Tutto insieme qualcosa fa, ma non è un grosso stipendio

Altra intervista ad un capraio di montagna. Anzi, nel caso di Angelo, si tratta di uno di quei montanari che cercano di sopravvivere nella loro valle, applicando quella che oggigiorno viene definita “multifunzionalità”. Cosa significa in concreto? Lavorare duramente dal mattino alla sera passando da un’attività all’altra, faticando a tirare avanti.

La prima capra me la sono fatta comprare ad otto anni per la promozione, poi basta. Nel 1995, quando sono tornato dal servizio militare, ho preso 12 pecore e 4 capre. Le pecore le ho tenute fino a 2009, quando i lupi mi hanno ucciso gli agnelli sotto casa. Dopo le ho vendute e ho tenuto solo più capre. Sono arrivato ad averne 70, ma si sono ammalate, hanno preso l’agalassia, per fortuna il veterinario dell’asl ha capito cos’avevano, così le ho vaccinate, ne ho vendute, altre sono morte…

Adesso Angelo cerca di risollevarsi dopo la batosta della malattia al suo gregge. “Trovo che le bianche siano troppo delicate, adesso ho molte giovani che sono incroci tra bianche e camosciate, hanno meno latte, ma sono più robuste. Ho sempre munto, il formaggio rende ancora abbastanza. Devo fare il caseificio, voglio fare anche il locale per la lavorazione della carne, per fare i salami. Se la gente viene a comprare e trova un po’ di tutto è meglio. Ho anche il miele, le patate… Il capretto adesso la gente non lo compra più intero, neanche metà, ne vuole solo un pezzo.

E poi ancora altri lavori: il taglialegna, il giardiniere “…dove mi chiamano, lavoravo anche un po’ per il Comune. D’inverno ho l’appalto per togliere la neve. Contributi non prendo niente. Per il caseificio non posso accedere ai bandi perchè bisognerebbe fare filiera con altri, ma qui ci sono solo più io a fare questi lavori. C’è qualche altra azienda con le vacche in altri comuni, siamo rimasti in pochi. Va bene che il fieno me lo faccio e non devo spendere, anche i cereali per le galline. Tutto insieme qualcosa fa, ma non è un grosso stipendio. Sono da solo, al massimo c’è mia mamma che da una mano, ma lei non munge.

Le capre sono nelle reti mentre Angelo fa i vari lavori, un grosso recinto sopra alla stalla. Tutti i giorni cerca anche di andare un po’ al pascolo, poi la mungitura serale: “Finisco alle 20:00 e dopo c’è da lavorare il latte. Per il sabato e la domenica faccio anche la ricotta, c’è gente che me la chiede. Di giorno c’è sempre tanto altro da fare, adesso poi è anche stagione del fieno…

Altri panorami

Sono appena tornata dal Trentino, ma ho ancora immagini delle settimane scorse da mostrarvi, quando invece ero stata in Veneto.

A Vicenza per un convegno, il mattino dopo mi sono alzata con una splendida giornata di sole. Che fare? Dove andare? Rientrare immediatamente a casa significava sprecare un’opportunità. Così, cartina alla mano, decido che l’Altopiano di Asiago potrebbe essere una buona meta. C’ero stata molti anni fa. A dire il vero proprio ad Asiago erano iniziate tante cose. Avevo partecipato ad un convegno sulle transumanze. Era forse il 2004, credo… In quell’occasione avevo presentato i miei primi passi nel mondo dei pastori vaganti ed avevo incontrato i contatti giusti che mi hanno aiutato per la pubblicazione di “Dove vai pastore?”.

Questa volta però sono lì solo di passaggio. La stagione è un’altra e non ho impegni ufficiali. Posso guardarmi attorno, un rapido giro prima di mettermi sulla (lunga) strada del rientro. La segnaletica è perfetta, così scelgo un itinerario ad anello che, in poco più di un’ora, dovrebbe consentirmi di vedere un po’ del paesaggio rurale intorno ad Asiago. 

Parlare di Asiago significa storia, la guerra, ma significa anche allevamento, formaggio. Questo paesaggio c’è grazie alle attività agricole. Gli spazi sono ampi, l’altopiano tiene fede al suo nome, così i prati si estendono a perdita d’occhio, inframmezzati da villaggi, stradine come questa, alberi da frutta solitari. Più in alto, i fitti boschi di conifere. Sarebbe ora di far fieno, ma le condizioni meteo instabili hanno rallentato la fienagione anche da queste parti.

Ci sono anche animali al pascolo. Si vedono stalle qua e là, non so se alle quote maggiori ci siano delle malghe, immagino di sì. Nel mio breve giro ho visto queste Frisone, vacche che solitamente non siamo abituati a veder pascolare all’aperto, tanto più in “montagna”, ma qui il territorio è molto diverso da quello alpino.

Accanto ad una cascina, un altro recinto con altre vacche da latte di razze differenti, tutte ad alta produttività. Non mi sono fermata a comprare l’Asiago al caseificio, non è il genere di formaggio che cerco, preferisco quelli di alpeggio, quelli non “industrializzati”. Però il gelato che ho assaggiato in centro ad Asiago, con latte di azienda agricola locale, aveva un sapore davvero buono e genuino.

Decido di proseguire scendendo verso il Trentino. Come dicevo, il tempo era ancora molto instabile, così una serie di violenti temporali, inframmezzati anche da grandinate, abbassano drasticamente la temperatura. Mi fermo per lasciar passare la parte più intensa della precipitazione, poi la strada mi porta, dopo chilometri di foresta, al passo di Vézzena, tra ampi pascoli e malghe appena ai lati della strada asfaltata.

