“Le più belle massesi di tutto il Frignano”

Oggi lascio che sia qualcun altro a raccontare. Mi ha scritto una “vecchia” conoscenza, Riccardo, che si è trovato in Appennino per lavoro e, anche là, ha incontrato dei pastori. “Ho conosciuto Renzo Nizzi di Fiumalbo, ti ho scritto un post come resoconto della giornata e ti ho anche messo delle altre foto delle sue pecore che ho fatto alcuni giorni dopo quando ho fatto un altro giro sull’Appennino e sono passato a trovarlo a casa sua. Lui non sapeva di te e di quello che scrivi, ma adesso ti segue anche lui (e soprattutto i figli).” Cedo così a lui la parola.

(foto R. Dellosta)

Dopo aver sentito parlare a lungo dell’alpe del Cimone, un giorno un po’ per curiosità e un po’ per sfuggire alla calura della bassa decido di farci un giro. Salendo osservo i pascoli già bruciati dal caldo che quest’anno è salito fin quassù, le uniche chiazze verdi sono di nardo che in molti punti, soprattutto quelli più freschi, ha preso completamente il sopravvento sulle altre specie, segno che un tempo questi pascoli sono stati molto sfruttati, ma ad oggi l’erba non sembra mangiata e non ci sono molte tracce degli animali.

(foto R. Dellosta)

Proseguo la salita su un ripido sentiero fino alla vetta dove il panorama è meraviglioso, nelle giornate più limpide si riescono a vedere i due mari, addirittura il Monviso ed il Monte Rosa, ma oggi si alza la foschia dalla pianura, così mi limito ad osservare le montagne circostanti così diverse dalle Alpi, con pochi prati solo sulla cima e le Apuane ripide e rocciose, quasi senza un filo d’erba. In lontananza si sentono dei campanacci, quindi decido di incamminarmi verso dove sembra provenire il suono, e, camminando comincio a scorgere in un vallone un piccolo gregge, proseguo affrettando il passo fino a raggiungerlo.

(foto R. Dellosta)

All’arrivo saluto il pastore, iniziamo a parlare, gli mostro sul cellulare alcune foto di pecore biellesi, faccio apprezzamenti sulle sue: questa è giovane, questa sembra che deve partorire … lui mi interrompe: “Ma allora tu sei un pastore? perché sai distinguere una recchia  da una pecora adulta, guarda che qui di gente ne passa, ma solo uno una volta si è fermato e sapeva queste cose, era uno che aveva fatto il pastore”, No dico, ho la passione per gli animali, non sono un pastore, ma in due minuti già abbiamo fatto amicizia.

(foto R. Dellosta)

Il gregge di Renzo non è particolarmente grande, il giusto numero per degli animali da latte, ma davvero ben tenuto, solo una pecora molto in là con l’età è un po’ tirata “sai quella la tengo perché ci sono affezionato, ma le altre, nemmeno una zoppa, era successo un anno che l’avevano presa, poi le ho curate per bene e adesso sono tutte perfette”. La passione e l’attaccamento ai suoi animali traspare da ogni suo gesto “le pecore sono la mia droga, non credo che riuscirei mai a smettere di allevarle” noi la chiamiamo la malattia gli dico, “ no no sono una droga, sei anni fa sono riuscito a smettere di fumare, non è mica facile sai …, ma non togliermi le pecore, non riuscirei proprio a farne a meno”.

(foto R. Dellosta)

“Guardale le mie massesi, purtroppo ci sono quelle bianche in mezzo, sono di mio figlio, non le posso proprio vedere quelle macchie bianche nel mio branco, ma sai … sono costretto a tenerle, non ci fosse lui che fa tutto in cascina” questione di punti di vista penso, “qui danno i contributi per le cornelle, per le massesi no, solo in Toscana, ma la Toscana è li a duecento metri, possibile che non si rendono conto, li danno a chi pianta i lamponi e non a noi pastori che ci stiamo estinguendo. Ma fin che posso tengo le massesi. Addirittura ho preso il premio per il migliore montone alla fiera, ma ho dovuto prima darlo  ad un altro perché noi emiliani non possiamo partecipare, poi lui mi ha dato a me la coppa, ma io sono già contento così ”.

(foto R. Dellosta)

È mezzogiorno, il sole picchia forte nonostante le nuvole che si addensano sulle cime e le pecore si raggruppano per sfuggire alla calura. Noi ne approfittiamo per un veloce pranzo seduti sul prato,  in cui assaggio il suo formaggio accompagnato con le pere ed un sorso di vino, una delizia! Parliamo della sua razza, a lui piacciono le nere, nemmeno troppo le bigie, ma devono assolutamente avere le corna, mi racconta di quando ne aveva addirittura che assomigliavano alle capre girgentane “erano uno spettacolo, anche se purtroppo ho perso la razza”, gli parlo dei pastori in Piemonte che in genere le corna non le vogliono vedere. Questione di punti di vista, dopotutto il vero pastore seleziona anche per la bellezza, non solo per la resa ed ognuno ha la sua razza.

Mentre mangiamo la discussione prosegue “sai ho anche un’altra passione io: le campane, ne ho di tutti i tipi quelle di ottone, di bronzo, di acciaio, dalla Sicilia, della Sardegna. Quando viene qui il campanaro facciamo sempre degli scambi, ne ho persino di legno del Marocco. Poi i collari li faccio io con la pelle di vacca” gli parlo dei rudun e delle campane che si usano in Piemonte, lui ovviamente ne ha anche di piemontesi e valdostane, addirittura mi spiega mostrandomele che quelle di una nota ditta valgono solo se prodotte prima di una certa data. Nel gregge si notano diverse pecore con più di una campana al collo, alcune hanno addirittura una grilliera cioè un collare tutto pieno di campanelle.

Renzo nel gregge tiene solo un cane da conduzione “due sono troppi, invece di lavorare si intralciano tra di loro”.  Gli chiedo se ha mai pensato di prendere dei maremmani visto che qui ci sono molti lupi  “il maremmano  buono deve sempre stare nel gregge … se ne avessi avuto uno non ti saresti potuto avvicinare, li regalavano ma non li ho voluti, non si sa mai con i turisti giù in paese …”. Parlando di lupi mi racconta del recinto per la notte “ne avevano fatti di fissi con i soldi della regione, ma li dovevano fare con la rete elettrosaldata come gli ho detto io, non con la rete normale che alla prima neve si sono piegati tutti”. Lui alla sera fa un recinto un po’ particolare con i pannelli di rete elettrosaldata e all’esterno la rete con la batteria, un’ulteriore accortezza per non che si impigliano con le corna anche se un recinto così richiede più tempo e soprattutto tanta fatica per essere montato.

(foto R. Dellosta)

 

“Le vedi quelle montagne laggiù? Una volta erano tutti pascoli, poi campi di segale e grano più a valle, adesso tutti abeti e larici, non sono piante di queste parti, li hanno piantati e adesso sono tutti malati, poi quando arriva la neve scirocca  li rompe tutti” La montagna pian piano si sta rimboschendo, “mi dovrebbero addirittura pagare perché porto le pecore qui, da altre parti so che lo fanno, non come noi che dobbiamo pagare per il pascolo”. Lui è l’ultimo pastore del suo paese, una volta faceva il pascolo vagante giù in pianura fino in Veneto dalle parti di Chioggia, ora d’inverno resta a casa e gli animali stanno in stalla. In paese ci sono altri che le tengono per passione o per prendere qualche contributo ma nulla più, mi racconta di un giovane pastore che ha cominciato e poi dopo pochi anni ha smesso ed è andato in un’altra regione a lavorare con le vacche, di un altro che anziano non trovando più manodopera ha dovuto vendere tutto.

(foto R. Dellosta)

Quest’anno il clima non è buono, è andata bene per il fieno, ma le temperature sono troppo alte e c’è siccità, le sorgenti sono ormai asciutte e le pecore patiscono il caldo. Ci spostiamo un po’ più a valle alla ricerca di erba più tenera, qui oltre il nardo che si propaga sempre di più anche grazie ai cavalli del rifugio vicino che mangiano la spiga e lo disseminano ovunque, non è rimasto molto da mangiare.

(foto R. Dellosta)

Riflettiamo sui problemi della pastorizia che qui come altrove non sono solo i lupi o la manodopera che non si trova, nemmeno il clima o la siccità che ha seccato anzitempo l’erba, i problemi sono la burocrazia e le leggi che ti ostacolano in tutto anche qui sull’alpe, le spese che aumentano sempre più, ma soprattutto la gente che ormai ha cambiato le abitudini. “mi chiedo tutti i giorni che cosa mangiano. Pazienza l’agnello che lo devono cucinare … ma il formaggio? No, nemmeno quello, anche i turisti che vengono qui comprano la ricotta al supermercato. Meno male che ci sono tanti toscani, a quelli piace mangiare bene, ma gli altri … sono stretti come la foglia del ginepro, se gliela regali è buona ma non la comprano mica eh!”.

