Cercando il passato

Vi ricordate il Gard, quell’alpeggio abbandonato dove vi avevo “accompagnato” qualche settimana fa? Tramite amici ho saputo che Mario, l’ultimo pastore ad essere salito lassù “stabilmente” è ancora in vita, ospite di un particolare centro per anziani ad Angrogna, il Foyer.

Così, con Valeria, un’amica anche lei a caccia di testimonianze del passato, andiamo ad incontrare gli ospiti di questa struttura. Tra di loro c’è Pierin, 81 anni, brillante nello spirito e meraviglioso scrigno di ricordi. “Per imparare un lavoro? Bisogna farlo! Adesso come si fa ad insegnare ai giovani a tenere la montagna, adesso che non c’è più nessuno che sa come si fa? Dove ci sono rovi, c’erano campi. Dove ci sono gerp (gerbidi, incolti), c’erano campi. C’erano muri che tenevano su tutto. In montagna non mancava niente, andavamo a Pinerolo a vendere la paglia di segale per fare i tetti, giù non c’era niente da comprare! Mussolini delle cose giuste le ha anche fatte, non doveva rimanere un palmo incolto, si produceva tutto italiano e quello era giusto!

Le storie qui sono storie del territorio. Non tutti le vogliono o le sanno raccontare come Pierin. Alle pareti, foto, poesie, pensieri, ritagli de “L’Eco del Chisone” dove si parla delle recenti fiere zootecniche di valle. Continua Pierin:”Si passava dal Colle della Croce per andare a prendere il sale e si barattava con le castagne. Adesso i giovani… non sanno più usare una zappa o un tridente! Ci vanno anche le fabbriche, perchè sono quelle che rendono, e poi ci va l’agricoltura. I giovani di oggi tengono tante pecore perchè danno meno lavoro, non c’è da mungerle, mentre di vacche ne tengono meno di una volta.

Andiamo ad ascoltare anche Mario, ma un po’ i problemi di udito, un po’ una generale stanchezza, non è loquace come il suo coetaneo. “Le pecore le ho tenute a lungo, fin quando ho potuto, sono solo quattro anni e mezzo che le ho vendute, quando sono stato male. Mi hanno ricoverato a Pinerolo, poi a Torre Pellice, poi mi hanno portato qui, se mi piaceva potevo restare, e sono rimasto.

Cerchiamo di farlo parlare dell’alpeggio, di quello spuntone a picco sulla valle, ma sembra ritenere l’argomento poco interessante. Forse crede che a noi non possa interessare… “Là sono stato 10 anni da solo e 12 anni con mio cugino. Le case erano già tutte giù, pioveva già dentro. Avevo un 100-120 bestie, anche qualche capra, mie e qualcosa di quelli che me le davano su.

Non sa dirci niente sul passato, su chi salisse prima di lui, quante persone vi fossero un tempo, o forse siamo noi a non riuscire a farci capire. “Ci volevano quattro ore a salire con la roba a spalle. Giù mungevamo, quando eravamo tutti, ma su no, il latte si mungeva per i maiali, si dava ai maiali per ingrassarli. A dieci anni andavo ancora a scuola quando mio papà mi ha messo in mano il dai (la falce) per tagliare l’erba. I giovani d’oggi fanno come possono, non c’è più lavoro in fabbrica e nemmeno nei boschi, quindi va bene anche fare i pastori.

Una vita spesa con gli animali, lassù su quei pascoli, poi d’inverno in pianura, comprava il fieno in una cascina a Villafranca. Per noi oggi è naturale spostarci, viaggiare, andare un giorno qui, uno là. “Non sono mai andato in Val Germanasca. Sono andato fino a Prarostino. Poi a Pinerolo, all’ospedale…

La montagna (abbandonata) brucia

Da ieri sera la montagna brucia. Perchè vi parlo di questo? Cosa ha a che fare con il mondo del pascolo? No, l’incendio non è colpa dei pastori, anche se spesso questa categoria viene chiamata in causa in queste circostanze.

Da queste parti, quando ero bambina, mi ricordo che c’era quel giorno in cui le montagne su in alto bruciavano e con naturalezza si diceva che si dava fuoco per pulire i pascoli e avere poi erba buona in primavera/estate. Era un fuoco controllato, probabilmente davvero benefico. Sono anni che ciò non accade più, forse tale pratica è stata vietata, forse quei pascoli sono abbandonati. Oggi era il bosco a bruciare.

Recentemente sono stata su quelle montagne che gradatamente discendono verso il mio paese. C’è ancora qualcuno che porta su le bestie d’estate, ma sicuramente non sono più utilizzate come un tempo. Spero di riuscire a trovare il libro “Un fiume di capre” di Mario Borgna, che parla delle origini e delle tradizioni pastorali del Vallone di Grandubbione, uno di quei posti dove un tempo la montagna era tutta curata, abitata, coltivata, pascolata.

Ora regna l’abbandono quasi totale. Le vecchie baite crollano, i terrazzamenti vengono inghiottiti dal bosco, i prati si riempiono di cespugli. Il lavoro, la fatica di generazioni scompare nel giro di pochi anni e chissà se ci sarà qualcuno che saprà recuperare quei terreni, quei luoghi?

Ci sarà qualcuno che ritornerà? Non è facile oggi vivere lassù, anche se la quota non è eccessivamente elevata. Come ho già scritto tante volte, abbiamo più comodità, più mezzi, più strumenti, ma anche più vincoli, restrizioni, esigenze che rendono difficile vivere e lavorare in certi luoghi. Non si possono avere tante bestie in quelle realtà e, con poche, è difficile far quadrare i conti a fine mese, a fine anno…

In alto, sulle creste, l’erba non pascolata crea un materasso giallo, scivoloso e facile preda del fuoco, se qualche pazzo piromane ha strane idee. Ce n’è davvero tanta… e l’autocombustione non si verifica praticamente mai, non qui, non con queste condizioni.

Anche i boschi un tempo erano diversi. Qui si taglia ancora la legna, per lo meno nei posti piú accessibili. Legna buona da ardere, legna di faggio. Un tempo da queste parti si produceva anche tanto carbone, ma è un altro elemento che ormai appartiene al passato.

Quando qui si allevava, che fossero capre, pecore o vacche, i boschi erano più puliti perchè anche le foglie erano utili. Ho sentito raccontare anche di “materassi” per gli uomini riempiti di foglie di castagno. Ma castagni e faggi fornivano materia prima soprattutto per il gias, la lettiera delle stalle. In pianura si usa la paglia, ma in montagna c’erano le foglie. E oggi quelle foglie restano tutte lì ad accumularsi nei canaloni, nessuno le rastrella, nessuno le porta a valle nei garbin o nei fiurè.

I canadair hanno lavorato fino all’oscurità, adesso l’incendio pare domato, dopo 24 ore di fiamme e fumo. Forse, un tempo non c’erano i piromani, ma se anche ci fossero stati, in una montagna viva c’era poco da bruciare…

Delusa dalla fiera

Avevo detto a tanti che la fiera di Guillestre, in Francia, meritava la visita. C’ero stata nel 2011 e mi era piaciuta per quell’atmosfera di fiera paesana… Tutti i piccoli allevatori che arrivavano con gli animali caricati su ogni tipo di mezzo, i box in mezzo al frutteto, sull’erba, le bancarelle in tutto il paese.

