse che però è stato deluso. Sfruttando i momenti in cui i pastori non solo soli, ma sono a cena dai contadini o ricevono la visita di amici, avrei approfittato per farli parlare di più e raccontare ulteriori dettagli sul lavoro e sulla vita.

Infine, in un modo o nell’altro, magari facendolo spiegare da Pascal a Carole, che in fondo era lì per imparare, bisognava far capire al pubblico che niente sa di pastorizia cosa stava succedendo in certi momenti. Per esempio che Pascal e Carole non sono i padroni degli animali, oppure cosa significa condurre un gregge, perchè le pecore non possono gettarsi in ogni appezzamento verde. Dire che gli animali riescono a cibarsi anche con la neve (fino ad una certa quantità), perchè il pubblico questo non lo capisce. Non è sufficiente che gli animali siano belli grassi e che in una telefonata vi sia il riconoscimento dell’allevatore che si complimenta con il pastore. La gran parte della gente ormai è troppo lontana dal mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, come quella donna nel film che incontra la transumanza e ammette di non sapere nemmeno cosa significhi, quella parola.

Dire perchè il gregge si alleva in questo modo, aspetti che emergono sempre sul sito nelle parole di Jean-Paul, l’allevatore padrone degli animali e datore di lavoro di Pascal… Insomma, questo bellissimo (visivamente) film per me è ancora una volta un’occasione persa per spiegare al grande pubblico cosa sia la pastorizia nomade. La poesia delle immagini, dei gesti, della presenza scenica di Carole con il suo viso espressivo e il suo basco rosso potevano raggiungere molte persone in più. Temo invece che tanti, vedendo il film, non riusciranno a comprenderlo fino in fondo e magari si annoieranno anche un po’ senza capire i sentimenti di un pastore quando non trova il posto giusto per far dormire il gregge o quando si arrabbia perchè la sua collega ha commesso degli errori, non riuscendo ad evitare che le pecore si buttassero in un campo coltivato.

Pastori qua e là

Si parlava ieri delle forme di commercializzazione dei libri… Ormai si punta più sul web che non sulle classiche librerie e vale tanto per un romanzo quanto per un libro fotografico sulla pastorizia. Infatti… i pastori sul web ci sono eccome. Questo blog, il suo seguito, la sua longevità ne è una testimonianza. E, a maggior ragione, lo sono tutte le foto che mi mandate.

(foto G.Grosso)

Andiamo indietro nel tempo, torniamo al mese di novembre, quando l’amico Giacomo mi mandava una testimonianza della transumanza del pastore Giovanni, che aveva incontrato la neve durante il suo cammino.

(foto G.Grosso)

Neve che è annunciata anche per i prossimi giorni, a dire il vero già da stasera, ma è inverno e fino ad ora è già andata fin troppo bene. In pianura sembra comunque che ne cadrà poca e mista a pioggia, quindi forse non c’è da preoccuparsi per ora.

(foto G.Grosso)

Ancora dalla Valchiusella, un giovanissimo, Marco, che ci manda un’immagine che lo ritrae con la sua capra. Insieme avevano partecipato alla rassegna caprina.

(foto Adriana Z.)

Cambiamo zona, andiamo verso est, in Trentino, da dove la mamma di Fabio ci manda alcune immagini del figlio, pastore che abbiamo già visto anche in foto di altri amici. Qui siamo d’estate, a malga Bocche, con Angelo Paterno.

(foto Adriana Z.)

(foto Adriana Z.)

Per concludere, due immagini autunnali della discesa del gregge di Fabio.

La vera transumanza

Le transumanze di oggi sono anche un po’ moderne. A volte il progresso è positivo, a volte no. Non parlo dell’utilizzo dei camion o di altre cose del genere. Volevo mettere a confronto una transumanza “su strada” ed una per antichi percorsi. Nei giorni scorsi ha nevicato anche a quote abbastanza basse, ma per fortuna qui in Piemonte non così tanto come nel Nord Est. Comunque, da casa, collegata a Facebook, potevo in tempo quasi reale vedere le immagini delle transumanze altrui, anche su percorsi che coincidevano in parte con la nostra. Quindi potevo già sapere quel che ci aspettava, anche senza andare a visionare il percorso.

Poi però quando sei sul campo, con i belati ed il suono dei campanacci, il XXI secolo viene dimenticato. Da un certo punto in poi si perde anche il segnale del cellulare e cammini lontano dal tempo. In questa transumanza, per scendere, prima bisogna risalire e valicare una cresta, poi ci si abbasserà di quota. Non ci sono strade asfaltate, ma solo antiche mulattiere militari, poi sentieri quasi scomparsi.

