Chissà che belle montagne…

L’estate è davvero agli sgoccioli, l’estate sta finendo, c’è già chi è sceso e chi si appresta a farlo. Tra i tanti posti dove avrei dovuto andare, c’era il Canton Ticino in Svizzera, anche per far visita al mio amico pastore che da alcune stagioni lavora su quelle montagne a badare ad un gregge. Il commento più comune, tra chi invece pascola qui in Piemonte, riguardava la bellezza delle montagne svizzere, intesa come la qualità dell’alpeggio, dell’erba, del territorio in cui il loro collega sicuramente lavora.

Certo, una volta superate le zone urbanizzate, salendo per la vallata alpina il paesaggio è quello che ci aspettiamo: ordine, pulizia, prati sfalciati in modo uniforme, senza un angolo abbandonato, con un’armonia che fa bene alla vista. Gli alpeggi però sono più su.

L’alpe delle vacche accanto al lago adesso è vuota, gli animali sono ancora più a monte, ma non tarderanno a scendere. Tutti gli altri pascoli invece sono destinati al gregge affidato al pastore, un gregge composto da pecore di svariati proprietari. Gli alpeggi qui sono gestiti dai patriziati, un sistema diverso da quello piemontese, con alpeggi pubblici (comunali), privati o consortili. Ecco il sito di un patriziato confinante con quello dove sono stata.

Nei pressi della baita utilizzata in questo periodo dal pastore ci sono alcune pecore, che si sono ritirate in questa zona per la sera. Il gregge è libero, deve ancora rimanere quassù per due settimane all’incirca, ma il pascolo ormai è scarso, pertanto solo lasciando gli animali liberi di spostarsi a piacimento un po’ in tutto l’alpeggio questi avranno modo di nutrirsi a sufficienza.

Il pastore raggiunge un’altra area dove le pecore scendono la sera. Il gregge è anticipato dai tre cani da guardiania, che corrono giù per avere la loro razione di crocchette quotidiane. “Dovrebbero mangiare in mezzo al gregge, per fare le cose correttamente. Fossero dei cuccioli, non farei così. Ma ormai questi sono cani adulti che svolgono perfettamente il loro lavoro. Anzi, il fatto che arrivino prima delle pecore, permette che mangino senza che ci siano incidenti, senza che le pecore cerchino di andare vicino a rubare il cibo.

Dopo aver nutrito i cani, il pastore inizia a distribuire il sale sulle rocce. Nel frattempo, a piccoli gruppi, arrivano delle pecore, ma sono solo una piccola parte dei mille e più animali presenti su questa montagna. Sarà un lavoro non semplice radunarle tutte per la discesa dall’alpe, specialmente se le condizioni meteo non saranno buone.

Non riesco ancora a rendermi ben conto di come sia l’alpeggio, ma non c’è bisogno di percorrerlo tutto per capire quanto i versanti siano ripidi, impervi, quasi irraggiungibili in alcune parti. Il pastore mi spiega quali siano i confini dei suoi pascoli e mi indica qualche puntino bianco qua e là, una pecora con i suoi due agnelli in un posto apparentemente irraggiungibile, un altro gruppetto allargato a pascolare tra due canaloni profondamente incisi. I cani avranno di che consumarsi i polpastrelli, nei prossimi giorni, ma anche gli scarponi di passi dovranno farne…

Per quel giorno il sole tramonta sull’alpeggio, tra nuvole in arrivo e nebbie che se ne vanno. L’indomani vedrò meglio il territorio di questo alpeggio, ma per quella prima sera già mi sono resa conto di come questo non sia un paradiso: la qualità dell’erba non è un granché, pietre ce ne sono in abbondanza. “Metti poi le foto, che altrimenti se lo dico soltanto io in Piemonte non ci credono!

…e i pastori sono davvero stufi…

Aria di fine estate, anzi, decisamente aria di autunno. La pianura è avvolta nelle brume, in valle si vede ancora il sole al mattino presto, ma poco per volta il cielo si copre.

C’è quel senso di pace in montagna, c’è una lentezza, una tranquillità che si respira solo a questa stagione. Il silenzio è interrotto da pochi suoni che arrivano come ovattati. Gli animali degli alpeggi sono  in stalla, quindi non si sentono nemmeno muggiti o campane. Le pecore attendono nel recinto, ancora ferme. Il grosso dei turisti ormai è passato, c’è solo qualche escursionista solitario che, come me, ama godersi questa montagna, più intima, più riservata.

I pascoli che sono già stati mangiati dalle vacche hanno subito le incursioni dei cinghiali. E’ un danno non indifferente, la qualità dell’erba si impoverisce di anno in anno per effetto della distruzione causata da questi animali. Qui ne fanno le spese “solo” i pascoli, altrove anche i prati da sfalciare e pure le coltivazioni.

Alle baite le vacche sono ancora in stalla, la mungitura è alla fine. Gli allevatori mi raccontano uno spiacevole episodio successo poco tempo prima, di cui già avevo saputo qualcosa. La vita quassù potrebbe sembrare idilliaca, ma… come vi ripeto spesso, le difficoltà sono tante. Il lavoro non manca, le giornate sono “piene” dal mattino alla sera tardi, spesso c’è qualche imprevisto, ogni tanto tocca scendere per questo o per quello. Uno desidererebbe solo poter fare il proprio lavoro in pace…

Un mio amico, durante una gita, trova una carcassa di una capra quasi totalmente consumata, ha anche la campana al collo, mi telefona e mi chiede il numero di telefono dei pastori. In montagna i cellulari non prendono bene, così alla fine manda un sms, i pastori lo leggeranno solo la sera, poi c’è il fine settimana di mezzo… Insomma, chi deve accertare la predazione arriverà parecchi giorni dopo la morte dell’animale (che, nel frattempo, è stato messo al sicuro in una vecchia baita). Le capre erano due e non erano rientrate la sera, il mattino dopo il mio amico trova questa carcassa. Certo, erano “incustodite”, ma chi vuole andare a provare a fare il pastore su certe montagne, in certe giornate di nebbia? O di pioggia? E poi, arrivi al recinto e ti accorgi che mancano due capre, che fai? Passi tutta la notte a cercarle? Se non le hai viste scendendo al recinto, vuol dire che sono andate altrove. Dove? A volte lo fai, a volte vai in giro con la pila e il cane, tendendo le orecchie ad un eventuale scampanellio, ma non è facile… La cosa che più infastidisce i pastori, in questo e in tanti altri casi che mi sono stati riferiti, di valle in valle, è che le loro parole vengano messe in dubbio.

Certo, non si può negare che ci sia stato qualcuno che ha tentato di fare il furbo, cercando di far certificare come uccisa dal lupo una bestia morta per altri motivi. Però… per uno stupido devono pagare sempre tutti gli onesti? E così si mette in dubbio che i pastori abbiano visto il lupo in pieno giorno, che abbiano tentato di metterlo in fuga gridando e tirando sassi, che l’abbiano visto rincorrere un capriolo. “Scrivono canidi… Non LUPO, canidi! Dicono che tanto ce le pagano lo stesso, ma io voglio che scrivano LUPO! Che si sappia come stanno le cose!“, mi diceva anche un margaro incontrato domenica alla fiera. Saliamo dal gregge, che ha pernottato in un ampio recinto. Il pastore spera che questo almeno serva anche a migliorare un po’ l’erba, che su questa montagna non è il massimo.

La frustrazione è tanta. C’è l’animale ucciso e quello mancante, che tra l’altro erano di un ragazzino della valle, affidate in guardia per l’estate. C’è la rabbia per non “contare niente”, per non potersi difendere, per essere trattati quasi come dei delinquenti, mentre si lavora onestamente dall’alba al tramonto e anche oltre. In tutte le parole che sento, che ho sentito in questi anni, la frustrazione è rivolta soprattutto alle persone che difendono ottusamente il lupo, più che non all’animale in quanto tale. In fondo davvero il lupo non ha colpe, lui è appunto un animale, segue le sue necessità, i suoi istinti. Sono le persone che dovrebbero capire non soltanto l’importanza del predatore per la biodiversità, ma anche l’importanza del pastore per quella stessa biodiversità! In questo gregge per esempio ci sono numerose pecore roaschine, razza in via di estinzione… E i pascoli? Non vi fossero più le pecore, in pochissimo tempo alberi e cespugli colonizzerebbero tutto, impoverendo la biodiversità vegetale (ed animale di conseguenza).

