Una transumanza a fine luglio

Ultimo giorno di luglio, ma al mattino il tempo era tutt’altro che estivo. Qualche goccia, aria fredda. “Se vieni domenica è perfetto, – mi aveva detto Camillo al telefono – saliamo all’alpeggio alto!“. Una transumanza di sole capre non l’avevo ancora mai seguita. Il gregge lo incontriamo per la strada, ancora sull’asfalto, c’è tutto il tempo per superarlo, andare a bere qualcosa di caldo, mettere gli scarponi, chiudere lo zaino e prepararsi alla salita.

Quando il gregge arriva, il tempo è già migliorato. La speranza è quella di riuscire ad arrivare a destinazione senza prendere pioggia. Non si fa sosta qui nella piana, si va avanti, c’è ancora un lungo tratto impegnativo da affrontare prima di arrivare a destinazione.

Nei mesi precedenti il gregge ha pascolato altrove, ma il cuore della stagione sarà lassù, alle quote maggiori. Si farà tappa nel fondovalle solo in autunno. Nonostante il tempo incerto e l’aria fredda, c‘è un buon numero di turisti e molti vengono a fotografare le capre.

Ci sono animali di sei diversi proprietari, la maggior parte sono di razza valdostana, alcuni capi sono davvero notevoli. Il valore di queste capre sta nella loro bellezza, nella passione che i proprietari hanno per questa razza, e nella tradizione della “battaglia delle capre”. I dialoghi di chi accompagna la transumanza sono spesso incentrati sugli animali: se ne ricostruisce la genealogia… Non soltanto l’albero genealogico della capra, ma anche il nome del proprietario del padre o della madre!!

Dove finisce la strada sterrata si scaricano dal furgone alcune capre e capretti che avevano avuto difficoltà nel seguire la transumanza su asfalto. Di lì in poi, tutti a piedi! Qualcuno è già andato avanti per preparare le reti intorno alle baite e… il pranzo di fine transumanza!

Dalla cartina già si vedeva che ci aspettava un bel sentiero tortuoso per arrivare a superare la bastionata rocciosa e salire in quota. L’aria è fresca, saranno gli animali a fare il passo, si procede abbastanza velocemente. Uno davanti, gli altri dietro a controllare che nessun animale si attardi, specialmente i capretti più piccoli.

Il sentiero è ben battuto, molto frequentato. Le capre conoscono la strada, vengono qui da anni, e potrebbero quasi essere lasciate sole, sarebbero in grado di arrivare a destinazione senza problemi.

Per un po’ si sale nel bosco di larici. Si cammina a passo sostenuto, nonostante la salita gli animali in testa non accennano a rallentare, mentre gli ultimi fanno un po’ più fatica e, ogni tanto, occorre incitarli.

Il gregge raggiunge alcuni escursionisti, altri ancora raggiungono e superano il gregge. E’ un percorso davvero molto frequentato, ci sono alpinisti da tutto il mondo, salgono al rifugio per prepararsi ad affrontare la scalata al Gran Paradiso o alle altre cime che presto ci appariranno davanti.

I larici finiscono, iniziano i pascoli, inframmezzati da moltissime rocce. Siamo ad alta quota, non c’è tantissima erba, ma è quel che ci vuole, a questa stagione, per le capre. Un tempo venivano lasciate libere e sapevano loro andarsi a scegliere i pascoli migliori. Da alcuni anni, con la ricomparsa del lupo, è dovuta cambiare radicalmente la gestione. Anche questo gregge, in passato, è stato vittima di pesanti attacchi.

Si devia dal sentiero principale seguendo una traccia meno marcata, dovremmo quasi essere in vista dell’alpeggio. Dove potrà essere, quassù, un alpeggio? Siamo ad oltre 2400m di quota. Si passa tra i blocchi di roccia staccatisi dalla parete sovrastante. Le capre si muovono agilmente su qualsiasi terreno, anzi! Le rocce sono un piacevole diversivo su cui salire!

C’è un ponticello in legno per superare il ruscello, è un buon punto per ammirare la sfilata degli animali. I pastori continuano a ripetere che siamo arrivati (e intanto commentano questa o quella capra!).

Moncorvè è lì, in quella che potrebbe essere definita una piccola conca. Molto piccola, quasi una specie di balcone sul salto di rocce sottostante. Due vecchie baite, una cascata, un torrente che attraversa il “piano”. Arriviamo con il sole, ma il maltempo è in agguato.

Bisogna tirare le reti per impedire che le capre si allontanino troppo in quelle prime ore. Erba ce n’è in abbondanza e avranno tempo per pascolarla man mano nei giorni e nelle settimane successive.

Meritava venire fin quassù anche solo per scattare una serie di immagini del gregge con i ghiacciai sullo sfondo. Bisogna fare in fretta anche con le foto, perchè il tempo sta cambiando rapidamente.

Volevo immortalare anche tutto il gruppo che ha accompagnato le capre, ma sembra impossibile riunirli per uno scatto! C’è chi sta facendo scaldare il pranzo, ci apparecchia tavola, chi ha tirato fuori i teli da mettere sulla baita. Proprio mentre si cercherà di tirarli ed assicurarli con le corde, inizierà a piovere. Si mettono tutti gli zaini al riparo e si finisce di legare le corde, poi tutti a tavola per un ricco pranzo.

