Una settimana di nebbia e umidità

Il cuore dell’estate, Ferragosto… e invece pareva di essere in autunno. Probabilmente non è stato così ovunque, ma noi lassù abbiamo passato una settimana tra nebbia, umidità e piogge improvvise. Tutto buono per mantenere l’umidità del pascoli, ma alla lunga fastidioso e problematico per chi è in alpe.

Dopo qualche giornata già con un’atmosfera vagamente autunnale, con sole caldo, ma raggi più obliqui, erba in fiore solo ad alta quota, dove la neve se n’è andata da poco, all’improvviso il tempo è cambiato. Le nuvole si sono addensate ed è arrivata la nebbia. Ma in montagna c’è nebbia e nebbia e in queste settimane se ne sono sperimentate le diverse varianti. La prima è stata alta, attaccata alle montagne, poi è arrivata quella bassa, avvolgente, umida, già alla sera.

Il mattino di Ferragosto il mondo aveva questa faccia. Tutto grondava umidità, dai vetri appannati dentro alla baita a qualunque cosa all’esterno. Salire verso il recinto delle pecore era garanzia di un bagno continuo, poichè non vi era ramo, erba, cespuglio che non fosse coperto di gocce.

Non è bello, non è facile andare al pascolo in giornate così. Ti devi preparare ad una lunga giornata di incertezza, rassegnarti a non vedere mai tutti gli animali, intuire i loro spostamenti, aguzzare i sensi oltre alla vista per capire se qualcuno è rimasto indietro, si è separato dalle compagne, ha avuto un incidente a causa di una pietra fatta cadere da altri animali che pascolavano più in alto…

Ti vesti adeguatamente come quando piove, ma quest’umidità è diversa. Ti bagni soprattutto i piedi, su di qua non puoi camminare con gli stivali, ma queste gocce sull’erba bagnano ben più che non un temporale. L’umidità poi ti si posa addosso, sui capelli, sulle ciglia, mentre sotto alle giacche impermeabili sudi per la fatica della salita.

Sì, quel grigiore che vedevate nell’immagine precedente sono tutte minuscole gocce di umidità… E la nebbia non accenna minimamente ad andarsene, a sollevarsi. Fra anche freddo, pare proprio di essere in autunno. E le pecore, dove sono? Si sentono le campane, ma il pastore ha un dubbio, che siano più in alto di quello che dovrebbe essere…

Infatti hanno trovato il passaggio e sono andate avanti, in pascoli che erano destinati ai giorni successivi. Così le si segue, si attende che si siano saziate, poi le si riaccompagna indietro, tutto senza vedere praticamente nulla, fino a sera. per fortuna che poi a fine giornata c’è una stufa accesa e un pasto caldo! Sembrano cose scontate, ma non è così, in alpeggio!

Ferragosto è stato il giorno peggiore, ma nei giorni a seguire le cose non sono andate molto meglio. Al mattino ci si alzava quando il sole non era ancora arrivato, ma il cielo era limpido, di buon auspicio. Tempo di far colazione, preparare gli zaini e partire, arrivavano già le prime nebbie in quota. Così a volte aprivi il recinto già verso il “nulla”

…oppure le pecore si avviavano con il sole, ma era questione di un’ora o poco più e poi la visibilità sarebbe diminuita. Non più quella nebbia così densa, piuttosto vere e proprie nuvole attaccate alle montagne. Nuvole che andavano e venivano, a volte spinte da ventate di aria sottile.

Giochi di nebbie anche belli a vedersi, ma che assicurano nuovamente difficoltà ai pastori. Il gregge a questa stagione deve ancora salire, deve finire di pascolare l’erba in alta quota, molte volte quest’erba è proprio adesso nel suo momento migliore, solo che lassù la visibilità è quasi nulla e ti orizzonti solo con il suono delle campane ed i belati.

Per chi è andato solo a fare una gita, magari il fastidio è stato minore. Sono partiti presto, certi escursionisti, perchè i cani già abbaiavano prima del suono della sveglia, però le loro auto sono già tutte scomparse quando i pastori rientrano alla baita, la sera. Il sole se ne va verso l’ora di pranzo, salgono ancora le nebbie, si addensano le nuvole e di nuovo il gregge appare e scompare.

La devi conoscere bene, la montagna, nelle giornate di nebbia. Devi sapere dove gli animali possono andare e dove invece sono in pericolo. Non puoi mandare il cane a girare le pecore, con la nebbia, perchè non vedi quello che fa, quindi sei tu che parti a piedi, attraversi il vallone e cerchi di valutare la situazione “ad orecchio”. Per fortuna ogni tanto si alza e allora dovresti essere dalla parte opposta per vedere tutti i componenti del gregge. Guardando in su, verso le creste, vedi anche gli stambecchi che pascolano placidi in minuscoli fazzoletti verdi sospesi tra le rocce.

Tanti sognano di fare il pastore, ma dovrebbero venire a testare le loro reali intenzioni in una settimana di nebbia, L’escursionista cammina sul sentiero e tiene d’occhio le marche di vernice sui sassi, il pastore si affida a piccoli riferimenti, un sasso, un ramo a terra, una piccola frana, la pista delle pecore… Chi mi scrive dicendo di voler provare un’esperienza al pascolo in montagna perchè stufo del suo lavoro in ufficio, scambierebbe la scrivania, il pc con cui è in contatto con il mondo, il telefono sempre a portata di mano, con una giornata da solo, immerso nella nebbia, a duemila e passa metri di quota, dove il cellulare non prende e basta sbagliare di poco la traccia tra erba fradicia e mirtilli per finire sull’orlo del precipizio?

Giorno dopo giorno il copione è lo stesso: ti alzi, apri la porta… “Oggi sembra una bella giornata, non c’è una nuvola!“, poi a mezzogiorno sei già nella nebbia e prima che sia sera inizia pure a piovere, una volta in modo “gentile”, un’altra con una serie di brevi, ma intensi rovesci. Quassù il caldo non ce lo si ricorda più, nello zaino ormai c’è un posto fisso per il berretto e la giacca pesante ed al mattino, anche se c’è il sole, si prende comunque l’ombrello.