Anche le ultime pecore raggiungono il grosso del gregge, il pastore ha approfittato della mia presenza per chiedermi di controllare che arrivassero tutte. Sta anche scendendo la nebbia. Quando sei da solo, come fai? Ti arrangi… Perchè non puoi permetterti di assumere un aiutante, il lavoro rende a malapena per mantenere una persona. Anche qui il discorso è sempre lo stesso, si vorrebbe poter difendere il gregge direttamente. Riflettendo sulle rimostranze che continuo ad ascoltare, mi viene anche da chiedermi come mai, prima del lupo, c’era qualche singolo attacco da parte di cani (che generalmente avevano un padrone ed erano scappati o erano stati lasciati liberi di notte). Da quando invece il lupo ha fatto la sua ricomparsa, ci sarebbero tutti questi “canidi” randagi in giro per le montagne? E nessuno li vede, questo è il bello!

La nebbia si infittisce, ma è una cosa normale da queste parti. Magari il pastore lavora “poco” in termini di fatica fisica, in certi giorni, ma deve comunque esserci sempre. Nonostante la sua presenza, attacchi ne subisce comunque, anche in pieno giorno, anche con il sole. Recentemente vi sono stati attacchi anche a bovini in Val Chisone ed è stato tirato in ballo il numero di attacchi registrati, il numero di capi uccisi. Bisogna però sapere che certi allevatori, esasperati, non denunciano nemmeno più cosa accade. I motivi possono essere i più svariati, dalla frustrazione alle difficoltà che si incontrano. “Lo scorso anno ci aveva ucciso diverse pecore in un mese, ma hanno certificato solo quelle che il veterinario ha raggiunto, prendendo l’orecchino. Quelle che si vedevano morte giù nei burroni no, perchè nessuno si è osato andarle a prendere, era troppo pericoloso. Però non le avevamo buttate noi… Quelle non ce le hanno pagate, dato che non si sapeva che orecchino avevano!” è la testimonianza della moglie di un allevatore.

Ridiscendo a valle pensando per quanto tempo ancora bisognerà sentire le stesse storie. In Francia l’esasperazione dei pastori ha portato a numerose azioni eclatanti, dal sequestro dei presidente di un parco in Savoia a numerose azioni dimostrative, con l’esposizione delle carcasse degli animali predati, ecc. Ormai, nell’era di internet, è facile rimanere tutti in contatto e le notizie circolano immediatamente. Sulle pagine francesi quasi quotidianamente ci sono immagini di nuovi attacchi, ma mi sembra che lì non si parli mai di canidi, anzi, ci sono anche le foto dei lupi (questo in Svizzera)!

La solita storia

Ve lo ricordate Andrea? Quel ragazzo di Biella che aveva “sentito l’aria”, aveva scelto di fare il pastore ed avevano anche realizzato un film sulla sua storia. Per vari motivi non ci eravamo più incontrati, anche se indirettamente ogni tanto venivo a sapere qualcosa su di lui. Finalmente avevo combinato per andarlo a trovare, ma quel mattino, molto presto, una sua telefonata mi aveva avvisato sul tipo di giornata che dovevo aspettarmi. Il suo gregge aveva subito un attacco.

Salgo a Gressoney, per me è la prima volta, non sono mai stata da quelle parti in estate. Non si può non ammirare il panorama. Andrea si scusa per non potermi venire incontro, ma le sue preoccupazioni di giornata sono altre, mi dice che la sua confinante di alpeggio potrà darmi le indicazioni necessarie per raggiungere lui e il gregge. Loretta sta pascolando le sue vacche più in basso, mentre il gregge è a quote maggiori.

Niente in quel luogo, con quella magnifica giornata di sole, può far immaginare il dramma della nottata appena trascorsa. Le vacche, tutte di razza valdostana, stanno pascolando placidamente, contenute sia dai fili, sia dalla donna che le sorveglia. I ghiacciai del Monte Rosa fanno da sfondo. Sui pendii di fronte però si vede già una pecora isolata, ferma in uno dei punti più ripidi.

Il gregge è più su, lungo il sentiero è appena scesa una guardia forestale, chiamata dal pastore per accertare l’attacco subito nella notte. All’apparenza non si nota niente di strano, ma poi guardando attentamente si vedono qua e là alcune pecore in posizioni innaturali, morte. Andrea si avvicina e inizia a raccontare.

Un po’ di tempo prima aveva già subito un attacco, presumibilmente da parte del lupo, poi solo il giorno prima si era spostato in questa parte dell’alpeggio e, nella notte, una nuova “strage”. Alla fine gli animali morti sono sette e due quelli feriti, oltre a quella che avevo visto salendo, ferma tra le rocce, che non si sa ancora se sia ferita o solo spaventata. Non tutti sono morti direttamente per l’attacco del predatore, alcune sono cadute dal dirupo, come accade spesso in questi casi. La rabbia, il dolore, lo sconforto del pastore sono immensi. Come sempre la componente emotiva, la storia di ciascun animale (che ovviamente lui conosce, uno ad uno) prevale sul “valore economico”.

Il cane da guardiania appare stremato, nella notte Andrea l’aveva sentito abbaiare a lungo ed era persino uscito a richiamarlo. Si fa in fretta, dal di fuori, a giudicare, a dire che un cane è insufficiente con quel numero di pecore… Purtroppo, nonostante tutto, nonostante le parole di chi “ci è già passato” negli anni precedenti, noto il ripetersi del medesimo atteggiamento. Quasi nessun pastore prende delle misure preventive contro gli attacchi dei predatori fin quando questi non hanno colpito più volte il suo gregge. Perchè? Forse perchè non ci si vuol credere, non si vuole cambiare radicalmente il metodo di gestione degli animali. D’altra parte, quanti di noi avrebbero voglia di mettere inferriate alle finestre, sistemi di allarme e altri strumenti di prevenzione e sicurezza alla propria casa anche quando non si siano subiti furti o intrusioni indesiderate?

Questo alpeggio pare un vero paradiso per le pecore, qualunque pastore sa che qui stanno bene a pascolare libere, scegliendo loro come e quando spostarsi, quando mangiare, quando riposare. Non possiamo nemmeno accusare Andrea di inesperienza dovuta alla sua giovane età, dato che, di fronte, il gregge di un anziano pastore è tutto sparpagliato per la montagna, totalmente libero e forse anche incustodito. Le stesse cose le ho sentite e viste in altre vallate, dove il lupo è comparso prima: si verifica un attacco, per qualche giorno, per qualche settimana si intensifica la sorveglianza, si usano le reti di notte, poi c’è quella sera che stanno così bene lì dove sono, hanno la pancia piena, è davvero un peccato mandare il cane, farle ripartire e portarle giù al recinto, così si sfida la sorte, ed inevitabilmente qualcosa succede, perchè il predatore c’è, è lì che aspetta senza che necessariamente qualcuno debba vederlo.

Questo agnellone è stato ucciso e mangiato proprio sull’orlo del precipizio, le altre pecore sono giù sotto, nel pianoro, hanno trovato la morte nello scappare, spaventate. E’ stato veramente il lupo? Nella confinante Valsesia c’è anche stato un attacco. In passato in Val d’Aosta ci sono state delle predazioni, così come ci sono in Svizzera, in Piemonte. Sappiamo come i lupi si spostino, vadano a colonizzare nuovi territori, camminino per chilometri e chilometri, sfiorando gli insediamenti umani. Ciascuno dice la sua, lì a vedere non c’era nessuno. La Forestale ha piazzato delle fototrappole dopo la predazione, ma fino all’altro giorno senza esito.

Andrea mi racconta di aver ancora sentito il cane abbaiare, nelle notti seguenti, e di aver trovato le pecore tutte ammucchiate in una parte del recinto, spaventate da qualcosa. Quest’altra pecora non è stata presa nel collo, la cinghia della campana l’ha protetta, ma è stata comunque uccisa. “Qui è un posto dove di gente ne passa tantissima, oggi è il primo giorno in cui se ne vede meno perchè è finito il periodo delle ferie, ci fossero dei cani randagi, possibile che nessuno li veda? I cani non hanno paura dell’uomo… C’è la funivia che porta su gente tutti i giorni. Anche per quello ho paura a tenere altri cani da difesa. Dovrò farlo, ma poi? Non avrò problemi con la gente?