Si fa tardi, io devo incamminarmi lungo il sentiero del ritorno e Renzo deve riportare gli animali più in basso per la mungitura, qui non ci sono strutture sull’alpe e le pecore, anche quelle asciutte da quando c’è il lupo, scendono ogni sera vicino alla cascina. Ci salutiamo dunque con la promessa di rivederci in un’altra occasione. Al mio ritorno in pianura, parlando con un altro pastore originario di queste parti ho saputo di aver visto le “più belle massesi di tutto il Frignano”

(foto R. Dellosta)

P.S.: Alcuni giorni dopo al ritorno da un’altra gita da quelle parti ho rincontrato Renzo con il suo gregge mentre si avviava verso casa, ecco alcune foto.

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

(foto R. Dellosta)

Transumanza di fine estate

In teoria il pastore voleva rimanere in alpeggio fino ai primi di ottobre, erba ce n’era. Però poi la transumanza è stata anticipata addirittura qualche giorno prima che finisse l’autunno! Da una parte c’era la paura di qualche nevicata improvvisa, dall’altra era già nata una vitellina e altre vacche erano prossime al parto, quindi… Meglio partire!

Vi avevo già mostrato la salita a questo alpeggio ad inizio stagione, adesso però è ora di rientrare a valle. Si parte che è ancora notte e si sale in auto mentre in cielo brilla, luminosissima, Venere. Il primo tratto di sentiero lo si affronta con le pile frontali, nel buio che man mano inizia a farsi meno fitto. L’alba sul Monviso arriva quando ormai le baite sono in vista. Il terreno è gelato, c’è brina sull’erba.

Gli animali sono ancora tutti fermi, non sanno ancora che è il giorno della partenza. La giornata si preannuncia limpida ed assolata, quindi da una parte è l’ideale per andarsene. Certo, spiace lasciare indietro erba, spiace ridiscendere a valle quando fa ancora così bello, ma questo non è un posto dove si può rischiare di attendere la prima nevicata.

Anche su alle baite si sono alzati presto. Le partenze sono sempre momenti un po’ frenetici, qui poi non è che si possa tornare con un viaggio di pochi minuti, se resta indietro qualcosa. Ci sarà comunque da tornare per sistemare le ultime cose, chiudere tutto, mettere al riparo le attrezzature, ma ciò che serve nell’immediato dev’essere caricato sugli asini o messo negli zaini. Intanto è arrivato il sole, l’aria resta fresca, prima della partenza si mangia colazione tutti insieme, davanti alle baite.

Senza perdere troppo tempo poi si parte, che il cammino è lungo. Due rudun al collo delle pecore, perchè sia davvero transumanza, poi si apre il recinto, si fanno uscire le capre dalle vecchie stalle e ci si incammina. Ciascuno si occupa di un gruppo di animali. Chi conduce gli asini, chi segue le vacche, chi le capre, chi le pecore.

Ad un certo punto però si fanno passare avanti i bovini, più veloci delle pecore. Gli animali intanto mangiucchiano qualcosa, svogliatamente. Il panorama intorno è invidiabile, ma non c’è nemmeno troppo tempo per guardarlo. Non deve rimanere indietro nessun animale, oggi meno che mai! La bella giornata dovrebbe ridurre al limite questi rischi, con la nebbia sarebbe tutto più complicato.

Uno dei punti più delicati, soprattutto per i bovini, è il passaggio sulle rocce in corrispondenza del ruscello. Acqua ce n’è poca e le pietre sono asciutte. Nel corso dell’estate inoltre i pastori hanno sistemato al meglio il sentiero, con gradini e pietre messe in modo da creare un cammino abbastanza agevole per gli animali. Questi avanzano lentamente e superano senza problemi anche quell’ostacolo.

Tutti danno una mano, compatibilmente con le loro possibilità. Così chi segue la più piccola della transumanza, la vitellina nata da poco? Ovviamente il più piccolo, cioè Didier. E’ così che si cresce in montagna, giocando, ma anche prendendosi le prime responsabilità.

Quando però, in un tratto ripido, la vitellina fatica troppo, ci sarà chi provvederà ad aiutarla, caricandosela a spalle. La madre sorveglia, preoccupata, e lei non agevola il suo portatore, dato che cerca di divincolarsi e scappare. Altrove i vitelli vengono caricati sui mezzi, ma qui la transumanza avviene ancora “alla moda vecchia”, tutto a piedi. Ecco perchè non si poteva aspettare oltre per scendere, con il rischio che nascessero altri vitelli.

Dopo il sentiero è più agevole, tratti ripidi non ve ne sono più, il cammino spiana ed infine inizierà a scendere. Gli animali fanno bella figura, la stagione è stata buona, il pastore ha lavorato bene. Quanta erba però resta indietro… E pensare che solo da poco questo alpeggio è stato recuperato, altrimenti in passato qui, per diversi anni, passava solo un gregge, temporaneamente. Troppo scomodo questo antico alpeggio!

Le capre hanno fretta, invece le pecore restano indietro. Cercare di fermare un gruppo in attesa dell’altro, fa sì che gli animali subito tendano ad uscire dal sentiero, portandosi sui versanti a pascolare. Il cane uggiola inquieto, in lontananza però si sente il suono del rudun, quindi anche il gregge presto apparirà oltre il costone. Si è già in piedi da diverse ore, ma la transumanza è ancora lunga, quindi non bisogna pensare alla stanchezza, non ancora!.

Il sentiero si fa più ampio, continuando però a tagliare i ripidi versanti. I lavori per la sua sistemazione sono più che evidenti. Due volte all’anno qui passa la transumanza, ma per tutta l’estate possono beneficiarne i turisti che si avventurano da queste parti. Le capre continuano ad incalzare, hanno fretta di arrivare a nuovi pascoli.

E poi si raggiunge la strada. Il carico degli zaini può essere depositato sulle auto o sul trattore, anche le asine vengono liberate dal basto. Una piccola pausa, poi si riparte, le vacche davanti, capre e pecore a seguire. D’ora in avanti sarà tutta discesa.

La strada però è lunga, inizia a farsi sentire davvero anche un po’ di stanchezza. Gli allevatori dell’alpeggio confinante non sono ancora scesi, così vengono a sorvegliare i loro animali, affinchè non si mescolino con quelli della transumanza in corso. Qui si può rischiare, si può attendere qualche giorno in più prima di partire, dal momento che c’è la strada e si può arrivare con i mezzi a caricare attrezzature ed eventuale bestiame non in grado di scendere a piedi.

Fa comunque un certo effetto vedere le vette, le creste che si allontanano. Chi fa questo mestiere, in questa stagione, scende contento se tutto è andato bene, se non ci sono stati incidenti, se gli animali sono belli, se il lupo non ha colpito il gregge. Scende contento di portare gli animali a pascolare erba verde, quando ormai quassù sono altri i colori predominanti.

Man mano ci si abbassa, si arriva tra i boschi e le capre continuamente si fermano a pascolare tra gli arbusti. Ogni volta che vedono qualche cespuglio o alberello lungo la strada, vi si gettano sopra, mangiando avidamente le foglie! Bisogna quindi far intervenire il cane perchè riprendano il cammino, pascoleranno dopo, quando la meta sarà stata raggiunta!

Finalmente a destinazione! In tanti stanno aspettando la transumanza, qualcuno era venuto incontro agli animali, altri invece si stavano occupando del pranzo. Come ricompensa della levataccia e della fatica, nella vecchia baita c’è una tavolata da cui ci si alzerà più che soddisfatti. Anche per quest’anno la stagione è finita, gli animali resteranno in valle, a pascolare a quote via via inferiori, fino a che la neve e l’inverno costringerà a chiuderli in stalla.

Si scendeva a San Michele

(Post scritto ieri, 29 settembre, ma pubblicato in ritardo per problemi tecnici del sito…)

C’erano date classiche per la transumanza, poi tutto è cambiato. Adesso addirittura in qualche posto è la legge a dire quando e come si può salire e scendere. Chissà come mai la gente ha perso le capacità di capire la montagna, l’erba, le condizioni meteo? O forse non tutti fanno questo mestiere con vera passione, come un tempo…

(foto da Facebook – R. Bajetto – Valli di Lanzo)

Oggi molti stanno pubblicando immagini come questa su facebook. Nei giorni scorsi sono scesi in tanti, ma qualcuno era ancora su, avendo erba a disposizione per far mangiare gli animali. La prima neve… E non è una nevicata precoce, quella neve che arriva ad agosto, ma poi se ne va con un paio d’ore di sole. E’ la neve di fine settembre, magari non ne viene nemmeno tanta, ma ormai i pascoli sono di scarsa qualità. Inoltre le precipitazioni successive potrebbero rendere addirittura pericolosa la discesa, quindi probabilmente scenderanno tutti, questa volta. Oppure qualcuno si abbasserà a quote intermedie, potendolo fare.

