Come se il tempo si fosse fermato

In occasione di una serata di presentazione del mio libro, sono stata ospite di un’amica. Avevo già parlato di lei lo scorso anno, quando ero stata a farle visita a casa… Ma adesso si trova già “in alpeggio”, semplicemente un po’ più in su.

Polly e i suoi animali sono famosi nel web, dato che la nostra amica, fin quando è a Balme, aggiorna gli amici di facebook su tutto quello che accade in stalla e fuori. Quando però si sposta ai Frè, la connessione è assente. Adesso le hanno regalato uno smartphone, ma il segnale è comunque troppo debole per riuscire ad andare su internet.

E’ ora di mungere, poi metterà al pascolo gli animali. Mi racconta che già suo padre utilizzava la mungitrice. E’ tutto in insieme di cose antiche e senza tempo, ma anche di modernità, da queste parti! E Polly è un vero personaggio. Mentre munge, chiacchiera e racconta mille aneddoti e vicende accadute recentemente o nelle stagioni precedenti.

Mi avvisa che, quando avrei sentito i cani abbaiare, sarebbero arrivate le capre della sua vicina. “Vedrai che capre! Vengono fin dalla Val d’Aosta per cercare queste capre!“. Il gregge sfila nella stretta via della borgata e arriva davanti alla stalla di Polly. Le due amiche si salutano e scambiano quattro chiacchiere, mentre gli animali curiosano qua e là.

Sotto alle case arrivano anche le vacche, seguite dal marito della signora. E’ una scena davvero senza tempo…  Non siamo in alpeggio, questa è una borgata. Adesso ci sono solo queste due famiglie, ma mi viene da pensare a cosa accadeva una volta, in passato, quanti animali uscivano dalle stalle al mattino per andare al pascolo.

Gli animali si incamminano al seguito del pastore. Fino a quando si vedranno queste scene? L’età media di chi fa ancora il lavoro in questo modo non è bassa. Un giovane non potrebbe vivere con così pochi animali. Sappiamo bene cosa significhi fare l’allevatore oggi, tra necessità e vincoli. Certo, bisogna andare avanti, bisogna modernizzarsi, bisogna cambiare, ma si perderanno anche queste scene, questi posti, questa atmosfera.

Mentre capre e vacche scendono sotto la frazione, per raggiungere i pascoli che utilizzeranno quel giorno, arriva un amico di Polly e si ferma anche lui per una lunga chiacchierata. Non c’è fretta qui, non c’è quell’ansia e quella frenesia… Il tempo sembra davvero essersi fermato.

L’uomo abita un po’ più su, o meglio, ha risistemato alla perfezione alcune baite poco più a monte. Ovviamente non una residenza stabile, ma un bel posto dove ritirarsi quando si può. Lui e la moglie mi invitano a visitare anche l’interno, molto accogliente e curato. Solo la passione mantiene vivi questi posti. “La foto l’avresti fatta più bella ci fossero già state le bestie di Polly tutte intorno a pascolare!!“.

Andando avanti per il sentiero invece si incontra un alpeggio abbandonato, completamente avvolto dalla vegetazione. Una volta che gli anziani hanno smesso, i giovani non hanno continuato l’attività e tutto va in rovina. Gli animali di Polly verranno almeno a pascolare l’erba, ma ce n’è così tante e lei non ha tante bestie, quindi anno dopo anno il bosco avanzerà.

Sono stata portata qui però soprattutto per vedere una meraviglia della natura. In un posto riparato, solo per qualche giorno all’anno, fioriscono delle rarissime peonie. Sono piante selvatiche, spontanee, macchie di colore violento nel verde della vegetazione del sottobosco.

Torno a valle, il tempo si sta guastando. La frazione è composta da numerose case, tutte vicine le une alle altre. Polly mi parlava degli alpeggi veri, più a monte, dove però la salute non le permette più di salire come prima.

La cerco tra le case, poi finalmente la trovo in un’altra stalla, intenta a mungere le capre. Mi viene da sorridere, pensando all’aneddoto che raccontava la sera precedente, durante la cena. Dei turisti l’avevano denunciata alla Forestale perchè, secondo loro, stava portando al pascolo uno… stambecco!!! E non è l’unico caso di strane vicende successe da quelle parti con i tanti turisti che girano d’estate. Saluto la mia amica e scendo giù per la valle per andare a vedere altre capre… ma vi racconterò poi!

E che adesso venga fuori tutto il marcio!

Oggi avrei dovuto/voluto parlarvi d’altro, ma notizie di strettissima attualità impongono di dare spazio, almeno con un breve post, a quello che è (finalmente?) successo ieri. Quante volte vi ho parlato del problema della speculazione sugli alpeggi? Dei “lupi a due gambe” che sono la vera rovina della montagna? Il sistema dei contributi ha guastato tutto, giravano troppi soldi e c’è stato chi se n’è approfittato ed ha continuato a farlo per anni. Nell’ambiente tutti sapevano, se ne parlava a mezza voce, ma chissà cosa c’è dietro a questo “sistema”. Mentre la gente ne parlava nelle piazze e sulle fiere, chi di dovere faticosamente indagava…

Altro che il mondo di Heidi!! Se, in generale, il mondo degli alpeggi, dell’allevamento, della montagna è afflitto da molteplici problemi legati anche alla crisi economica e sociale che colpisce un po’ tutti i campi, la truffa dei pascoli “di carta”, come erano stati definiti in alcune indagini svolte in altre parti d’Italia non ha proprio niente di poetico. Centinaia di migliaia, milioni di euro di fondi europei finiti nelle tasche di chi allevatore non è… Alpeggi subaffittati… Premi percepiti per montagne dove non arrivano nemmeno gli stambecchi e molto molto altro ancora. Leggete un po’ gli articoli quiqui e qui. Sicuramente verrà fuori ancora altro.