Andrea si è già fatto fare un cartello da un amico, ma ormai moltissimi turisti hanno dei cani e li portano con sé durante le escursioni. I soliti discorsi, è semplice dire che il pastore deve avere i “cani giusti” e i turisti devono imparare a rispettare il lavoro degli allevatori. Un conto è la teoria, un altro è dover essere lì quotidianamente ad affrontare le discussioni che scaturiscono dalla “convivenza” tra turisti e cani da guardiania.

Quel giorno le pecore sono terrorizzate, basta il minimo movimento per far sì che inizino a correre, a scappare da una parte e dall’altra. Andrea continua a pensare alla sofferenza che devono aver patito i suoi animali, quelli uccisi, quelli precipitati. D’ora in avanti ovviamente li chiuderà nelle reti di notte, dovrà anche lui accettare a forza questo tipo di gestione, che non lo soddisferà, per il benessere dei suoi animali. Però l’alternativa è vederle uccidere notte dopo notte…

Sposta il gregge, in modo da farlo pascolare nel pianoro più in basso, dove si trovano gli animali morti precipitando. Questa pecora non ha altre ferite a parte quelle procuratasi cadendo sulle rocce e rotolando fin qui. Non sarebbe però accaduto non fosse stata spaventata, non avesse cercato scampo nella fuga. Il lupo caccia per sfamarsi, ma esistono e sono documentati i cosiddetti episodi di surplus killing, dovuti a diversi fattori. Questa è anche la stagione in cui i giovani lupi delle cucciolate iniziano a far pratica nella caccia e, come tutti gli inesperti, “fanno le prove”, imparano a cacciare, agiscono in modo differente da un lupo esperto che uccide e consuma ciò che gli serve.

Le pecore si allargano a pascolare e sembrano “incollarsi” a quell’erba buona, incuranti delle compagne morte lì vicino. La vita continua… Restano i dubbi, gli interrogativi. Se fossero cani e non lupi, non si possono prendere provvedimenti concreti? Ad Andrea non interessa il rimborso, non sono quei pochi soldi che forse gli verranno dati a restituirgli la serenità. Soffre per i suoi animali, per come sono morti, per la paura che in qualsiasi momento del giorno e della notte possa accadere qualcosa: “Avanti così non si può andare…!!!“. Soffre per il senso di abbandono, perchè (come tutti i pastori in questi casi) sente di non contare niente, il suo lavoro, la sua passione, la sua dedizione agli animali, gli sforzi fatti nei lunghi faticosi mesi invernali in pianura paiono non avere peso, nei confronti dell’animale selvatico tutelato e protetto.

In cielo si aggirano gracchiando i corvi. Questa è l’inevitabile lugubre colonna sonora che fa seguito ad ogni attacco. Le carcasse diventano ambite da questi uccelli spazzini, che si posano su di esse, iniziando il loro banchetto. Non si possono non sentire i loro versi, nel silenzio dell’alpe. Certo, è la natura, ma anche la pastorizia, quassù, è un qualcosa di naturale. Quanta distanza da chi teorizza l’ambientalismo, da chi a tavolino “sa tutto”, giudica e indica al pastore cosa deve fare, come farlo.

Il cane sorveglia il gregge, dorme solo apparentemente. Anche i pastori vorrebbero poterlo sorvegliare, intervenendo così come interviene il cane, cercando di metterlo in fuga. Sono in tanti a dire “Una volta i pastori andavano al pascolo, non lasciavano da soli i loro animali! I pastori devono tornare a fare il loro lavoro!“, come se la categoria fosse composta solo da pigri fannulloni. Io non parlo di sterminare i lupi e non lo fanno nemmeno i pastori, se non nell’immediatezza di un attacco, di fronte ai corpi straziati dei loro animali. Ripeto ancora una volta che ritengo sia necessario dare agli allevatori la possibilità di difendere il proprio gregge, insegnando al lupo (animale molto intelligente) come avvicinarsi al bestiame sia pericoloso. Se si arriverà ad accettare un contenimento (legale) del numero dei predatori, è utile una battuta organizzata con impiego di tempo, uomini e mezzi (quindi oltretutto dispendiosa)? Non è meglio che il lupo associ il pericolo direttamente al gregge? Dubito che i pastori saranno in grado di sterminare i lupi, però se questi sentissero più volte “bruciare la coda” vicino alle pecore, magari imparerebbero. Continuare solo a far parole non risolve il problema e, soprattutto, è nocivo per tutti, lupi compresi.

Con passione e determinazione

Siete in tanti ad invitarmi: “Vieni a trovarci!“, ma dal momento che questo blog non “rende” niente e viaggiare costa, non posso arrivare da tutti, non subito, almeno. Alarico mi invitava da tempo, già un paio di anni fa dovevo andare a trovarlo in alpeggio, finalmente quest’anno ho trovato l’occasione giusta, mettendo insieme varie cose.

Dovevo andare in Valsesia a presentare il mio libro, così ho anticipato la partenza e sono arrivata a Campertogno al mattino presto. Le indicazioni erano precise, così ho imboccato il ripido sentiero lastricato che, di gradino in gradino, risaliva il versante, tra i boschi. Piloncini e chiesette lungo il percorso, fino ad uscire temporaneamente dai faggi.

Un pianoro, delle baite, un laghetto, erba pascolata e suoni di campanacci in lontananza. Era un’altra giornata calda e soleggiata, l’estate è tutt’altro che finita. Sapevo che anche qui doveva esserci un alpeggio, ma la mia meta era ancora più lontana.

Passo accanto alla baita, ci sono le oche e una capra all’aperto, alcune vacche poco sotto, i maiali, mentre gli altri animali probabilmente sono ancora in stalla per la mungitura. Un cenno di saluto al margaro, che mi suggerisce anche il sentiero giusto per andare al Vallone: “…quello sotto che scende, che tanti si sbagliano e vanno sopra!“. Ringrazio e proseguo, ma il sentiero comunque è segnato con la vernice.

Ancora nel bosco, i cartelli già avvisano che è un territorio di pascolo e invitano i turisti a tenere i cani al guinzaglio in prossimità degli animali e dell’alpeggio. Quanti lo fanno davvero? Sarebbe una buona norma da seguire sempre, anche senza cartelli, perchè non sappiamo come i nostri animali reagiscono di fronte ad altri animali (cani, pecore, vacche o capre che siano), sia perchè potrebbero essere loro in pericolo di fronte ad animali “estranei”.

L’Alpe del Vallone è “messa lì”, sul versante, senza nemmeno un po’ di piano intorno. Alarico mi accoglie con gioia, finalmente ci conosciamo. Classe 1995, questo giovanissimo allevatore aveva iniziato a scrivermi alcuni anni fa, raccontandomi la sua passione, la sua voglia di dedicarsi agli animali, nonostante la famiglia cercasse di indirizzarlo verso la prosecuzione degli studi (perito aeronautico!!). Inizialmente era andato a dare una mano a questo o a quell’allevatore, quasi di nascosto si era accordato per salire in alpeggio nella stagione estiva, un anno in un posto, un anno nell’altro. Lo scorso autunno, libero ormai dagli impegni scolastici, aveva preso la decisione di acquistare delle capre…

E quest’anno, con le sue capre più quelle prese in affido, è salito su questo piccolo alpeggio. Vi sono anche delle pecore, pure quelle in guardia. Un paio di baite in condizioni non perfette, una crollata, ma tutte dalla storia antica, molto antica. Mi mostra una scritta sull’architrave, 1687! E vi sono alcuni altri dettagli architettonici decisamente particolari, per essere in montagna, in un posto oggi così sperduto. Alarico mi spiega che gli è stato concesso in uso l’alpeggio da amici, in cambio lui lo tiene pulito e fa anche qualche lavoro di sistemazione.

Per esempio, sta cercando di risistemare la baita il cui tetto è crollato. Ha rimesso in sesto il muretto a valle, poi adesso sta tirando fuori tutte le piode franate all’interno. “Con l’elicottero il padrone porterà poi su il materiale e la rimettiamo a posto. Anche quell’altra baita ha un muro che sta cedendo, bisogna sistemarle prima che vadano giù del tutto, com’è invece successo alle case là di fronte.