Su quei sentieri c’è ancora anche un po’ di neve, ma niente che infastidisca la transumanza. Ve l’ho raccontato tante volte, questo è un giorno speciale, fatto di festa, ma anche di preoccupazione, nervosismo, tensione. Molte di queste caratteristiche negative sono legate al fatto che per la transumanza non c’è più spazio. Come metti i piedi sull’asfalto, ci sono rischi, proteste, fatica in più. Qui invece tutto avviene con il ritmo giusto, con gli animali che camminano al loro passo, non serve tanta gente per guidarli, al massimo servono aiutanti per spostare le auto e, queste ultime, per spostare attrezzature ed agnelli troppo piccoli per camminare.

Una sosta in tutta tranquillità, pascolano gli animali, pranzano i pastori. Lungo una strada ci sarebbe tensione, qualcuno deve sempre controllare il gregge, c’è il rischio che i cani vengano investiti dalle auto. Qui invece si è lontani da tutti e da tutto. Il cielo è incerto, per qualche istante sembra debba prevalere l’azzurro, ma dall’altra parte c’è la nebbia che avanza.

L’atmosfera è di nuovo quella della neve, anche se questa volta le temperature non sono più così basse. Così cade appena qualche goccia di pioggia, ma più che altro ci sarà tanta nebbia, compagna costante di tutta la stagione, dalla fine della primavera a quest’autunno. Viene il momento di ripartire per giungere a destinazione prima che sia notte.

In coda non si vede cosa accade davanti al gregge. Il sentiero è viscido di fango e di neve pestata, qualche agnello si attarda e non bisogna mai perderli d’occhio per evitare di lasciarli indietro. Alcuni hanno le madri accanto, troppo premurose, così il loro cammino è ancora più lento. Occorre anche tenere d’occhio quelle pecore i cui agnelli sono già a destinazione grazie alle auto, perchè hanno la tendenza a tornare indietro per andare a cercarli.

Dopo una difficile salita lungo una traccia tra neve e cespugli, finalmente si trova l’altro sentiero, quello che ci porterà a destinazione. Ancora nebbia che va e viene, sempre meno neve, ma purtroppo si scorgono anche, a pochi passi dal sentiero, i resti di due pecore predate dal lupo nel corso dell’estate. Un triste bentornati ed un monito per gli ultimi giorni da trascorrere in alpe.

Si scende, questa volta l’ora non è troppo tarda, anche se il maltempo rende più scuro il pomeriggio. Una volta a destinazione ci sarà il tempo per tirare con calma il recinto e controllare tutti gli animali, ciò nonostante si arriverà a “casa” quando sarà ormai notte. Però tutto è andato bene, la fatica è stata soprattutto fisica, ma la transumanza molto più rilassante di quelle lungo le strade trafficate, dove c’è chi vuole passare a tutti i costi, dove devi cercare di non intralciare troppo, dove sei un ostacolo e non una persona che lavora come chiunque altro.

Sotto la nebbia c’è un’atmosfera grigia, tipicamente autunnale. Nonostante la neve, nonostante il freddo dei giorni passati, i colori però devono ancora cambiare. Lo scorso anno, pur avendo compiuto prima questo cammino, era avvenuto con i gialli e gli arancioni dei larici. Quest’anno è ancora il verde a predominare, tra le chiome.

A fine transumanza, anche gli agnellini più piccoli vengono riaffidati alle loro madri. Questa giornata è conclusa, ma la transumanza definitiva sarà quella che riporterà il gregge in fondovalle. Dopo, ogni spostamento sarà pascolo vagante, quella forma di pastorizia che prevede la transumanza continua, a volte anche quotidiana. Ogni giorno quindi ci sarà da avere a che fare con strade, auto, magari addirittura ferrovie. Ci si sposta il più possibile per vie secondarie nelle campagne, ma non sempre è così, come ben sa chi segue da anni questo blog.

Scendere giusto in tempo

Dall’alpe scendi innanzitutto quando hai finito l’erba. Poi, adesso, in epoca moderna, scendi perchè la legge te lo impone e c’è una certa data entro cui devi partire, oppure scendi perchè il tal giorno i camion possono venire a caricarti il gregge o la mandria. Scendi perchè la TV o internet hanno dato neve in arrivo (una volta quante volte si veniva sorpresi dalla neve e solo allora si scendeva?).