Quattro anni dopo, una grande delusione. Quei pochi animali che ci sono, qualche box di pecore, un paio di cavalli, due o tre bovini, sono nella piazza asfaltata. Di gente ce n’è, è stato difficile trovare parcheggio ed è ancora più difficile camminare nelle vie e tra le bancarelle, ma quel che manca è l’aspetto rurale.

Qualcuno fa acquisti, compila i documenti, ma sembra davvero che la maggior parte delle persone siano qui soprattutto per la fiera intesa come mercato. Certo, di bancarelle ce ne sono moltissime, ma l’impressione è che manchi la qualità e l’organizzazione.

La parte più agricola è nel solito spazio verde, tra i meli. Qualche bancarella con attrezzature, le solite campane, un paio di artigiani, ma mancano molti stand che avevo visto anni fa. Anche tra il pubblico, non individuo più tutti quei volti che identificavano allevatori e contadini.

Mescolati in mezzo a tutto il resto, ci sono i produttori. In altre fiere c’è una divisione almeno parziale tra prodotti agro-alimentari ed altri generi, qui invece magari trovavi un’azienda agricola in mezzo all’abbigliamento dozzinale. Insomma, la mia delusione è stata molta.

C’era anche qualcosa di interessante, qua e là, come questa azienda che proponeva la lana delle sue pecore. Mancava però tutto il resto dell’atmosfera che avevo respirato all’epoca. Ho incontrato qualche faccia nota, dall’Italia, anche loro lamentavano soprattutto la scarsità di animali.

La maggior compravendita, in questo settore, sembrava essere quella avicola: polli, galline, tacchini, anatre, c’erano diversi espositori con questi generi e moltissima gente effettuava acquisti. Si sceglievano gli animali, che venivano collocati in scatole di cartone, si scriveva sopra il nome e le si lasciava lì. Ciascuno sarebbe poi passato a ritirarle più tardi, in quel momento c’era troppa ressa nella fiera per poter girare con uno scatolone per mano.

Il mercato era vasto, soprattutto abbigliamento di ogni genere. A parte qualche banco dove si vendevano cappelli e camicie a quadretti, tutta la restante parte della fiera era indirizzato ad un pubblico generico e non agli “addetti ai lavori”.

Ecco un’altra bancarella tematica, non così attrattiva in quella calda giornata di metà ottobre in cui si teneva la fiera.

Spezie, verdure, formaggi, frutta e polli arrosto, pian piano si avvicina l’ora di pranzo e il pubblico inizia a diminuire. Ora di ripartire dalla fiera…

Ancora un giro per Guillestre, sotto un cielo limpido, aria tersa e sole abbacinante. Tutto intorno i colori dell’autunno così, delusa dalla fiera, decido di godermi il resto della giornata, scegliendo una diversa via per il rientro.

Invece di tornare attraverso il Monginevro, mi avvio lungo la valle del Guil, passando accanto a Chateaux Queyras. Villaggi, boschi, prati e pascoli, non immaginavo che avrei ancora incontrato animali salendo in quota.

Invece ecco un gregge al pascolo accanto alle piste da sci. Si tratta di pecore gravide o che hanno già partorito. L’erba è bassa, ma le merinos brucano avidamente. Non c’è alcun pastore, solo delle reti a formare un vasto recinto.

Gli agnelli, sazi di latte, si godono il sole. Probabilmente questi saranno gli ultimi giorni in montagna, poi anche questo gregge sarà portato nelle pianure accanto al delta del Rodano? Chissà…

Io proseguo ancora il mio viaggio, con una veloce deviazione al bellissimo borgo di Saint Veran, il comune più alto d’Europa. Non c’ero mai stata a questa stagione e, anche quasi deserto, senza tutte le attrattive per i turisti che ingombrano le vie pedonali d’estate… è ancora più affascinante. Non ricordo bene quante siano le giornate di sole vantate da questo borgo, ma sicuramente questa è una delle migliori!

Alcune caprette nate saltellano sui muretti tra le case, ma io ho sentito delle campanelle e dei belati: appena sopra alle ultime case infatti vi è un altro gregge. Guardandomi attorno, vedo anche altri animali, più in lontananza, su per il vallone. Non ho però tempo di andarli a vedere tutti, perchè la mia strada è ancora lunga.

Sul mio percorso mi fermerò, a quota ancora maggiore, per fotografare anche queste vacche al pascolo. Non sono animali che lasceranno la montagna, ma quando l’erba sarà finita, quando arriverà il freddo, la neve, trascorreranno l’inverno nella loro stalla nel paesino poco sopra.

Continuando a salire, il verde scompare anche dai pascoli, sono solo più i colori dell’autunno a predominare. Un autunno luminoso, caldo nonostante la neve poco lontano. Proprio per la fiera di Guillestre, è ancora aperto il passo che, in cima a questa valle, permette di sconfinare e rientrare in Piemonte.

Il Colle dell’Agnello, come tutti i passi tra Piemonte e Francia, è dolce sul versante francese, molto più ripido su quello italiano. 2.744m di quota, ormai qui è inverno. Troverò poi anche animali in Valle Varaita, a quote molto inferiori, ma ormai è tardi, pomeriggio inoltrato, quindi non mi fermerò a scattare altre foto…

Ancora altra neve

Prima del post odierno… Una segnalazione. Per questo fine settimana c’è l’evento principale, quello che tutti attendono. Ai Santi c’è… La Fiera dei Santi!

1-2 novembre a Luserna San Giovanni (TO) Fiera Regionale, giunta alla 759° edizione! le bancarelle della fiera sono presenti in entrambi i giorni, ma gli animali in vendita e quelli in mostra SOLO nella GIORNATA del 2 NOVEMBRE! Ci vediamo a Luserna allora…

(foto D.Melli)

Adesso però passiamo alle nostre storie. C’è stata l’ennesima nevicata, anche a quote più basse di quel che ci si aspettava. Ieri qua e là su facebook mi è capitato di vedere alcune immagini molto belle sia di chi abita in montagna, sia di chi ha la possibilità di andare a fare gite anche in settimana, sia di chi ha ancora gli animali al pascolo a quote intermedie. Questa bellissima foto di ieri è stata scattata in alta Val Pellice da Deborah, gli animali sono quelli del gregge di suo fratello Giuseppe. Ormai è proprio ora di fare scendere tutto nel fondovalle.

Era venuta la neve anche due settimane fa, un’altra nevicata improvvisa e, fortunatamente, di breve durata, sufficiente però ad imbiancare le vallate. Qui siamo in Val Chisone dove, da Fenestrelle in su quel mattino si incontrava un candido manto di diversi centimetri. Mi domandavo quindi cosa avrei trovato dove c’era il gregge.

Invece, scendendo da Sestriere verso la val di Susa, di neve ce n’era molto meno e, intorno al recinto, per fortuna se n’era già andata quasi tutta. Per aprirle ed andare al pascolo era meglio attendere che fosse sciolta completamente, tanto ormai mancava davvero poco.