In fondo niente di nuovo

Passano le settimane, finisce luglio e arriva agosto, ormai sono più i giorni già passati in alpe di quelli che restano da trascorrere su. I mesi scorrono veloci, ad agosto si sa che basta poco perchè, dal caldo, si arrivi ad avere una nevicata improvvisa. Per “il resto del mondo” agosto è estate, ferie (forse adesso un po’ meno, con la crisi), caldo. Qui ad agosto si pascola in alto, ma ti accorgi che le giornate man mano si accorciano.

In una settimana possono succedere tante cose, pur non capitando niente di nuovo… Un giorno magari piove, poi quello dopo si alza un vento fortissimo, che regala sì una splendida giornata di cielo terso, ma annulla tutti i benefici della pioggia, “rovina” l’erba ed impedisce di dormire in quelle baite d’alpeggio dove il tetto di lamiera sembra dover volar via da un momento all’altro sotto l’impeto delle folate. Le stufe a legna spesso non hanno un buon tiraggio e riempiono le stanze di fumo denso…

Dopo il vento resta il bel tempo, ma dall’aria tersa e secca via via si passa prima al caldo e poi all’umidità e all’afa. Dopo aver avviato il gregge lungo il solito sentiero che porta su ai pascoli di alta quota, si sposta il recinto ai piedi di un altro vallone, un po’ più in alto. Piccole variazioni alla routine, ma il lavoro è sempre quello, giorno dopo giorno. Con il caldo, le pecore al mattino faticano di più ad incamminarsi, rimarrebbero tutto il giorno all’ombra tra i cespugli, oppure addossate ad una roccia, per iniziare a pascolare solo nel tardo pomeriggio o la sera. Dovrebbero essere libere, dovrebbero poter dormire in quota, non dovrebbero essere forzatamente rinchiuse tra le reti ogni notte, ma sono passati i tempi in cui ciò era possibile.

Altrove, in quelle vallate più a ridosso della pianura, il caldo porta subito la nebbia. Si va a fare un giro per controllare che anche di là sia tutto a posto, si guardano le pecore, si ascoltano i resoconti del pastore, si gioisce per lo sventato attacco ad opera di un lupo solitario grazie al pronto intervento dei cani da guardiania. Poi ci si scambiano le notizie, di valle in valle…

Sempre più caldo, sempre più faticoso avviare il gregge, bisogna incitarlo con i cani, evitare che gli animali si ammassino lì sotto le rocce, dove quelli sopra possono far cadere sassi sui gruppetti sottostanti, cosa che comunque accade spesso anche nei momenti di normale pascolamento. Non si può nemmeno esagerare con gli incitamenti e così i pastori mangiano pranzo attendendo che lentamente il gregge prenda la sua strada verso l’alto.

Anche lassù comunque arriva il calore e, se non proprio l’afa, comunque si avverte l’umidità che incombe sulla pianura. Non c’è più ombra a queste quote, il sole ti cuoce, si spera che continui a passare di tanto in tanto una nuvola per donare qualche attimo di sollievo. Prima o poi sarà inevitabile che tutto questo calore sfoci in dei temporali, ma per ora le nuvole si limitano ad andare oltre, sospinte dal vento in quota.

La neve scioglie rapidamente, in questi giorni, e l’erba, a queste quote, cresce altrettanto rapidamente. Qui le piante “sanno” di avere poco tempo a disposizione per il loro ciclo vitale, così appena dopo la scomparsa dei nevai, a vista d’occhio, si vede avanzare il verde e poco dopo si hanno addirittura i fiori, tutto nel giro di pochi giorni. Nebbie di calore vanno e vengono, il gregge pascola finalmente ben allargato, ma tra poco sarà ora di avviarlo verso il ritorno, perchè c’è da scendere fino al recinto ed occuparsi delle ultime incombenze di giornata. Il rientro dei pastori alla baita ormai avviene con il crepuscolo, quando non con l’oscurità e le pile frontali accese.

Monotonia d’alpe

C’è chi pensa che trascorrere una stagione in alpe sia sinonimo di quotidiane gite in montagna. Certo, in montagna ci sei, ma di gite non se ne parla… Ogni giorno i lavori si susseguono con una cadenza quasi monotona, anche se spesso c’è più di un imprevisto a turbare il solito corso delle cose. Imprevisti legati al lavoro, che comportano attività aggiuntive ed orari più prolungati nella notte…

Ultimamente una delle costanti era la nebbia. Al risveglio, il cielo era sereno, ma già durante la colazione iniziava ad apparire qualche nube. Per l’ora di aprire il recinto, il cielo si era già coperto, ma spesso permaneva un certo calore, mischiato all’umidità.

Anche il cammino da percorrere, giorno dopo giorno, è sempre lo stesso. Le pecore partono prima, una volta aperte le reti del recinto si incamminano quasi a piacimento verso il pascolo. Il pastore le indirizza appena, poi loro vanno e tocca agli uomini raggiungerle per frenare la salita verso l’alto, a cercare erba sempre più verde, sempre più tenera. In alto dove la nebbia già si è posizionata…

Anche la settimana scorsa vi raccontavo di nebbia che andava e veniva, “belle” giornate in cui si è fortunati ad avere qualche ora in cui guardare lontano, o almeno riuscire a vedere tutte le pecore la sera, quando è ora di rientrare al recinto. Effettivamente non c’è molto altro da raccontare, la routine quotidiana è fatta di queste piccole cose, al massimo ci può essere qualche goccia di pioggia, un temporale da qualche parte, un po’ più caldo, un po’ più freddo.

Tutte le mattine ci si interroga sulla necessità o meno di portarsi al seguito l’ombrello, a spalle o legato sullo zaino, visto che da giorni ci si fa spaventare dalle nubi, senza però poi avere delle piogge. Il giorno che lo si lascia alla baita, il cielo si scurisce e inizia a gocciolare, ma per fortuna non sarà una vera pioggia e nemmeno un temporale.