Altra stranezza, vedere delle vere e proprie stanze in alpeggio e non i soliti pagliericci. Alarico usa l’altra baita, mi spiega che sarà necessario perlinare il tetto anche della “cucina”, quando tira vento, grandina o c’è tormenta, entra aria, freddo, umidità e anche la neve. Per non parlare poi della parete addossata alla roccia: “Quando piove forte scorre proprio l’acqua, per quello c’è uno spazio, le assi del pavimento non vanno contro, l’acqua passa giù e scorre via nella cascina (la stalla, ndA)…”. Alarico è su da solo, mi spiega di avere tempo per tutte queste sistemazioni, visto che deve solo mungere le capre, poi le lascia pascolare senza accompagnarle.

Il prossimo anno voglio prendere su qualche manza, per guadagnarmi anche qualche soldo in più.” Vacche quassù? Sì… un tempo pare ne salissero non poche, una sessantina, quando la montagna era meno sporca, meno invasa da alberi e cespugli. Sulle assi della camera da letto è tutto un “diario” degli avvenimenti del passato, con scritte più o meno leggibili e date anche del 1800. Nel 1948 si era partiti con le vacche il 7 ottobre, con la neve, l’anno seguente il 1 ottobre.

Poco sopra c’è un altro alpeggio, le baite sarebbero in condizioni migliori: “Però non c’è l’acqua vicino e lì è un posto che attira i fulmini, quindi preferisco stare qui come abitazione.” Di gente non ne passa molta, c’è un sentiero, ma sono zone poco frequentate. Dalla cima lì di fronte, con una grossa croce in vetta, si gode di un bel panorama a 360° sulle vallate laterali della Valsesia e, non ci fossero le nuvole, anche sul Monte Rosa.

Rientro alla baita e Alarico sta preparando le miacce, piatto tipico valsesiano. Le farciremo con formaggio di capra e anche nella pastella ha usato, ovviamente, il latte dei suoi animali. Altre ancora le mangeremo con il prosciutto, ma qualsiasi ripieno è adatto. Una tira l’altra, ma poi è meglio fermarsi… Altrimenti chi sale ancora a cercare le capre? La sera solitamente si ritirano da sole verso la stalla, ma quel giorno saliamo noi.

Poco per volta dovrà selezionarle per avere animali sia produttivi, sia di suo gradimento. Quest’inverno andrà anche in un’altra cascina, quella che aveva preso lo scorso anno era in un posto molto freddo. “Non sono ancora andate al becco, ho provato a toglierli per un po’ e poi rimetterli, ma ancora niente…“. Alarico sta imparando, sta facendo esperienza, tante cose le ha apprese andando ad aiutare in questa e quell’azienda, vedendo anche realtà molto diverse tra loro.

La sua è una bella storia, mi auguro che possa continuare negli anni, con sempre maggiori soddisfazioni. Sta bene lassù, nel suo isolamento, ma contemporaneamente non è un giovane solitario e fuori dal mondo. Appena il telefono ha il segnale, ecco che arrivano i messaggi degli amici e si combina per uscire la sera. Per lui “uscire” significa scendere a piedi, poi prendere la moto e raggiungere il fondovalle, la casa dei genitori. “Ma a me andrebbe bene anche essere in un alpeggio dove stai sempre su e non usi il telefono, vai giù una volta alla settimana per portare i formaggi e fare la spesa!

Quella che deve scendere subito sono io e, più in basso, nella radura, osservo da lontano questa scena, con i bambini che rincorrono le mucche, forse per portarle alla mungitura. Quella che ho “incontrato” è un’altra bella storia, una di quelle che più mi piace raccontare qui, forse anche per risollevarsi il morale tra i vari problemi che affliggono la montagna, l’allevamento. L’auspicio è che Alarico, con il passare degli anni, riesca ad avviare la propria azienda ed avere il successo che merita.

Purtroppo non era una bufala…

E siamo arrivati a settembre, un’altra stagione è passata, ormai si contano i giorni per scendere dall’alpeggio, chi prima, chi dopo. La siccità è stata interrotta dalla pioggia, le sorgenti hanno ripreso ad avere acqua per riempire gli abbeveratoi, l’erba si è un po’ ripresa. Gli altri problemi sono stati bene o male quelli di sempre, compresi i lupi, sui quali si continua a fare tante parole. La novità del 2015, per lo meno in Piemonte, è stata (ad inizio stagione) quella che riguardava alcuni degli speculatori che si accaparravano i pascoli.

…ma non era che la punta dell’iceberg! Perchè la montagna di Heidi è ormai solo più una favola, o forse non è mai esistita. Fare e sentire certi discorsi, scoprire certe cose circondati da un panorama del genere pare impossibile. Viene quasi da provare a darsi un pizzicotto per capire se si è svegli. Smascherata una truffa, ce ne sono cento altre. Pascoli alpini affittati a “imprenditori” di tutta Italia. Quelli che erano pascoli, o addirittura territori dove mai nessuno ha portato animali, inseriti in domande che dovrebbero fruttare contributi grazie allo sfalcio (!!!!). E avanti così, oltre ogni limite di immaginazione!

E poi ci sono le bufale! E qui il gioco di parole sorge spontaneo, perchè non si può che immaginare che sia una bufala la notizia che un’azienda del centro Italia affitti un alpeggio sulle Alpi piemontesi per monticare… delle bufale, appunto! Una montagna ripida, con poca acqua e nessuna strada per raggiungerla… E invece no, è tutto vero, anche se alla fine le bufale a quattro gambe, con corna e coda, lassù non si sono viste. Altro che la pace, la serenità, gli ambienti incontaminati. Quando si parla di eco-mafie, alla fine si intende anche questo, e sono cose che succedono intorno a noi, nei luoghi che meno ci aspettiamo.

E così alla fine rimangono pascoli… non pascolati! Per un motivo o per l’altro (e le bufale, e nuovi vincoli, e lo sfalcio che ovviamente non viene fatto, e gli arresti che ci sono stati…) l’erba resta in piedi. Il “pascolo” quindi non è più tale e, anno dopo anno, come tutte le cose non utilizzate o mal utilizzate, perderà le sue caratteristiche e andrà degradandosi. Tutto questo in nome dei soldi, i troppi soldi che girano e che fanno sì che dei territori poveri, dove i vecchi hanno sempre fatto delle grame vite per gestirli, per trarne un magro (ma dignitoso) sostentamento, oggi invece siano teatro di speculazioni con risvolti internazionali. E’ questo il progresso?

Per fortuna che, a forza di salire lungo la strada, qualche alpeggio vero lo si incontra ancora. Animali al pascolo, fili tirati, cani che accompagnano e difendono il gregge di capre dagli attacchi dei lupi. Anche questi cani, quassù, sono stati oggetto di forti polemiche, c’era chi addirittura voleva vietarli o limitarne il numero. Situazioni paradossali! Da una parte c’è chi accusa i pastori di non sapersi difendere dal lupo e usa come argomentazione proprio l’insufficiente numero di cani, dall’altra chi vuole una montagna “turistica” preferirebbe non dover fronteggiare le problematiche collaterali che la presenza dei cani comporta.

Quante parole, quante vicende dietro a questa realtà. Fatico a farmene una ragione io, che bene o male questo mondo lo conosco sotto diversi punti di vista. Come può crederci chi invece di questa realtà vede solo la facciata? La bellezza di un’immagine, di un panorama arricchito dagli animali al pascolo o che si riposano mentre ruminano?

I montanari sono gente tosta, ma un conto è resistere alla neve, alle slavine, alle frane, un conto è addomesticare i versanti, renderli coltivabili, abitabili, ma lottare contro questi ostacoli evanescenti, fatti di carta, di documenti, di cifre, di sigle? Sempre più spesso mi chiedo quale sia il destino degli alpeggi, degli allevatori, specialmente quando ogni giorno se ne sente una nuova, tra problemi di burocrazia, costi, scandali, truffe. La fatica e il lavoro quotidiani, le esigenze degli animali da soddisfare sembrano quasi essere compiti semplici e lievi, messi a confronto con tutto il resto. Si riuscirà a fare qualcosa, nei mesi che passeranno tra la transumanza di rientro a valle e il giorno in cui si ritornerà in montagna? E’ difficile essere ottimisti, con tutte le notizie che si vengono a sapere!