Così nella tarda mattinata si parte al pascolo, con l’erba libera dalla neve e quasi asciutta. Non c’è più tantissimo da mangiare, giusto quel che basta per quel paio di settimane per arrivare alla fine della stagione, quindi meglio evitare che gli animali la sprechino. Il tragitto da percorrere è breve, quel giorno si sale appena sopra al recinto.

Il sole scalda e, nei versanti ben esposti, la neve si dissolve rapidamente. Dove però i raggi obliqui dell’autunno non arrivano già più, gli alberi restano ricoperti, con le chiome argentate.

Erba verde ce n’è ancora. Questi appezzamenti una volta probabilmente erano campi, più che prati. Ci sono numerosi muretti a creare dei terrazzi, oggi però c’è giusto qualche quadretto di orto, un terreno smosso dove sono state tolte le patate: la montagna non è più popolata come un tempo, se non ci fosse il gregge a pascolare anche adesso, quando la stagione d’alpeggio per i più è già terminata, qui crescerebbero solo più cespugli, rose selvatiche e, in seguito, il bosco.

Il tempo cambia ancora, il cielo diventa velato, l’aria si fa più fredda, ma bisogna ancora rimanere al pascolo alcune ore, le pecore devono mangiare a sufficienza. Nei giorni successivi si alterneranno cieli più grigi e belle giornate di sole ancora caldo. Poi un’altra nevicata. Ma ormai è davvero ora di rientrare e le montagne resteranno silenziose, in attesa della primavera.

Lungo il sentiero

Devo raccontarvi subito dove sono stata ieri, non voglio che il tempo confonda le emozioni e i pensieri provati salendo lungo quel sentiero. Sì, avete ragione, “Lungo il sentiero” è il titolo del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno. Adesso ve lo posso svelare che, per ispirarmi all’alpeggio in cui è ambientata gran parte della narrazione, ho pensato ANCHE al luogo dove sto per accompagnarvi virtualmente.

Sono partita da una delle borgate nell’andrit di Villar Pellice, prati pascolati, foglie rastrellate, quella montagna viva, abitata, che non può non piacere, specialmente con i colori e le luci di una tiepida giornata autunnale. Se non ci fosse l’uomo e l’allevamento, questo paesaggio non esisterebbe.

Ho raggiunto, seguendo la pista agro-silvo-pastorale, la Gardetta, dove il pastore e il gregge sostano e pascolano ad inizio e fine stagione. Come dice anche il toponimo, questo è un bel posto, un balcone sulla valle e sulla pianura. Adesso però non c’è più nessuno, restano i prati brucati, qualche fiocco di lana impigliato tra le spine di un cespuglio, un lieve odore di sterco nell’aria in prossimità del recinto.

L’antica mulattiera è invasa dalle foglie dei faggi, le marche bianche-rosse del sentiero che prosegue verso monte non sono state rinfrescate da anni, ma è impossibile sbagliarsi. La meta è ancora lontana, non sono molti gli escursionisti che si avventurano da queste parti.

Sarebbero ancora meno o… forse non si vedrebbe nemmeno più il sentiero se qui non salisse più il gregge. Il passaggio degli animali, la loro traccia, il fatto che inevitabilmente se c’è un punto franato il pastore deve sistemarlo per poter passare in sicurezza fa sì che questo sentiero rimanga vivo. E’ vero che il percorso porta anche ad una cima panoramica sulla valle, ma non è questa la via di salita preferenziale, ce n’è un’altra più semplice, meno lunga.

Il panorama è aspro, quasi ostile. Viene persino da chiedersi come si può fare ad andare lassù, dove passerà il sentiero. Eppure una via c’è, è agevole, anche se inevitabilmente non manca la fatica della salita. Iniziate a pensare cosa volesse dire salire non solo con uno spuntino per il pranzo, ma con quello che serviva per vivere lassù in alpeggio.

Il bivio del sentiero per il Gard non è indicato, è sempre la traccia delle pecore in mezzo al magro pascolo a condurci al cospetto di questo “strano” posto. Questo è ciò che si vede quando ci si affaccia sul costone dove sono (erano) collocate le baite. Le vedete, voi? La materia prima era quella reperita sul posto, pertanto rocce e case in pietra hanno esattamente lo stesso colore.

Questo è il sentiero che permette di raggiungere l’alpeggio. Le rocce sono segnate, consumate, dalle migliaia di unghie di pecore e capre che sono salite quassù. Come vi dicevo, un gregge sale ancora anche oggi, per un certo periodo della stagione, ma il pastore non vive più in questo alpeggio. Chissà quando è stato abitato per l’ultima volta?

Questo è oggi l’aspetto dell’Alpe Gard. Un villaggio fantasma che contava numerose baite, almeno una ventina, provando a contare i ruderi. Qualcuna più grossa, forse usata come abitazione, altre invece erano solo ricoveri, stalle? Chissà… Mi piacerebbe saperne di più, ma ho paura che non ci sia più nessuno in vita in grado di raccontarmi i giorni in cui questo alpeggio era completamente abitato.

C’è anche poca acqua, da queste parti. L’unica misera fontana è poco sotto le case. Anche le sue vasche sono all’abbandono, però è ancora possibile dissetarsi. Quando scrivevo il mio romanzo, ero stata al Gard solo una volta, molti anni prima, in una giornata di nebbia, quindi non mi ero resa conto fino in fondo di come fosse questo posto. Certo, il panorama è splendido, ma vivere e lavorare qui non è affatto semplice.

A parte le pietre messe le une sopra alle altre a formare muri e tetti, che oggi stanno crollando, l’uomo ha lasciato pochi altri segni. L’era della plastica sembra non essere arrivata quassù, c’è giusto una bottiglia di vetro, chissà come mai è lì in equilibrio sulle lose di un tetto.

In una delle baite crollate noto questa pietra che sporge dal muro di cui fa ancora parte. Praticamente era stata inserita una losa molto spessa, al momento della costruzione, scanalata per far sgrondare il siero. Qui si posava la toma a scolare. Immagino che le produzioni fossero limitate, non potevano esserci moltissimi animali, qui. Non penso nemmeno portassero su dei bovini, fatico a vedermeli su questi pascoli, però… Una volta c’erano bestie più piccole e leggere di oggi.

Nel punto più pianeggiante, o forse dovrei dire meno ripido, c’è un muro che non poteva essere quello di una casa. Presumo fosse un recinto per le pecore, dove venivano chiuse la sera, dove venivano munte. Guardate poi i pascoli tutto intorno… E vi assicuro che nelle foto sembrano molto più “belli” che in realtà. In questa stagione il freddo e le prime nevicate hanno bruciato tutte le ortiche, altrimenti l’intera area dell’alpeggio sarebbe quasi sommersa da queste piante e dai romici.

Altra particolarità di questo alpeggio, che già mi aveva colpita la volta precedente che c’ero stata, sono le pietre scavate. Ce ne sono parecchie, qua e là tra i muri crollati. A cosa servivano? Per raccogliere acqua? Come “ciotole” per i cani? Ogni congettura può essere valida, fin quando qualcuno non mi saprà dire il vero scopo.

