Nuova stagione, nuovi problemi

Problemi vecchi e nuovi per i pastori, problemi di cui si faceva volentieri a meno. In questi giorni le montagne si stanno svuotando, scendono le mandrie e scendono anche le greggi. Con la siccità della scorsa stagione estiva è già stato un mezzo miracolo riuscire ad arrivare a fine mese. Ma…

pecore alla fiera di Sampeyre (CN)

pecore alla fiera di Sampeyre (CN)

…ma sono in pericolo le transumanze, lo stesso pascolo vagante e persino le fiere. Il primo problema di cui sto parlando riguarda (per ora) solo il Nord Est, dove ha fatto la sua (ri)comparsa la temutissima Blue Tongue, lingua blu. Tutto è iniziato con la morte di alcune pecore, che sono poi state analizzate… ed è stato scoperto appunto che si trattava di questa patologia, una malattia virale che viene diffusa da un moscerino. Ahimè quindi il caldo anomalo che persiste non aiuta ad arginare il problema. Controlli negli alpeggi, campagne di vaccinazione, annullamento di manifestazioni come la transumanza ad Asiago e… cosa succederà alle greggi vaganti che dovrebbero passare dov’è stato trovato il primo focolaio? Vaccinazioni, divieti, obblighi… sarà un autunno molto difficile. “E’ stato bloccato un passaggio molto importante per i pastori in discesa verso la pianura nei prossimi mesi…”, mi scriveva già ai primi di settembre un amico dal Veneto.

Nel Nord Ovest non si segnalano allarmi in tal senso e ci si auspica che il focolaio resti confinato, anzi, che venga debellato del tutto, ma purtroppo niente può essere escluso. Chi scende a piedi, chi scende con i camion, una volta arrivati in pianura c’è qualcosa di molto brutto in attesa. Non è una malattia degli animali, ma un insetto, o meglio, una larva. Non notate niente di strano in questo prato pascolato?

C’è stata la siccità, poi poche, misere piogge. L’erba però è secca anche laddove i prati sono stati irrigati. Come mai, cosa sta succedendo? Il fenomeno potrebbe passare inosservato, ma non agli addetti ai lavori, tanto meno ai pastori. Non è erba secca, è erba morta. Chiazze, strisce, prati interi. Cosa sta succedendo? Avevo casualmente letto un articolo qualche giorno fa, non sapevo però che il fenomeno fosse già così diffuso.

La nottua delle graminacee è una farfallina notturna, la sua larva si ciba solo di graminacee, quindi le erbe a foglia fine che compongono una buona parte dei prati e dei pascoli (ma non solo, perchè sono graminacee tutti i cereali). Mythimna unipuncta, questo è il suo nome scientifico, è un insetto molto diffuso, ma pare che questa sua massiccia diffusione quest’anno sia legata alle temperature anomale. E così ecco che nei prati sopravvivono solo le leguminose (trifoglio, erba medica) e altre erbe di scarso valore, mentre le graminacee spariscono totalmente. Un danno per gli agricoltori e… per chi deve far pascolare gli animali!

Il problema poi è duplice: da una parte la scarsità di foraggio in un autunno che già si prefigura “magro”, dall’altra una delle possibili soluzioni. Da più parti infatti si parla di trattamenti antiparassitari (su così vasta scala? quanti sono gli ettari di prato?). Ma una volta trattati i prati, dopo quanto tempo sarà “sicuro” lasciar pascolare le pecore su quell’erba? Per non parlare poi comunque delle conseguenze su tutto l’ecosistema di trattamenti antiparassitari su estensioni così elevate…

Insomma, ancora una volta la “bella vita” dei pastori, vita all’aria aperta, in queste fin troppo miti giornate di settembre è tutt’altro che semplice. Ci sarebbe sicuramente da auspicare un inverno freddo come ai vecchi tempi, per ammazzare larve, moscerini & C. Buon autunno a tutti e speriamo che si trovino valide (e veloci) soluzioni a questi problemi.

Come va con i capretti?

Un amico mi chiede: “Come va da quelle parti con i capretti? Qui sembra ci sia di nuovo quella porcheria di due anni fa!“. Personalmente, sono appena tornata dal pascolare le capre che hanno già partorito tra la fine e l’inizio dell’anno, mentre le altre devono ancora dare alla luce i capretti. Quest’anno il calore è stato un po’ anomalo. Per fortuna qui niente da segnalare, ma ho fatto un po’ di indagini informale ed in effetti sembra che si segnalino di nuovo casi simili a quelli che avevo raccontato qui.

Consiglio a tutti di rileggere quel post, facendo particolare attenzione ai commenti che si erano via via aggiunti anche negli anni successivi. La strana “moria dei capretti” è un qualcosa da studiare e soprattutto da segnalare, in modo che questa “patologia” possa essere identificata e curata adeguatamente.