Perchè l’affare è talmente grosso che ci devono essere dietro parecchie cose. Spiegatemi un po’ com’è possibile che allevatori onesti abbiano i pagamenti dei contributi bloccati da anni perchè l’interpretazione delle foto aeree mette in dubbio alcune porzioni di pascolo e invece qui venivano affittate e subaffittate montagne, si formavano e scioglievano società per avere i carichi di bestiame, succedeva insomma un po’ di tutto? Queste domande chi le presentava? E chi le controllava? Oggi su “La Stampa” si poteva leggere che evidentemente c’era qualcuno d’accordo anche laddove (uffici competenti) bisognava far quadrare i dati per mandare avanti le richieste di contributi. Non mi interessano i nomi dei coinvolti, spero solo che crolli tutto questo castello di sabbia. Uscirà sicuramente del fango che andrà a colpire anche allevatori onesti finiti nelle mani degli speculatori perchè avevano bisogno di andare in montagna per non rimanere in pianura d’estate… Ma se NESSUNO avesse accettato questo sistema (Comuni che affittavano gli alpeggi, allevatori che “prestavano” le loro bestie), non saremmo arrivati a tutto questo. Erano contenti di fare cassa, i Comuni… E adesso, chi pagherà? Bisognerà di nuovo mandare all’asta quegli alpeggi? E chi salirà quest’anno? Tanti interrogativi!

Una realtà vicina che conosco poco

Ci affidiamo troppo spesso ai luoghi comuni o all’apparenza, ma le realtà bisogna sempre viverle dal di dentro per comprenderle. Ricordo, anni fa, quando ero impegnata con i miei colleghi nel censimento degli alpeggi della Regione Piemonte. Eravamo sulle montagne del Canavese e, un giorno, siamo arrivati in cresta, affacciandoci verso la Val d’Aosta. Avevamo scarpinato tutto il giorno per raggiungere alpeggi isolati, alcuni anche in condizioni di stabilità precaria, con condizioni di vita e di lavoro sicuramente non facili. “Di là” invece vedevamo strade e piste che raggiungevano tutti gli alpeggi, strutture perfettamente risistemate, baite e stalle. E’ abbastanza comune, in Piemonte, sentir parlare anche con invidia dei “vicini” Valdostani. Regione a statuto speciale, più aiuti, più contributi. Tutto vero?

Sicuramente è una regione interamente montana, alpina, quindi non esiste lo squilibrio tra la pianura e aree di montagna disagiate, marginali, come avviene altrove. Il Piemonte ha sì una vasta porzione montagna, ma il cuore è la pianura, la città… e i problemi infatti sono tanti, specialmente in tempi in cui mancano i fondi. Sono notizie di questi mesi le strade che franano e che non si sa come fare per riaprirle per i costi necessari alla messa in sicurezza. Quando invece tutti, bene o male, vivono e lavorano in montagna, le cose sono un po’ diverse. Agricoltura e allevamento sono ancora basilari nella vita della regione e, almeno all’apparenza, sembrano ricevere le giuste attenzioni.

Però… quanto è solo facciata? Cosa c’è dietro? Quali sono le reali problematiche, anche qui? Pur essendo una realtà confinante, ammetto di conoscerla poco. Da quando mi occupo di allevamento, pastorizia, ecc… ho iniziato ad avere qualche contatto anche con persone di questa regione e, ogni volta, ho avuto notizie che contrastavano almeno in parte con il “sentito dire”. Bisogna andare oltre alla poesia, sicuramente! Come territorio, come paesaggio, di certo ci sono scorci da lasciare a bocca aperta.

La strada diventa sterrata, dopo aver superato insediamenti abitati permanentemente, anche se in quota. Tutte le strutture turistiche sono ancora chiuse, ma vi è comunque presenza umana. Aziende agricole ce ne sono parecchie, gli animali sono ancora tutti in stalla, girano trattori, c’è gente che lavora nei campi di patate e negli orti. Poi, più a monte, i territori d’alpeggio. L’erba è ancora bassa e fa freddo, in quel mattino soleggiato. Vedo anche vecchi alpeggi abbandonati, ma lì accanto ci sono le nuove strutture.

Certo, anche in Piemonte ci sono alpeggi belli e ben risistemati, ma qui, tutto dove sono stata, ho visto baite e stalle apparentemente perfette. Ci saranno vincoli che obbligano all’utilizzo di certi materiali? Saranno strutture pubbliche? Oppure private? Ci saranno stati incentivi, contributi per la sistemazione degli alpeggi? Tutte domande per ora senza risposta, dal momento che sto effettuando la mia escursione in solitaria e qui non c’è ancora nessuno con gli animali.

Con i miei occhi quello che posso vedere sono i pascoli, la loro qualità e la loro cura. Come vi dicevo, è ancora presto, la neve è andata via da poco e spunta appena la prima erba, i primi fiori. Si può comunque osservare come , qua e là, in varie zone alla fine della stagione precedente siano stati sparsi i liquami, per concimare, garantire buoni pascoli ed evitare il più possibile l’accumulo in un unico luogo (con conseguente degradazione dell’area).

Giunta al colle, altri alpeggi sul versante opposto, altra vallata. Qui sembra che non arrivi nessuna strada, ma comunque le strutture sono ugualmente in buon stato. Con il binocolo guardo lontano, i colli di fronte a me confinano con la Valsesia, di nuovo Piemonte, e dietro vi sono valloni con interminabili sentieri per raggiungere alpeggi ancora utilizzati da greggi e mandrie… e persone che, per alcuni messi all’anno, vivono una vita come quella di 100-200 anni fa, all’incirca.

Una panoramica verso la Val d’Aosta. Il territorio ricorda sicuramente più quello di aree alpine come la confinante Svizzera: una valle ampia, glaciale, con versanti abitati, insediamenti anche in quota, strade, villaggi, alpeggi. Di sicuro molto diversa dalla maggior parte delle vallate piemontesi.

Eppure i problemi ci sono anche qui e non pochi. Vengo a sapere di aziende che tribolano sempre più per tirare avanti e, soprattutto, di un gran numero di persone che compiono una migrazione stagionale oltreconfine. Si va in Svizzera a fare la stagione, si mandano in affido le proprie bestie in alpeggio e si va a guadagnare qualche soldo in terra elvetica. Là il lavoro in alpe è meno impegnativo e più redditizio, i Valdostani sono preferiti ad altri operai perchè conoscono la lingua, ma soprattutto sanno fare il mestiere. Quindi? Cosa succederà su queste montagne? C’è il rischio che vengano abbandonate? Ho ricevuto un paio di inviti per recarmi in alpeggi valdostani prossimamente… ovviamente chiederò e vi racconterò ciò che verrò a sapere! Intanto, qui vecchi articoli dove già avevo parlato di Val d’Aosta.