L’altro giorno ero in Val Varaita, Vallone di Bellino. Una fredda giornata di sole, fine estate sul calendario, aria e colori ormai autunnali. Tra non molto (10 ottobre) qui si terrà la fiera, quindi tutti gli animali scenderanno a valle, resteranno solo più quelli dei residenti, a pascolare nei prati vicino alle frazioni finché si può, poi in stalla, a consumare il fieno tagliato d’estate.

Mentre salivamo, abbiamo sentito le campane, ma non erano animali al pascolo. Un uomo con due asini precedeva la transumanza, portando nei basti il materiale. Si fa ancora così, laddove non ci sono strade per raggiungere le baite. Nient’altro può sostituire gli animali, in questo caso.

Dopo arrivavano le vacche, in discesa più o meno ordinata lungo il sentiero. C’era anche un po’ di gente ad accompagnare il loro cammino. Il camion attendeva giù nel piazzale, pronto a trasportarle verso la pianura. L’ultimo a chiudere la carovana era il pastore, che ci dice di non essere più su con le pecore, ma di aver già spostato il gregge in un’altra montagna, a quote inferiori.

Su quindi non resta nessuno. Fa un certo effetto il silenzio, specialmente in una così bella giornata di sole. L’aria è fresca, ma non ancora gelida. Il ruscello scorre, non sono ancora i giorni in cui l’acqua si trasformerà in ghiaccio, ma la montagna si è svuotata, fino alla prossima stagione.

Questo è un bellissimo vallone, ampi pascoli, pendenze non troppo elevate, erba buona. Quel giorno si sentivano solo più le ultime marmotte, intente a prendere il sole e mangiare l’ultima erba, prima del lungo letargo invernale. Le prime nuvole arrivavano a nascondere il sole e, sulla via del ritorno, avremmo poi incontrato una nebbia molto autunnale.

Quando i colori sono questi, non c’è più spazio per gli animali. Si scende a cercare erba verde. L’autunno a queste quote può essere molto breve, pochi giorni per l’esplosione dei suoi colori, poi arriva all’improvviso la neve, così com’è successo stanotte. Oppure anche questa stagione intermedia può essere lunga, con il gelo che man mano aggredisce il terreno, senza che questo venga coperto dalla coltre candida.

Giù in basso, appena prima delle frazioni abitate, qualche pecora con gli agnelli al pascolo nelle reti. C’è quella dolce malinconia, da una parte un po’ di tristezza per la stagione che finisce, dall’altra la voglia di entrare in casa, cercare il caldo, mentre poco più di un mese prima non si riusciva a sfuggirgli. Per chi lavora con gli animali non c’è una vera stagione di riposo, poi oggigiorno il numero di bestie è aumentato rispetto ad un tempo, quando le stalle erano piccole e i beni di ciascuno erano limitati.

Se le pecore mangiassero i mirtilli e i rododendri…

Quel giorno il pastore voleva farmi fare un giro della montagna, all’incirca il giro che lui percorre tutti i giorni, in questa stagione, per capire più o meno dov’è sparpagliato il gregge. Però quel mattino c’era già la nebbia e le speranze di vedere pecore/panorama erano ben poche.

Comunque si parte ovviamente lo stesso. Ogni tanto qualcosa si vede. Il pastore mi “spiega” la montagna, dove pascola man mano nel corso della stagione. Mi confida anche che, se il prossimo anno tornerà ancora qui, gli piacerebbe (se i proprietari degli animali sono d’accordo) cambiare “giro”, per utilizzare meglio i pascoli. Ci sono zone che, secondo lui, andrebbero pascolate prima per sfruttarle meglio. Altre le pecore le dovrebbero mangiare salendo e non scendendo, come questo canalone dove l’erba sarebbe buona, ma gli animali la calpestano solo, sprecandola.

Nei pressi di una delle baite che il pastore utilizza ad inizio stagione, ci sono alcune pecore, poi una capra con i suoi capretti sull’altro versante. Già il giorno prima il pastore mi aveva detto che era stato obbligato a pascolare così in questa parte dell’anno, con gli animali liberi di andare in tutta la montagna, a loro piacimento, altrimenti non c’era erba a sufficienza per concludere la stagione.

Si sale per un sentiero molto ripido tra le rocce, sempre avvolti nella nebbia, ed ogni tanto piove. Il pastore mi mostra i tratti che ha sistemato lui per passare più agevolmente con gli animali. Ci sono sassi ovunque, grossi blocchi di granito, e lui mi spiega che non è raro che si stacchino dalle pareti, rotolando a valle. Finalmente la salita finisce e si raggiunge la capanna. E’ una sorta di bivacco, il pastore invece ha in uso un container poco lontano.

All’interno della capanna c’è il solito foglio illustrativo sui cani da protezione, i cartelli li avevo già incontrati altrove lungo i sentieri. Mi aspettavo, qui in Svizzera, di non ascoltare le solite lamentele riguardanti i turisti, invece… Nonostante il bellissimo video che spiega come comportarsi, nonostante tutte le informazioni, succedono gli stessi incidenti. Persone che gridano, che agitano bastoni e racchette da trekking, persone che vengono morsicate, pantaloni strappati, scenate isteriche, denunce, lamentele da parte del patriziato, dei gestori dei rifugi. E dire che i cani sono tutt’altro che aggressivi! Solo che loro fanno il loro lavoro e il turista esagitato per loro è un elemento pericoloso, quindi…

Tra uno scroscio di pioggia e un denso banco di nebbia, ogni tanto si vede qualcosa. La parte alta di questo vallone è impervia, tante rocce, qualche pianoro, poi pietraie e montagne ripide. Pecore quassù adesso non ce ne sono più, ma nel corso della stagione hanno pascolato quel che c’era. Impossibile tenere il gregge unito anche per il forte rischio che gli animali smuovano qualche roccia instabile, che può ferire o uccidere le sottostanti.

Si sale ancora, nel momento in cui la nebbia è più fitta si sente un cupo rombo che dura per un paio di minuti. Sono pietre che si sono staccate dalle pareti più ripide e sono rotolate a valle, nello stretto vallone. Il pastore dice che è normale, che succede spesso, ma la cosa non è rassicurante. Poi smette di piovere e per qualche istante si vede persino il lago, laggiù a valle.

Ancora salita, poi delle conche, sassi ovunque e qualche pecora sui versanti ripidi. “Dalle nostre parti la gente pensa che in Svizzera sia tutto facile, magari adesso che lo vedi tu e lo racconti ci crederanno! Questa montagna è così… E più in basso, erba cattiva, rododendri e mirtilli. Ecco, se le pecore imparassero a mangiare rododendri e mirtilli, allora questa sarebbe una bella montagna!“, scherza il pastore.

Lascia che le pecore presenti in questa zona pascolino tranquille, tanto si ritireranno da sole più in basso verso sera. Avrebbe abbassato altre pecore eventualmente più a monte, ma la visibilità torna ad essere pessima, non riusciamo a capire se ve ne siano. L’aria è fredda, già in precedenza erano cadute delle palline di pioggia gelata, non grandine, non neve.

Ad un certo punto però inizia davvero a nevicare. Sembra non debba tenere, poi però la precipitazione si fa più intensa e in pochi minuti diventa tutto bianco. La stagione è proprio finita, quella poca erba ingiallita è appena sufficiente per le pecore, ma se arriva la neve… Chissà poi se le pecore si abbasseranno da sole, o bisognerà andarle a recuperare nei posti più impervi?

Fortunatamente, abbassandosi di quota, la neve torna ad essere pioggia. Poi l’aria fredda diventa più forte e le nuvole si squarciano. Forse questa precipitazione porterà un po’ di bel tempo a seguire? I canaloni sugli altri versanti, innevati, paiono ancora più ripidi. Il pastore mi indica alcuni gruppi di pecore qua e là, che dovranno essere recuperati al più presto nei giorni successivi, sperando nelle condizioni meteo.

Il cane viene mandato a recuperare un gruppetto di pecore che si intravvedeva più a monte. Scompare, riappare, il pastore grida i comandi, ma chissà se l’animale riesce a sentirli, con il rumore del torrente? Ad un certo punto però le pecore, in fila indiana, iniziano a scendere lungo il crinale. I giorni successivi saranno tutti così, i cani avranno di che consumarsi le zampe!

