Nei panni del turista (con cane)

Ormai tutti gli alpeggi sono occupati: mandrie e greggi sono salite in quota e vi resteranno fino alla fine di settembre, metà ottobre, raramente più a lungo. E’ quasi inutile che vi ripeta ancora una volta che l’alpeggio è un luogo, un territorio di lavoro. Chi segue questo blog dovrebbe esserne più che consapevole.

Sappiamo però altrettanto bene che molti frequentatori della montagna ritengano questo spazio un luogo essenzialmente di svago, senza porsi troppe domande su come e perchè ci siano anche gli animali al pascolo. Invito ancora una volta tutti al reciproco rispetto (di animali, infrastrutture, persone) e, a tal proposito, volevo parlare di chi fa la gita in montagna con il proprio cane. Fateci caso: quanta gente c’è che si fa accompagnare dagli amici a quattrozampe? Senza avere stime o dati sottomano, direi che sono decisamente in aumento. In questi anni ho avuto modo di vedere il fenomeno dalla parte di chi in montagna lavora, è lì con il bestiame, al pascolo o presso le baite. Oggi vi parlo nel ruolo del turista-escursionista.

Arrivata al Moncenisio, dopo aver visto alcune vacche al pascolo nel recinto delimitato dai fili, scorgo in lontananza un gregge di pecore. E’ inevitabile pensare che vi sia anche un patou, un cane da guardiania a sorvegliarle. Sono necessari un paio di minuti per arrivare vicino al gregge, che mi appare davanti all’improvviso dietro ad una curva della mulattiera militare. E il cane bianco inizia subito ad abbaiare rabbiosamente, portandosi davanti alle pecore. Ci osserva e ci studia, per valutare se siamo un pericolo potenziale o reale.

Avevo con me il mio cane, che è un soggetto un po’ particolare, avendo comunque l’abitudine a lavorare con il bestiame (specialmente pecore e capre). Per lui gli animali sono… attività, quindi la sua tendenza è quella di guardare me in attesa di eventuali ordini. I cani da guardiania per lui significano “colleghi di lavoro”, pertanto la sua tendenza è quella di andare loro incontro scodinzolando. Tutto va bene quando c’è il pastore e i cani già si conoscono, ma in situazioni differenti cosa potrebbe accadere?

Succede che lo lego immediatamente al guinzaglio, fin dal momento in cui ho visto le pecore in lontananza. Lui obbedisce al mio richiamo, ma è meglio non rischiare. Quando il patou si accorge di noi, le pecore stanno finendo di attraversare la mulattiera. Ci fermiamo e il patou abbaia con forza. Poi si volta, vede che il gregge si è spostato, salendo verso l’alto, così gira le spalle e risale pure lui.

Riparto per la mia strada e, a distanza di sicurezza, libero il mio cane dal guinzaglio sempre solo perchè so che non si allontana e anche perchè so che, più a monte, non troveremo altri animali al pascolo liberi. Il piccolo gregge si è fermato a pascolare lì in basso, man mano che si sale l’erba è ancora indietro e ci sono nevai, non è ancora tempo per le pecore o per altri animali. Ovviamente, anche se non ci sono appositi cartelli e normative (come nelle zone di parco, riserva naturale, ecc), il cane va tenuto al guinzaglio se ha la tendenza ad allontanarsi, correre dietro alla fauna selvatica, ecc. E’ questione di buonsenso e rispetto.

Sulla via del ritorno, c’è una mandria libera. Come vi dicevo, il mio cane sa come lavorare con gli animali al pascolo, ma nessuno può sapere quale reazione avranno questi animali nel vedere un cane, specialmente un cane estraneo. Prima regola, da seguire sempre (pecore o vacche che siano, con o senza cane da guardiania), non passare in mezzo al gregge/mandria. Gli animali potrebbero spaventarsi, non tanto per la vostra presenza, quanto per quella del cane. Ovviamente tenetelo al guinzaglio, perchè non si sa mai quali comportamenti potrà avere vicino agli animali.

In generale comunque gli animali al pascolo possono agire come questi, tutti uniti in gruppo contro l’intruso! Se il vostro cane è libero, potrebbe scappare in mezzo a loro, magari mettersi ad abbaiare per paura/difesa, causando scompiglio, magari facendo correre gli animali verso un punto pericoloso. L’invito quindi è quello di fare sempre molta attenzione, tenere i vostri cani legati almeno dove ci sono baite e/o animali al pascolo ed evitare di passare tra di loro. Tutto ciò sempre ricordandosi che non siete in un luogo di svago, ma in un luogo di lavoro, regolarmente concesso in affitto agli allevatori che lo utilizzano.

La transumanza quasi come una volta

Ci sono transumanze che avvengono ancora quasi esattamente come una volta, perchè in certi posti niente è cambiato. Soprattutto, certi alpeggi non hanno la strada che li raggiunge. E così bisogna faticare molto di più, vivere e lavorare in condizioni più difficili.

La sera prima gli animali erano già stati risalire per un tratto del percorso. L’anno precedente era stata “sperimentata” per la prima volta questa transumanza e il tragitto era risultato decisamente lungo, anche grazie al maltempo. Così quest’anno c’è un pezzo di strada in meno, ma non sarà comunque una passeggiata. Ci si alza molto presto al mattino, ma con tutto quello che c’è da fare, comunque quando si parte con gli animali c’è già il sole che arriva nella valle.

Mi trovo a guidare il gregge di capre, con qualche pecora. Il cammino è lento e lungo. Gli aiutanti sono distribuiti un po’ per ogni gruppo di animali, gregge davanti, poi gli asini, dietro i quali salgono i bovini. Un trattorino tira un carro su cui sono caricati gli animali che non riuscirebbero a sostenere tutta la transumanza. Il sole intanto pian piano avanza.

I suoi raggi ci raggiungono quando arriviamo ad affacciarci sul versante che dà sulla bassa valle. Le capre vengono mandate verso l’alto e si attende il resto della transumanza, compresi quelli che stanno arrivando da casa. L’aria è frizzante, la giornata è limpida, ma gli amici stanno raccontando come lo scorso anno, nel mese di luglio, quando era avvenuta questa transumanza, invece c’era una giornata di pioggia e nebbia.

E’ il momento per fare una pausa. Gli animali si riposano e brucano, anche le persone si riposano, poi arrivano da valle altre auto con quel che mancava dei viveri e si fa una colazione molto abbondante con pane, salumi, formaggio. Il cielo è limpido, il Monviso fa capolino dietro alle creste. Siamo in Val Pellice e l’alpeggio che andiamo a raggiungere è quello di cui avevo già parlato qui lo scorso anno.