Passano le nuvole, soffia di nuovo il vento. Le capre hanno trovato il posto dove stare. A tavola si parla di lupi, delle pecore che in valle sono sparite, nessuno più le alleva, di iniziative per aiutare gli allevatori di montagna, si raccontano aneddoti delle passate stagioni… Purtroppo però è arrivata l’ora di scendere a valle. Entro sera se ne andranno quasi tutti, solo uno resterà a pascolare e sorvegliare il gregge fino alla fine della stagione.

La salita al seguito del gregge non era stata dura, scendere in “solitudine” invece rende più l’idea del percorso compiuto lungo il tracciato. A Pont la fienagione è stata interrotta dalla pioggia, ma il bel tempo arriverà nei giorni successivi.

Non potrei più stare senza animali

Ancora una storia di capre… e di donne! Sempre in Val d’Aosta, in una mattinata ho incontrato due amiche che gestiscono due aziende a poca distanza l’una dall’altra. Andiamo con ordine ed iniziamo da Eliana.

Ci eravamo già viste alla Foire des Alpes ad Aosta in una delle passate edizioni, ma questa volta l’ho raggiunta a casa sua in Valpelline, in una frazione di Bionaz, dove ha sede l’azienda agricola “La Tza” e dove lei vive tutto l’anno con i suoi bambini. “E’ stata una scelta di vita. Io e il mio ex marito lavoravamo all’ARPA , stavamo a Torino, ma volevamo vivere in montagna. Quando sono nati i bambini abbiamo deciso di realizzare questo sogno. Conoscevamo già la val d’Aosta, quando io ho visto questo posto me ne sono innamorata, era d’autunno, era caduta la prima neve… Volevano affittarlo, ma c’erano troppi lavori da fare per sistemarlo. Abbiamo girato, anche in Piemonte, ma io continuavo ad avere in mente questo posto. Per una serie di coincidenze eravamo in valle quando il padrone ci ha telefonato, siamo passati da lui e… abbiamo comprato!

Alla Coop c’erano bottiglie da 250 ml di latte di capra ad un prezzo tipo 3 euro, così per scherzo abbiamo detto: <<Possiamo allevare capre!>> Ho fatto il corso sia per giovani agricoltori, sia per caseificare. Non avevo mai avuto animali, solo pesci rossi e il criceto. Adesso ho 42 capre, due cani e sei gatti, mi manca il cavallo, ma prima o poi… Siamo arrivati qui nel 2010 per seguire i lavori di ristrutturazione, nel 2011 abbiamo preso le capre. Ho imparato provando, subito di notte nemmeno dormivo, avevo paura che morissero!”

Adesso sono da sola, faccio tutto io, seguo gli animali, vado al pascolo, faccio il formaggio e vado a vendere ai mercatini. D’inverno è dura, non puliscono la strada, lo scuolabus arriva fino alla fermata sotto, con i bimbi scendiamo a piedi. Per me le bestie sono una grande responsabilità, lo sento pesante nei momenti di crisi. Però nello stesso tempo sono la compagnia migliore, ti danno tanto e non chiedono niente. Io non potrei più stare senza animali! Qui per me è una gran libertà, stare così come mi sento, non dover guardare come sono vestita, pettinata… Mia madre invece non ha mai accettato che io, laureata in biologia, facessi questo.

Quando ho iniziato… non mi aspettavo niente! Per me tutto è stato fantastico! Non posso pensare di fare altro, anche se tutto sembra difficile, duro. Vederle belle con il pelo lucido al pascolo a questa stagione è una gran soddisfazione. Poi quando la gente apprezza i tuoi formaggi, specialmente se lo fa un Francese!“. Ad una certa ora le capre smettono di pascolare e tornano verso la stalla.

Qui le capre sono mal viste, ci sono solo vacche. Per gli allevatori sono bestie stupide, inutili. Non mangiano nemmeno il formaggio di capra. L’accoglienza comunque è stata buona, mi danno una mano, io non ho il trattore e vengono ad aiutarmi. E’ tutta una grande famiglia, nel bene e nel male.

Mentre le capre risalgono, anche una comitiva di bambini cammina lungo la strada. L’incontro non è proprio dei migliori, la maggior parte di loro grida terrorizzata. Molti esclamano: “Le pecore!“. Eliana invita una bambina ad accarezzare un animale, ma lei si ritrae inorridita. Una si lamenta perchè la “pecora” le ha annusato lo zaino. “E’ sempre così, i bambini di città non sanno più niente. Hanno paura degli animali, sono schifati.

Eliana mi parla dei debiti, i soldi da restituire all’ex marito: “Quando ci siamo separati, lui voleva vendere tutto. Io di qui non voglio andare via! Mi piace stare quassù, sto bene anche da sola. Da giovane avevo letto Il barone rampante e volevo vivere su di un albero…

Mi mostra la stalla, il fienile. “Faccio le scorte ad ottobre, poi spero che la neve vada via…“. Le caprette giovani non vengono portate al pascolo, restano in stalla, fuori con Eliana c’erano solo le capre in mungitura. “Qui in stalla mi da soddisfazione impagliare, vederle che stanno bene, nel pulito.

Il caseificio è moderno, realizzato con la ristrutturazione degli edifici. Poi c’è la cantina, con tutte le forme a diversi gradi di stagionatura. “Faccio tome, robiole e caprini, lattiche e presamiche. La robiola ha vinto al concorso. Tutto quello che ho ancora lo vendo alla Fiera di Sant’Orso, lo scorso anno al sabato avevo già finito tutto.