Ed ecco il gruppetto di pecore. Pensando al fatto che ve ne sono più di mille e, fino ad ora, ne ho visti solo dei piccoli greggi isolati qua e là, il lavoro che attende il pastore mi sembra davvero complesso. Dovrebbero venire anche alcuni dei proprietari delle pecore negli ultimi giorni, ma lui preferisce far da solo, perchè sa come muoversi e come usare i cani. Poi, l’ultimo giorno, il gregge verrà portato giù e tutti verranno a dividere e riprendere i propri animali.

Il cielo torna a coprirsi, mentre scendo alla baita. Non c’è nebbia, ma fino a quando? L’indomani mi augurerei di riuscire a vedere un po’ più di panorama, magari salire ad un colle, andare in cresta. C’è qualche pecora anche nel recinto vicino alla casa… Non si può nemmeno dire di avere la compagnia del gregge, nei giorni di nebbia, dato che gli animali sono così sparpagliati.

Il tramonto è all’insegna del maltempo, infatti con il buio arriverà di nuovo la pioggia, intensa, e persino la neve. Appena una spruzzata intorno alle baite, qualcosa in più alle quote maggiori, il mattino dopo. Certo, non ho avuto fortuna con il tempo, ma anche queste sono testimonianze di cosa significa fare questo mestiere. Va già bene che qui almeno c’è una baita dotata di ogni comfort, dalla stufa al bagno con la doccia, ambienti accoglienti, dove cucinare, asciugarsi, pernottare dopo un’intera giornata all’aperto.

Chissà che belle montagne…

L’estate è davvero agli sgoccioli, l’estate sta finendo, c’è già chi è sceso e chi si appresta a farlo. Tra i tanti posti dove avrei dovuto andare, c’era il Canton Ticino in Svizzera, anche per far visita al mio amico pastore che da alcune stagioni lavora su quelle montagne a badare ad un gregge. Il commento più comune, tra chi invece pascola qui in Piemonte, riguardava la bellezza delle montagne svizzere, intesa come la qualità dell’alpeggio, dell’erba, del territorio in cui il loro collega sicuramente lavora.

Certo, una volta superate le zone urbanizzate, salendo per la vallata alpina il paesaggio è quello che ci aspettiamo: ordine, pulizia, prati sfalciati in modo uniforme, senza un angolo abbandonato, con un’armonia che fa bene alla vista. Gli alpeggi però sono più su.

L’alpe delle vacche accanto al lago adesso è vuota, gli animali sono ancora più a monte, ma non tarderanno a scendere. Tutti gli altri pascoli invece sono destinati al gregge affidato al pastore, un gregge composto da pecore di svariati proprietari. Gli alpeggi qui sono gestiti dai patriziati, un sistema diverso da quello piemontese, con alpeggi pubblici (comunali), privati o consortili. Ecco il sito di un patriziato confinante con quello dove sono stata.

Nei pressi della baita utilizzata in questo periodo dal pastore ci sono alcune pecore, che si sono ritirate in questa zona per la sera. Il gregge è libero, deve ancora rimanere quassù per due settimane all’incirca, ma il pascolo ormai è scarso, pertanto solo lasciando gli animali liberi di spostarsi a piacimento un po’ in tutto l’alpeggio questi avranno modo di nutrirsi a sufficienza.

Il pastore raggiunge un’altra area dove le pecore scendono la sera. Il gregge è anticipato dai tre cani da guardiania, che corrono giù per avere la loro razione di crocchette quotidiane. “Dovrebbero mangiare in mezzo al gregge, per fare le cose correttamente. Fossero dei cuccioli, non farei così. Ma ormai questi sono cani adulti che svolgono perfettamente il loro lavoro. Anzi, il fatto che arrivino prima delle pecore, permette che mangino senza che ci siano incidenti, senza che le pecore cerchino di andare vicino a rubare il cibo.

Dopo aver nutrito i cani, il pastore inizia a distribuire il sale sulle rocce. Nel frattempo, a piccoli gruppi, arrivano delle pecore, ma sono solo una piccola parte dei mille e più animali presenti su questa montagna. Sarà un lavoro non semplice radunarle tutte per la discesa dall’alpe, specialmente se le condizioni meteo non saranno buone.

Non riesco ancora a rendermi ben conto di come sia l’alpeggio, ma non c’è bisogno di percorrerlo tutto per capire quanto i versanti siano ripidi, impervi, quasi irraggiungibili in alcune parti. Il pastore mi spiega quali siano i confini dei suoi pascoli e mi indica qualche puntino bianco qua e là, una pecora con i suoi due agnelli in un posto apparentemente irraggiungibile, un altro gruppetto allargato a pascolare tra due canaloni profondamente incisi. I cani avranno di che consumarsi i polpastrelli, nei prossimi giorni, ma anche gli scarponi di passi dovranno farne…

Per quel giorno il sole tramonta sull’alpeggio, tra nuvole in arrivo e nebbie che se ne vanno. L’indomani vedrò meglio il territorio di questo alpeggio, ma per quella prima sera già mi sono resa conto di come questo non sia un paradiso: la qualità dell’erba non è un granché, pietre ce ne sono in abbondanza. “Metti poi le foto, che altrimenti se lo dico soltanto io in Piemonte non ci credono!

…e i pastori sono davvero stufi…

Aria di fine estate, anzi, decisamente aria di autunno. La pianura è avvolta nelle brume, in valle si vede ancora il sole al mattino presto, ma poco per volta il cielo si copre.

C’è quel senso di pace in montagna, c’è una lentezza, una tranquillità che si respira solo a questa stagione. Il silenzio è interrotto da pochi suoni che arrivano come ovattati. Gli animali degli alpeggi sono  in stalla, quindi non si sentono nemmeno muggiti o campane. Le pecore attendono nel recinto, ancora ferme. Il grosso dei turisti ormai è passato, c’è solo qualche escursionista solitario che, come me, ama godersi questa montagna, più intima, più riservata.

I pascoli che sono già stati mangiati dalle vacche hanno subito le incursioni dei cinghiali. E’ un danno non indifferente, la qualità dell’erba si impoverisce di anno in anno per effetto della distruzione causata da questi animali. Qui ne fanno le spese “solo” i pascoli, altrove anche i prati da sfalciare e pure le coltivazioni.

Alle baite le vacche sono ancora in stalla, la mungitura è alla fine. Gli allevatori mi raccontano uno spiacevole episodio successo poco tempo prima, di cui già avevo saputo qualcosa. La vita quassù potrebbe sembrare idilliaca, ma… come vi ripeto spesso, le difficoltà sono tante. Il lavoro non manca, le giornate sono “piene” dal mattino alla sera tardi, spesso c’è qualche imprevisto, ogni tanto tocca scendere per questo o per quello. Uno desidererebbe solo poter fare il proprio lavoro in pace…

Un mio amico, durante una gita, trova una carcassa di una capra quasi totalmente consumata, ha anche la campana al collo, mi telefona e mi chiede il numero di telefono dei pastori. In montagna i cellulari non prendono bene, così alla fine manda un sms, i pastori lo leggeranno solo la sera, poi c’è il fine settimana di mezzo… Insomma, chi deve accertare la predazione arriverà parecchi giorni dopo la morte dell’animale (che, nel frattempo, è stato messo al sicuro in una vecchia baita). Le capre erano due e non erano rientrate la sera, il mattino dopo il mio amico trova questa carcassa. Certo, erano “incustodite”, ma chi vuole andare a provare a fare il pastore su certe montagne, in certe giornate di nebbia? O di pioggia? E poi, arrivi al recinto e ti accorgi che mancano due capre, che fai? Passi tutta la notte a cercarle? Se non le hai viste scendendo al recinto, vuol dire che sono andate altrove. Dove? A volte lo fai, a volte vai in giro con la pila e il cane, tendendo le orecchie ad un eventuale scampanellio, ma non è facile… La cosa che più infastidisce i pastori, in questo e in tanti altri casi che mi sono stati riferiti, di valle in valle, è che le loro parole vengano messe in dubbio.

Certo, non si può negare che ci sia stato qualcuno che ha tentato di fare il furbo, cercando di far certificare come uccisa dal lupo una bestia morta per altri motivi. Però… per uno stupido devono pagare sempre tutti gli onesti? E così si mette in dubbio che i pastori abbiano visto il lupo in pieno giorno, che abbiano tentato di metterlo in fuga gridando e tirando sassi, che l’abbiano visto rincorrere un capriolo. “Scrivono canidi… Non LUPO, canidi! Dicono che tanto ce le pagano lo stesso, ma io voglio che scrivano LUPO! Che si sappia come stanno le cose!“, mi diceva anche un margaro incontrato domenica alla fiera. Saliamo dal gregge, che ha pernottato in un ampio recinto. Il pastore spera che questo almeno serva anche a migliorare un po’ l’erba, che su questa montagna non è il massimo.