Non ci si può però fermare troppo a lungo. Anche se si è già guadagnata quota, il tragitto da compiere non è nemmeno ancora a metà. I cani fanno ridiscendere il gregge e riprende il cammino, con gli animali nello stesso ordine di prima.

La pista che porta all’Alpe Caugis è molto ripida, i tratti a pendenza maggiore sono addirittura stati ricoperti in cemento per far sì che i mezzi abbiano più presa e riescano a salire. Anche su quest’alpeggio non c’è ancora nessuno, ma i margari non tarderanno a salire, ormai è tempo di occupare tutti gli alpeggi, erba ce n’è e il meteo sembra essere propizio.

Questa è sicuramente una bella giornata, per il momento non ci sono nemmeno le classiche nebbie tipiche di queste zone. Ormai si è in quota, addirittura più in alto della destinazione finale, ma toccherà salire ancora per poi ridiscendere. Purtroppo questo è rimasto l’unico percorso adatto per raggiungere il Gias Subiasco con gli animali, ma il più breve anche per chi deve portare materiale, viveri, qualunque cosa possa servire.

Infatti si può arrivare fin qui con l’auto, dopodiché occorre caricarsi tutto in spalla. La strada svolta e raggiunge l’alpe Caugis. Questa transumanza invece imbocca la vecchia pista che scendeva dalla cava di marmo, ormai ridotta a poco più di un sentiero. Anche nei prossimi mesi chi utilizza l’alpeggio seguirà questo percorso, piuttosto che il sentiero che sale direttamente da valle.

Alla vecchia cava abbandonata si fa una piccola sosta, in modo da lasciar passare davanti le vacche. Lentamente i bovini avanzano sullo stretto sentiero che si seguirà di qui in poi. Capre e pecore si sono sparpagliate a pascolare, sembrano non aver più tanta voglia di proseguire, mentre il resto della transumanza si allontana.

Come vi avevo già raccontato lo scorso anno, sono stati i pastori a ripulire e ripristinare questo sentiero, proprio per poter passare con una cerca sicurezza con gli animali. Anche nei giorni precedenti la transumanza sono stati fatti degli interventi e gli attrezzi sono ancora lì, lungo il cammino, per terminare qualche aggiustamento.

Lentamente anche il gregge si avvia. Le nebbie fanno capolino all’improvviso, ma non sono niente di preoccupante, nè quelle che salgono dalla Val Pellice, nè quelle che arrivano su dalla Val d’Angrogna, arrotolandosi su se stesse quando raggiungono la cresta. Il sentiero sale per un tratto, poi prosegue quasi in piano, quindi inizierà a scendere, dato che il Gias Subiasco è, per l’appunto, più in basso.

Ci sono alcuni animali che sono rimasti indietro, gli agnelli che erano sul trattore, mentre le capre vorrebbero andare avanti. Le vacche ormai non si vedono più, sono già molto più avanti. Tutti iniziano ad accusare un po’ la stanchezza, d’altra parte si è in movimento da ben prima dell’alba e gli animali, ormai nei pascoli, sembrano non avere fretta di arrivare alla meta finale.

Qualcuno è già andato avanti, altri aspettano insieme con la mandria. C’è da attraversare quello che, per i bovini, è il punto più difficile, quindi meglio controllare, sistemare le ultime pietre, mettere due paletti, un pezzo di filo. Quando arrivano anche capre e pecore, si fanno ripartire tutti gli animali, sempre con le vacche davanti.

Il sentiero scende nell’impluvio. Qui come altrove, ci sono tratti di pietre a vista, veri e propri scivoli, su cui l’acqua scorre facilmente, ma è un pericolo farvi passare sopra animali pesanti come delle vacche. La ragione per cui la transumanza è transitata qui e non è risalita direttamente da Barma d’Aut, così come si faceva un tempo, sono proprio altri impluvi come questo, con le loro rocce lisce messe a nudo dalle piogge, dalle alluvioni.

Per fortuna tutto va per il meglio e si raggiungono le baite del Subiasco. Gli animali possono finalmente fermarsi a pascolare e riposarsi, le persone invece o badano a loro o sistemano le “strutture”. Il tubo per l’acqua per alimentare la fontana, tirare fuori tutto dalla baita a prendere aria, mettere i materassi e le coperte al sole, pulire il tavolo, preparare un posto dove sedersi a mangiare tutti insieme.

E così ecco il pranzo di fine transumanza. Un po’ di relax e allegria, poi amici, parenti, famigliari se ne andranno e qui si resterà in solitudine a lavorare per qualche mese. Passerà forse qualche turista, non moltissimi, dipenderà anche dalle situazioni che presenterà il meteo. Le condizioni di vita e di lavoro quassù sono ancora quelle di un tempo, ma anche questa è una delle tante realtà d’alpeggio che si incontrano ancora in Piemonte.

Torno a valle scendendo per il sentiero quasi sepolto dalla vegetazione. Una traccia visibile fin quando l’erba non crescerà troppo. Per fortuna che gli animali presto la pascoleranno, riportandolo alla luce. Poi ci sono appunto i torrenti da attraversare e, alla fine, arrivo a Barma d’Aut, dove invece c’è un’altra mandria. Proseguendo per il sentiero (di qui in avanti perfettamente pulito e sistemato) incontrerò Ivano, il proprietario di queste bestie. Sono appena saliti anche loro, avevano rimandato di qualche giorno a causa delle piogge della domenica precedente.

Tutti gli anni in primavera rimetto a posto il sentiero e le passerelle“, mi dice. Infatti la discesa è perfettamente agevole, non ci sono rischi, ma anche qui la salita degli animali, quando avviene, ha il sapore dei tempi passati. Sono angoli di montagna preziosi (non a caso questo, ai tempi delle lotte di religione, era diventato il Vallone degli Invincibili, nome con cui lo conosciamo ancora ora), sono luoghi dove salire con le bestie è quasi un atto di resistenza. Non sono alpeggi da centinaia di capi, pertanto chi sale qui gestirà il territorio ancora come un tempo. Sarebbe bello, quassù, potersi dimenticare di tutti i problemi che affliggono il XXI secolo anche nel settore dell’allevamento (di montagna e non)!