Qui la capra adesso è vista più per le battaglie

Per il libro su capre e caprai, l’intenzione è di raccogliere testimonianze sul campo tra Piemonte e Val d’Aosta, per questioni logistiche non mi spingerò oltre (ma chiunque potrà richiedermi il questionario da compilare per essere poi inserito nel libro). Così la scorsa settimana sono stata in giro per la Val d’Aosta per raccogliere un po’ di testimonianze. Il primo che ho incontrato è stato Luca, classe 1991. L’ho raggiunto dove trascorre l’estate con gli animali. A dire il vero, mi ha concesso un po’ di tempo nonostante fossero giornate di fienagione.

Ha messo fuori le capre, prima libere, poi le ha condotte ad un recinto preparato con le reti elettrificate, dove avevano erba, ombra e acqua. “Le prime due erano capre bianche, non saanen, me le ha prese mio papà quando facevo ancora le medie, andavamo in alpeggio sopra a Quart, avevamo solo le mucche. Me le ha prese perchè mi piacevano e perchè iniziassi a fare io qualcosa di mio. E’ stata la prima capra bianca portata alle battaglie!! A me piacerebbe avere capre da battaglia, ma i miei non vogliono, perchè sono più difficili da gestire. Adesso ho tutti incroci, le tengo per mungere.

Le capre in lattazione sono 14, il latte viene lavorato in azienda. “Mio fratello e mia mamma quando è giù fanno i formaggi. Lavorano il latte di mucca e quello delle mie capre. Facciamo yoghurt, cacioricotta e formaggi di capra. C’è abbastanza richiesta di formaggio di capra, anche se qui in valle la capra è vista più per le battaglie, anche l’AREV tiene più in considerazione quelle che non noi che abbiamo capre da latte.” Per trovare i prodotti della “Ferme des Champion”, bisogna andare a Brissogne. Qui la pagina su facebook.

Luca tempo fa mi aveva detto che avrebbe intervistato suo nonno. Purtoppo nel frattempo è mancato, ma lui mi racconta quello che aveva saputo in quella chiacchierata. Marco Champion, classe 1926, all’età di 11 anni saliva in alpeggio con il papà. “C’erano 30 mucche e 60 capre, lui era il capraio, iniziava a mungere mentre gli altri mungevano le mucche. Erano 6 persone a lavorare in alpeggio. Il latte veniva mescolato e si faceva la fontina mista. Il casaro diceva che si lavorava molto meglio così e le fontine erano migliori. Gli avevo chiesto di che razza erano e mi aveva risposto che erano tutte capre! Ce n’erano con le corna e senza.”

Quando la mamma aveva avuto problemi di salute, Luca era stato costretto a vendere il gregge, ma adesso ha ripreso ad avere un buon numero di animali. “Non faccio solo questo, sono anche educatore alla scuola dove ho studiato, la scuola di falegnameria e meccanica dei Salesiani a Chatillon. Mi occupo delle capre al mattino ed alla sera, corro un po’, ma faccio tutto. Fosse per i miei sarebbero già via dieci volte… Un giorno sono entrate nell’orto e hanno mangiato tutto!

La montagna qui è ancora ben curata. “C’è ancora la tradizione, dispiace lasciare andare dove si è faticato tanto. Ci sono ancora i “piccoli” come noi, che però per i numeri che c’erano, una volta erano già grandi! Sono i piccolissimi che stanno sparendoBisogna vedere come va la vita, ma spero di tenerle sempre! Io non saprei dove stare, senza le mie capre… Dicono che la capra si odia o si ama, io ho iniziato per caso, ma adesso non potrei farne a meno.” Mi racconta di aver allevato i capretti, ma anche di averne acquistati. “Ce n’erano due che non volevano succhiare, non c’era modo di fargli prendere il biberon. Gli avevo dato lo sciroppo con le vitamine, il Betotal per uso umano, ho visto che lo prendevano e gli piaceva, aveva l’aroma di vaniglia. Così ho comprato delle fialette di vaniglia per dolci e le mettevo nel latte, così sono riuscito a salvarli.

Andare al pascolo, mungere e viverci… è dura! Adesso per me aiuta, ho un lavoro, poi c’è il latte delle mucche e si mette insieme. Qui siamo a mille metri, bisognerebbe andare in alpeggio, però poi bisogna anche scendere a fare i fieni, quindi bisognerebbe avere più persone e allora… Poi manca totalmente il mercato della carne, si tribola proprio a vendere i capretti, le capre adulte poi proprio niente. Una volta la carne di capra si usava in famiglia. I capretti arrivano dalla Francia, tutti uguali, tutti con lo stesso peso.

…poi ho detto… proviamo!

Sono un tipo un po’ strano, lo so. Dovrei gioire per la rinascita della montagna, di quei villaggi che ho frequentato quando erano avvolti dalla vegetazione, silenziosi, totalmente abbandonati. Adesso che arriva la strada, le gru spostano materiale, i muratori lavorano per farli tornare in vita, io però non sento più le voci di un tempo, quelle di chi quelle case le aveva costruite ed abitate.

Per salire a Campofei ho scelto comunque di percorrere l’antico sentiero partendo da Colletto, non la nuova strada. Dove non arrivano i mezzi è ancora tutto come un tempo, o meglio, il tempo sta facendo il suo corso, i tetti crollano, le travi marciscono, gli alberi si richiudono sulle case. Non so cosa sia giusto e cosa sbagliato, sicuramente però chi oggi tornerà in questi luoghi condurrà una vita molto molto diversa da quella di un tempo.