A proposito di cani, penso che questa fosse una cuccia per loro. Adesso quassù non c’è nessun suono, l’aria del fondovalle non porta nemmeno le campane che si sentivano salendo, quelle delle vacche al pascolo nei prati a bassa quota. C’è solo il vento, questo sole tiepido, dei codirossi che volano tra le pietre, una coppia di poiane che volteggia in cielo.

Sulla via del ritorno guardo ancora i pascoli che declinano ripidi verso i burroni. La Gardetta è laggiù, una chiazza più verde nei colori autunnali del bosco e dei prati. Il progresso porta ad abbandonare luoghi simili, tutta la poesia e il romanticismo non bastano per voler affrontare una stagione fatta di duro lavoro, nebbia, pioggia, freddo, tormenta o anche siccità, con condizioni di vita del genere.

C’erano anche travi in legno, nelle case, ma da dove arrivavano? Scendendo verso la Gardetta, gli unici larici che si incontrano sono questi e non godono di buona salute, oltre a non essere in un punto molto agevole per essere raggiunti.

Quanti passi nei secoli hanno calpestato queste pietre, disposte a creare degli scalini, che oggi vengono quasi soffocati dall’erba e dal brugo? Fino a quando esisterà questo sentiero? E chi me ne racconterà la storia? Ieri, pubblicando foto di questa mia gita su facebook, ho ricevuto alcune indicazioni per rintracciare l’ultimo pastore che ha vissuto al Gard. Ha 80 anni ed è in una casa di riposo. Chissà se riuscirò ad incontrarlo e chiacchierare con lui?

Non c’è più nessuno nemmeno nelle varie borgate e case isolate che si incontrano scendendo lungo la pista. Qua e là si nota qualche ristrutturazione, magari d’estate qualcuno ci trascorre qualche giorno, ma la montagna non è sicuramente più viva come un tempo.

Sembra particolarmente viva in questi giorni, con i colori dell’autunno nel pieno del loro splendore, ma non tarderà ad arrivare il vento freddo a far cadere le foglie, a spogliare i rami, e poi la neve a ricoprire tutto. Ancora una volta vi invito a riflettere se sia ancora possibile oggi, con le esigenze che ci impone il XXI secolo, vivere in queste realtà.

Un passo indietro

Finalmente il sito delle immagini sembra aver ripreso a funzionare a dovere, quindi anche i vecchi post dovrebbero avere di nuovo tutte le foto al loro posto! Oggi facciamo un passo indietro, vi ho mostrato le discese dall’alpeggio con pioggia e neve, ma ho ancora in arretrato immagini delle settimane precedenti. Nei prossimi giorni invece vi mostrerò gli scatti presi alle varie fiere e vi segnalerò gli appuntamenti (moltissimi!) per il fine settimana.

Queste foto le avevo scattate a fine settembre in Val d’Aosta. Stavo facendo due passi quando, più in basso della strada che stavo percorrendo, ho visto l’inconfondibile chiazza chiara di un gregge. Così sono scesa e l’ho raggiunto. Gli animali erano nel recinto, era poco prima di mezzogiorno, probabilmente erano stati messi al pascolo prima, dato che erano tutti fermi, tranquilli, a ruminare.

Di questo gregge avevo sentito parlare il mese prima quando ero stata a trovare Andrea, il pastore Biellese, a Gressoney. Credo infatti che sia il gregge di un pastore valdostano che, anni fa, era stato nel Bellunese e la cui foto compare nel libro “Transumanze” dell’amico Adolfo Malacarne. Non c’era nessuno in zona, quindi non ho potuto chiedere conferme. Era comunque un gregge con pecore di razze diverse, anche qualche Rosset/incroci ed un buon numero di capre.

Altrove, sempre in Vallée, lungo la strada ho fatto numerosi altri incontri. Più che normale, da queste parti, dove comunque l’allevamento è ancora molto praticato. Siamo a mezza quota, non è alta montagna. Guai non ci fossero gli animali, mancherebbe qualcosa alla vista, all’udito e il paesaggio sarebbe molto molto diverso.

Non mi stancherò mai di ripetere che gli animali selvatici sicuramente possono regalarci grandi emozioni, quando riusciamo ad avvistarli. Ma che dire di quelli domestici che, per di più, sono alla portata di tutti? Questo quadretto era lì, bordo strada, salendo verso il Col di Joux. Mi è bastato accostare, scendere dall’auto e scattare le foto!

A volte mi sembra di essere ripetitiva, ma poi continuo a leggere certi commenti, ascoltare certi discorsi, e allora capisco che bisogna proseguire nello spiegare che questa montagna, la montagna “bella da vedere”, non nasce così. Il paesaggio lo modella l’uomo, lo può fare per esigenze turistiche, di svago, certo, ma il paesaggio che piace, quello che “sembra” naturale, è un bosco che però viene tagliato perodicamente per il legname o, ancora di più, un prato che viene sfalciato, un pascolo che viene utilizzato dagli animali.

Prima della neve ero anche andata a fare una gita in Valle Maira. C’era già stata una prima spruzzata alle quote più alte e quasi me lo sentivo che sarebbe stata l’ultima camminata lassù. L’autunno stava iniziando a dare i suoi primi segnali e molti margari erano già scesi, altri avevano gli animali in basso, per finire l’erba prima di partire.

A questa stagione un giorno c’è un sole splendido, cielo blu e aria ancora tiepida, ma basta poco affinchè tutto cambi rapidamente. I bovini di razza Piemontese mi osservano passare accanto a loro, proprio all’inizio del sentiero. Poco oltre scavalco di nuovo il filo elettrificato del recinto, più a monte non incontrerò nessuno, la stagione d’alpeggio è finita.

Solo il silenzio, lassù. C’è la prima neve, l’erba è ormai bruciata dal secco e dal freddo, dove non batte il sole il terreno è già gelato. Solo ogni tanto i fischi delle marmotte, che si godono l’ultimo sole prima del lungo letargo. Vedo anche un branco di camosci e, per qualche minuto, osservo un ermellino curioso che gioca a nascondino a pochi metri da me.

Anche sul versante francese non c’è più nessuno. Del gregge restano solo le tracce, l’erba brucata, gli escrementi secchi, i sentieramenti sui pendii. Vento e silenzio, la montagna è vuota. La montagna atteneva la neve a coprire i pascoli, a rifornire le falde che alimenteranno i laghi, i torrenti, per la prossima stagione.

Proseguo il cammino, di nuovo in Italia, scendendo in un altro vallone. Mi sembra di sentire una campanella da qualche parte, poi l’abbaiare di un cane. Dovrebbe esserci un gregge, un pastore, in questo alpeggio, ma pensavo fossero già scesi. Trovo tracce inequivocabili della loro presenza, ma risalgono a pochi giorni prima. Alla baita c’è in effetti ancora il recinto, un cane da guardiania, una pecora con gli agnelli…

Ecco, sulla vecchia strada militare che risale dal fondovalle, un’ennesima versione di cartello che segnala la presenza di cani da guardiania, questo è bilingue, in Italiano e Inglese. Ora di togliere anche questo e metterlo da parte per la prossima stagione.