Ancora sulle battaglie delle Reines

L’altro giorno già vi avevo parlato di Battaglie delle Reines mettendo insieme alcune opinioni diverse (e contrastanti) che alcune persone hanno sull’argomento. Adesso provo a mostrarvi, con le immagini e raccontandovi qualcosa, quello che si può “sentire” partecipando ad uno di questi incontri. Non pretendo di convincere nessuno, ma volevo almeno far ragionare chi è disponibile a farlo, chi ha interesse a documentarsi.

Era la prima volta che assistevo ad uno di questi incontri in montagna. Non che abbia partecipato a moltissime di queste manifestazioni, la prima in assoluto era stata la finale ad Aosta molti anni fa. Nonostante le condizioni meteo non ottimali (pioggia nella notte e il giorno precedente, con neve in montagna a quote medio-alte), combino all’ultimo minuto e si va al Piccolo san Bernardo, al confine con la Francia. Caldo non fa, pioviggina, ma poi il tempo va a migliorare. E il pubblico non manca!

Penso ci siano almeno due modi per “partecipare” ad una Battaglia. A parte chi è direttamente coinvolto, gli allevatori e le loro famiglie, che portano gli animali e sperano magari in un qualche risultato, c’è un pubblico di curiosi e ci sono gli appassionati. Ci sono anche semplici turisti che passano, guardano per qualche minuto, poi proseguono, preferendo le bancarelle del mercatino. Forse scattano una foto, per avere il ricordo, la documentazione di quest’usanza locale. Ma gli altri, quelli che stanno lì dall’inizio alla fine, nonostante il freddo, che ci sarebbero stati anche con la pioggia, quelli hanno comunque la passione a motivarli.

Un elemento di fondo è quello su cui si basa anche questo blog, cioè… l’amore e la passione per gli animali. Il discorso è sempre il medesimo… Sempre di più sentirete un’accezione negativa nel termine “animalista”, se a pronunciarlo è un allevatore o comunque qualcuno che ha a che fare con l’allevamento di animali cosiddetti “da reddito”. Quanta confusione si fa, con le parole! Io non allevo nulla, ma ho contratto “la malattia” e, pian piano, nel modo più umile possibile, ho cercato di entrare pian piano in questo mondo, ho cercato di comprenderlo, l’ho vissuto in prima persona per alcuni anni, continuo a viverlo marginalmente grazie agli amici. Soprattutto però cerco di raccontarlo. Le parole sono importanti, ma le immagini spesso dicono ancora di più. Quindi, per me, assistere ad una Battaglia è l’ennesima sfida fotografica, riuscire a cogliere degli scatti che documentino, che parlino, che riescano a comunicare.

Ancora non sapevo che qualcuno avrebbe commentato il post sulle battaglie, quando ho scattato questa foto. Il commento in questione, a firma di “Cris” è questo: “Tutto quello che fa violenza deve essere intollerabile. In certi paesi del mondo la legge della violenza é regina, deve essere lo stesso per noi qua? in tutti i campi ? i bambini devono vedere le mucche nei campi verdi o combattendo? é solo una questione di educazione. che modello gli diamo?” Questa immagine parla appunto da sola, risponde da sola a Cris e a chi la pensa come lei. Il modello che viene dato a questi bambini è che il mondo dell’allevamento di montagna è sano, che gli animali sono amati. Che le battaglie non sono violenza, ma momenti gioiosi da condividere con tutta la famiglia, bambini compresi.

Se non è sufficiente quella foto, aggiungo questa, sempre relativa ad una premiazione. Non si impara la violenza, ma si assiste ad un fenomeno naturale, bello da vedere, appassionante, coinvolgente, che insegna ad amare gli animali, ad allevarli come si deve e ad esserne ripagati. Giusto per sfatare un altro luogo comune, non si guadagna niente in queste battaglie, se non una campana o una decorazione floreale. Certo, la stalla con delle reine vincitrici magari vende più facilmente e a prezzo maggiore i suoi animali ad altri appassionati, ma… la storia finisce lì.

Ripeto ancora una volta che le battaglie non sono cruente, non più di quanto non lo sia di per sé la natura. Anzi, alla fine di questa eliminatoria, qualcuno lamentava che le bestie avevano battuto poco, la sera prima, ad Aosta, durante la notturna all’arena, gli scontri erano stati più animali. Qui i primi incontri sono stati interlocutori, in alcuni casi si sono conclusi velocemente, in altri gli animali si sono studiati a lungo, limitando il corpo a corpo a pochi istanti sufficienti a stabilire chi passava il turno.

Gli allevatori assistono insieme ai giudici di gara. Contemporaneamente avvengono più incontri. C’è ansia, attesa, partecipazione emotiva, anche preoccupazione. Altro che incontri cruenti… Quando una vacca resta impigliata con il corno nella cinghia della campana della sua compagna, non si esita a tirar fuori il coltello e tagliare la cinghia, pur di evitare pericoli e sofferenze all’animale!

Secondo me, se si ha un minimo di passione per gli animali, è inevitabile rimanere coinvolto dallo spettacolo, anche quando gli animali non stanno ancora scontrandosi. C’è tutto un rito precedente, ed è forse soprattutto questo a far capire quanto sia naturale questo evento. Qua e là nel campo vengono predisposti dei mucchi di terra e gli animali li usano per scavare con le zampe, buttando indietro la terra, e strusciarvisi con il muso.

Ed è naturale anche lasciarsi affascinare dai momenti più vivi, quelli in cui gli animali si affrontano con il contatto diretto. Non c’è nulla di riprovevole, nulla di cui vergognarsi nell’essere “presi” quando ciò accade. Non ci emozioniamo, in fondo, per qualsiasi impresa sportiva di cui l’uomo è protagonista? Qui ammiriamo gli animali, la loro forza, la loro indole, la loro bellezza.

A volte un animale sembra cedere, la folla si prepara ad applaudire la vincitrice, ma poi la battaglia riprende. Alcuni incontri durano più a lungo, cresce l’entusiasmo, ma alla fine ci saranno battiti di mano per tutti. Solo in un caso, quando un allevatore contesta e chiede di riprendere lo scontro, si levano dei fischi. Alla fine l’esito sarà comunque quello che era già emerso pochi minuti prima.

La costanza di tutto coloro che sono saliti fin quassù viene premiata dal sole, che fa capolino tra le nuvole, e dal panorama che inizia a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Via via si decide la classifica, gli animali vincitori andranno alla finalissima di Aosta, che si terrà il 18 ottobre.

Ogni vincitrice di categoria, ogni classificata ha l’onore della foto, insieme a tutti i membri della famiglia dell’allevatore. Sono momenti di gioia e di festa per tutti. Certo, chi vince è più contento, ma in generale l’atmosfera mi sembra quella del “l’importante è partecipare”, come è giusto che sia.

E poi si arriva allo scontro finale, quello da cui ci si aspetta la maggiore spettacolarità, e le contendenti non deludono. Dal pubblico vengono scattate foto, realizzati filmati con i cellulari, in campo c’è un fotografo ufficiale, ma anche appoggiati alle transenne ci si gode tutto, anche senza apparecchi da professionisti. Certamente occorre un minimo di preparazione, di conoscenza, per avvicinarsi a questo genere di incontri, ma non è così un po’ per tutto?

E Lionne vince, ricevendo tutta la gioia e la gratitudine di Gil, che si inginocchia davanti a lei e la bacia! Lei aspetta, sembrano capirsi con lo sguardo, il legame tra uomo e animale c’è e non lo si può negare. Dite quello che volete, ma questa è una Battaglia delle Reine.

Ancora un giro d’onore con la Regina di prima categoria, poi lo spettacolo è finito. L’appuntamento è all’incontro successivo, gli appassionati non se li perdono, domenica dopo domenica. D’estate poi portano ad andare ora qui, ora là, in località di montagna che meritano essere visitate, quindi possiamo parlare anche di un’occasione, di un incentivo al turismo.