Non c’è il tempo “giusto” per scendere. Sicuramente con il sole si fatica meno, ma personalmente non mi dispiace lasciare l’alpe con quell’atmosfera che davvero ti dice che la stagione è finita. I margari da un paio di settimane avevano fissato il giorno per la transumanza e la domenica, sotto la pioggia, avevano abbassato le manze. Tutta la mandria era stata riunita nei pressi delle baite solo il lunedì mattina, poco prima della partenza definitiva.

Tutti davano una mano, chi con gli animali, chi in cucina per preparare “un po’ di colazione”, ma soprattutto il pranzo da consumare una volta finito di caricare gli animali sui camion. La prima parte di transumanza però avviene a piedi, così Piero ad un certo punto chiama la mandria e ufficialmente si parte. Cade una pioggia fine, sottile, l’aria è fredda, in alto è caduta neve nei giorni scorsi.

Il cammino è rapido, gli animali procedono a tutta velocità, bisogna fare attenzione a non essere letteralmente investiti, specialmente quando il toro cerca di cavalcare una vacca o due vacche si cavalcano tra di loro. Questo fenomeno è l’incubo delle transumanze, sia per l’incolumità delle persone che danno una mano, sia per i rischi che corrono gli animali stessi. A volte basta poco per mettere un piede in fallo e scivolare nella scarpata o anche solo per ferirsi una zampa.

La pioggia va e viene, ma l’atmosfera è proprio quella giusta. Anche i colori sono lo sfondo più adatto per la transumanza. Si sale quando il verde si allarga sulla montagna, si scende quando questo viene sostituito dal rosso e dal marrone sui pascoli, dal giallo e dall’arancio nei boschi.

Il resto della transumanza avviene con la pioggia battente e sulle schiene della mandria si alza una nuvoletta di vapore. Anche gli uomini sudano sotto giacche e impermeabili, ma tra poco il cammino finirà e ci sarà “solo” più da far salire le vacche sui camion. Al termine di questo lavoro, un boccone in compagnia, poi ci si saluta. Per i margari però il lavoro continuerà fino a tarda sera: li aspetta una cascina ed una stalla diversa dagli anni precedenti, così ci sarà da faticare a lungo per far entrare le vacche e legarle ciascuna al suo posto.

Intanto su in valle ha di nuovo nevicato. La neve non è ancora scesa in basso, ma la montagna ha davvero cambiato faccia. Mancano pochi giorni anche alla partenza del gregge, i pastori si sono fatti rassicurare sulla stabilità del meteo almeno fino al momento della transumanza… però un minimo di apprensione c’è comunque. Non è più come una volta che, quando arrivava la neve, si partiva. Ora c’è la maggiore certezza delle previsioni, ma nello stesso tempo ci sono molte più cose da fare e da trasportare, quando si fa la transumanza.

Per fortuna gli ultimi giorni sono un’alternanza di sole e nuvole che regalano ancora dei bei momenti. Il gregge è vicino a casa, così si può approfittare di qualche momento per fare gli ultimi lavori: c’è chi cucina per la transumanza, chi inizia ad imballare tutto ciò che dovrà essere portato via. Si fa scorta di legna per il prossimo anno, si sistema il tetto e si chiudono le finestre, affinchè la neve invernale non vada a danneggiare le strutture.

E’ proprio ora di partire. Lo dicono i colori, lo dice l’aria. Magari resterà indietro erba da pascolare, il gregge ne avrebbe avuto ancora forse per un giorno o due, ma è inutile rischiare oltre. Ormai gli amici sono avvisati, presto arriveranno per dare una mano, mentre il gregge viene mandato a pascolare in vista della partenza.

Dopo pranzo, ci si mette in cammino. Il cielo è velato, c’è “aria di neve”, dal fondovalle sale una leggera nebbia. Risuonano per l’ultima volta i suoni delle campane, i belati e l’abbaiare dei cani, ma tra poco quassù sarà solo silenzio. I pascoli resteranno a disposizione di caprioli, camosci e stambecchi, fino alla prossima stagione.

Le pecore sembrano proprio aver voglia di scendere: avanzano veloci, quasi di corsa, e bisogna faticare a contenerle, anche perchè nelle retrovie c’è chi va più piano, ci sono gli agnellini, c’è chi si distrae per pascolare ancora qualche ciuffo d’erba.

Un saluto all’altro pastore che resta ancora su… O meglio, che intendeva farlo! Infatti poco dopo il passaggio del gregge, anche lui si incamminerà scendendo più a valle, visto che la neve inizierà a cadere imbiancando i pascoli. Erba ce n’è più poca, meglio lasciar perdere e non rischiare oltre!