In alpeggio in Val d’Aosta – secondo giorno

Al mattino pioveva ancora, piovigginava. Non faceva troppo freddo, ma il tempo si manteneva perturbato. Gli uomini si erano alzati ben prima dell’alba, avevano munto, il latte era già in viaggio per il caseificio. Poi c’erano da lavare tutte le attrezzature del latte, i pavimenti della baita, anche se con il fango all’esterno duravano poco, puliti.

Una bella colazione sostanziosa, poi le vacche vengono fatte uscire e mandate al pascolo. Forse avrebbe smesso di piovere? Due uomini accompagnano gli animali, uno degli operai resta a pulire la stalla. Il sistema di far rientrare gli animali tutte le sere, ma anche nelle ore centrali della giornata, fa sì che buona parte delle deiezioni si concentri in stalla. Però intorno alle baite non c’è tutta quella vegetazione nitrofila, quella che cresce dove c’è tanto azoto, come spesso accade accanto agli alpeggi. Già, perchè qui c’è un sistema di canalette ancora ben funzionanti, l’acqua porta tutto nella concimaia interrata e poi, una volta pascolati, i prati verranno fertirrigati (irrigazione+concimazione insieme).

In effetti smette di piovere, ma l’erba è ovviamente fradicia. Per quel giorno il menù prevede polenta… E’ vero che tecnicamente è estate, ma il clima è adatto al piatto che la “cuoca” ha deciso di fare. Le vacche invece stanno pascolando in un pezzo sopra alla strada, diverso da quello in cui erano la sera prima. Non so in base a cosa siano state portate qui e non nell’altra zona…

A sorvegliarle sono in due, Renè ed uno degli aiutanti, nonostante ci siano i fili a delimitare tutta la parte bassa del pascolo. E’ necessaria questa sorveglianza perchè poco più sotto c’è un’altra mandria, quella dell’alpeggio confinante e non si sa mai che possa capitare qualche incidente. Non solo non è facile e “divertente” separare gli animali quando si mescolano, ma queste vacche in particolare potrebbero dar vita a combattimenti spettacolari quanto pericolosi.

Le varie mandrie punteggiano le montagne, eppure Renè spiega che ci sono alpeggi che rimangono ormai vuoti, il bosco avanza, la zootecnia arretra. Di cosa si vivrà in futuro se questa è la tendenza? La Val d’Aosta è una regione montana. C’è il turismo, certo, ma i turisti d’estate vengono qui soprattutto per il paesaggio, e il paesaggio non sono solo le cime e i ghiacciai (dove non tutti arrivano)… Il paesaggio sono le radure, i pascoli, i prati sfalciati, le baite e… gli animali al pascolo! Il turista viene anche a cercare il prodotto enogastronomico, basta dire Fontina per pensare a questa valle.

Mentre parliamo due vacche iniziano una battaglia. E’ un atteggiamento assolutamente spontaneo, che si verifica spesso, anche tra animali che comunque passano le giornate insieme. Costantemente c’è il bisogno di stabilire chi sia la dominante, è un’attitudine che si manifesta negli animali che vivono in branco, ma in questa razza è particolarmente spiccata. Chi protesta contro le battaglie delle vacche o delle capre dovrebbe stare un giorno al pascolo per capire come non si tratti di una corrida, come l’uomo non influisca in alcun modo, ma sia tutto spontaneo e naturale.

Certo, può anche essere minimamente cruento, ma basta guardare un qualsiasi filmato sugli animali selvatici per vedere ben di peggio, pensiamo alle lotte tra maschi di moltissime specie per aggiudicarsi l’accoppiamento con la/le femmine. Qui invece sono vacche a scontrarsi, a spingersi testa a testa. Buona parte degli esemplari di questa razza, la valdostana castana, hanno infatti delle chiazze senza pelo sulla testa o poco più. La battaglia dura qualche minuto, poi cessa appena c’è una vincitrice. A volte gli animali si spingono fin contro il filo elettrico, trascinando a terra recinzione e paletti. Ecco perchè bisogna sorvegliarle costantemente! La passione per questi animali e per le battaglie fa sì che questi momenti siano particolarmente apprezzati dall’allevatore, che valuta le proprie bestie, pensa a quali far partecipare alle eliminatorie future.


Viene l’ora di far rientrare la mandria in stalla. La montagna risuona di muggiti, dello scampanio delle campane al collo di molti degli animali. Ripensando al discorso di prima, anche questo è un elemento che fa sì che il turista venga da queste parti. Come vi dico spesso, la montagna è silenziosa in modo innaturale senza questi elementi.

Prima di entrare in stalla, le vacche si fermano a bere alla fontana, le nere hanno la precedenza sulle bianche e rosse, che non cercano la rissa e si tengono in disparte, berranno quando le compagne si avvieranno verso le porte delle stalle. E’ uscito il sole, ma polenta, latte, fontina e spezzatino fanno comunque piacere.

Purtroppo il bel tempo non riesce a vincere sulla perturbazione, ma per lo meno subito non piove ancora e le nuvole si mantengono ad alta quota, così Renè ci può portare fin su all’alpeggio alto, Arcy, dove finisce la strada. Qui gli animali staranno all’incirca un mese, tra la fine di luglio e agosto. C’è ancora neve, ma comunque la vegetazione è già abbastanza avanti. Le parti più alte verranno pascolate da un gregge di pecore, anche quello per adesso non è ancora arrivato. La baita è stata ristrutturata in passato, è privata, di proprietà della famiglia, pertanto sono stati fatti i lavori quando ancora venivano dati i finanziamenti (70% a fondo perduto). A vederla così non lo direste, è perfettamente inserita nel paesaggio (più per necessità che per bellezza, la valanga infatti passa sopra e la ricopre senza fare danni), ma è composta dalla parte abitativa, dal caseificio e da una lunga stalla su due piani in grado di ricoverare tutti gli animali della mandria. Sulla via del ritorno inizia di nuovo a piovere…

Una realtà diversa

E’ da un po’ che penso a come scrivere questo post. Come sapete, a me piace toccare con mano le realtà prima di esprimermi e in questo caso non sono riuscita a farmi un’idea sufficientemente completa per parlarvene approfonditamente. Posso quindi solo raccontarvi le sensazioni che ho avuto, mescolandole con alcune informazioni che mi sono state date e che ho appreso on-line.