Il pubblico comincia a defluire, chi rientra in valle, chi ritorna in Francia, chi in Piemonte. In queste occasioni, anche guardare la gente può essere interessante, visto che c’è sempre chi ha uno stile particolare e riesce ad attirare l’attenzione…

Sul colle, a metà tra il mercatino italiano e quello francese, proprio accanto ai resti romani, non manca una piccola, pacifica manifestazione di chi inneggia ad una Savoia libera. E’ bello e giusto difendere le tradizioni, le radici, la lingua, la terra, ma cosa c’è di più bello di questi incontri spontanei, proprio in nome della tradizione e delle passioni condivise, che attirano gente da paesi diversi?

Ancora (quasi) niente pecore a Nevache!

A Nevache, in Francia, uno ci va perchè è un bel posto, ci va per fare camminate in montagna, raggiungere colli, laghi, rifugi, per un trekking. Poi c’è chi ci va a cercare pecore, perchè questo è uno dei luoghi oltreconfine dove gli alpeggi sono utilizzati da greggi di pecore merinos, è risaputo.

Quando c’ero stata qualche anno fa, ero salita in un vallone dove un gregge avrebbe dovuto esserci, dove un gregge poteva pascolare più che bene, ma purtroppo di pecore nemmeno l’ombra. Chissà, forse sarebbero salite più tardi… Quest’anno invece abbiamo puntato alla testata della valle. C’erano le tracce dei recinti e del passaggio, anche abbastanza recente, degli animali. Era una mattinata fredda e limpida…

Così, a caso, saliamo verso dei laghi, con l’obiettivo di fare un giro ad anello e vedere più zone possibile. Qualche animale c’è, ma sono dei bovini! Un piccolo gruppo, qualche vacca con i suoi vitelli, un grosso toro dal mantello scuro. Niente pecore, ma il posto è davvero bello.

Il flusso di turisti sul sentiero è continuo, sono le settimane centrali del mese di agosto, purtroppo i compatrioti sono i più rumorosi e le loro osservazioni non passano inosservate. Così come non si possono non notare i grifoni che volteggiano in cielo. Arriviamo a contarne più di trenta, contemporaneamente. Questi avvoltoi sono degli spazzini e si cibano di carcasse, le loro dimensioni sono imponenti. Qualcuno li scambia per aquile (!!), altri addirittura li definiscono falchi…

Solo alcuni dei turisti si avvicinano agli animali al pascolo, che in quel momento stanno riposando, qualcuno li guarda da lontano, altri li fotografano. Giustamente, uno di loro (Francese) ci mette in guardia sull’eventuale pericolosità, dal momento che ci sono dei vitelli piccoli. La mia amica, allevatrice e moglie di un pastore, gli spiega la situazione. E si finisce con il turista che chiede a noi se può accarezzare la vacca!

Dopo l’ultimo lago, sulla via del ritorno, insieme alle tracce evidenti di un recente passaggio del gregge, ecco una pecora solitaria, in non buone condizioni di salute. E’ zoppa sia ad una zampa anteriore, sia ad una delle posteriori. Le guardiamo l’orecchino per ricordare il numero, caso mai trovassimo più a valle i pastori. Per il momento pascola indisturbata, ma da queste parti il lupo c’è…

Finalmente vediamo il gregge, ma sul versante opposto, ad una quota troppo elevata per pensare di raggiungerlo. “Leggendo” le tracce al suolo, l’erba pestata, il sentiero infangato, intuiamo che i pastori devono aver spostato le pecore nei giorni precedenti, quando ha piovuto. In questi giorni, anche in Italia, si sta provvedendo a separare gli agnelloni, i montoni che verranno venduti per la festa mussulmana del sacrificio, così può darsi che il gregge sia stato abbassato per provvedere a quel lavoro e alla successiva discesa a valle degli animali venduti.

Più in basso, accanto alla strada sterrata, c’è il “campo” dei pastori. Purtroppo non c’è nessuno, impossibile quindi segnalare la pecora dispersa. Questo non è un camper da turisti, c’è una campana legata sul cofano e numerose ciotole per i cani…

Di fronte, sull’altro lato della strada, altre abitazioni, sempre utilizzate da pastori. Chissà, forse ci sono addirittura due greggi… Che peccato non aver incontrato nessuno, non poter chiedere, fare domande, capire… Vediamo anche altri animali “lasciati lì”. Una pecora morta sembra esser stata già oggetto di banchetto da parte dei grifoni, o saranno state volpi, o cinghiali? Strana questa poca attenzione, specialmente in un posto tanto frequentato dai turisti!

Per vedere qualche animale da vicino, dobbiamo tornare a Nevache. Qua e là, tra i giardini, ci sono delle reti tirate e, al pascolo, piccoli gruppi di animali. Un paio di pecore, tre o quattro capre. Lungo la valle ci sono prati sfalciati, prati di erba medica, ma non c’è la cura che troviamo altrove. Probabilmente sono pochi gli animali che restano in valle: i grossi greggi salgono ad inizio estate dalla pianura, ridiscendono in autunno, tutto sui camion, e il territorio non ha quell’aspetto di quando ogni angolo è utilizzato per il fieno o per il pascolo.

Nevache comunque merita una visita, anche se non cercate le pecore! Lungo la valle, potete scegliere dove parcheggiare l’auto (gratuitamente) e risalire la valle a piedi seguendo i sentieri, oppure (per pochi euro) prendere la navetta che vi porta fino a Laval, dove l’asfalto finisce. Un servizio efficiente ed economico, che evita l’intasamento del traffico lungo la stretta strada che risale la valle.

Pascolando sul confine

Sono andata a far visita al Pastore, pensavo di trovarlo in un vallone, invece si era appena spostato nell’altro, ma va bene lo stesso, visto che pure lì non c’ero mai stata. L’occasione era anche quella di andare a fare una gita, oltre vedere il gregge.

La giornata era bella, serena, ma il meteo annunciava un peggioramento serale. I colori ormai erano quelli dell’estate inoltrata, anche l’aria era decisamente ben più fresca della settimana precedente. Il Pastore racconta che, nei giorni più torridi, lui era su nel vallone a 2700-2800m e si stava bene là, questo gli faceva immaginare quanto caldo dovesse esserci in pianura.

Saliamo dal gregge, c’è qualche capra da mungere, qualche agnello da allattare con il biberon, qualche animale zoppo da controllare, la solita routine mattutina. Gli animali sono tranquilli, la sera prima si sono riempiti bene le pance e non fremono per andare al pascolo.

C’è un po’ di agitazione solo dove ci sono le capre, dato che è iniziata la “stagione degli amori”. Tutta colpa di due giovani becchi dello scorso anno, che hanno cominciato ad “importunare” le capre, dando il via al calore un po’ in anticipo. Ovviamente il grosso maschio vuole l’harem tutto per sé, quindi allontana a testate i becchetti.

Viene aperto il recinto e il gregge con i suoi fedeli guardiani lentamente inizia ad uscire. Erba qui ce n’è ancora, ma meno dello scorso anno, per colpa dell’andamento stagionale. Adesso è ancora tutta “intera”, visto che il gregge ha attraversato ed ha raggiunto questi pascoli solo il giorno prima.

Le pecore si fermano a mangiare il sale, poi lentamente iniziano a salire. Il vallone è lungo, ampio, ma ci sono anche tante pietraie, zone ripide, difficili da raggiungere, pericolose da pascolare. Alcuni animali sono zoppi proprio per effetto delle pietre che, smosse dalle pecore e capre più a monte, rotolano in mezzo al gregge. Saliamo anche noi, tenendoci sulla sinistra, seguendo il sentiero che sale al colle, anche quel giorno frequentato da numerosi escursionisti.

Una volta giunti al valico, una delle prime cose che danno il benvenuto in terra di Francia è questo cartello, che spiega come si stia entrando in un alpeggio, avvisa della presenza dei cani da guardiania, a cosa servano e come bisogna comportarsi in loro presenza. Un cartello chiaro, robusto, resistente, adatto a resistere al clima che ci può essere quassù, estate ed inverno. Impossibile poi non notarlo!

Il gregge francese lo vediamo solo in lontananza, è ancora chiuso nel recinto, verrà aperto di lì a poco. Sono pecore di razza merinos, il Pastore ha già parlato con chi le sorveglia. Su questo versante la montagna è ben più “facile” rispetto all’Italia, già solo per la comoda pista sterrata che dolcemente sale fino al colle. Altro che il ripido sentiero che bisogna affrontare sul versante piemontese!