Queste sono le frazioni di Castelmagno, luoghi dove un tempo si conduceva la più povera delle vite. Le testimonianze di allora le si possono trovare nei musei, oppure nei libri: “I prati erano sempre pieni di gente: uno spettacolo. Tutti si adoperavano perchè fossero sempre puliti (…). Appena era possibile si dissodava una nuova zona, si allargavano i terreni coltivabili, magari di nascosto (…). Era la fame che spingeva tutti a questo infinito lavoro…”. “Mio papà, le prime calze che portava gliel’ha fatte mia mamma quando s’è sposata, adoperando un suo paio. Prima non le aveva mai portate.” Queste e tantissime altre testimonianze si possono leggere nel libro “Rescountrar Castelmagno”, testimonianze raccolte da obiettori di coscienza che, tra il 1976 e 1978, svolsero il servizio civile a fianco dei montanari che ancora vivevano lassù. Oggi invece quelle borgate sono state acquistate da aziende agricole composte da imprenditori del settore vitivinicolo che, grazie ai capitali posseduti, hanno intrapreso progetti di recupero e ristrutturazione.

Di Valliera avevo già parlato lo scorso anno in occasione della transumanza. Quest’anno invece sono venuta a Campofei per incontrare ed intervistare Roberta, che già conoscevo. “Ho sempre avuto 2-3 caprette fin da piccola, i miei sono nel settore della viticoltura, siamo di Barolo. Ad una fiera nel mio paese avevo conosciuto Roberta Colombero, lei aveva il banco dei formaggi, sono poi andata a trovarla in cascina e d’estate ho fatto la transumanza con loro. Dovevo stare solo pochi giorni, invece sono rimasta su quasi tutta la stagione fino a settembre. Ho fatto due estati con loro. I soci che gestiscono l’azienda qui hanno chiesto se quest’estate volevo venire su con le capre, ci ho pensato e ho detto di sì.

Quello che colpisce è la giovane età di Roberta (classe 1999), che è quassù ufficialmente come stagista per la scuola, anche se in realtà farà tutta la stagione. Con lei poi c’è Giorgia, la sorellina di 8 anni. “Più che aiutare, tiene tanta compagnia! Ci siamo solo noi qui, di giorno ci sono i muratori, alla sera resta solo il cuoco dell’agriturismo. Erano venute altre due stagiste, ma non si sono fermate. Una dovrebbe tornare… Mi ha fatto riflettere l’idea di venire su da sola, ma poi ho detto… proviamo! Il papà viene su venerdì, sabato e domenica, la mamma quando riesce. Quando viene papà c’è anche Eleonora, la più piccola che ha 5 anni.

Oltre alle due capre camosciate di Roberta, ci sono altri animali dell’azienda agricola, nove in mungitura, oltre ad alcune vitelle di Roberta. “Mi piacciono di più le mucche, non mi trovo male con le capre, da sola sono più facili da gestire. In futuro non lo so cosa farò, vorrei continuare nel settore, ma non ho idea come. Qui mungo al mattino, porto al pascolo le vitelle, poi le capre. Al pomeriggio faccio i formaggi nella cucina dell’agriturismo. In base a che ora finisco, le mungo e le metto fuori o viceversa.

Amici e parenti vengono a trovarmi, a volte se qualcuno mi porta il sabato sera vado a trovare Roberta in Valle Maira e andiamo a ballare. Le capre le munge mio papà, poi il latte lo lavoro io quando torno. Mi hanno intervistata su “La Stampa”, grazie ad un fotografo delle mie parti, di lì è partito tutto, sono anche venuti quelli de “La vita in diretta”, mi hanno cercata altri, ma non abbiamo accettato. Tanti non capiscono, per tanta gente è semplice, ma lo fai solo se ti piace davvero. Anche le amicizie, mica tutti capiscono! Al sabato e alla domenica do anche una mano nell’agriturismo e nell’orto, faccio le camere…

Per molti la storia di Roberta può sembrare eccezionale, incredibile. E’ da ammirare la sua scelta, ma non dimentichiamoci che ci sono decine e decine di figli di allevatori che aiutano le famiglie tutto l’anno. Magari non stanno da soli in alpeggio, ma vanno al pascolo e mungono un numero ben maggiore di animali. Nessuno però parla di loro. Qui sicuramente il luogo e il “contorno” aiutano a dar visibilità. Purtroppo siamo in una società che vive molto di immagine… conta di più una storia ben confezionata e ben proposta che tante realtà di cui nessuno parla.

Io mi auguro che ci possa essere un futuro per quello che ho visto a Campofei. Mentre scendevo dalla strada (sotto al temporale e alla grandine, quindi non ho fatto foto), sono passata a Valliera, che ormai è stata interamente recuperata e ristrutturata. “Se il prossimo anno non torno, le capre le ridarò indietro. Adesso dovrebbero arrivarne altre 10, che partoriranno poi in autunno. Ho ancora due anni di scuola da fare, quest’anno perderò le prime due settimane. Oggi viene su il professore a vedere e compilare i fogli per lo stage.

Nell’agriturismo, non ancora aperto ufficialmente (uno dei soci dell’azienda agricola mi spiega che questo è ancora un anno di prova, per ora vengono su loro con gli amici, poi quando sarà tutto a posto si darà il via) assaggiamo vari formaggi tra cui quelli freschi di Roberta, che ha imparato a caseificare nelle scorse stagioni in alpeggio.