Lo scorso fine settimana ero stata invitata in Valle Grana, a Castelmagno, per la transumanza che saliva a Valliera. Era un evento “organizzato”, con tanto di accompagnatore e pranzo in rifugio. Ritengo che queste iniziative siano utili, sia per promuovere il territorio, sia per far conoscere una realtà, quella dell’allevamento di montagna, sempre meno conosciuta. Direi che è l’allevamento in generale a perdere il contatto con il resto del mondo, o meglio, è la società che si distacca dal mondo rurale. Belle parole se ne fanno parecchie, ma quanti conoscono davvero cosa vuol dire allevare, andare in alpeggio, ecc ecc?

Il camion scarica gli animali all’imbocco della strada che sale al Colletto, quindi la mandria lentamente risale verso la sua destinazione. Il gruppo di “turisti” aspetta in un punto panoramico, è stato chiesto di stare lontani dal luogo dove gli animali scendevano dal camion, dato che poteva essere rischioso. Non è facile infatti mettere delle persone “inesperte” tra gli animali, specie se di grosse dimensioni e potenzialmente pericolose come le vacche. Di transumanze io ne ho fatte tante e questa avviene molto placidamente, eppure un signore fa gesti con le mani e dice di togliersi, perchè: “…adesso vengono su veloci, poi dopo si calmano! Lo scorso anno due sono morte di infarto, per essere venute su troppo veloci.

E’ vero che la strada è molto ripida, ma qui c’è qualcosa che non mi torna. Innanzitutto mancano i rudun. Una transumanza non è tale senza i campanacci! Non si mettono solo in caso di lutto! In terra cuneese poi… a Castelmagno! Qualche vacca ha delle campanelle da pascolo e niente più. Visto poi che la transumanza era “organizzata” con turisti e c’erano anche dei ragazzi che filmavano per qualche progetto… non è sicuramente questa una tipica transumanza rappresentativa da mostrare al pubblico!

I “turisti” stavano in coda, qualcuno si muoveva tra gli animali per scattare qualche foto e filmare. Io ho cercato di scambiare quattro chiacchiere con i margari, ma ci ho capito poco. Già sapevo qualcosa sull’azienda che gestisce l’alpeggio di Valliera, ma pensavo che gli animali fossero condotti diversamente. Qui ci troviamo di fronte ad un’azienda agricola molto anomala per le nostre realtà. I margari sono solo dei dipendenti, così come chi si occupa della caseificazione e altri ancora.

A questo punto vi consiglio di andare sul sito dell’azienda agricola Des Martins per capire qualcosa di più di questa realtà. In sintesi, un gruppo di amici vignaioli del Barolo hanno fatto una scommessa… e un investimento. Hanno cioè creato questa realtà. Allevamento, alpeggio, produzione di formaggi rinomati e di qualità. Con le loro conoscenze e i loro canali sicuramente sanno come procedere con la commercializzazione, il marketing, ecc ecc

Però questa per me era una transumanza strana. Forse sono io che sbaglio, forse questa è la strada “giusta” per lasciare alle spalle gli speculatori che affittano le montagne senza metter su le bestie. Qui gli animali ci sono, anche se non sono della razza tradizionalmente allevata da queste parti, anche se non hanno i rudun al collo, anche se alcuni faticano non poco ad arrivare a destinazione. Però mi faceva riflettere anche la strada perfettamente asfaltata, mentre quella di fondovalle ha mille cantieri, frane, buche, problemi difficili da risolvere con i fondi pubblici sempre più scarsi.

Non ero mai più stata a Valliera. Frequentavo questi posti vent’anni fa, scattando immagini alle case abbandonate, vittime della totale emigrazione verso terre più facili, sogni meno faticosi. Oggi le case sono quasi tutte recuperate, c’è la strada asfaltata. Chissà chi aveva ragione? Chi è fuggito, chi è rimasto, chi sta tornando, chi viene qui e ristruttura un intero villaggio per farne una specie di buen retiro? Ricordiamo che il Castelmagno, formaggio dalle origini antichissime, nasce come “toma rimpastata” perchè la produzione era così scarsa (pochi animali, magari solo una vacca per famiglia, guardate come sono ripidi i pendii!) che bisognava impastare insieme la cagliata di più giorni per avere una forma di formaggio!

La transumanza arriva a Valliera e resto colpita dalla frase di una signora che vorrebbe che le donne davanti alle vacche si “levassero” perchè lei possa scattare una foto alle bestie. Nessuna consapevolezza (e rispetto) del fatto che si trattasse di chi lì stava lavorando, contenendo e sorvegliando gli animali. La sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato continua a pranzo (ottimo, presso il Rifugio La Valliera), perchè nelle vere transumanze si mangia tutti insieme con i margari, si ascoltano gli aneddoti, si fa una vera festa e si “entra” un po’ in questo mondo. Qui è una realtà diversa e solo il tempo dirà se paga più questo o il rimanere attaccati con i denti alla tradizione. La mia opinione è che la via di mezzo sia sempre la migliore. Molti margari dovrebbero sapersi innovare, tenendo gli aspetti buoni della tradizione, ma evolvendosi in altri per stare al passo con il XXI secolo. Comunque, buona estate anche a questi animali e a tutti coloro che lavoreranno con questa mandria.

In alta Val di Susa

Tutti gli anni cerco di andare almeno una volta a trovare la mia amica che pascola in alta val di Susa. Sappiamo che il mestiere dell’allevatore coinvolge uomini, donne, famiglie, giovani, anziani, ma la mia stima per una donna che, da sola, gestisce un gregge di queste dimensioni è davvero grande. Come mi aveva detto quando ci eravamo conosciute…: “E’ una droga!“.

Uno dei maremmani, a guardia delle pecore degli agnelli nel recinto accanto alla baita, fa il suo lavoro abbaiando furiosamente. Non è tanto la mia presenza a turbarlo, ma quella di un cane estraneo, il mio. Adesso non è ancora stagione turistica, quindi non c’è ancora tanto movimento in zona. Lupi però ce ne sono e la pastora ne ha già avvistati. Mi raccomando cani… Fate il vostro dovere!!

Il gregge è ancora sull’altro versante, sta finendo di pascolare i prati da quelle parti, prima di spostarsi, salire sul colle e arrivare alla sede di alpeggio principale. Arriviamo al recinto, c’è il sole, ma è una giornata fresca, ventilata. Una volta aperte, le pecore pigramente si portano verso i pascoli, nonostante non sia prestissimo. Ci siamo concesse un po’ di chiacchiere tra amiche da tranquille, ma ogni tanto ci vuole anche quello e poi la giornata è lunga.