Nonostante il freddo, il vento e i tuoni in lontananza, c’è comunque un discreto via vai di turisti in visita alle malghe. Leggo che, oltre all’acquisto dei prodotti, qui è possibile svolgere alcune attività ricreative e consumare pranzi e merende. Stiamo parlando di realtà molto diverse dalla maggior parte degli alpeggi delle Alpi Occidentali. Sarebbe sicuramente bello poter visitare meglio questi posti, ma le ore di viaggio per rientrare sono tante e così abbandono l’aria frizzante per sprofondare nella calura della Pianura Padana…

Capre, territorio e tanta buona volontà

Il discorso è sempre lo stesso, questo non è che l’ennesimo esempio che vi posso portare. A dire il vero di questo territorio e di queste persone vi ho già parlato altre volte. Non è un caso unico, ma sicuramente è un caso sempre più raro.

Diciamo che, qui, succede quello che è successo in passato per secoli. Si “accudisce” tutto quello che c’è. E si sa fare un po’ di tutto. Incontriamo chi mantiene vivo tutto questo mentre sta salendo a piedi verso altre baite. Sta andando a fare dei piccoli lavori di muratura per un amico che sta più a monte. Le capre sono al sicuro in questi recinti, così ci spiega. Recinti in legno, erba tagliata e messa ad asciugare sui balconi delle baite e nei vecchi fienili, una cura del territorio come non ce ne sono più.

Chi lo farebbe ancora se non pochi, pochissimi? Non parliamo di eremiti solitari, ma comunque di persone che conducono un’esistenza diversa dalla maggior parte della gente. Una scelta di vita? O piuttosto una serena prosecuzione della vita che qui si è sempre fatta, come se il tempo si fosse un po’ fermato.

Il gregge si sposterà poi in altre aree del vallone, dove intanto l’erba (e i cereali) stanno crescendo. In parte i prati verranno sfalciati (a mano), in parte pascolati. Come tutti gli anni, dalla tarda estate si ammireranno poi i caratteristici covoni di fieno.

A tenere puliti i vecchi sentieri non sono solo i pastori, ma comunque il passaggio di uomini e animali che ancora abitano dalla primavera all’autunno queste borgate fa sì che anche gli spazi di cui usufruiscono i turisti nel tempo libero siano transitabili. Un ramo tagliato, un pezzo di muro ricostruito, poi l’erba pascolata e la traccia ben evidente.

Ci sono altre capre sotto le baite, ci osservano curiose: da una parte del vallone il gregge del padre, dall’altra quello del figlio. Mentre loro pascolavano libere, c’era tempo per pulire un altro tratto di sentiero, di decespugliare il bordo della pista sterrata che passa più a valle. Già, perchè alle baite si arriva solo a piedi seguendo gli antichi sentieri che non hanno mai smesso di essere calpestati.

Tra le riflessioni, ne prevale una in particolare: fino a quando? Fino a quando esisteranno queste piccolissime realtà? Quando spariranno, niente le potrà sostituire. Ci potrà essere qualcuno che arriva da fuori, che ritorna alla montagna con tanta buona volontà e voglia di fare, ma certi lavori non verranno mai più fatti come prima, si perderà comunque un bagaglio di tradizioni e saperi.

Storie di passione

Allevare è una passione. Sono ripetitiva, lo so… Più mi guardo intorno e più vedo contrasti. Allevatori delusi, sfiduciati, allevatori che soccombono ad un mercato che li strangola, li soffoca, bestie che vengono prese, portate qua è là attraverso province, regioni, più che altro per far “quadrare i numeri” sulla carta. Lo scorso anno sembrava che qualcosa potesse cambiare e invece… tutto è come prima, se non peggio. Le speculazioni sugli alpeggi continuano, i contributi dalle cifre seguite da tanti zeri arrivano soprattutto nelle tasche di chi sa come accaparrarseli… e non sono di sicuro allevatori che fanno questo mestiere con passione e che vivono un certo rapporto con i loro animali.

Ha senso mostrare allora immagini così, raccontare storie di passione come questa? Cosa sono? Relitti di un tempo passato? Quadretti pittoreschi e un po’ naif? Certo questa non è economia o politica. Queste sono storie e persone che vanno avanti nonostante tutto e tutti. Anzi, forse potrebbero essercene ancora di più se il mondo si dimenticasse completamente di loro, se li lasciasse stare lassù, con i loro animali, a fare quello che nei secoli è sempre stato fatto. Vivere occupandosi degli animali e ricavando da loro quel poco che serve per sopravvivere.

Aurelio è in pensione. Sale su questo alpeggio con le sue capre più 7-8 del nipote. Potrebbe godersi la pensione riposandosi, andando al bar o a giocare a carte con gli amici. Invece no, va su in montagna con il suo gregge. Bada alle capre, le munge, le pascola…

Le chiude in stalla nelle ore centrali della giornata, poi dopo la mungitura del pomeriggio, le rimette al pascolo. Lassù sembra un piccolo paradiso, anche in quella serata un po’ umida, un po’ nebbiosa, un po’ afosa. C’è una strada chiusa al traffico che sale fin lassù, non si è completamente fuori dal mondo, ma abbastanza da non dover pensare a crisi, mercato globale, terrorismo, borse che crollano o qualunque altro problema della nostra epoca.