Il gregge doveva essere sceso forse anche solo quel mattino, o il giorno precedente, infatti si trovava sul versante opposto, nei pascoli che utilizza ad inizio e fine stagione. Pascoli aridi, magri, ma adatti per le pecore, un po’ come quelli che si incontrano in Francia.

Ecco ancora uno scorcio panoramico che immediatamente identifica la testata della Val Maira, con il profilo caratteristico della Rocca Provenzale a monte dell’abitato di Chiappera. Guardando questa foto mi viene da chiedermi come poteva essere  il paesaggio qui in tempo, quando sicuramente c’era gente che rimaneva in montagna con gli animali tutto l’anno, non come ora che mandrie e greggi salgono dalla pianura. Quei tempi in cui tutti avevano qualche bestiola, una vacca forse, due pecore, due capre…

“Le più belle massesi di tutto il Frignano”

Oggi lascio che sia qualcun altro a raccontare. Mi ha scritto una “vecchia” conoscenza, Riccardo, che si è trovato in Appennino per lavoro e, anche là, ha incontrato dei pastori. “Ho conosciuto Renzo Nizzi di Fiumalbo, ti ho scritto un post come resoconto della giornata e ti ho anche messo delle altre foto delle sue pecore che ho fatto alcuni giorni dopo quando ho fatto un altro giro sull’Appennino e sono passato a trovarlo a casa sua. Lui non sapeva di te e di quello che scrivi, ma adesso ti segue anche lui (e soprattutto i figli).” Cedo così a lui la parola.

(foto R. Dellosta)

Dopo aver sentito parlare a lungo dell’alpe del Cimone, un giorno un po’ per curiosità e un po’ per sfuggire alla calura della bassa decido di farci un giro. Salendo osservo i pascoli già bruciati dal caldo che quest’anno è salito fin quassù, le uniche chiazze verdi sono di nardo che in molti punti, soprattutto quelli più freschi, ha preso completamente il sopravvento sulle altre specie, segno che un tempo questi pascoli sono stati molto sfruttati, ma ad oggi l’erba non sembra mangiata e non ci sono molte tracce degli animali.

(foto R. Dellosta)

Proseguo la salita su un ripido sentiero fino alla vetta dove il panorama è meraviglioso, nelle giornate più limpide si riescono a vedere i due mari, addirittura il Monviso ed il Monte Rosa, ma oggi si alza la foschia dalla pianura, così mi limito ad osservare le montagne circostanti così diverse dalle Alpi, con pochi prati solo sulla cima e le Apuane ripide e rocciose, quasi senza un filo d’erba. In lontananza si sentono dei campanacci, quindi decido di incamminarmi verso dove sembra provenire il suono, e, camminando comincio a scorgere in un vallone un piccolo gregge, proseguo affrettando il passo fino a raggiungerlo.

(foto R. Dellosta)

All’arrivo saluto il pastore, iniziamo a parlare, gli mostro sul cellulare alcune foto di pecore biellesi, faccio apprezzamenti sulle sue: questa è giovane, questa sembra che deve partorire … lui mi interrompe: “Ma allora tu sei un pastore? perché sai distinguere una recchia  da una pecora adulta, guarda che qui di gente ne passa, ma solo uno una volta si è fermato e sapeva queste cose, era uno che aveva fatto il pastore”, No dico, ho la passione per gli animali, non sono un pastore, ma in due minuti già abbiamo fatto amicizia.

(foto R. Dellosta)

Il gregge di Renzo non è particolarmente grande, il giusto numero per degli animali da latte, ma davvero ben tenuto, solo una pecora molto in là con l’età è un po’ tirata “sai quella la tengo perché ci sono affezionato, ma le altre, nemmeno una zoppa, era successo un anno che l’avevano presa, poi le ho curate per bene e adesso sono tutte perfette”. La passione e l’attaccamento ai suoi animali traspare da ogni suo gesto “le pecore sono la mia droga, non credo che riuscirei mai a smettere di allevarle” noi la chiamiamo la malattia gli dico, “ no no sono una droga, sei anni fa sono riuscito a smettere di fumare, non è mica facile sai …, ma non togliermi le pecore, non riuscirei proprio a farne a meno”.

(foto R. Dellosta)

“Guardale le mie massesi, purtroppo ci sono quelle bianche in mezzo, sono di mio figlio, non le posso proprio vedere quelle macchie bianche nel mio branco, ma sai … sono costretto a tenerle, non ci fosse lui che fa tutto in cascina” questione di punti di vista penso, “qui danno i contributi per le cornelle, per le massesi no, solo in Toscana, ma la Toscana è li a duecento metri, possibile che non si rendono conto, li danno a chi pianta i lamponi e non a noi pastori che ci stiamo estinguendo. Ma fin che posso tengo le massesi. Addirittura ho preso il premio per il migliore montone alla fiera, ma ho dovuto prima darlo  ad un altro perché noi emiliani non possiamo partecipare, poi lui mi ha dato a me la coppa, ma io sono già contento così ”.

(foto R. Dellosta)

È mezzogiorno, il sole picchia forte nonostante le nuvole che si addensano sulle cime e le pecore si raggruppano per sfuggire alla calura. Noi ne approfittiamo per un veloce pranzo seduti sul prato,  in cui assaggio il suo formaggio accompagnato con le pere ed un sorso di vino, una delizia! Parliamo della sua razza, a lui piacciono le nere, nemmeno troppo le bigie, ma devono assolutamente avere le corna, mi racconta di quando ne aveva addirittura che assomigliavano alle capre girgentane “erano uno spettacolo, anche se purtroppo ho perso la razza”, gli parlo dei pastori in Piemonte che in genere le corna non le vogliono vedere. Questione di punti di vista, dopotutto il vero pastore seleziona anche per la bellezza, non solo per la resa ed ognuno ha la sua razza.

Mentre mangiamo la discussione prosegue “sai ho anche un’altra passione io: le campane, ne ho di tutti i tipi quelle di ottone, di bronzo, di acciaio, dalla Sicilia, della Sardegna. Quando viene qui il campanaro facciamo sempre degli scambi, ne ho persino di legno del Marocco. Poi i collari li faccio io con la pelle di vacca” gli parlo dei rudun e delle campane che si usano in Piemonte, lui ovviamente ne ha anche di piemontesi e valdostane, addirittura mi spiega mostrandomele che quelle di una nota ditta valgono solo se prodotte prima di una certa data. Nel gregge si notano diverse pecore con più di una campana al collo, alcune hanno addirittura una grilliera cioè un collare tutto pieno di campanelle.

Renzo nel gregge tiene solo un cane da conduzione “due sono troppi, invece di lavorare si intralciano tra di loro”.  Gli chiedo se ha mai pensato di prendere dei maremmani visto che qui ci sono molti lupi  “il maremmano  buono deve sempre stare nel gregge … se ne avessi avuto uno non ti saresti potuto avvicinare, li regalavano ma non li ho voluti, non si sa mai con i turisti giù in paese …”. Parlando di lupi mi racconta del recinto per la notte “ne avevano fatti di fissi con i soldi della regione, ma li dovevano fare con la rete elettrosaldata come gli ho detto io, non con la rete normale che alla prima neve si sono piegati tutti”. Lui alla sera fa un recinto un po’ particolare con i pannelli di rete elettrosaldata e all’esterno la rete con la batteria, un’ulteriore accortezza per non che si impigliano con le corna anche se un recinto così richiede più tempo e soprattutto tanta fatica per essere montato.