L’erba è dura, l’erba è alta. Anche questo gregge ha tardato a salire per problemi di vario tipo. Quest’anno poi tutti si stanno lamentando per la qualità dell’erba, cresciuta in fretta quando ha fatto caldo in anticipo, poi “invecchiata” precocemente. Il gregge bruca ancora qualcosa dov’è già passato, poi scenderà per “pulire” un pezzo vicino alla strada statale, i proprietari hanno chiesto alla pastora di pascolarlo per evitare di dover tagliare l’erba.

Finita la pulizia del prato, si torna verso l’alto, verso erba un po’ più fresca, un po’ più tenera. Il gregge avanza quasi in formazione compatta, mentre il cielo si copre e l’aria diventa umida. Valutiamo lo spostamento delle nuvole, qua e là si intuisce già la pioggia, ma forse non dovrebbe arrivare fin da noi.

Ci manca solo la pioggia, che già le pecore pascolano male e non stanno ferme! E invece la pioggia arriva proprio, con una serie di scrosci intermittenti, nuvole portate dal vento come spesso accade quassù. Riusciamo a pranzare anche noi, sotto l’ombrello, ma il gregge non sta fermo a lungo e bisogna spostarsi, correre dietro alle pecore, intuire dove andranno.

Nel giro di un’ora il tempo cambia almeno tre volte. Pioggia, vento, sole, pioggia. Ormai qui l’erba è quasi finita, la pastora spera che il meteo aiuti almeno un po’ (ma non sarà così!!) per terminare di pascolare quel che resta e spostarsi più su. Uno i progetti li fa, prova ad organizzarsi in un certo modo, ma poi di imprevisti ce ne sono sempre.

Continuiamo a chiacchierare, sta venendo sera, volevo fermarmi ancora per godermi la compagnia, il gregge e le ore più belle della giornata, ma dalle vallate di fronte arriva una nuova ondata di pioggia. Provo a scendere velocemente per raggiungere la macchina, ma mi tocca aprire ancora una volta l’ombrello e scendere guidando per la strada che, rapidamente, si è trasformata in un piccolo torrente. Chissà come sarà l’estate, chissà se farà tribolare i pastori come l’anno scorso??

Come se il tempo si fosse fermato

In occasione di una serata di presentazione del mio libro, sono stata ospite di un’amica. Avevo già parlato di lei lo scorso anno, quando ero stata a farle visita a casa… Ma adesso si trova già “in alpeggio”, semplicemente un po’ più in su.

Polly e i suoi animali sono famosi nel web, dato che la nostra amica, fin quando è a Balme, aggiorna gli amici di facebook su tutto quello che accade in stalla e fuori. Quando però si sposta ai Frè, la connessione è assente. Adesso le hanno regalato uno smartphone, ma il segnale è comunque troppo debole per riuscire ad andare su internet.

E’ ora di mungere, poi metterà al pascolo gli animali. Mi racconta che già suo padre utilizzava la mungitrice. E’ tutto in insieme di cose antiche e senza tempo, ma anche di modernità, da queste parti! E Polly è un vero personaggio. Mentre munge, chiacchiera e racconta mille aneddoti e vicende accadute recentemente o nelle stagioni precedenti.

Mi avvisa che, quando avrei sentito i cani abbaiare, sarebbero arrivate le capre della sua vicina. “Vedrai che capre! Vengono fin dalla Val d’Aosta per cercare queste capre!“. Il gregge sfila nella stretta via della borgata e arriva davanti alla stalla di Polly. Le due amiche si salutano e scambiano quattro chiacchiere, mentre gli animali curiosano qua e là.

Sotto alle case arrivano anche le vacche, seguite dal marito della signora. E’ una scena davvero senza tempo…  Non siamo in alpeggio, questa è una borgata. Adesso ci sono solo queste due famiglie, ma mi viene da pensare a cosa accadeva una volta, in passato, quanti animali uscivano dalle stalle al mattino per andare al pascolo.

Gli animali si incamminano al seguito del pastore. Fino a quando si vedranno queste scene? L’età media di chi fa ancora il lavoro in questo modo non è bassa. Un giovane non potrebbe vivere con così pochi animali. Sappiamo bene cosa significhi fare l’allevatore oggi, tra necessità e vincoli. Certo, bisogna andare avanti, bisogna modernizzarsi, bisogna cambiare, ma si perderanno anche queste scene, questi posti, questa atmosfera.

Mentre capre e vacche scendono sotto la frazione, per raggiungere i pascoli che utilizzeranno quel giorno, arriva un amico di Polly e si ferma anche lui per una lunga chiacchierata. Non c’è fretta qui, non c’è quell’ansia e quella frenesia… Il tempo sembra davvero essersi fermato.

L’uomo abita un po’ più su, o meglio, ha risistemato alla perfezione alcune baite poco più a monte. Ovviamente non una residenza stabile, ma un bel posto dove ritirarsi quando si può. Lui e la moglie mi invitano a visitare anche l’interno, molto accogliente e curato. Solo la passione mantiene vivi questi posti. “La foto l’avresti fatta più bella ci fossero già state le bestie di Polly tutte intorno a pascolare!!“.

Andando avanti per il sentiero invece si incontra un alpeggio abbandonato, completamente avvolto dalla vegetazione. Una volta che gli anziani hanno smesso, i giovani non hanno continuato l’attività e tutto va in rovina. Gli animali di Polly verranno almeno a pascolare l’erba, ma ce n’è così tante e lei non ha tante bestie, quindi anno dopo anno il bosco avanzerà.

Sono stata portata qui però soprattutto per vedere una meraviglia della natura. In un posto riparato, solo per qualche giorno all’anno, fioriscono delle rarissime peonie. Sono piante selvatiche, spontanee, macchie di colore violento nel verde della vegetazione del sottobosco.

Torno a valle, il tempo si sta guastando. La frazione è composta da numerose case, tutte vicine le une alle altre. Polly mi parlava degli alpeggi veri, più a monte, dove però la salute non le permette più di salire come prima.

La cerco tra le case, poi finalmente la trovo in un’altra stalla, intenta a mungere le capre. Mi viene da sorridere, pensando all’aneddoto che raccontava la sera precedente, durante la cena. Dei turisti l’avevano denunciata alla Forestale perchè, secondo loro, stava portando al pascolo uno… stambecco!!! E non è l’unico caso di strane vicende successe da quelle parti con i tanti turisti che girano d’estate. Saluto la mia amica e scendo giù per la valle per andare a vedere altre capre… ma vi racconterò poi!