Nebbia, ancora nebbia. Nonostante faccia meno caldo dei giorni precedenti, continua ad incombere la nebbia. Gli animali salgono lungo un sentiero scosceso, i pastori si affrettano su quello “ufficiale”, per precederli nel punto dove occorre indirizzarli, affinché non salgano troppo in alto, laddove invece pascoleranno nelle settimane successive.

Quella sarà un lunga giornata di nebbia durante la quale, contrariamente al solito, l’umidità densa non se ne andrà nemmeno dopo il tramonto. Ancora più difficile, per i pastori, localizzare e far rientrare tutti gli animali al recinto la sera.

Solo nel tardo pomeriggio c’è un breve, illusorio, sprazzo di visibilità. Bisogna approfittarne per guardarsi intorno il più possibile, aguzzando le orecchie, per aiutarsi con il suono delle campane, oltre che con gli occhi.

Infatti c’era un gruppetto di animali saliti troppo in su, di cui uno soltanto con la campana. Il pastore “prende nota” dei componenti di questo gregge, dovrà aggiungere qualche campana in più, per non correre troppi rischi. Intanto, con l’aiuto dei cani, fa scendere gli animali verso il basso, ormai è ora di “ritirarsi” e la discesa di tutti al recinto necessiterà quasi due ore. Gli animali scendono piano, pascolando; cammineranno in fila, più veloci, solo nell’ultimo tratto, quello che percorrono ogni giorno, mattino e sera.

Poi il tempo all’improvviso cambia con delle giornate limpide, fresche, dal cielo terso e dal vento più o meno forte. Sembra di rivivere, si respira in un altro modo, c’è anche maggiore entusiasmo nell’affrontare il solito sentiero che ti porta su, come ogni giorno…

Fine della primavera

Tecnicamente non era ancora estate. Il calendario dice che quella inizia oggi, il 21 giugno, con il solstizio. Però nei giorni scorsi era arrivato, all’improvviso, il caldo, che tanto si era fatto attendere, soprattutto in quota. In pianura non si stava male, con il fresco, però molti settori dell’agricoltura piangevano su di una stagione di scarsi raccolti frutticoli, di fieno marcito nei prati. In montagna tanti andavano a vedere i pascoli per la salita in alpe, poi tornava indietro dicendo che c’era ancora da aspettare.

Quelli che invece erano già su, come avete potuto vedere su queste pagine, hanno attraversato svariate giornate difficili, caratterizzate spesso da grandine e pure neve, oltre alla pioggia battente. Adesso però è stagione di nebbia e di temporali. A mano a mano che la pianura si scalda, qui le nebbie si appiccicano alle montagne.

Credo che, per un pastore, questi siano i momenti più difficili. Solo il più esperto riesce a stare tranquillo in giornate del genere… oppure il più incosciente!  Non che ci sia un vero pericolo, gli animali pascolano come sempre, solo che, con la nebbia, tendono maggiormente a dividersi. Le campane al collo sono fondamentali, in queste condizioni.

Quando la nebbia va e viene, bene o male riesci a raccapezzarti e, tra uno sprazzo e l’altro, ti dai da fare per individuare gruppi e gruppetti, ma soprattutto singoli animali allontanatisi dal gregge o rimasti attardati. Lo sapete bene qual è il pericolo… Il rischio è rappresentato dal lupo. Il predatore può attaccare sia in pieno giorno, mentre si è al pascolo, sia di notte, se qualche animale non rientra al recinto. Ecco perchè il pastore deve preoccuparsi di ricondurle tutte al recinto, la sera.

Bisognerebbe tenere gli animali tutti uniti, potrebbe argomentare qualcuno. Il guaio è che non è sempre possibile. Non lo è su montagne del genere, con ripidi pendii, rocce, cespugli. Adesso il recinto è ancora a quota abbastanza bassa, quindi ogni giorno si cammina per arrivare ai pascoli non ancora percorsi dagli animali. C’è il giorno in cui il gregge si mette a pascolare subito, appena uscito dalla rete, e quello in cui invece infila veloce il sentiero e sale, sale… Non tutti però riescono a tenere il passo delle prime, così c’è sempre qualche ritardatario che resta indietro, addirittura che si ferma a pascolare più in basso.

Quest’anno la fioritura dei rododendri è al suo massimo splendore soltanto ora, mentre nelle passate stagioni ci aveva accolti durante la transumanza di salita all’alpe. Macchie rosa intenso colorano la montagna, segni evidenti di quanto la copertura anche di questi cespugli sia estesa. Oltre ai rododendri, sono però gli ontani a farla da padrone, una fitta “foresta” dentro la quale spesso scompaiono gli animali, andando a pascolare l’erba verde che cresce lì in mezzo. Capre, ma anche pecore e agnelli. La speranza è sempre che tutti escano di lì e si accodino al gregge.

E’ vero che la pecora è un animale gregario e tende a stare in gruppo, ma anche per loro non tutte le giornate sono uguali, così magari c’è quella che decide di fermarsi a pascolare più a lungo delle altre, c’è quella zoppa che fatica a seguire il gregge, c’è l’agnello, sazio dopo la poppata, che si addormenta in una conchetta erbosa. Con la nebbia poi gli animali hanno maggiore tendenza a dividersi, non vedendosi gli uni con gli altri.

Il caldo della pianura arriva anche quassù, si sta in maglietta nonostante la nebbia o il cielo coperto. I cani fanno frequenti bagni nei ruscelli e qualcuno addirittura cerca refrigerio sui rimasugli dei nevai. Il sentiero, che fino a poco tempo fa era transitabile a fatica, ora è ormai sgombro, la neve sta sciogliendo velocemente.

Giorno dopo giorno si torna sui propri passi. Un giorno gli animali si fermano più in basso, un altro “scappano” verso l’alto approfittando della copertura della nebbia. Solitamente il pastore le lascia andare, le guida solo in alcuni punti, perchè non vadano in posti pericolosi in giornate di maltempo, perchè finiscano di pascolare in basso, perchè non corrano troppo verso le alte quote, dove l’erba è ancora tenera e bassa.