(foto R. Dellosta)

 

“Le vedi quelle montagne laggiù? Una volta erano tutti pascoli, poi campi di segale e grano più a valle, adesso tutti abeti e larici, non sono piante di queste parti, li hanno piantati e adesso sono tutti malati, poi quando arriva la neve scirocca  li rompe tutti” La montagna pian piano si sta rimboschendo, “mi dovrebbero addirittura pagare perché porto le pecore qui, da altre parti so che lo fanno, non come noi che dobbiamo pagare per il pascolo”. Lui è l’ultimo pastore del suo paese, una volta faceva il pascolo vagante giù in pianura fino in Veneto dalle parti di Chioggia, ora d’inverno resta a casa e gli animali stanno in stalla. In paese ci sono altri che le tengono per passione o per prendere qualche contributo ma nulla più, mi racconta di un giovane pastore che ha cominciato e poi dopo pochi anni ha smesso ed è andato in un’altra regione a lavorare con le vacche, di un altro che anziano non trovando più manodopera ha dovuto vendere tutto.

(foto R. Dellosta)

Quest’anno il clima non è buono, è andata bene per il fieno, ma le temperature sono troppo alte e c’è siccità, le sorgenti sono ormai asciutte e le pecore patiscono il caldo. Ci spostiamo un po’ più a valle alla ricerca di erba più tenera, qui oltre il nardo che si propaga sempre di più anche grazie ai cavalli del rifugio vicino che mangiano la spiga e lo disseminano ovunque, non è rimasto molto da mangiare.

(foto R. Dellosta)

Riflettiamo sui problemi della pastorizia che qui come altrove non sono solo i lupi o la manodopera che non si trova, nemmeno il clima o la siccità che ha seccato anzitempo l’erba, i problemi sono la burocrazia e le leggi che ti ostacolano in tutto anche qui sull’alpe, le spese che aumentano sempre più, ma soprattutto la gente che ormai ha cambiato le abitudini. “mi chiedo tutti i giorni che cosa mangiano. Pazienza l’agnello che lo devono cucinare … ma il formaggio? No, nemmeno quello, anche i turisti che vengono qui comprano la ricotta al supermercato. Meno male che ci sono tanti toscani, a quelli piace mangiare bene, ma gli altri … sono stretti come la foglia del ginepro, se gliela regali è buona ma non la comprano mica eh!”.

Si fa tardi, io devo incamminarmi lungo il sentiero del ritorno e Renzo deve riportare gli animali più in basso per la mungitura, qui non ci sono strutture sull’alpe e le pecore, anche quelle asciutte da quando c’è il lupo, scendono ogni sera vicino alla cascina. Ci salutiamo dunque con la promessa di rivederci in un’altra occasione. Al mio ritorno in pianura, parlando con un altro pastore originario di queste parti ho saputo di aver visto le “più belle massesi di tutto il Frignano”

(foto R. Dellosta)

P.S.: Alcuni giorni dopo al ritorno da un’altra gita da quelle parti ho rincontrato Renzo con il suo gregge mentre si avviava verso casa, ecco alcune foto.

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

Transumanza di fine estate

In teoria il pastore voleva rimanere in alpeggio fino ai primi di ottobre, erba ce n’era. Però poi la transumanza è stata anticipata addirittura qualche giorno prima che finisse l’autunno! Da una parte c’era la paura di qualche nevicata improvvisa, dall’altra era già nata una vitellina e altre vacche erano prossime al parto, quindi… Meglio partire!

Vi avevo già mostrato la salita a questo alpeggio ad inizio stagione, adesso però è ora di rientrare a valle. Si parte che è ancora notte e si sale in auto mentre in cielo brilla, luminosissima, Venere. Il primo tratto di sentiero lo si affronta con le pile frontali, nel buio che man mano inizia a farsi meno fitto. L’alba sul Monviso arriva quando ormai le baite sono in vista. Il terreno è gelato, c’è brina sull’erba.

Gli animali sono ancora tutti fermi, non sanno ancora che è il giorno della partenza. La giornata si preannuncia limpida ed assolata, quindi da una parte è l’ideale per andarsene. Certo, spiace lasciare indietro erba, spiace ridiscendere a valle quando fa ancora così bello, ma questo non è un posto dove si può rischiare di attendere la prima nevicata.

Anche su alle baite si sono alzati presto. Le partenze sono sempre momenti un po’ frenetici, qui poi non è che si possa tornare con un viaggio di pochi minuti, se resta indietro qualcosa. Ci sarà comunque da tornare per sistemare le ultime cose, chiudere tutto, mettere al riparo le attrezzature, ma ciò che serve nell’immediato dev’essere caricato sugli asini o messo negli zaini. Intanto è arrivato il sole, l’aria resta fresca, prima della partenza si mangia colazione tutti insieme, davanti alle baite.

Senza perdere troppo tempo poi si parte, che il cammino è lungo. Due rudun al collo delle pecore, perchè sia davvero transumanza, poi si apre il recinto, si fanno uscire le capre dalle vecchie stalle e ci si incammina. Ciascuno si occupa di un gruppo di animali. Chi conduce gli asini, chi segue le vacche, chi le capre, chi le pecore.

Ad un certo punto però si fanno passare avanti i bovini, più veloci delle pecore. Gli animali intanto mangiucchiano qualcosa, svogliatamente. Il panorama intorno è invidiabile, ma non c’è nemmeno troppo tempo per guardarlo. Non deve rimanere indietro nessun animale, oggi meno che mai! La bella giornata dovrebbe ridurre al limite questi rischi, con la nebbia sarebbe tutto più complicato.

Uno dei punti più delicati, soprattutto per i bovini, è il passaggio sulle rocce in corrispondenza del ruscello. Acqua ce n’è poca e le pietre sono asciutte. Nel corso dell’estate inoltre i pastori hanno sistemato al meglio il sentiero, con gradini e pietre messe in modo da creare un cammino abbastanza agevole per gli animali. Questi avanzano lentamente e superano senza problemi anche quell’ostacolo.

Tutti danno una mano, compatibilmente con le loro possibilità. Così chi segue la più piccola della transumanza, la vitellina nata da poco? Ovviamente il più piccolo, cioè Didier. E’ così che si cresce in montagna, giocando, ma anche prendendosi le prime responsabilità.

Quando però, in un tratto ripido, la vitellina fatica troppo, ci sarà chi provvederà ad aiutarla, caricandosela a spalle. La madre sorveglia, preoccupata, e lei non agevola il suo portatore, dato che cerca di divincolarsi e scappare. Altrove i vitelli vengono caricati sui mezzi, ma qui la transumanza avviene ancora “alla moda vecchia”, tutto a piedi. Ecco perchè non si poteva aspettare oltre per scendere, con il rischio che nascessero altri vitelli.