La frustrazione è tanta. C’è l’animale ucciso e quello mancante, che tra l’altro erano di un ragazzino della valle, affidate in guardia per l’estate. C’è la rabbia per non “contare niente”, per non potersi difendere, per essere trattati quasi come dei delinquenti, mentre si lavora onestamente dall’alba al tramonto e anche oltre. In tutte le parole che sento, che ho sentito in questi anni, la frustrazione è rivolta soprattutto alle persone che difendono ottusamente il lupo, più che non all’animale in quanto tale. In fondo davvero il lupo non ha colpe, lui è appunto un animale, segue le sue necessità, i suoi istinti. Sono le persone che dovrebbero capire non soltanto l’importanza del predatore per la biodiversità, ma anche l’importanza del pastore per quella stessa biodiversità! In questo gregge per esempio ci sono numerose pecore roaschine, razza in via di estinzione… E i pascoli? Non vi fossero più le pecore, in pochissimo tempo alberi e cespugli colonizzerebbero tutto, impoverendo la biodiversità vegetale (ed animale di conseguenza).

Anche le ultime pecore raggiungono il grosso del gregge, il pastore ha approfittato della mia presenza per chiedermi di controllare che arrivassero tutte. Sta anche scendendo la nebbia. Quando sei da solo, come fai? Ti arrangi… Perchè non puoi permetterti di assumere un aiutante, il lavoro rende a malapena per mantenere una persona. Anche qui il discorso è sempre lo stesso, si vorrebbe poter difendere il gregge direttamente. Riflettendo sulle rimostranze che continuo ad ascoltare, mi viene anche da chiedermi come mai, prima del lupo, c’era qualche singolo attacco da parte di cani (che generalmente avevano un padrone ed erano scappati o erano stati lasciati liberi di notte). Da quando invece il lupo ha fatto la sua ricomparsa, ci sarebbero tutti questi “canidi” randagi in giro per le montagne? E nessuno li vede, questo è il bello!

La nebbia si infittisce, ma è una cosa normale da queste parti. Magari il pastore lavora “poco” in termini di fatica fisica, in certi giorni, ma deve comunque esserci sempre. Nonostante la sua presenza, attacchi ne subisce comunque, anche in pieno giorno, anche con il sole. Recentemente vi sono stati attacchi anche a bovini in Val Chisone ed è stato tirato in ballo il numero di attacchi registrati, il numero di capi uccisi. Bisogna però sapere che certi allevatori, esasperati, non denunciano nemmeno più cosa accade. I motivi possono essere i più svariati, dalla frustrazione alle difficoltà che si incontrano. “Lo scorso anno ci aveva ucciso diverse pecore in un mese, ma hanno certificato solo quelle che il veterinario ha raggiunto, prendendo l’orecchino. Quelle che si vedevano morte giù nei burroni no, perchè nessuno si è osato andarle a prendere, era troppo pericoloso. Però non le avevamo buttate noi… Quelle non ce le hanno pagate, dato che non si sapeva che orecchino avevano!” è la testimonianza della moglie di un allevatore.

Ridiscendo a valle pensando per quanto tempo ancora bisognerà sentire le stesse storie. In Francia l’esasperazione dei pastori ha portato a numerose azioni eclatanti, dal sequestro dei presidente di un parco in Savoia a numerose azioni dimostrative, con l’esposizione delle carcasse degli animali predati, ecc. Ormai, nell’era di internet, è facile rimanere tutti in contatto e le notizie circolano immediatamente. Sulle pagine francesi quasi quotidianamente ci sono immagini di nuovi attacchi, ma mi sembra che lì non si parli mai di canidi, anzi, ci sono anche le foto dei lupi (questo in Svizzera)!

La solita storia

Ve lo ricordate Andrea? Quel ragazzo di Biella che aveva “sentito l’aria”, aveva scelto di fare il pastore ed avevano anche realizzato un film sulla sua storia. Per vari motivi non ci eravamo più incontrati, anche se indirettamente ogni tanto venivo a sapere qualcosa su di lui. Finalmente avevo combinato per andarlo a trovare, ma quel mattino, molto presto, una sua telefonata mi aveva avvisato sul tipo di giornata che dovevo aspettarmi. Il suo gregge aveva subito un attacco.

Salgo a Gressoney, per me è la prima volta, non sono mai stata da quelle parti in estate. Non si può non ammirare il panorama. Andrea si scusa per non potermi venire incontro, ma le sue preoccupazioni di giornata sono altre, mi dice che la sua confinante di alpeggio potrà darmi le indicazioni necessarie per raggiungere lui e il gregge. Loretta sta pascolando le sue vacche più in basso, mentre il gregge è a quote maggiori.

Niente in quel luogo, con quella magnifica giornata di sole, può far immaginare il dramma della nottata appena trascorsa. Le vacche, tutte di razza valdostana, stanno pascolando placidamente, contenute sia dai fili, sia dalla donna che le sorveglia. I ghiacciai del Monte Rosa fanno da sfondo. Sui pendii di fronte però si vede già una pecora isolata, ferma in uno dei punti più ripidi.

Il gregge è più su, lungo il sentiero è appena scesa una guardia forestale, chiamata dal pastore per accertare l’attacco subito nella notte. All’apparenza non si nota niente di strano, ma poi guardando attentamente si vedono qua e là alcune pecore in posizioni innaturali, morte. Andrea si avvicina e inizia a raccontare.

Un po’ di tempo prima aveva già subito un attacco, presumibilmente da parte del lupo, poi solo il giorno prima si era spostato in questa parte dell’alpeggio e, nella notte, una nuova “strage”. Alla fine gli animali morti sono sette e due quelli feriti, oltre a quella che avevo visto salendo, ferma tra le rocce, che non si sa ancora se sia ferita o solo spaventata. Non tutti sono morti direttamente per l’attacco del predatore, alcune sono cadute dal dirupo, come accade spesso in questi casi. La rabbia, il dolore, lo sconforto del pastore sono immensi. Come sempre la componente emotiva, la storia di ciascun animale (che ovviamente lui conosce, uno ad uno) prevale sul “valore economico”.

Il cane da guardiania appare stremato, nella notte Andrea l’aveva sentito abbaiare a lungo ed era persino uscito a richiamarlo. Si fa in fretta, dal di fuori, a giudicare, a dire che un cane è insufficiente con quel numero di pecore… Purtroppo, nonostante tutto, nonostante le parole di chi “ci è già passato” negli anni precedenti, noto il ripetersi del medesimo atteggiamento. Quasi nessun pastore prende delle misure preventive contro gli attacchi dei predatori fin quando questi non hanno colpito più volte il suo gregge. Perchè? Forse perchè non ci si vuol credere, non si vuole cambiare radicalmente il metodo di gestione degli animali. D’altra parte, quanti di noi avrebbero voglia di mettere inferriate alle finestre, sistemi di allarme e altri strumenti di prevenzione e sicurezza alla propria casa anche quando non si siano subiti furti o intrusioni indesiderate?

Questo alpeggio pare un vero paradiso per le pecore, qualunque pastore sa che qui stanno bene a pascolare libere, scegliendo loro come e quando spostarsi, quando mangiare, quando riposare. Non possiamo nemmeno accusare Andrea di inesperienza dovuta alla sua giovane età, dato che, di fronte, il gregge di un anziano pastore è tutto sparpagliato per la montagna, totalmente libero e forse anche incustodito. Le stesse cose le ho sentite e viste in altre vallate, dove il lupo è comparso prima: si verifica un attacco, per qualche giorno, per qualche settimana si intensifica la sorveglianza, si usano le reti di notte, poi c’è quella sera che stanno così bene lì dove sono, hanno la pancia piena, è davvero un peccato mandare il cane, farle ripartire e portarle giù al recinto, così si sfida la sorte, ed inevitabilmente qualcosa succede, perchè il predatore c’è, è lì che aspetta senza che necessariamente qualcuno debba vederlo.

Questo agnellone è stato ucciso e mangiato proprio sull’orlo del precipizio, le altre pecore sono giù sotto, nel pianoro, hanno trovato la morte nello scappare, spaventate. E’ stato veramente il lupo? Nella confinante Valsesia c’è anche stato un attacco. In passato in Val d’Aosta ci sono state delle predazioni, così come ci sono in Svizzera, in Piemonte. Sappiamo come i lupi si spostino, vadano a colonizzare nuovi territori, camminino per chilometri e chilometri, sfiorando gli insediamenti umani. Ciascuno dice la sua, lì a vedere non c’era nessuno. La Forestale ha piazzato delle fototrappole dopo la predazione, ma fino all’altro giorno senza esito.