Non recupereremo mai tutto il nostro investimento

Nel mio vagare tra montagne e diverse realtà, non visito solo pastori vaganti. Spesso ci sono amici che mi invitano a vedere anche le loro aziende e sono ben felice di raccontare anche queste storie. Penso sia fondamentale far conoscere tutte le diverse sfaccettature del mondo dell’allevamento, sia per chi sta cercando dei prodotti di qualità, sia per chi invece pensa di intraprendere questa strada.

Cinzia e Renata le avevo già incontrate, sapevo qualcosa della loro storia, ma l’altro giorno ho visitato la loro azienda con grande piacere. Allevano capre Saanen, razza da latte, che tengono in stalla e mettono al pascolo quando ce n’è la possibilità. Abitano nelle valli di Lanzo (TO), la loro azienda si chiama Cà du Roc e nasce nel 2001 dalla volontà, passione (e un pizzico di follia?) di due donne che decidono di lasciare il lavoro d’ufficio e gettarsi in una nuova avventura.

Renata con un po’ di esperienza in più nel settore dell’allevamento, ma per entrambe era un qualcosa di totalmente nuovo. Adesso sono soddisfatte di quello che stanno facendo, ma hanno affrontato mille difficoltà di ogni genere. “Ogni tanto qualcuno ci chiede e sembra una cosa demoralizzare chi ha voglia di iniziare, però… tutta la trafila che abbiamo dovuto passare noi… Se non avessimo avuto le spalle coperte, sarebbe stato impossibile!“, mi racconta. Oltre alla copertura economica, hanno anche avuto grande intraprendenza e costanza per portare avanti il loro progetto con ritmi così serrati.

La loro grande impresa è stata la stalla con caseificio. Trovare il posto adatto per farla non è stato semplice, poi hanno dovuto rispettare una serie di vincoli impressionanti e alla fine si sono pure sentite dire che avrebbero dovuto realizzare una stalla più bassa per evitare le dispersioni di calore. Peccato che sia stato loro imposto di mantenere certe misure, certi “volumi”. Verrebbe quasi da non credere alle parole di Renata, sentir raccontare certe cose è al limite dell’assurdo, ma per me è come riascoltare un nastro “vecchio”, problemi, intoppi e assurdità che si ripetono di valle in valle, di regione in regione.

Oggi l’azienda funziona a pieno ritmo, compatibilmente con le forze di queste due socie e amiche. Ci si alterna nei compiti con gli animali e con il caseificio. Due volte alla settimana si va a far mercato, poi c’è il punto vendita e i vari posti dove reperire i loro prodotti. Formaggi freschi e stagionati, yoghurt di capra: “…che non funziona perchè è bianco… Se solo la gente leggesse cosa c’è negli yoghurt aromatizzati! Non sono capaci a prendere lo yoghurt bianco e metterci un cucchiaio di marmellata!

Per imparare le tecniche di caseificazione e per migliorarsi sempre, per scoprire nuove cose, Cinzia e Renata hanno frequentato i corsi dell’Istituto Lattiero Caseario di Moretta (CN). Renata mi mostra la stalla mentre Cinzia sta lavorando il latte. Ci sono le caprette giovani, quelle non vengono messe fuori al pascolo, le capre in mungitura e i becchi. La mungitura avviene a macchina. Essendo una struttura realizzata dal nulla, è dotata di tutto ciò che è necessario e funzionale. “Riusciamo a tirare fuori un piccolo stipendio mensile che ci fa vivere, ma lavorare si lavora duramente, e ci sono le spese. In tutta la nostra vita non recupereremo mai l’investimento fatto con questa struttura!! Abbiamo anche preso dei contributi, ma se uno deve partire dal nulla e non ha qualcosa alle spalle è quasi impossibile.

Questa immagine è per mostrarvi come l’indole naturale delle capre porti a scontrarsi, anche in assenza di corna. Dopo aver fatto visita a questa azienda andrò a vedere la battaglia (chiamiamolo “confronto”) delle capre in in altro comune della valle. Prima, nella macelleria del marito di Renata, a Martassina, avevo anche visto le rolate di capretto, unico modo per utilizzare la carne dei capretti maschi nati “fuori stagione”. Purtroppo giriamo sempre intorno agli stessi temi… Di formaggio di capra c’è richiesta, ma molta gente di scandalizza al pensiero di mangiare il capretto. Quando però ha la forma di una rolata, diventa ottimo e richiesto anche non sotto Pasqua!

Cà du Roc è anche su Facebook.

Una zona ricca di alpeggi

Salendo lungo la Val di Susa uno non si immaginerebbe che esistano certi posti. Invece basta inoltrarsi lungo qualche strada che ne risale i fianchi per trovarsi in realtà particolari, di grande fascino e “preziose” per quello che riguarda il mondo degli alpeggi. Le montagne di Condove sono una di queste.

Non molti giorni dopo la nevicata che ha ancora una volta imbiancato le vallate fino a quote anche abbastanza basse, ho fatto una gita da quelle parti. Gli itinerari presenti sono numerosi, ma purtroppo i sentieri sono in parte invasi dalla vegetazione e non tutti sembrano facilmente percorribili, così ho optato per la pista sterrata che sale collegando la maggior parte dei numerosi alpeggi.

Il primo che incontro non è in buone condizioni, anche se ancora utilizzato. Gli animali non sono ancora saliti, ma immagino che non tarderanno, visto che ormai di erba intorno ce n’è. Sono anni che vedo questa struttura coperta da teloni di nylon. Arriva anche l’energia elettrica, ma il tetto non è ancora stato rifatto, pur passando la strada a poche decine di metri di distanza.