Questa era Campofei una quindicina di anni fa. Oggi qui non si è più isolati, spesso Roberta ha il telefono in mano per comunicare con il resto del mondo.  Passato, presente e futuro, chissà quale sarà lo sviluppo di questo luogo? Lo scorso anno il gregge era stato affidato ad altri, ma l’esperienza non era stata positiva. “E’ stato un caso che mi abbiano dato le capre, loro le avevano già, me le hanno date a gennaio. Quando vado a scuola al mattino va mio papà in stalla, la sera vado io.

I lavori di ristrutturazione proseguono, grazie ai capitali si possono sicuramente recuperare le case senza snaturarle: di sicuro non tornerà a vivere il paese, come quando quassù si abitava per 365 giorni all’anno. Mi avvio per la discesa mentre il temporale si avvicina, farò una tappa a Campomolino per parlare con chi invece vive e lavora tutto l’anno lassù…

Paesaggi elvetici

Qualche giorno di vacanza in Svizzera e come sempre ci si riempie gli occhi di panorami. Non è solo che il territorio sia più bello: certo, sicuramente alcune zone hanno ambienti particolari, ma c’è una questione di cura e di corretto utilizzo da parte dell’uomo. Quello che magari ci sembra “paesaggio naturale”, in realtà presuppone qualche forma di gestione antropica.

Cercherò di farvi fare un “giro” con me, ovviamente concentrandoci su luoghi e panorami che hanno a che fare con il contenuto di questo blog. Anche in Svizzera ci sono stazioni sciistiche ad alto impatto paesaggistico o realtà visivamente poco gradevoli. Concentriamoci però su quello che cerca una buona fetta dei turisti che si recano da quelle parti. Si cerca proprio il paesaggio, la quiete, il relax, le passeggiate.

Va bene il castello, ma… non sarebbe la stessa cosa se tutt’intorno non venissero sfalciati i prati per fare fieno, con una cura che comprende anche i punti più ripidi, i margini del bosco, le piante isolate.

Poi magari gli allevamenti non sono più tutti tradizionali come un tempo, ma saranno anche altri animali a consumare quel fieno, non solo vacche, capre e pecore.

Nei giorni in cui siamo stati in Svizzera, il meteo ha giocato qualche scherzo: una nevicata abbastanza abbondante anche a quote relativamente basse. Questo è ciò che, al pomeriggio, restava nei prati di Livigno, dove non era ancora stato tagliato il fieno.

Il sole in giornata aveva sciolto un po’ di neve, ma alle quote maggiori ce n’era ancora abbastanza. Qui siamo di nuovo sul lato svizzero, dietro la Forcola di Livigno, con le pecore scese sull’asfalto per leccare il sale che era stato sparso per evitare la formazione di ghiaccio.

In Svizzera la montagna prima di tutto è di chi ci vive e ci lavora. Benvenuti tutti i turisti, ma devono aver rispetto del lavoro e degli animali. Si incontrano spesso questi cartelli, che segnalano agli escursionisti la presenza di vacche nutrici, di modo che tutti siano avvisati del potenziale “pericolo”. Dovrebbe essere scontato che un animale, di qualunque specie, difende il proprio piccolo, ma ormai queste cose non si sanno più…

Non ricordo di aver visto così tanti cavalli in Engadina in passato, anche se era ormai da qualche anno che non ci venivo. Allevamenti di tutte le dimensioni, pensioni per cavalli, cavalli al pascolo nei prati e sui pendii di montagna. Chissà, forse allevamenti bovini sono stati riconvertiti in questo modo? Altre rese economiche, meno lavoro, poi il cavallo pascola alla perfezione anche quello che altri erbivori scartano.

La quota è abbastanza elevata, ma gli animali sono comunque più a monte. Lì nella “pianura” si fa fieno, ma i prodotti dalla montagna scendono, così nel distributore automatico di latte si può acquistare latte d’alpeggio, formaggi, yoghurt. Latte a 1 € al litro (1,20 CHF), formaggio (della scorsa stagione) a 23 CHF al chilo.

Una volta passato St. Moritz, i suoi alberghi, i suoi negozi di lusso, si scende tra paesini abbastanza ben conservati, dove l’attività agricola e turistica viaggiano di pari passo: stanze in affitto ovunque, stalle e un gran via vai di persone che tagliano fieno, dato che le previsioni annunciano una breve tregua nel maltempo.

In alto la neve fatica a sciogliere, le temperature sono basse, l’aria gelida. Qua e là si sentono campanacci e si scorgono animali che cercano di pascolare quel poco di erba che esce tra la neve. Sono state sicuramente giornate dure.

Va molto meglio più in basso, dove gli animali sono tornati ad essere circondati dall’erba. Accanto alle razze tradizionali, sono in aumento gli Angus: meno bestie da latte e più animali da carne anche qui, a quanto sembra.

Il meteo spesso non consente di far asciugare completamente l’erba, che o viene portata nei seccatoi presso le cascine, o il fieno parzialmente secco viene fasciato con gli appositi teli. Oltre a quelli bianchi, se ne vedono qua e là di azzurri, rosa, verdi. Direi che nemmeno loro stonano nel paesaggio!

Nei paesi di montagna non è raro vedere anche qualche piccolo allevamento di capre. Non grossi numeri, cosa che peraltro vale un po’ per tutto. Non abbiamo mai visto greggi o mandrie immensi, segni di sovrapascolamento, ma tutto pare essere a misura d’uomo e di territorio.

E così, in questo bel panorama, dove ci sono sì gli scorci alpini, ma anche i paesini ben curati, boschi che si alternano a prati e pascoli, la gente viene, gira in auto, a piedi, in bici, in treno, trovando esattamente quel che si aspetta.