Andrea mi racconta di aver ancora sentito il cane abbaiare, nelle notti seguenti, e di aver trovato le pecore tutte ammucchiate in una parte del recinto, spaventate da qualcosa. Quest’altra pecora non è stata presa nel collo, la cinghia della campana l’ha protetta, ma è stata comunque uccisa. “Qui è un posto dove di gente ne passa tantissima, oggi è il primo giorno in cui se ne vede meno perchè è finito il periodo delle ferie, ci fossero dei cani randagi, possibile che nessuno li veda? I cani non hanno paura dell’uomo… C’è la funivia che porta su gente tutti i giorni. Anche per quello ho paura a tenere altri cani da difesa. Dovrò farlo, ma poi? Non avrò problemi con la gente?

Andrea si è già fatto fare un cartello da un amico, ma ormai moltissimi turisti hanno dei cani e li portano con sé durante le escursioni. I soliti discorsi, è semplice dire che il pastore deve avere i “cani giusti” e i turisti devono imparare a rispettare il lavoro degli allevatori. Un conto è la teoria, un altro è dover essere lì quotidianamente ad affrontare le discussioni che scaturiscono dalla “convivenza” tra turisti e cani da guardiania.

Quel giorno le pecore sono terrorizzate, basta il minimo movimento per far sì che inizino a correre, a scappare da una parte e dall’altra. Andrea continua a pensare alla sofferenza che devono aver patito i suoi animali, quelli uccisi, quelli precipitati. D’ora in avanti ovviamente li chiuderà nelle reti di notte, dovrà anche lui accettare a forza questo tipo di gestione, che non lo soddisferà, per il benessere dei suoi animali. Però l’alternativa è vederle uccidere notte dopo notte…

Sposta il gregge, in modo da farlo pascolare nel pianoro più in basso, dove si trovano gli animali morti precipitando. Questa pecora non ha altre ferite a parte quelle procuratasi cadendo sulle rocce e rotolando fin qui. Non sarebbe però accaduto non fosse stata spaventata, non avesse cercato scampo nella fuga. Il lupo caccia per sfamarsi, ma esistono e sono documentati i cosiddetti episodi di surplus killing, dovuti a diversi fattori. Questa è anche la stagione in cui i giovani lupi delle cucciolate iniziano a far pratica nella caccia e, come tutti gli inesperti, “fanno le prove”, imparano a cacciare, agiscono in modo differente da un lupo esperto che uccide e consuma ciò che gli serve.

Le pecore si allargano a pascolare e sembrano “incollarsi” a quell’erba buona, incuranti delle compagne morte lì vicino. La vita continua… Restano i dubbi, gli interrogativi. Se fossero cani e non lupi, non si possono prendere provvedimenti concreti? Ad Andrea non interessa il rimborso, non sono quei pochi soldi che forse gli verranno dati a restituirgli la serenità. Soffre per i suoi animali, per come sono morti, per la paura che in qualsiasi momento del giorno e della notte possa accadere qualcosa: “Avanti così non si può andare…!!!“. Soffre per il senso di abbandono, perchè (come tutti i pastori in questi casi) sente di non contare niente, il suo lavoro, la sua passione, la sua dedizione agli animali, gli sforzi fatti nei lunghi faticosi mesi invernali in pianura paiono non avere peso, nei confronti dell’animale selvatico tutelato e protetto.

In cielo si aggirano gracchiando i corvi. Questa è l’inevitabile lugubre colonna sonora che fa seguito ad ogni attacco. Le carcasse diventano ambite da questi uccelli spazzini, che si posano su di esse, iniziando il loro banchetto. Non si possono non sentire i loro versi, nel silenzio dell’alpe. Certo, è la natura, ma anche la pastorizia, quassù, è un qualcosa di naturale. Quanta distanza da chi teorizza l’ambientalismo, da chi a tavolino “sa tutto”, giudica e indica al pastore cosa deve fare, come farlo.

Il cane sorveglia il gregge, dorme solo apparentemente. Anche i pastori vorrebbero poterlo sorvegliare, intervenendo così come interviene il cane, cercando di metterlo in fuga. Sono in tanti a dire “Una volta i pastori andavano al pascolo, non lasciavano da soli i loro animali! I pastori devono tornare a fare il loro lavoro!“, come se la categoria fosse composta solo da pigri fannulloni. Io non parlo di sterminare i lupi e non lo fanno nemmeno i pastori, se non nell’immediatezza di un attacco, di fronte ai corpi straziati dei loro animali. Ripeto ancora una volta che ritengo sia necessario dare agli allevatori la possibilità di difendere il proprio gregge, insegnando al lupo (animale molto intelligente) come avvicinarsi al bestiame sia pericoloso. Se si arriverà ad accettare un contenimento (legale) del numero dei predatori, è utile una battuta organizzata con impiego di tempo, uomini e mezzi (quindi oltretutto dispendiosa)? Non è meglio che il lupo associ il pericolo direttamente al gregge? Dubito che i pastori saranno in grado di sterminare i lupi, però se questi sentissero più volte “bruciare la coda” vicino alle pecore, magari imparerebbero. Continuare solo a far parole non risolve il problema e, soprattutto, è nocivo per tutti, lupi compresi.

Con passione e determinazione

Siete in tanti ad invitarmi: “Vieni a trovarci!“, ma dal momento che questo blog non “rende” niente e viaggiare costa, non posso arrivare da tutti, non subito, almeno. Alarico mi invitava da tempo, già un paio di anni fa dovevo andare a trovarlo in alpeggio, finalmente quest’anno ho trovato l’occasione giusta, mettendo insieme varie cose.

Dovevo andare in Valsesia a presentare il mio libro, così ho anticipato la partenza e sono arrivata a Campertogno al mattino presto. Le indicazioni erano precise, così ho imboccato il ripido sentiero lastricato che, di gradino in gradino, risaliva il versante, tra i boschi. Piloncini e chiesette lungo il percorso, fino ad uscire temporaneamente dai faggi.

Un pianoro, delle baite, un laghetto, erba pascolata e suoni di campanacci in lontananza. Era un’altra giornata calda e soleggiata, l’estate è tutt’altro che finita. Sapevo che anche qui doveva esserci un alpeggio, ma la mia meta era ancora più lontana.

Passo accanto alla baita, ci sono le oche e una capra all’aperto, alcune vacche poco sotto, i maiali, mentre gli altri animali probabilmente sono ancora in stalla per la mungitura. Un cenno di saluto al margaro, che mi suggerisce anche il sentiero giusto per andare al Vallone: “…quello sotto che scende, che tanti si sbagliano e vanno sopra!“. Ringrazio e proseguo, ma il sentiero comunque è segnato con la vernice.

Ancora nel bosco, i cartelli già avvisano che è un territorio di pascolo e invitano i turisti a tenere i cani al guinzaglio in prossimità degli animali e dell’alpeggio. Quanti lo fanno davvero? Sarebbe una buona norma da seguire sempre, anche senza cartelli, perchè non sappiamo come i nostri animali reagiscono di fronte ad altri animali (cani, pecore, vacche o capre che siano), sia perchè potrebbero essere loro in pericolo di fronte ad animali “estranei”.

L’Alpe del Vallone è “messa lì”, sul versante, senza nemmeno un po’ di piano intorno. Alarico mi accoglie con gioia, finalmente ci conosciamo. Classe 1995, questo giovanissimo allevatore aveva iniziato a scrivermi alcuni anni fa, raccontandomi la sua passione, la sua voglia di dedicarsi agli animali, nonostante la famiglia cercasse di indirizzarlo verso la prosecuzione degli studi (perito aeronautico!!). Inizialmente era andato a dare una mano a questo o a quell’allevatore, quasi di nascosto si era accordato per salire in alpeggio nella stagione estiva, un anno in un posto, un anno nell’altro. Lo scorso autunno, libero ormai dagli impegni scolastici, aveva preso la decisione di acquistare delle capre…

E quest’anno, con le sue capre più quelle prese in affido, è salito su questo piccolo alpeggio. Vi sono anche delle pecore, pure quelle in guardia. Un paio di baite in condizioni non perfette, una crollata, ma tutte dalla storia antica, molto antica. Mi mostra una scritta sull’architrave, 1687! E vi sono alcuni altri dettagli architettonici decisamente particolari, per essere in montagna, in un posto oggi così sperduto. Alarico mi spiega che gli è stato concesso in uso l’alpeggio da amici, in cambio lui lo tiene pulito e fa anche qualche lavoro di sistemazione.