Pioggia, ma soprattutto neve e grandine hanno lasciato i loro segni sull’erba. Alle quote inferiori c’è molto keirel intorno alla strada (Festuca paniculata), già molto alta, probabilmente non verrà nemmeno più pascolata dagli animali. Mi avevano raccontato che, un tempo, quest’erba dura veniva sfalciata, ma non so se questo avvenisse anche in queste zone.

Più a monte la qualità dell’erba migliora: è il periodo della fioritura, un vero spettacolo per la vista. Non credo manchi molto al momento in cui saliranno gli animali su questi pascoli. E’ vero che è caduta neve solo pochi giorni prima, ma non appena le temperature risaliranno, la vegetazione “si muoverà” e si metteranno in cammino anche le mandrie e le greggi.

Altro alpeggio lungo il percorso, anche questo in cattive condizioni. Già dieci anni fa, durante la stagione in cui i pascoli sono utilizzati, qui c’era una roulotte e non si utilizzavano le baite. Non so se si tratti di edifici di proprietà privata o pubblica, comunque è un vero peccato vederli andare in rovina così, tanto più con una strada che passa appena di fianco.

Raggiungo la quota in cui vi è ancora neve fresca. Un po’ ovunque era caduta abbondante, in certi posti mista a grandine, infatti qua e là gli accumuli sono non poca cosa. L’aria è fresca, nonostante il bel sole. Gli effetti della neve e del freddo sono evidenti specialmente sui fiori, molti dei quali hanno i petali anneriti e accartocciati. Una nevicata al mese di maggio non è troppo insolita, quello che era anomalo era il caldo dei giorni precedenti.

Si sentono delle campane e dei muggiti, ma molto più in basso. In una radura infatti sta pascolando una mandria, probabilmente una di quelle che, nel corso della stagione, utilizzeranno poi gli alpeggi alle quote maggiori.

L’alpeggio che incontro successivamente è composto da due parti, una più moderna, utilizzata, ed una più antica al fondo dei fabbricati, apparentemente non più in uso. Si leggono nomi e scritte con date della seconda metà dell’Ottocento. Chissà quante bestie salivano qui, per utilizzare tutti questi edifici!

Dall’alto, ecco parte dello sviluppo delle baite, collocate in mezzo ai pascoli. Tutti gli alpeggi alle quote maggiori hanno una struttura abitativa e lunghe stalle in grado di ospitare numerosi animali. Anche questo alpeggio, ovviamente, è ancora utilizzato.

Basta girare leggermente il versante per rendersi conto delle temperature. Vicino ad un ruscello, ecco che gli schizzi d’acqua hanno ricoperto di ghiaccio l’erba. In questa zona, meno esposta al sole, la vegetazione è ancora più indietro, anche perchè sto continuando a salire in quota.

Ancora alpeggi lungo la strada, questo con strutture moderne. Ampi pascoli e grossi alpeggi, ma a vista se ne individuano ancora altri a “breve” distanza. Non so se siano tutti utilizzati contemporaneamente o se rappresentino “tappe” negli spostamenti delle mandrie. La quota è all’incirca la stessa, quindi sembrerebbero essere alpeggi veri e propri e non tramuti.

Quest’altra realtà (la Portia) presenta un gran numero di strutture. So che, qualche anno fa, erano state danneggiate dalle valanghe, ma attualmente sono state completamente ristrutturate.

Ecco come si presentano queste baite da vicino. Quando c’ero stata 10 anni fa, ricordo in uno di questi edifici le grosse bacinelle di rame colme di latte, messo al fresco per l’affioramento della panna e per la scrematura del latte. Qui però l’erba è ancora bassa, passerà ancora qualche settimana prima della salita delle vacche.

Salgo fino al colle, mi affaccio sulle Valli di Lanzo. Sull’altro versante il paesaggio è ancora più invernale: molta più neve, i colori non hanno ancora preso le varie tonalità del verde. Montagne più aspre, più ripide, non si vedono strade, sono alpeggi più difficili da raggiungere.

Sulla via del ritorno, ancora un altro alpeggio in quota, poi i successivi, sull’altro versante, si possono raggiungere proseguendo con il sentiero, per ritrovare poi un’altra strada più a valle.

Anch’io scendo lungo un sentiero, di non facile individuazione. Tempo fa dovevano esser stati ben segnati e segnalati, ma adesso sono solo tracce evanescenti tra i pascoli. I segni sulle pietre non sempre sono evidenti e anche la restante segnaletica purtroppo è danneggiata.

Finalmente raggiungo degli animali al pascolo. A questa quota ci sono già diverse mandrie. La montagna ha un altro aspetto, cambia l’atmosfera, a sentire muggiti e campanacci. Anche questi animali, nelle settimane e nei mesi successivi, saliranno più in alto, negli alpeggi che vi ho mostrato nelle immagini precedenti.

E’ un giorno feriale, non ci sono turisti o escursionisti. A parte le vacche al pascolo, l’unica altra presenza è quella di un margaro che sta tirando i fili, mentre il cane fedele lo attende facendo la guardia alla giacca e alla cana. Scambiamo un cenno da lontano, poi io proseguo il mio cammino, lui il suo lavoro.

Ripeto quello che vi dico sempre, la montagna non sarebbe la stessa senza questi animali al pascolo. C’è anche, da parte mia, una vena di malinconia per dover scendere, tornare a valle, mettermi alla guida, immergermi nel traffico. La nostalgia di quando anch’io salivo e restavo su…

Prima dell’alpeggio

In questi giorni, poco per volta, il popolo dei pastori e dei margari si sta mettendo in movimento. E’ stagione. L’erba in montagna cresce, chi può inizia a raggiungere le quote intermedie. D’ora in avanti andare in montagna sarà diverso, sarà tutto più vivo, ci saranno i suoni delle campane nell’aria, i muggiti, i belati, l’abbaiare dei cani, le baite saranno aperte.

Nelle scorse settimane si facevano pochi incontri, alle quote maggiori invece non c’era ancora nessuno. Un giorno mi è successo di imbattermi in animali “atipici” per le nostre vallate. Questi bovini originari della Scozia iniziano ad essere diffusi qua e là in diverse vallate anche in Piemonte.