In alto c’è ancora neve, anche se sempre meno, giorno dopo giorno. Questa si protende verso il basso in lunghi canaloni di valanga, maggiormente pericolosi quando si assottigliano e minacciano di crollare sotto il peso delle pecore. Di sicuro chi è giù in pianura a boccheggiare invidia queste “fresche” immagini!

Al mattino, dopo le varie attività nel recinto, quando si inizia a salire con gli zaini in spalla però si suda a profusione anche qui. Mentre le pecore iniziano ad allungare la loro fila, ti chiedi se è il caso di legare sullo zaino anche l’ombrello. Sarà “solo nebbia” come nei giorni scorsi, o il caldo sfogherà in qualche temporale?

Verso l’ora di pranzo ci sarà la risposta. Gli ultimi bocconi vengono inghiottiti in fretta, la nebbia si trasforma in qualcosa di diverso, l’aria si fa più densa, si ode un brontolio lontano. C’è quell’immobilità che precede la burrasca. Persino gli animali avvertono quelle particolari condizioni e, a differenza del giorno prima, non puntano verso l’alto, ma si fermano. Per i lunghi attimi di attesa restano quasi immobili, senza nemmeno pascolare. Poi i tuoni si fanno più vicini ed inizia a cadere qualche gocciolone pesante.

Non tutti abbiamo l’ombrello e comunque non c’è da correre dietro al gregge, così precipitosamente scendiamo di alcune decine di metri, a raggiungere un’ampia balma dove si può stare al riparo, uomini e cani, addirittura sdraiandosi o sedendosi, a scelta. Seguiranno oltre due ore di lampi e tuoni quasi ininterrotti, con pochissima pioggia. Il gregge riprenderà a pascolare, ma i cani, terrorizzati, non se ne andranno da vicino a noi, soprattutto quelli da guardiania, che poco amano i temporali. Poi i tuoni si allontaneranno e, su verso le creste, emergerà qualche raggio di sole.

Quella sera il rientro al recinto non sarà problematico. L’aria è più fresca, la nebbia si è dissolta, la serata sembra avviarsi verso un bel tramonto. Però in montagna, soprattutto a questa stagione, il meteo evolve con grande rapidità, così ci sarà ancora un veloce temporale mentre i pastori stanno finendo i lavori nel recinto ed un altro, più intenso, con chicchi di grandine grossi come ceci, quando finalmente si consumerà la cena seduti a tavola.

Con il caldo arriva anche…

Da quant’è che invocavamo un po’ di caldo? Personalmente non ne sentivo quella gran necessità, mi piace entrare nel letto con tante coperte e sprofondarci dentro, cosa che non puoi fare con l’afa! Però su in alpe abbiamo bisogno di un po’ di calore che sciolga le valanghe nei canaloni, che faccia crescere l’erba. Se sarà caldo “normale” e non torrido, saremo tutti felici!

Ma cosa succede quando in pianura arriva di colpo il caldo umido e l’afa? Succede che, specialmente in quelle vallate proprio a ridosso della piana, le prime montagne che si innalzano sopra alle “terre calde”, arriva la nebbia. E la nebbia non è amica dei pastori. Uno dei motivi per cui si attaccano tante campanelle a pecore e capre è proprio quello di riuscire ad individuare sia gli animali ritardatari, sia eventuali gruppi che si sono allontanati dal grosso del gregge, ma anche intuire i movimenti, mentre tu sei lì che a malapena scorgi poche bestie intorno a te.

Forse da questa immagine capite meglio cosa io intenda, anche se comunque nei momenti di nebbia più fitta non riesco nemmeno a scattarle, le foto. Solo il pastore più esperto se la cava bene anche in giornate di nebbia, ma è fondamentale conoscere pietra per pietra la montagna, individuare ogni campana, saper prevedere i movimenti degli animali, intuire dove e quali possono essere i rischi.

Per fortuna che, nelle giornate meno sfortunate, al pomeriggio o alla sera la nebbia si alza e così c’è modo di vedere se qualche animale si è allontanato, dov’è andato, se si sta avviando sulla strada del ritorno o se è necessario salire per andare a riprenderlo. Solitamente il più delle volte succede così, anche perchè non ti fidi solo della tua vista e vai a fare un giro di controllo, per vedere che non resti indietro un capretto, un agnello addormentato, una capra sotto una sporgenza di roccia.

Fin quando pascoli in basso la nebbia non ti impensierisce più di tanto, perchè è lassù sulle punte, scende fin verso i 1800-1700 metri, ma ormai giù non c’è più niente da mangiare e bisogna andare in alto, dove la neve sta sciogliendo e spunta l’erba nuova. E così ci saranno tanti giorni da passare nella nebbia, specialmente in certe vallate.

Per i giorni a venire le previsioni sembrano confermare questa tendenza, con qualche temporale qua e là. Ormai sempre più animali sono in quota, le transumanze si susseguono, tra poco durante ogni gita in montagna gli escursionisti incontreranno vita sugli alpeggi. Spero che sia per tutti una buona stagione, mi auguro vi sia reciproco rispetto e comprensione delle esigenze di tutti. Ci si vede “su di là”, tempo per andare io a trovare gli amici ne ho sempre poco, ma fa piacere quando qualcuno viene a fare un giro e passa per un saluto. Sapete dove trovarmi…

Pieno regionale per la difesa dai canidi e solite storie sul meteo

Anche quest’anno la Regione Piemonte interviene a sostegno degli allevatori con un contributo che venga incontro a chi sostiene delle spese per adottare i mezzi di prevenzione e difesa dagli attacchi da canidi. Il bando si è appena aperto, non ho trovato i documenti da scaricare su internet, ma tutti i pastori interessati devono rivolgersi agli uffici della Comunità Montana per compilare e presentare la domanda. Attenzione, la scadenza è fissata per il 1 luglio 2013!! (NB: Segnalazioni successive indicano come sede adatta quella dei CAA, dove alla domanda è possibile allegare direttamente tutta la documentazione necessaria, cosa che non sempre è in possesso delle Comunità Montane).