Per esempio, sta cercando di risistemare la baita il cui tetto è crollato. Ha rimesso in sesto il muretto a valle, poi adesso sta tirando fuori tutte le piode franate all’interno. “Con l’elicottero il padrone porterà poi su il materiale e la rimettiamo a posto. Anche quell’altra baita ha un muro che sta cedendo, bisogna sistemarle prima che vadano giù del tutto, com’è invece successo alle case là di fronte.

Altra stranezza, vedere delle vere e proprie stanze in alpeggio e non i soliti pagliericci. Alarico usa l’altra baita, mi spiega che sarà necessario perlinare il tetto anche della “cucina”, quando tira vento, grandina o c’è tormenta, entra aria, freddo, umidità e anche la neve. Per non parlare poi della parete addossata alla roccia: “Quando piove forte scorre proprio l’acqua, per quello c’è uno spazio, le assi del pavimento non vanno contro, l’acqua passa giù e scorre via nella cascina (la stalla, ndA)…”. Alarico è su da solo, mi spiega di avere tempo per tutte queste sistemazioni, visto che deve solo mungere le capre, poi le lascia pascolare senza accompagnarle.

Il prossimo anno voglio prendere su qualche manza, per guadagnarmi anche qualche soldo in più.” Vacche quassù? Sì… un tempo pare ne salissero non poche, una sessantina, quando la montagna era meno sporca, meno invasa da alberi e cespugli. Sulle assi della camera da letto è tutto un “diario” degli avvenimenti del passato, con scritte più o meno leggibili e date anche del 1800. Nel 1948 si era partiti con le vacche il 7 ottobre, con la neve, l’anno seguente il 1 ottobre.

Poco sopra c’è un altro alpeggio, le baite sarebbero in condizioni migliori: “Però non c’è l’acqua vicino e lì è un posto che attira i fulmini, quindi preferisco stare qui come abitazione.” Di gente non ne passa molta, c’è un sentiero, ma sono zone poco frequentate. Dalla cima lì di fronte, con una grossa croce in vetta, si gode di un bel panorama a 360° sulle vallate laterali della Valsesia e, non ci fossero le nuvole, anche sul Monte Rosa.

Rientro alla baita e Alarico sta preparando le miacce, piatto tipico valsesiano. Le farciremo con formaggio di capra e anche nella pastella ha usato, ovviamente, il latte dei suoi animali. Altre ancora le mangeremo con il prosciutto, ma qualsiasi ripieno è adatto. Una tira l’altra, ma poi è meglio fermarsi… Altrimenti chi sale ancora a cercare le capre? La sera solitamente si ritirano da sole verso la stalla, ma quel giorno saliamo noi.

Poco per volta dovrà selezionarle per avere animali sia produttivi, sia di suo gradimento. Quest’inverno andrà anche in un’altra cascina, quella che aveva preso lo scorso anno era in un posto molto freddo. “Non sono ancora andate al becco, ho provato a toglierli per un po’ e poi rimetterli, ma ancora niente…“. Alarico sta imparando, sta facendo esperienza, tante cose le ha apprese andando ad aiutare in questa e quell’azienda, vedendo anche realtà molto diverse tra loro.

La sua è una bella storia, mi auguro che possa continuare negli anni, con sempre maggiori soddisfazioni. Sta bene lassù, nel suo isolamento, ma contemporaneamente non è un giovane solitario e fuori dal mondo. Appena il telefono ha il segnale, ecco che arrivano i messaggi degli amici e si combina per uscire la sera. Per lui “uscire” significa scendere a piedi, poi prendere la moto e raggiungere il fondovalle, la casa dei genitori. “Ma a me andrebbe bene anche essere in un alpeggio dove stai sempre su e non usi il telefono, vai giù una volta alla settimana per portare i formaggi e fare la spesa!

Quella che deve scendere subito sono io e, più in basso, nella radura, osservo da lontano questa scena, con i bambini che rincorrono le mucche, forse per portarle alla mungitura. Quella che ho “incontrato” è un’altra bella storia, una di quelle che più mi piace raccontare qui, forse anche per risollevarsi il morale tra i vari problemi che affliggono la montagna, l’allevamento. L’auspicio è che Alarico, con il passare degli anni, riesca ad avviare la propria azienda ed avere il successo che merita.

Purtroppo non era una bufala…

E siamo arrivati a settembre, un’altra stagione è passata, ormai si contano i giorni per scendere dall’alpeggio, chi prima, chi dopo. La siccità è stata interrotta dalla pioggia, le sorgenti hanno ripreso ad avere acqua per riempire gli abbeveratoi, l’erba si è un po’ ripresa. Gli altri problemi sono stati bene o male quelli di sempre, compresi i lupi, sui quali si continua a fare tante parole. La novità del 2015, per lo meno in Piemonte, è stata (ad inizio stagione) quella che riguardava alcuni degli speculatori che si accaparravano i pascoli.

…ma non era che la punta dell’iceberg! Perchè la montagna di Heidi è ormai solo più una favola, o forse non è mai esistita. Fare e sentire certi discorsi, scoprire certe cose circondati da un panorama del genere pare impossibile. Viene quasi da provare a darsi un pizzicotto per capire se si è svegli. Smascherata una truffa, ce ne sono cento altre. Pascoli alpini affittati a “imprenditori” di tutta Italia. Quelli che erano pascoli, o addirittura territori dove mai nessuno ha portato animali, inseriti in domande che dovrebbero fruttare contributi grazie allo sfalcio (!!!!). E avanti così, oltre ogni limite di immaginazione!

E poi ci sono le bufale! E qui il gioco di parole sorge spontaneo, perchè non si può che immaginare che sia una bufala la notizia che un’azienda del centro Italia affitti un alpeggio sulle Alpi piemontesi per monticare… delle bufale, appunto! Una montagna ripida, con poca acqua e nessuna strada per raggiungerla… E invece no, è tutto vero, anche se alla fine le bufale a quattro gambe, con corna e coda, lassù non si sono viste. Altro che la pace, la serenità, gli ambienti incontaminati. Quando si parla di eco-mafie, alla fine si intende anche questo, e sono cose che succedono intorno a noi, nei luoghi che meno ci aspettiamo.

E così alla fine rimangono pascoli… non pascolati! Per un motivo o per l’altro (e le bufale, e nuovi vincoli, e lo sfalcio che ovviamente non viene fatto, e gli arresti che ci sono stati…) l’erba resta in piedi. Il “pascolo” quindi non è più tale e, anno dopo anno, come tutte le cose non utilizzate o mal utilizzate, perderà le sue caratteristiche e andrà degradandosi. Tutto questo in nome dei soldi, i troppi soldi che girano e che fanno sì che dei territori poveri, dove i vecchi hanno sempre fatto delle grame vite per gestirli, per trarne un magro (ma dignitoso) sostentamento, oggi invece siano teatro di speculazioni con risvolti internazionali. E’ questo il progresso?

Per fortuna che, a forza di salire lungo la strada, qualche alpeggio vero lo si incontra ancora. Animali al pascolo, fili tirati, cani che accompagnano e difendono il gregge di capre dagli attacchi dei lupi. Anche questi cani, quassù, sono stati oggetto di forti polemiche, c’era chi addirittura voleva vietarli o limitarne il numero. Situazioni paradossali! Da una parte c’è chi accusa i pastori di non sapersi difendere dal lupo e usa come argomentazione proprio l’insufficiente numero di cani, dall’altra chi vuole una montagna “turistica” preferirebbe non dover fronteggiare le problematiche collaterali che la presenza dei cani comporta.

Quante parole, quante vicende dietro a questa realtà. Fatico a farmene una ragione io, che bene o male questo mondo lo conosco sotto diversi punti di vista. Come può crederci chi invece di questa realtà vede solo la facciata? La bellezza di un’immagine, di un panorama arricchito dagli animali al pascolo o che si riposano mentre ruminano?

I montanari sono gente tosta, ma un conto è resistere alla neve, alle slavine, alle frane, un conto è addomesticare i versanti, renderli coltivabili, abitabili, ma lottare contro questi ostacoli evanescenti, fatti di carta, di documenti, di cifre, di sigle? Sempre più spesso mi chiedo quale sia il destino degli alpeggi, degli allevatori, specialmente quando ogni giorno se ne sente una nuova, tra problemi di burocrazia, costi, scandali, truffe. La fatica e il lavoro quotidiani, le esigenze degli animali da soddisfare sembrano quasi essere compiti semplici e lievi, messi a confronto con tutto il resto. Si riuscirà a fare qualcosa, nei mesi che passeranno tra la transumanza di rientro a valle e il giorno in cui si ritornerà in montagna? E’ difficile essere ottimisti, con tutte le notizie che si vengono a sapere!