Sono animali rustici, adatti alla montagna e alla vita all’aperto. Non siamo ancora così abituati a vederli, per cui incontrare questi Highlander è comunque una sorpresa, specialmente per il loro aspetto. Allevati per la carne, spesso vengono impiegati anche per sfruttare pascoli marginali non interessanti per altre forme di allevamento o semi-abbandonati.

Durante la stessa gita, ho incontrato anche un allevamento di capre, altro animale spesso scelto da chi vuole insediarsi in aree montane dedicandosi alla zootecnia. Ognuna di queste realtà sicuramente ha una sua storia, è frutto di decisioni, di pianificazioni o anche di “salti nel buio”. Di questi tempi è così difficile trovare la giusta attività per vivere, se poi aggiungiamo le difficoltà ulteriori del vivere in montagna, il vincolo rappresentato dagli animali, le pastoie burocratiche…

C’è anche chi, in montagna, ha pochi animali per hobby, o per passione, come probabilmente preferirà dire. Un piccolissimo gregge di pecore riposa nelle ore più calde della giornata. Con pochi animali così, basta una rete tirata nell’erba fresca, una batteria, li si sposta quando il pascolo non è più sufficiente. Non si vive di quello, è un passatempo che impegna e che costa pure.

Solo grazie a queste realtà possono però ancora mantenersi questi scorci, unendo la bellezza della natura e del territorio (le montagne), l’opera dell’uomo nel passato (l’edificio) e quella nel presente (il prato ancora utilizzato o per lo sfalcio o per il pascolo). L’abbandono significherebbe bosco e cespugli ad avvolgere tutto, privando il semplice passante anche del panorama.

Passano un paio di settimane e il verde sale in quota. Quella era una giornata calda, troppo calda per la stagione, la pianura era velata dalla calura. Anche se fa così caldo, non c’è ancora nessuno sulla montagna. E’ presto, le transumanze non erano ancora iniziate e l’erba era ancora bassa.

Infatti, più a monte, questo è ciò che si incontra, cioè l’aspetto dei pascoli appena successivo allo scioglimento della neve. E’ vero che, in montagna, le stagioni sono più concentrate, tutto deve avvenire in quei pochi mesi, ma è importante che gli allevatori non salgano troppo presto, quando non c’è ancora abbastanza erba. Non c’è una data che possa essere stabilita a tavolino (anche se, ahimè, a volte è proprio quello che succede) per salire in montagna. Il clima che cambia, le temperature, le precipitazioni, possono far sì che si verifichino situazioni molti diverse anno per anno.

Sulla via del ritorno, incontro questa situazione. Sappiamo bene come le vasche da bagno siano la forma di abbeveratoio più utilizzata (e non solo sulle nostre montagne) per la praticità e l’economicità, ma sicuramente questo non è un bel biglietto da visita. Non so se questo sia un alpeggio pubblico o privato, ma chi ne detiene la proprietà dovrebbe intervenire, migliorando anche le condizioni di lavoro dell’allevatore.

Più a valle, accanto alla strada, l’abbeveratoio è di tutt’altro tipo, tra l’altro anche usufruibile come fontana da tutti gli escursionisti di passaggio, anche fuori stagione d’alpeggio. Penso che, d’ora in avanti, ogni gita in montagna mi porterà a passare vicino a degli alpeggi utilizzati, con il loro bestiame, con i cani, con le persone. Mi permetto di ricordare a chi la montagna la “frequenta” come luogo di svago, che si tratta comunque di un ambiente di lavoro per alcuni, quindi… RISPETTO, sempre.

La pianura e la montagna

E’ da qualche settimana che voglio scrivere un post su questi argomenti, alla fine mi sono decisa a farlo dopo una chiacchierata casuale con un escursionista settantenne incontrato ieri per caso salendo con le ciastre sulla neve della Valle Po. La montagna fa di queste cose: le persone sconosciute si incontrano e cominciano a chiacchierare unite dal luogo in cui si trovano. Ma non tutti quelli che frequentano la montagna lo fanno ugualmente, non tutti la vivono e la sentono nello stesso modo.

Ieri di gente su quella montagna ce n’era davvero tanta, ma molti puntavano ad una meta decisamente turistica. Qualcuno addirittura saliva con il servizio “navetta” operato dal gatto delle nevi e dalla motoslitta. Moltissimi salivano a piedi, con le ciastre appunto, o con gli sci e le pelli. Per alcuni la meta era la vetta, per altri la stazione di arrivo degli impianti, in disuso, trasformata in luogo di accoglienza e incontro per questi turisti. Dalla cima, lassù, si sentiva in basso la musica a tutto volume e si vedeva il brulicare della folla. Ma quella non è la mia montagna. Tutti quelli che c’erano su per la montagna ieri, erano lì per divertirsi, anche se in modo diverso. Alcuni cercavano il silenzio, il panorama, la soddisfazione di raggiungere una cresta e affacciarsi dall’altra parte, la sensazione della neve, dell’aria, il lasciar vagare i pensieri. Altri la compagnia, il divertimento, l’ebbrezza della velocità, la mangiata di gruppo, il frastuono della musica.

Sulla via del ritorno ho attraversato questo che… non è un villaggio. Sono delle meire, piccole baite, sede di alpeggio per numerose famiglie, un tempo. Oggi credo che qui salga un unico margaro con la sua mandria, si vede in basso la stalla nuova. I turisti passano, ma quanti riflettono?