L’aria è sempre più fredda, il clima è proprio quello che ti dice di andare via. Certamente sarebbe stato bello partire con il sole, in maglietta, invece che infagottati in maglie e berretti, però così la montagna la lasci più volentieri, sapendo che per te e per i tuoi animali lassù non c’è più posto.

Giù per la strada a volte pioviggina un po’. Gli animali vorrebbero fermarsi a pascolare, ma bisogna camminare e raggiungere la destinazione finale prima che venga sera. Con il maltempo l’oscurità arriverà ancora prima ed è fondamentale riuscire almeno a percorrere tutta la strada di fondovalle prima che sia notte.

Ogni tanto ci si ferma per raggruppare il gregge, poi si riparte. Al seguito ci sono i mezzi per caricare animali in difficoltà: da una parte gli agnelli nati negli ultimi giorni, ma sarà anche necessario “dare un passaggio” a due partorienti che hanno scelto proprio quei momenti concitati per mettere al mondo una coppia di gemelli ciascuna!

Buona parte del cammino su asfalto avviene sotto la pioggia, più o meno intensa, talvolta accompagnata da raffiche di forte vento. Si pensa a scendere e non ci si domanda cosa stia capitando lassù all’alpe, ma dalla pianura (adesso che i telefoni hanno ripreso a svolgere il loro ruolo, dopo mesi di quasi totale silenzio) arrivano notizie di violenti temporali, addirittura grandine.

Ogni volta che è possibile, si sfruttano slarghi e strade laterali per far defluire il traffico, incredibilmente abbondante in una giornata del genere lungo una strada di montagna. C’è anche il pullman di linea, ma per fortuna l’autista è “del mestiere”, padre di pastore, cognato di margari… Poi camion e moltissime auto, ma per fortuna quasi nessuno si lamenta troppo.

Si passa il paese che è già quasi sera. La gente esce a vedere e salutare, ma il gregge prosegue veloce. Manca poco al punto dove si lascerà la strada, poi ci saranno ancora un paio di chilometri in salita, per arrivare al luogo dove il gregge finalmente si fermerà. Scende l’oscurità, soffia un vento forte e gelido, le montagne sono imbiancate. Il cammino pare infinito, quasi al buio si cerca di capire quanto manca ancora, poi finalmente si arriva e quasi tutti salutano velocemente per tornare a casa, ad altri lavori, altre incombenze. C’è chi deve andare dalle vacche in stalla, chi a dare il pezzo alle proprie pecore. I pastori lavoreranno ancora per un paio d’ore prima di sistemare tutto.

Per quella notte però si risale ancora all’alpe, c’è ancora del materiale da prendere lassù. La neve è caduta fin poco sotto le baite, soffia un vento fortissimo che ha spazzato la neve formando delle croste di ghiaccio. La stufa calda accoglierà i pastori quando arriveranno, molto tardi. Si mangia rapidamente e si cerca di dormire nonostante il vento, poi al mattino si carica tutto e si parte. E’ l’ultimo saluto alla montagna, ormai non più ospitale per uomini ed animali.

Chi resta per finire i lavori, far pulizia, portare via pentole e coperte, vede poco per volta arrivare il sole. Il vento si calma e l’atmosfera si tinge dei colori autunnali. Pare quasi di vedere i larici diventare più gialli di ora in ora. sarà necessaria quasi l’intera giornata per sistemare tutto, togliere l’acqua dai tubi, chiudere ogni cosa, caricare le auto.

Quando finalmente è tutto a posto, l’atmosfera è di nuovo cambiata. Il cielo è livido e c’è aria di neve, inizia a passare qualche fiocco leggero. Poco dopo, mentre si scende a valle, la neve cadrà abbondantemente. Una volta tornata a casa e seduta qui davanti al pc, avrò modo di vedere decine e decine di immagini di chi ha aspettato un giorno in più per la transumanza e pertanto è sceso tra la neve. Anche sul gregge comunque ha nevicato e la discesa a valle non è ancora conclusa…

Neanche tanto lentamente

Ancora qui a parlare del tempo, ma d’altra parte è questo il fenomeno che condiziona maggiormente il lavoro del pastore. Per il resto, ormai ben sapete che la routine quotidiana non presenta grandi variazioni. Le giornate sono lunghe, solo che ora iniziano prima del sorgere del sole e finiscono di notte, per effetto della diminuzione delle ore di luce.