Da quello che scrivono gli amici veterinari che hanno commentato, colpisce indistintamente allevamenti in stalla e all’aperto. “Vi assicuroche la malattia di cui parlate è a noi nota da tanti anni ed è più diffusa di quanto possiate immaginare. L’esperienza mi ha insegnato che più che una malattia, bisognerebbe considerarla un Sindrome le cui caratteristiche eziologiche (cause) e patogenetiche (meccanismi d’azione delle possibili cause) sono del tutto sconosciute“, scriveva Gio. “La malattia è una sindrome multi fattoriale dove alcuni fattori condizionanti predispongono gli animali a determinate infezioni, che agiscono quindi come complicazioni secondarie di uno stato patologico fino al determinismo dei sintomi di quegli stadi di infezione e/o tossinfezione che ne determinano la morte. Questo è dimostrato dal fatto che quasi mai negli animali venuti a morte da cui si è isolato un agente infettivo sono stati riscontrati sintomi associabili all’infezione specifica.
Da una analisi grossolana, io posso ritenere che i principali fattori condizionanti che predispongono per questa malattia sono: l’ambiente inteso come superficie degli spazi a disposizione degli animali durante la stabulazione e soprattutto durante il periodo dei parti, le condizioni igieniche degli stabulari, le condizioni di areazione/ventilazione; il sistema di gestione dei parti e di stabulazione dei capretti nel periparto, compreso il sistema di svezzamento; l’alimentazione delle fattrici, soprattutto durante il periodo di asciutta, laddove sia gli eccessi, sia la carenza di energia oltre che di proteine, possono creare un dismetabolismo che si ripercuote anche sui nati proprio nei primi giorni di vita; lo stato immunitario delle fattrici, inteso come adeguatezza del livello di difese immunitarie, sia dirette che indirete, degli animali.

Spero che tutto questo possa esservi d’aiuto se vi trovate coinvolti nel problema. Comunque, usiamo anche questo mezzo (il blog), Facebook o qualsiasi altra via di comunicazione immediata e condivisibile per aiutarci l’un l’altro se, ahimè, siamo tra gli allevamenti vittima di questa “malattia”. Nasconderla non serve a niente se non a far sì che non si trovi mai la soluzione.

Una bella rogna

Oggi volevo parlarvi di un problema non da poco, quello di una patologia presente qua e là nelle greggi e per il quale, ahimè, non si fa quasi nulla. Sono anni che mi domando perchè altrove sia obbligatorio provvedere ad una profilassi idonea prima di mandare gli ovini in alpeggio, mentre qui da noi ci si preoccupa sì della genetica dei montoni al fine di debellare la scrapie, ma niente si fa contro la rogna. C’è la rogna sarcoptica, portata da un acaro, che colpisce soprattutto le parti prive di lana, testa e orecchie, e la rogna psoroptica, che invece si sviluppa nelle zone coperte da lana o peli.

Queste patologie, oltre ad essere fastidiose e debilitanti per gli animali, sono anche contagiose, infatti l’acaro responsabile, disperso nell’ambiente, ha una sopravvivenza di 2-3 settimane, durante le quale può infettare altri animali. Una volta presente nel gregge, può infettare il 50-60% dei capi. Qui trovate numerose interessanti informazioni su tutti i parassiti degli animali domestici.

Identificare la rogna non è difficile: gli animali si grattano, la lana cambia aspetto, fino a mostrare nello stadio più avanzato queste chiazze prive di vello e ciuffi che si staccano progressivamente a mano a mano che l’animale si sfrega contro alberi e altro. Le cure ci sono, eppure alcuni allevatori di anno in anno continuano ad avere questo problema.

Oltre ad una questione di benessere degli stessi animali, il rischio è anche per tutti gli altri pastori, sia quando il gregge transita/pascola in una zona dov’è passato o dove ha sostato un gregge infetto, sia quando animali di provenienza diversa vengono mischiati per la stagione d’alpe.

Possibile che non si possa fare niente? Eppure basterebbe obbligare gli allevatori ad effettuare dei trattamenti per la cura/prevenzione dell’infestazione. Tra l’altro, alcuni prodotti per combattere altri parassiti (nematodi e altri), sono attivi anche contro la rogna. Sono maggiormente predisposti a soffrire di questa parassitosi gli animali stressati o comunque non in ottime condizioni di salute. Nelle stalle, una buona pulizia delle strutture aiuta a prevenire la presenza degli acari. Non è giusto che tutti siano a rischio per colpa del comportamento di alcuni irresponsabili che continuano a circolare con bestie infette.

Le giornate che si allungano…

In primavera non bisognerebbe più doversi lamentare: c'è erba da pascolare, si avvicina il momento di salire in alpeggio… Ma chi conosce il mestiere o legge questo blog da anni, sa che qualche imprevisto c'è sempre, ma pure la routine della primavera non è delle più semplici. Alla sera non si finisce mai, si rientra esausti a tarda notte, si corre il rischio di addormentarsi mentre si consuma la cena e poi in un attimo è già ora di alzarsi di nuovo.
 

Le giornate si stanno progressivamente allungando e così anche gli orari di lavoro. Quando tramonta il sole magari stai appena spostando il gregge, che cammina sollevando nuvole di polvere. Vorresti un po' di pioggia, ma sai anche che la pioggia coricherà l'erba già alta di quei prati dove devi ancora andare a pascolare e poi i padroni si lamenteranno perchè le pecore non hanno pulito bene.
 

Ci sono poi anche certe piccole cose che vanno ad influire sulla pastorizia e potrebbero diventare problemi. Certi pastori, in inverno, "salvano" il gregge salendo in collina e andando al pascolo nei boschi in cerca di castagne. Ma quest'anno c'è il rischio che di castagne non ce ne siano affatto, infatti le piante sono infestate da una delle più recenti malattie arrivate dalle nostre parti. Il cinipide galligeno del castagno è originario della Cina e, in Piemonte, è stato segnalato per la prima volta nel 2002. Adesso si sta espandendo in massa e vi sono zone dove, nelle ultime stagioni, non si è vista una castagna, per l'appunto. Chi ha capre nei paesi di collina/bassa montagna, è ancora più preoccupato, visto che era una dieta del tardo autunno particolarmente gradita. Tanti piccoli nemici diretti ed indiretti della pastorizia…
 