Questa non è una storia “importante”. Non ci sono prodotti tipici, non c’è una riscoperta di qualcosa, un rilancio di un’area abbandonata. C’è però il mantenimento di un territorio che, senza Aurelio e tanti altri personaggi come lui, verrebbe abbandonato e nessuno ne potrebbe più godere anche solo dal punto di vista paesaggistico. Questi “invisibili” creano e mantengono un qualcosa che non ha prezzo. Chi può dare un valore a quest’immagine pubblicata qui sopra? Certo, l’imprenditore con centinaia di capi da latte in stalla, munti a macchina, che vende il latte al caseificio è un’azienda, contribuisce all’economia…

Qui non c’è quasi “un’economia”. C’è una persona che, grazie anche alla pensione, può vivere in una vallata di montagna, salendo in alpeggio d’estate con i suoi animali. Faticando, rinunciando a tante comodità, ma sicuramente questa è la sua passione e ne ricava “benefici” e soddisfazioni che non hanno prezzo. Chi conosce questo mondo, capisce perfettamente ciò che intendo. Tutti gli altri però non si facciano illudere… se lo si vuol fare come attività lavorativa, bisogna comunque riuscire a vivere, produrre un reddito sufficiente per mantenere se stessi, gli animali, pagare le tasse, le spese necessarie per mandare avanti l’attività, ecc ecc ecc…

Un giro in Valle Orco

La meta non era quella. Ma poi al mattino il tempo sembrava davvero pessimo. Giù in pianura non ne parliamo, quindi più che provare a risalire una valle e sperare… Alla fine, come si dice, la fortuna premia gli audaci. Mentre nel fondovalle le nuvole stagnavano, compatte, contro le montagne, man mano che si saliva sembrava esserci qualche spiraglio.

Lungo la strada, ad un certo punto, ecco un gregge di capre con il loro anziano pastore. L’erba è bagnata, il cane abbaia perchè due capre stanno facendo battaglia. Due parole su questa stagione dal tempo ballerino, poi si prosegue, dopo aver avuto alcune indicazioni su altri allevatori presenti in zona.

Il secondo incontro, sempre casuale, di giornata, è con un altro gregge di capre vicino ad un alpeggio. Sono bellissime capre e non occorre molto tempo per capire chi sia il padrone. Simone dice di essere più un margaro che un capraio, ma la qualità dei suoi animali è risaputa. “Le abbiamo da vent’anni, non abbiamo mai comprato, sempre allevato le caprette.

Ci sono anche alcuni bovini davanti all’alpeggio. “Ho anche la passione delle mucche nere, le reine. Sono andato a scuola, ho fatto due anni di meccanico, quando ho avuto 16 anni mi sono messo a lavorare in stalla, una volta avevamo solo 4-5 mucche. Quest’anno è il quarto anno che vengo in alpeggio.

Adesso sono appena salito. Sono da solo, mio papà lavora in fabbrica, poi sta giù a fare il fieno. Mia mamma veniva su con me, poi si è ammalata, è mancata lo scorso anno. Faccio formaggi, qui sulla strada si vendono bene. Faccio solo tome. Mi sono messo a posto per lavorare il latte anche giù in cascina. Le capre non le mungo, poi per fare i formaggi di capra richiederebbero un altro locale separato!

Una volta le portavo alle battaglie, mi piaceva, ma poi ho smesso per le troppe polemiche. Adesso ci godo di più a vederle tranquille nel prato a pascolare.”

Tanti turisti le prendono per stambecchi, uno mi ha chiesto se facevo la toma, di stambecco! Faccio anche una lavorazione come quella della fontina, ma ovviamente non posso chiamarla così. L’ho chiamata Ceresolina. Grazie al nome, la gente la compra di più della toma normale! Ormai però non comprano più la toma intera.

Salutato Simone, il viaggio prosegue. Poco sopra, a Ceresole, appena prima della diga, c’è un gregge che sta per andare al pascolo. In questo inizio di stagione è facile fare incontri così, lungo la strada, perchè la maggior parte degli allevatori sta salendo. O meglio, sale chi può pascolare nel fondovalle, visto che agli alpeggi c’è ancora ben poco, quando non addirittura la neve!

Il gregge è quello di Ettore, appena arrivato quassù con la sua transumanza. Il pastore non si scompone per il tempo, è abituato a prendere quello che viene. Si lamenta per le pecore zoppe, quest’anno il clima purtroppo sta favorendo la zoppina, cosa che ho già riscontrato anche presso altri pastori.

E’ ora di andare al pascolo, così il pastore chiama il gregge, che si sposta poco sotto a pascolare altri prati. Non conosco quale sarà il suo tragitto, ma guardando verso l’alta valle mi sa che dovrà far durare l’erba quaggiù, in attesa che la neve sciolga.

Pensavo di non incontrare più animali, di lì in poi, invece ecco ancora qualche mucca, alcune capre e un’agnella che pascolano di fianco al Lago di Ceresole. Forse sono appena arrivati dalla pianura. Il cielo intanto si sta aprendo sempre di più ed esce il sole. Così si prosegue verso l’alta valle.

Veramente di lì in poi non ci sono più altre mandrie e greggi, arriveranno solo più avanti. Siamo nel Parco del Gran Paradiso e gli stambecchi sono abbastanza facili da vedere. Questo branco di più di 20 animali è ben mimetizzato tra le rocce, ma si lascia avvicinare senza troppi problemi. Ovviamente bisogna rispettarli, muoversi piano e non far rumore, poi si può stare a lungo ad osservarli.

Mi viene da sorridere nel pensare che, si trattasse di un gregge di capre lasciate libere ed incustodite, sarebbe molto più difficile avvicinarle così. Ci sono animali di diverse età, tra cui alcuni maschi molto vecchi, a giudicare dal palco. Riposano, si godono il sole, mangiucchiano…

Più in alto ancora, alla diga del Serrù, la primavera e l’estate sono ancora lontane. La strada è aperta fin qui, più oltre bisogna proseguire a piedi, il Colle del Nivolet è ancora chiuso. Quassù non è ancora stagione di alpeggio, almeno per qualche settimana. Fa anche freddo, quindi è meglio ridiscendere.