Anche i pascoli sono più belli, meno ripidi e vengono utilizzati solo quelli migliori, sotto alla strada. Il Pastore sogna una montagna del genere, ma è da quando lo conosco che mi porta sui colli, ci affacciamo oltreconfine e mi indica quelle montagne così dolci, così belle che ci sono oltralpe. Bisognerebbe affittare una montagna francese…

Appena sotto al Colle del Frejus, sempre sul versante francese, c’è un laghetto circondato da eriofori. In mancanza delle pecore, fotografo questi soffici batuffoli mossi dal vento. L’aria quassù è decisamente fredda, un netto cambiamento rispetto a quanto ho dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il Pastore è tornato dal gregge, che aveva lasciato “incustodito” per qualche minuto, mentre facevamo una rapida esplorazione oltreconfine.

Le pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano quasi pietre tra le pietre. Mentre loro brucano l’erba bassa, ma appetitosa, pranziamo anche noi. C’è tempo per una pausa, parte degli animali si ritirerà in una specie di conca meno ripida dei pendii circostanti, poi riprenderanno a spostarsi. A quel punto ci muoviamo anche noi.

Le pance sono piene, ma gli animali continuano a mangiare. Ci sono da attraversare alcuni ripidi canaloni, dove scorre un ruscelletto, ma le sponde di terra franosa, grigiastra, incise dall’acqua, fanno immaginare cosa possa scendere qui quando si scatena un violento temporale.

Il gregge fa nuovamente una pausa, intanto il tempo cambia. L’aria si fa più umida, il cielo via via si copre, le previsioni non avevano mentito. Inizia a cadere qualche goccia di pioggia, poi soffia ancora il vento. Pioggia o no, per me è già arrivato il momento di rientrare. Devo ridiscendere fino alla strada e rimettermi in viaggio in auto, saranno necessarie alcune ore per tornare a casa. Così saluto i pastori e mi avvio, scendendo lungo le tracce delle pecore.

Su certi sentieri bisogna dare la precedenza. Un gruppo di pecore, che si era separato dalle altre, si sta riunendo al gruppo, così le lascio sfilare una ad una. Adesso ha iniziato a piovere e tocca aprire l’ombrello. Scendo cercando il percorso migliore, poi finalmente ritrovo il sentiero. Alle mie spalle sento abbaiare i cani, anche il Pastore ha dato il via al rientro serale. Non sarebbe ancora ora, ma probabilmente il temporale in arrivo l’ha spinto ad accelerare i tempi.

E la pioggia mi viene incontro dal fondovalle. Io scendo, lei sale… L’ombrello ripara parzialmente, c’è vento, poi l’erba bagnata in alcuni tratti è alta, così pantaloni e scarponi si infradiciano completamente. Scendo velocemente, ma la perturbazione di quella sera è di breve durata. Quando arrivo alla macchina ha già smesso di piovere. Seguirà altra pioggia nei giorni successivi… Non salverà più la stagione, ma la speranza è che venga ancora un po’ d’erba nei pascoli bassi, quelli mangiati malamente perchè l’erba era troppo alta quando il gregge è stato lasciato salire, così da concludere degnamente la stagione.

E’ colpa mia se abbiamo continuato

Il mondo a volte è proprio piccolo. Non immaginavo di ritrovare un amico proprio “dietro la cresta”, in Val Trompia. Casualmente infatti vengo a sapere che una mia vecchia conoscenza è in un alpeggio confinante a quello che mi ha ospitata la domenica, così…

…zaino in spalla, sacco a pelo, qualche indumento di ricambio, l’ombrello anche se le previsioni sono buone, una maglia pesante anche se si annuncia una nuova ondata di caldo, raggiungo il colle e mi avvio sul sentiero che mi porterà alla malga dove mi stanno aspettando.

Il gregge è ancora nel recinto. E’ un gregge che “conosco”, l’avevo incontrato in autunno nelle stoppie del mais della pianura bresciana. Quest’estate, con questi pastori, c’è anche un mio amico che, in passato, aveva trascorso qualche settimana in alpeggio in Piemonte. La passione per la pastorizia facilita questi strani incontri, che avvengono anche così, casualmente, tra le montagne.

Anche malga Stabile Fiorito è di proprietà dell’Ersaf. I pastori che la utilizzano salgono qui da una ventina di anni, ma pare che, alla scadenza del contratto, laRegione voglia darla ad altri, magari ad un allevatore di bovini. Non c’è la strada, quando è stata fatta una pista negli anni scorsi, questa è arrivata solo alla malga confinante. Bastava poco per raggiungere anche questa struttura, ma evidentemente nessuno si rende conto dei disagi e delle difficoltà che ci sono a stare in una malga non servita dalla strada. La speranza è che nessun malgaro la voglia prendere in affitto, mancando proprio la possibilità di raggiungerla con i mezzi.

Qui i pastori si danno il cambio, fanno i turni dividendosi tra la montagna e la pianura. Quel giorno in alpeggio incontro Luca e il suo operaio. Mi stavano aspettando per andare dal gregge, la mandra comunque è lì vicino. Il recinto qui è particolare, ce n’è uno esterno (picchetti alti in plastica e fasce elettrificate) ed uno interno con le normali reti “da pecora”. Ogni recinto ha la sua batteria.

Il perchè di tutto questo lavoro aggiuntivo? “E’ per l’orso. Sembra abbiano visto delle tracce in un vallone più in là. Poi sono sparite delle capre di un gregge incustodito che gira da quella parte sulle punte, ma lì magari è un orso con due gambe… Comunque qui l’orso c’è già stato. Ha ucciso delle pecore e l’ho visto di persona.” Luca mi racconta dei cani che abbaiano di notte, lui che li libera, loro che vanno contro al predatore, poi alcuni tornano impauriti e si rifugiano alla baita, terrorizzati. Altri invece lo “chiudono” contro le rocce e l’animale si difende dando zampate. “A volte ci troviamo con il vicino, il ragazzo che è in alpeggio con le mucche di là… Poi si rientra ovviamente a piedi, di notte. Non è piacevole! Si scherza, ma quando lo vedi ti passa la voglia di scherzare!

Si parte verso i pascoli, quel mattino Luca conduce il gregge in una zona tra le rocce, più a valle rispetto al recinto. Qui la gestione è molto diversa rispetto a quella che conosco io, in Piemonte. Parte degli animali sono in montagna, altri sono rimasti in pianura, pertanto chi non è in alpeggio deve comunque occuparsi dell’altro gregge. Con questo caldo e siccità, non c’è solo da pascolare gli animali, ma anche portare acqua. Inoltre gli orari di lavoro sono dettati più che mai dal sole: si deve pascolare al mattino presto e poi la sera.

La montagna non è ripida, ma abbastanza “sporca” di cespugli. Il gregge si allarga a pascolare, i pastori lo sorvegliano, uno a monte, uno a valle. Non lasciano che le pecore avanzino oltre un certo punto e il gregge resta abbastanza compatto. Luca intanto mi racconta la sua vita, la sua passione, parliamo di problemi della pastorizia, i soliti problemi che sono stati discussi anche il giorno prima alla riunione. Oltre agli operai, ad occuparsi del gregge c’è suo zio, suo papà (che però non viene in montagna) e lui stesso.

Verso mezzogiorno, le pecore vengono fatte rientrare nel recinto. Inutile star lì a guardarle ruminare, si preferisce chiuderle e tornare alla baita per pranzo, tranne quando si è un po’ più lontani e allora ci si porta dietro qualcosa da mangiare. “Anni fa abbiamo dovuto abbatterle, una di quelle vendute da macello è stata trovata positiva alla scrapie. Mio papà voleva smettere… Io ho insistito per ricominciare, comprarne subito altre, andare avanti. Ogni tanto me lo rinfaccia ancora… Se non era per me, adesso poteva vivere tranquillo!! Ci hanno promesso i soldi, ma noi abbiamo disinfettato le stalle, tutto quanto, e siamo subito ripartiti con i soldi che avevamo da parte. Poi però servivano quelli della Regione per andare avanti. Alla fine sono arrivati. Di quelle che hanno abbattuto e incenerito, un certo numero le hanno analizzate, ma nessuna è risultata positiva…

Attraverso i recinti, si cerca anche di migliorare i pascoli. Almeno nelle zone pianeggianti, si spostano le reti e si fanno dormire le pecore dove ci sono cespugli (ginepro, rododendro, mirtilli), così questi poco per volta regrediscono. La montagna di fronte, utilizzata dai bovini, è ancora più “sporca”, con molti ontani. Scoprirò che oggi salgono molte meno bestie di un tempo, chi ha vacche da latte spesso preferisce rimanere in pianura.