Il finanziamento verrà erogato sulla base di un punteggio che tiene conto della presenza dei cani da guardiania (massimo per chi ha 1 cane ogni 150 capi ovicaprini), della consistenza del gregge, dell’utilizzo di reti per il confinamento notturno degli animali, della presenza continua del pastore durante le ore di pascolo in alpe.

Comunque sia, aiuti o non aiuti, orsi, lupi e linci presenti o assenti, in alpe adesso si continua ad avere a che fare con il maltempo. Poco per volta i pastori salgono, ma alla spicciolata e tanti attendono ancora. In quota l’erba è bassa, se hai pochi animali allora magari vai già su per dare una pulita generale, mangiare quelle erbe che altrimenti diventano dure e di conseguenza vengono rifiutate dal gregge (o dalla mandria). Ma quando i capi sono numerosi, salire troppo presto significa pascolare in pochi giorni l’erba di un mese. E dopo??

Le temperature iniziano pian piano ad alzarsi (anche se basta l’ennesima grandinata per riportare il freddo) e così su certe montagne compare l’odiata nebbia. Magari in pianura finalmente c’è chi riesce a tagliare, far asciugare ed imballare il fieno, ma lassù la nebbia inizia ad incombere, nascondendo tutto alla vista. Per adesso si pascola al limitare di quella quota alla quale si “ferma” la cortina umida ed avvolgente, ma prima o poi ci sarà da passare ore ed ore lì in mezzo.

La neve delle ultime nevicate se n’è andata tutta ed anche le grosse slavine che ostruivano il sentiero poco a poco si ritirano. Lo scioglimento è lento, d’altra parte servirebbe il sole per accelerare il processo! E’ un rischio quando gli animali passano sopra alla neve, questa potrebbe crollare, facendoli precipitare nel torrente sottostante. Per fortuna questa slavina non dovrebbe più durare a lungo, nel giro di pochi giorni dovrebbe andarsene completamente.

Da qualche tempo comunque le giornate iniziano con un po’ di sole, poi viene la nebbia e nel pomeriggio si mette a piovere. Solitamente sono temporali, più o meno intensi. Quando parti, devi sempre avere con te l’ombrello, giacca e sovrapantaloni, sei sicuro che, prima di sera, torneranno utili! Però è meglio non lasciare mai a casa nemmeno un maglione, il berretto e molte volte rimpiangi di non avere un paio di guanti.

Quando una montagna la frequenti da anni, quando hai iniziato a venir qui da bambino, conosci tutto e sai dove andare in caso di pioggia intensa. Come le capre cercano le rocce per ripararsi, così il pastore ed i suoi cani. Il tetto naturale, fin quando non inizia a colare acqua lungo la pietra (ma in quel caso la precipitazione dev’essere davvero abbondante e prolungata) offre un buon riparo dove accoccolarsi. A star fermi a volte il freddo peggiora, ma per fortuna quella volta il temporale è stato abbastanza rapido. Appena smesso di piovere, bisogna riscuotersi dal torpore e ripartire veloci, perchè le pecore si sono messe in cammino. Ci sono quelle che già scendono e altre invece sono andate su, verso le rocce, verso la nebbia.

Pascolando nelle “vacanze natalizie”

Giorni di festa, la gente affolla negozi e supermercati per andare a fare compere in vista del Natale. Per i pastori questi sono invece giorni come tutti gli altri, si spera almeno che la gente che ti incontra sia più “di buon cuore” e non si innervosisca tanto se deve aspettare qualche minuto per lasciar transitare il gregge. E’ inverno, fa freddo, ma non è comunque il gelo “normale” che potrebbe contraddistinguere questo periodo dell’anno. Quando c’è il sole si sta bene, ma le mattine in cui il cielo è velato, negli spazi aperti della pianura c’è da rabbrividire. La brina manca solo all’interno del recinto, dove il calore degli animali l’ha fatta sciogliere. Dove gli animali hanno dormito meno vicini, si notano le chiazze più scure tra l’erba brinata. La giornata inizia come sempre, controllando i nuovi nati, facendo succhiare i gemelli e così via. Il Natale porta al massimo qualche amico in visita con una bottiglia ed un panettone. Se è gente del mestiere, ci si confronta sui tempi grami, sui pochi agnelli venduti in quest’occasione. Poi si va al pascolo. Il prato non è lontano dal recinto, i pastori hanno già tirato le reti sui confini, prima di aprire il recinto. Per le grandi greggi occorrono grandi estensioni, per greggi più ridotte si può andare a pascolare anche in queste zone di prati e campi che si alternano, prati fatti di strisce tra altre coltivazioni, dove sicuramente non si possono portare a pascolare le mille e più pecore di altre greggi.

Il tramonto arriva presto, in questo periodo, e con esso le temperature tornano a scendere. Una giornata fredda, anche se non gelida, con un’escursione termica di pochi gradi, per colpa della velatura che ha coperto il cielo per tutto il giorno. Non mancano molti giorni a Natale, per quel giorno la famiglia ti vorrebbe a tavola per pranzo, almeno in quell’occasione, ma… basterà l’erba o bisognerà cambiare zona?

Il mattino di Natale la campagna era avvolta da una nebbia umida, ma non gelida. Più da autunno che da inverno. Per le strade quasi nessuno. Proprio per quel motivo il pastore aveva scelto di spostare il gregge in quella mattinata di festa sfruttando la più ampia strada asfaltata, piuttosto che le strette e tortuose vie di campagna tra prati e campi coltivati. “Se il terreno fosse stato gelato, non ci sarebbe stato problema, ma con questa fanghiglia, appena escono un po’ verso il grano, lo danneggiano.