Ancora un’immagine in cui ben si coglie cosa vuol dire, a queste quote, l’avanzare delle stagioni, dell’erba, delle fioriture. Buon alpeggio a tutti quelli che trascorreranno l’estate in Valle Orco. E intanto, giù nel fondovalle e nella pianura, si scatenava l’ennesimo temporale…

Dante si paragonava ad una capra

C’è stata una nevicata tardiva, ma il sole scalda quei versanti ben esposti della Valle Maira. Siamo in bassa valle, a San Damiano Macra e, al fondo del paese, si svolta a destra, inerpicandosi verso la borgata Podio.

Lo Puy, come dice il nome, è collocato su di un poggio. Ormai qui regna l’abbandono quasi totale, ma, specialmente con la neve, tutti i versanti intorno alla borgata mostrano ben evidenti i segni dei terrazzamenti. Un tempo era tutto coltivato, sfalciato, pascolato…

Non ci sono grossi cartelli che portano all’azienda Lo Puy, solo frecce in legno disegnate a mano. Ma la gente comunque arriva, i prodotti sono rinomati. Sarà lo stesso Giorgio, più tardi, ad ammettere di aver “sempre curato poco le relazioni con il pubblico, ma la Val Maira è seguita dal turismo. E’ stato soprattutto un passaparola.

Il punto vendita è ancora chiuso, l’attività di produzione dei formaggi sta appena per ricominciare. Si vende qui, si forniscono negozi e ristoranti, poi c’è anche l’agriturismo che assorbe parte dei prodotti. Il casaro è lo stesso Giorgio, che ha imparato “…facendo, leggendo, chiedendo. Ho seguito i corsi delle cattedre ambulanti di Moretta che si sono tenuti in valle, ma sono stato anche in Provenza per gli aggiornamenti. Molto è frutto dell’esperienza. Seguo vari modi per fare la cagliata lattica, ma quel che conta specialmente è la stagionatura, un aspetto che da noi è spesso trascurato, oppure certi metodi sono addirittura impediti dalle normative.

Anche l’agriturismo “La Chabrochanto” è ancora chiuso. “Anche se i formaggi si vendono bene, lavori sempre e non paghi comunque tutti gli investimenti fatti, anche se siamo stati aiutati dai finanziamenti ricevuti. Ci sono i mutui da pagare… L’avessi saputo subito che le cose andavano così, l’agriturismo non lo avremmo fatto. Troppi costi. Tanti sacrifici e ci sono comunque quei momenti dell’anno che non hai nemmeno i soldi per pagare un paio di scarpe…

Mentre aspetto Giorgio, mi intrattengo con gli unici altri abitanti della borgata: alcuni gatti che si godono il sole. “Quando ho finito gli studi, volevo comunque tornare in montagna. Parte delle mie origini sono in Valle Po, ma lì mia moglie, che è medico, non aveva sbocchi professionali. Siamo stati un anno e mezzo in Val Grana, poi abbiamo trovato qui della terra e delle case da ristrutturare. Abbiamo scelto il posto perchè era tutto abbandonato e non c’erano altre aziende agricole, non c’era concorrenza.

Le prime capre le abbiamo prese nel 1999. All’inizio avevamo bestie di diversa provenienza, “nostrane”, sperando che fossero bestie che, come un tempo, producevano bene anche con pascoli poveri, ma i capi buoni si sono persi. Mungevamo troppo poco, così abbiamo scelto di prendere delle bianche, delle Saanen. Abbiamo scelto quelle perchè, all’epoca, in Piemonte, c’era già una buona selezione sulla razza. La selezione però non ha fatto perdere la rusticità, così stiamo al pascolo al’aperto fin quando si può.

Tutta la famiglia lavora in azienda: oltre a Giorgio, c’è il figlio Mario, il maggiore, che presto farà l’insediamento. “La figlia e la moglie lavorano soprattutto all’agriturismo, ma adesso la figlia studia ancora e mia moglie ha ripreso anche il lavoro da medico per far quadrare i conti. Poi ci sono i tre figli piccoli che vanno ancora a scuola. Inoltre c’è Lara che ha una decina di capre in società con noi, anche se lei soprattutto si occupa delle ceramiche.

Fin da giovane frequentavo i pastori, non ho mai concepito l’allevamento senza fare formaggio, è il senso ultimo della pastorizia. La vocazione della capra è il latte e il formaggio, il capretto è un sottoprodotto, è inevitabile mangiarlo, i capretti maschi non si allevano. Come numeri, non si possono tenere troppe capre, sia per il territorio, sia perchè la capra è gerarchica, fanno gruppi, si dividerebbero, non si potrebbero gestire.

La nostra chiacchierata avviene fuori dalla stalla, con i cani intorno, seduti su dei tronchi di legno. “Le soddisfazioni sono quelle di tagliare un buon formaggio e condividerlo con gli amici, oppure mangiare un buon capretto alla brace, o anche la capra anziana che ti ha accompagnato per degli anni. Poi la relazione che hai con gli animali andando al pascolo… Se non potessi andare al pascolo, non alleverei! Il capraio è spesso un mestiere “di ritorno”, trovi anche tanta gente “assurda” che ha fatto ogni tipo di mestiere prima. La capra è più intelligente, con lei hai un rapporto migliore. Dante si paragonava ad una capra, mentre i conformisti erano pecore matte…

La borgata torna viva solo d’estate, quando qualcuno torna alle case di origine. Adesso anche le ristrutturazioni sono ferme, ma servirà ancora del tempo (e dei soldi) per terminare tutto. Giorgio mi racconta anche disavventure burocratiche, la capra che pascola in bosco non è consentita, “…ma quelli erano prati, campi, la capra cerca di ripulire! L’università fa gli studi sul pascolamento sostenibile, ci mandano su i tesisti, ma poi ci tolgono i contributi perchè dicono che dalle foto aeree c’è troppo bosco e quindi sosterrebbero che non pascoliamo. Non puoi nemmeno insistere troppo, perchè altrimenti ci multano persino perchè non si potrebbe andare con le capre nei boschi…

Prima di ripartire, passo ancora da Lara, a vedere l’esposizione delle sue opere. Pregevoli lavori in una bellissima ambientazione… Ma le difficoltà, per chi ha scelto di vivere e lavorare quassù, sono davvero tante. Come sempre, un conto è teorizzare il ritorno alla montagna, un altro è viverlo sulla propria pelle.