In certe zone si pascola tra piccoli prati e boschi, zone dove i privati ti chiedono di "far pulizia". Magari è un prato abbandonato che sta diventando bosco, magari è un ex vigneto, un ex frutteto. Ti spiegano come raggiungerlo, percorri piste nei boschi, scendi lungo vecchie mulattiere su cui gli alberi si stanno chiudendo a formare quasi delle gallerie. A rigor di logica o, per meglio dire, a norma di legge, anche il pascolamento in bosco sarebbe vietato. Altre "grane" per i pastori…
 

E i segni del passaggio del gregge li vedi. Magari sono fili di lana su di un tronco ruvido… Perchè l'erba brucata invece ricresce in fretta, specialmente con il caldo, specialmente se fa qualche temporale alla sera. E' anche difficile pascolare in bosco, rischi che qualche agnello, qualche capretto resti indietro. Ma è utile quando fa caldo, per avere ombra per gli animali, per scendere a bere in qualche ruscello.
 

Le capre ne approfittano subito per compiere qualche scalata, sia per gioco, sia per vizio, sia per avere l'opportunità di mangiare qualche foglia in più, che per loro è ben più appetitosa dell'erba. Si passa, ci si ferma qualche minuto, il gregge avanza tra gli alberi, le pecore conoscono i posti, sanno le strade, vanno avanti verso i prati. Passando tra gli alberi almeno non c'è il rischio dei diserbanti e disseccanti, quelli che continuano ad essere sparsi in gran quantità lungo strade, vigneti e frutteti, quelli che terrorizzano i pastori che girano da queste parti. Bastano poche boccate di quell'erba e gli animali rischiano di morire avvelenati. Chissà noi che mangiamo quella frutta, beviamo quel vino?
 

Le giornate sono lunghe, eppure ci sono sempre così tante cose da fare. Non ti fermi mai, dal mattino alla sera, e maledici l'orario che sei costretto a fare, alla sera gli ultimi lavori li fai con il sonno che ti attanaglia. Non puoi nemmeno fare un pisolino quando sei al pascolo, perchè basta un attimo di disattenzione e le pecore scappano verso un orto, una siepe, un vigneto, una strada. Finita l'erba in un prato, ti sposti verso il successivo, fin quando le pecore sono sazie.
 

In queste belle giornate lunghe di sole o vengono le squadre di tosatori o ci si aiuta tra amici per finire di togliere la lana dalla schiena delle pecore. Certo, in questo modo si risparmia, ma ogni giorno riesci a tosare solo pochi animali e questo lavoro si protrae per lungo tempo, anche in funzione dei capricci meteorologici. L'operazione dev'essere terminata almeno qualche settimana prima di mettersi in cammino verso le montagna e, giorno dopo giorno, è come se il momento della transumanza fosse sempre più vicino.
 

Mentre si tosa, almeno i cani possono riposarsi. Per loro è sempre dura, ma in montagna dovranno correre in salita, scendere sempre di corsa sulle pietraie, condurre le pecore, farle rientrare al recinto. Non a caso è fondamentale avere dei buoni cani, senza di loro il lavoro è quasi impossibile.
 

Quando tramonta il sole la stanchezza è tanta, ma spesso c'è ancora da fare il recinto, medicare qualche animale, controllare gli agnelli, far succhiare il latte a qualche animale che ha qualche problema… Ma c'è anche chi, in questo periodo, sta mungendo i suoi animali, dopo aver venduto gli agnelli per Pasqua. Proprio stamattina ho visto un gregge in un pioppeto, c'era un giovane pastore intento a mungere… Così mi sono fermata per un saluto e tornerò presto ad intervistarlo per il mio libro.
Anch'io ormai alterno i miei lavori alla pastorizia vera e propria e le mie giornate sono sia troppo lunghe per la stanchezza che si accumula, sia troppo brevi per tutte le cose che ci sarebbero da fare. Gli aggiornamenti di questo blog ne stanno risentendo, lo so, ma è tanto più bello viverla davvero, la pastorizia, piuttosto che esserne uno spettatore esterno, un narratore o poco più.

Moria dei capretti: portiamo alla luce il problema!

Mi ha telefonato un'amica allevatrice di capre chiedendomi di "far girare la voce". Oltre ad utilizzare i normali canali del passaparola, per dare maggiore ufficialità alla cosa, ho pensato di scrivere un post qui, raggiungendo così un maggior numero di persone anche fuori dal Piemonte. A proposito, il problema è solo in Piemonte o anche altrove?

E' da qualche anno che, in modo sempre più sensibile, si verifica una strana, misteriosa moria di capretti. Questa ignota patologia colpisce in modo quasi casuale, indifferentemente su allevamenti stanziali di pochi capi, grandi allevamenti, capre presenti insieme a greggi vaganti, capre in stalla, capre all'aperto. C'è chi è stato colpito negli anni scorsi e quest'anno non ha avuto problemi, chi non ha mai riscontrato la patologia nel proprio allevamento e chi quest'anno ha perso quasi tutti i capretti. Inoltre si manifesta a macchia di leopardo, senza colpire indifferentemente allevamenti confinanti.

La mia amica è testarda, non si è limitata a lamentarsi come fa la maggior parte della gente, ma ha richiesto l'intervento dei veterinari. La gran parte dei pastori è solita arrangiarsi da sè e non si affida ai veterinari privati. A torto o a ragione, per gli ovicaprini pare che non ci sia una grande competenza specifica ed i pastori ritengono di saperne più loro che non i medici. Ma in questo caso bisogna far conoscere il problema. "Quando mi sono morti i primi, li ho mandati ad analizzare e mi hanno detto che era polmonite, ma secondo me la polmonite è stata una conseguenza dell'indebolimento che manifestavano. La seconda volta mi hanno detto che era coccidiosi, ma io continuavo a non essere convinta."