Altro passo, altre mandrie al pascolo di fianco alla strada. Qualcuno mi sa dire qualcosa sulla vacca nell’immagine? Ne ho viste alcune, a tre colori così, ma non so se si tratti di incroci casuali o di qualche particolarità.

Ed ecco la classica “mucca svizzera”, la bruna. Dopo un periodo in cui venivano totalmente decornate, oggi viene dato un contributo agli allevatori che scelgono di non bruciare le corna agli animali. Visivamente, a mio parere, sono molto più belli. Questa pratica viene effettuata per ridurre i rischi di incidenti tra animali e anche per l’allevatore quando gli animali sono lasciati liberi in stalla.

La neve pian piano scioglie e anche le pecore, alle quote più alte, trovano erba da brucare. Si tratta di greggi incustoditi, lasciati a pascolare in vaste porzioni di montagna completamente recintate.

Con il bel tempo procede a pieno ritmo la fienagione e ciò vale proprio per tutti… In un tardo pomeriggio di sole, tra le vie di un villaggio ben esposto a mezza quota, un carro carico attende di essere portato in cascina. Si impara giocando a far gli agricoltori di montagna, poi appena possibile di inizierà a dare concretamente una mano.

Ancora altri animali al pascolo: vitelli e manzette a quote maggiori, poi due becchi più in basso vicino ai villaggi: tra non molto verrà il momento di portarli dove ci sono le capre quando inizierà la stagione dei calori.

Ancora paesaggi agricoli: villaggi, prati, alberi da frutta, piccole aziende mescolate alle case.

Per non parlare poi dei pendii sfalciati punteggiati dalle casette scure, un tempo usate come fienili. Oggi penso che non abbiano più quello scopo, ma fortunatamente vengono ancora mantenute in perfetto stato, dando al panorama quel “tocco in più”.

Per finire, lasciatemi spendere ancora qualche parola sulla fienagione: guardate la pendenza di dove viene tagliato il fieno… Ovviamente vengono utilizzati macchinari appositi, come le falciatrici con le ruote munite di appositi denti e altri mezzi in grado di affrontare quelle pendenze. Poi… anche tanto olio di gomito… E così si costruisce e si mantiene questo paesaggio, questo territorio.

I pascoli estivi

Dopo un’inverno strano, una primavera a sbalzi, un inizio di estate freddo, la stagione estiva sta alternando vari sbalzi di temperatura. Chi è in pianura si lamenta per il caldo, per l’afa, chi è in alpeggio si preoccupa soprattutto per i pascoli. Due settimane fa , nonostante qui nella bassa facesse già caldo, durante una gita ho persino patito il freddo.

Poi all’improvviso è tornato il sole e le temperature si sono fatte estive. I pascoli erano uno spettacolo, piena fioritura, ma il gregge era ancora molto più in basso. Meno animali quest’anno, contrattempi di vario tipo, e intanto l’erba fa il suo corso. Certo, quassù le pecore avrebbero mangiato bene, ma prima bisognava finire tuttoquello che c’è nella parte bassa della montagna.

Sotto l’erba sta venendo vecchia e alta: il caldo improvviso, poche piogge, vento… Giorno per giorno si continua a pascolare, anche se gli animali ne sprecano, calpestandola. Un giorno da una parte, un giorno dall’altra, poi man mano si salirà anche lassù dove era già tutto in fiore.

Quel giorno gli animali erano nervosi: invece di star fermi a pascolare, come era successo il giorno prima, quando chi li sorvegliava era rimasto quasi tutto il tempotranquillo, continuavano a voler andare oltre, anche quando erano già nell’erba “intera”, dove non erano ancora mai passati. Così bisognava ripetutamente mandare i cani a fermarli, sia per evitare che salissero troppo vicini alla strada, sia che pestassero troppa erba senza mangiarla.

Pure laggiù non mancavano i fiori… Bisognava quindi finire di pascolare da queste parti: in quota, anche se passavano i giorni, l’erba non cresce più di tanto, non viene alta, quindi il gregge l’avrebbe mangiata lo stesso più avanti, con o senza fiori. Chissà come continuerà l’estate, chissà che autunno ci sarà…

Tutto insieme qualcosa fa, ma non è un grosso stipendio

Altra intervista ad un capraio di montagna. Anzi, nel caso di Angelo, si tratta di uno di quei montanari che cercano di sopravvivere nella loro valle, applicando quella che oggigiorno viene definita “multifunzionalità”. Cosa significa in concreto? Lavorare duramente dal mattino alla sera passando da un’attività all’altra, faticando a tirare avanti.

La prima capra me la sono fatta comprare ad otto anni per la promozione, poi basta. Nel 1995, quando sono tornato dal servizio militare, ho preso 12 pecore e 4 capre. Le pecore le ho tenute fino a 2009, quando i lupi mi hanno ucciso gli agnelli sotto casa. Dopo le ho vendute e ho tenuto solo più capre. Sono arrivato ad averne 70, ma si sono ammalate, hanno preso l’agalassia, per fortuna il veterinario dell’asl ha capito cos’avevano, così le ho vaccinate, ne ho vendute, altre sono morte…

Adesso Angelo cerca di risollevarsi dopo la batosta della malattia al suo gregge. “Trovo che le bianche siano troppo delicate, adesso ho molte giovani che sono incroci tra bianche e camosciate, hanno meno latte, ma sono più robuste. Ho sempre munto, il formaggio rende ancora abbastanza. Devo fare il caseificio, voglio fare anche il locale per la lavorazione della carne, per fare i salami. Se la gente viene a comprare e trova un po’ di tutto è meglio. Ho anche il miele, le patate… Il capretto adesso la gente non lo compra più intero, neanche metà, ne vuole solo un pezzo.