Per chi si fosse incuriosito, intanto consiglio di fare un giro in Valle Maira, dove l’architettura delle povere case di montagna presenta dettagli veramente unici. Questa invece è la pagina de Lo Puy. Per chi conosce il film “Il vento fa il suo giro”, le capre del pastore erano state imprestate da questo gregge!

L’abbandono della montagna

Abbandono in montagna, argomento che ho già trattato tante volte e che mi sta particolarmente a cuore. Io purtroppo non ho soluzioni, ma amo mostrarvi quel che incontro in luoghi meno noti e sicuramente meno patinati. Solo che, di solito, siete abituati a vedere le mie immagini di case diroccate in vallate un po’ più dimenticate. Invece no, oggi vi porto con me in Val d’Aosta. Già, la Val d’Aosta non è, nell’immaginario comune, un luogo che uno associa all’abbandono, piuttosto il contrario.

Passando sull’autostrada tra il casello di Chatillon e quello di Nus, ma ancora più visibile dalla statale, avevo notato un villaggio abbandonato e mi ero, per l’appunto, stupita. Perchè la Val d’Aosta è, in uno stereotipo, la regione delle belle case in pietra tutte ben sistemate, con i balconi fioriti d’estate, i prati tagliati e pascolati. Cosa ci fanno quei ruderi? Ieri, intorno a quelle rovine, spiccavano i mandorli in fiore e il richiamo era per me praticamente irresistibile.

Così sono salita a Barmaz, frazione del comune di Saint-Denis. Ho individuato “a naso” la via per salire, infilandomi in un sottopassaggio della ferrovia. Infatti c’era una traccia di sentiero che saliva tra sterpaglie e cespugli, pochi minuti per portarmi all’insediamento abbandonato. Le case sono tutte danneggiate dai crolli, segno che da anni qui non abita più nessuno. Erano belle baite, abitazioni di montagna, con quei dettagli architettonici che ritroviamo spesso nelle valli.

Ieri l’unica forma di vita erano le farfalle, grazie all’aria che sapeva già di primavera, e le api sui mandorli. L’uomo da chissà quanti anni non vive più qui. Eppure il fondovalle non è lontano, l’esposizione è ottima, vi sono villaggi abitati ben più a monte. Però qui non arriva la strada. La frazione sottostante (collocata sulla statale) è a cinque minuti di cammino. In questo sito, leggiamo queste parole riguardo a Barmaz: “L’abbandono di Barmaz risale alla metà del XX secolo quando l’abbandono delle zone rurali era preponderante e si preferivano le grandi industrie del boom economico del dopoguerra all’agricoltura…

Sempre la medesima fonte attribuisce al XVII secolo l’origine di questo villaggio, dove ora si passa seguendo l’itinerario della via Francigena. “…si coltivavano patate, frumento ed altri cereali…“, oggi invece non si coltiva più nulla, non si pascola e non si sfalcia. Nei prati accanto alla frazione sottostante vi sono alcuni asini, forse allevati proprio per tenere puliti i versanti, per evitare che le sterpaglie arrivino fin contro le case.

Che dire di questo masso letteralmente inglobato nel muro di una casa ormai crollata? Mi sono seduta lì, su una di quelle pietre, sotto il mandorlo, a guardare quelle rovine e a pensare a chi qui viveva, a chi aveva costruito quelle case, all’abbandono della montagna e alla vera essenza della montagna. Cosa succederà alla montagna, nei prossimi anni? Nelle vallate piemontesi, ma anche lì in Val d’Aosta, dove un certo tipo di economia ha retto forse solo perchè basato sui contributi e sulle agevolazioni della regione a statuto speciale.

Tanti amici continuano a parlarmi di un drastico calo del numero delle aziende agricole. Un’amica mi diceva che non trova un paio di bovine da portare in alpeggio, perchè le tante piccole, piccolissime aziende a conduzione famigliare, dove magari qualcuno lavorava in un ufficio pubblico, oppure dove c’erano anziani, hanno chiuso. Qui a Barmaz le stalle sono vuote da lungo tempo. Come sempre, penso che mi piacerebbe parlare con qualcuno che lì è ancora vissuto.

C’era un canalino che portava l’acqua, se ne intravvede il tracciato tra l’erba secca, i cespugli di pruno, le rose selvatiche, il timo. Certo, in Val d’Aosta ci sono tante belle realtà agricole, efficienti e dotate di infrastrutture che altre regioni quasi si sognano, ma la maggior parte possono dire grazie agli anni passati, quando c’erano molte più disponibilità economiche e aiuti pubblici.

Appena lì sotto l’autostrada, il traffico che scorre, il suo rumore è molto forte e fastidioso, quassù. Tra poco inizieranno a scendere i turisti di ritorno dalle località sciistiche, ma non è solo quella la salvezza della montagna, specialmente quella montagna di mezza quota, quella dove l’uomo vive tutto l’anno. Che agricoltura si può ancora praticare qui? E quella piccola agricoltura basata sulla multifunzionalità (una volta i nostri nonni e bisnonni non lo sapevano che si chiamava così…), quella con “di tutto un po’”, l’agricoltura di sussistenza, oggi non basta più. Ci sono tanti nuovi costi, spese di ogni genere, tasse da pagare, vincoli per adattare le strutture ad ogni tipo di lavorazione e trasformazione delle materie prime, se le si vuole vendere al pubblico.