Quali sono i sintomi? I capretti nascono sani, vitali, in ottima salute, ma poi, intorno alla settimana, dieci giorni di vita, improvvisamente manifestano un indebolimento generale. Cercano di alzarsi, ma gli arti non li reggono. Appaiono quindi traballanti, come ubriachi. Cercano di succhiare il latte, ma non riescono a stare in piedi e raggiungere la mammella, quindi l'indebolimento peggiora, iniziano a trascinarsi fino all'immobilità ed alla morte. Se avvicinati alla mammella dal pastore, nei primi giorni succhiano ancora il latte, ma non migliora la loro stabilità. Hanno molta sete, quindi potrebbero avere la febbre. Io vi sto descrivendo i sintomi che ho osservato, ma non sono un medico e non ho "studiato" la faccenda.

C'è chi li ha salvati con un semplice sciroppo usato per i problemi gastroenterici dei bambini, chi ha provato di tutto senza risultato. I veterinari effettivamente sembrano brancolare nel buio, ma a quanto pare questo è dovuto al fatto che si tratta di una patologia sconosciuta. Forse ormai è un po' tardi, perchè il periodo delle nascite è praticamente terminato, ma raccolgo comunque l'appello che mi ha rivolto la mia amica, sperando che possa ancora servire a qualcosa.

"Alla fine sono riuscita a parlare con un veterinario nelle "alte sfere" all'ASL. Ha ammesso che non si sa cosa sia e si sta cercando di fare qualcosa, ma il problema è che la maggior parte della gente non ha denunciato il fatto. Sembra così che il problema sia limitato a pochi casi isolati! Bisogna far circolare la voce, denunciare la moria ai veterinari privati, all'ASL ed anche alle Associazioni di Categoria, di modo che emerga il fatto a livello regionale e si possano ottenere delle misure di intervento, si possa effettivamente studiare il caso, per cercare delle soluzioni per lo meno per il futuro."

Se nel vostro gregge, nella vostra stalla avete avuto questo problema, denunciatelo pertanto a chi di dovere ed informate il maggior numero possibile di altri allevatori. Se fortunatamente l'avete scampata, chiedete comunque informazioni ai veterinati pubblici e privati. Tenere nascosto un problema non fa sì che questo scompaia, ma il rischio è che la malattia si diffonda sempre di più. C'è chi ha perso la quasi totalità dei capretti, in questi ultimi anni… Nessuna conseguenza sulle capre adulte, pecore ed agnelli, ma quanti capretti ci sono quest'anno da portare in tavola a Pasqua?

Confini

Fa caldo, in pianura. Ma questo caldo sale anche in montagna, su per le valli, fino ad alta quota. A differenza di altri anni però anche le vallate più secche sono di un bel verde brillante, grazie ai temporali.

L’acqua sembra proprio non mancare. La cascata rumoreggia, quindi mentre salgo non sento nessun belato, nessuna campanella. Riuscirò a trovare il gregge? Anche se è un sabato mattina, c’è molto movimento: gruppi che scendono dal rifugio, escursionisti che salgono alla ricerca di un po’ di fresco, di un po’ di tranquillità.

Mi vengono in mente le parole di Gloria: "I maremmani non li possiamo tenere, passa troppa gente…". Nei pressi della baita e del recinto, un cartello avvisa di tenere al guinzaglio i propri cani, affinchè non vadano a spaventare le pecore o magari si azzuffino con i cani dei pastori. Chissà chi l’ha messo? La Comunità Montana? La traccia delle pecore qui è evidente, adesso si tratta di capire dove siano.

Intanto osservo il recinto fisso, realizzato a protezione contro il lupo. Più tardi Sergio mi spiegherà che ci vuole un’intera giornata per predisporlo ed è così tutti gli anni. Ovviamente non può essere lasciato montato anche d’inverno. Solo che tocca portare lì il gregge tutte le sere, per lo meno fino a quando non si sposteranno più in alto, vicino al rifugio, dove c’è un altro recinto.

La baita è chiusa, il pastore è al pascolo, ma… dove? Il rumore dell’acqua impedisce di sentire il gregge, ma di lì finalmente è possibile vederlo. Bisogna tornare al ponte e risalire dall’altra parte, le pecore sono là in una conca, con le capre appena più in alto tra le rocce. Non ho ancora visto il pastore, ma sicuramente sarà lì.

Prima di raggiungere le pecore, ancora una volta mi fermo a fotografare gli eriofori. Bellissimi da vedere, ma ci dicono anche che la gran parte di questi "bei" pianori sono in realtà sagne, terreni umidi, marcite, poco adatti al pascolamento e con erba di cattiva qualità. Camminando, l’acqua sprizza fin sulle gambe ed in alcuni punti bisogna far attenzione a non sprofondare nella terra intrisa.

Ecco il gregge! Non è uno di quelle greggi immense a cui vi ho abituato in questo blog. Siamo in un’altra realtà, quella che vi sto raccontando è un’altra storia. Non parliamo di pascolo vagante, questa volta, ma di vita ed economia montana. Questo gregge non ha compiuto un lungo cammino per arrivare fin qui, è solo salito dal fondovalle, dove ha trascorso il lungo inverno in stalla, la primavera nei pascoli a bassa quota e poi è arrivato fin qui, dove passerà l’estate.