E che adesso venga fuori tutto il marcio!

Oggi avrei dovuto/voluto parlarvi d’altro, ma notizie di strettissima attualità impongono di dare spazio, almeno con un breve post, a quello che è (finalmente?) successo ieri. Quante volte vi ho parlato del problema della speculazione sugli alpeggi? Dei “lupi a due gambe” che sono la vera rovina della montagna? Il sistema dei contributi ha guastato tutto, giravano troppi soldi e c’è stato chi se n’è approfittato ed ha continuato a farlo per anni. Nell’ambiente tutti sapevano, se ne parlava a mezza voce, ma chissà cosa c’è dietro a questo “sistema”. Mentre la gente ne parlava nelle piazze e sulle fiere, chi di dovere faticosamente indagava…

Altro che il mondo di Heidi!! Se, in generale, il mondo degli alpeggi, dell’allevamento, della montagna è afflitto da molteplici problemi legati anche alla crisi economica e sociale che colpisce un po’ tutti i campi, la truffa dei pascoli “di carta”, come erano stati definiti in alcune indagini svolte in altre parti d’Italia non ha proprio niente di poetico. Centinaia di migliaia, milioni di euro di fondi europei finiti nelle tasche di chi allevatore non è… Alpeggi subaffittati… Premi percepiti per montagne dove non arrivano nemmeno gli stambecchi e molto molto altro ancora. Leggete un po’ gli articoli quiqui e qui. Sicuramente verrà fuori ancora altro.

Perchè l’affare è talmente grosso che ci devono essere dietro parecchie cose. Spiegatemi un po’ com’è possibile che allevatori onesti abbiano i pagamenti dei contributi bloccati da anni perchè l’interpretazione delle foto aeree mette in dubbio alcune porzioni di pascolo e invece qui venivano affittate e subaffittate montagne, si formavano e scioglievano società per avere i carichi di bestiame, succedeva insomma un po’ di tutto? Queste domande chi le presentava? E chi le controllava? Oggi su “La Stampa” si poteva leggere che evidentemente c’era qualcuno d’accordo anche laddove (uffici competenti) bisognava far quadrare i dati per mandare avanti le richieste di contributi. Non mi interessano i nomi dei coinvolti, spero solo che crolli tutto questo castello di sabbia. Uscirà sicuramente del fango che andrà a colpire anche allevatori onesti finiti nelle mani degli speculatori perchè avevano bisogno di andare in montagna per non rimanere in pianura d’estate… Ma se NESSUNO avesse accettato questo sistema (Comuni che affittavano gli alpeggi, allevatori che “prestavano” le loro bestie), non saremmo arrivati a tutto questo. Erano contenti di fare cassa, i Comuni… E adesso, chi pagherà? Bisognerà di nuovo mandare all’asta quegli alpeggi? E chi salirà quest’anno? Tanti interrogativi!

Una realtà vicina che conosco poco

Ci affidiamo troppo spesso ai luoghi comuni o all’apparenza, ma le realtà bisogna sempre viverle dal di dentro per comprenderle. Ricordo, anni fa, quando ero impegnata con i miei colleghi nel censimento degli alpeggi della Regione Piemonte. Eravamo sulle montagne del Canavese e, un giorno, siamo arrivati in cresta, affacciandoci verso la Val d’Aosta. Avevamo scarpinato tutto il giorno per raggiungere alpeggi isolati, alcuni anche in condizioni di stabilità precaria, con condizioni di vita e di lavoro sicuramente non facili. “Di là” invece vedevamo strade e piste che raggiungevano tutti gli alpeggi, strutture perfettamente risistemate, baite e stalle. E’ abbastanza comune, in Piemonte, sentir parlare anche con invidia dei “vicini” Valdostani. Regione a statuto speciale, più aiuti, più contributi. Tutto vero?

Sicuramente è una regione interamente montana, alpina, quindi non esiste lo squilibrio tra la pianura e aree di montagna disagiate, marginali, come avviene altrove. Il Piemonte ha sì una vasta porzione montagna, ma il cuore è la pianura, la città… e i problemi infatti sono tanti, specialmente in tempi in cui mancano i fondi. Sono notizie di questi mesi le strade che franano e che non si sa come fare per riaprirle per i costi necessari alla messa in sicurezza. Quando invece tutti, bene o male, vivono e lavorano in montagna, le cose sono un po’ diverse. Agricoltura e allevamento sono ancora basilari nella vita della regione e, almeno all’apparenza, sembrano ricevere le giuste attenzioni.

Però… quanto è solo facciata? Cosa c’è dietro? Quali sono le reali problematiche, anche qui? Pur essendo una realtà confinante, ammetto di conoscerla poco. Da quando mi occupo di allevamento, pastorizia, ecc… ho iniziato ad avere qualche contatto anche con persone di questa regione e, ogni volta, ho avuto notizie che contrastavano almeno in parte con il “sentito dire”. Bisogna andare oltre alla poesia, sicuramente! Come territorio, come paesaggio, di certo ci sono scorci da lasciare a bocca aperta.

La strada diventa sterrata, dopo aver superato insediamenti abitati permanentemente, anche se in quota. Tutte le strutture turistiche sono ancora chiuse, ma vi è comunque presenza umana. Aziende agricole ce ne sono parecchie, gli animali sono ancora tutti in stalla, girano trattori, c’è gente che lavora nei campi di patate e negli orti. Poi, più a monte, i territori d’alpeggio. L’erba è ancora bassa e fa freddo, in quel mattino soleggiato. Vedo anche vecchi alpeggi abbandonati, ma lì accanto ci sono le nuove strutture.

Certo, anche in Piemonte ci sono alpeggi belli e ben risistemati, ma qui, tutto dove sono stata, ho visto baite e stalle apparentemente perfette. Ci saranno vincoli che obbligano all’utilizzo di certi materiali? Saranno strutture pubbliche? Oppure private? Ci saranno stati incentivi, contributi per la sistemazione degli alpeggi? Tutte domande per ora senza risposta, dal momento che sto effettuando la mia escursione in solitaria e qui non c’è ancora nessuno con gli animali.

Con i miei occhi quello che posso vedere sono i pascoli, la loro qualità e la loro cura. Come vi dicevo, è ancora presto, la neve è andata via da poco e spunta appena la prima erba, i primi fiori. Si può comunque osservare come , qua e là, in varie zone alla fine della stagione precedente siano stati sparsi i liquami, per concimare, garantire buoni pascoli ed evitare il più possibile l’accumulo in un unico luogo (con conseguente degradazione dell’area).