Sotto la roccia c’era quella che penso fosse la cantina, infatti intorno ci sono, quasi tutti frantumati, resti di bottiglioni e bottiglie, che i vandali hanno sparso ovunque. Chi ha abbandonato questo luogo è andato a fare altro e non si è preoccupato di portarli via.

Certe porte si aprono solo più sulle rovine di tetti e soffitti collassati all’interno. Ma quale futuro aspetta, in generale, le terre alte? Qui la strada non c’è e l’abbandono è stato totale. Ma le aziende lungo le strade, ormai troppo piccole per sopravvivere ai grandi numeri della pianura? La qualità di quel che si produce lassù non viene pagata con il giusto prezzo che possa ripagare gli sforzi, le fatiche, le spese. Ha senso, tutto questo? Ci sono aziende che chiudono, giovani e meno giovani che, d’estate, vanno a fare la stagione negli alpeggi in Svizzera…

E così anche in Val d’Aosta c’è l’abbandono. Il villaggio di Barmaz, i suoi campi e prati terrazzati intorno. Vi ho parlato di una realtà, ma il discorso è molto più ampio e generale. Cosa si fa, cosa si intende fare per le montagne? C’è speranza di un reale ritorno, o prima dobbiamo passare attraverso uno spopolamento ancora maggiore?

Quando provi a far qualcosa c’è invidia

Da quando, nel mondo degli appassionati, si sta spargendo la voce che ho intenzione di scrivere un nuovo libro a tema “caprino”, in molti mi hanno già contattata chiedendomi di visitare anche la loro azienda. Grazie per la collaborazione! Quello che cerco sono storie da raccontare, non mi interessa la dimensione della vostra azienda, se allevate capre per hobby, per reddito, se mungete o se avete capre da battaglia. L’importante è che la vostra sia una bella storia di veri appassionati e abbiate voglia di raccontarmela.

Di Elena sapevo che… esisteva! Ero passata nei pressi della sua azienda lo scorso anno, casualmente durante una gita e ne avevo accennato qui. Poi un’amica comune, anche lei allevatrice, mi ha portata qui per intervistarla. Saliamo sopra a Paesana, in Valle Po, fino ad arrivare alla stalla di Elena. Lei e Sara chiacchierano, guardano le capre, è pieno di capretti nati nelle ultime settimane. Le capre sono veramente grosse, parecchie devono ancora partorire.

La stalla è nuovissima, ma l’abitazione non c’è ancora, bisognerà ristrutturare le altre baite lì vicino e ci vorrà ancora tempo, si spera meno di quanto è stato necessario per i permessi relativi alla struttura per ricoverare gli animali. “Le prime capre le ho prese nel 2008. Ho sempre avuto la passione, ho studiato Agraria e poi Scienze Forestali. Mentre studiavo, lavoravo nei rifugi in montagna. Sono di Moncalieri, abitavo in un appartamento al terzo piano e i miei genitori sono operai. Mi ero trasferita a Villar Perosa con il mio ex compagno, in una baita, al piano terra c’era la vecchia stalla, intorno tanti rovi. Avevo chiesto agli Agù per comprare delle capre e loro mi hanno mandata da Sara… Ne avevo prese tre e un maschio.

Questo è stato l’inizio di Elena, classe 1983. Mi racconta la sua passione per questi animali a cui sta dedicando interamente la sua vita. “Sono intelligenti, affettuose. Mi sono piaciute per il carattere. Sono furbe, ma anche stronze!“, ride Elena. “Ognuna è diversa, hanno il loro carattere!” Ha imparato man mano sul campo: “Per il primo parto difficile ero agitata, ero sudata, in panico! Ho chiamato per telefono Sara che mi spiegava cosa dovevo fare per tirare fuori il capretto. Poi impari, adesso faccio tutto da sola, quando c’è proprio bisogno chiamo il veterinario.

 

Le difficoltà maggiori per Elena sono state burocratiche. “Dove ero prima non potevo sviluppare niente, non c’era spazio, pochi pascoli. Questo posto l’ho trovato su internet, ho guardato che fosse al sole e ci fossero i pascoli. Non ho potuto prendere finanziamenti e fare l’insediamento come giovane imprenditore perchè l’amministrazione mi ha ostacolata. Ci hanno messo un anno e mezzo a darmi i permessi, così sono scaduti i termini. Non sono di qui e questo da fastidio… Sai il film “Il vento fa il suo giro“? L’ho scoperto dopo che la storia che l’ha ispirato è successa poco lontano da qui. C’è gente che mi ha accolta bene, i vicini della borgata Ferrere che hanno bestie non mi hanno mai detto niente. Però altri invece… quando provi a far qualcosa, c’è invidia!

Elena da poco ha preso anche una vitella, per avere in futuro il latte per i capretti. Attualmente ha un’ottantina di capre. Nei progetti, c’è quello iniziale di vendere il latte, intanto ristrutturare le altre baite sia per l’abitazione, sia per i locali di lavorazione latte e carne. Recentemente ha fatto lavorare la carne di una delle sue capre presso l’Istituto di Moretta ed è rimasta molto soddisfatto. Il marito di Elena lavora già nel settore carne, quindi le basi per realizzare questi sogni ci sono.