Io ho vagato tra le baite silenziose, gli unici suoni erano gli scricchiolii della neve sotto le mie ciastre, le gocce d’acqua della neve che scioglieva da qualche tetto. Però tendevo l’orecchio ad altre voci, altri suoni. I suoni estivi, i cani, le campane, i muggiti, i richiami dell’uomo. Ma anche suoni più antichi, quando qui era tutto un brulicare di gente. “Le Meire di Pian Croesio (1846m) sono raggruppate al centro di una vasta conca di pascoli sul versante notte del territorio comunale. Quando erano tutte abitate il carico di bestiame risultava addirittura eccessivo e, nelle annate siccitose, veniva a mancare l’erba. Allora si mandavano i bambini a rubarla oltre la cresta spartiacque in territorio di Sampeyre, suscitando le proteste dei locali pastori.” (testo integrale qui)

Vi ho parlato tante volte del mio vagabondare in quella terra di mezzo che è la montagna dell’uomo. O che ERA la montagna dell’uomo, mentre oggi il più delle volte è vittima di crolli e di abbandoni. C’è qualcosa che mi chiama in questi posti, e sono le voci di quelle pietre che parlano, che raccontano storie di un passato non così remoto. Un passato duro, difficile, ma che a volte incontro concretamente, come nel caso del manoscritto che mi è stato affidato dal suo Autore, per farne un libro. Proprio l’altro giorno ho trascritto questa frase: “…Adesso non esistono le mucche in queste stalle e stanno crollando soffitti e mura. E chi le viene l’ambizione a non lasciarle crollare fanno le tavernette come sale di aspetto…“. Ma chi va in montagna per “divertimento”, si pone certe domande? Fa certe riflessioni? O attraversano questi luoghi solo come uno sfondo, troppo presi a pensare al dislivello, alla meta, al materiale di cui è fatto il loro abbigliamento tecnico, o ancora parlando di teorie su come valorizzare la montagna?

Veniamo ad un argomento di cui tanto si sta parlando in queste settimane, intorno al Re di Pietra, il Monviso che svetta all’orizzonte sovrastando le cime delle vallate tra la provincia di Torino e Cuneo. Qualcuno si è studiato di fare un bel parco naturale. Ma, tanto per cambiare, hanno pensato il tutto giù in pianura, lontano dalla montagna. Hanno tracciato confini e fatto progetti e hanno deliberato. Poi sono arrivati nelle valli e hanno pensato di portare le perline colorate agli indigeni, ma hanno trovato un’accoglienza non molto calorosa. Anche se per tanti versi ci sono divisioni, rivalità, screzi, questa volta interi comuni si sono uniti, com’è successo a Bobbio Pellice. O ancora: “Mercoledì 18  febbraio a Piasco i sindaci di Casteldelfino, Sampeyre e Piasco hanno ribadito il loro no secco, lo stesso ha fatto la Coldiretti, applauditi in un salone pieno di montanari della val Varaita. L’ass.re alla montagna Valmaggia ha sentito tutti e poi ha confermato che la proposta andrà avanti e entro fine marzo il Parco sarà cosa fatta. Questi sono i rapporti tra il Monte e il Piè. Evviva! Andiamo proprio bene“, scrive Mariano Allocco per l’associazione AlteTerre.

Questa è la Conca del Prà, uno dei luoghi più conosciuti, apprezzati, frequentati dai turisti di queste parti che amano la montagna, senza esigenze di raggiungere le alte vette. E’ stata anche la meta di una delle mie prime escursioni in montagna, da bambina. Serve un parco, per tutelarla? E’ in pericolo? Perchè bisogna fare questo parco???

Qui ci sono già strutture turistiche, un rifugio, un agriturismo d’estate, poi la Ciabota, che potremmo definire una locanda di alta montagna, non rifugio, non agriturismo anche se la famiglia che la gestisce ha anche gli animali. Ci sono gruppi di baite, tutte ben aggiustate ed utilizzate in vari modi. Cosa aggiungerebbe il parco a tutto questo? Ho sentito parlare di “opportunità”, ma mi dicono che, alle riunioni, queste grossi vantaggi per chi vive e lavora in quei territori, anche magari solo per pochi mesi all’anno, non sono stati spiegati in modo esaustivo. E, soprattutto, non si sono capiti i vincoli a cui si dovrebbe sottostare, nell’area sottoposta a tutela. Se restasse tutto com’è… che senso ha creare un parco, che bene o male delle spese le comporta?

Nei regolamenti dei parchi c’è sempre scritto che si deve tener conto delle attività agricole preesistenti, ma ovunque chi sul territorio già c’era, dopo l’istituzione di un parco naturale si trova ad avere vincoli ulteriori, spese, problemi. Se vogliamo controllare i carichi di bestiame, esistono già dei regolamenti comunali, così come esistono organi di controllo per il rispetto delle normative vigenti a tutela del territorio nel suo complesso (CFS, ASL, ecc.). Se mi dite che il parco porta benefici nel senso che arriveranno fondi per migliorare la vita e il lavoro delle persone che qui operano, allora ben venga. Ma perchè la sensazione invece (visto il modo con cui è stato imposto dall’alto, senza sentire la gente) è che il parco sia creato da chi teorizza una montagna naturale, senza l’uomo? E’ come per il discorso del lupo… Mi pulisco la coscienza difendendo ad oltranza la wilderness, anche (e soprattutto) se abito in città, mi sposto in auto, ho tutto quello che la modernità passa al giorno d’oggi. Ma devo fare qualcosa per l’ambiente, allora decido che la montagna deve essere incontaminata, deve contare più il lupo del pastore, l’escursionista che sale la domenica, piuttosto di chi abita e lavora lassù 4-5 mesi all’anno.

Solo per fare un esempio, le baite. Immagino che, nel parco, si debbano rispettare certe tipologie costruttive, impiegare certi materiali. E ciò, oggigiorno più che mai, comporta delle spese non indifferenti. Chi le coprirà? Se ho la “fortuna” di essere nel parco, mi costa tre volte tanto ristrutturare e adeguare l’alpeggio, mentre chi è 100 metri più in là, fuori dal confine, invece può continuare ad usare la lamiera per il tetto? Ci sarebbe da scriverne per ore. Ma la mia conclusione è che non possiamo da una parte rovinare la montagna con località di turismo di massa (penso a chi si trova a dover pascolare tra rottami nella pista da sci, moto, mtb, quad e altro ancora che sfrecciano sulle piste sterrate, campi da golf ecc), poi dall’altra creare dei bei parchi a immagine di chi la montagna non la vive in prima persona.

Dietro la facciata idilliaca

Quando parlo della realtà degli alpeggi al di fuori del contesto o accademico, o degli amici che questo mondo lo praticano in prima persona, vedo come ci sia un’ignoranza generalizzata sulla maggior parte degli aspetti che la riguardano. Sia che si tratti delle normali dinamiche di vita/lavoro delle persone che salgono con i loro animali, sia per tutti quelli che sono gli aspetti “tecnici” che regolano questo mondo.