Il gregge rientra al recinto, mentre le prime nuvole salgono dall’altro versante. Mi dicono che qui è più raro che vi sia la nebbia, rispetto alla malga dov’ero il giorno prima. Sono giornate calde, anche qui l’erba è gialla, secca. E’ cresciuta molto a causa delle alte temperature ed è “invecchiata” prima del tempo. Già lo sapevo, ma mi viene confermato per l’ennesima volta come da queste parti si salga in montagna abbastanza tardi e si scenda presto, addirittura alla fine di agosto.

In Piemonte si fa quasi a gara per rimanere in montagna il più a lungo possibile! Erba direi che qui ce n’è, ma non si fa un secondo passaggio, si pascola una volta e poi via. La qualità dei pascoli non è eccezionale, ma ho visto anche di peggio. Si scende presto grazie a quelle che sono le zone utilizzate nella stagione di pascolo vagante, comode e ricche di foraggio. Il gregge viene rimesso al pascolo nel pomeriggio e si cambia zona, ci si sposta poco sotto, a fianco del ruscello che fa da confine con i pascoli delle vacche.

Luca continua a raccontare, mentre le pecore trovano l’erba per saziarsi. E’ un giovane al passo con i tempi, passione per le pecore, ma lo sguardo sul mondo. Presto si sposerà, la sua fidanzata fa un altro mestiere. Ama essere “ben vestito”, in ordine, specialmente se ha da essere a contatto con la gente. “A volte chi non sa che lavoro faccio e mi incontra quando non sono con le pecore, si stupisce quando dico che faccio il pastore!“. Utilizza il computer per gestire la burocrazia relativa al gregge, ma tutta la parte finanziaria dell’azienda è seguita dalla mamma.

Ognuno, in famiglia, sembra avere il suo ruolo. Sono organizzati anche per la macellazione dei capi, specialmente per la festa mussulmana del sacrificio. La vendita dei montoni per questa occasione è infatti una delle principali fonti di reddito per i pastori vaganti. Mi parla dei viaggi del padre verso l’Alto Adige, quando si andava nelle piccole e piccolissime aziende a comprare un animale qui, uno là, invece oggi ci sono le grosse aste. Quando sono in pianura, il gregge gira a distanze relativamente brevi rispetto alla cascina, massimo una ventina di chilometri. Si pascolano soprattutto stoppie e incolti, non ci sono i prati, non si compra l’erba come in certe parti del Piemonte.

Viene sera e gli animali vengono fatti rientrare al recinto ben prima che sia buio. Una volta chiuse le reti, c’è solo da far succhiare un paio di agnelli sotto alle capre ed i lavori sono finiti. Un ritmo di lavoro più “rilassante” rispetto ad altre realtà che ho conosciuto in questi anni. Anche in pianura, pur alternandosi tra cascina, pascolo e tutte le altre incombenze, mi sembra di capire che questa sia una realtà ben organizzata. Per quella sera, si rientra alla baita e si continuano le chiacchiere, tra aneddoti e curiosità sui diversi modi di lavorare in regioni confinanti.

Lavori in alpeggio

Non vieni a trovarci?“. Ogni tanto qualcuno mi fa questa domanda. Sarebbe bello poter andare ovunque, non aver niente da fare e girare ora qui, ora là. E’ vero che, tra il 2003-2005 ho girato moltissimi alpeggi, anche 3-4 ogni giorno, ma era per lavoro ed ero pagata per farlo. Adesso ogni tanto mi concedo una gita, un giorno per andare a far visita a qualche amico. Era proprio dal 2003, quando facevo il censimento degli alpeggi, che non salivo in questo vallone.

Nonostante sia un vallone fresco, nei versanti esposti a sud si vedono i segni della siccità e dell’andamento di questa estate. L’erba è gialla, secca, ed è stata pascolata male dagli animali, poichè è cresciuta molto ed è diventata troppo dura. Rispetto ad un tempo, mi sembra sia stata prolungata la strada che risale il vallone, poi inizia il sentiero che risale nel bosco. Si cambia versante e si incontra il primo alpeggio, adesso chiuso, nei pressi del quale vi sono alcuni asini.

Anche l’alpeggio è stato aggiustato, sono state create nuove baite e si sta ancora lavorando per finire di sistemare le altre. Qui le strutture sono private, quindi fare dei miglioramenti significa beneficiarne per tutti gli anni a venire. Al ritorno dalla gita, incontrerò anche il pastore: al mattino era andato a portare uno dei generatori a riparare, poi la sera scenderà in moto per caricarsi a spalle un boiler. Tutto quello che arriva qui è sulle spalle delle persone o della mula. Per i lavori della baita invece si è utilizzato l’elicottero, ma a quale prezzo!!

La mula adesso è in piena attività, porta terra e pietrisco dal torrente al luogo dove i muratori stanno ultimando i lavori. Sembrano scene d’altri tempi, ma laddove gli alpeggi sono ancora isolati, raggiungibili solo a piedi, questa è una realtà attuale.

Gli animali li incontriamo più a monte. Sul percorso che abbiamo scelto per la nostra gita, ci sono i pascoli dei bovini, il gregge è nell’altro vallone. Questa immagine ci mostra come i pascoli si stiano impoverendo, chiudendo per colpa dei cespugli. Credo che un tempo qui salissero più animali.

Nonostante la siccità e le alte temperature registrate nelle scorse settimane, salendo in quota si incontrano ancora queste meravigliose fioriture. Sono valloni freschi, probabilmente c’è stato anche qualche temporale, si vedono persino qua e là dei nevai in alcuni canaloni. Non che sia anomalo, a fine luglio, ma non me lo aspettavo, con il caldo che c’è stato. Quassù gli animali avranno ancora erba per pascolare in abbondanza nel mese di agosto.

Le vacche pascolano e ruminano, più tardi salirà qualcuno a prenderle per farle scendere per la mungitura. Questi sono esemplari di razza barà. Le montagne che vedete sullo sfondo, nei versanti esposti a sud, mostrano molto più evidenti i segni della siccità e della mancanza di acqua, per fortuna però nessuno (al momento) ha già dovuto abbandonare il suo alpeggio. Una frase che sento ripetere spesso è che, anche se piovesse: “…ormai per i pascoli è tardi.” Comunque, si continua ad attendere ed invocare la pioggia.

Quasi alle baite, incontriamo dei piccoli lavoratori che si sono sostituiti agli adulti nelle operazioni di trasporto. Anche il mezzo è cambiato, proporzionato alla statura degli operai. Dalla mula, si è passati al pony. Forse qualcuno avrà da obiettare a questa foto, siamo in un’epoca in cui potremmo trovare sia chi si indigna perchè si “costringe” l’animale a fare la bestia da soma… Sia perchè dei bambini stanno lavorando. Ma è questo un lavoro? O è un dare una mano, un imparare giocando, un emulare gli adulti e intanto rendersi utili?

Secondo me sono delle scene bellissime, preferisco vedere questi bambini che, con molta responsabilità e senso pratico, conducono il pony e caricano i secchi di terra, piuttosto che loro coetanei imbambolati davanti ad un apparecchio elettronico con il quale stanno “giocando”. Ovviamente questo non è sfruttamento, ma è il normale rendersi utili di tutti i membri della famiglia, così com’è sempre stato.

Due parole con il loro papà alle baite. Impossibile non notare la frase sullo schienale di una delle due panche: “L’ho messa dopo l’incidente che mi è successo qualche anno fa. Quando ti capitano certe cose, dopo rifletti sulla vita, sull’essere ancora al mondo.” E così… per tutto il resto c’è una soluzione, un qualcosa su cui tutti siamo invitati a riflettere, indipendentemente da come sia la nostra vita.