Solo che la nebbia era davvero tanta, non bastava un’auto dietro al gregge, anche in una giornata tranquilla come questa. Chi disturbare, la mattina di Natale? Alla fine arrivò in soccorso il proprietario del prato pascolato nei giorni precedenti. Con due auto e giubbotti catarifrangenti ci si sentiva più sicuri.

Il gregge avanzava nella nebbia, avvicinandosi alla strada principale. Da lontano si sentivano solo le poche campanelle, qualche belato, il richiamo del pastore, ma soprattutto l’abbaiare dei cani da tutte le cascine e case tra i campi. Il gregge non lo vedevi fin quando non te lo trovavi davanti. Arriva un’auto, vede il lampeggiante, le quattro frecce e la bandiera rossa. “Ci sono bestie?“. “Sì, sta arrivando un gregge di pecore, può aspettare qui, per favore?“.

Quando, una per parte, ci sono auto ferme sulla strada principale, ci si sente un po’ più sollevati, anche se comunque non sai mai a che velocità può arrivare qualcuno, nonostante la nebbia. Ci sono alcune centinaia di metri da percorrere prima di svoltare nuovamente sulla viabilità secondaria, dopo è sufficiente l’auto al seguito e si può salutare il contadino che era venuto ad aiutare.

La nebbia a poco a poco si fa meno densa, ma la giornata resta “triste”, non natalizia. Il gregge continua ad avanzare tra stoppie, cascine e villette, il prato dove il pastore ha comprato l’erba per trascorrere “tranquillo” il Natale è poco più avanti, ci sono già alcune reti tirate affinchè le pecore non pestino tutta l’erba.

Eccole intente a pascolare. Esce il padrone: “Bello… Fa davvero Natale così… Quante ne avete?“. I pastori preparano un ampio recinto rinforzato da paletti di plastica aggiuntivi, oltre alla normale rete elettrificata, che consentirà loro di allontanarsi giusto per quel paio d’ore da trascorrere in famiglia. Si parte forse anche con un pizzico d’apprensione, perchè non si sa mai quel che può succedere mentre sei assente.

Si rientra salutando i parenti subito dopo il caffè. L’accoglienza da parte del gregge è un muro di musi alzati e famelici, belati nervosi di chi pretende un nuovo pezzo d’erba. Il pastore riprende a tirare reti, l’atmosfera del Natale è già alle spalle, giusto quelle 3-4 ore di stacco, adesso si è persino un po’ appesantiti da pranzo e frastornati dal caldo, dall’allegra confusione casalinga.

Si finisce di notte, le pecore vaghe ombre tra la nebbia e l’oscurità che avanza. Si attende che siano sazie, intanto il pastore cerca le capre per far succhiare gli agnelli e va a controllare una pecora che sta partorendo. Quando sembra che abbiano mangiato a sufficienza, le fa rientrare nel recinto. Un pasto un po’ più sostanzioso anche per i cani, che sia Natale anche per loro, poi ci si mette in viaggio verso casa, lungo le strade nebbiose ed affollate da tutti coloro che stanno rientrando dopo una giornata di festa in famiglia.

Tutto Piemonte, ma…

Una delle cose belle della montagna è la sua varietà: di valle in valle, anche solo rimanendo in Piemonte, incontriamo panorami così diversi sia dal punto di vista ambientale, sia da quello degli insediamenti umani, con architetture che variano molto spostandoci dal Cuneese fin su nell’Ossola.

Cambia il tipo di suolo, l’aspetto delle montagne, le fioriture e pure il clima. In quest’estate di siccità si arriva perfino ad apprezzare le giornate di nebbia, durante le quali almeno un po’ di umidità arriverà alle foglie assetate delle erbe dei pascoli. E poi non ci sono sole e vento ad asciugare sempre più il terreno.

Comunque da qualche parte, nebbia o non nebbia, ci sono ancora le fioriture tipiche di stagione e l’erba ha un bel verde brillante. Anche se la pioggia è stata scarsa, forse d’inverno c’è stata più neve, chissà…

Se poi arriva anche quella giornata di brutto tempo quando non solo senti lontani brontolii di tuono, ma arrivi persino ad aprire l’ombrello, allora sei felice. Certo, è più facile fare questo mestiere con una buona visibilità, senza il freddo e l’umido, senza doverti bardare con pantaloni e giacche impermeabili. Ma se non piove e se continua a non piovere è a rischio la stagione d’alpeggio e, per i pastori, tutto il resto dell’anno, autunno e inverno. In tanti posti la pioggia non serve più per salvare una stagione ormai troppo compromessa.

Serve comunque per reintegrare le riserve idriche, servirà per far crescere qualcosa in fondovalle, se si dovrà scendere anzitempo. Ma altrove ci sono greggi che pascolano nell’erba gialla a 2.500 e più metri di quota, sollevando nuvole di polvere al loro passaggio. E pastori che stanno pascolando adesso zone che solitamente venivano utilizzate a settembre. Cosa succederà quando l’erba sarà finita? Anche il fieno in fondovalle o in pianura, complice la siccità, asciuga bene, ma è scarso…

In certi posti sembra verde, a vedere da lontano, ma poi camminandoci in mezzo vedi che l’erba è bassa, più di quello che sarebbe lecito con queste specie a queste quote. Bassa e dura, di un verde non brillante. I fiori sono ormai secchi, spesso la polvere si è depositata sulle foglie e l’acqua compare raramente negli avallamenti. Animali che trovano poco da mangiare e poco da bere!

Ho visto alpeggi con mandrie immense che partivano dal recinto presso le baite al mattino presto, in una nuvola di polvere, per andare a pascolare dove l’erba è sempre più scarsa. E ancora una volta mi sono chiesta perchè questi alpeggi, in posti meravigliosi, con una vegetazione che permetterebbe di ottenere formaggi dalle caratteristiche di gran pregio, sono invece famosi per le speculazioni, i prezzi alle stelle (ho sentito parlare di 60.000 e 54.000 euro all’anno) e i “furbi” che se li accaparrano. Magari questi prenderanno poi anche dei risarcimenti per i danni della siccità. E nessuno che penserà al danno che patisce il cotico erboso già sofferente, nell’essere calpestato da queste mandrie immense (300, 400, 500 capi, mi hanno detto!! parlo di bovini…) che si spostano avanti ed indietro a cercare di che saziarsi o andando a bere dove vi sono appositi abbeveratoi.