Cosa c’è dietro alla bellezza, alla serenità, al senso di comunione con gli animali e la montagna? Certo, c’è il duro lavoro, ci sono i prodotti caseari di pregio, c’è la passione delle persone che portano avanti questo mestiere, ci sono sacrifici, fatica, orari che vanno ben oltre le otto ore, ma anche alle 12, spesso. Ci sono le famiglie a volte divise dal lavoro e dalle necessità, ma ci sono anche bambini che crescono felici, imparando un mestiere quasi giocando.

E poi ci sono le questioni più complesse, che sembrano non avere nulla a che vedere con questi spazi e con un mestiere così antico. Quando dico: “Ricordatevi che questo è un luogo di lavoro, qui siete ospiti, c’è gente che paga un affitto per usufruire dei pascoli“, sembrano concetti troppo astratti per chi in montagna va solo a fare le gite. In questi ultimi vent’anni poi gli affitti sono aumentati in modo spropositato.

Leggete per esempio il bando per l’affitto delle alpi del Comune di Acceglio (Valle Maira, CN). Mi dite voi quale pastore, quale margaro può spendere quelle cifre? Importi di base d’asta di 30.000 euro all’anno, o addirittura 95.000 €/anno per il “famoso” alpeggio di Traversiera. Perchè tutto questo? Di certo non perchè lassù gli animali facciano delle tome d’oro, anzi… Mi sa che addirittura non si caseifichi nemmeno, su quegli alpeggi. La motivazione sta nei contributi, i maledetti contributi che dovrebbero aiutare e invece in questi anni hanno anche causato molti problemi agli allevatori tradizionali.

Ne abbiamo già parlato più e più volte, delle famigerate speculazioni sui pascoli, concetti che hanno ben poco a che vedere con Heidi e la montagna, ma molto di più con la politica e l’economia “sporca”. Sono state fatte leggi che, o per ignoranza del legislatore, o per… chissà, favorire qualcuno, si sono prestate a vere e proprie porcherie, con centinaia di miglia di euro che finivano nelle tasche di chi in alpeggio ci saliva solo sulla carta. Ci sono state proteste, inchieste, poi è di questi giorni una sentenza che forse cambierà le cose.

Infatti è stato stabilito che il pascolamento ad opera di terzi sia illegittimo. Nei regolamenti degli affitti degli alpeggi comunali questo è già stato inserito, ma… In molti sorgono spontanee alcune domande. Cosa succederà a chi, rimasto senza alpeggio, ha dovuto passare sotto al sistema degli speculatori, monticando appunto per conto di terzi? E… quasi stratagemmi studieranno per bypassare la normativa? Altro che idilliaco mondo di Heidi…

Bisognerebbe chiedere i danni

Ho smesso di guardare il cosiddetto “TG satirico”, Striscia la Notizia. L’altra sera però, girando tra i canali, mi sono casualmente imbattuta nel solito Edoardo Stoppa che faceva visita ad un allevatore in Ossola (VB). Si sa, quando sono posti che conosci, ti soffermi maggiormente. E così ho guardato l’intero servizio, che potete rivedere anche voi. Anche solo così, ad occhio, c’erano molte cose che stonavano e contrastavano con le parole del “giornalista”. Ma questo lo può dire chi è del mestiere o che, bene o male, se ne intende. Ovviamente il pubblico generico si beve le parole di Stoppa e si indigna. Per gli animali “maltrattati”, per il latte nei secchi della vernice, per l’impossibilità di bere, ecc ecc ecc. Ma come stanno invece le cose?

Nei giorni successivi di articoli ne sono usciti tanti. L’indignazione è stata della gente dell’Ossola, degli allevatori di tutta Italia, ma anche delle istituzioni. Innanzitutto, gli animali non erano affatto maltrattati. Godono di ottima salute, hanno acqua da bere a volontà, stanno in stalla solo nella stagione invernale, altrimenti pascolano fuori e poi vanno in alpeggio. Leggete la difesa dell’allevatore uscita su “La Stampa”. «Con la vendita del formaggio riusciamo a malapena a coprire le spese, portiamo avanti il lavoro avviato anni fa dai nostri genitori con fatica, orari pesanti e, sebbene le nostre strutture non siano perfette, abbiamo bestie sane che trascorrono otto mesi libere in alpeggio e solo quattro in stalla». È lo sfogo di Mario Borri, allevatore di Domodossola. «Innanzitutto la persona intervistata è mio fratello che lavora in cava e offre il suo aiuto solo nel tempo libero; inoltre alcune parti del servizio in cui ci siamo difesi sono state tagliate – dice Borri -. Ciò non toglie che la nostra azienda abbia qualche dettaglio da migliorare, ma le difficoltà sono tante. Esiste una legge nel nostro Comune che permette di costruire il capannone per il fieno, ma non la stalla, perciò è difficile spostarci, quasi impossibile di conseguenza ottenere finanziamenti se manca il terreno su cui costruire. Le nostre stalle sono state fabbricate tanti anni fa e successivamente la zona è diventata residenziale, abbiamo le mani legate anche per vincoli idrogeologici e centro storico».  Vecchia storia già sentita!

Le strutture non sono recenti, ma come mai una volta in montagna le stalle erano così? Adesso ci entusiasmiamo vedendo una vecchia stalla con tipologie architettoniche di pregio come questa (in Val Troncea, TO), poi ci indigniamo nel caso in cui vi siano vacche all’interno? Muri spessi, per non patire il freddo dell’inverno di montagna. Le vacche lì non le vogliamo vedere, ma magari sogniamo di riadattarle e farci una tavernetta dove incontrarci la sera con gli amici… Qui uno sfogo dell’allevatore ad un giornale locale.