Fa caldo pure a questa quota e le pecore cercano l’ombra, anche se è appena la metà mattinata. Il pastore mi è venuto incontro, ci siamo presentati, ed iniziamo a chiacchierare. L’argomento principale è il tempo, così strano, quest’anno… "Il giorno che siamo saliti ha nevicato. Siamo arrivati su al sabato ed alla domenica c’erano 20 centimetri di neve! Poi adesso fa un temporale tutte le sere. C’è stato forse un giorno o due che ci siamo salvati, ma…". Certo, c’è erba ed acqua per far bere le pecore, ma così è davvero troppo!

Queste sono pecore di razza sambucana, razza locale che rischiava la scomparsa, ma che è stata recuperata con un attento lavoro di selezione e valorizzazione. C’è anche chi ne sfutta il latte, oltre alla carne (e ne abbiamo già parlato in passato), ma il prodotto principale resta il tardoun, l’agnellone che viene venduto in autunno, dopo la discesa dall’alpeggio. Con Sergio parliamo anche di prezzi ed è chiaro come una giusta valorizzazione faccia sì che la carne abbia un suo valore… e quindi si possa vivere anche con un gregge di dimensioni ridotte, meno problematico da gestire.  Queste poi non sarebbero montagne per greggi immense: "Ci sono solo quelle su al Colle della Maddalena, e poi di là, in Francia…"

C’è una luce strana, dalla pianura sale l’umidità e la calura, il sole è appena velato dalla foschia, le pecore sembrano argentate, con questi contrasti. Sono diffidenti, non si lasciano avvicinare, mi guardano con sospetto. "Il lavoro ce lo facciamo tutto noi, adesso mio fratello è giù per il fieno, questa sera viene a darmi il cambio… Andremo avanti finché possiamo, prendere operai non vale la pena. E poi, chi trovi? Come fai a fidarti a lasciare a loro gli animali? Un margaro su dall’altra parte della vallata… Il suo garzone è stato male, così ne ha preso un altro, è stato su mezza giornata insieme a spiegargli il lavoro, i posti, quello che doveva fare con le vacche. Il giorno dopo c’è stata la nebbia, al mattino alle 5:30 era già giù in paese, con la nebbia non voleva stare. Metti un operaio e poi devi ancora badare a lui, oltre che agli animali!"

Sergio manda i cani a radunare il gregge, poi lo fa scendere un po’ più in basso. "Vado a mangiare un boccone alla baita, poi verso le tre, le tre e mezzo ripartono. Adesso fa troppo caldo, non mangiano più." Chissà se anche per quel giorno c’è da aspettarsi un temporale? Ci sono tante pecore zoppe, tra le ultime che si accodano alla fila. "Ne curo 20-30 al giorno, è sempre così. Un disastro…". Sergio dà la colpa al terreno umido in cui gli animali sono costretti a pascolare, ma sicuramente la ragione è da cercare soprattutto nella permanenza prolungata nella stessa area di riposo. Cambiando il recinto tutte le sere o quasi, questo problema non ci sarebbe, o per lo meno non così acuto. Invece così il batterio responsabile della zoppina si trasmette da un animale all’altro. Anche questo problema quindi è… legato alla presenza del lupo!

Già, il lupo. E’ stato visto di recente, da queste parti. Sergio racconta: "E’ passato quello che va su a raccogliere camomilla e mi ha detto di averne visto uno." Un gregge non troppo grosso è più facile da sorvegliare, ma serve comunque la presenza costante del pastore. Se da queste parti l’allevamento ovino non fosse stato valorizzato e sostenuto (per quanto possibile) dalle istituzioni, per prima la Comunità Montana, chissà se questi pastori ci sarebbero ancora? Quando il predatore era ricomparso, da queste parti i problemi erano stati non pochi… Adesso si cerca di tirare avanti, forse il caso della Valle Stura può essere preso ad esempio per altre realtà, ben sapendo che ogni montagna ha le sue esigenze, le sue problematiche.

Saluto il pastore, ci rivedremo nel pomeriggio. Mi incammino verso l’alta valle, seguendo un muretto parzialmente confuso tra l’erba, che fa da confine tra il pianoro e le pendici che salgono ripide. Sergio mi ha spiegato che è il confine tra i pascoli comunali (sui versanti) ed i terreni privati. "Una volta qui saliva un margaro con tante vacche, adesso è una quindicina d’anni che ci siamo noi. Ma non è un posto da vacche… All’epoca pulivano tutto, anche i rododendri! Non c’era basta erba per arrivare alla fine della stagione. Quest’anno è così, ma altrimenti secca presto. Adesso è venuto fuori uno dei privati che mi ha mandato una lettera per pascolo abusivo, dice che un pezzo del piano è suo. Ma non si capisce bene cosa voglia! Mi dica bene quali sono le particelle e vediamo, se è un pezzetto piccolo, magari di sagna… non è che valga poi come un prato giù in fondovalle!". Il pastore mi ha anche fatto vedere tutto dove pascola durante la stagione, salendo anche nei punti più ripidi, alternando i versanti e lasciando per ultime certe parti esposte, perchè nel mese di settembre il sole arriva tardi.

Come meta ho il lago di mezzo, ancora quasi totalmente invaso dalla neve. La calura arriva fin quassù, si alza una leggera nebbiolina dall’acqua, e nugoli di mosche noiose impediscono di stendersi un attimo a riposare. Le notti in pianura sono difficili, tra afa e zanzare… ma nemmeno qui è possibile recuperare il sonno perduto.