Vedere cose del genere ai primi di agosto mi fa paura. Paura per l’ambiente (pioverà? e se pioverà di colpo, saranno alluvioni??), paura per il sistema (quello dell’allevamento, montano in particolare). Credo che un tempo il margaro con il suo giusto numero di bestie sarebbe sceso, magari imprecando per la grama annata e per i costi aggiuntivi (il fieno in più da consumare a valle), ma non sarebbe rimasto là.

(Archivio ANABORAPI)

Certo, c’erano già casi di grosse mandrie anche nel secolo scorso, ma solo laddove la montagna lo permetteva davvero. E poi chi aveva tante bestie è perchè poteva permetterselo, poteva gestirle, e non in nome dei contributi che premiano la quantità e non la qualità. Mi sa che è anche per quello che tanti cercano di resistere, per paura che, scendendo prima, saltino i finanziamenti. Giustamente questi sono stati pensati per chi fa la stagione su fino in fondo, per evitare “furbi” (misura 241.6.1), ma adesso che succede? Le Associazioni di categoria chiedono la calamità naturale e, fortunatamente, denunciano anche le altre problematiche. Ma come si farà (siccità a parte) a ricondurre l’allevamento montano ad un assetto più sostenibile e compatibile con il territorio?

L’arrivo del caldo

Fino ad ora non era stata vera estate, ma d’altra parte il calendario dice che siamo ancora in primavera. Però poi il caldo è arrivato di colpo e da queste parti non è che lo si attendesse con particolare impazienza.

Caldo vuol dire nebbia, soprattutto su quelle montagne che per prime si affacciano sulla pianura. Certo, di lì si godrebbe di un bel panorama, si potrebbe spaziare con lo sguardo riconoscendo i luoghi dove si va al pascolo in autunno, inverno, ma è raro riuscirci!  La nebbia almeno mantiene fresca l’erba, i pascoli che quest’anno sono “un po’ indietro” rispetto alle passate stagioni. Ma ci sarà da preoccuparsi per l’acqua, visto che neve e nevai ce ne sono poco-nulla e grandi piogge non le ha fatte.

La nebbia la vedi arrivare già al mattino, il cielo limpido è un’illusione mentre fai colazione, già quando ti appresti a metterti in cammino per raggiungere il recinto le cime iniziano a giocare a nascondino. Quando parti al pascolo lei è lì ad attendere il gregge e poco per volta lo inghiottirà. Quanto servono le campane da queste parti! E la capacità del pastore di orientarsi, la sua conoscenza di ogni sasso, di ogni costone, ma soprattutto del comportamento delle pecore. Il pastore, nella maggior parte dei casi, sa come il gregge si muoverà, dove andranno gli animali, come si divideranno, come si sposteranno nella nebbia.

E così quel giorno si arriva fin su alle baite, alle vecchie baite sempre più simili a cumuli di pietre disordinate e non ad abitazioni per esseri umani. Niente è stato fatto, non sono iniziati i lavori promessi (e millantati sui giornali locali lo scorso anno), qui è impensabile vivere e lavorare. Nessuno si rende conto di quanto sia importante investire su quei pochi che ancora ci credono davvero? Su quei pastori e margari che lavorano con il cuore e che, oltre all’immensa passione per gli animali, hanno un legame fortissimo con la terra, con quella montagna che li ha visti nascere, che è stata calpestata dai loro primi passi di bambini?

La nebbia va e viene, ma quello che accade quassù è comunque invisibile, anche nelle giornate di pieno sole. La montagna è un problema, non una risorsa. Qualcuno preferirebbe cancellarla, sono spese infinite per le amministrazioni… E chi lavora quassù reddito ne produce poco, ma non per sua volontà. Non c’è da arricchirsi, a fare il pastore! Si sopravvive a stento!!

I rododendri stanno appena fiorendo, lo scorso anno a questa stagione avevano già finito. Adesso il caldo farà accelerare tutto, anche se servirebbe della pioggia, perchè i prati pascolati a quote inferiori non ricacciano come dovrebbero, si notano addirittura chiazze giallastre e gli animali alzano nuvole di polvere lungo certi sentieri.

Le giornate si fanno più calde, una dopo l’altra. Laggiù la pianura avvolta dall’afa ed alla sera si scatenano violenti temporali, il cui eco arriva anche in quota sotto forma di cieli illuminati da fulmini e cupi brontolii dei tuoni, ma nemmeno una goccia d’acqua. Invece, scendendo dall’alpeggio il mattino dopo,  si viene progressivamente investiti dal caldo che toglie il respiro e le forze, poi qua e là si vedono i segni del violento temporale della sera precedente.

Transumanze e…

Come vi dicevo, d’ora in poi questo blog sarà meno aggiornato del solito. Non troverete aggiornamenti quotidiani, sia per mie assenze “professionali”, sia perchè sarò in alpeggio. Se qualcuno mi volesse più presente… è libero di regalarmi i mezzi per avere una connessione stabile dai monti, là dove anche i cellulari non trovano la rete e spesso ti lasciano isolato dal mondo!!

Parliamo della transumanza che finalmente ha portato al primo “alpeggio”, anche se un tempo questo era solo il fourest, laddove iniziava ad andare su qualcuno della famiglia con gli animali, mentre altri in fondovalle facevano il fieno. Ma si parla di tempi ormai passati, tempi in cui luoghi come questi erano abitati tutto l’anno e lì si nasceva persino. Non secoli fa, ma solo 50-60 anni sono passati da allora. Eppure così tante cose sono cambiate e siamo arrivati a giorni in cui la contrapposizione con il progresso estremo stride con le condizioni in cui ti tocca vivere quando sei in alpeggio.