Anche l’Asl ha preso le difese dell’allevatore. Ce ne sono tante di vecchie stalle ancora utilizzate in montagna, ma non è questo a definire un cattivo allevatore e delle cattive condizioni di vita per gli animali. “…Non ci siamo però sentiti di agire in modo deciso con il pugno di ferro perché, né per i consumatori né per gli animali, ci sono le condizioni che farebbero pensare a una situazione gravissima. Certamente siamo coscienti del fatto che ci siano dei margini di miglioramento ed è per questo che avevamo già intavolato un dialogo con l’allevatore che, nonostante le difficoltà in cui verte, si è detto disponibile a intervenire”. Edoardo Stoppa ha inoltre dichiarato nel servizio che le bestie “stanno al buio 24 ore su 24 per mesi e mesi”, ma l’Asl dichiara che “dalla primavera all’autunno gli animali sono condotti in un alpeggio sopra Bognanco dove vivono in libertà. Lo abbiamo visitato anche noi”. L’Asl aggiunge anche che “il comparto allevatoriale è sempre stato sviluppato nel nostro territorio e noi ci impegniamo costantemente al monitoraggio dei numerosissimi piccoli allevamenti della zona. Addirittura il numero di questi è aumentato nel corso degli ultimi anni da quando i giovani, con sacrifici e rinunce, hanno deciso di proseguire l’attività iniziata dai padri o nonni. La realtà è peraltro fatta di molteplici sfaccettature e bisogna essere in grado di valutare in modo razionale le situazioni”“. Un servizio costruito facendo vedere e sentire solo quello che voleva il “giornalista”. Una vera vergogna!!!!! Non che non esistano veri casi da denuncia, ma… sono le istituzioni a dover intervenire.

Le “animaliste” che hanno creato il caso non demordono e, nonostante tutto, continuano a sostenere le loro ragioni, negando anche l’evidenza. Molte vecchie baite di montagna vanno all’abbandono e c’è chi si indigna pure per questo, chiedendosi come mai e magari sognando di tornare ad abitarle. Vedete? Anche questo caso è significativo per aiutare a comprendere come non si possa più fare. Non tanto magari per le persone, ma perchè passa un’animalista e si preoccupa per come vivono i vostri animali nelle vecchie stalle. Delle vostre difficoltà di allevatori/montanari, dei vostri problemi con la burocrazia e con i conti da far quadrare non se ne interessa nessuno. E’ più importante la porta arrugginita dietro le quali ruminano, ben pasciute e al caldo, le vostre vacche.

Vagando in montagna

Quest’anno si può ancora andare in montagna, nella zona degli alpeggi, senza quasi trovare neve. Al massimo qualche placca di ghiaccio, o nemmeno quella, se il vento soffia caldo come in questi giorni.

Fa uno strano effetto vedere tutto così spoglio: i pascoli completamente gialli, si vede persino dove arrivava il filo delle vacche, in alto. Il paravalanghe che protegge il villaggio di Pequerel in questo momento non ha utilità.

Gli animali selvatici non hanno bisogno di scendere in basso per cercare nutrimento. I cinghiali lavorano indisturbati, la terra non è gelata, rivoltando e rovinando i pascoli. Lungo il sentiero, escrementi di ungulati e di lupo.

Qualcuno ha recentemente fatto pulizia, approfittando anche della mancanza di neve. Gli antichi terrazzamenti sono progressivamente sempre più invasi dai cespugli di rosa canina, crespino e altre piante, ma la loro espansione porterà alla perdita totale dei pascoli. Presumo però che un tempo questi fossero campi! Qualcuno ne ha ripulita almeno una parte, ammucchiando i rami spinosi.

Il vento soffia sempre più forte, le raffiche si sono intensificate, dalle creste di fronte si alzano pennacchi di neve e, via via, restano scoperte le rocce. C’è bisogno di neve. Pioggia ne abbiamo avuta tanta, in autunno, ma adesso servirebbe la neve a tener coperta la terra, a garantire una buona primavera, una buona estate, pascoli e sorgenti hanno bisogno di neve.

Scendo a valle e faccio visita ad un amico. Voglio parlarvi di lui anche se non è un allevatore, in quanto la sua attività fa sì che stia diventando conosciuto tra gli appassionati di questo mondo. Simone è un giovane abitante di Fenestrelle. Dopo un diploma all’Istituto agrario, una breve esperienze nell’ambito delle assicurazioni, da un paio di anni ha deciso di vivere e lavorare a tempo pieno sul territorio, per il territorio, svolgendo due attività.

La prima è quella che vi mostro ed ha a che fare con il legno. ST Legno d’Oc si trova appunto a Fenestrelle (Via Roma, 32). Qui vediamo la realizzazione di una canaula, che serve per sostenere le campane al collo di capre e pecore.

Visto che il mondo è piccolo e gli appassionati si ritrovano, la campana che sta per essere montata sulla canaula è opera dell’amico Silvio ‘d le Cioche. Trovate entrambi su Facebook, Simone e Silvio, se siete interessati ai loro lavori. Entrambi, attraverso questo mezzo, si sono fatti conoscere e riescono a far arrivare i loro lavori anche in altre parti d’Italia.

Ma i lavori in legno (compresi serramenti e mobili) sono solo una parte dell’attività di Simone. Perchè la montagna di oggi deve essere multifunzionale per sopravvivere. E così c’è l’azienda agricola Agri d’Oc, con produzione di patate, prodotti orticoli, frutti di bosco, uova & polli e anche il grano saraceno, grazie ad un progetto che si sta sviluppando in questi ultimi anni.

Non vi ho parlato direttamente di pastorizia, in questo post, ma vi invito a riflettere sul come si riesca oggi a sopravvivere in montagna. Bisogna fare tante cose… e per ciascuna c’è un bel carico di burocrazia, cosa di cui parlavamo anche mentre Simone terminava la canaula. Bisogna darsi da fare, bisogna avere una buona dose di passione anche per essere un agricoltore/falegname. Il socio di Simone, Marco, invece realizza gioielli in argento. Nell’esposizione di Fenestrelle trovate anche i suoi lavori, ma la sua residenza è nella borgata Fondufaux. Qui il suo sito. Tra l’altro, un pastore vagante pascola intorno alla casa di Marco, durante la stagione d’alpeggio. Visto che il mondo è piccolo?