Ancora sulle battaglie delle Reines

L’altro giorno già vi avevo parlato di Battaglie delle Reines mettendo insieme alcune opinioni diverse (e contrastanti) che alcune persone hanno sull’argomento. Adesso provo a mostrarvi, con le immagini e raccontandovi qualcosa, quello che si può “sentire” partecipando ad uno di questi incontri. Non pretendo di convincere nessuno, ma volevo almeno far ragionare chi è disponibile a farlo, chi ha interesse a documentarsi.

Era la prima volta che assistevo ad uno di questi incontri in montagna. Non che abbia partecipato a moltissime di queste manifestazioni, la prima in assoluto era stata la finale ad Aosta molti anni fa. Nonostante le condizioni meteo non ottimali (pioggia nella notte e il giorno precedente, con neve in montagna a quote medio-alte), combino all’ultimo minuto e si va al Piccolo san Bernardo, al confine con la Francia. Caldo non fa, pioviggina, ma poi il tempo va a migliorare. E il pubblico non manca!

Penso ci siano almeno due modi per “partecipare” ad una Battaglia. A parte chi è direttamente coinvolto, gli allevatori e le loro famiglie, che portano gli animali e sperano magari in un qualche risultato, c’è un pubblico di curiosi e ci sono gli appassionati. Ci sono anche semplici turisti che passano, guardano per qualche minuto, poi proseguono, preferendo le bancarelle del mercatino. Forse scattano una foto, per avere il ricordo, la documentazione di quest’usanza locale. Ma gli altri, quelli che stanno lì dall’inizio alla fine, nonostante il freddo, che ci sarebbero stati anche con la pioggia, quelli hanno comunque la passione a motivarli.

Un elemento di fondo è quello su cui si basa anche questo blog, cioè… l’amore e la passione per gli animali. Il discorso è sempre il medesimo… Sempre di più sentirete un’accezione negativa nel termine “animalista”, se a pronunciarlo è un allevatore o comunque qualcuno che ha a che fare con l’allevamento di animali cosiddetti “da reddito”. Quanta confusione si fa, con le parole! Io non allevo nulla, ma ho contratto “la malattia” e, pian piano, nel modo più umile possibile, ho cercato di entrare pian piano in questo mondo, ho cercato di comprenderlo, l’ho vissuto in prima persona per alcuni anni, continuo a viverlo marginalmente grazie agli amici. Soprattutto però cerco di raccontarlo. Le parole sono importanti, ma le immagini spesso dicono ancora di più. Quindi, per me, assistere ad una Battaglia è l’ennesima sfida fotografica, riuscire a cogliere degli scatti che documentino, che parlino, che riescano a comunicare.

Ancora non sapevo che qualcuno avrebbe commentato il post sulle battaglie, quando ho scattato questa foto. Il commento in questione, a firma di “Cris” è questo: “Tutto quello che fa violenza deve essere intollerabile. In certi paesi del mondo la legge della violenza é regina, deve essere lo stesso per noi qua? in tutti i campi ? i bambini devono vedere le mucche nei campi verdi o combattendo? é solo una questione di educazione. che modello gli diamo?” Questa immagine parla appunto da sola, risponde da sola a Cris e a chi la pensa come lei. Il modello che viene dato a questi bambini è che il mondo dell’allevamento di montagna è sano, che gli animali sono amati. Che le battaglie non sono violenza, ma momenti gioiosi da condividere con tutta la famiglia, bambini compresi.

Se non è sufficiente quella foto, aggiungo questa, sempre relativa ad una premiazione. Non si impara la violenza, ma si assiste ad un fenomeno naturale, bello da vedere, appassionante, coinvolgente, che insegna ad amare gli animali, ad allevarli come si deve e ad esserne ripagati. Giusto per sfatare un altro luogo comune, non si guadagna niente in queste battaglie, se non una campana o una decorazione floreale. Certo, la stalla con delle reine vincitrici magari vende più facilmente e a prezzo maggiore i suoi animali ad altri appassionati, ma… la storia finisce lì.

Ripeto ancora una volta che le battaglie non sono cruente, non più di quanto non lo sia di per sé la natura. Anzi, alla fine di questa eliminatoria, qualcuno lamentava che le bestie avevano battuto poco, la sera prima, ad Aosta, durante la notturna all’arena, gli scontri erano stati più animali. Qui i primi incontri sono stati interlocutori, in alcuni casi si sono conclusi velocemente, in altri gli animali si sono studiati a lungo, limitando il corpo a corpo a pochi istanti sufficienti a stabilire chi passava il turno.

Gli allevatori assistono insieme ai giudici di gara. Contemporaneamente avvengono più incontri. C’è ansia, attesa, partecipazione emotiva, anche preoccupazione. Altro che incontri cruenti… Quando una vacca resta impigliata con il corno nella cinghia della campana della sua compagna, non si esita a tirar fuori il coltello e tagliare la cinghia, pur di evitare pericoli e sofferenze all’animale!

Secondo me, se si ha un minimo di passione per gli animali, è inevitabile rimanere coinvolto dallo spettacolo, anche quando gli animali non stanno ancora scontrandosi. C’è tutto un rito precedente, ed è forse soprattutto questo a far capire quanto sia naturale questo evento. Qua e là nel campo vengono predisposti dei mucchi di terra e gli animali li usano per scavare con le zampe, buttando indietro la terra, e strusciarvisi con il muso.

Ed è naturale anche lasciarsi affascinare dai momenti più vivi, quelli in cui gli animali si affrontano con il contatto diretto. Non c’è nulla di riprovevole, nulla di cui vergognarsi nell’essere “presi” quando ciò accade. Non ci emozioniamo, in fondo, per qualsiasi impresa sportiva di cui l’uomo è protagonista? Qui ammiriamo gli animali, la loro forza, la loro indole, la loro bellezza.

A volte un animale sembra cedere, la folla si prepara ad applaudire la vincitrice, ma poi la battaglia riprende. Alcuni incontri durano più a lungo, cresce l’entusiasmo, ma alla fine ci saranno battiti di mano per tutti. Solo in un caso, quando un allevatore contesta e chiede di riprendere lo scontro, si levano dei fischi. Alla fine l’esito sarà comunque quello che era già emerso pochi minuti prima.

La costanza di tutto coloro che sono saliti fin quassù viene premiata dal sole, che fa capolino tra le nuvole, e dal panorama che inizia a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Via via si decide la classifica, gli animali vincitori andranno alla finalissima di Aosta, che si terrà il 18 ottobre.

Ogni vincitrice di categoria, ogni classificata ha l’onore della foto, insieme a tutti i membri della famiglia dell’allevatore. Sono momenti di gioia e di festa per tutti. Certo, chi vince è più contento, ma in generale l’atmosfera mi sembra quella del “l’importante è partecipare”, come è giusto che sia.

E poi si arriva allo scontro finale, quello da cui ci si aspetta la maggiore spettacolarità, e le contendenti non deludono. Dal pubblico vengono scattate foto, realizzati filmati con i cellulari, in campo c’è un fotografo ufficiale, ma anche appoggiati alle transenne ci si gode tutto, anche senza apparecchi da professionisti. Certamente occorre un minimo di preparazione, di conoscenza, per avvicinarsi a questo genere di incontri, ma non è così un po’ per tutto?

E Lionne vince, ricevendo tutta la gioia e la gratitudine di Gil, che si inginocchia davanti a lei e la bacia! Lei aspetta, sembrano capirsi con lo sguardo, il legame tra uomo e animale c’è e non lo si può negare. Dite quello che volete, ma questa è una Battaglia delle Reine.

Ancora un giro d’onore con la Regina di prima categoria, poi lo spettacolo è finito. L’appuntamento è all’incontro successivo, gli appassionati non se li perdono, domenica dopo domenica. D’estate poi portano ad andare ora qui, ora là, in località di montagna che meritano essere visitate, quindi possiamo parlare anche di un’occasione, di un incentivo al turismo.

Il pubblico comincia a defluire, chi rientra in valle, chi ritorna in Francia, chi in Piemonte. In queste occasioni, anche guardare la gente può essere interessante, visto che c’è sempre chi ha uno stile particolare e riesce ad attirare l’attenzione…

Sul colle, a metà tra il mercatino italiano e quello francese, proprio accanto ai resti romani, non manca una piccola, pacifica manifestazione di chi inneggia ad una Savoia libera. E’ bello e giusto difendere le tradizioni, le radici, la lingua, la terra, ma cosa c’è di più bello di questi incontri spontanei, proprio in nome della tradizione e delle passioni condivise, che attirano gente da paesi diversi?