Mi racconta dell’anno precedente, quando la stalla era rimasta isolata per via della neve. Quel giorno stesso, al pomeriggio, avrebbero dovuto portarle del fieno, così era poi tranquilla in vista della nevicata prevista (e arrivata in questi giorni). “Non mi hanno pulito la strada, venivo su da casa con l’asino e il basto. Vado sempre su e giù a piedi, dal sentiero sono 10 minuti, ma ovviamente serve anche avere la strada pulita! Solo che… Hai voluto venire qui? E allora arrangiati! Questa è l’accoglienza che ho avuto!” Ma Elena non è una che si scoraggia.

Momenti di sconforto ne ho avuti tanti, infiniti! Venir su con un metro e mezzo di neve e l’asino… Poi tutti i costi che devi sostenere per essere in regola, quando ricevi i preventivi… Un’altra volta sono caduta al pascolo, mi sono fatta male al ginocchio, ma il giorno dopo comunque ero qui. Se proprio devo andare via per qualcosa di importante, viene mia mamma, piace anche a lei e le capre al pascolo con lei stanno brave. Come quando sono dovuta andare a fare la prova dal parrucchiere per il matrimonio!

La stalla è pulitissima, non si sente nessun odore a parte quello del becco. Su di una parete, il manifesto del “Fronte di liberazione del contadino impazzito” (se lo volete leggere, lo trovate qui). Elena lavora e racconta, parla del tempo libero che non esiste, ma non è quella che si lascia andare perchè lavora in stalla in un posto fuori dal mondo, la sua femminilità è curata sia nell’abbigliamento, sia nell’aspetto. “Io sono ancora una che si emoziona, quindi piango per il bene e per il male. Tra i momenti più belli, quando nascono i capretti, quando le abbiamo messe qui nella stalla nuova.

Le capre sono frutto di incroci, selezionate per il latte, ma anche per la rusticità, visto che in primavera, estate e autunno si va al pascolo. Adesso c’è un grosso becco di razza verzasca, che dovrebbe garantire entrambe le caratteristiche. “I problemi sono quelli che hanno tutti: alimentarle bene costa e vendere rende poco. Ma dovessi rifare la mia scelta, lo rifarei. Magari da un’altra parte, perchè qui in Italia è proprio difficile… Anche essendo donna è tutto più difficile. Solo quando vengono qui e vedono le bestie tenute bene allora mi considerano. Altrimenti, donna e di Moncalieri, figuriamoci! C’è stato anche chi mi ha fatto dei brutti scherzi, mi hanno tagliato i guinzagli dei cani che erano appesi fuori, mi hanno aperto i rubinetti dell’acqua quando facevamo la stalla, sono arrivata su ed era tutto allagato, sono dovuta andare a far denuncia contro ignoti.

Gli antichi detti o il “nuovo” clima?

Non sono passati molti mesi da quando cercavamo di leggere i segni che potevano far capire come sarebbe stato l’inverno. Ci sono i giorni “di marca”, i detti popolari, quelle piante, quegli animali che… Bene, aveva nevicato sulla foglia e l’inverno non ha dato noia (fino ad ora non è quasi stato inverno). I quaranta giorni e una settimana di Santa Bibiana si sono addirittura estesi. Le vespe e i sorbi che annunciavano tanta neve per ora non hanno funzionato, a meno che febbraio riservi delle sorprese.

Questi sono i giorni della merla e si va in montagna in maglietta. Una montagna spoglia dalla neve, dove le sorgenti sono secche non per il gelo, ma proprio perchè l’acqua non c’è più. Al massimo un esile filo. Se fa caldo durante i giorni della merla, dicono che la primavera arriverà tardi. Poi com’era quella cosa del Natale con la luna piena? Non dicevano che, quando succede, ci sarà la Pasqua con la neve?

Ho ben paura che la “saggezza popolare” non sia più sufficiente di fronte a spettacoli del genere. Questi sono i pascoli del Vallone di Pramollo (TO), nei pressi del Colle di Lazzarà. “Prima o poi pioverà, prima o poi arriverà la neve“. Speriamo, e speriamo che non arrivi “tutta insieme”, a portare alluvioni, su di un terreno duro, compatto, polveroso, riarso: servirebbero lente piogge per far sì che l’acqua lo ammorbidisca pian piano e penetri in profondità.

Qui gli allevatori spargono il letame sui pascoli, a fine stagione. In certi alpeggi lo si fa ancora con l’acqua, la cosiddetta “fertirrigazione”, qui il pianoro permette di passare con la botte e il trattore. Questa operazione si fa affinchè la neve copra tutto e, quando scioglie, il concime lentamente penetra nel suolo, garantendo un nuovo pascolo abbondante la primavera/estate successiva. Per il momento ciò non è successo.

Bisognerà cambiare tutto? Adesso sembra che già molto sia cambiato rispetto ad un tempo. Non si vive più in certi posti, in altri si passa solo a pascolare salendo e scendendo dall’alpeggio. Ci sono stati momenti forse più caldi di questi, altri ancora con climi ben più rigidi. Non è solo questione di chiedere “la calamità naturale” quando il clima causa qualche danno, con gli animali se non c’è da mangiare e da bere, non puoi stare. Specie se sono animali con certe esigenze, abituati ad un certo clima.

Sulla via del ritorno della mia gita, incontro proprio degli animali che non sono di queste parti! Se prima ragionavo sull’adattamento delle nostre razze autoctone a questi sbalzi di clima (non me le vedo le nostre capre in cima agli alberi, come in Africa sulle acacie a brucare non si sa bene cosa), adesso mi domando come stiano questi camelidi (alpaca e lama) da queste parti. Il pregio del loro pelo penso derivi anche dal clima in cui vivono (sulle Ande, a quote che arrivano anche ai 5000 m).