Meglio allora ridiscendere: il vallone sembra lungo, ma i pascoli non sono poi così estesi. Bisogna andare a cercarli su in alto, inerpicandosi sui versanti scoscesi. Per adesso sembra che non ci siano rischi di nuovi temporali, ma intanto è ora di avviarsi verso il basso. Il pastore mi ha detto che tornerà dal gregge verso le tre…

Invece, anche se io sono in aticipo, lui è già là: "Visto che era venuto un po’ nuvolo, pensavo partissero prima…". Cerco di fotografare i cani, i due cuccioli sono diffidenti, ma alla fine riesco ad immortalare almeno il maschio. E’ attento al suo padrone, aspetta un comando, anche se comunque sia lui, sia la sorella, non lavorano ancora da soli, ma partono solo al seguito della madre. Ci vuole tempo, ma si faranno!

Ancora due parole, mentre il tempo cambia e gli animali si mettono effettivamente in cammino. Sergio mi chiede come fanno i "grandi" pastori, se a metà giornata le pecore le chiudono nel recinto o se stanno libere. Parliamo dell’inverno, delle difficoltà vissute in valle e di quelle dei vaganti, poi ci salutiamo. Giù mi aspettano ancora Gloria e Bruno, ai quali avevo promesso che sarei passata per un saluto. Il fieno è imballato, Bruno sta per salire in alpeggio al posto del fratello e l’estate va avanti così, giorno dopo giorno…

Tenere bene le pecore

Nella gran parte dei casi, su questo blog riesco a presentarvi foto di "belle pecore". Intendiamoci, ciascuno ha le sue preferenze per quello che riguarda la razza e l’aspetto dell’animale (orecchie, naso, biellesi o bergamasche, sambucane o roaschine, sarde o…). Io però sto parlando di animali in forma, ben tenuti, sani, grassi. Certo, in un gregge ci può sempre essere qualche animale più vecchio degli altri, oppure qualcuno che sta male, sofferente per un malanno temporaneo o invece vicino alla sua ultima ora. Però un buon pastore gli animali li tiene bene, si sacrifica per loro, gli piange il cuore se alla sera per qualche motivo deve "chiuderle vuote", cioè deve farle entrare nel recinto senza che si siano saziate pascolando.

L’altro giorno, rientrando da una serata di presentazione del libro, ho visto in una stoppia di mais un piccolo gregge. Non piccolissimo, ma non arrivava a 300 unità. Insomma, un gregge che non ti da da vivere, il proprietario sicuramente ha qualche altra entrata, che sia la pensione, che sia un altro mestiere. Non ho potuto resistere, ho deviato, parcheggiando in una stradina che fiancheggiava il campo, e mi sono avvicinata a piedi.

Le pecore si sono avvicinate alla rete, guardandomi con curiosità. Sembravano nutrire qualche speranza sull’apertura delle reti, per andare al pascolo, visto che la mattinata era ormai inoltrata. La prima cosa che si notava era la lana: lunga, stopposa, sicuramente non tosata da tempo. E poi i lineamenti, diversi da quelli delle pecore che solitamente vi mostro. Assomigliavano a certe pecore che avevo visto in delle foto storiche, qui non si sono operate grosse selezioni per migliorare la razza.

Non c’era poi bisogno di entrare nel recinto per vedere che molti animali avessero dei problemi di vario tipo. Uno dei più evidenti era la rogna, malattia della pelle che fa sì che la lana si stacchi a ciocche e la pelle si lesioni. Gli animali si grattano per il prurito, arrivando anche a ferirsi, presentando poi vaste chiazze sanguinanti. Non è difficile curare questa malattia, basta fare agli animali un bagno con dei prodotti particolari. In questo caso bisognerebbe sottoporvi tutto il gregge, non solo gli animali che manifestano il problema in modo più evidente. E poi le pecore andrebbero tosate almeno una volta all’anno. Ultima annotazione: questo gregge sicuramente si sposta sul territorio e quella è una zona dove transitano diverse greggi vaganti, pertanto c’è anche rischio di trasmissione della malattia. Come mai la rogna non è una patologia che venga tenuta sotto controllo? Non è pericolosa per l’uomo e non causa la morte dell’animale, ma sicuramente influisce sul suo benessere. Qui il sito dei servizi veterinari svizzeri, dove è chiaramente detto che è contagiosa. Oltre che tra di loro, gli animali possono essere contagiati da selvatici affetti da rogna (caprioli, cervi, mufloni).

Anche ieri ho visto animali non proprio ben tenuti. Alle alte quote gli alpeggi sono ancora silenziosi e la neve copre la gran parte dei pascoli. Il manto nevoso non è consistente come nello scorso anno ed in questi giorni in cui finalmente splende il sole, le temperature sono abbastanza elevate, infatti un po’ ovunque scorrevano ruscelli intorno ai quali già si aprivano delle chiazze di suolo.

Le pecore le ho incontrate ovviamente a quote inferiori. Un piccolissimo gregge, che pascolava l’erba quasi inesistente tra le chiazze di neve. Anche questi animali presentavano i sintomi della rogna, ma non ho potuto avvicinarmi: loro scappavano spaventati, e poi è intervenuto l’anziano pastore, per nulla socievole, mandando il cane affinchè io non potessi andare vicino. Ho provato una battuta in dialetto, dicendo che era ancora un po’ presto per andare al pascolo, ma non ho ricevuto risposta. Uno potrebbe pensare che un piccolo gregge sia più facile da gestire che non uno di grandi dimensioni, ma purtroppo spesso si incontrano miseri animali allevati in qualche borgata sparsa sulle montagne.