C’è ancora stato qualche giorno un po’ più estivo, con sole e temperature gradevoli, ma l’aria s’era ormai fatta più fine e bastava poco per dover indossare una camicia sopra alla maglietta. In montagna le stagioni iniziano e terminano all’improvviso, tutti sanno che, dopo la metà di agosto, ci si può aspettare ogni cosa, anche la neve.

Quest’anno spesso le giornate sono iniziate con il sole e l’aria limpida, ma prima ancora di arrivare sul pascolo già c’erano nebbie e nuvole in agguato. A pensarci ora, i giorni in cui davvero si è patito il caldo sono stati pochi e paiono già lontanissimi i momenti in cui il sole scottava e si sognava un po’ di refrigerio, peraltro sempre ottenuto la sera, grazie a temperature fresche e gradevoli.

Era bastato qualche giorno di aria più fredda per veder mutare i colori, con la comparsa delle prime tonalità che annunciano l’autunno. Se, giù per la valle, ci sono foglie che cadono ed erbe ingiallite per effetto della siccità nelle zone più rocciose, qui il verde predomina ancora, ma poco per volta i pascoli stanno comunque cambiando faccia.

Molte giornate sono all’insegna della nebbia, che spesso arriva nella tarda mattinata e, a volte, si prolunga fino a sera. Più o meno fitta, più o meno umida, ma subito non ancora così fredda. Da una settimana all’altra però le cose cambieranno drasticamente.

Magari è un giorno come tanti, all’inizio ancora estivo, soleggiato, caldo, persino afoso in pianura. Poi, la sera, lassù sui monti passa un temporale che si allontana continuando a brontolare rumorosamente verso il fondovalle. In seguito arriveranno le notizie degli effetti che questo avrà portato in città, ma in alpeggio la conseguenza immediata sarà un brusco cambiamento delle temperature.

Come spesso accade, dopo simili fenomeni violenti, a seguire si ha almeno una giornata di bel cielo sereno e luminoso. Però il caldo non è più insopportabile, anche con il sole indossi qualche capo di vestiario in più e, nello zaino, meglio avere tutto il necessario per coprirsi, compresi anche i guanti ed il berretto.

Capita davvero di rado, in questo periodo, di riuscire a pascolare comodamente il gregge da mattina a sera, senza problemi di scarsa visibilità. La stagione ormai è da considerarsi alla fine, per qualcuno la permanenza in alpe sarà ormai di durata inferiore al mese. Per altri, soprattutto i pastori, si conta di rimanere in quota ancora più a lungo, ma ovviamente sarà sempre il tempo a dettar legge. La speranza è di avere un buon autunno, con un tempo accettabile…

L’autunno può anche essere migliore dell’estate, magari tiepido, sereno, senza troppa nebbia. Questa fine estate invece è di tutt’altro tipo, quando arriva la nebbia fa anche parecchio freddo, forse proprio per quello allora ci si auspica una fine di stagione migliore, una specie di contrappasso. Lo so, l’autunno ufficialmente deve ancora arrivare, ma a queste quote si ragiona diversamente e il mese di settembre praticamente lo si considera già autunno a tutti gli effetti.

La fine di agosto sembra avere ben poco di estivo. Certi giorni parti con il cielo incerto e l’aria fredda, poi già a metà mattina inizia a piovere. Non tanto tempo prima si considerava come quest’anno (a parte la primavera che ben ricorderete e le prime settimane in alpe) la neve non si fosse ancora fatta vedere nemmeno sulle punte. Ebbene, non c’era da aspettare oltre!

Quel giorno infatti è stato un susseguirsi di piogge, acquazzoni con qualche granello di grandine, poi arcobaleni e persino un po’ di sole. Tempo instabile, insomma, durante il quale il gregge continuava a pascolare, salvo interrompersi nei momenti di particolare violenza delle precipitazioni.

Per esempio quando, nella seconda parte del pomeriggio, per qualche decina di minuti la grandine ha tamburellato sulla schiena delle pecore e sugli ombrelli dei pastori. Chicchi piccoli, ma insistenti, che hanno coperto e schiacciato l’erba, rendendo scivolosi i pendii e abbassando ulteriormente la temperatura. Il temporale poi è proseguito con pioggia e violenti colpi di tuono.

Alle quote maggiori però si intuiva un grigiore diverso. Quella non era più pioggia, quella era la prima neve di questa fine estate, che forse salutava la partenza di un amico che aveva trascorso diverse settimane in alpe e rimpiangeva di non aver visto le cime imbiancate. Se solo avesse aspettato un giorno in più, il suo desiderio sarebbe stato esaudito!