Personalmente sono sempre un po’ perplessa quando vedo allevare animali che non appartengono alle razze locali: non che non siano belli, non che non si possano ottenere buoni risultati anche lontano dalle zone di origine, però se dovessi lanciarmi in un allevamento “di nicchia” per valorizzare un prodotto/un territorio, cercherei di puntare sulle razze autoctone, magari quelle più a rischio di estinzione. Se in un certo ambiente si è evoluta una razza, sarà quella che maggiormente riuscirà a sopravvivere anche di fronte ai mutamenti. Oppure dovremo presto passare ad altri camelidi? Quelli del deserto? Perdonatemi la provocazione… speriamo presto di vedere le montagne ricoperte di un bel manto di neve, scorta d’acqua anche per chi sta in pianura e apre il rubinetto senza porsi troppe domande.

Racconto di Natale

Gli allevatori lavorano anche il giorno di Natale. Non sono gli unici. Sono in tanti a donare il loro tempo e le loro forze per altri anche quando la maggior parte della gente fa festa. Quando si ha a che fare con gli animali, questi vanno nutriti, accuditi. Qualcuno avrà persino passato la notte di Natale in stalla: c’è la luna piena, è facile che vi siano stati dei parti. Chissà, nasceranno agnelli, capretti, vitelli a cui facilmente verrà dato il nome di Natalina o Natalino.Volevo raccontarvi una favola di Natale, una di quelle favole che però fanno anche riflettere. Ha il lieto fine? Lo scoprirete leggendo. (NB: le foto non fanno riferimento a luoghi o animali protagonisti di questo racconto. Non è importante dove è successo, può anche darsi che sia accaduta la stessa cosa in vallate differenti, sempre in questi giorni).

Era un’annata strana, quella, lassù nella valle. I comignoli fumavano nell’inverso, dove il sole comunque tramontava prima, ma non c’era neve fin su sulle punte. Non sembrava proprio che stesse arrivando il Natale. Si sentivano ancora le campanelle degli animali al pascolo, addirittura. Si finiva l’erba con le manze, le pecore in asciutta, le capre. C’era chi rastrellava ancora foglie, chi spargeva il letame sui prati. Prima o poi la neve sarebbe arrivata? Non si stava male, così, ma non era nemmeno normale.

Le capre brucavano golose qualche ciuffo di erba, ma poi correvano su per i boschi, dove trovavano ghiande, castagne. E’ nella loro indole, è naturale che sia così. Non si può metterle nelle reti, tanto vale chiuderle in stalla a fieno, a questa stagione. Ma sarebbe davvero un peccato, con tutto quello che possono ancora pascolare all’aperto. Stanno anche meglio fisicamente! Solo che quel giorno capitò quel che a volte succede. Di chi è stata la colpa? Dopo, tutti si rinfacciavano qualcosa a vicenda: se le avessi lasciate in stalla, se tu non fossi stato a spargere letame, se tu avessi sentito le campane quando prendevano via. Alla fine però la sintesi di tutto era: se non ci fossero i lupi sempre pronti ad attaccare, come sono tornate alcune, sarebbero tornate tutte!

Quella sera infatti il gregge non rientrò. L’indomani si andò a cercarle e se ne trovò una parte, ma altre mancavano. Erano andate in alto, perché non c’è neve, perché c’è da mangiare, perché qualcosa le aveva spaventate. Infatti si faticava a farle scendere, arrivavano nel bosco e si bloccavano, adesso avvertivano il pericolo che prima avevano ignorato. I cacciatori la domenica videro due lupi che ne stavano divorando una, li videro con i loro occhi, li spaventarono, li misero in fuga e avvisarono i pastori. La ricerca continuava: in un altro vallone, quasi contemporaneamente, venne avvistato un lupo solitario. Sali, scendi nei valloni, cerca. Continua a maledirti per averle lasciate fuori, ma maledici anche i predatori, chi continua a dire “sono solo cani”. Li senti anche ululare, li senti che si chiamano da un versante all’altro, li senti tu che sei lì, non quelli scettici, che a quell’ora sono già in casa con la stufa o il riscaldamento acceso. Una capra vecchia torna da sola, arriva alla stalla, spaventata. Un passo dopo l’altro, per caso si trova la campana, insanguinata, di un’altra delle capre mancanti. Due non rientrano, così dopo oltre una settimana si perde la speranza. Il giorno di Natale è quindi offuscato da ciò che è successo.

Qual è la morale della favola? Che non puoi più permetterti di sbagliare. Nelle “favole vere”, le capre parlano con il lupo, nella realtà concreta, è il pastore a fare infiniti dialoghi mentali mentre arranca alla ricerca dei suoi animali: li maledice, chiede loro perché non sono rimasti lì vicino alla stalla, perché sono andati lassù. La colpa non è del lupo, certo… Ma nelle favole, il pastore può difendere le sue caprette. Nella realtà invece gli vengono ancora a chiedere se è poi ben sicuro che fossero lupi e non cani… Quella forse è la cosa che più lo fa imbestialire.

E così il giorno di Natale ha un retrogusto amaro di sfiducia. Si pensa ad altri colleghi che, stufi, hanno fatto che vendere gli animali. Ci si chiede se anche per i propri non ci saranno altre soluzioni, perché non si possono obbligare le capre a far le pecore, perché è impossibile gestirle diversamente, perché anche d’estate in montagna sono costantemente in pericolo e… e adesso i lupi praticamente sono davanti alla porta della stalla in fondovalle.

Questa è la favola del Natale 2015. Mi spiace se non è stata di vostro gradimento. Nemmeno a coloro che hanno avuto attacchi in questi giorni la cosa ha fatto piacere. E di lupi ormai ce ne sono tanti… come avvisa questa scritta sgrammaticata, ma veritiera per chi fa l’allevatore.