Qui vedete la stalla ed il fienile di questo gregge… ed è ancora una sistemazione di lusso, perchè mi è già capitato di vedere vere e proprie spelonche buie ed umide, con lo strato di letame sul pavimento che sale, sale, fino a quando gli animali si trovano a contatto con il soffitto. Certo, anche questi allevatori hanno la passione per le pecore, ma mi domando perchè non intervenire almeno a curare la loro salute, per avere la soddisfazione di vedere animali belli!

In tema con la giornata

Mentre fuori nevica di nuovo (certo, è inverno) ed io consulto i miei siti preferiti di previsioni meteo (nimbus.it, il meteo della Regione Piemonte e 3B meteo) facendo affidamento inevitabilmente a quelle più "positive", un amico ha attraversato il Nord Italia per motivi pastorali… Ma questa storia magari ve la racconterò poi.

Le foto della transumanza invernale non sono mie, ma di Silvio. Anzi, ce le manda lui, ma le ha scattate suo fratello con il telefonino. Mi sembrano intonate con la giornata. La mia influenza migliora, ma sono ancora a casa per non ricadere (ed un amico mi tira le orecchie via e-mail: "Hai mai visto il video di Antonio Canevarolo sui pastori? MANTELLO Giuseppe, alla domanda <<Come fai se ti viene l’influenza>>, risponde : <<Noi che facciamo ‘sto lavoro, non possiamo ammalarci. Se ti viene l’influenza… al mattino appena sveglio ti dai un supatun e poi via al pascolo…>>". Fosse bastato uno scossone (supatun)!

Torniamo alle foto. Riguardano il passaggio del gregge di Fulvio nel comune di Virle, nella pianura Pinerolese. Il fratello di Silvio era lì casualmente e, dopo un saluto al pastore, le foto erano d’obbligo.

La neve è quella della precipitazione di qualche giorno fa, quella che nel frattempo era quasi del tutto sciolta. Il gregge attraversa il paese nel consueto tragitto verso le colline astigiane, dove arriverà forse a fine gennaio, forse anche dopo, a seconda del tempo, della neve, dei pascoli a disposizione.

Chissà dove erano dirette, le pecore? Lo scorso anno la grande nevicata era stata quella dell’Epifania, che aveva costretto tutti a "fermare" le pecore ed alimentarle in vari modi. Basse temperature, abbondanti nevicate, ma soprattutto pascoli già magri ancor prima che cadesse la neve. Quest’anno almeno l’ultimo pericolo è scongiurato. Per il resto si vedrà. Intanto adesso ha smesso di nevicare…

Iniziative intelligenti, iniziative discutibili

Su un blog che leggo sempre, quello di Leela, l’altro giorno c’era una notizia molto interessante sulle "pecore fotovoltaiche". Insomma, per tener puliti i "parchi fotovoltaici", quelle superfici destinate alla produzione di energia elettrica, quale miglior mezzo delle greggi di pecore? Certo, ottima idea. Non inquinano, non rovinano, non consumano energia… Io comunque penso che sia meglio coprire di pannelli fabbriche, capannoni ed altre superfici già utilizzate, piuttosto che portar via spazio all’agricoltura. Benefici per le pecore a parte…

Passiamo ad una notizia di cui hanno parlato persino i TG nazionali: questa riportata su vari giornali (qui dal Corriere del Veneto e qui sul sito ufficiale del Ministero dell’Agricoltura): il Ministro Zaia ha voluto ed appoggiato l’iniziativa di portare in Alpago 25 yak, affinchè si occupino della pulizia del sottobosco. Belle parole, attenzione al territorio, alla montagna, ecc. ecc. ecc… Ma perchè lo yak? Asini e capre non vanno più bene? L’Alpago non era terra di pecore? Ministro, lascia perdere queste boutade, rispondi al nostro quesito sul tuo paese d’origine, fai qualcosa per i pastori della tua terra, che a Godega di Sant’Urbano pascolavano per 40 giorni nella stagione invernale e che adesso si vedono persino vietare il TRANSITO (vedi post qui e qui).

Rimaniamo in Veneto con le pecore di Loris. Ecco il suo piccolo gregge che pascola nel vigneto di famiglia senza fare alcun danno alle piante.

Certo, lui ha pochi animali, un conto è entrare tra le viti con 20-30 pecore, un conto con un migliaio. Più difficile tenerle tutte sott’occhio, più complesso movimentarle.

Il piccolo gregge tutto schierato in fila, so che in questi giorni è aumentato di consistenza, perchè Loris mi raccontava delle nascite, tutte concentrate in pochi giorni. Capita anche nelle greggi vaganti, dove però il numero di agnelli nati ogni giorno è ancora maggiore!

Loris mi raccontava anche un problema che non tocca direttamente lui ed il suo gregge, ma i suoi amici pastori. A causa della ricomparsa della rabbia silvestre in Friuli, chi è diretto verso quelle terre, dovrà vaccinare gli animali. Purtroppo la rabbia è anche ricomparsa subito dopo in Veneto e pertanto tutti dovrebbero tenere confinati i loro cani. Ho trovato articoli dove si parla del problema per i cacciatori, che dovrebbero cacciare senza cani, ma anche si scrive molto sulla vaccinazione obbligatoria per tutti i cani. Nulla ho trovato sul fatto che la Forestale ha già fatto visita ai pastori vaganti veneti, dicendo loro che i cani, adesso, non li possono assolutamente usare. Mi dite voi come si fa, ad andare al pascolo senza cani???? Specie facendo pascolo vagante!

Concludiamo con qualche immagine di metà novembre, foto inviateci da Michele Corti, una mandria di vacche da carne incontrata nei pressi di Ornavasso, in probabile spostamento verso la pianura novarese.