E poi ancora altri lavori: il taglialegna, il giardiniere “…dove mi chiamano, lavoravo anche un po’ per il Comune. D’inverno ho l’appalto per togliere la neve. Contributi non prendo niente. Per il caseificio non posso accedere ai bandi perchè bisognerebbe fare filiera con altri, ma qui ci sono solo più io a fare questi lavori. C’è qualche altra azienda con le vacche in altri comuni, siamo rimasti in pochi. Va bene che il fieno me lo faccio e non devo spendere, anche i cereali per le galline. Tutto insieme qualcosa fa, ma non è un grosso stipendio. Sono da solo, al massimo c’è mia mamma che da una mano, ma lei non munge.

Le capre sono nelle reti mentre Angelo fa i vari lavori, un grosso recinto sopra alla stalla. Tutti i giorni cerca anche di andare un po’ al pascolo, poi la mungitura serale: “Finisco alle 20:00 e dopo c’è da lavorare il latte. Per il sabato e la domenica faccio anche la ricotta, c’è gente che me la chiede. Di giorno c’è sempre tanto altro da fare, adesso poi è anche stagione del fieno…

Altri panorami

Sono appena tornata dal Trentino, ma ho ancora immagini delle settimane scorse da mostrarvi, quando invece ero stata in Veneto.

A Vicenza per un convegno, il mattino dopo mi sono alzata con una splendida giornata di sole. Che fare? Dove andare? Rientrare immediatamente a casa significava sprecare un’opportunità. Così, cartina alla mano, decido che l’Altopiano di Asiago potrebbe essere una buona meta. C’ero stata molti anni fa. A dire il vero proprio ad Asiago erano iniziate tante cose. Avevo partecipato ad un convegno sulle transumanze. Era forse il 2004, credo… In quell’occasione avevo presentato i miei primi passi nel mondo dei pastori vaganti ed avevo incontrato i contatti giusti che mi hanno aiutato per la pubblicazione di “Dove vai pastore?”.

Questa volta però sono lì solo di passaggio. La stagione è un’altra e non ho impegni ufficiali. Posso guardarmi attorno, un rapido giro prima di mettermi sulla (lunga) strada del rientro. La segnaletica è perfetta, così scelgo un itinerario ad anello che, in poco più di un’ora, dovrebbe consentirmi di vedere un po’ del paesaggio rurale intorno ad Asiago. 

Parlare di Asiago significa storia, la guerra, ma significa anche allevamento, formaggio. Questo paesaggio c’è grazie alle attività agricole. Gli spazi sono ampi, l’altopiano tiene fede al suo nome, così i prati si estendono a perdita d’occhio, inframmezzati da villaggi, stradine come questa, alberi da frutta solitari. Più in alto, i fitti boschi di conifere. Sarebbe ora di far fieno, ma le condizioni meteo instabili hanno rallentato la fienagione anche da queste parti.

Ci sono anche animali al pascolo. Si vedono stalle qua e là, non so se alle quote maggiori ci siano delle malghe, immagino di sì. Nel mio breve giro ho visto queste Frisone, vacche che solitamente non siamo abituati a veder pascolare all’aperto, tanto più in “montagna”, ma qui il territorio è molto diverso da quello alpino.

Accanto ad una cascina, un altro recinto con altre vacche da latte di razze differenti, tutte ad alta produttività. Non mi sono fermata a comprare l’Asiago al caseificio, non è il genere di formaggio che cerco, preferisco quelli di alpeggio, quelli non “industrializzati”. Però il gelato che ho assaggiato in centro ad Asiago, con latte di azienda agricola locale, aveva un sapore davvero buono e genuino.

Decido di proseguire scendendo verso il Trentino. Come dicevo, il tempo era ancora molto instabile, così una serie di violenti temporali, inframmezzati anche da grandinate, abbassano drasticamente la temperatura. Mi fermo per lasciar passare la parte più intensa della precipitazione, poi la strada mi porta, dopo chilometri di foresta, al passo di Vézzena, tra ampi pascoli e malghe appena ai lati della strada asfaltata.

Nonostante il freddo, il vento e i tuoni in lontananza, c’è comunque un discreto via vai di turisti in visita alle malghe. Leggo che, oltre all’acquisto dei prodotti, qui è possibile svolgere alcune attività ricreative e consumare pranzi e merende. Stiamo parlando di realtà molto diverse dalla maggior parte degli alpeggi delle Alpi Occidentali. Sarebbe sicuramente bello poter visitare meglio questi posti, ma le ore di viaggio per rientrare sono tante e così abbandono l’aria frizzante per sprofondare nella calura della Pianura Padana…

Capre, territorio e tanta buona volontà

Il discorso è sempre lo stesso, questo non è che l’ennesimo esempio che vi posso portare. A dire il vero di questo territorio e di queste persone vi ho già parlato altre volte. Non è un caso unico, ma sicuramente è un caso sempre più raro.

Diciamo che, qui, succede quello che è successo in passato per secoli. Si “accudisce” tutto quello che c’è. E si sa fare un po’ di tutto. Incontriamo chi mantiene vivo tutto questo mentre sta salendo a piedi verso altre baite. Sta andando a fare dei piccoli lavori di muratura per un amico che sta più a monte. Le capre sono al sicuro in questi recinti, così ci spiega. Recinti in legno, erba tagliata e messa ad asciugare sui balconi delle baite e nei vecchi fienili, una cura del territorio come non ce ne sono più.