Dopo il sentiero è più agevole, tratti ripidi non ve ne sono più, il cammino spiana ed infine inizierà a scendere. Gli animali fanno bella figura, la stagione è stata buona, il pastore ha lavorato bene. Quanta erba però resta indietro… E pensare che solo da poco questo alpeggio è stato recuperato, altrimenti in passato qui, per diversi anni, passava solo un gregge, temporaneamente. Troppo scomodo questo antico alpeggio!

Le capre hanno fretta, invece le pecore restano indietro. Cercare di fermare un gruppo in attesa dell’altro, fa sì che gli animali subito tendano ad uscire dal sentiero, portandosi sui versanti a pascolare. Il cane uggiola inquieto, in lontananza però si sente il suono del rudun, quindi anche il gregge presto apparirà oltre il costone. Si è già in piedi da diverse ore, ma la transumanza è ancora lunga, quindi non bisogna pensare alla stanchezza, non ancora!.

Il sentiero si fa più ampio, continuando però a tagliare i ripidi versanti. I lavori per la sua sistemazione sono più che evidenti. Due volte all’anno qui passa la transumanza, ma per tutta l’estate possono beneficiarne i turisti che si avventurano da queste parti. Le capre continuano ad incalzare, hanno fretta di arrivare a nuovi pascoli.

E poi si raggiunge la strada. Il carico degli zaini può essere depositato sulle auto o sul trattore, anche le asine vengono liberate dal basto. Una piccola pausa, poi si riparte, le vacche davanti, capre e pecore a seguire. D’ora in avanti sarà tutta discesa.

La strada però è lunga, inizia a farsi sentire davvero anche un po’ di stanchezza. Gli allevatori dell’alpeggio confinante non sono ancora scesi, così vengono a sorvegliare i loro animali, affinchè non si mescolino con quelli della transumanza in corso. Qui si può rischiare, si può attendere qualche giorno in più prima di partire, dal momento che c’è la strada e si può arrivare con i mezzi a caricare attrezzature ed eventuale bestiame non in grado di scendere a piedi.

Fa comunque un certo effetto vedere le vette, le creste che si allontanano. Chi fa questo mestiere, in questa stagione, scende contento se tutto è andato bene, se non ci sono stati incidenti, se gli animali sono belli, se il lupo non ha colpito il gregge. Scende contento di portare gli animali a pascolare erba verde, quando ormai quassù sono altri i colori predominanti.

Man mano ci si abbassa, si arriva tra i boschi e le capre continuamente si fermano a pascolare tra gli arbusti. Ogni volta che vedono qualche cespuglio o alberello lungo la strada, vi si gettano sopra, mangiando avidamente le foglie! Bisogna quindi far intervenire il cane perchè riprendano il cammino, pascoleranno dopo, quando la meta sarà stata raggiunta!

Finalmente a destinazione! In tanti stanno aspettando la transumanza, qualcuno era venuto incontro agli animali, altri invece si stavano occupando del pranzo. Come ricompensa della levataccia e della fatica, nella vecchia baita c’è una tavolata da cui ci si alzerà più che soddisfatti. Anche per quest’anno la stagione è finita, gli animali resteranno in valle, a pascolare a quote via via inferiori, fino a che la neve e l’inverno costringerà a chiuderli in stalla.

Si scendeva a San Michele

(Post scritto ieri, 29 settembre, ma pubblicato in ritardo per problemi tecnici del sito…)

C’erano date classiche per la transumanza, poi tutto è cambiato. Adesso addirittura in qualche posto è la legge a dire quando e come si può salire e scendere. Chissà come mai la gente ha perso le capacità di capire la montagna, l’erba, le condizioni meteo? O forse non tutti fanno questo mestiere con vera passione, come un tempo…

(foto da Facebook – R. Bajetto – Valli di Lanzo)

Oggi molti stanno pubblicando immagini come questa su facebook. Nei giorni scorsi sono scesi in tanti, ma qualcuno era ancora su, avendo erba a disposizione per far mangiare gli animali. La prima neve… E non è una nevicata precoce, quella neve che arriva ad agosto, ma poi se ne va con un paio d’ore di sole. E’ la neve di fine settembre, magari non ne viene nemmeno tanta, ma ormai i pascoli sono di scarsa qualità. Inoltre le precipitazioni successive potrebbero rendere addirittura pericolosa la discesa, quindi probabilmente scenderanno tutti, questa volta. Oppure qualcuno si abbasserà a quote intermedie, potendolo fare.

L’altro giorno ero in Val Varaita, Vallone di Bellino. Una fredda giornata di sole, fine estate sul calendario, aria e colori ormai autunnali. Tra non molto (10 ottobre) qui si terrà la fiera, quindi tutti gli animali scenderanno a valle, resteranno solo più quelli dei residenti, a pascolare nei prati vicino alle frazioni finché si può, poi in stalla, a consumare il fieno tagliato d’estate.

Mentre salivamo, abbiamo sentito le campane, ma non erano animali al pascolo. Un uomo con due asini precedeva la transumanza, portando nei basti il materiale. Si fa ancora così, laddove non ci sono strade per raggiungere le baite. Nient’altro può sostituire gli animali, in questo caso.

Dopo arrivavano le vacche, in discesa più o meno ordinata lungo il sentiero. C’era anche un po’ di gente ad accompagnare il loro cammino. Il camion attendeva giù nel piazzale, pronto a trasportarle verso la pianura. L’ultimo a chiudere la carovana era il pastore, che ci dice di non essere più su con le pecore, ma di aver già spostato il gregge in un’altra montagna, a quote inferiori.

Su quindi non resta nessuno. Fa un certo effetto il silenzio, specialmente in una così bella giornata di sole. L’aria è fresca, ma non ancora gelida. Il ruscello scorre, non sono ancora i giorni in cui l’acqua si trasformerà in ghiaccio, ma la montagna si è svuotata, fino alla prossima stagione.

Questo è un bellissimo vallone, ampi pascoli, pendenze non troppo elevate, erba buona. Quel giorno si sentivano solo più le ultime marmotte, intente a prendere il sole e mangiare l’ultima erba, prima del lungo letargo invernale. Le prime nuvole arrivavano a nascondere il sole e, sulla via del ritorno, avremmo poi incontrato una nebbia molto autunnale.

Quando i colori sono questi, non c’è più spazio per gli animali. Si scende a cercare erba verde. L’autunno a queste quote può essere molto breve, pochi giorni per l’esplosione dei suoi colori, poi arriva all’improvviso la neve, così com’è successo stanotte. Oppure anche questa stagione intermedia può essere lunga, con il gelo che man mano aggredisce il terreno, senza che questo venga coperto dalla coltre candida.

Giù in basso, appena prima delle frazioni abitate, qualche pecora con gli agnelli al pascolo nelle reti. C’è quella dolce malinconia, da una parte un po’ di tristezza per la stagione che finisce, dall’altra la voglia di entrare in casa, cercare il caldo, mentre poco più di un mese prima non si riusciva a sfuggirgli. Per chi lavora con gli animali non c’è una vera stagione di riposo, poi oggigiorno il numero di bestie è aumentato rispetto ad un tempo, quando le stalle erano piccole e i beni di ciascuno erano limitati.