Giunta al colle, altri alpeggi sul versante opposto, altra vallata. Qui sembra che non arrivi nessuna strada, ma comunque le strutture sono ugualmente in buon stato. Con il binocolo guardo lontano, i colli di fronte a me confinano con la Valsesia, di nuovo Piemonte, e dietro vi sono valloni con interminabili sentieri per raggiungere alpeggi ancora utilizzati da greggi e mandrie… e persone che, per alcuni messi all’anno, vivono una vita come quella di 100-200 anni fa, all’incirca.

Una panoramica verso la Val d’Aosta. Il territorio ricorda sicuramente più quello di aree alpine come la confinante Svizzera: una valle ampia, glaciale, con versanti abitati, insediamenti anche in quota, strade, villaggi, alpeggi. Di sicuro molto diversa dalla maggior parte delle vallate piemontesi.

Eppure i problemi ci sono anche qui e non pochi. Vengo a sapere di aziende che tribolano sempre più per tirare avanti e, soprattutto, di un gran numero di persone che compiono una migrazione stagionale oltreconfine. Si va in Svizzera a fare la stagione, si mandano in affido le proprie bestie in alpeggio e si va a guadagnare qualche soldo in terra elvetica. Là il lavoro in alpe è meno impegnativo e più redditizio, i Valdostani sono preferiti ad altri operai perchè conoscono la lingua, ma soprattutto sanno fare il mestiere. Quindi? Cosa succederà su queste montagne? C’è il rischio che vengano abbandonate? Ho ricevuto un paio di inviti per recarmi in alpeggi valdostani prossimamente… ovviamente chiederò e vi racconterò ciò che verrò a sapere! Intanto, qui vecchi articoli dove già avevo parlato di Val d’Aosta.

Non recupereremo mai tutto il nostro investimento

Nel mio vagare tra montagne e diverse realtà, non visito solo pastori vaganti. Spesso ci sono amici che mi invitano a vedere anche le loro aziende e sono ben felice di raccontare anche queste storie. Penso sia fondamentale far conoscere tutte le diverse sfaccettature del mondo dell’allevamento, sia per chi sta cercando dei prodotti di qualità, sia per chi invece pensa di intraprendere questa strada.

Cinzia e Renata le avevo già incontrate, sapevo qualcosa della loro storia, ma l’altro giorno ho visitato la loro azienda con grande piacere. Allevano capre Saanen, razza da latte, che tengono in stalla e mettono al pascolo quando ce n’è la possibilità. Abitano nelle valli di Lanzo (TO), la loro azienda si chiama Cà du Roc e nasce nel 2001 dalla volontà, passione (e un pizzico di follia?) di due donne che decidono di lasciare il lavoro d’ufficio e gettarsi in una nuova avventura.

Renata con un po’ di esperienza in più nel settore dell’allevamento, ma per entrambe era un qualcosa di totalmente nuovo. Adesso sono soddisfatte di quello che stanno facendo, ma hanno affrontato mille difficoltà di ogni genere. “Ogni tanto qualcuno ci chiede e sembra una cosa demoralizzare chi ha voglia di iniziare, però… tutta la trafila che abbiamo dovuto passare noi… Se non avessimo avuto le spalle coperte, sarebbe stato impossibile!“, mi racconta. Oltre alla copertura economica, hanno anche avuto grande intraprendenza e costanza per portare avanti il loro progetto con ritmi così serrati.

La loro grande impresa è stata la stalla con caseificio. Trovare il posto adatto per farla non è stato semplice, poi hanno dovuto rispettare una serie di vincoli impressionanti e alla fine si sono pure sentite dire che avrebbero dovuto realizzare una stalla più bassa per evitare le dispersioni di calore. Peccato che sia stato loro imposto di mantenere certe misure, certi “volumi”. Verrebbe quasi da non credere alle parole di Renata, sentir raccontare certe cose è al limite dell’assurdo, ma per me è come riascoltare un nastro “vecchio”, problemi, intoppi e assurdità che si ripetono di valle in valle, di regione in regione.

Oggi l’azienda funziona a pieno ritmo, compatibilmente con le forze di queste due socie e amiche. Ci si alterna nei compiti con gli animali e con il caseificio. Due volte alla settimana si va a far mercato, poi c’è il punto vendita e i vari posti dove reperire i loro prodotti. Formaggi freschi e stagionati, yoghurt di capra: “…che non funziona perchè è bianco… Se solo la gente leggesse cosa c’è negli yoghurt aromatizzati! Non sono capaci a prendere lo yoghurt bianco e metterci un cucchiaio di marmellata!

Per imparare le tecniche di caseificazione e per migliorarsi sempre, per scoprire nuove cose, Cinzia e Renata hanno frequentato i corsi dell’Istituto Lattiero Caseario di Moretta (CN). Renata mi mostra la stalla mentre Cinzia sta lavorando il latte. Ci sono le caprette giovani, quelle non vengono messe fuori al pascolo, le capre in mungitura e i becchi. La mungitura avviene a macchina. Essendo una struttura realizzata dal nulla, è dotata di tutto ciò che è necessario e funzionale. “Riusciamo a tirare fuori un piccolo stipendio mensile che ci fa vivere, ma lavorare si lavora duramente, e ci sono le spese. In tutta la nostra vita non recupereremo mai l’investimento fatto con questa struttura!! Abbiamo anche preso dei contributi, ma se uno deve partire dal nulla e non ha qualcosa alle spalle è quasi impossibile.

Questa immagine è per mostrarvi come l’indole naturale delle capre porti a scontrarsi, anche in assenza di corna. Dopo aver fatto visita a questa azienda andrò a vedere la battaglia (chiamiamolo “confronto”) delle capre in in altro comune della valle. Prima, nella macelleria del marito di Renata, a Martassina, avevo anche visto le rolate di capretto, unico modo per utilizzare la carne dei capretti maschi nati “fuori stagione”. Purtroppo giriamo sempre intorno agli stessi temi… Di formaggio di capra c’è richiesta, ma molta gente di scandalizza al pensiero di mangiare il capretto. Quando però ha la forma di una rolata, diventa ottimo e richiesto anche non sotto Pasqua!

Cà du Roc è anche su Facebook.