A quei tempi il fieno si faceva eccome, non ci si preoccupava dell’aumento del carburante e del costo dei pezzi di ricambio dei macchinari, che si rompono giusto mentre devi imballare… Era una faticaccia, tutto a mano, anche in posti ripidi, ma sono sicura che la montagna era un vero “giardino”, non come oggi, con i vecchi sentieri che trovi a fatica tra arbusti ed ortiche. Ma a volte quei vecchi sentieri tornano utili, se la strada sterrata è inagibile per lavori iniziati troppo tardi, quando era ovvio che così facendo avrebbero intralciato chi d’estate sale in montagna per lavorare con le bestie.

Il gregge già da qualche giorno pascolava comunque in quota, respirando un’altra aria, con le montagne che si erano rivelate imbiancate dopo le precipitazioni che a quote più basse erano state “solo” pioggia. Anche se qui bisognava comunque tirare qualche rete per rispettare confini, prati e pascoli altrui, era già un altro lavorare rispetto alla pianura, alle strade trafficate, ai campi diserbati, a vigneti, frutteti…

La vera transumanza è quella che ti porta lassù, da dove non scenderai per tutta la stagione, se non per eventi eccezionali. Vanno su non solo gli animali, ma anche le attrezzature, viveri per uomini e cani, vestiario pesante per quelle giornate in cui pare inverno, ricambi per quando sei bagnato fradicio di pioggia, ma pure la crema solare per le scottature che affliggono anche chi è abituato a star sempre all’aria aperta 365 giorni l’anno. Per quella transumanza vengono in tanti, amici, parenti, chi ti da le bestie in guardia per la stagione.

Una solita, normale giornata di nebbia, quassù. Lasci l’asfalto, ti incammini lungo la pista. L’erba è ancora bassa, ma “…bisogna mangiarla adesso, così non viene vecchia e ributta per avere poi un buon secondo pascolamento tra un po’, ora che inizierà a scaldare!“. Per il momento infatti non si è patito il caldo, in quota. L’anno scorso si era arrivati qui un po’ più tardi, ma questa volta ci sono pascoli da utilizzare prima, visto che i bovini invece saliranno più tardi, sempre per colpa di quella strada interrotta e del fieno da finire in fondovalle.

Lo scorso anno la strada interrotta invece era questa, per colpa delle piogge cadute a fine maggio che avevano reso instabile il punto già ripristinato dopo passate alluvioni. Eppure sembrava essere assai più pericoloso quest’anno, con un tratto quasi sospeso nel vuoto, dato che la terra era franata al di sotto della sistemazione. C’è un solo mezzo al seguito per caricare eventuali animali in difficoltà, per il resto si passa a piedi, scuotendo la testa nel pensare a come e quando ci si ricordi delle esigenze di chi vive e lavora in alpeggio.

Il fiume di pecore si snoda lungo la strada, quelle di proprietà del pastore e quelle in guardia, segnate con evidenti marche colorate. Ogni stagione d’alpeggio che inizia è ricca di incognite ed interrogativi, soprattutto per chi cambia alpeggio, ma anche per chi ritorna in quello di sempre. C’è anche chi in montagna non può salire, perchè qualche speculatore gliel’ha strappata, ma di questo avremo modo di riparlare più approfonditamente nei prossimi giorni.

Il cammino del gregge è cadenzato dal suono delle campane: quelle più leggere, dal suono squillante, che resteranno al collo per tutta la stagione di pascolo, a segnalare presenza e spostamenti degli animali nella nebbia. Invece i rudun dal suono profondo verranno tolti già la sera e riposti al sicuro in attesa della fine della stagione.

La strada finisce ed inizia il sentiero. Gli animali lo seguono, c’è poco pascolo tutt’intorno, infatti il pastore che sale qui d’estate non è ancora arrivato. Poco per volta la montagna andrà a popolarsi, come sempre sono le pecore le prime a salire, anche se qua e là qualche margaro aveva anticipato i tempi, finendo persino nella neve per “colpa” delle temperature. Ma una volta a certe quote si arrivava più tardi. Oggi è cambiato il clima, è vero, poi sono cambiati i costi… Visto che l’alpeggio lo paghi caro, c’è chi pensa forse di sfruttarlo più a lungo, fuggendo pure dalle spese di alimentazione quotidiana degli animali in pianura.

Una breve tappa nel pianoro più verde, a consumare quel po’ di erba che almeno ricaccerà, tenera, quando anche i versanti più ripidi avranno vegetazione a sufficienza. La nebbia avvolge tutto e allora si scende, rabbrividendo e pensando ai lunghi difficili giorni che attendono uomini ed animali, di nuovo con la paura degli attacchi del lupo. Purtroppo i primi ad essere arrivati in valle, sia qui, sia oltre le creste, hanno già subito perdite ed i lupi sono stati addirittura visti all’opera dagli stessi pastori.

Il gregge scende ancora e si arriva all’alpeggio. Per fortuna c’è stato chi ha rinunciato alla transumanza ed è andato avanti, approfittando dell’apertura temporanea della strada, per preparare sia il recinto per il gregge, sia una cena abbondante per tutti. C’è anche un compleanno da festeggiare, ma prima come sempre bisogna finire almeno i lavori più urgenti e poi ci si metterà a tavola.

Dall’indomani inizia il pascolamento, ora con il sole, ora con nuvole minacciose e nebbia lassù in quota. Di neve in alto ce n’è poca, il canalone solitamente ingombro dai resti delle slavine è pulito fin su in punta e ci si chiede se l’acqua verrà a mancare, ad un certo punto. Si può solo sperare in periodiche piogge. Il fondovalle non è ancora così lontano, a queste quote, ma per adesso si è completamente isolati. I lavori per la centralina idroelettrica stanno sconvolgendo la strada ed il panorama, eccezionalmente si è ottenuta l’apertura solo per chi lavora in quota nel fine settimana. Per tutti gli altri giorni tocca scendere a piedi e farsi venire a prendere…