Se le pecore mangiassero i mirtilli e i rododendri…

Quel giorno il pastore voleva farmi fare un giro della montagna, all’incirca il giro che lui percorre tutti i giorni, in questa stagione, per capire più o meno dov’è sparpagliato il gregge. Però quel mattino c’era già la nebbia e le speranze di vedere pecore/panorama erano ben poche.

Comunque si parte ovviamente lo stesso. Ogni tanto qualcosa si vede. Il pastore mi “spiega” la montagna, dove pascola man mano nel corso della stagione. Mi confida anche che, se il prossimo anno tornerà ancora qui, gli piacerebbe (se i proprietari degli animali sono d’accordo) cambiare “giro”, per utilizzare meglio i pascoli. Ci sono zone che, secondo lui, andrebbero pascolate prima per sfruttarle meglio. Altre le pecore le dovrebbero mangiare salendo e non scendendo, come questo canalone dove l’erba sarebbe buona, ma gli animali la calpestano solo, sprecandola.

Nei pressi di una delle baite che il pastore utilizza ad inizio stagione, ci sono alcune pecore, poi una capra con i suoi capretti sull’altro versante. Già il giorno prima il pastore mi aveva detto che era stato obbligato a pascolare così in questa parte dell’anno, con gli animali liberi di andare in tutta la montagna, a loro piacimento, altrimenti non c’era erba a sufficienza per concludere la stagione.

Si sale per un sentiero molto ripido tra le rocce, sempre avvolti nella nebbia, ed ogni tanto piove. Il pastore mi mostra i tratti che ha sistemato lui per passare più agevolmente con gli animali. Ci sono sassi ovunque, grossi blocchi di granito, e lui mi spiega che non è raro che si stacchino dalle pareti, rotolando a valle. Finalmente la salita finisce e si raggiunge la capanna. E’ una sorta di bivacco, il pastore invece ha in uso un container poco lontano.

All’interno della capanna c’è il solito foglio illustrativo sui cani da protezione, i cartelli li avevo già incontrati altrove lungo i sentieri. Mi aspettavo, qui in Svizzera, di non ascoltare le solite lamentele riguardanti i turisti, invece… Nonostante il bellissimo video che spiega come comportarsi, nonostante tutte le informazioni, succedono gli stessi incidenti. Persone che gridano, che agitano bastoni e racchette da trekking, persone che vengono morsicate, pantaloni strappati, scenate isteriche, denunce, lamentele da parte del patriziato, dei gestori dei rifugi. E dire che i cani sono tutt’altro che aggressivi! Solo che loro fanno il loro lavoro e il turista esagitato per loro è un elemento pericoloso, quindi…

Tra uno scroscio di pioggia e un denso banco di nebbia, ogni tanto si vede qualcosa. La parte alta di questo vallone è impervia, tante rocce, qualche pianoro, poi pietraie e montagne ripide. Pecore quassù adesso non ce ne sono più, ma nel corso della stagione hanno pascolato quel che c’era. Impossibile tenere il gregge unito anche per il forte rischio che gli animali smuovano qualche roccia instabile, che può ferire o uccidere le sottostanti.

Si sale ancora, nel momento in cui la nebbia è più fitta si sente un cupo rombo che dura per un paio di minuti. Sono pietre che si sono staccate dalle pareti più ripide e sono rotolate a valle, nello stretto vallone. Il pastore dice che è normale, che succede spesso, ma la cosa non è rassicurante. Poi smette di piovere e per qualche istante si vede persino il lago, laggiù a valle.

Ancora salita, poi delle conche, sassi ovunque e qualche pecora sui versanti ripidi. “Dalle nostre parti la gente pensa che in Svizzera sia tutto facile, magari adesso che lo vedi tu e lo racconti ci crederanno! Questa montagna è così… E più in basso, erba cattiva, rododendri e mirtilli. Ecco, se le pecore imparassero a mangiare rododendri e mirtilli, allora questa sarebbe una bella montagna!“, scherza il pastore.

Lascia che le pecore presenti in questa zona pascolino tranquille, tanto si ritireranno da sole più in basso verso sera. Avrebbe abbassato altre pecore eventualmente più a monte, ma la visibilità torna ad essere pessima, non riusciamo a capire se ve ne siano. L’aria è fredda, già in precedenza erano cadute delle palline di pioggia gelata, non grandine, non neve.

Ad un certo punto però inizia davvero a nevicare. Sembra non debba tenere, poi però la precipitazione si fa più intensa e in pochi minuti diventa tutto bianco. La stagione è proprio finita, quella poca erba ingiallita è appena sufficiente per le pecore, ma se arriva la neve… Chissà poi se le pecore si abbasseranno da sole, o bisognerà andarle a recuperare nei posti più impervi?

Fortunatamente, abbassandosi di quota, la neve torna ad essere pioggia. Poi l’aria fredda diventa più forte e le nuvole si squarciano. Forse questa precipitazione porterà un po’ di bel tempo a seguire? I canaloni sugli altri versanti, innevati, paiono ancora più ripidi. Il pastore mi indica alcuni gruppi di pecore qua e là, che dovranno essere recuperati al più presto nei giorni successivi, sperando nelle condizioni meteo.

Il cane viene mandato a recuperare un gruppetto di pecore che si intravvedeva più a monte. Scompare, riappare, il pastore grida i comandi, ma chissà se l’animale riesce a sentirli, con il rumore del torrente? Ad un certo punto però le pecore, in fila indiana, iniziano a scendere lungo il crinale. I giorni successivi saranno tutti così, i cani avranno di che consumarsi le zampe!

Ed ecco il gruppetto di pecore. Pensando al fatto che ve ne sono più di mille e, fino ad ora, ne ho visti solo dei piccoli greggi isolati qua e là, il lavoro che attende il pastore mi sembra davvero complesso. Dovrebbero venire anche alcuni dei proprietari delle pecore negli ultimi giorni, ma lui preferisce far da solo, perchè sa come muoversi e come usare i cani. Poi, l’ultimo giorno, il gregge verrà portato giù e tutti verranno a dividere e riprendere i propri animali.

Il cielo torna a coprirsi, mentre scendo alla baita. Non c’è nebbia, ma fino a quando? L’indomani mi augurerei di riuscire a vedere un po’ più di panorama, magari salire ad un colle, andare in cresta. C’è qualche pecora anche nel recinto vicino alla casa… Non si può nemmeno dire di avere la compagnia del gregge, nei giorni di nebbia, dato che gli animali sono così sparpagliati.

Il tramonto è all’insegna del maltempo, infatti con il buio arriverà di nuovo la pioggia, intensa, e persino la neve. Appena una spruzzata intorno alle baite, qualcosa in più alle quote maggiori, il mattino dopo. Certo, non ho avuto fortuna con il tempo, ma anche queste sono testimonianze di cosa significa fare questo mestiere. Va già bene che qui almeno c’è una baita dotata di ogni comfort, dalla stufa al bagno con la doccia, ambienti accoglienti, dove cucinare, asciugarsi, pernottare dopo un’intera giornata all’aperto.