Una zona ricca di alpeggi

Salendo lungo la Val di Susa uno non si immaginerebbe che esistano certi posti. Invece basta inoltrarsi lungo qualche strada che ne risale i fianchi per trovarsi in realtà particolari, di grande fascino e “preziose” per quello che riguarda il mondo degli alpeggi. Le montagne di Condove sono una di queste.

Non molti giorni dopo la nevicata che ha ancora una volta imbiancato le vallate fino a quote anche abbastanza basse, ho fatto una gita da quelle parti. Gli itinerari presenti sono numerosi, ma purtroppo i sentieri sono in parte invasi dalla vegetazione e non tutti sembrano facilmente percorribili, così ho optato per la pista sterrata che sale collegando la maggior parte dei numerosi alpeggi.

Il primo che incontro non è in buone condizioni, anche se ancora utilizzato. Gli animali non sono ancora saliti, ma immagino che non tarderanno, visto che ormai di erba intorno ce n’è. Sono anni che vedo questa struttura coperta da teloni di nylon. Arriva anche l’energia elettrica, ma il tetto non è ancora stato rifatto, pur passando la strada a poche decine di metri di distanza.

Pioggia, ma soprattutto neve e grandine hanno lasciato i loro segni sull’erba. Alle quote inferiori c’è molto keirel intorno alla strada (Festuca paniculata), già molto alta, probabilmente non verrà nemmeno più pascolata dagli animali. Mi avevano raccontato che, un tempo, quest’erba dura veniva sfalciata, ma non so se questo avvenisse anche in queste zone.

Più a monte la qualità dell’erba migliora: è il periodo della fioritura, un vero spettacolo per la vista. Non credo manchi molto al momento in cui saliranno gli animali su questi pascoli. E’ vero che è caduta neve solo pochi giorni prima, ma non appena le temperature risaliranno, la vegetazione “si muoverà” e si metteranno in cammino anche le mandrie e le greggi.

Altro alpeggio lungo il percorso, anche questo in cattive condizioni. Già dieci anni fa, durante la stagione in cui i pascoli sono utilizzati, qui c’era una roulotte e non si utilizzavano le baite. Non so se si tratti di edifici di proprietà privata o pubblica, comunque è un vero peccato vederli andare in rovina così, tanto più con una strada che passa appena di fianco.

Raggiungo la quota in cui vi è ancora neve fresca. Un po’ ovunque era caduta abbondante, in certi posti mista a grandine, infatti qua e là gli accumuli sono non poca cosa. L’aria è fresca, nonostante il bel sole. Gli effetti della neve e del freddo sono evidenti specialmente sui fiori, molti dei quali hanno i petali anneriti e accartocciati. Una nevicata al mese di maggio non è troppo insolita, quello che era anomalo era il caldo dei giorni precedenti.

Si sentono delle campane e dei muggiti, ma molto più in basso. In una radura infatti sta pascolando una mandria, probabilmente una di quelle che, nel corso della stagione, utilizzeranno poi gli alpeggi alle quote maggiori.

L’alpeggio che incontro successivamente è composto da due parti, una più moderna, utilizzata, ed una più antica al fondo dei fabbricati, apparentemente non più in uso. Si leggono nomi e scritte con date della seconda metà dell’Ottocento. Chissà quante bestie salivano qui, per utilizzare tutti questi edifici!

Dall’alto, ecco parte dello sviluppo delle baite, collocate in mezzo ai pascoli. Tutti gli alpeggi alle quote maggiori hanno una struttura abitativa e lunghe stalle in grado di ospitare numerosi animali. Anche questo alpeggio, ovviamente, è ancora utilizzato.

Basta girare leggermente il versante per rendersi conto delle temperature. Vicino ad un ruscello, ecco che gli schizzi d’acqua hanno ricoperto di ghiaccio l’erba. In questa zona, meno esposta al sole, la vegetazione è ancora più indietro, anche perchè sto continuando a salire in quota.

Ancora alpeggi lungo la strada, questo con strutture moderne. Ampi pascoli e grossi alpeggi, ma a vista se ne individuano ancora altri a “breve” distanza. Non so se siano tutti utilizzati contemporaneamente o se rappresentino “tappe” negli spostamenti delle mandrie. La quota è all’incirca la stessa, quindi sembrerebbero essere alpeggi veri e propri e non tramuti.

Quest’altra realtà (la Portia) presenta un gran numero di strutture. So che, qualche anno fa, erano state danneggiate dalle valanghe, ma attualmente sono state completamente ristrutturate.

Ecco come si presentano queste baite da vicino. Quando c’ero stata 10 anni fa, ricordo in uno di questi edifici le grosse bacinelle di rame colme di latte, messo al fresco per l’affioramento della panna e per la scrematura del latte. Qui però l’erba è ancora bassa, passerà ancora qualche settimana prima della salita delle vacche.

Salgo fino al colle, mi affaccio sulle Valli di Lanzo. Sull’altro versante il paesaggio è ancora più invernale: molta più neve, i colori non hanno ancora preso le varie tonalità del verde. Montagne più aspre, più ripide, non si vedono strade, sono alpeggi più difficili da raggiungere.

Sulla via del ritorno, ancora un altro alpeggio in quota, poi i successivi, sull’altro versante, si possono raggiungere proseguendo con il sentiero, per ritrovare poi un’altra strada più a valle.

Anch’io scendo lungo un sentiero, di non facile individuazione. Tempo fa dovevano esser stati ben segnati e segnalati, ma adesso sono solo tracce evanescenti tra i pascoli. I segni sulle pietre non sempre sono evidenti e anche la restante segnaletica purtroppo è danneggiata.

Finalmente raggiungo degli animali al pascolo. A questa quota ci sono già diverse mandrie. La montagna ha un altro aspetto, cambia l’atmosfera, a sentire muggiti e campanacci. Anche questi animali, nelle settimane e nei mesi successivi, saliranno più in alto, negli alpeggi che vi ho mostrato nelle immagini precedenti.

E’ un giorno feriale, non ci sono turisti o escursionisti. A parte le vacche al pascolo, l’unica altra presenza è quella di un margaro che sta tirando i fili, mentre il cane fedele lo attende facendo la guardia alla giacca e alla cana. Scambiamo un cenno da lontano, poi io proseguo il mio cammino, lui il suo lavoro.

Ripeto quello che vi dico sempre, la montagna non sarebbe la stessa senza questi animali al pascolo. C’è anche, da parte mia, una vena di malinconia per dover scendere, tornare a valle, mettermi alla guida, immergermi nel traffico. La nostalgia di quando anch’io salivo e restavo su…