Chi lo farebbe ancora se non pochi, pochissimi? Non parliamo di eremiti solitari, ma comunque di persone che conducono un’esistenza diversa dalla maggior parte della gente. Una scelta di vita? O piuttosto una serena prosecuzione della vita che qui si è sempre fatta, come se il tempo si fosse un po’ fermato.

Il gregge si sposterà poi in altre aree del vallone, dove intanto l’erba (e i cereali) stanno crescendo. In parte i prati verranno sfalciati (a mano), in parte pascolati. Come tutti gli anni, dalla tarda estate si ammireranno poi i caratteristici covoni di fieno.

A tenere puliti i vecchi sentieri non sono solo i pastori, ma comunque il passaggio di uomini e animali che ancora abitano dalla primavera all’autunno queste borgate fa sì che anche gli spazi di cui usufruiscono i turisti nel tempo libero siano transitabili. Un ramo tagliato, un pezzo di muro ricostruito, poi l’erba pascolata e la traccia ben evidente.

Ci sono altre capre sotto le baite, ci osservano curiose: da una parte del vallone il gregge del padre, dall’altra quello del figlio. Mentre loro pascolavano libere, c’era tempo per pulire un altro tratto di sentiero, di decespugliare il bordo della pista sterrata che passa più a valle. Già, perchè alle baite si arriva solo a piedi seguendo gli antichi sentieri che non hanno mai smesso di essere calpestati.

Tra le riflessioni, ne prevale una in particolare: fino a quando? Fino a quando esisteranno queste piccolissime realtà? Quando spariranno, niente le potrà sostituire. Ci potrà essere qualcuno che arriva da fuori, che ritorna alla montagna con tanta buona volontà e voglia di fare, ma certi lavori non verranno mai più fatti come prima, si perderà comunque un bagaglio di tradizioni e saperi.

Storie di passione

Allevare è una passione. Sono ripetitiva, lo so… Più mi guardo intorno e più vedo contrasti. Allevatori delusi, sfiduciati, allevatori che soccombono ad un mercato che li strangola, li soffoca, bestie che vengono prese, portate qua è là attraverso province, regioni, più che altro per far “quadrare i numeri” sulla carta. Lo scorso anno sembrava che qualcosa potesse cambiare e invece… tutto è come prima, se non peggio. Le speculazioni sugli alpeggi continuano, i contributi dalle cifre seguite da tanti zeri arrivano soprattutto nelle tasche di chi sa come accaparrarseli… e non sono di sicuro allevatori che fanno questo mestiere con passione e che vivono un certo rapporto con i loro animali.

Ha senso mostrare allora immagini così, raccontare storie di passione come questa? Cosa sono? Relitti di un tempo passato? Quadretti pittoreschi e un po’ naif? Certo questa non è economia o politica. Queste sono storie e persone che vanno avanti nonostante tutto e tutti. Anzi, forse potrebbero essercene ancora di più se il mondo si dimenticasse completamente di loro, se li lasciasse stare lassù, con i loro animali, a fare quello che nei secoli è sempre stato fatto. Vivere occupandosi degli animali e ricavando da loro quel poco che serve per sopravvivere.

Aurelio è in pensione. Sale su questo alpeggio con le sue capre più 7-8 del nipote. Potrebbe godersi la pensione riposandosi, andando al bar o a giocare a carte con gli amici. Invece no, va su in montagna con il suo gregge. Bada alle capre, le munge, le pascola…

Le chiude in stalla nelle ore centrali della giornata, poi dopo la mungitura del pomeriggio, le rimette al pascolo. Lassù sembra un piccolo paradiso, anche in quella serata un po’ umida, un po’ nebbiosa, un po’ afosa. C’è una strada chiusa al traffico che sale fin lassù, non si è completamente fuori dal mondo, ma abbastanza da non dover pensare a crisi, mercato globale, terrorismo, borse che crollano o qualunque altro problema della nostra epoca.

Questa non è una storia “importante”. Non ci sono prodotti tipici, non c’è una riscoperta di qualcosa, un rilancio di un’area abbandonata. C’è però il mantenimento di un territorio che, senza Aurelio e tanti altri personaggi come lui, verrebbe abbandonato e nessuno ne potrebbe più godere anche solo dal punto di vista paesaggistico. Questi “invisibili” creano e mantengono un qualcosa che non ha prezzo. Chi può dare un valore a quest’immagine pubblicata qui sopra? Certo, l’imprenditore con centinaia di capi da latte in stalla, munti a macchina, che vende il latte al caseificio è un’azienda, contribuisce all’economia…

Qui non c’è quasi “un’economia”. C’è una persona che, grazie anche alla pensione, può vivere in una vallata di montagna, salendo in alpeggio d’estate con i suoi animali. Faticando, rinunciando a tante comodità, ma sicuramente questa è la sua passione e ne ricava “benefici” e soddisfazioni che non hanno prezzo. Chi conosce questo mondo, capisce perfettamente ciò che intendo. Tutti gli altri però non si facciano illudere… se lo si vuol fare come attività lavorativa, bisogna comunque riuscire a vivere, produrre un reddito sufficiente per mantenere se stessi, gli animali, pagare le tasse, le spese necessarie per mandare avanti l’attività, ecc ecc ecc…