L’accompagnatore della mandria era alloggiato in questa roulotte. E voi, avete incontrato greggi o mandrie vaganti? Altri amici da varie parti d’Italia mi hanno spedito delle belle foto che pubblicherò nei prossimi giorni.

Concludo con la segnalazione di un nuovo blog che trovate anche nella colonna dei links qui di fianco, è il blog di Luca e Flavia dalla Svizzera, con dei bovini molto particolari. Guardate qui la loro transumanza.

E noi cosa mangiamo?

Il gregge continua il suo solito cammino nella pianura, mentre le pecore degli agnelli sono al "sicuro" nei prati di collina. Di mais nelle stoppie ce n’è, il pastore deve fare attenzione che non ne mangino troppo, perchè l’indigestione potrebbe essere fatale. Però ultimamente c’è stato qualcosa di diverso.

Capita di vedere animali del gregge che stanno male di colpo. Anche altri pastori affermano di avere dei problemi e si dice addirittura che un "piccolo" gregge di 400 pecore abbia avuto 60 capi morti, una vera strage. Non può essere solo il mais… Anche perchè i sintomi sono diversi. Sembra un avvelenamento, ma adesso non è primavera, quando magari gli animali bevono in un fosso o mangiano erba sul bordo di un campo coltivato, dove può essere stato messo del diserbante.

Questi animali non stanno male, il loro sguardo è normale, mentre una bestia malata ha lo sguardo fisso a terra, la testa bassa. I contadini dicono che in molti campi sono stati fatti diversi trattamenti al mais contro la piralide (un insetto dannoso)… Che la colpa sia dei prodotti utilizzati? Che resti un residuo anche a lungo termine? Ma quel mais… per cosa è poi stato impiegato? Alimentazione animale, presumibilmente. E poi allora noi cosa mangiamo??

Al mattino tutto il gregge attende di mettersi in cammino. Anche gli asini. E’ un’altra giornata uggiosa, la speranza è quella che non piova, ma comunque le temperature restano abbastanza miti, e di quello non si lamenta nessuno. Qua e là c’è qualche pecora che ha partorito, bisogna cercarle per caricarle sul trailer e spostarle in collina.

A volte i pastori ricorrono a qualche stratagemma. Questa pecora ad esempio ha partorito due "scriccioli", due agnellini piccoli e gracilini. Perchè non provare a farle adottare un gemello di un’altra pecora, più grosso e più ardito? Il pastore lo sfrega addosso ai due, di modo che prenda l’odore che la pecora potrà riconoscere, poi prova a farglielo annusare. Sembra che la cosa funzioni… I due piccoli finiranno in cascina, allevati con il biberon.

In collina, le pecore sono in attesa nel recinto. Questo è grosso, formato da nove reti, c’era di che pascolare ancora, ma loro sono impazienti, protestano per il ritardo del pastore, belano nervose. Prima di lasciarle andare al pascolo, bisogna però controllare gli agnelli, fare una puntura a quelli con la dissenteria.

Da queste parti il gregge era passato in tutt’altra stagione, lo scorso anno. Ve lo ricordate, il prato con gli animali finti usati come tiro al bersaglio? In un giorno si era passati di lì e si era arrivati fin dove eravamo la scorsa settimana. Altra erba, ma soprattutto altri numeri nel gregge!

Quando finalmente si possono aprire le reti, gli animali si lanciano di corsa verso il nuovo pascolo. Non si fermano subito appena trovano l’erba, ma vanno avanti attraversando tutto il prato, poi tornano indietro. Ci vuole qualche tempo prima che si tranquillizzino ed inizino a pascolare a testa bassa, diminuendo il volume dei belati.

E’ strano vedere questo prato fiorito di margheritine bianche, quando tutto intorno gli alberi hanno i colori dell’autunno. Il pastore cattura gli agnelli per ripassare le marche colorate. Tra qualche giorno magari sposterà i più grandi e li riporterà nel gregge grosso: in quell’occasione bisognerà fare attenzione a trovare le pecore con i loro agnelli, senza fare confusione e lasciare qualche piccolo senza la madre. I colori però sbiadiscono, quindi è necessario rinverdirli. Certi agnelli però sono talmente vispi che è quasi impossibile prenderli.

Non tutte le pecore sono miti: questa "cuccia" (così in alcune parti del Piemonte vengono chiamate le pecore con le orecchie corte, la cosiddetta "razza taccola") mi viene incontro con lo sguardo feroce. Non ce l’ha con me, ma con il cane che mi sta al fianco. Certe pecore arrivano anche ad aggredire il cane, correndo a testa bassa contro di lui.

E’ da un po’ che non vengono riportati indietro gli agnelli, ce n’è una nuvola saltellante che ogni tanto fa ammattire il pastore con le sue corse ed i giochi. "Adesso sono così belli, spiacerebbe portarli in là e poi magari le madri mangiano qualche veleno…".

Intanto le pecore decidono di cambiare dieta: alcune vanno nel bosco a pascolare edera, altre si spostano sul bordo del prato ed attaccano con gusto le foglie dure e taglienti delle canne. Vai a sapere perchè queste sì e certi ciuffi d’erba più duretti nel prato invece no… Anche gli animali hanno i loro gusti e non tutta l’erba è uguale!

La sera ormai arriva presto, il pastore ha preparato un grosso recinto in cui gli animali potranno ancora pascolare prima di sedersi per riposare… ed anche il mattino successivo, caso mai lui fosse in ritardo. Le giornate sono sempre più corte e, anche se le temperature fortunatamente restano gradevoli, l’inverno si sta avvicinando.